Lampedusa in Winter

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Bruxelles, 18 aprile 2016

Barbara Spinelli (GUE/NGL) ha preso la parola durante il dibattito che ha preceduto la visione del film “Lampedusa in Winter”.

Presenti in sala i deputati Angelika Mlinar, Tanja Fajon, Roberta Metsola, Cecilia Wikström, Ulrike Lunacek e Laura Ferrara. Tra gli ospiti, la giornalista Martyna Czarnowska («Wiener Zeitung») che ha mediato il dibattito, Marina Chrystoph (direttrice del forum culturale austriaco), Jakob Brossmann (regista del film) e Paola la Rosa (una delle protagoniste).

Prima di addentrarmi nelle esperienze italiane e fare alcune considerazioni in merito alle recenti proposte avanzate dal governo Renzi, vorrei ribadire che non sono fiera di questa Europa. Stiamo assistendo a un susseguirsi di naufragi e alla morte di centinaia di persone, tacitamente approvati da istituzioni comunitarie che nulla fanno per evitare simili disastri umanitari.

Non sono fiera di un’Europa che predica valori solo in senso astratto, e tanto più li invoca tanto meno li rispetta. Che preferisce ricorrere a questo termine vago – i valori sono interpretabili da ogni governo come meglio gli conviene – piuttosto che a concetti impegnativi come diritti, obblighi, leggi internazionali. Questo per meglio concentrare tutte le energie sulle politiche di rimpatri, e giustificare la svolta  avvenuta in materia in occasione dell’accordo siglato con il governo turco. Un accordo che diverse organizzazioni, tra cui UNHCR, Amnesty International, Human Rights Watch, hanno definito non rispettoso del diritto internazionale e della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. A simile accordo l’Europa si aggrappa per esternalizzare la politica di asilo ed evitare di avere grane politiche in casa propria.

È perciò fondamentale utilizzare il giusto linguaggio, come ha fatto notare in questa conferenza la collega Cecilia Wikström (ALDE). Si parla di crisi di migranti, ma in realtà siamo di fronte a una crisi di rifugiati. Una crisi che in realtà non rappresenta un vero dramma per l’Europa, ma che chiaramente mette in risalto la paralisi delle istituzioni europee e dei suoi Stati Membri. La paralisi è tanto più grave se fa attenzione alle cifre, generalmente occultate nel dibattito pubblico: nel mondo ci sono oggi 60 milioni di rifugiati; un milione è arrivato in Europa nel 2015, il che equivale allo 0,2 per cento della popolazione UE. Sono numeri che dimostrano  come non ci si trovi alle prese con una calamità (in paesi come il Libano e la Giordania la percentuale oscilla fra il 15 e il 20 per cento): la calamità è percepita come tale a causa dell’incapacità dell’Unione e degli Stati membri di fronteggiarla.

Vorrei a questo punto parlare dell’Italia, iniziando dalla proposta avanzata in questi giorni dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi, sotto forma di un non-paper soprannominato “Migration Compact”, e inviato alla Commissione e al Consiglio europeo. Quello che mi ha più impressionato nel documento è l’indifferenza nei confronti delle obiezioni che sono state mosse non solo da numerose organizzazioni (UNHCR, Amnesty International, Human Rights Watch), ma anche da esperti e professori di diritto (State Watch). Più precisamente, sono del tutto ignorati i sospetti di illegalità che gravano sull’accordo con Ankara, e sulle reali condizioni dei fuggitivi rimpatriati in Turchia. Sappiamo che una deriva autoritaria è in corso da tempo in quel Paese. Che il regime Erdogan sta reprimendo le popolazioni curde in una parte del proprio paese e che negli ultimi mesi ha forzatamente rimpatriato migliaia di rifugiati siriani nelle stesse zone di guerra dalle quali erano fuggiti. Proprio oggi il Presidente del gruppo politico ALDE ha chiesto d’altronde la sospensione dell’ accordo.

Di tutto questo non c’è traccia nella proposta italiana. Manca qualsiasi accenno ai diritti della persona, e soprattutto al principio del non-refoulement. Non so ancora come il piano sarà accolto dalla Commissione e dal Consiglio, ma purtroppo sembra essere abbastanza in sintonia con l’orientamento attuale della politica comunitaria in materia di asilo, immigrazione e rimpatri.

A questo proposito, vorrei richiamare due dichiarazioni del Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, che mi hanno particolarmente colpito. La prima è stata pronunciata durante un congresso del Partito popolare europeo a Madrid, i 22 ottobre 2015. Tusk ha dichiarato: “… l’ingresso troppo facile nell’Unione Europea è un potente pull factor per l’immigrazione … “. Tecnicamente non è sbagliato, se non fosse che il Presidente ha dimenticato di precisare che il principale pull factor è rappresentato dalle guerre da cui fuggono i rifugiati. E che le frontiere europee non erano nello scorso ottobre così aperte come pretendeva. La seconda dichiarazione risale al 3 marzo scorso ed è un appello pubblico a migranti e rifugiati: “… non venite in Europa, perché non serve a niente. It is all for nothing.” Di fronte a simili frasi difficile evitare la vergogna.

Al contempo, credo sia necessario mettere in rilievo le azioni positive nei Paesi dell’Unione: sono parte di una contro-narrativa che vale la pena opporre a chi fa politica attizzando paure e chiusure. Mi riferisco alle reazioni solidali dei cittadini, delle associazioni, delle famiglie, per quanto riguarda l’accoglienza dei migranti: anche queste azioni devono poter essere citate, quando si parla di best practices nell’Unione.

