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Celebrazioni europee fuori luogo

Strasburgo, 15 marzo 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo.

Punto in agenda:

Conclusioni della riunione del Consiglio europeo del 9 e 10 marzo, inclusa la dichiarazione di Roma

Dichiarazioni del Consiglio europeo e della Commissione

Presenti al dibattito:

Donald Tusk – Presidente del Consiglio europeo

Jean-Claude Juncker – Presidente della Commissione europea

Paolo Gentiloni – Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana

Louis Grech – Presidente in carica del Consiglio dell’Unione Europea e Vice Primo Ministro della Repubblica di Malta

Siccome non mi sento di celebrare, né sono oggi fiera dell’Unione, posso dire solo quello mi augurerei si dicesse e facesse, in quest’anniversario.

Mi piacerebbe che l’Unione riconoscesse gli errori che ha fatto, da quando è iniziata la crisi. Che desse assoluta priorità alla giustizia sociale e a un New Deal di grandi dimensioni, perché solo così convincerà i cittadini sempre più disgustati dalle nostre istituzioni.

Mi piacerebbe che smettesse di chiamare populisti tutti coloro che non ottenendo un vero cambio di marcia sentono disgusto, e paura.

Mi piacerebbe che l’Unione cominciasse a pensarsi come terra d’immigrazione, e smettesse di scaricare sull’Africa questioni che noi non sappiamo risolvere, se non con muri e prigioni per rifugiati. Sembrerà un’utopia, ma non dimentichiamo che anche l’unione era, in piena guerra, un’utopia di pochi.

Gli eufemismi dell’Unione europea e i rifugiati

Prefazione di Barbara Spinelli al volume Focus sulle migrazioni, che raccoglie gli atti di tre convegni organizzati a Milano tra il 2015 e il 2016. Per ulteriori informazioni rimandiamo a questa pagina, dove è anche possibile consultare e scaricare gratuitamente la pubblicazione in formato .pdf.

La parola “policrisi” è entrata nel vocabolario europeo in concomitanza con il voto inglese sul Brexit, sostituendosi alla “tempesta perfetta” che andava in voga nel 2007-2008. Ma è parola vuota, perché solo in apparenza crea un legame tra le perturbazioni che sono andate accumulandosi lungo gli anni: la disgregazione sociale scatenata in molti Paesi dalle politiche di austerità imposte con persistente accanimento dalle autorità europee e nazionali; la fuga in massa di rifugiati dalle guerre in Africa, Medio Oriente, Afghanistan; la radicalizzazione e il terrorismo; lo sfaldarsi della libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione; la collera e la disaffezione crescente dei cittadini europei; l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione. Oltre che vuota, la parola è un eufemismo: si dice polycrisis per imbellire quello che in realtà è un fallimento generalizzato, così come gli antichi Romani chiamavano pace le operazioni che avevano trasformato i territori e popoli conquistati in deserti.

Polycrisis infine è un escamotage: i vari dissesti che l’Unione si trova a fronteggiare sono considerati come esterni all’Unione, quasi che le istituzioni europee e i governi degli Stati membri non ne fossero gli attori, ma le vittime. La parola unificante è stata trovata, ma lo stesso non si può dire per le politiche. Si continua a parlare di crisi dei rifugiati – o ancora più nebulosamente di crisi della migrazione – senza riconoscere che la vera crisi è quella dell’Unione, incapace di far fronte alle difficoltà del momento tenendo insieme l’economia, la questione sociale, le politiche di asilo e migrazione, la politica estera e militare degli Stati, la collera dei cittadini costretti a constatare come l’unità solidale fra Europei sia divenuta prima un’ombra di se stessa, poi un guscio vuoto, infine una menzogna.

La questione dei rifugiati svolge in questo degrado un ruolo emblematico ed essenziale per due motivi. Perché scatena nei Paesi dell’Unione paure e xenofobie che vengono sbrigativamente liquidate come populiste o nazionaliste, senza curarsi delle radici sociali delle une e delle altre. E perché la risposta che viene data è una finta soluzione: invece di una strategia seria di asilo e integrazione dei migranti e dei rifugiati si promette una politica di rimpatri in massa nei Paesi di origine e di transito, alla lunga insostenibile legalmente perché negoziata e attuata in violazione di precisi articoli della Convenzione di Ginevra del 1951, che vietano l’espulsione collettiva dei richiedenti asilo. Non solo: la questione dei rifugiati, come quella del terrorismo, facilita l’instaurarsi di un diritto emergenziale permanente, che svuota le Costituzioni nazionali e la Carta europea dei diritti fondamentali e che alimenta il “federalismo post-democratico degli esecutivi” denunciato anni fa da Jürgen Habermas.

