Contraddizioni della Commissione sulle guardie costiere libiche

Bruxelles, 2 aprile 2019. Barbara Spinelli (GUE/NGL) è intervenuta nella riunione della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE) del Parlamento europeo nel corso del dialogo strutturato con Dimitris Avramopoulos, Commissario responsabile per la migrazione, gli affari interni e la cittadinanza.

«Ringrazio il Commissario Avramopoulos per questo nostro ultimo incontro in  Commissione Libe. Per me, è l’occasione per esprimere dubbi che  in questi anni non sono mai stati fugati, sulla coerenza e la sincerità della Commissione in materia di migrazione. Oggi faccio in particolare riferimento alla lettera di cui si è già parlato stamattina in questa sede, inviata dalla responsabile della Direzione migrazione e politica interna della Commissione, Signora Paraskevi Michou, a Fabrice Leggeri, direttore dell’Agenzia europea della Guardia costiera e di frontiera. Lettera in cui si legittimano il funzionamento  della zona SAR (search and rescue) libica, l’”ottima performance” delle guardie costiere libiche, i salvataggi fatti da queste ultime, l’uso “appropriato” del personale libico, l’aumento della sua “capacità e professionalità”. In contemporanea con questa lettera, la portavoce della Commissione Natasha Bertaud ha dichiarato tuttavia che la Libia non può esser considerato un «paese sicuro» per gli sbarchi di migranti. Tra questa lettera e la dichiarazione di Natasha Bertaud c’è una contraddizione evidente.

Capisco che non è la stessa cosa parlare di paese sicuro e di zona SAR, ma il fatto è che il governo italiano (il ministero dell’Interno) ha aggiornato la sua nuova direttiva sui porti chiusi basandosi precisamente su questa lettera della signora Paraskevi Michou, incorporandola nel testo della direttiva e citandola come conferma che rimpatriare i migranti salvati in Libia è legittimo e opportuno.

Vorrei domandare come mai nella lettera della Commissione, che ho letto e riletto, non c’è una sola parola sulle condizioni dei migranti nei campi di detenzione e nei Lager libici. Lei sa benissimo a cosa mi riferisco: l’Onu denuncia una situazione insostenibile dal punto di vista dei diritti umani fin dal 2016, e ha ripetuto la sua messa in guardia per l’ennesima volta nel marzo di quest’anno.

La seconda cosa che vorrei chiederle è come può una zona SAR essere considerata “struttura legittima e appropriata”, se la Libia non è secondo voi un “safe place of disembarkation”?

Ultima domanda: le chiedo di rendere pubblica la lettera di Fabrice Leggeri inviata alla Commissione; lettera che forse esprime dubbi e a cui la signora Paraskevi Michou ha deciso di rispondere con la lunga lettera dettagliata cui ho fatto allusione.»

Aiuto allo sviluppo: omaggio del vizio alla virtù

Strasburgo, 26 marzo 2019. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo. 

Punto in agenda:

Istituzione dello strumento di vicinato, cooperazione allo sviluppo e cooperazione internazionale

Presenti al dibattito:

  • Neven Mimica – Commissario europeo per la cooperazione internazionale e lo sviluppo

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di relatore, per il Gruppo GUE/NGL, del parere della commissione LIBE sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce lo strumento di vicinato, cooperazione allo sviluppo e cooperazione internazionale.

Lo strumento europeo di vicinato, sviluppo e cooperazione internazionale è un dispositivo geostrategico più che di sviluppo. Il mantra è: “Aiutiamo i migranti a casa loro”, e aiutiamo in primis le regioni che meglio rispondono ai nostri immediati interessi di politica estera.

Tutto deve essere messo in opera – dice la risoluzione – perché i flussi migratori cessino di essere irregolari e diventino “regolari, ordinati, sicuri, e responsabili. Nasce lo spauracchio del migrante non solo illegale, ma addirittura irresponsabile.

La politica classica di sviluppo si fonde con quella estera e la stabilità nei Paesi terzi viene legata a strette intese militari: contro pareri precedenti del Parlamento – per quando concerne la separazione dei fondi dedicati dello sviluppo – e fuori da ogni vero controllo parlamentare.

