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Andare alle urne col Covid ancora vivo sarebbe una catastrofe

di Barbara Spinelli

Una versione più breve di questo testo è stata pubblicata su «Il Fatto Quotidiano» il 5 gennaio 2021

Andare al voto dopo una letale conta al Parlamento sarebbe un incubo, per gli italiani d’ogni colore politico. Per molti politici e giornali non è così, ma chi ordisce Mezzogiorni di Fuoco non sa la storia tragica che noi tutti stiamo vivendo. Non è bene farsi guidare dalla paura che vinca la destra, scrivono Gad Lerner e Franco Monaco, ma la paura oggi è un’altra: che cada il governo mentre il Covid muta e s’incattivisce, nel mezzo di una macchinosissima campagna di vaccinazione, con oltre 75.000 morti alle spalle. Renzi il picconatore non è la bolla sgonfiata descritta da Occhetto. È un piccolo uomo smanioso che pensa a fatti suoi, tratta le proprie ministre come birilli e forte dell’appoggio di qualche lobby guarda ai soldi europei. Prodi che si conta in Parlamento non c’entra. Erano altri tempi: imparagonabili. Spero che Conte ci risparmi il voto. Non tanto perché vincerebbe la destra, ma perché il suo governo sta affrontando a testa bassa, e con il consenso di una maggioranza di italiani, una prova mai vista.

© 2021 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Purtroppo i morti di Covid non possono sentire le scuse del signor Guzzini

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 16 dicembre 2020

Dice tale signor Domenico Guzzini, che addirittura ricopre la carica di presidente di Confindustria Macerata, che “le persone sono un po’ stanche di questa situazione” – cioè delle restrizioni imposte dalla pandemia – “e alla fine vorrebbero venirne fuori. Anche se qualcuno morirà, pazienza. Così diventa una situazione impossibile per tutti”.

Tengo a precisare che per i circa 800 morti al giorno la situazione non è “diventata impossibile” ma semplicemente è stata annullata: nel momento che muori il luogo in cui sei “situato” è una bara o un’urna cineraria. La tua situazione è questa. E tutt’intorno alla tua bara o alla tua urna ci sono milioni di facce con i tratti canaglieschi di Guzzini. Bella prospettiva. Fortuna che sei morto e non li vedi.

Sono dunque del tutto insensate le parole successive del suddetto, a cominciare dalla marcia indietro e dalla richiesta di scuse. A chi chiede scusa il signore in questione? Ai morti non può, pur essendo gli unici cui dovrebbe rivolgersi, perché non sono in grado di ascoltarlo e di accogliere le inutili scuse. Dunque chiede scusa perché i media non facciano baccano, e così facendo aggrava ancor più le cose. “Quando ho riascoltato ho realizzato quanto fosse grave e distante da ciò che penso”, dice ancora.

Dunque questo signore parla davanti a un microfono, afferma che se muoiono a migliaia che ci vuoi fare pazienza, poi “riascolta” quel che dice e d’un tratto “realizza”. C’è qualcosa che non va, nel suo cervello: emette suoni in una conferenza pubblica, e si rende conto di quel che ha emesso solo quando si riascolta. Andrebbe licenziato in tronco e qualcuno con un po’ di pietà potrebbe consigliargli un medico.

Non solo la Confindustria dovrebbe farlo – tramite una pubblica messa al bando – ma soprattutto i dipendenti dell’azienda di oggettistica per la casa che Guzzini si trova a dirigere dal gennaio scorso. Non credo che Bonomi farà nulla di simile, perché lui fa parte delle persone che sono “un po’ stanche” di Giuseppe Conte più che della pandemia. Ma forse i dipendenti di Guzzini hanno qualcosa da dire, e se lo faranno non proveranno vergogna riascoltandosi.

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Il premier non si faccia logorare: sfidi le bugie di Renzi

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 12 dicembre 2020

 

Non essendo esperta in consigli al Principe, e non sapendo quel che Renzi abbia esattamente in mente, temo di non averne da dare al presidente del Consiglio. Temo che la condotta di Renzi sarà la stessa – boicottare, ricattare, distruggere – quali che siano le iniziative più o meno inclusive di Giuseppe Conte.

La condotta del capo di Italia Viva è stata la stessa fin dall’inizio della pandemia: fin da quando accusò il governo di mettersi al servizio degli scienziati, sostenendo che il loro potere fosse abusivo al pari di quello esercitato dai magistrati negli anni 90.

Di certo non consiglierei al presidente del Consiglio di farsi logorare senza batter ciglio, né tantomeno – in piena pandemia, con quasi 1000 morti al giorno– di mandarci alle urne.

Renzi si può sperare di sfidarlo solo smontando le sue bugie, e dicendo a lui e a chi lo sostiene che abbiamo bisogno di esperti e task force capaci di gestire i fondi Ue con acutezza e integrità, perché la pandemia per forza cambia gli equilibri classici della politica e perché l’anno che ci sta di fronte sarà molto più nero di quanto possiamo immaginare.

È evidente che con l’arrivo dei vaccini sarà più che mai difficile far capire agli italiani la necessità delle misure di protezione (mascherine, distanziamento fisico, igiene): la crescente insofferenza verso scienziati allarmati come Andrea Crisanti o Massimo Galli è già un pessimo segnale. Varrà la pena farsi forti del loro giudizio, essendo quest’ultimo il più aderente alla realtà dei fatti.

Eviterei ogni trionfalismo sui vaccini, pur insistendo sul progresso scientifico che essi rappresentano. Punterei il massimo sforzo, finanziariamente, sulla contemporanea ricerca di protocolli e terapie risolutivi del Covid-19.

Comitati d’affari e lobby sono contro il premier

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 11 dicembre 2020

Classificando i capi di governo che nel 2021 saranno più influenti, il giornale Politico mette Giuseppe Conte in cima ai politici più “attivi” (“The Doers”), accanto alla figura dominante che resta Angela Merkel. Fa una certa impressione se ripercorriamo con la mente gli ultimi dibattiti in parlamento, e le parole di disprezzo pronunciate non tanto da Salvini o Meloni quanto da rappresentanti della maggioranza come Matteo Renzi, che hanno giurato a sé stessi di affossare il premier a ogni costo: proprio nel mezzo della seconda ondata Covid, alla vigilia della terza ondata che ci aspetta, con più di 60.000 morti alle spalle. Un piccolo uomo, Renzi, che coltiva l’unica arte in cui eccelle: l’egolatria e l’invidia.