***

Il 2016 sarà ricordato come l’anno in cui l’Unione europea avrà definitivamente rotto il patto di civiltà su cui fu fondata dopo la seconda guerra mondiale. Per anni, dopo il grande naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, le istituzioni comunitarie e gli Stati membri hanno tacitamente dato il proprio consenso alla morte in mare di migliaia di profughi in fuga verso le coste europee, non essendo stata in grado di proteggere davvero le proprie frontiere, organizzando la loro gestione in maniera tale da poter assicurare senza traumi vie sicure e legali di accesso ordinato all’Unione. Nello stesso anno ha compiuto un ulteriore passo verso il proprio collasso: non solo ha chiuso una dopo l’altra le frontiere interne, smantellando di fatto lo spazio Schengen, ma ha coscientemente deciso di rispedire i rifugiati nelle zone di guerra da cui erano precipitosamente fuggiti e da cui fuggono ancora. Non può essere interpretato in altro modo l’accordo stipulato con il governo turco il 20 marzo 2016, che consente il rimpatrio collettivo di profughi che riescono a raggiungere la Grecia. Migliaia di questi rimpatriati vengono rispediti dal regime Erdogan nelle zone di guerra siriane da cui erano inizialmente scappati: una deportazione che viola le leggi nazionali, europee e internazionali. Il lavoro sporco viene affidato all’alleato turco, ma è l’Europa in prima persona che si rende responsabile del reato di refoulement, dando vita alla mortifera triangolazione dei rimpatri.

Il modo di procedere dell’Unione sarà forse giudicato, un giorno, alla stregua di un crimine. Sarà comunque giudicato come un modo di procedere vano, perché chi prende la via della fuga da guerre e dittature non smetterà di fuggire. Chiusa la rotta balcanica, per forza di cose si sono aperte o riaperte altre vie di fuga: a cominciare dalla rotta del Mediterraneo centrale, che conduce alle coste siciliane e a Lampedusa. Le politiche europee sono al tempo stesso criminogene e del tutto dissennate: non sono i trafficanti a pagarne il prezzo – come si pretende in ripetuti comunicati e come prescritto nel mandato dell’agenzia Frontex ribattezzata Guardia costiera e di frontiera – ma i profughi e l’Europa tutta intera.

L’Europa paga un prezzo alto in termini di prestigio politico e morale, e per questo l’originario progetto unitario viene spezzato. Gli incentivi a restare insieme e solidarizzare diminuiranno, le destre estreme vengono giustamente accusate di razzismo ma sono loro a dettare ormai un’agenda europea sempre più intrisa di sfiducia reciproca e di misantropia. Per l’occasione va ricordato che la Grecia, messa in ginocchio economicamente da sei anni di inane austerità, è stata lasciata sola e senza soldi anche sulla questione rifugiati. Il circolo vizioso è diabolico: se gli hotspot nelle isole greche non sono in grado di accogliere degnamente e registrare i fuggitivi, è perché l’Unione non assiste economicamente lo stremato governo di Atene, con la scusa che i centri di accoglienza e registrazione non sono organizzati e funzionanti come dovrebbero. Gli assalti ai centri da parte dei neonazisti di Alba Dorata sono giudicati alla stregua di inevitabili danni collaterali dal governo greco come dalla governance europea. Lo stesso dicasi per l’afflusso di rifugiati nel secondo Paese di frontiera: l’Italia. Il 3 novembre 2016 è uscito un rapporto di Amnesty International sugli hotspot italiani,[1] che riporta testimonianze di detenzioni arbitrarie, violenze sistemiche, pratiche di tortura usate per costringere migranti e rifugiati a lasciarsi identificare tramite un uso della forza sproporzionato che il diritto interno e internazionale vietano espressamente. Il rapporto è caduto nel silenzio perché il ricorso alla violenza nel prelievo delle impronte digitali è non solo permesso dalle autorità nazionali ed europee, ma addirittura raccomandato. A ciò si aggiungano i muri eretti ai confini tra Grecia e Repubblica ex jugoslava di Macedonia (Idomeni) e il rifiuto di quasi tutti gli Stati Membri dell’Unione (Portogallo escluso) di ricollocare nei propri Paesi i fuggitivi approdati in Grecia o Italia.

Non va trascurata in questo quadro la menzogna che circola nei Paesi dell’Unione a proposito dei rifugiati. Si parla di invasione del nostro continente, di esodo biblico, quando basta studiare le cifre per scoprire l’evidenza: su 65 milioni di rifugiati nel mondo, un milione circa ha raggiunto l’Europa nel 2016. È appena lo 0,2 per cento della sua popolazione. La maggior parte dei rifugiati nel mondo è confinata oggi in Africa, non in Europa, negli Stati Uniti o in Australia.

