L’Onu e il rimpatrio di migranti in Libia

Bruxelles, 22 giugno 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione parlamentare Libertà civili, giustizia e affari interni – LIBE.

Punto in agenda:

Seguito della Dichiarazione di New York: scambio di opinioni sul Global compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare

  • Scambio di opinioni con Louise Arbour, rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per la migrazione internazionale

Grazie Presidente.

La mia domanda riguarda gli accordi europei di rimpatrio di migranti e rifugiati, specie in Libia e con particolare riferimento ai recenti incidenti avvenuti nelle operazioni di soccorso delle guardie di costiere libiche in acque internazionali, e non solo in quelle della Libia.

Quello che vorrei chiedere alla Signora Louise Arbour è di riferirci la posizione dell’ONU sui programmi di training e formazione delle guardie costiere libiche. Il 20 giugno Martin Kobler, rappresentante speciale dell‘ONU in Libia, è intervenuto nella Commissione affari esteri e si è detto estremamente preoccupato per la decisione UE di formazione di tali guardie costiere, invitando i parlamentari europei a guardare su YouTube i video che dimostrano come vengono trattati i migranti nelle operazioni di search and rescue effettuate dalle guardie costiere libiche che teoricamente dovrebbero avere il compito di salvare i migranti e rimpatriarli in Libia. I video mostrano immagini di violenza di guardie costiere armate e di migranti che vengono rigettati in mare, agendo chiaramente in violazione di diritti fondamentali, dei diritti umani e delle Convenzioni internazionali. Sono preoccupata soprattutto perché l’Italia è all’avanguardia nell’operazione di formazione delle guardie costiere libiche. Mi piacerebbe conoscere la sua opinione a riguardo.

***

Nella sua risposta, Luise Arbour non ha preso posizione ma si è ripromessa di indagare la situazione in occasione di una sua imminente missione a Roma.

Ricongiungimenti familiari e trasferimenti Dublino: leggi violate

Bruxelles, 22 giugno 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione parlamentare Libertà civili, giustizia e affari interni – LIBE.

Punto in agenda:

Studio “Attuazione delle decisioni del Consiglio del 2015 che istituiscono misure temporanee nel settore della protezione internazionale a beneficio dell’Italia e della Grecia”, commissionato dal dipartimento tematico Diritti dei cittadini e affari costituzionali del Parlamento europeo, su richiesta della commissione LIBE

  • Presentazione dello studio a cura di Violeta Moreno-Lax (Università Queen Mary di Londra) e Natascha Zaun (Università di Oxford)

Ringrazio moltissimo la Professoressa Violeta Moreno-Lax, che considero un maestro in questa materia. Ogni testo che scrive è per me un punto di riferimento, e anche quest’ultimo (Attuazione delle decisioni del Consiglio del 2015 che istituiscono misure temporanee nel settore della protezione internazionale a beneficio dell’Italia e della Grecia) è di grande interesse. Una delle cose importanti che menziona nello studio riguarda i trasferimenti di migranti che si trovano in vari Paesi dell’Unione e che sulla base del sistema Dublino vengono ritrasferiti nel Paese di primo arrivo, cioè Italia o Grecia. Nel caso italiano, i migranti ri-trasferiti tendono a essere due-tre volte più numerosi dei migranti beneficiari delle ricollocazioni prescritte dalla Commissione.

Come sappiamo, ci sono state sentenze delle Corti che chiedevano di non attuare i ri-trasferimenti Dublino verso l’Italia e la Grecia, perché questi Paesi non erano all’altezza di accoglierli dal punto di vista del rispetto dei diritti dell’uomo. Quello che vorrei chiederle è come mai queste sentenze sono semplicemente ignorate.

La seconda domanda riguarda un altro punto dello studio, e cioè l’obbligo – stabilito dallo stesso sistema Dublino – di dare priorità assoluta ai ricongiungimenti familiari: un obbligo cui bisogna ottemperare a prescindere dalle ricollocazioni.