Vorrei, nello specifico, soffermarmi su un’iniziativa nata a Lampedusa e promossa dall’associazione Mediterranean Hope, il cui rappresentate principale è Francesco Piobbichi che ho avuto il piacere di invitare l’anno scorso qui al Parlamento Europeo. Oggi in questa sala c’è una simpatizzante dell’associazione, Paola La Rosa. Si tratta dell’esperimento di un corridoio umanitario pilota realizzato dalle Chiese Evangeliche della Tavola Valdese e dalla Comunità di Sant’Egidio. Il 15 dicembre 2015 è stato firmato un accordo con i ministri italiani degli Esteri e dell’Interno, ma l’iniziativa si è sviluppata grazie a un lungo lavoro diplomatico con le autorità interessate in Libano, Marocco ed Etiopia. La base giuridica è rappresentata dall’art. 24 del Regolamento (CE) n. 810/2009 del 13 luglio 2009, che istituisce il Codice comunitario dei visti: vale a dire la possibilità di concedere visti con validità territoriale limitata, in deroga alle condizioni di ingresso previste in via ordinaria dal codice frontiere Schengen, “per motivi umanitari o di interesse nazionale o in virtù di obblighi internazionali”. Grazie al corridoio umanitario sono stati accolti un centinaio di profughi provenienti dai campi profughi in Libano. Vorrei riportarvi un’interessante osservazione fatta da Francesco Piobbichi. Se i tre miliardi che l’Unione europea ha erogato in virtù dell’accordo con la Turchia fossero stati elargiti all’associazione, questa avrebbero potuto garantire la creazione di un corridoio umanitario tale da dare accoglienza ad un milione di rifugiati. È stato calcolato, infatti, che 2 milioni di euro consentono il salvataggio di mille persone.

Infine, vorrei concludere con una riflessione sul rapporto tra Schengen e politiche di asilo. Sono molto riluttante a legare insieme le due questioni. Tuttavia, vorrei sottolineare che le politiche di asilo non devono avere lo scopo di salvare Schengen, ma piuttosto essere orientate al rispetto dei diritti e degli obblighi imposti dai trattati, dalla Convezione di Ginevra, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. I diritti fondamentali e gli strumenti a protezione di essi devono rappresentare il faro delle politiche in materia di asilo e migrazione. La risoluzione sul Mediterraneo, votata la scorsa settimana in plenaria, contiene a questo proposito elementi positivi, ma anche lacune e incertezze sul tema dei rimpatri e, soprattutto, non prende le distanze dall’accordo con la Turchia. Per questo insisto sulla necessità di sospendere l’accordo. Ne va della nostra credibilità. Ritengo sia opportuno agire subito e di nostra iniziativa, e non quando sarà la Corte di giustizia dell’Unione a imporci, forse, la sospensione.

Interrogazione sui 500 migranti scomparsi nel Mediterraneo

Interrogazione con richiesta di risposta scritta alla Commissione
Articolo 130 del regolamento

Dimitrios Papadimoulis, Kostas Chrysogonos, Stelios Kouloglou, Kostadinka Kuneva, Barbara Spinelli, Curzio Maltese, Elonora Forenza

Oggetto: 500 refugees missing in the Mediterranean Sea

On April 13, a delegation from the UN Refugee Agency met with survivors of an overcrowded boat that sank at an unknown location the Mediterranean Sea between Libya and Italy. According to media reports, there were 500 people in that boat. The 41 survivors (37 men, three women and a three-year-old child) were rescued by a merchant ship and taken to Kalamata on April 16.

So far, the Italian government has neither confirmed nor denied the event publicly. Should information prove right, this would be one of the biggest human tragedies, not only in European but also in global scale.

Therefore, the European Commission is asked:

  1. Is it informed on this case? If so, has it pressed the countries possibly involved, to move on with the necessary search and rescue operations?
  2. When and how the European Commission intends to secure safe and legal passage for refugees towards Europe and efficiently combat smugglers’ networks?
  3. How the European Commission intends to deal with the re-activation of the north-African route, which has seen an upsurge of 60% since last year according to UNHCR, after the closure of the Balkan corridor and the deal with Turkey?

Death by (Failure to) Rescue

Il 18 aprile 2016 è stato pubblicato lo studio Death by Rescue, The Lethal Effects Of The EU’s Policies Of Non-assistance At Sea (“Morte per soccorso: gli effetti letali delle politiche marittime di non assistenza dell’Ue”) realizzato dai ricercatori Charles Heller e Lorenzo Pezzani del Forensic Oceanography – Goldsmiths, University of London – in collaborazione con WatchTheMed all’interno del progetto sostenuto dall’Economic and social research Council ESRC “Precarious Trajectories”.

La prefazione è a cura di Barbara Spinelli. La versione inglese è apparsa anche su openDemogracy. Ne riportiamo qui la versione italiana.