Vie alternative esistono, per affrontare le indubbie difficoltà connesse all’afflusso di rifugiati e migranti. Occorre aprire corridoi umanitari sicuri e legali, e ammettere una buona volta che trafficanti e mafie da sempre proliferano in situazioni di non legalità, dunque di caos. Occorre immaginare alternative alla gabbia imposta dal Regolamento di Dublino (primo e unico responsabile è il Paese dove approdano i profughi), assistere le nazioni più esposte come Italia e Grecia, non criminalizzare i profughi e le associazioni che cercano di garantire la loro incolumità e il loro diritto a fuggire da Paesi resi invivibili da guerre e devastazioni di cui gli Europei, con l’amministrazione Usa, sono in buona parte responsabili, nell’ “arco del caos” che dall’Africa del Nord si estende fino all’Afghanistan. È significativo e disastroso il fatto che le guerre antiterrorismo degli ultimi quindici anni non vengano mai incluse nella definizione della presente “policrisi”, come cause principali delle fughe di sfollati e richiedenti asilo.

Non per ultimo, occorre mobilitare il pensiero e le azioni adottando una veduta lunga su quel che accade: l’Europa sotto i nostri occhi sta mutando, dobbiamo cominciare a vederla come un nuovo crogiuolo di popoli, sapendo che gran parte dei rifugiati sono destinati a restare con noi per lungo tempo e a divenire i nostri futuri con-cittadini. Non sono in gioco le ideologie, multiculturali o no. È in gioco l’adesione più o meno consapevole al principio di realtà. Si parla di crisi dei migranti, e nella migliore delle ipotesi di crisi dei rifugiati, quando a tutti gli effetti la crisi – o per meglio dire la malattia politica – è delle istituzioni nazionali e di quelle europee. Si parla di failed states in Africa e Medio Oriente, e non ci si accorge che l’Europa nel suo complesso ha sbagliato politiche sino a divenire essa stessa un failed state.

Inutile dare più poteri agli organi sovrannazionali e cercare rifugio nelle tecniche istituzionali, se tutte queste politiche non cambiano. Inutile denunciare gli Stati membri nel tentativo di risparmiare le critiche a istituzioni comuni come la Commissione o la Banca centrale, se non si rimettono in questione le disastrose politiche difese ottusamente e in perfetta sintonia dagli uni come dalle altre. Le istituzioni comuni hanno ormai una loro dinamica autonoma, e hanno irrimediabilmente perso l’innocenza che pretendono di incarnare. Non c’è da meravigliarsi se tanti cittadini europei – come si è visto nel Brexit – si ribellano alla paralisi diffusa delle intelligenze governanti scegliendo come motto unificante il desiderio di “riprendere il controllo” dei propri Stati, delle proprie frontiere, e anche delle proprie democrazie.

26 novembre 2016

[1] Amnesty International, Hotspot Italia: come le politiche dell’Unione europea portano a violazioni dei diritti di rifugiati e migranti, 3 novembre 2016.

Interrogazione in merito agli effetti delle ordinanze emesse dal Tribunale dell’Unione Europea sulla “Dichiarazione UE-Turchia”

Il 2 marzo 2017 Barbara Spinelli ha presentato un’interrogazione con richiesta di risposta scritta alla Commissione Europea (Regola 130), in merito agli effetti delle ordinanze emesse il 28 febbraio 2017 dal Tribunale dell’Unione Europe sulla così detta “Dichiarazione UE-Turchia”.

Le cause in esame riguardavano la vicenda di due cittadini pachistani e un afgano che avevano raggiunto la Grecia dalla Turchia nel 2016, dove avevano presentato domanda di asilo. In tali domande sostenevano che, se rimpatriati nei rispettivi paesi di origine, avrebbero rischiato di essere soggetti a persecuzione. A fronte di tale possibilità, e del rischio di essere rispediti in Turchia in forza della “Dichiarazione UE-Turchia” laddove la loro domanda di asilo fosse stata respinta, hanno deciso di promuovere un ricorso di fronte al Tribunale dell’Unione Europea – azione di annullamento ai sensi dell’articolo 263 del TFUE – contestando la legalità della Dichiarazione in esame.

Il Tribunale ha dichiarato la propria incompetenza sostenendo che “in un ricorso promosso ai sensi dell’articolo 263 TFUE, la corte non ha giurisdizione per decidere della legalità di un accordo internazionale concluso dagli Stati Membri”.

Testo dell’Interrogazione:

Subject: Effects of the General Court’s orders on the EU-Turkey Statement

On 28 February 2017, the General court of the European Union ruled on the cases NF, NG and NM v. European Council (Cases T-192/16, T-193/16 and T-257/16) affirming that independently of whether the EU-Turkey Statement constitutes a political statement or, on the contrary, a measure capable of

producing binding legal effects, it cannot be regarded as a measure adopted by the European Council, or, moreover, by any other institution, body, office or agency of the European Union, or as revealing the existence of such a measure that corresponds to the contested measure. Furthermore, the Court considered that, even supposing that an international agreement could have been informally concluded during the meeting of 18 March 2016, that agreement would have been an agreement concluded by the Heads of State or Government of the Member States of the European Union and the Turkish Prime Minister.