La classifica fa impressione, ma non stupisce: durante la fase più buia del confinamento, Conte è diventato molto popolare fra gli italiani. Adesso che siamo in piena seconda ondata la sua popolarità scende, ma quella delle sue politiche di contenimento e restrizioni (la sua figura di Doer) non scende affatto.

Simile consenso manda in bestia chi congiura contro di lui, nella maggioranza. Indispone non solo Renzi, ma buona parte del Pd e quasi tutti i giornali mainstream. Questo e non altro è stupefacente nella classifica di Politico: che Renzi, e chi dietro la sua persona si nasconde, siano così sconnessi dalla realtà, e lontani da quello che gli italiani percepiscono mentre traversano l’agonia del Covid.

C’era un tempo in cui erano molti in Europa a guardare Conte dall’alto, quasi fosse un quadrupede scimmiesco sceso or ora dall’albero. Il 12 febbraio 2019 a Strasburgo ero nei banchi del Parlamento europeo quando uno dei suoi più arroganti deputati, il liberale Guy Verhofstadt, inveì contro il presidente del Consiglio presente in aula come invitato. Lo prese a male parole: “Per quanto tempo ancora sarà il burattino mosso da Di Maio e Salvini?”. L’aggressione fu un evento inusitato, ma non meno inusitata fu la replica, lapidaria, del presidente del Consiglio: “Non sono un burattino. Forse i burattini sono coloro che rispondono a lobby e comitati d’affari”. Ricordo che provai vergogna: non come italiana, ma perché avevo conosciuto bene, e sistematicamente evitato, le lobby e i comitati d’affari cui Conte alludeva.

Quando sento Renzi, quando provo a immaginare che gli fa da sponda nella maggioranza e fuori, mi dico che è come se la classe politica italiana continuasse a essere quella descritta da Verhofstadt, mentre nel frattempo non solo l’Europa s’è ravveduta ma anche il popolo italiano. A cambiare i giudizi su Conte è stata una serie di sue iniziative: il suo agire durante il Covid, a partire dal primo lockdown; il suo affidarsi al Comitato tecnico scientifico; lo spazio riaperto alla programmazione, dopo quarant’anni di trionfo dei mercati. Le varie task force cui sarà affidata l’implementazione del Recovery Plan sono parte di questa svolta, che sta avvenendo in buona parte d’Europa (anche la Francia ha resuscitato il vecchio Commissariato al Piano e ha un Monsieur Vaccin che si chiama Alain Fischer. Anche Angela Merkel si appoggia sull’Istituto Robert Koch (RKI) e su virologi di prestigio come Christian Drosten). Ovunque parlamentari e presidenti di regioni sono chiamati a fare passi indietro, in maniera più o meno negoziata e faticosa. Non meno faticosa in Germania: mentre il Parlamento italiano s’infiammava, mercoledì, la Merkel pronunciava nel Bundestag una supplica disperata, perché nel suo Paese i contagi e i morti aumentano e una gran parte di Länder recalcitrano.

La tenacia di Conte durante il primo lockdown divenne così un modello, in Europa. Nei suoi podcast settimanali, il virologo Drosten citava ripetutamente i metodi italiani e in particolare lo studio su Vo’ Euganeo, la cittadina dove si era verificato il primo decesso per coronavirus in Italia (Crisanti era il coordinatore della ricerca) e dove era stata scoperta l’importanza dei contagiati asintomatici. Ancora di recente, quando la Francia annunciò il secondo confinamento, i governanti francesi accennarono all’assunzione di nuovi medici in Italia.

Il Recovery Plan è spesso descritto come iniziativa franco-tedesca e di sicuro lo è. Ma essa non avrebbe avuto luogo se Conte – con Madrid e Lisbona – non avesse spinto per ottenere il salto di qualità che l’Unione non aveva saputo fare dopo la crisi del 2008: l’indebitamento in comune, per fronteggiare la più grande sciagura abbattutasi nella storia del continente.

Non è detto che Conte supererà le faide della sua maggioranza. Ma una cosa è certa: esistono poteri che faranno di tutto per abbatterlo, e azzerare il cambio di rotta impresso alla politica e all’economia del paese. Sono forze indifferenti alla sciagura pandemica, che non ascoltano i moniti di Crisanti o Massimo Galli, che vogliono restituire prerogative alla politica classica: quella che si è resa responsabile della nostra gigantesca impreparazione sanitaria, che per anni ha mostrato di non saper spendere i soldi Ue permettendo che ne lucrasse la malavita. Quando penso a quel che accadde nel 2019 a Strasburgo, mi dico che le accuse di Verhofstadt dovrebbero oggi essere rivolte a chi vuol abbattere Conte. Mi chiedo a cosa mirino i disfattisti: di quali lobby, di quali comitati d’affari siano oggi i burattini. Sento risuonare un immenso “chi se ne frega” a proposito della pandemia, più che mai acuto da quando sono in arrivo i vaccini.

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Il veleno che minaccia il Recovery Plan

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 27 novembre 2020

 

Quando approvarono il Piano di ripresa Covid, il 21 luglio, i leader del Consiglio europeo dovettero transigere sulla questione stato di diritto, per poter ottenere l’accordo unanime dei 27 Stati membri. Polonia e Ungheria respingevano ogni condizionalità legata al rispetto della rule of law, e il comunicato finale ne tenne conto.

Esso si limita a ricordare che “gli interessi finanziari dell’Unione sono tutelati in conformità dei principi generali sanciti dai trattati dell’Unione, in particolare i valori di cui all’articolo 2 dei Trattati. Il Consiglio europeo sottolinea l’importanza della tutela degli interessi finanziari dell’Unione. Il Consiglio sottolinea l’importanza del rispetto dello Stato di diritto” (l’articolo 2 contiene raccomandazioni su democrazia e stato di diritto).

Il compromesso tuttavia è sgradito a una serie di Stati (i “frugali” in prima linea) che vogliono condizionare in vari modi i fondi iscritti nel bilancio UE, compreso il Piano Covid da loro avversato sin da principio. È il motivo per cui i governi di Polonia, Ungheria e Slovenia hanno opposto il veto: niente bilancio pluriannuale e piano Covid, se la condizionalità non viene ritirata o magari mitigata. Anche il Parlamento europeo rifiuta compromessi, avendo recentemente votato in favore di condizionalità forti sul rispetto della rule of law: sono in gioco – dicono i deputati – principi dell’Unione come la separazione dei poteri, il pluralismo, la libera espressione.