Proprio su questo punto, siamo di recente venuti a conoscenza di un accordo segreto tra il governo tedesco e quello greco, in base al quale Berlino ha chiesto e ottenuto una riduzione drastica dei ricongiungimenti familiari di migranti dalla Grecia: non più di 70 ricongiungimenti per mese. Ciò significa che coloro che hanno già visto riconosciuta la loro richiesta di ricongiungimento familiare in Germania saranno trasferiti in quel Paese in tempi molto lenti: cosa più che dubbia dal punto di vista legale. Vorrei chiedere alla Professoressa Moreno-Lax come possa essere imposto agli Stati Membri di rispettare il diritto assoluto dei richiedenti asilo a tale ricongiungimento, prescritto dal sistema Dublino e non rispettato per evidenti motivi politici-elettorali. È l’unica spiegazione che riesco a trovare a quella che è una vera e propria imposizione del governo tedesco su quello greco, in violazione di precisi obblighi fissati dall’Unione.

Esclusione di Rom, Sinti e Camminanti dal ruolo di rappresentanti istituzionali nella creazione della Strategia Nazionale di Inclusione della città di Roma

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-001533/2017
alla Commissione
Articolo 130 del regolamento
Barbara Spinelli (GUE/NGL)

Oggetto: Esclusione di Rom, Sinti e Camminanti dal ruolo di rappresentanti istituzionali nella creazione della Strategia Nazionale di Inclusione della città di Roma

La comunicazione COM(2011)173 della Commissione europea sollecita gli Stati membri a elaborare strategie nazionali di inclusione dei Rom. Secondo tale comunicazione, gli Stati membri dovrebbero concepire, realizzare e monitorare le strategie nazionali di integrazione dei Rom in stretta cooperazione e basandosi su un dialogo ininterrotto con la società civile Rom e con le autorità regionali e locali.

Il Consiglio dei ministri italiano ha emanato il 28 febbraio 2012 la Strategia Nazionale di Inclusione dei Rom, Sinti e Camminanti e prevede la nascita di tavoli di inclusione ove la società civile Rom è chiamata a decidere, in concerto con le prefetture e le amministrazioni, le politiche su casa, lavoro, scuola, sanità e uso del denaro pubblico stanziato dall’Unione europea sulla base della comunicazione della Commissione europea.

Ciò nonostante, rapporti di fonti giornalistiche e attivisti rilevano che tali tavoli non sono stati attuati dalla città di Roma escludendo dunque Rom, Sinti e Camminanti dal ruolo di rappresentanti istituzionali previsto dalla comunicazione della Commissione e dalla Strategia [1].

Può la Commissione indicare se è al corrente di questa situazione e se ne terrà conto durante le sue prossime valutazioni dei piani di integrazione nazionali?

[1]     http://www.agenziaradicale.com/index.php/diritti-e-liberta/4370-campi-nomadi-a-roma-la-montagna-ha-partorito-un-topolino

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E-001533/2017
Risposta di Věra Jourová
a nome della Commissione
(9.6.2017)

A seguito della comunicazione del 2011 sul quadro dell’UE per le strategie nazionali di integrazione dei Rom fino al 2020, tutti gli Stati membri hanno sviluppato strategie o insiemi integrati di misure di intervento, e designato punti di contatto nazionali per i Rom al fine di coordinare l’attuazione [1]. Nel 2015 la Commissione ha pubblicato una valutazione in cui ha esortato gli Stati membri a trasformare le strutture formali di coordinamento in meccanismi di cooperazione efficaci e a garantire un coinvolgimento trasparente di tutte le parti interessate, comprese le autorità regionali e locali e la società civile Rom [2]. Per promuovere tale processo, la Commissione fornisce un sostegno finanziario per lo sviluppo di piattaforme nazionali per i Rom [3].

Per quanto concerne l’Italia, la Commissione sta seguendo il coinvolgimento delle parti interessate e il coordinamento dell’attuazione, comprese tavole rotonde e gruppi di lavoro. Nella valutazione del 2016 la Commissione ha, tra l’altro, incoraggiato l’uso dei fondi strutturali e d’investimento europei per il periodo 2014-2020 allo scopo di migliorare il coordinamento delle politiche nei confronti dei Rom italiani [4]. La Commissione continuerà a valutare la cooperazione tra tutte le parti interessate e il coordinamento dell’attuazione, nonché il monitoraggio delle strategie nazionali di integrazione dei Rom.

[1]     COM(2011)173 definitivo “Quadro dell’UE per le strategie nazionali di integrazione dei Rom” (eccetto Malta, sul cui territorio non vivono popolazioni Rom).