In view of the above, if the EU-Turkey Statement had to be considered an international instrument, what would be the legal basis for the involvement of the EU institutions in its implementation?

Does the Commission consider the commitments already made on the basis of this text to be compatible with the orders issued by the General Court?

Esclusione di Rom, Sinti e Caminanti dal ruolo di rappresentanti istituzionali nella creazione della Strategia Nazionale di Inclusione della città di Roma

Interrogazione con richiesta di risposta scritta
alla Commissione
Articolo 130 del regolamento
Barbara Spinelli (GUE/NGL)

Oggetto: Esclusione di Rom, Sinti e Caminanti dal ruolo di rappresentanti istituzionali nella creazione della Strategia Nazionale di Inclusione della città di Roma

La Comunicazione COM(2011) 173 della Commissione Europea sollecita gli Stati membri a elaborare strategie nazionali di inclusione dei Rom. Secondo tale Comunicazione gli Stati membri dovrebbero concepire, realizzare e monitorare le strategie nazionali di integrazione dei Rom in stretta cooperazione e basandosi su un dialogo ininterrotto con la società civile Rom e con le autorità regionali e locali;

Il Consiglio dei Ministri Italiano ha emanato il 28 febbraio 2012 la Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, Sinti e Caminanti e prevede la nascita di tavoli di inclusione ove la società civile Rom è chiamata a decidere, in concerto con le prefetture e le amministrazioni, le politiche su casa, lavoro, scuola, sanità e uso del denaro pubblico stanziato dall’Unione Europea sulla base della Comunicazione della Commissione Europea.

Ciò nonostante, rapporti di fonti giornalistiche e attivisti rilevano che tali tavoli non sono stati attuati dalla città di Roma escludendo dunque Rom, Sinti e Caminanti dal ruolo di rappresentanti istituzionali previsto dalla Comunicazione della Commissione e dalla Strategia.

La Commissione è al corrente di questa situazione e ne terrà conto durante le sue prossime valutazioni dei piani di integrazione nazionali?

Fonte: http://www.agenziaradicale.com/index.php/diritti-e-liberta/4370-campi-nomadi-a-roma-la-montagna-ha-partorito-un-topolino

103 firme per un fondo di sostegno agli accademici licenziati in Turchia

Dear HR/VP Federica Mogherini,

Dear Commissioner Tibor Navracsics,

Please find enclosed a letter regarding a recent new purge in Turkey of 4464 public workers, that involved 330 academics and scholars who have been expelled from their positions.

On June 8th, 2016, You presented a new ‘Strategy for international cultural relations‘, which aims to encourage cultural cooperation between the EU and its partner countries and promote a global order based on peace, the rule of law, freedom of expression, mutual understanding and respect for fundamental values.

In the press release, You affirmed that cultural exchange and cultural institutions will be called upon to play a crucial role in strengthening international partnerships.

Considering the grave situation in Turkey, as described also by President Jean-Claude Juncker during the last sitting of the European Parliament, held on the 1st of March, we propose in our letter, co-signed by 102 academics and Members of the European Parliament, the creation of an EU fund having the aim of supporting the Turkish academics and scholars in need.

This fund could be based in Brussels and created in accordance with the framework of EU strategy on the central role of culture in foreign policy. Such a fund would prioritize the protection of Turkish intellectual and cultural life, with a particular focus on freedom of expression and information and the right to have rights.

Thank you very much,

barbara spinelli

Brexit e le minacce alla libera circolazione

Bruxelles, 1 marzo 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo.

Punto in agenda:

  • Violazione degli attuali diritti di libera circolazione dei cittadini europei che risiedono nel Regno Unito e ricorso a provvedimenti di allontanamento dopo sei mesi

Interrogazione orale 

Presenti al dibattito:

Věra Jourová – Commissario europeo per la giustizia, i consumatori e la parità di genere

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di co-autrice dell’interrogazione orale.

Se ci rivolgiamo alla Commissione con questa interrogazione è perché vogliamo dare voce ai più di 3 milioni di cittadini europei che vivono in Inghilterra, e al milione e più di cittadini britannici che vivono nell’Unione. L’ansia degli uni e degli altri è grandissima, e i loro diritti di circolazione, di soggiorno, di lavoro dovranno essere garantiti nella maniera più dettagliata nel futuro accordo di recesso.