Morti per mancato soccorso

Il 2016 sarà ricordato come l’anno in cui l’Unione europea avrà definitivamente rotto il patto di civiltà su cui fu fondata dopo la seconda guerra mondiale. Per anni, dopo il grande naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, ha consentito tacitamente alla morte in mare di migliaia di profughi in fuga verso le coste europee, non essendo stata capace di organizzare vie sicure e legali di accesso all’Unione. Quest’anno, nel 2016, ha compiuto un ulteriore passo verso la barbarie: non solo ha chiuso le frontiere interne, smantellando lo spazio Schengen, ma ha coscientemente deciso di rispedire i rifugiati nelle zone di guerra da cui erano precipitosamente fuggiti e da cui fuggono ancora. Non può essere interpretato in altro modo l’accordo stipulato con il governo turco il 20 marzo 2016, che consente il rimpatrio in massa di profughi che riescono a raggiungere la Grecia.  Migliaia di questi rimpatriati vengono rispediti dal regime Erdogan nelle zone di guerra siriane da cui erano inizialmente scappati: una deportazione che viola le leggi nazionali, europee e internazionali.  Il lavoro sporco viene affidato all’alleato turco, ma è l’Europa in prima persona che si rende responsabile del refoulement collettivo, dando vita alla mortifera triangolazione dei rimpatri.

Il modo di procedere dell’Unione sarà giudicato, un giorno, come crimine contro l’umanità. Sarà anche stato inutile, perché chi prende la via della fuga da guerre e dittature non smetterà di fuggire. Chiusa la rotta balcanica, per forza di cose si aprono o riaprono altre vie di fuga: a cominciare dalla rotta del Mediterraneo centrale, che porta alle coste siciliane e di Lampedusa. Le politiche europee sono al tempo stesso criminogene e del tutto dissennate: non sono i trafficanti a pagarne il prezzo, ma i profughi e l’Europa tutta intera.

L’Europa paga un prezzo alto in termini di prestigio politico e morale, e il progetto unitario nato nel dopoguerra viene spezzato. Gli incentivi a restare insieme e solidarizzare diminuiranno, le destre estreme e i razzismi profitteranno dello sconquasso.  Per l’occasione va ricordato che la Grecia, messa in ginocchio economicamente da sei anni di inane austerità, è stata lasciata sola e senza soldi anche sulla questione rifugiati. Il circolo vizioso è diabolico: se gli hotspot nelle isole greche non sono in grado di accogliere degnamente e registrare i fuggitivi, è perché l’Unione non assiste economicamente Atene, con la scusa che gli hotspot e i centri di accoglienza e registrazione non sono organizzati e funzionanti come dovrebbero essere. Ma se questi ultimi non lo sono, è perché i soldi non arrivano. È il cane che si morde la coda.  A ciò si aggiungano i muri eretti ai confini tra Grecia e Repubblica ex jugoslava di Macedonia (Idomeni) e il rifiuto di quasi tutti gli Stati Membri dell’Unione (Portogallo escluso) di ricollocare nei propri paesi i fuggitivi approdati vivi in Grecia.

Non va dimenticato in questo quadro la menzogna che circola nei paesi dell’Unione a proposito dei rifugiati. Si parla di invasione, di esodo biblico verso l’Europa, quando basta studiare le cifre per scoprire l’evidenza: su 60 milioni di rifugiati nel mondo, un milione è fin qui giunto nei paesi dell’Unione. È appena l’1,2 per cento della sua popolazione. La maggior parte dei rifugiati siriani vive oggi in Libano, Giordania e Turchia.

***

Riassumo a questo punto le principali linee della mia azione politica nel Parlamento europeo. Il 3 ottobre 2014, a un anno dal naufragio di Lampedusa, andai nell’isola con una delegazione del gruppo parlamentare Gue/Ngl. Denunciai la sostituzione dell’operazione italiana Mare Nostrum con l’operazione Frontex Plus, poi rinominata Triton, che avrebbe svolto controlli e pattugliamenti, più che ricerche e salvataggi, senza avventurarsi in acque internazionali. Triton aveva l’evidente scopo di circondare l’Europa con un muro, e di ignorare le morti in mare di profughi e migranti. Si macchiò, sin dal 2013, di quello che Hermann Broch chiamò, dopo la fine del nazismo tedesco, “crimine di indifferenza”. «Vittime della guerra non sono solo gli esseri umani», dissi allora, «ma anche la verità e la legalità. Più precisamente, una serie di articoli della Carta europea dei diritti fondamentali, a cominciare dall’articolo 2 (il diritto alla vita) e dall’articolo 19 (il divieto di respingimento). Così come è violato il Trattato di Lisbona (articolo 80), che prescrive la solidarietà anche finanziaria tra Stati membri “ogni qualvolta sia necessario”».

Tuttavia Mare Nostrum non sarebbe stato sostituito né da Frontex Plus né da operazioni aggiuntive come Triton, Poseidon o Hermes. Semplicemente, non ci sarebbero più state missioni di search and rescue oltre le 12 miglia dalla costa. «Ne traggo due conclusioni» scrissi il 4 settembre 2014 rivolgendomi al direttore esecutivo di Frontex, Sig. Gil Arias-Fernandez, invitato a presentare le attività di Frontex nel Mediterraneo davanti alla Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento europeo. «Primo: l’Italia è lasciata sola. Secondo: Mare Nostrum è finito, e ci saranno di nuovo morti nel Mediterraneo. Chiedo al dottor Fernandez se siete coscienti che queste sono le conclusioni cui tocca giungere, e che due articoli dei nostri Trattati sono violati: l’articolo 80 del Trattato di Lisbona, che prescrive la solidarietà e la distribuzione delle responsabilità anche finanziarie tra Stati Membri in caso di necessità, e l’articolo 19 della Carta dei Diritti fondamentali che vieta la politica di respingimenti».[1] Non ebbi risposta, e dopo l’Italia anche la Grecia, come abbiamo visto, è stata lasciata sola, con un’economia già frantumata dai memorandum economici della trojka.