Queste preoccupazioni sono più che legittime, se consideriamo la degenerazione democratica in Polonia e Ungheria. Ma l’intera controversia è profondamente viziata e insidiosa, se esaminata alla luce di una pandemia che sta mettendo in ginocchio il continente con una distruttività mai vista in tempi di pace. Il dibattito attorno allo stato di diritto è condotto come se non vivessimo tempi di peste, come se l’Unione non avesse alcun tipo di strumento per ottenere il rispetto della rule of law (l’articolo 7 dei Trattati prevede la sospensione dei diritti di voto del singolo Stato in caso di chiare e persistenti violazioni) e come se in colpa fossero solo i Paesi dell’Est. Verrà certo il momento in cui occorrerà superare gli ostacoli che rendono inutilizzabile l’articolo 7, l’ostacolo principe essendo la regola dell’unanimità. Sono anni ormai che Parlamento e Commissione cercano vie alternative. Ma il momento non è questo, a meno che non si voglia affossare il Recovery Plan usando la democrazia come pretesto.

A ciò si aggiunga che condizionalità e sanzioni suscitano risentimenti crescenti negli Stati membri, dopo le politiche di austerità imposte dall’alto della troika a una Grecia umiliata e devastata. È inevitabile che il risentimento risorga ancora più intenso in pieno tifone Covid. Se davvero siamo in emergenza, sia sanitaria sia economico-sociale, non si possono ostinatamente rispolverare metodi punitivi che hanno già più volte lacerato l’Unione.

Prima ancora che esplodesse la pandemia, l’ex presidente della Commissione Juncker – tra i primi responsabili dei piani di austerità – fu esplicito nel condannare questa coazione a ripetere gli errori fatti con Atene. Il 1° gennaio 2017 commentò così i piani tedeschi – e poi franco-tedeschi – di condizionamento sullo stato di diritto: “Sono dell’opinione che non dovremmo vararli”. Aggiunse che le minacce non sono un buon metodo per imporre la disciplina finanziaria o il rispetto dello stato di diritto: “Credo che non sarebbe una buona cosa dividere l’Unione in questo modo: sarebbe veleno per il continente”.

Sono veleno entrambi: i veti come le minacce di sottrazione di fondi. In primo luogo perché a patirne sarebbero popolazioni dell’Unione molto bisognose di aiuti europei, anche se governate dispoticamente. In secondo luogo, la lotta sui “valori” è discriminatoria. Nel discutere e proporre nuovi meccanismi sulla rule of law, l’Unione e il suo Parlamento sono altamente selettivi. Le condanne più severe riguardano i paesi dell’Est, non senza ragione, ma quelli dell’Ovest, specie se “fondatori”, restano intoccabili al massimo grado. Il governo spagnolo di Mariano Rajoy violò manifestamente lo stato di diritto, impiegando violenze sproporzionate contro gli indipendentisti catalani e imprigionando i suoi leader.

Non meno pesante la situazione in Francia. È di questi giorni l’approvazione di una legge di “sicurezza globale” che vieta di fotografare o filmare l’uso di violenza poliziesca eccessiva nelle manifestazioni. È un autentico bavaglio imposto ai fotoreporter che negli ultimi due anni – durante i tumulti dei Gilet gialli – hanno rivelato lesioni del diritto e violenze sproporzionate inflitte da armi semi-letali tra cui i proiettili di gomma LBD 40 (migliaia di feriti, 25 accecati, 5 vittime di mutilazione della mano). A settembre è uscito il documentario del giornalista che ha puntigliosamente raccolto testimonianze sulle violenze, David Dufresne. Il film s’intitola Un pays qui se tient sage – Un paese che si comporta bene. Nel 95% dei casi, i video recuperati da Dufresne sono diffusi in rete da anonimi provvisti di cellulare.

L’articolo 24 della nuova legge sulla sicurezza vieta proprio queste immagini, specie se disseminate da reporter non accreditati (la rete è considerata nemico numero uno). Simili violenze sono state condannate dall’Onu. È condannabile anche la brutalità con cui lunedì è stato sgomberato un accampamento di migranti a Place de la République, a Parigi. Né si può dimenticare che l’Unione intera è responsabile di violazione del diritto internazionale per le migliaia di rifugiati lasciati morire in mare.

Il Recovery Plan e la decisione di indebitarsi collettivamente e non più come singolo Stato rappresentano un prezioso progresso, facilitato dall’insistenza di Italia e Spagna. I vecchi meccanismi intergovernativi d’assistenza, come il Mes non del tutto emendato, sono superati da un’iniziativa che non vede più contrapposti creditori con la frusta in mano e debitori che si ritrovano, sempre più impoveriti, sul banco degli imputati.

Naturalmente è grave che permanga lo scoglio dell’unanimità (compresa l’unanimità dei 27 Parlamenti sul Piano Covid). L’Unione resta la costruzione imperfetta che è, senza strategie di ricambio. Ma come nel racconto di Conrad, quando sei assalito dal Tifone non c’è tempo per discettare sulle migliori “strategie della tempesta”. Ti piove addosso il cielo, e unico compito del comandante della nave è portare in salvo, se può e come può, equipaggio e passeggeri.

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L’islamofobia e la laicità sfigurata

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 6 novembre 2020

 

In principio i francesi li chiamavano arabi, appellativo che assume connotazioni peggiorative alla fine degli anni 70, producendo ingiurie come bicot o bougnoule. Poi gli arabi diventano islamici, o peggio islamo-fascisti se non prendono le debite distanze pubbliche dagli atti terroristici compiuti in nome di Allah.

Dopo l’11 settembre il secondo epiteto si diffonde. Il giornalista Thomas Deltombe critica nei primi anni 80 l’“islamizzazione degli sguardi”. Sono gli anni in cui si discute l’interdizione del velo indossato dalle donne musulmane negli spazi pubblici. Alcuni interpretano la proibizione come il divieto di nascondere il proprio volto ovunque, mentre la legge si applica solo nelle istituzioni pubbliche: “Il cittadino ha il diritto di credere o non credere, e può manifestare all’esterno tale credenza o non-credenza, nel rispetto dell’ordine pubblico”, così scrive Nicolas Cadène, membro dell’Osservatorio della Laicità, in un ottimo manuale uscito in ottobre con la prefazione di Jean-Louis Bianco, presidente dell’istituto governativo (En finir avec les idées fausses sur la laïcité – Farla finita con le idee false sulla laicità). Molti chiedono subito l’espulsione dall’Osservatorio dei due autori. Fortunatamente il Presidente Macron non cede.