Contrariamente a quanto affermato dai fautori del Brexit infatti, sarà estremamente difficile far valere i loro diritti acquisiti. Molte menzogne sono state raccontate in occasione del referendum sulle possibilità di appellarsi alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo o al diritto internazionale, troppo silenziosi e reticenti sono stati su questo punto i fautori del Remain, ed è cruciale che almeno la Commissione parli chiaro.

La House of Lords lo ha già detto in modo inequivocabile: in assenza di accordo negoziato, le conseguenze della perdita dei diritti di cittadinanza europea saranno severe.

Per questo è importante sapere come la Commissione intenda procedere, per far fronte alle infrazioni di cui il Regno Unito si è reso responsabile, negli ultimi anni, con leggi molto restrittive sulla residenza dei cittadini europei in Inghilterra. Fino al giorno in cui si raggiungerà un accordo di separazione il Regno Unito è soggetto al diritto europeo, alla Direttiva sulla libera circolazione, e deve dunque rispondere delle eventuali sue violazioni unilaterali, allo stesso modo in cui sono obbligati a farlo tutti i Paesi membri. Fino ad allora, non potrà limitarsi a dire che l’Inghilterra farà entrare dall’Unione solo “the brightest and the best”, oltre naturalmente i più benestanti, come si ripromette di fare dopo l’uscita.

Fiscal Compact nei Trattati: un’Unione al riparo del suffragio universale

Strasburgo, 16 febbraio 2017, Voto del Parlamento europeo sulla Relazione “sulla possibile evoluzione e l’adeguamento dell’attuale struttura istituzionale dell’Unione europea” (Relatore Guy Verhofstadt – ALDE), sulla Relazione “sul miglioramento del funzionamento dell’Unione europea sfruttando le potenzialità del trattato di Lisbona” (Relatori Mercedes Bresso – S&D, Elmar Brok – PPE) e sulla Relazione “sulla capacità di bilancio della zona euro” (Relatori Reimer Böge – PPE, Pervenche Berès – S&D)

 Le relazioni sono state approvate con le seguenti maggioranze:

Relazione Verhofstadt: 283 favorevoli, 269 contrari, 83 astenuti

Relazione Bresso-Brok: 329 favorevoli, 223 contrari, 83 astenuti

Relazione Böge-Berès: 304 favorevoli, 255 contrari, 68 astenuti

Dichiarazione di Barbara Spinelli, Relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL delle Relazioni Verhofstadt e Bresso-Brok

«Oggi il Parlamento europeo ha approvato quello che viene comunemente soprannominato “Pacchetto sul futuro dell’Unione”. Si tratta di una triade di Relazioni – Relazione Bresso-Brok, Relazione Verhofstadt, Relazione Böge-Berès – tra loro strutturalmente e politicamente interconnesse. Come relatore ombra delle due relazioni istituzionali (Verhofstadt e Bresso-Brok) ho consigliato al mio gruppo un voto contrario. Ambedue le relazioni confermano in effetti che la maggioranza del Parlamento (anche se una maggioranza risicata, nel caso della relazione Verhofstadt) nulla ha imparato dalla crisi dell’Unione.

L’obiettivo di tutte e tre le relazioni è quello di dar vita a una struttura decisionale che sia il più possibile al riparo dagli azzardi del suffragio universale: nelle scelte economiche, migratorie, della politica estera e di difesa. Si spiega così la richiesta di inserire nei Trattati il Fiscal Compact: una politica socialmente rovinosa, che ha profondamente diviso e indebolito l’Unione. Alcuni nel gruppo socialista e liberale l’hanno fatta propria nell’illusione falsamente federalista di “comunitarizzare” un Patto di Stabilità che pure giudicano nefasto: è un compromesso con la loro coscienza che non ha rapporto alcuno con la realtà vissuta dai cittadini europei, e che è dunque puramente ideologico.

Il tentativo da me intrapreso di cancellare tale inserimento, attraverso specifici emendamenti, non ha trovato il consenso di un numero sufficiente di deputati socialisti, che si aggiungesse alle domande del Gruppo GUE-NGL e del Movimento 5 Stelle. Cosa stupefacente se si considera che personalità di spicco del PD (e in primis il sottosegretario Sandro Gozi) continuano a dire – almeno dal dicembre scorso – che il Fiscal Compact non deve essere iscritto nei Trattati».

Si veda anche:

Strasburgo, 14 febbraio 2017: intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo

Un’Unione al riparo del suffragio universale?

Strasburgo, 14 febbraio 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo. 

Punto in agenda:

Discussione congiunta – Il futuro dell’UE

  • Relazione sulla possibile evoluzione e l’adeguamento dell’attuale struttura istituzionale dell’Unione europea (Relatore Guy Verhofstadt – ALDE)
  • Relazione sul miglioramento del funzionamento dell’Unione europea sfruttando le potenzialità del trattato di Lisbona (Relatori Mercedes Bresso – S&D, Elmar Brok – PPE)
  • Relazione sulla capacità di bilancio della zona euro (Relatori Reimer Böge – PPE, Pervenche Berès – S&D)

Presenti al dibattito:

Frans Timmermans – Vicepresidente della Commissione e Commissario europeo per la migliore legislazione, le relazioni interistituzionali, lo stato di diritto e la carta dei diritti fondamentali

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL delle Relazioni Verhofstadt e Bresso-Brok.