Infine, passano completamente sotto silenzio le guerre americane ed europee di regime change, generatrici di miseria e sfollamenti di massa.

Non manca, è vero, l’accenno alla povertà da sradicare, al ruolo delle Ong e ai diritti umani: temo sia l’omaggio che il vizio rende alla virtù.

Rule of law e democrazia: i rischi del monitoraggio Ue

Strasburgo, 25 marzo 2019. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo. 

Punto in agenda:

Situazione dello Stato di diritto e la lotta contro la corruzione nell’Unione, in particolare a Malta e in Slovacchia

Presenti al dibattito:

  • Věra Jourová – Commissario europeo per la giustizia, la tutela dei consumatori e l’uguaglianza di genere

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di membro, per il Gruppo GUE/NGL, del Gruppo di monitoraggio dello Stato di diritto (ROLMG) – istituito nell’ambito di competenza della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) – e relatore ombra della Risoluzione sulla Situazione dello Stato di diritto e la lotta contro la corruzione nell’Unione, in particolare a Malta e in Slovacchia.

Questa legislatura ha evidenziato che il rispetto della rule of law e dei diritti umani nell’Unione è pericolante, e la risoluzione che voteremo in aprile è uno dei tanti contributi del Parlamento in materia.

Il monitoraggio, tuttavia, presuppone che il nostro ruolo sia neutrale, mai elettoralistico, attento a evitare doppi standard e atteggiamenti punitivi. Che l’obiettivo sia quello di tutelare e rafforzare gli anticorpi nazionali, senza pretendere di sostituirci totalmente a essi. Presupposti che, purtroppo, non ritengo del tutto soddisfatti nella risoluzione.

Non chiedo di abdicare al nostro ruolo o di arginarlo, ma di renderlo incensurabile. Il rischio, altrimenti, è che le istituzioni europee vengano sempre più considerate come un potere orwelliano e che la rule of law sia percepita come imposizione esterna, da osteggiare.

Bruxelles, 20 marzo 2019. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione del Gruppo GUE/NGL. 

Punto in agenda:

  • The situation of the rule of law and the fight against corruption in the EU, specifically in Malta and Slovakia

Ho chiesto questo dibattito alla luce della centralità che la questione rule of law sta assumendo in questi anni, per la nostra attività di parlamentari. Alcuni di noi si occupano del tema da anni.

La Risoluzione che discutiamo oggi presenta criticità non rilevabili in testi analoghi del Parlamento, per quanto riguarda sia il metodo che il contenuto. Uno scambio di opinioni mi sembra dunque utile, prima che il testo sia votato in plenaria, anche considerando che nel precedente voto in commissione LIBE si è manifestata una divisione tra i deputati GUE/NGL (come relatore ombra nel gruppo di lavoro sulla rule of law avevo suggerito l’astensione. Una parte dei deputati LIBE del nostro gruppo ha preferito votare in favore).

La risoluzione rappresenta il risultato del lavoro svolto nell’ambito del Gruppo di monitoraggio sulla rule of law, istituito nel giugno scorso in seno alla commissione LIBE a seguito degli omicidi dei giornalisti Daphne Caruana Galizia e Ján Kuciak, a Malta e in Slovacchia, e della volontà del Parlamento di indagare sulle cause e le conseguenze di tali accadimenti, in termini di rispetto della rule of law. Tale volontà proseguiva il lavoro già intrapreso su Ungheria, Polonia e Romania.

In una prima fase, l’idea di creare questo gruppo ha trovato consenso quasi unanime tra i vari Gruppi politici, ma le sue caratteristiche sono state oggetto di divergenze sin dalla definizione del mandato. Il mandato infine adottato – “monitorare la situazione per quanto riguarda la rule of law e la lotta alla corruzione nell’Unione, con specifico riferimento a Malta e Slovacchia” – rappresenta un compromesso tra chi voleva un’analisi particolareggiata della situazione nei due paesi e soprattutto a Malta (il PPE) e chi, come noi e S&D, puntava a un monitoraggio più generale dello stato di diritto in Europa, non essendo questi due paesi omologabili a Ungheria e Polonia.