Sulla rivista «Regard», Aude Lorriaux ricorda la definizione dell’ebraismo che Sartre diede nel 1944: “È l’antisemita che crea l’Ebreo”. Definizione riduttiva e giustamente controversa, che però fu adattata all’Islam dalla scrittrice Karim Miské nel 2004: “È l’islamofobo che crea il musulmano” (è discutibile anche questa variazione: l’islamofobo semmai “crea” l’Islam radicale).

Grosso modo è questa la storia che precede gli attentati delle ultime settimane, e le dispute su Islam e laicità ricominciate in Francia. Più ancora che in passato, gli argomenti islamofobi escono dai territori di estrema destra e diventano linguaggio non sempre esplicito ma dominante. Macron scongiura le derive, ma è pur sempre lui ad aver denunciato il “separatismo” che affligge la vasta comunità musulmana (4,7 milioni). A Nizza promette sostegno ai cristiani martoriati ma non ai musulmani che col terrorismo non hanno nulla a che fare.

Il ministro dell’Educazione Blanquer accusa di complicità con il terrorismo chiunque difenda nelle accademie l’“intersezionalità”, termine coniato dalla giurista statunitense Kimberlé Crenshaw per descrivere la sovrapposizione (o “intersezione”) di diverse identità sociali o religiose. Il ministro dell’Interno Darmanin ordina la chiusura della moschea di Pantin presso Parigi (aveva diffuso un video sulla vicenda Paty) e di due associazioni che lottano contro l’islamofobia, dichiarandosi nel frattempo “scioccato per la presenza nei supermercati di reparti halal e casher”. Nel mirino del ministro: i deputati “islamo-gauchisti” di France Insoumise, il partito di Mélenchon. La laicità viene sfigurata, trasformata in uno strumento di guerra anziché di convivenza con comunità gelose della loro autonomia, nel rispetto dell’ordine pubblico.

Tranne alcune eccezioni, anche in Italia lo sguardo si islamizza e la laicità è presentata come valore supremo, refrattario a compromessi (“Ogni compromesso è compromissione”, twitta Darmanin, mentre nel suo manuale Cadène afferma che la laicità “non è affatto un valore ma un metodo”). Alcuni scrivono che le religioni sono “categorie del passato”. Sono citati Cristianesimo e Islam (non l’Ebraismo, protetto da salutare tabù). L’eccezione ebraica rende ancora più offensiva la designazione di Cristianesimo e Islam come “categorie”. Chi ci dà il diritto di fissare la data di scadenza delle religioni, quasi fossero etichettabili cibi in scatola?

Un post di Carlo Rovelli, filosofo della scienza, accende la miccia in Italia due giorni dopo la feroce decapitazione del maestro Samuel Paty a Conflans-Sainte-Honorine. Per spiegare cosa sia la libertà d’espressione, Paty aveva mostrato in classe una vignetta di «Charlie Hebdo» – la più brutta, quella che illustra il Profeta nudo, inginocchiato e col sedere scoperto. Non è ancora chiaro cosa abbia detto agli alunni musulmani: se veramente li abbia invitati a girare la testa o andarsene, qualora si sentissero offesi. Se così stanno le cose Paty resta vittima di un’efferatezza allo stato puro, ma la sua lezione di educazione civica non era ben fatta.

È quello che sostiene Rovelli, ragionando così: “Non penso che debbano esserci leggi che vietano di pubblicare questo o quello. Ma penso che offendere, e poi – dopo essersi resi conto che offendere ferisce delle persone –, continuare ancora a offendere non sia un comportamento né apprezzabile, né ragionevole. Dobbiamo vivere insieme su questo pianeta. Non possiamo farlo rispettandoci? Non costa proprio niente evitare di offendere i musulmani pubblicando immagini offensive di Maometto. E, diciamoci la verità: le avete viste? sono davvero offensive. Crediamo forse di essere più democratici, più paladini della libertà, offendendoci a vicenda? Offendendoci, non facciamo che alimentare la violenza, dividerci in gruppi in conflitto, mostrare il grugno duro ‘io non mi faccio spaventare da voi anche se mi uccidete!’, ‘io sono più duro di te’”.

Non solo alimentiamo la violenza. Alimentiamo quello che Macron vuol scongiurare: il separatismo di intere comunità. E questo in tempi di lockdown sanitari, quando la popolazione è chiamata a unirsi contro ogni secessionismo negatore del Covid. Quando è consigliabile facilitare i compromessi con tutte le comunità religiose, anche le fondamentaliste, se queste ultime rispettano la legge e l’ordine pubblico.

L’islamofobia più o meno latente si dichiara favorevole a una laicità che scambia per secolarismo o intiepidirsi delle religioni, e minimizza le virtù del compromesso. Il sociologo François Héran, uno dei massimi esperti di migrazione nel Collège de France, ricorda opportunamente come compromesso e compromissione non siano mai sinonimi. Cita il filosofo Paul Ricoeur: “Il compromesso non è un’idea debole, ma al contrario estremamente forte. Nel compromesso ognuno resta al suo posto, e nessuno è privato del proprio ordine di giustificazione”. La laicità francese è una grande conquista, ma rischia il fallimento quando se ne fa abuso.

Se nelle scuole si discutesse di libertà di espressione senza ripetutamente mostrare le vignette di «Charlie Hebdo», e si spiegasse quel che essa significa con le parole – evocando ad esempio la storia delle caricature politico-religiose in Francia come suggerito da Héran – avremmo fatto un importante passo avanti verso compromessi che non dividono le nazioni oltre misura.

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La fine delle grandi illusioni di Macron

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 30 ottobre 2020

Con molte settimane di ritardo, Macron ha finalmente annunciato mercoledì un secondo lockdown: era ora che lo facesse, considerato l’espandersi incontrollato del virus sin da luglio.