[2]     COM(2015)299 Report on the implementation of the EU Framework for National Roma Integration Strategies 2015

[3]     http://ec.europa.eu/research/participants/portal/desktop/en/opportunities/rec/topics/rec-rdis-nrcp-ag-2016.html,

[4]     COM(2016) 424 final “Valutare l’attuazione del quadro dell’UE per le strategie nazionali di integrazione dei Rom e della raccomandazione del Consiglio su misure efficaci per l’integrazione dei Rom negli Stati membri — 2016” e SWD(2016)209 final, pag. 67.

 

Rapporto sulla missione LIBE in Italia

Bruxelles, 8 giugno 2017

Barbara Spinelli è intervenuta sul punto in agenda della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE) riguardo a due specifici punti in agenda, in qualità di partecipante alla missione LIBE in Italia del 18-21 aprile 2017:

– Questione dei profughi/migranti in Italia: situazione e futuri scenari.Scambio di opinioni con Domenico Manzione, sottosegretario di Stato, ministero dell’Interno.

– Missione della commissione LIBE in Italia su migrazione e asilo, 18-21 aprile 2017. Presentazione di un progetto di resoconto di missione

“Ringrazio il dottor Manzione per la presentazione e soprattutto per le considerazioni critiche che ha fatto a conclusione del suo intervento sulla “solidarietà flessibile” – un vero ossimoro – sulle procedure spesso complicate di accoglienza e sul sistema Dublino. Ringrazio anche il segretariato Libe per l’eccellente rapporto sulla nostra missione in Italia.

Affronterò alcuni punti specifici:

Della questione delle Ong si è parlato molto, durante la missione in Italia, non solo con il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro ma con le Ong stesse. Vorrei evitare che si guardasse all’operato delle Ong alla stregua di attività che possono creare un “canale umanitario improprio”, come ha appena detto il dottor Manzione, perché in tal modo si finisce con l’introdurre, in modo a mio avviso pericoloso, l’idea che esita un nuovo concetto lecito, in Italia e nell’Unione, che potrebbe chiamarsi “search and rescue illegale”: una contraddizione in termini, perché il search and rescue è legale in sé, per definizione. Come accade per il concetto di “solidarietà flessibile”, i due termini non vanno bene insieme. In realtà non ci sono al momento che insinuazioni sulle Ong, vedremo i risultati delle inchieste, ma finora non esiste alcuna prova, come dichiarato dalla stessa Guardia di finanza. Chiedo un po’ di chiarezza in proposito: non vorrei che si parlasse di mafia in assenza di prove, anche se i procuratori in questione hanno una grande esperienza nell’antimafia.

Un altro punto importante di cui si è discusso nel corso della missione è la nuova legge italiana sul contrasto all’immigrazione irregolare e l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, la cosiddetta legge Minniti. La collega Barbara Kudrycka (PPE, Polonia, co-leader della missione) ha detto cose giustissime su questo. In effetti ci sono molti dubbi sulla correttezza costituzionale di questa legge, sia per l’esclusione del contatto diretto tra il ricorrente e il giudice, sostituito dalle videoregistrazioni dei colloqui, sia per l’abolizione del secondo grado di giudizio, che compromette gravemente, stando al parere di molti costituzionalisti, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Si è invece discusso in maniera molto positiva, anche con le Ong italiane, della legge Zampa, che riguarda i minori non accompagnati. Significativamente, la legge è stata elaborata con una grande cooperazione delle Ong, giungendo a un ottimo testo.

Il terzo punto che vorrei affrontare sono gli accordi bilaterali tra Italia e Libia, spesso lodati anche in questo Parlamento. Vorrei farmi portavoce di quanto ho ascoltato in Italia dalle Ong e dai rappresentanti dell’Unhcr, che hanno sottolineato la natura di push factor ormai assunta dalla Libia. Parliamo di un Paese non più soltanto di transito per migranti e profughi, ma di un Paese dal quale la gente fugge perché non esiste più come Stato, e che non tiene in alcun conto i diritti umani, al punto da creare campi che da più parti sono stati definiti “campi di concentramento”.

Ricordo al dottor Manzione che quella degli accordi con la Libia è una vecchia storia, e che la Corte di Strasburgo ha già condannato una volta l’Italia, nel caso Hirsi, per il respingimento di migranti e rifugiati verso la Libia, nel 2009. Erano respingimenti collettivi vietati dalla Convenzione di Ginevra, e attuati dopo l’accordo tra Berlusconi e Gheddafi: una politica italiana che rischia di ripetersi.