Nonostante il compromesso, è stata privilegiata la linea del PPE. Questo a causa dell’appoggio al PPE offerto dalla Presidente del Gruppo, Sophie in ‘t Veld, e anche dell’apatia mostrata dai socialisti nel sollevare obiezioni ben motivate a ciò che sempre più somigliava a un manifesto politico contro i due governi socialisti di Malta e Slovacchia.

Di fatto, il gruppo di lavoro si è tramutato fin da subito in una sorta di commissione parlamentare d’inchiesta – priva tuttavia dei relativi poteri – focalizzata sulla verifica delle indagini penali nazionali sugli omicidi dei due giornalisti. Il Leitmotiv era denunciare a più riprese e quasi pregiudizialmente tali indagini, ed esigere la condivisione di tutti i relativi documenti. Europol e le autorità nazionali di contrasto hanno rappresentato il punto di riferimento quasi esclusivo dei lavori.

A ciò si è aggiunta la gestione dei lavori, centralizzata nella figura della Presidente e caratterizzata da un’opacità massima e da un coinvolgimento minimo degli altri membri del working group. Cito in questo ambito l’ultimo episodio di questo procedimento affrettato e politicizzato: poche settimane fa abbiamo ricevuto da Sophie in‘t Veld due lettere trasmesse ai Premier di Malta e Slovacchia, in cui si chiedeva di dare seguito alle richieste contenute in una risoluzione approvata in Commissione ma non ancora in plenaria, e inviate senza consultare gli altri membri del gruppo.

Questo ha rafforzato in me l’impressione di trovarmi davanti a un’operazione essenzialmente elettorale. Il working group aveva perso per strada il mandato, era utilizzato soprattutto dallo shadow rapporteur del PPE (Roberta Metsola) e non a caso la risoluzione è sproporzionatamente e quasi ossessivamente focalizzata su Malta.

Più importanti ancora le criticità concernenti il contenuto. Questo è dovuto anche al fatto che i negoziati sulla risoluzione sono stati condotti con estrema velocità, senza una discussione approfondita sui punti più controversi. È così accaduto che le riserve da noi espresse sui questi punti e i nostri contributi siano stati presto e sbrigativamente scartati: la campagna elettorale stava aprendosi.

Potete trovare maggiori dettagli nel briefing trasmessovi da Lide Iruin Ibarzabal, che vorrei qui ringraziare per l’ottimo testo – riassuntivo del mio lavoro nel gruppo – scritto con Fabian Iorio. A proposito delle nostre obiezioni ignorate o scartate, mi limito a un esempio, significativo. Uno dei contributi fondamentali alla redazione del testo è rappresentato dal Parere della Commissione di Venezia del dicembre 2018 su “constitutional arrangements and separation of powers and the independence of the judiciary and law enforcement in Malta”. Nel chiedere a Malta di implementare le raccomandazioni della Commissione di Venezia, la risoluzione esorta espressamente Governo e Parlamento a intraprendere una serie di specifiche riforme costituzionali, da adottarsi inoltre in maniera retroattiva.

Si tratta di una richiesta accettabile se avanzata da un organo indipendente e consultivo quale la Commissione di Venezia, ma del tutto scorretta se presentata da un organo politico come il Parlamento europeo, per di più già immerso nella campagna elettorale. La costituzione rappresenta il pilastro dell’ordinamento giuridico interno di ogni Stato, ogni suo rimaneggiamento è di un’estrema delicatezza e non può essere soggetto a contese politico/elettorali e ingerenze esterne. A ciò si aggiunge la più che inappropriata richiesta di applicazione retroattiva di tali riforme, in contrasto con la stessa rule of law e i criteri delineati in materia dalla Commissione di Venezia (The rule of law check list, Venice Commission of the Council of Europe, adottata a Venezia l’11-12 marzo 2016). [1]

Concludo con un’osservazione più generale sulla questione della rule of law nell’ambito dell’Unione. Anche in questo caso troverete maggiori elementi nel briefing che vi abbiamo inviato prima di questa nostra riunione.