Nei primi giorni del dicembre 2014, Klaus Rosler, allora direttore della divisione operativa di Frontex, scrisse una lettera a Giovanni Pinto, direttore centrale del Dipartimento dell’Immigrazione e della Polizia delle frontiere del Viminale, di cui si venne a conoscenza da indiscrezioni giornalistiche.[2] Roesler si diceva preoccupato «per i ripetuti interventi “fuori area” nel Mediterraneo oltre le 30 miglia marine dalle coste italiane». La pietra dello scandalo era un fatto accaduto un mese prima, il 20 novembre, quando il Centro operativo di controllo di Roma, dopo aver ricevuto una serie di richieste di soccorso in mare, diede istruzioni a un’unità di Frontex di recarsi sul posto per verificare l’eventuale presenza di imbarcazioni in difficoltà.

«Frontex ritiene che una telefonata satellitare non possa considerarsi di per sé un evento di search and rescue – si leggeva nella lettera – e raccomanda dunque che siano intraprese azioni per investigare e verificare, e solo in seguito, in caso di difficoltà, attivare un altro assetto marittimo. Frontex, inoltre, non considera necessario e conveniente sotto il profilo dei costi l’utilizzo di pattugliatori (offshore patrol vessel) per queste attività di verifica iniziale al di fuori dell’area». Una vera e propria lettera di richiamo, in cui l’allora direttore di Frontex avvisava che «le istruzioni impartite alle navi di portarsi in zone poste fuori dall’area operativa di Triton per prestare soccorso a imbarcazioni in difficoltà non sono coerenti con il piano operativo, e purtroppo non saranno prese in considerazione in futuro».

Scrissi in proposito una lettera all’appena nominato direttore di Frontex Fabrice Leggeri, mentre l’UNHCR rendeva noto che nel 2014 non meno di 3.419 persone erano morte nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa. Chiedevo spiegazioni su quanto ammesso da Gil Arias Fernández, in un’intervista al giornale spagnolo “El Diario”: l’obiettivo di Frontex era «impedire gli ingressi clandestini […] dal momento che non ha un mandato per fare salvataggio in mare».[3] Anche in questo caso, non giunse risposta.

Nel primo fine settimana dell’aprile 2015, le autorità italiane comunicarono di aver salvato circa 2800 migranti e che le operazioni di salvataggio erano state condotte per lo più dall’Italia in acque internazionali, mentre l’operazione europea Triton aveva continuato a pattugliare l’area di trenta miglia dalle coste italiane, lontano dalla zona dove le barche in pericolo necessitavano aiuto.[4] Pochi giorni dopo, il 12 aprile, un barcone si capovolse causando 400 morti. Scrissi una lettera aperta ai Commissari Avramopoulos, Mogherini e Timmermans, cofirmata da 24 colleghi di diversi gruppi parlamentari (una cifra che sarebbe stata molto maggiore, se non avessimo avuto l’urgenza di inviare subito la lettera): chiedevamo un’assunzione di responsabilità europea nelle operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo. «L’attuale situazione di emergenza continuerà a peggiorare. Nel frattempo, non una delle quattro aree che la Commissione europea ha enucleato per la prossima Agenda per la migrazione (attesa per maggio) affronta la necessità di concrete operazioni di search and rescue nel Mediterraneo».[5]

Pochi giorni dopo avvenne il naufragio del 18 aprile: più di 800 morti. Lanciai un appello firmato da numerosi intellettuali e attivisti in cui chiedevamo che la parola “urgenza” sostituisse la parola “emergenza”, dando alla realtà il nome che meritava. «Siamo di fronte a crimini di guerra e sterminio in tempo di pace. Il crimine non è episodico ma sistemico, e va messo sullo stesso piano delle guerre e delle carestie prolungate»,[6] dicemmo allora.

Dall’inizio di luglio ripresero le morti in mare. A soccorrere i naufraghi, nel Canale di Sicilia, non c’era Frontex, non c’era l’Unione europea, ma le tre navi umanitarie private di Migrant Offshore Aid Station (Moas), Medici senza frontiere e Sea-Watch, assieme alle unità della Guardia costiera e della Marina militare italiana, e alle poche navi rimaste degli Stati membri, la cui appartenenza organica alla missione Triton era tutt’altro che chiara, poiché sui rispettivi siti governativi risultavano essere messe a disposizione dei singoli Stati, sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana. Lo stesso valeva per la nave irlandese LÉ Niamh, per la cui opera di salvataggio non si faceva riferimento all’operazione Triton-Frontex ma a «operazioni congiunte con la Marina italiana».

Guardando indietro – come il rapporto di Oceanografia forense impone di fare – si ha la misura di come in soli due anni e mezzo si sia passati dalle dichiarazioni ipocrite su Lampedusa all’indifferenza di fronte ai 350 bambini affogati in mare dopo Aylan, quasi si trattasse di una catastrofe naturale che non tocca la sfera della politica. Quanto più le istituzioni europee hanno parlato di diritti e di umanità, tanto più hanno proceduto verso una sottrazione di mezzi, uomini, assistenza finanziaria per il soccorso in mare, impegnandosi invece in accordi con Paesi terzi non affidabili dal punto di vista del rispetto dei diritti fondamentali (processi di Rabat e Karthoum), e nell’esternalizzazione del respingimento culminata con l’accordo UE-Turchia.