Il quarto punto riguarda gli hotspot, dove l’identificazione di migranti e profughi è effettivamente arrivata quasi al cento per cento. Tuttavia, secondo un rapporto di Amnesty International, il prelievo delle impronte digitali avviene spesso con l’uso della violenza. Le autorità italiane lo hanno negato, ma le accuse contenute nel rapporto di Amnesty non possono essere ignorate.

Vorrei concludere parlando della ricollocazione, sulla cui effettività si devono dire tutte le cose negative che ben conosciamo, ma a mio parere essa è in se stessa ingannevole se non si riforma il regolamento di Dublino. Riporto solo un dato: nel 2015-2016, in Italia ci sono stati 5.049 “trasferimenti Dublino”, ovvero migranti arrivati in Italia, andati in altri Paesi dell’Unione e ritrasferiti in Italia, e 3.936 ricollocamenti dall’Italia verso altri Stati membri. Questo significa che il numero delle persone rimandate in Italia è più alto di quello delle persone trasferite dall’Italia. Per questo affermo che, se non si riforma Dublino, la stessa ricollocazione rischia di essere un inganno. Vorrei sapere cosa il governo italiano si proponga di fare a riguardo, e se intenda veramente porre la questione Dublino, fino a giungere al veto nel Consiglio. Grazie”.

Post scriptum:
Lo stesso giorno l’avvocato generale della Corte europea di giustizia, Eleanor Sharpston,  esprimeva un parere che potrebbe costringere  l’Unione a riscrivere l’intera sua politica dell’asilo, se il parere sarà fatto proprio da una sentenza della Corte. In tempi di crisi – sostiene l’avvocato generale –  i richiedenti asilo devono poter transitare dal Paese di primo arrivo verso altri Stati dell’Unione. Non possono e non devono essere più trattenuti nei due principali Paesi di frontiera che sono l’Italia e la Grecia.
https://curia.europa.eu/jcms/upload/docs/application/pdf/2017-06/cp170057it.pdf

Le critiche a Israele non sono antisemite

Barbara Spinelli è intervenuta nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo del 31 maggio 2017 in qualità di relatore – per il Gruppo GUE/NGL – della Risoluzione sulla lotta contro l’antisemitismo sottoscritta dai Gruppi GUE/NGL e Verdi/ALE, presentata in alternativa alla risoluzione maggioritaria su cui si è votato l’1 giugno (la risoluzione GUE/NGL-Verdi/ALE non è stata votata).

Il Parlamento europeo ha adottato la proposta di risoluzione dei gruppi PPE, S&D e ALDE e ha rigettato gli emendamenti proposti da GUE/NGL e Verdi/ALE che chiedevano:

– Emendamento 1: di introdurre un nuovo considerando C bis all’interno della risoluzione:

«Considerando che qualsiasi definizione di antisemitismo dovrebbe operare una netta distinzione tra l’incitazione, diretta o indiretta, alla violenza, all’odio o all’intolleranza nei confronti degli ebrei e la giustificazione di tali fenomeni, da un lato, e, dall’altro, il legittimo esercizio della libertà di espressione, come la critica delle azioni dello Stato di Israele».

– Emendamento 3: di aggiungere al paragrafo 16, le parole in grassetto:

«Invita la Commissione e gli Stati membri a potenziare il sostegno finanziario per attività mirate e progetti educativi, a sviluppare e consolidare partenariati con le comunità ebraiche e le organizzazioni della società civile e a incoraggiare gli scambi tra bambini e ragazzi di fedi diverse mediante attività in comune, varando e sostenendo campagne di sensibilizzazione in proposito».

Il GUE/NGL e i Verdi/ALE hanno fatto richiesta di votazione per parti separate (split-vote) chiedendo di escludere dal testo originale della Risoluzione le seguenti parti:

– Paragrafo 2: “ad adottare e applicare la definizione operativa di antisemitismo utilizzata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA), al fine” e “e incoraggia gli Stati membri a seguire l’esempio del Regno Unito e dell’Austria in proposito”.

– Paragrafo 13: “in relazione al codice di condotta concordato tra la Commissione e le principali aziende informatiche, a sollecitare gli intermediari online e le piattaforme dei media sociali”. 

Entrambe le richieste sono state rigettate.