Se avete letto i due rapporti Verhofstadt e Bresso-Brok, vedrete che mancano le chiavi per risolvere la crisi europea. Non c’è nemmeno il tentativo di capirla, dato che nessuno dei sostanziali errori compiuti è riconosciuto come tale. La soluzione è meramente tecnico-istituzionale, perché le crisi  sono viste come eventi esterni o alieni, non come fallimenti dell’Unione e delle sue politiche: parlo delle politiche migratorie sempre più fondate su refoulement, del devastante dibattito sul Grexit, del Brexit che è figlio del Grexit. Parlo del disastro sociale che spinge tanti cittadini a disperare dell’Unione: il rapporto Bresso-Brok si limita a promuovere “l’idea” – giusto l’idea – di un salario minimo, quando oggi urge un reddito di cittadinanza. Il rapporto Verhofstadt tace sulla questione sociale.

I relatori assicurano di ispirarsi ai padri fondatori. Non credo l’abbiano fatto, perché i fondatori non avevano in mente una determinata linea politica. Contestavano la sovranità assoluta degli Stati per metter fine alle guerre e alla povertà che aveva distrutto l’Europa negli anni Trenta. Avevano in mente una Costituzione che permettesse l’alternarsi di scelte politiche diverse, senza pronunciarsi su di esse. I due rapporti propongono tecniche istituzionali più efficienti e rapide per perpetuare le stesse politiche che ci hanno portato alla crisi. Il destino del Fiscal Compact è esemplare: una politica rovinosa, che divide l’Europa ed estrania milioni di cittadini, viene iscritta nel marmo dei Trattati, messa al riparo dal suffragio universale, confermando spettacolarmente che l’Unione è un mercato al servizio dei più forti, non ha nulla di federale, ed è profondamente ideologica, dunque indifferente al principio di realtà.

L’Europa dia protezione al whistleblower Edward Snowden

di sabato, febbraio 4, 2017 0 , Permalink

Bruxelles, 4 febbraio 2017

Barbara Spinelli (GUE/NGL) e i deputati del Parlamento europeo Claude Moraes (S&D, Presidente della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni), Jan Philipp Albrecht (Verdi/ALE), Ana Gomes (S&D), hanno presentato un’interrogazione scritta prioritaria al Consiglio dell’Unione europea perché accolga urgentemente la richiesta di offrire protezione a Edward Snowden, come già domandato dal Parlamento europeo nelle raccomandazioni contenute in una risoluzione del 29 ottobre 2015.

Interrogazione con richiesta di risposta scritta (prioritaria) al Presidente del Consiglio

Regola 130 del Codice di procedura

Jan Philipp Albrecht (Verdi/ALE), Ana Gomes (S&D), Claude Moraes (S&D), Barbara Spinelli (GUE/NGL)

Oggetto: Risposta alla risoluzione del Parlamento che chiede la protezione di Snowden

Il 24 gennaio 2017, Mike Pompeo, candidato di Donald Trump a direttore della CIA, ha prestato giuramento davanti al Senato degli Stati Uniti. Lo scorso febbraio, l’ex deputato aveva chiesto la pena di morte per «il traditore Edward Snowden». Nel 2013 Donald Trump aveva espresso osservazioni analoghe, riferendosi a Snowden come a una «terribile minaccia» e a un «terribile traditore», ricordando che, in passato, i Paesi avrebbero giustiziato chi fosse stato considerato un traditore.  La risoluzione del Parlamento europeo del 29 ottobre 2015 sul seguito da dare alla risoluzione del Parlamento europeo del 12 marzo 2014 sulla sorveglianza elettronica di massa dei cittadini dell’UE invitava gli Stati membri a «ritirare ogni imputazione penale nei confronti di Edward Snowden, a offrirgli protezione e, di conseguenza, a evitare la sua estradizione o consegna da parte di terzi, riconoscendo il suo statuto di whistleblower e di difensore internazionale dei diritti umani». Le attività di Edward Snowden hanno considerevolmente aiutato i cittadini statunitensi ed europei ad avere finalmente accesso a quell’informazione trasparente che è un elemento centrale della democrazia.  Data la gravità delle affermazioni statunitensi e il deterioramento del clima politico che circonda il caso Snowden, quali iniziative intende prendere il Consiglio dei Ministri al fine di sollecitare gli Stati membri a rispondere alle raccomandazioni contenute nella risoluzione del Parlamento?