Vie alternative esistono, per affrontare la questione rifugiati e migranti. Occorre aprire corridoi umanitari sicuri e legali, capire che trafficanti e mafie proliferano in assenza di tali corridoi. Occorre mobilitare l’immaginazione politica per superare la gabbia imposta dal Regolamento di Dublino, assistere i paesi più esposti come Italia e Grecia, non criminalizzare i fuggitivi, i migranti, e le tante associazioni che cercano di garantire la loro incolumità e il loro diritto a fuggire da paesi resi invivibili da guerre e devastazioni di cui gli Europei, con l’amministrazione Usa, sono in buona parte responsabili, nell’ “arco del caos” che dall’Africa del Nord si estende sino all’Afghanistan. Occorre infine mettere in movimento il pensiero e le azioni, adottando una veduta lunga su quel che accade: l’Europa sotto i nostri occhi sta mutando, dobbiamo cominciare a vederla come un nuovo crogiuolo di popoli, sapendo che gran parte dei rifugiati sono destinati a restare con noi per lungo tempo e a divenire i nostri futuri con-cittadini. Si parla di crisi dei migranti, quando siamo alle prese con una crisi di rifugiati. Si parla di crisi, quando siamo di fronte a un’occasione – un kàiros – da non mancare.

[1] Interventi di barbara spinelli durante le riunioni della Commissione parlamentare libertà civili giustizia e affari interni

2] Triton: Frontex a Italia, troppi interventi fuori area

[3] Frontex reconoce que el salvamento de inmigrantes no es su objetivo tras otra tragedia en Lampedusa, «El Diario»17 febbraio 2015

[4] IOM Applauds Italy’s Weekend Rescue at Sea of 2,800 Migrants

[5] Per un Mare Nostrum europeo, 15 aprile 2015

[6] SOS Sterminio in mare, 22 aprile 2015


Si veda anche:

Statewatch.org

EU leaders ‘killing migrants by neglect’ after cutting Mediterranean rescue missions, «The Independent», 18 aprile 2016

Death by Rescue, rapporto sulle morti in mare, Vie di fuga, osservatorio permanente sui rifugiati

Le lacune di un rapporto sull’immigrazione senza condanna dell’accordo UE-Turchia

COMUNICATO STAMPA

Strasburgo, 12 aprile 2016

Il Parlamento ha votato il rapporto sulla “situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione” redatto dalle co-relatrici Roberta Metsola (PPE) e Kashetu Cecile Kyenge (S&D).

Secondo Barbara Spinelli, relatrice ombra per il Gruppo GUE/NGL, i negoziati sono stati difficili a causa del patto di ferro stretto tra Popolari e Socialisti, i due gruppi cui appartengono le co-relatrici. «Avevo inizialmente pensato di consigliare al mio gruppo il voto favorevole al rapporto, ritenendo rilevanti alcuni punti senz’altro positivi, come la richiesta di azioni umanitarie europee di ricerca e soccorso in mare, il mutuo riconoscimento delle decisioni nazionali di asilo e la protezione temporanea che contempla l’apertura di corridoi umanitari in cooperazione con l’UNHCR», ha dichiarato l’eurodeputata. «Da mesi, tuttavia, le politiche dell’Unione vanno in tutt’altra direzione e assistiamo a un degrado senza precedenti. Siamo di fronte a un accumulo di scelte, della Commissione e del Consiglio, che sanciscono al tempo stesso la chiusura delle frontiere come conditio sine qua non della sopravvivenza di Schengen, e un’indifferenza di natura criminosa  verso la sorte dei rifugiati. La più decisiva di queste scelte è l’accordo con la Turchia, accordo giudicato illegale dall’ONU e da molti esperti di diritto internazionale ed europeo».

In proposito Barbara Spinelli ha presentato – tra gli altri – tre emendamenti volti a criticare gli effetti dell’accordo UE-Turchia, che non sono passati a causa del voto negativo di parte del Partito socialista. Per questo l’eurodeputata del GUE/NGL ha consigliato al proprio gruppo politico l’astensione.

«Eravamo partiti con due ambizioni forti», ha detto in Plenaria, «darci una visione olistica del Mediterraneo e delle migliaia di morti in mare; capire che non siamo di fronte a una “questione immigrati” ma a una “questione rifugiati”. Se “olistico” vuol dire superare una difficoltà affrontando insieme i suoi diversi aspetti, e se penso alle politiche europee dell’ultimo anno e mezzo, mi domando se siamo stati all’altezza. Non è visione olistica la concentrazione degli Stati membri e della Commissione (Frontex compresa) sul controllo delle frontiere e sul respingimento dei rifugiati, con la scusa che Schengen si salva solo così; non è visione olistica la frase vergognosa di Donald Tusk che invita i fuggitivi da guerre e dittature e non venire “soprattutto” in Europa; non è olistica Frontex trasformata in Nuova agenzia per i respingimenti collettivi; non è olistico, sopra ogni altra cosa, l’accordo con il regime turco, che respinge tanti rimpatriati nelle zone di guerra siriana mentre in casa reprime i connazionali curdi».

Altri importanti emendamenti di Barbara Spinelli sono stati bocciati, lasciando unicamente un richiamo all’Articolo 3 della Convenzione di Ginevra: questo spiega il voto negativo di molti parlamentari del GUE/NGL. Nonostante questo l’eurodeputata ha confermato l’astensione, convinta che il rapporto rappresenti comunque un progresso rispetto alle politiche decise ultimamente da Commissione e Consiglio.