Personalmente sono favorevole a un monitoraggio sistematico dello stato di diritto nell’Unione. È una posizione che ho sempre sostenuto nei miei voti e nelle indicazioni che ho dato come shadow rapporteur di una serie di risoluzioni concernenti questo tema.

Tale monitoraggio ha per me un significato chiaro: garantire il rispetto di precisi obblighi derivanti da norme di diritto internazionale, alla cui base si collocano i diritti umani e le libertà fondamentali. Non si tratta quindi della semplice osservanza di astratti valori considerati comuni. Veramente comuni sono le norme che sottendono i valori indicati nell’articolo 2 dei Trattati, non i valori in sé.

Tuttavia, il monitoraggio presuppone che il “controllore” europeo sia neutrale, non motivato da mire elettorali, attento a evitare doppi standard, non percepito come punitivo, e deciso a criticare sia gli Stati Membri sia le istituzioni europee.

Temo che la risoluzione non rispetti appieno queste condizioni. Al tempo stesso, sono convinta che nei due Paesi esistano problemi reali e che il nostro gruppo non possa e non debba in alcun modo sconfessare le analisi della Commissione di Venezia, votando contro la risoluzione. Per questo suggerisco l’astensione in plenaria.

In aggiunta, presenterò alcuni emendamenti e proposte di split e separate vote sui punti più controversi.

[1] The Rule of Law Checklist

Uso sproporzionato della forza nelle manifestazioni

Strasburgo, 14 febbraio 2019. Dichiarazione di Barbara Spinelli a seguito del voto sulla proposta di Risoluzione di PPE, ALDE e ECR sul diritto di manifestazione pacifica e sull’uso proporzionato della forza. 

La Risoluzione è stata adottata con 438 voti a favore, 78 voti contrari e 87 astensioni.

Ho accolto con favore la decisione del Parlamento Europeo di sostenere la proposta, avanzata dal nostro gruppo, di avere un dibattito in plenaria, e relativa risoluzione, sul diritto di manifestazione pacifica e sull’uso proporzionato della forza. Deploro tuttavia l’atteggiamento eccessivamente timido adottato nella risoluzione congiunta presentata da PPE, ALDE e ECR.

Ho condiviso appieno e sostenuto con forza la condanna, presente nella risoluzione, del ricorso a interventi violenti e sproporzionati da parte delle autorità pubbliche in occasione di proteste e manifestazioni pacifiche. Tuttavia, simile condanna rimane lettera morta se non accompagnata da obblighi corrispondenti e incontrovertibili in capo agli Stati membri, come il chiaro impegno a proibire l’uso di alcuni tipi di armi “meno letali” (flashball LBD40, granate GLI F4) da parte delle autorità di contrasto, da cui possano derivare gravi lesioni dalle conseguenze permanenti. Tale richiesta era espressamente inclusa nella nostra proposta di risoluzione e negli emendamenti presentati sia dal Gruppo GUE/NGL sia dal gruppo Verdi/Ale. È per queste ragioni che ho votato, insieme ai deputati Verdi/Ale, contro il testo proposto.

*** 

Strasburgo, 11 febbraio 2019. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo.  

Punto in agenda:

  • Diritto di manifestare pacificamente e uso proporzionato della forza
    Dichiarazione della Commissione

 Presenti al dibattito:

  • Karmenu Vella – Commissario europeo per l’Ambiente, gli affari marittimi e la pesca

L’uso sproporzionato della forza contro le manifestazioni e leggi di natura liberticida concernenti il diritto alla protesta si diffondono nei Paesi membri dell’Unione e dobbiamo occuparcene, anche se la competenza è degli Stati nazionali. Ce ne occupammo in una risoluzione parlamentare del 2002, che deplorò la sospensione di diritti dei dimostranti contro il G8 a Genova, sospensione di cui il governo italiano si era reso responsabile nel 2001.