Versione inglese

Si veda anche:

Is Edward Snowden set to be given asylum by Europe? MEPs push EU to take in whistleblower, Nick Gutteridge, Express.co.uk

Due rapporti senza rapporto con la realtà europea

Bruxelles, 1 febbraio 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Riunione del Gruppo GUE/NGL.

Punto in Agenda:

  • Package on the future of the EU (Brok/Bresso, Verhofstadt and Böge/Berès reports)

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatrice ombra, per il Gruppo GUE/NGL, delle Relazioni “sul miglioramento del funzionamento dell’Unione europea sfruttando le potenzialità del trattato di Lisbona” (Relatori Mercedes Bresso, S&D, e Elmar Brok, PPE), e “sulle evoluzioni e gli adeguamenti possibili dell’attuale struttura istituzionale dell’Unione europea” (Relatore Guy Verhofstadt, ALDE), che saranno discusse e votate nel corso della Sessione Plenaria di febbraio (Strasburgo, 13-16 febbraio 2017).

Oggi discuteremo di quello che viene ormai comunemente soprannominato “Pacchetto sul futuro dell’Unione”. Si tratta di una triade di Relazioni – Relazione Bresso-Brok, Relazione Verhofstadt, Relazione Böge-Berès sulle capacità di bilancio della zona euro – tramite la quale il Parlamento è chiamato a esprimere la propria visione dell’Unione futura, e la propria risposta al Brexit. Mi concentrerò sulle prime due, come shadow in Commissione Affari Costituzionali.

Fin da subito è stato chiaro che i due rapporti erano stati pensati come frutto della grande coalizione tra le forze maggioritarie del Parlamento: la coalizione che oggi Gianni Pittella ritiene defunta. Due testi compatti e inscindibili in cui la relazione Bresso-Brok vorrebbe rappresentare la risposta, a Trattati costanti, alle crisi dell’Unione, introducendo però, allo stesso tempo, le proposte di modifica dei Trattati che troveranno attuazione nella Relazione Verhofstadt. Il nesso inscindibile è stato anche di carattere procedurale. Il Rapporto Verhofstadt doveva partire non appena il suo predecessore avesse trovato una forma più o meno definitiva.

Anticipo fin da subito il mio giudizio finale sulle relazioni. Come shadow ho dato indicazione di votare contro entrambi i testi in Commissione AFCO e tale sarà la posizione che suggerirò per la plenaria. Questo per due ordini di motivazioni: una di carattere procedurale, l’altra sostanziale.

Quanto alla procedura: sin dal principio i testi sono stati presentati come blindati, impenetrabili. La discussione tra relatori ombra è stata evitata, e il Brexit ha acutizzato la “fretta politica” di adottare i testi prima dell’attivazione dell’articolo 50 da parte del Governo britannico. Giusto per darvi un’idea: la relazione Bresso-Brok è stata presentata in Commissione AFCO il 14 gennaio 2016, ma distribuita solo la sera precedente ai relatori ombra. La scadenza per emendamenti è stata fissata al mese seguente senza alcuno scambio intermedio. Vi è stata un’unica riunione con i relatori ombra il 7 novembre che è stata interrotta in modo burrascoso, con la scusa che mancava l’accordo sulla procedura da seguire. È stato quindi chiesto ai relatori ombra di fornire input scritti sui compromessi, ma soltanto su quelli in cui fosse stato integrato almeno un proprio emendamento. Ancora più incredibile il rapporto Verhofstadt. Prima discussione in AFCO il 12 luglio. Unica riunione con gli shadow a metà novembre, a giochi fatti. Il relatore ombra veniva tramutato in osservatore esterno, e impotente.

2) Veniamo ora alla sostanza dei testi, che affronterò insieme visto che formano un unico pacchetto. Entrambi partono dal presupposto che l’Unione sia attraversata da crisi multiple. Diagnosi ovvia, di per sé. Sono le radici della crisi che vengono obnubilate, producendo un’analisi che ritengo profondamente fuorviante. Si tratta in tutti i casi, a parere dei relatori, di crisi esterne – rifugiati, terrorismo, economia, euroscetticismo – che non solo avrebbero colpito l’Unione come una calamità imprevista ma che sarebbero tutte dovute a difetti istituzionali dell’Unione (lentezza del decision making, sovranazionalità insufficiente) e mai originate da scelte politiche sbagliate dell’Unione. Per forza di cose la soluzione rispecchia i vizi di tale analisi: non è la natura stessa delle politiche a dover essere rimessa in questione, ma la modalità con cui sino a ora sono state applicate. Non è la policy a dover essere ripensata e riscritta, cioè le scelte programmatiche, ma la politics, cioè la gestione tecnica del potere (il rapporto di forza tra Stati, e tra Stati e organi comunitari). La politics (le “regole”, per usare il linguaggio di Draghi) deve servire a perpetuare scelte indiscusse (Fiscal compact, moneta, migrazione), o che sono da promuovere alla luce dell’elezione di Donald Trump (difesa). Di qui l’appello dei Rapporteurs a una governance che sia snellita, velocizzata, di fatto accentrata, e che addirittura costituzionalizzi tali scelte, inserendole nei Trattati. In parte è l’istituzionalizzazione dello status quo, in parte è la proposta di una politica più assertiva – in politica estera e di difesa, nei rapporti con la Nato – che non sia intralciata in Parlamento da pareri discordanti. Questo dovrebbe avvenire attraverso l’aumento delle decisioni prese a maggioranza qualificata invece che all’unanimità; la creazione di un Consiglio degli Stati che inglobi i Consigli specializzati; la trasformazione della Commissione Europa in vero governo dell’Unione; la creazione di un ministro comune delle Finanze e degli Esteri; la fusione del Presidente dell’Eurogruppo con il Commissario economico; la riduzione drastica delle “eccezioni alle regole UE”.