Qui si può trovare l’esito nominale dei voti sugli emendamenti presentati da Barbara Spinelli


Si veda anche:

GUE/NGL abstention largely due to lack of criticism of recent EU-Turkey deal on refugees

Il delirio dell’Europa sui rifugiati, di Annamaria Rivera, «il manifesto», 17 aprile 2016

Rapporto sulla situazione nel Mediterraneo: intervento in plenaria

Strasburgo, 12 aprile 2016

Intervento di Barbara Spinelli (GUE/NGL) durante la discussione in plenaria sul rapporto sulla situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione di cui è relatrice ombra. La risoluzione sarà votata dal Parlamento Europeo il 12 Aprile.

Per quasi un anno e mezzo i gruppi hanno negoziato spesso duramente, per giungere all’odierna risoluzione. Eravamo partiti con due ambizioni forti: darci una visione olistica del Mediterraneo e delle migliaia di morti in mare; capire che non siamo di fronte a una questione immigrati ma a una questione rifugiati. Se olistico vuol dire superare una difficoltà affrontando insieme i suoi diversi aspetti, e se penso alle politiche europee dell’ultimo anno e mezzo, mi domando se siamo stati all’altezza.

Non è visione olistica la concentrazione degli Stati membri e della Commissione (Frontex compresa) sul controllo delle frontiere e sul respingimento dei rifugiati, con la scusa che Schengen si salva solo così;

Non è visione olistica la frase vergognosa di Donald Tusk che invita i fuggitivi da guerre e dittature e non venire soprattutto in Europa;

Non è olistica Frontex trasformata in Nuova Agenzia per i Respingimenti collettivi;

Non è olistico soprattutto l’accordo con il regime turco, che respinge tanti rimpatriati nelle zone di guerra siriana mentre in casa reprime i  connazionali curdi.

Questo rapporto contiene notevoli punti positivi, soprattutto per quanto riguarda la domanda di vie legali di accesso all’Unione, di sistemi europei di ricerca e salvataggio, del reciproco riconoscimento delle decisioni di asilo. Sarebbe all’altezza delle ambizioni iniziali se denunciasse a chiare lettere l’accordo con la Turchia, come chiesto in precisi emendamenti del mio gruppo. Se comprendesse che siamo di fronte a una crisi di rifugiati, non di immigrati. Se non lo farà, nemmeno questo Parlamento potrà dire di avere una visione olistica del Mediterraneo.

Rapporto sulla situazione nel Mediterraneo: raccomandazioni di voto per il gruppo

Strasburgo, 11 aprile 2016

Intervento di Barbara Spinelli (GUE/NGL) durante la riunione del gruppo politico GUE/NGL per presentare il rapporto sulla situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione e le sue raccomandazioni di voto per il gruppo. La risoluzione sarà votata dal Parlamento Europeo il 12 aprile durante la seduta plenaria.

Il negoziato che si conclude in questi giorni è durato quasi un anno e mezzo, ed è stato difficile a causa del patto Popolari-Socialisti, i due gruppi cui appartengono i co-relatori. Avevo inizialmente pensato di consigliare il voto favorevole al rapporto, considerando rilevanti alcuni punti senz’altro positivi. Penso alla richiesta di azioni umanitarie europee di ricerca e soccorso, slegate da Frontex; al riconoscimento reciproco delle decisioni nazionali di asilo; alla protezione temporanea che contempla – è una novità – l’apertura di corridoi umanitari in cooperazione con l’UNHCR.

Da mesi, tuttavia, le politiche dell’Unione vanno in tutt’altra direzione e assistiamo a un degrado senza precedenti, di cui il rapporto non tiene completamente conto. Siamo di fronte a un accumulo di scelte, della Commissione e del Consiglio, che sanciscono al tempo stesso la chiusura delle frontiere come conditio sine qua non della sopravvivenza di Schengen e un’indifferenza di natura criminosa verso la sorte dei rifugiati.

La più decisiva di queste scelte è l’accordo con la Turchia. Un accordo che viola le Costituzioni nazionali, la Carta dei diritti fondamentali, la Convenzione di Ginevra. Non è escluso che sarà giudicato illegale dalle Corti europee. I colleghi della Commissione Libertà Pubbliche hanno potuto constatare di persona la sorda indifferenza della Commissione, quando interpellata in proposito. È il punto decisivo e discriminante, a mio parere: se passa l’emendamento di condanna presentato dal nostro gruppo, il rapporto potrebbe salvarsi.

Altri elementi del degrado europeo, accanto all’accordo con la Turchia: la chiusura della rotta balcanica – assieme alle violenze che persistono a Idomeni – i muri che si moltiplicano dentro l’Unione, gli hotspot dove i rifugiati tendono a esser imprigionati e maltrattati (a Lampedusa e Grecia), la lista di Paesi terzi sicuri, l’estensione dei poteri autonomi dell’agenzia Frontex (ridenominata Guardia Costiera), che affiancata a Eunavfor Med ottiene piena giurisdizione nei rimpatri, nei rapporti con i Paesi terzi, nella lotta al terrorismo: cioè in politica interna e anche estera.