Era ora che la lunga e ottusa illusione finisse, anche se di essa permangono alcuni inquietanti frammenti: come quando il presidente assicura che “tutti in Europa sono sorpresi dall’evoluzione del virus”, o che il primo confinamento “aveva abbattuto (stoppé) il Covid”. Il lockdown sarà alleviato –non chiudono servizi pubblici, imprese, scuole, nidi, residenze per anziani; le università tornano a insegnare online – ma il colpo è duro. Ancor più duro dopo l’attentato islamista che ha ucciso tre cittadini in una basilica a Nizza, a tredici giorni dalla decapitazione a Conflans. La Francia fronteggia la doppia sciagura lockdown-terrorismo nel pieno della propria impotenza.

Il lockdown durerà fino al 1° dicembre (“come minimo”: il traguardo è 5.000 positivi al giorno). Ogni quindici giorni ci sarà una revisione: alcune attività potranno riaprire se i contagi scenderanno. Lo scopo – in Francia come altrove – è “salvare il Natale” e la sua manna consumistica.

Il ritardo dell’intervento francese è messo in rilievo da molti esperti. Il Comitato scientifico aveva consigliato già in estate di aprire gli occhi, con misure più drastiche o nuovi lockdown, e si era trovato alle prese con un Eliseo stizzito, e con un fronte mediatico che ripeteva il mantra: “Nessun altro confinamento, visto che non lo vogliamo”. L’11 settembre il governo dava assicurazioni perentorie in tal senso.

Nei giorni precedenti l’Eliseo si era scontrato con il presidente del Comitato scientifico, Jean-François Delfraissy, che di fronte alla progressione esponenziale del virus giudicava ormai insufficienti mascherine obbligatorie e test migliorati. Il capo dello Stato lo richiamò all’ordine, spiegandogli che non spetta ai tecnici ma solo ai politici prendere decisioni. Jean Castex, nuovo premier, offrì dunque misure blande. Il periodo di isolamento dei casi positivi passò da 14 giorni a 7. I laboratori in affanno furono invitati a esaminare solo i sintomatici. Si diffuse la notizia di un vaccino imminente (ieri Macron ha detto che non arriverà prima dell’estate prossima).

In un primo tempo furono quindi sconfitti sia il Comitato scientifico sia il ministro della Salute Olivier Véran, che preferivano chiusure radicali di bar e ristoranti nelle città da mesi sotto flagello. Il 5 ottobre furono chiusi i bar, ma non i ristoranti. Poi venne il coprifuoco, ma era troppo tardi. A Parigi chiunque ha potuto constatare nelle ultime settimane come i bar, fungendo anche da ristoranti, restassero sovraffollati: all’aperto e dentro, e di giorno prima del coprifuoco serale.

Il ritardo ha assunto forme di diffuso negazionismo ed è costato migliaia di morti, una situazione ospedaliera allo stremo, il quasi azzeramento delle terapie intensive a Parigi o Marsiglia, dove il virus aveva fatto un ritorno distruttivo sin da luglio-agosto. Macron ha dovuto ammettere mercoledì che in assenza di una nuova stretta, i “morti supplementari saranno 400.000 entro qualche mese”.

Il Comitato scientifico e i virologi più avvertiti hanno fortunatamente ripreso il sopravvento, anche se moniti e critiche permangono: l’epidemiologa Catherine Hill, ad esempio, ha denunciato dopo il discorso di Macron l’incapacità, immutata, di controllare le catene di contagio, di tracciare i contatti dei positivi, di testare rapidamente sintomatici e asintomatici. Posizioni simili sono paragonabili, da noi, a quelle di Massimo Galli o al verdetto di Andrea Crisanti (“Siamo al punto di partenza, i sacrifici degli italiani sono stati resi inutili. Il tracciamento si è sbriciolato”).

È un conforto che i verdetti deprimenti siano infine ascoltati. Chi ha vissuto ultimamente in Francia, specie a Parigi, era quotidianamente sbigottito: bar pieni zeppi, strade sovraffollate, mascherine portate controvoglia, come se indossarle fosse una fissa di indisponenti ipocondriaci. Se non ci sono stati episodi spettacolari come quelli italiani (Salvini o Sgarbi che si strappano la maschera) è perché il rifiuto era diffuso capillarmente in Francia, tra giovani e non giovani che non sono mai stati bene informati o il più delle volte hanno disdegnato ogni informazione. Ci sono voluti più di sei mesi per ammettere che il virus non si propaga solo attraverso le famose goccioline – come ripetono ancora tanti esperti in Italia – ma attraverso goccioline che evaporando diventano aerosol, cioè l’aria che respiriamo. Ci sono voluti più di sei mesi perché le mascherine divenissero obbligatorie anche nei luoghi aperti.

Ieri Macron ha respinto con giusti argomenti la strategia dell’immunità collettiva, ma più volte ne ha subito le lusinghe. La fece propria quando indisse le elezioni municipali, per ricredersi due giorni dopo e decidere il lockdown, o in estate quando mostrò fastidio verso l’allarme degli scienziati. Occorre “cavalcare la tigre”, era la parola d’ordine. Bisogna “vivere col virus”, ripeteva l’Eliseo quando s’accorse (senza ammetterlo) che il primo confinamento non aveva “stoppato” alcunché. Per l’ennesima volta è ora costretto ad abbandonare la grande illusione dell’immunità collettiva constatando che il trittico anti-Covid (testare-tracciare-isolare) si è, come dice Crisanti, sbriciolato.

L’Eliseo adotta adesso l’inevitabile lockdown, ma elementi cruciali tuttora mancano: un’analisi dei macroscopici fallimenti post-confinamento e l’ammissione che la tigre non può essere “cavalcata”, a meno di non accettare centinaia di migliaia di morti entro poche settimane.

Non per ultima, manca la coscienza che in tempi di pandemia e terrorismo non è davvero il caso di lacerare il Paese, e che dopo gli attentati di Conflans e Nizza occorrono parole di sostegno ai cattolici, ma anche di conciliazione con la vastissima comunità musulmana. La denuncia del terrorismo islamista dovrà prima o poi combinarsi con una presa di distanza sistematica dall’islamofobia.