Nonostante i relatori abbiano, a più riprese, insistito sulla natura prettamente istituzionale dei testi presentati, le proposte di riforma della governance contengono chiare linee politiche, riproponendo e consolidando le medesime misure che hanno condotto al marasma dell’Unione: crisi economica e sociale; violazione dei principi di solidarietà tra Stati membri; volontà di impotenza davanti all’afflusso dei rifugiati e crescente esternalizzazione delle politiche d’asilo; disprezzo sistematico dei principi di diritto internazionale, frantumazione dello spazio Schengen, da restaurare solo a condizione che l’esternalizzazione funzioni alla perfezione. Tutto ciò senza la sia pur minima ombra di rimessa in questione di se stessa, da parte dell’Unione, e di analisi dell’inadeguatezza delle politiche proposte.

Così nella sfera economica, attraverso la “costituzionalizzazione” delle misure di austerità; così nella gestione della questione migratoria, incentrata sulla deliberata violazione del principio di non refoulement; così nella politica estera e di difesa, attraverso la creazione di una difesa comune fondata su un riarmo stile guerra fredda (alle frontiere orientali) e volta a cristallizzare le fallimentari politiche di regime change perpetrate a partire dagli anni ‘90.

Spicca l’assenza di una qualunque credibile alternativa per affrontare la crisi sociale e la crescente sfiducia dei cittadini verso l’attuale progetto europeo. Sfiducia chiamata sbrigativamente populista o nazionalista. I diritti sociali sono sì menzionati nella Relazione Bresso-Brok, ma sempre come elementi funzionali alla competitività del mercato interno e dell’Unione economica e monetaria. La relazione Verhofstadt è assolutamente silente sulla questione sociale. Un breve capitolo è dedicato ai diritti umani, sotto forma di precetti generici e sconnessi da analisi profonde della materia. Una sorta di omaggio che il vizio rende alla virtù: una strategia che chiamerei di volontaria negazione della realtà.

Purtroppo le nuove regole di procedura (frutto anch’esse della grande coalizione) rendono più difficile proporre emendamenti in plenaria. Sarà mia cura proporre vari emendamenti, la cui presentazione sarà tuttavia legata all’appoggio di altri gruppi politici, visto che abbiamo ora bisogno di ben 76 firme per ogni emendamento. In effetti, abbiamo a che fare con un’ampia maggioranza favorevole a entrambe le relazioni, che comprende il PPE, S&D, ALDE e anche i Verdi.

Per questo motivo, la mia intenzione sarebbe quella di concentrarmi su emendamenti nuovi che possano introdurre elementi migliorativi e attualmente assenti dalle Relazioni, piuttosto che cercare di modificare paragrafi già esistenti – tenendo ferma comunque la mia generale contrarietà ai testi e a singoli paragrafi.

I temi su cui focalizzerò gli emendamenti saranno perciò: la centralità della politica sociale, compresa la piena applicazione della Carta Sociale Europea, e la necessità di un’inversione di rotta delle politiche economiche con abbandono totale dell’austerità a fronte di un rilancio di consistenti piani di investimenti (New Deal); la possibilità legale di un’uscita ordinata dall’Euro senza che ciò implichi l’uscita dall’Unione; l’urgenza della questione ambientale con un richiamo al “diritto della natura” presente in alcune costituzioni latino-americane; una politica migratoria fondata sul diritto e non sull’esternalizzazione e sulla violazione della Convenzione di Ginevra; una politica estera e di sicurezza fondata sulla promozione della pace, il disarmo e la centralità dei diritti.

Quel che mi auguro, è di riuscire a costruire più ampie maggioranze in seno al Parlamento, su questi temi fondamentali. Sarà difficile, ma vale la pena provare cose difficili.

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