Quando vengono usate armi con effetto mutilante o anche letale contro i manifestanti (flashball LBD40, granate GLI F4) è chiaro che sono violati diritti europei. Penso agli articoli della Carta europea sul diritto all’integrità fisica e mentale, alla libertà di assemblea e di espressione. La rule of law non è solo osservanza delle leggi. È anche tutela di questi precisi diritti, non meno inviolabili nel mantenimento dell’ordine. Tali armi vanno bandite nello spazio dell’Unione.

Le parole usate dal governo francese per descrivere l’insieme dei manifestanti Gilets Jaunes – “casseurs”, “factieux”, “brutes” – echeggiano le accuse di sedizione violenta contro i prigionieri politici catalani e stridono con il nostro ordine giuridico.

 

Allegati:

Testo finale della Risoluzione adottata dal parlamento

Testo della proposta di risoluzione comune presentata da S&D, Verdi/ALE e GUE/NGL

Testo della proposta di risoluzione presentata dal GUE/NGL

Gli emendamenti 6-14 e 15-21 alla risoluzione presentati dal GUE/NGL

Comunicato stampa del GUE/NGL diramato dopo il voto

Risoluzione sulla Carta dei diritti fondamentali UE

Strasburgo, 11 febbraio 2019. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo.  

Punto in agenda:

  • Discussione congiunta – Attuazione di disposizioni del trattato

Presenti al dibattito:

  • Frans Timmermans – Primo vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per la migliore legislazione, le relazioni interistituzionali, lo stato di diritto e la carta dei diritti fondamentali

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatore, per il Parlamento europeo, della Relazione sull’attuazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nel quadro istituzionale dell’UE.

Intervento di Apertura – Presentazione del Relatore

Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei spiegare quali sono stati gli obiettivi di fondo che ho perseguito, nel lungo lavoro sulla relazione riguardante l’attuazione della Carta dei diritti fondamentali.

C’è un punto sul quale ho insistito in modo particolare ed è che l’Unione non deve avere un atteggiamento passivo verso i diritti sanciti dalla Carta: non deve limitarsi a scongiurare eventuali violazioni di tali diritti, ma deve adoperarsi attivamente per la loro promozione e il loro sistematico e preliminare accorpamento in tutti i provvedimenti e le decisioni adottati dall’Unione. Non si tratta solo di un obbligo discendente dal diritto internazionale dei diritti umani, ma di un dovere espressamente sancito nella Carta stessa.

La Carta ha certamente rappresentato un punto di svolta nell’integrazione europea, ma la sua adozione non può e non deve essere considerata come traguardo finale: la natura della Carta è evolutiva, influenzata dalle leggi internazionali e dalla giurisprudenza delle Corti europee. È la piena concretizzazione dei diritti in essa sanciti l’obiettivo cui bisogna ambire costantemente.

Non dico questo a caso. Lo dico partendo dalla convinzione che la crisi dell’Unione è troppo vasta, e il divario creatosi fra cittadini e istituzioni europee troppo profondo, perché non si faccia il punto della situazione partendo proprio dai cittadini, dal loro malcontento, dalla loro sensazione di essere ignorati nei loro diritti. In molte politiche europee, i diritti elencati nella Carta non hanno lo spazio che viene formalmente garantito loro dalla legge europea oltre che dalla giurisprudenza della Corte di giustizia. Spesso sono addirittura ignorati, soprattutto quando sono in gioco i diritti sociali e il rapporto fra questi ultimi e le esigenze legate alla competitività nel mercato unico. Sono ignorati anche i diritti di chi, non importa se irregolarmente o regolarmente, entra e risiede nel territorio dell’Unione e dunque è parte del nostro sistema giuridico. Di qui il mio appello a porre in essere sistematiche valutazioni di impatto sui diritti, preliminari ed ex post, ogni volta che vengono adottate politiche in aree cruciali come le politiche di stabilità economica – specie nell’eurozona – le politiche commerciali e gli accordi con Paesi terzi firmati dall’Unione, la politica migratoria. Questioni in parte già presenti nella relazione ma che ripropongo in alcuni emendamenti per la plenaria, tanto sulla cosiddetta governance economica quanto sui rifugiati e migranti, il cui diritto al non-refoulement siamo chiamati a rispettare per legge.