Tornando più particolarmente al Covid: ogni volta che Macron ha abbandonato la chimera dell’immunità collettiva le cose sono andate un po’ meglio in Francia. Ma anche ora, come all’uscita dal primo lockdown, è del tutto assente una chiara indicazione su quel che occorrerà fare o evitare di fare dopo il 1° dicembre, sugli errori da non ripetere, sulle grandi illusioni di cui bisognerà sbarazzarsi, specie nelle vacanze di Natale quando strade e negozi torneranno ad affollarsi.

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Il Sud dell’Europa deve diffidare delle trappole Ue

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 22 ottobre 2020

Dice Gentiloni, Commissario europeo per gli affari economici, che la discussione sui prestiti del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) “è un duello italo-italiano, dal quale cerco di stare lontano”. Farebbe invece bene ad avvicinarsi un po’ perché il duello, se proprio vogliamo scegliere questa fuorviante definizione, non è affatto italo-italiano ma inter-europeo.

Lo spiega correttamente Enrico Letta su «El País»: perché il Sud Europa cessi di diffidare del Mes occorre che il Meccanismo muti radicalmente. Deve cambiare il nome che porta, le condizioni che impone, e sostituire con la solidarietà comunitaria il dominio intergovernativo che esercita.

Quel che è accaduto nei giorni scorsi è infatti molto significativo, e vede coinvolti nella ridiscussione del Mes ben tre Paesi del Fronte Sud: Italia, Spagna e Portogallo. Un giorno potrebbe aggiungersi Parigi, se il Fronte si rafforzerà.

In altre parole, stiamo assistendo a una nuova tappa nel negoziato tra Ue e Paesi membri sui fondi di ricostruzione. Non bisogna dimenticare che l’Unione ha una costituzione complicatissima, perché ibrida: in parte è federale (ha una moneta unica) in parte è fatta di Stati che custodiscono meticolosamente le proprie sovranità, agendo da soli o – da qualche tempo – in gruppi separati. Dopo l’accordo di luglio sul Recovery Fund hanno fatto sentire la propria voce due fronti distinti: i Frugali (Austria, Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia) e il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia). I primi restano ostili agli aiuti a fondo perduto, pur avendoli approvati a luglio. I secondi chiedono che non vi siano, nell’uso dei fondi Ue, condizioni legate al rispetto dello Stato di diritto.

Adesso esce allo scoperto il Fronte mediterraneo, cioè i Paesi più colpiti dal Covid. Sono gli stessi che nel primo decennio del secolo hanno maggiormente sofferto l’austerità, costretti a tagliare spese sanitarie e Welfare con forbici spietate. Nel Fronte ritroveremmo sicuramente la Grecia, se ancora governasse la sinistra: la nazione fu devastata dai cosiddetti “aiuti” dell’Ue e del Fondo monetario.

Gentiloni deve dunque essersi accorto, se non dorme, di quel che sta succedendo in Sud Europa. Domenica, il premier spagnolo Pedro Sánchez, in sintonia con Roma e Lisbona, fa sapere a «El País» che del Fondo di Ricostruzione prenderà per ora solo gli aiuti a fondo perduto, escludendo in un primo tempo i prestiti (prenderà 72,700 miliardi invece di 140). La quota prestiti non è respinta ma semplicemente posposta, “visto che la Commissione europea permette che le richieste di prestiti siano presentate entro il luglio 2023: ricorreremo ai prestiti, se ne avremo bisogno, per il bilancio 2024-2026”.

I motivi che inducono Sánchez alla prudenza (non al duello) sono identici a quelli indicati nella stessa domenica da Conte: il problema centrale, nel caso Recovery Fund come per il Mes, sono le condizionalità che un giorno saranno comunque imposte a fronte di debiti eccessivi. Vero è che le condizioni capestro legate ai prestiti Mes (i parametri del Fiscal Compact) sono state sospese a causa del Covid, ma sospeso non significa abolito né rivisto. Sánchez teme l’ora in cui le condizioni saranno reintrodotte, per il Mes come per il Recovery Fund, e che lo siano “troppo presto”. Se non fa nemmeno accenno al Mes è perché in Spagna, Portogallo, Irlanda, Grecia il ricordo della troika resta traumatico (la Grecia doveva “ricevere una lezione” ed essere crushed – schiantata – dissero i leader europei al ministro del Tesoro Usa Geithner nel febbraio 2010). A questo si riferisce probabilmente Conte, quando sostiene che “i prestiti Mes, dovendo essere restituiti, andranno a incrementare il debito pubblico”, comportando per forza “aumenti delle tasse e tagli” al welfare.

Anche il secondo motivo che spinge Sánchez a diffidare dei prestiti è simile a quello segnalato da Conte: i prestiti (Mes o Recovery Fund) presentano vantaggi contenuti in termini di interessi.

Grazie agli acquisti della Banca Centrale europea, l’Italia può oggi emettere Btp decennali pagando tassi che sono al minimo storico. È quanto dice Sánchez: gli interessi sul debito pagati dai singoli Paesi sono discesi a tal punto che i prestiti dell’Unione europea non comportano vantaggi di rilievo.

In altre parole, sia Spagna che Italia e Portogallo temono l’accumularsi del debito, anche se i fondi Mes hanno come unica condizione d’accesso la loro destinazione alla sanità.

Definendo “demagogica” l’idea che i prestiti aumentino il debito, Italia Viva mente sapendo di mentire: è come se proclamasse che è demagogico sostenere che l’acqua è bagnata. Quanto a Zingaretti, sorprende il silenzio sui ragionamenti dei compagni socialisti in Spagna e Portogallo.

L’ultimo argomento usato da Conte è non meno cruciale, e condiviso in particolare da Paesi come Spagna e Portogallo che hanno subìto la troika. Il primo Paese che chiederà prestiti al Mes riceverà una sorta di stigma e verrà visto come insolvente, inaffidabile (lo puoi punire, “schiantare”). Non conviene dare quest’impressione proprio ora che gli interessi sulle emissioni di Btp sono così bassi.

Nelle stesse ore in cui si sono fatti sentire Conte e Sánchez, il premier portoghese António Costa ha espresso dubbi del tutto analoghi: la sua assoluta preferenza va agli aiuti a fondo perduto. Ai prestiti ricorrerà in un secondo momento “solo se strettamente necessario”.