È stato invece accolto l’emendamento 2 al paragrafo 3, presentato da GUE/NGL e Verdi/ALE, che al testo originario chiedeva di aggiungere le parole in grassetto:

«Invita gli Stati membri a prendere tutti i provvedimenti necessari per contribuire attivamente a garantire la sicurezza dei propri cittadini ebrei e degli edifici religiosi, scolastici e culturali ebraici, in stretta consultazione e in stretto dialogo con le comunità ebraiche, le organizzazioni della società civile e le Ong impegnate contro la discriminazione». L’emendamento è passato con 302 voti favorevoli, 280 contrari, 51 astenuti).

Il voto finale di Barbara Spinelli sulla risoluzione maggioritaria è stato negativo.

Al dibattito che ha preceduto il voto erano presenti Matti Maasikas, Vice Ministro degli Affari Europei della Repubblica di Estonia, e Věra Jourová, Commissario europeo per la giustizia, i consumatori e la parità di genere.

Intervento di Barbara Spinelli:

«La risoluzione maggioritaria (PPE, S&D, Alde) punta il dito su un fatto innegabile: l’incremento di atti antisemiti in Europa.

Assieme ai Verdi il mio gruppo ne è consapevole, ma è profondamente contrario alla definizione dell’antisemitismo presa in prestito dall’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto, perché essa tende a includere ciò che non va incluso: le critiche a Israele. Tale inclusione è una trappola micidiale, perché tarpa la libertà d’espressione e l’opposizione di gran parte della diaspora ebraica alle condotte israeliane. Insidiosamente, si suggerisce che la fonte dell’antisemitismo può essere non nello sguardo dell’antisemita, ma nella persona guardata: compreso l’ebreo, se in disaccordo con Israele o magari con il sionismo. Per definire l’antisemitismo, basti dire che è l’ostilità verso l’ebreo in quanto ebreo. Punto.

È un’ostilità che precede di molto la nascita di Israele. Tutti gli Europei che hanno memoria di sé lo sanno (in Germania, Francia, Italia, Austria, Polonia).

Vi prego di esaminare gli emendamenti che abbiamo presentato con i Verdi. La nostra intenzione è quella di dar voce alle tante associazioni ebraiche critiche di Israele. È anche il tentativo di combattere tutte le xenofobie – islamofobia, antiziganismo – perché sempre l’antisemitismo è precursore di altre fobie o stigmatizzazioni».

Documenti allegati:

risoluzione del Parlamento europeo del 1° giugno 2017 sulla lotta contro l’antisemitismo;

proposta di risoluzione sulla lotta contro l’antisemitismo dei Gruppi GUE/NGL-Verdi/ALE

emendamenti del GUE/NGL e dei Verdi/ALE presentati alla risoluzione sulla lotta contro l’antisemitismo redatta dai gruppi PPE, S&D e ALDE;

lista di voto con risultato delle votazioni per appello nominale, con indicazione degli split-vote presentati dai Gruppi GUE/NGL e Verdi/ALE;

parere legale sulla definizione di antisemitismo adottata dall’International Holocaust Remembrance Alliance.

Si veda anche:
We must stand against anti-Semitism while maintaining the right to be critical of the Israeli state (Comunicato stampa Gue/Ngl)

Il grande inganno delle ricollocazioni

di martedì, maggio 16, 2017 0 , , , , Permalink

COMUNICATO STAMPA

Strasburgo, 16 maggio 2017. Barbara Spinelli è intervenuta nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo sul punto in agenda “Far funzionare la procedura di ricollocazione”, a seguito delle Dichiarazioni del Consiglio e della Commissione e alla presenza del Commissario europeo per la Migrazione, gli affari interni e la cittadinanza Dimitris Avramopoulos.

«Non è la prima volta che questo Parlamento chiede agli Stati membri di rispettare gli impegni di ricollocazione, e alla Commissione di smettere l’ottimismo in cui da troppo tempo si compiace. Agli Stati membri chiediamo anche di evitare i sotterfugi: penso al rifiuto di ricollocare i migranti giunti in Grecia dopo il 20 marzo 2016, all’indomani dell’accordo con la Turchia. Un rifiuto illegale, secondo la Corte dei Conti.

Per parte mia aggiungo una considerazione. La ricollocazione stessa rischia di essere un inganno,se abbinata all’“approccio hotspot” e alla decisione di ritrasferire in Grecia e Italia, sulla base del sistema Dublino, i migranti recatisi in altri Paesi. Messe insieme, tali misure minano l’abilità della Grecia e dell’Italia di gestire i flussi di rifugiati e migranti.