Il rapporto Kyenge-Metsola avalla questo degrado, affermando alcuni diritti in maniera inedita ma omettendo di esaminare sia il passato (le guerre all’origine delle fughe, di cui siamo in gran parte responsabili) sia il presente e il futuro alla luce delle odierne politiche europee. La strategia del damage control che ho cercato di attuare come relatore ombra ha i suoi limiti. Un primo colpo l’ho ricevuto quando il lavoro che avevo fatto sugli emendamenti è stato annientato (168 correzioni elaborate con 25 Ong e esperti, buttate nel cestino con la scusa che il rapporto andava protetto da emendamenti dell’estrema destra).

Oggi, se rileggo il rapporto devo constatare che alcuni danni sono stati con nostro contributo limitati, e per questo non raccomanderei un No netto. Ma se alcuni nostri forti emendamenti non passano (sulla Turchia in primis, il che vuol dire in sostanza: sul non-refoulement), mi sento di raccomandare almeno l’astensione.

La Commissione Libertà, Giustizia e Affari Interni vota a favore del rapporto sull’immigrazione nel Mediterraneo

Il 16 marzo, la Commissione Libertà, Giustizia e Affari Interni (LIBE) del Parlamento Europeo riunita a Bruxelles ha adottato la relazione d’iniziativa sulla situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione. La risoluzione sarà ridiscussa e votata dal Parlamento Europeo durante la seduta plenaria di aprile.

Co-relatrici: Cécile Kyenge (Partito Socialista) e Roberta Metsola (Partito Popolare Europeo)

Relatore ombra per il gruppo GUE/NGL: Barbara Spinelli

 Dopo il voto, Barbara Spinelli ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Oggi la Commissione LIBE ha adottato la relazione sulla situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione.

Il rapporto presenta notevoli punti positivi, soprattutto per quanto riguarda la necessità di riconoscere vie legali e sicure di accesso al territorio dell’Unione e la creazione di un sistema europeo di ricerca e salvataggio in mare.

Deploro, ciononostante, il processo decisionale che ha portato al voto di questo rapporto. Il rapporto è stato assegnato più di un anno fa a due relatrici – Cécile Kyenge (Partito Socialista) e Roberta Metsola (Partito Popolare Europeo) – e tale procedura, che affida la guida dei rapporti parlamentari ai due maggiori gruppi del Parlamento, non è mai di buon auspicio. L’esperienza insegna che, poiché i due gruppi politici formano da soli una maggioranza solida in Parlamento, l’opinione degli altri gruppi è messa in disparte e il pluralismo viene aggirato. Nel caso in specie e per volontà congiunta dei Socialisti e dei Popolari, i nostri 168 emendamenti, scritti con l’appoggio di numerosi accademici, associazioni della società civile e ONG, non sono stati sottoposti al voto. È il motivo per cui solo alcuni di essi sono stati incorporati negli emendamenti di compromesso votati oggi. Quel che deploro, è che l’insieme delle nostre controproposte non abbia trovato spazio né visibilità nei testi di compromesso.

Se alla fine una parte dei nostri emendamenti è stata inclusa, dopo difficili e lunghi negoziati, lo si deve alla tenacia con cui il Gue, i Verdi, l’Alde, i Cinque Stelle si sono battuti per incorporare alcuni punti importanti negli emendamenti di compromesso come:

– la necessità di prevedere misure di accoglienza, sostegno e opportunità di integrazione a migranti, richiedenti asilo e rifugiati;

– l’esortazione agli Stati membri a introdurre specifiche procedure per la determinazione dell’apolidia e a condividere pratiche di eccellenza (best practices);

– il richiamo al fatto che sia il diritto internazionale sia la Carta dei diritti fondamentali dell’UE impongono agli Stati membri di esaminare opzioni alternative alla detenzione;

– la critica forte del sistema di Dublino, e la richiesta, fatta alla Commissione e agli Stati membri, di superarne le rigidità e di diminuire il peso che grava sugli Stati di prima accoglienza (essenzialmente Grecia e Italia);

– la menzione delle cause profonde della fuga dei migranti: guerre, povertà, corruzione, fame, pulizie etniche, disastri naturali e cambiamento climatico;

Il rapporto presenta tuttavia alcune debolezze a mio parere gravi. Sono passate malgrado il voto negativo del mio gruppo paragrafi a favore del piano d’azione comune UE-Turchia, da me radicalmente criticato; disposizioni a favore di rimpatri e accordi di riammissione con Stati Terzi (processo di Khartoum); e una serie di capitoli sul rafforzamento dei controlli delle frontiere esterne di Schengen (criticabile è il nesso stretto stabilito con le frontiere interne), sulla proposta di una lista europea di Stati di origine sicuri e sulla creazione di una Guardia Costiera europea.

Le sezioni riguardanti il ricongiungimento familiare potevano e avrebbero dovuto essere ulteriormente rafforzate, favorendo il ricongiungimento di membri di famiglie allargate ed eliminando le restrizioni (burocratiche, pecuniarie) che intralciano il ricongiungimento intra e extra-europeo di moltissime famiglie. Infine, ed è una mancanza a mio parere cruciale, il rapporto non riconosce il ruolo svolto dagli interventi militari occidentali nella grave destabilizzazione degli Stati di origine o di transito di tanti rifugiati che arrivano in Europa.

Altra nostra domanda che non è stata accolta: la definizione di uno statuto giuridico – tuttora assente nel diritto internazionale – per i rifugiati ambientali.