L’obiettivo di questo testo è di chiarire il ruolo della Carta, mettendo in luce le difficoltà che continuano a sorgere nella sua attuazione piena. Lo stress test è uno strumento usato per sondare la tenuta delle banche. Dovremmo cominciare a usare test analoghi anche per la tenuta dei diritti fondamentali. Il mio intento è fornire spunti e proposte che non dovrebbero essere controversi, e che possano consolidare la promessa solenne fatta ai nostri cittadini con l’adozione della Carta quale fondamento normativo dell’Unione e indispensabile complemento dei trattati: la promessa di costruire una comunità fondata sul rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e dei diritti umani.

***

Intervento di chiusura a conclusione del dibattito – Replica del Relatore

Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei concludere insistendo sulla crisi dell’ultimo decennio. Essa ha accentuato poteri di indirizzo e controllo della Commissione che in molti Stati membri non sono sempre ritenuti legittimi e democratici. Si tratta di restituirle questa legittimità, molto fragile senza un più sistematico riferimento alla Carta.

Il Commissario Malmström ha detto una volta che, nel negoziare il TTIP, l’esecutivo europeo non poteva tener conto delle obiezioni provenienti dalla società civile. Disse: “Non ho ricevuto un mandato dal popolo europeo”. Ovvio che in questo modo le istituzioni UE appaiano lontane, ostili ai movimenti dal basso.

Alla sfida del sovranismo occorre rispondere con una sovranità che sia condivisa, sì, ma fondata sulle esigenze dei vari popoli di veder rispettati i propri diritti sociali e civili. Se non ne teniamo conto, se creiamo a uso elettorale una contrapposizione fra sovranisti ed europeisti, per forza cadremo nel linguaggio non più politico ma teologico in cui è caduto Donald Tusk, secondo cui ci sarebbe uno speciale posto all’inferno per chi in Gran Bretagna negozia male l’uscita dall’Unione. Dimenticheremo che al centro della questione Brexit ci sono i diritti e la legge primaria europea, come spiegato molto bene dalla collega Julie Ward (gruppo S&D), non una specie di giudizio universale realizzato nella storia, e prima del tempo.

***

In data 12 febbraio 2019 il Parlamento europeo ha approvato la Risoluzione sull’attuazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nel quadro istituzionale dell’UE, Relatore Barbara Spinelli (GUE/NGL).  

La Relazione è stata adottata con 349 voti a favore, 157 voti contrari e 170 astensioni.

A seguito del voto Barbara Spinelli ha dichiarato:

«Con l’adozione di questa Relazione il Parlamento europeo ha formalmente riconosciuto la necessità di attribuire maggiore centralità alla Carta dei diritti fondamentali nel processo politico e decisionale dell’Unione e di permettere ai diritti sociali in essa iscritti di uscire dall’ombra, conferendo loro una legittimazione rafforzata.  Mi rammarico tuttavia del fatto che la maggioranza dei gruppi politici, compreso purtroppo il gruppo socialista, non abbia colto appieno questa opportunità per trasmettere un messaggio ancora più forte e incontrovertibile, e abbia deciso di bocciare la maggior parte degli emendamenti presentati congiuntamente dal mio Gruppo politico e dai Verdi/ALE: emendamenti volti tanto a riaffermare gli obblighi positivi discendenti dalla Carta di promozione attiva dei diritti e dei principi in essa contenuti, quanto a estendere il suo ambito di operatività, a sottolineare con maggiore incisività il ruolo che la Carta dovrebbe avere nella governance economica e nella politica migratoria, così come il ruolo dei diritti umani nella politica commerciale, e a rafforzare gli strumenti intesi a garantirne l’osservanza».

Allegati:

Risoluzione del Parlamento europeo del 12 febbraio 2019 sull’attuazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nel quadro istituzionale dell’UE (2017/2089(INI))

Emendamenti 003-007

Emendamenti 008-017

Gli anni bellissimi del Presidente Conte

COMUNICATO STAMPA

Strasburgo, 12 febbraio 2019. Barbara Spinelli (GUE/NGL) è intervenuta nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo nella “Discussione con il Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica italiana Giuseppe Conte sul futuro dell’Europa”, alla presenza del Commissario europeo Jyrki Katainen.