Per quanto riguarda l’Italia, nel 2015-2016 vi sono stati 5.049 trasferimenti Dublino e 3.936 ricollocazioni. Cioè: più persone sono state rispedite in Italia di quante ne siano state trasferite dall’Italia. La ricollocazione è necessaria ma non basta. La verità è che la Commissione sta facendo di tutto per aiutare Italia e Grecia a perfezionare un sistema sbagliato, che perpetua situazioni divenute insostenibili.

«Vorrei chiedere  a chiunque parli delle ONG come di un pericolo e di un “pull factor” di fornire le prove di quello che dice, perché le ONG sono sotto attacco in maniera molto disonesta».

Brexit: i diritti da salvaguardare

di venerdì, maggio 12, 2017 0 , , , Permalink

Bruxelles, 11 maggio 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso dell’Audizione congiunta organizzata dalle commissioni parlamentari Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE), Petizioni (PETI) e Occupazione e affari sociali (EMPL) “La situazione e i diritti dei cittadini dell’UE nel Regno Unito”.

Partecipanti:

MESSAGGIO DI BENVENUTO

  • Claude MORAES, presidente della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni
  • Cecilia WIKSTRÖM, presidente della commissione per le petizioni
  • Renate WEBER, vicepresidente della commissione per l’occupazione e gli affari sociali

CONSIDERAZIONI INTRODUTTIVE

  • Guy VERHOFSTADT, capo negoziatore del Parlamento europeo per la Brexit

ORATORI

  • Anne-Laure DONSKOY, rappresentante del gruppo “The 3 million”
  • Jan DOERFEL, avvocato specializzato in immigrazione nel Regno Unito
  • Charlie JEFFERY, professore presso l’Università di Edimburgo
  • Julia ONSLOW-COLE, partner, responsabile dei mercati dei servizi legali e direttore dei Servizi di immigrazione globale presso PwC, Londra
  • Jonathan PORTES, professore di economia e politiche pubbliche presso il Dipartimento di economia politica del King’s College di Londra

BREVE PRESENTAZIONE DA PARTE DI DUE FIRMATARI DI PETIZIONI

  • Leona Bashow, cittadina britannica, sulla perdita involontaria della cittadinanza europea in seguito all’esito del referendum britannico
  • Anne Wilkinson, cittadina britannica, sull’inalienabilità dei diritti dei cittadini dell’UE

Sono inoltre intervenuti, per una breve presentazione, due esponenti delle seguenti organizzazioni:

  • “New Europeans”
  • “British in Europe”

Ascoltando gli interventi straordinari dei firmatari delle petizioni, ho pensato alla responsabilità di chi non ha indicato, fin dall’inizio della campagna referendaria, il disastro cui si andava incontro. La prima responsabilità è certamente della classe politica inglese: quella di aver mentito sulla reale possibilità di preservare i diritti dopo l’uscita dall’Unione – una possibilità che, come emerso, è di difficile, se non di impossibile realizzazione. Ma la colpa è anche nostra, delle istituzioni europee: di non aver saputo insistere con forza, durante la stessa campagna referendaria, sui rischi che si stavano correndo a fronte di un Paese che annunciava la volontà di sottrarsi alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e – con l’uscita dall’Unione – alla Carta dei diritti fondamentali. Adesso si tratta di recuperare il tempo perduto e di battersi affinché la questione dei diritti civili e sociali sia affrontata e risolta fin da principio. Troppo grande è la paura che c’è ora in Inghilterra e grande è il rischio che questa paura si accompagni alle già acute forme di xenofobia che si stanno diffondendo in questo Paese.

Per questo sono d’accordo con la signora Donskoy sul fatto che la formula “nulla è concordato finché tutto non è concordato” (“nothing is agreed until everything is agreed”), contenuta negli orientamenti approvati dal Consiglio europeo, sia di per sé una formula sbagliata. L’accordo sui diritti va concluso immediatamente.

Concordo anche con la proposta di Guy Verhofstadt di redigere una Risoluzione parlamentare sul tema dei diritti. La ritengo necessaria e utile, ed è altresì importante che sia specifica: uno strumento che sia quindi idoneo a esercitare una reale pressione sui governi e che faccia capire all’Inghilterra e ai cittadini impauriti che questa volta li ascoltiamo veramente, che non facciamo finta di non vedere il pericolo che abbiamo davanti.