Tutto questo conferma il delicato compito di Conte: trovare un accordo in Italia tra i partiti di governo, neutralizzando con argomenti forti le reticenze di Pd e Italia Viva, e lavorare al contempo a un’intesa nell’Ue, utilizzando al massimo le più che giustificate preoccupazioni dei Paesi che hanno vissuto prima la randellata dei piani di austerità, poi quella del Covid. Non sottovalutiamo le acrobazie che deve compiere Conte, nella duplice veste di presidente del Consiglio italiano e di co-governante nel non meno litigioso Consiglio europeo.

Non sottovalutiamo nemmeno l’incapacità dell’Unione di riconoscere i disastri di cui si è resa responsabile dopo la crisi del 2008. Qualche giorno fa, Vitor Gaspar, dirigente portoghese del Fondo monetario ed ex ministro delle Finanze, ha messo in guardia contro il ripetersi compulsivo di quei disastri, sostenendo sul «Financial Times» che i Paesi industrializzati “possono indebitarsi liberamente senza dover assoggettarsi a nuovi piani di austerità all’indomani della pandemia”. Manca per ora nell’Unione qualsiasi impegno in questo senso.

© 2020 Editoriale Il Fatto S.p.A.

La Sacra Alleanza contro gli alieni

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 27 settembre 2020

Nonostante la vittoria ottenuta al referendum sul taglio dei parlamentari, il M5S sembra aver pienamente soddisfatto la Sacra Alleanza che da anni spera nella devastazione del movimento fondato da Grillo. La prima Alleanza nacque dopo la sconfitta di Napoleone, nel 1815, e fu presentata da Metternich come il più efficace bastione contro la democrazia, il secolarismo, gli effetti della rivoluzione francese (anche se Metternich stesso ebbe a definire la coalizione una “clamorosa nullità”).

La Sacra Alleanza del tempo presente nasce per proteggere da incursioni aliene gli interessi, le ideologie e il potere tuttora agguerrito di chi per decenni ha fatto quadrato attorno al neoliberismo e ha guardato con crescente fastidio le sconfessioni che venivano dal suffragio universale, oltre che dalla realtà. Tutti costoro sanno che la crisi (prima dei subprime e poi del Covid) ha messo in luce la “clamorosa nullità” delle ricette neoliberali, e si consolano oggi con le disfatte dei Cinque Stelle alle regionali e comunali.

La Sacra Alleanza contro gli avversari del neo-liberismo e della nuova guerra fredda ha un suo vocabolario, un blocco di luoghi comuni e di insulti automatici. I Cinque stelle sono regolarmente bollati come populisti, ideologici, segretamente sovranisti. Non sono un partito, si dice ancora, ma una mera opinione: sono capaci solo di espirare il loro inconsistente flatus vocis. Quando parlano o criticano o propongono o legiferano, le loro voci sono solitamente liquidate come prodotto di un’ideologia: è l’accusa ricorrente espressa da chi è immerso nell’ideologia fino al collo. (Tanto per fare un esempio sull’uso sempre più vacuo di quest’epiteto: qualche giorno fa un inviato del telegiornale di Mentana ha detto, a proposito dei Palestinesi piantati in asso dall’accordo Israele-Emirati: “È passato il periodo della battaglie ideologiche!” Come se reclamare uno Stato palestinese fosse una delle tante ideologie destinate al macero da chissà quale storia progressista).

Con questo non si vuol affermare che il M5S gode di buona salute, e ha davanti a sé verdi praterie. La sua sconfitta è chiara, la sua incapacità di costruire alleanze è evidente, e se il governo Conte esce rafforzato dalla prova delle regionali e del referendum è perché l’elettorato Cinque Stelle ha con le proprie forze scelto di proteggerlo, con il voto disgiunto o utile: un’operazione voluta dalla base più che dal lacerato gruppo dirigente. Vogliamo solo affermare che fare alleanze territoriali o nazionali è una soluzione solo se Cinque Stelle non si dissolvono completamente nel campo dominato dal Pd. Qui è il dilemma in cui sono oggi impelagati, ed è dilemma serio. Il Pd che dà volentieri lezioni di savoir-vivre ai propri alleati di governo dovrebbe essere più umile, e riconoscere che l’alleanza “strategica” stretta dalle sinistre classiche con gli estremisti del centro che sono i neoliberisti, negli anni ’70 e ’80, polverizzò durevolmente l’idea stessa di sinistra. Un modello suicida che il M5S vorrebbe evitare, sia pure in maniera del tutto confusa.

In genere si fa poca attenzione all’attività dei suoi europarlamentari, che in questi anni si sono mostrati tenaci, ben preparati e nelle grandi linee coerenti. Non sono giudicati interessanti, se si esclude il momento in cui hanno permesso con i propri voti l’elezione di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione europea. Prima ancora che si formasse la coalizione fra 5 Stelle e Pd, gli europarlamentari pentastellati hanno mostrato che le loro preferenze di voto andavano ben più spesso ai Verdi e alle sinistre che alla Lega. Nei loro comportamenti sono paragonabili all’elettorato 5 Stelle: tendono a correggere e riaggiustare, a Bruxelles, quel che a Roma si sfilaccia o si rompe.

Ma non sono perdonati, se non si limitano ad appoggiare i gruppi di centro sulle nomine o sul Recovery Fund e osano emettere qualche idea propria. Per esempio sulla democrazia diretta, che gli eurodeputati Cinque Stelle hanno difeso di frequente a Bruxelles per rendere più credibile e forte la rappresentanza democratica, non per sostituirla. Da questo punto di vista l’uscita di Grillo contro la democrazia rappresentativa è stata non poco nociva.

Altro punto di forza, a Bruxelles: il reddito minimo di cittadinanza, approvato nell’ottobre 2017 da una maggioranza spettacolare (451 voti in favore, 147 contrari, 42 astenuti). Relatrice della risoluzione era l’eurodeputata 5 Stelle Laura Agea. I commentatori invitati nei salotti televisivi tendono a far risalire la svolta europea del Movimento al secondo governo Conte e alle pressioni del Pd. Chi ha visto i deputati 5 Stelle legiferare a Bruxelles, e distinguersi più volte dalla Lega, sa che la notizia è falsa. Una notizia falsa non diventa vera perché nessuno la contraddice.

Le relazioni europee con la Russia sono un altro tema che vede i Cinque Stelle esprimere idee che indispongono la Sacra Alleanza. La recente risoluzione sull’avvelenamento di Navalny è stato un ennesimo esercizio di riattivazione della guerra fredda, voluto ancora una volta – come nella sbilanciata e sconclusionata risoluzione sulla memoria europea di un anno fa– dai deputati e governanti polacchi. Il Pd ha votato ambedue le risoluzioni, salvo qualche pentimento ex post sulla memoria europea. I 5 Stelle si sono prudentemente e fortunatamente astenuti nelle due circostanze.