Di seguito l’intervento:

Ho una domanda, caro Presidente Conte.

Siccome non vedo l’Unione capace allo stato attuale di divenire una Comunità solidale e non discriminatoria, né sulla migrazione né sulle regole di bilancio. Siccome non credo che il reddito di cittadinanza, pure indispensabile in Italia, sia in grado di superare i difetti del sussidio Harz IV, ormai riconosciuti nella stessa Germania. Siccome vedo che la destra estrema sta prendendo il sopravvento sui Cinque Stelle, imponendo la propria agenda su punti cruciali, vorrei chiederle – e la domanda è seria perché temo il momento in cui la Lega abbraccerà forze di destra che vogliono la caduta del suo governo, porti ancora più chiusi e strategie di regime change in Venezuela: sulla base di quali previsioni, di quale studio della realtà, di quali dati di fatto ritiene, come ha detto il primo febbraio in un’intervista, che quest’anno e gli anni successivi saranno “bellissimi”?

Pacchetto asilo: il Consiglio è colpevole di omissione di atti dovuti

COMUNICATO STAMPA

Strasburgo, 15 gennaio 2019

Barbara Spinelli (GUE/NGL) è intervenuta nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo dedicata alla discussione sulla “Riforma della politica dell’UE in materia di asilo e migrazione alla luce della perdurante crisi umanitaria nel Mediterraneo e in Africa”.

 L’intervento è stato pronunciato a seguito delle dichiarazioni del Consiglio, rappresentato dal Segretario di Stato per gli Affari europei (Presidenza rumena del Consiglio dell’UE) Melania-Gabriela Ciot, e della Commissione, rappresentata dal Commissario europeo per la Migrazione, gli affari interni e la cittadinanza Dimitris Avramopoulos.

«Sempre diciamo che la nostra è un’Unione fondata su diritto. È falso: sulle politiche migratorie non siamo un’unione e violiamo il diritto europeo e internazionale. I soli regolamenti su cui insiste il Consiglio sono quelli securitari – guardia frontiera, rimpatri – che esternalizzano gli obblighi d’asilo.

I dossier basati sulla solidarietà: tutti in blocco seppelliti. È passato un anno e mezzo e il Consiglio ancora non è in grado di presentarci controproposte su Dublino Quattro. Gli altri dossier – qualifiche per protezione internazionale, reinsediamenti – sono fermi da un anno, sempre per colpa del Consiglio.

Il risultato è davanti ai nostri occhi: litigi tra Stati membri; criminalizzazione della Ricerca e Salvataggio; accordi ad hoc fra Stati UE per aggirare le norme, comprese quelle di Dublino Tre; infine consegna di migranti ai Lager libici –  sono campi di morte, Signora Presidente del Consiglio, è insensato difendere le intese con Tripoli. Il Consiglio è colpevole di omissione di atti dovuti e la Corte dovrebbe occuparsene. Ha ragione il commissario Avramopoulos: The time is now!».

La situazione drammatica in Bosnia-Erzegovina

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-004570/2018 alla Commissione
Articolo 130 del regolamento

Elly Schlein (S&D), Judith Sargentini (Verts/ALE), Juan Fernando López Aguilar (S&D), Birgit Sippel (S&D), Cornelia Ernst (GUE/NGL), Andrejs Mamikins (S&D), Claude Moraes (S&D), Miguel Urbán Crespo (GUE/NGL), Miltiadis Kyrkos (S&D), Dietmar Köster (S&D), Sergio Gaetano Cofferati (S&D), Soraya Post (S&D), Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL), Daniele Viotti (S&D), Flavio Zanonato (S&D), Sylvie Guillaume (S&D), Ana Gomes (S&D), Cécile Kashetu Kyenge (S&D), Barbara Spinelli (GUE/NGL), Eleonora Forenza (GUE/NGL), Ska Keller (Verts/ALE), Josef Weidenholzer (S&D) e Terry Reintke (Verts/ALE)

Oggetto: La situazione drammatica in Bosnia-Erzegovina

Secondo le stime, dall’inizio dell’anno sono entrati nel territorio della Bosnia-Erzegovina oltre 12 000 migranti, centinaia dei quali si trovano attualmente nelle città di Bihać e Velika Kladuša; Medici Senza Frontiere (MSF) e altre ONG hanno denunciato le loro drammatiche condizioni di vita, in assenza di adeguate strutture di accoglienza e di servizi di primo soccorso e di assistenza medica sufficienti.

Inoltre, alcuni giornali e organizzazioni hanno riportato un presunto ricorso alla violenza da parte delle autorità croate a danno dei rifugiati che attraversano il confine dalla Bosnia-Erzegovina. In data 15 agosto 2018, la testata The Guardian ha denunciato presunti furti e violenze sistematiche da parte della polizia croata contri i rifugiati, come segnalato anche da MSF. Alla luce di quanto precede, può la Commissione rispondere ai seguenti quesiti:

1) Sono in corso attività di monitoraggio dell’uso dei fondi europei concessi alla Bosnia-Erzegovina per l’assistenza ai migranti e la garanzia di adeguate strutture di accoglienza, inclusi gli 1,5 milioni e i 6 milioni di EUR stanziati rispettivamente a giugno e ad agosto?

2) Quali misure intende adottare per verificare i presunti abusi e garantire il rispetto dei diritti fondamentali, compreso il diritto di chiedere asilo all’interno dell’UE?

3) La guardia di frontiera e costiera europea è presente al confine tra la Croazia e la Bosnia-Erzegovina e, in caso affermativo, quante unità sono coinvolte?

 

IT
E-004570/2018
Risposta di Dimitris Avramopoulos
a nome della Commissione europea
(7.1.2019)

L’UE ha prontamente risposto alla richiesta di sostegno delle autorità della Bosnia-Erzegovina per affrontare gli attuali sviluppi della situazione migratoria. Da giugno 2018, la Commissione ha fornito 2 milioni di euro di aiuti umanitari per affrontare le necessità immediate di rifugiati, richiedenti asilo e migranti, riguardanti alloggi di emergenza, acqua e servizi igienico-sanitari, generi alimentari e non alimentari, assistenza sanitaria e protezione.

In agosto 2018 la Commissione ha stanziato 7,2 milioni di euro per aumentare le capacità di identificazione, registrazione e protezione di rifugiati, richiedenti asilo e migranti, per fornire alloggi adeguati e servizi di base per il periodo invernale, e per sostenere la polizia di frontiera della Bosnia-Erzegovina. L’attuazione è cominciata nell’ottobre 2018.

Le autorità della Bosnia-Erzegovina sono state invitate a individuare urgentemente e a concordare luoghi con alloggi adeguati nel cantone di Una-Sana. Tali luoghi devono garantire condizioni appropriate. Dalla fine di luglio 2018, con gli aiuti dell’UE, famiglie e minori non accompagnati sono alloggiati all’ex hotel Sedra a Cazin. Sono in esame altri luoghi da poter adibire ad alloggi.

La delegazione dell’UE e i servizi competenti della Commissione monitorano da vicino l’attuazione dell’assistenza dell’UE e la situazione di rifugiati, richiedenti asilo e migranti in Bosnia-Erzegovina.

La Commissione è in contatto con la Croazia per quanto riguarda l’attuazione del sistema europeo comune di asilo, anche in relazione alle accuse di maltrattamento di cittadini di paesi terzi e la mancanza di possibilità di chiedere asilo. La Commissione si aspetta che la Croazia dia seguito a tale questione. La Commissione continuerà a monitorare da vicino la situazione, anche mantenendo i contatti con le autorità.

I negoziati relativi all’accordo sullo status con la Bosnia-Erzegovina per l’invio di squadre dell’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera (ECBGA) nel paese lungo la frontiera croata si sono ora conclusi. Tale accordo sullo status deve ancora essere firmato da entrambe le Parti prima che l’invio di squadre dell’ECBGA alla frontiera con la Croazia possa avere luogo.