Non per ultima: la migrazione. Anche qui il Pd non ha speciali lezioni da dare. Si accusa legittimamente Di Maio di aver parlato delle navi Ong come di “taxi del mare”, ma si dimentica che il patto della vergogna con la Libia fu negoziato dal ministro Minniti e dal governo Gentiloni. Così come fu concepito da Minniti il codice di comportamento che complica le operazioni di Ricerca e Salvataggio in mare delle navi Ong.

Il buon lavoro svolto in Europa dai Cinque Stelle ha tuttavia poco peso sui dibattiti italiani. Nei salotti del potere i rappresentanti pentastellati continuano a essere trattati come quadrupedi che ancora ignorano l’incedere dei bipedi. Ossessivamente sono chiamati a dirci “cosa faranno da grandi”. Lo chiedono imperiosamente i giornali mainstream, gli estremisti del centro come Renzi o Calenda, il Pd che si muove sul palcoscenico come se non avesse nulla da rimproverarsi nell’evaporare della sinistra italiana. Con supponenza sfoderano il monotono verdetto: “È passato il periodo della battaglie ideologiche!” È passato per tutti tranne che per loro: benvenuti nel deserto del reale!

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Impegni, non promesse: il “contratto” di Conte

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 18 settembre 2020

Parlando agli studenti dell’Istituto Battaglia di Norcia, e a pochi giorni dalle elezioni regionali e dal referendum, Conte ha usato un linguaggio piuttosto inusuale per un capo di governo, specie se il governo in questione è attaccato da più parti. In primo luogo ha detto che alla parola “pro messa” preferisce la parola impegno, e già questo è un piccolo strappo che rende diverso il suo linguaggio. Veramente inatteso è tuttavia quel che ha detto a proposito del cospicuo Fondo di aiuti e prestiti che verrà dall’Unione europea, detto Next Generation EU. Ben sapendo che non solo i poteri forti, ma anche le mafie sono desiderose di mettere il naso e le mani sul denaro che affluirà in Italia, Conte ha fatto capire che il suo destino e quello del suo governo dipendono oggi essenzialmente da questo: la buona gestione e la giusta destinazione dei Fondi. Sembra ovvio quello che ha spiegato agli studenti nel momento in cui li descritti come principali destinatari del Recovery Fund, ma non lo è affatto: “Se noi perderemo questa sfida, voi avrete il diritto di mandarci a casa”.

Conte si ritiene legittimo come presidente del Consiglio non solo perché ha i numeri in Parlamento, o l’appoggio di una coalizione di partiti. Non vuol dipendere dai loro appetiti, dalla guerra che si stanno facendo. Si ritiene legittimo se mostra di sapere ben gestire e ben usare i soldi della ricostruzione all’indomani di una pandemia che ha affrontato molto bene ma che non è finita. Il fallimento in questa gestione delicatissima equivarrà al fallimento del suo governo, e a quel punto i cittadini “avranno il diritto” di mandarlo a casa.

Il presidente del Consiglio è stato subito deriso da Carlo De Benedetti, che ha visto nel patto offerto a Norcia una sorta di previsione catastrofica, come se Conte avesse detto che prima “farà una frittata mandando a picco il paese”, poi eventualmente accetterà di andarsene. De Benedetti non ha capito quel che ha ascoltato – o meglio ha finto sordità – perché le parole di Norcia sono del tutto inattese e stupefacenti, per le classi dirigenti italiane e anche europee. Difficile immaginare una frase simile detta dagli attuali prìncipi che pretendono di governarci: i capi di governo tendono a rimanere in carica curando innanzitutto i rapporti con i potenti della politica, dell ’economia, dell’editoria. Non stringono un contratto dettagliato e di medio periodo con i cittadini (“me ne vado se non faccio bene questo o quell’altro lavoro specifico”).

Nella storia del dopoguerra, in Francia, un politico ebbe una visione analoga della propria legittimità, offrendo al paese lo stesso tipo di contratto. Era Mendès France, presidente del Consiglio a partire dal giugno 1954, radical-socialista in origine e poi socialista, e anche se governò poco tempo è diventato un mito nel suo Paese, al punto di esser soprannominato il De Gaulle di sinistra. È diventato un mito proprio per il patto prospettato nel suo discorso di investitura alla Camera. Il Paese aveva alle spalle la disfatta di Dien Bien Phu, e Mendès disse ai parlamentari che un regolamento pacifico del conflitto in Indocina sarebbe stato raggiunto entro quattro settimane: “Se entro tale data non si troverà alcuna soluzione soddisfacente, sarete liberati dal contratto che ci lega, e il mio governo rassegnerà le dimissioni al presidente della Repubblica”. La pace con l’Indocina fu raggiunta e così accadde per altri “contratti”, concernenti l’inizio della decolonizzazione in Tunisia e Marocco. Molto indipendente, troppo indipendente, Mendès evitava accuratamente – come Conte – la parola “promessa”. Simili contratti non sono più immaginabili nella repubblica presidenziale confezionata da De Gaulle (la Quinta Repubblica che blindò l’esecutivo, e che Mendès France avversava). Macron non sarebbe neppure lontanamente capace di un patto analogo, che in tempi di crisi inaugura una dialettica innovativa fra governanti e governati. Né, fuori della Francia, ne sarebbero capaci Angela Merkel o Boris Johnson.

Il contratto fondato su precise azioni politiche e su chiare scadenze temporali, che il governante offre non già ai partiti ma direttamente ai cittadini o ai loro rappresentanti, è un esperimento democratico raro, tentato allora come oggi in situazioni eccezionali, dove sono in gioco la pace e la guerra, la vita le pandemie e la morte. Il momento Covid che viviamo è una di queste situazioni limite, che mettono alla prova la legittimità dei governi. Le situazioni limite possono generare dittature o democrature, repubbliche presidenziali, parlamenti esautorati o stati di eccezione. Possono anche aprire la strada al semplice, trasparente e impegnativo contratto che il presidente del Consiglio ha offerto martedì agli studenti di Norcia, e indirettamente ai loro rappresentanti in Parlamento.

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