Esaminando i punti positivi e quelli negativi del testo, ho tuttavia consigliato ai miei colleghi, nel mio ruolo di relatore ombra per il gruppo GUE/NGL,  di dare all’insieme del rapporto un voto positivo, pur raccomandando il voto negativo su una ventina di paragrafi di compromesso».

Allegati:

Gli emendamenti presentati da Barbara Spinelli al rapporto (file .pdf)

La bozza del rapporto sull’immigrazione nel Mediterraneo (file .doc)

Politica europea dei rifugiati e Mediterraneo

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il gruppo GUE-NGL nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni tenutasi a Bruxelles il 29 febbraio 2016.

Punto in agenda:

Situazione nel Mediterraneo e necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione

  • Esame degli emendamenti

Co-Relatori: Roberta Metsola (PPE – Malta), Kashetu Kyenge (S&D – Italia)

Ringrazio le co-relatrici per l’ottimo lavoro che hanno svolto e che in gran parte condivido: in particolare su temi come il search and rescue e le vie di accesso legale all’Unione europea.

Ringrazio anche le 20 ONG da cui ho ricevuto suggerimenti per i molti emendamenti che ho presentato. Sintetizzandoli al massimo, vorrei indicare i sei punti che a mio parere sono cruciali, e non ancora risolti:

  • L’emendamento “orizzontale” che ho proposto, e che prevede la possibilità per i richiedenti asilo di esprimere le proprie preferenze sullo Stato in cui vorrebbero chiedere asilo ed essere ricollocati.
  • Sulla detenzione dei migranti, chiedo un regolamento più dettagliato dei dati raccolti da Eurostat, e la promozione di alternative alla detenzione.
  • Ritengo necessario modificare i punti che riguardano sia i meccanismi di rimpatrio governati da Frontex in accordo con i Paesi terzi, sia la creazione di una lista di Stati di origine sicuri. Allo stesso modo è cruciale, secondo me, evidenziare l’assenza di garanzie procedurali e di trasparenza, nella creazione di una Guardia di costiera e di frontiera europea.
  • Sui fondi europei, chiedo che l’uso sia trasparente e controllato per scongiurare, almeno in parte, scandali come “Mafia Capitale”. Inoltre, penso che i fondi europei destinati all’asilo e alla migrazione dovrebbero essere esenti dalle regole di deficit previste dal Patto di Stabilità e di Crescita. Questo per aiutare i Paesi che sono i più esposti ai flussi migratori come Grecia e Italia.
  • In politica estera, sono contraria a missioni NATO di controllo delle frontiere e soprattutto ai recenti accordi per il rimpatrio con Stati che non rispettano né i diritti dei propri cittadini né quelli dei migranti. Penso al processo di Khartoum. E penso, in particolar modo, al governo turco e a un possibile intervento militare in Libia per risolvere il problema degli smuggler. Ritengo necessario, in questo quadro, dire a chiare lettere che l’Unione europea non può decidere le sue politiche assieme alla Turchia, quasi fosse un nuovo Stato membro. Siamo tutti a conoscenza dei massacri che il governo Erdoğan sta compiendo contro il popolo curdo nel Sud -Est della Turchia, e dei bombardamenti della Repubblica di Rojava in Siria.
  • Chiedo uno sguardo lungo, previdente, sulla filosofia di Schengen. Nell’immediato può aver senso lo stretto legame causale stabilito tra abolizione di frontiere interne e controllo più stretto delle frontiere esterne. Nel medio-lungo periodo, però, avremo bisogno di frontiere esterne più aperte, perché il nostro è un continente in forte declino dal punto di vista demografico.

Si veda anche:

As humanitarian crisis develops, we must take a whole new approach to refugee policy

Situazione nel Mediterraneo e necessità di un approccio globale in materia di immigrazione

Strasburgo, 18 gennaio 2016. Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra, nel corso della riunione straordinaria della commissione Libertà civili, giustizia e affari interni.

Punto in agenda:

Situazione nel Mediterraneo e necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione

  • Esame del progetto di relazione
  • Fissazione del termine per la presentazione di emendamenti

Co-Relatori: Roberta Metsola (PPE – Malta), Kashetu Kyenge (S&D – Italia)
Relatore per Gruppo GUE/NGL: Barbara Spinelli

Ringrazio innanzitutto le relatrici per l’importante lavoro che hanno svolto.

Tuttavia, avendo ricevuto il progetto di relazione abbastanza tardi, posso reagire solo con un’opinione parziale, per punti.

C’è sicuramente una base solida da cui partire ed elementi che trovo apprezzabili. Penso alla necessità, come avete sottolineato nella Relazione, di dotarsi di un sistema permanente e robusto di search and rescue; alle vie legali di accesso all’Unione, tra cui la possibilità di rivedere la direttiva del 2001 sulla protezione temporanea in modo da stabilire corridoi umanitari veri; e alla proposta di un meccanismo permanente e vincolante di resettlement. Ritengo giusto che abbiate evidenziato come le differenti forme di aiuto umanitario non debbano essere criminalizzate, anche se non sono molto d’accordo sul fatto che lo smuggling continui a essere giudicato secondo criteri troppo sommari, dunque negativi.

Per quel che riguarda la mancanza di solidarietà tra Stati membri, personalmente proporrei il rafforzamento delle sanzioni agli Stati che non applicano il diritto europeo o si rifiutano di collaborare sulla base dell’articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea.

Ci sono invece alcuni punti su cui sono in totale disaccordo: sui rimpatri, sul rapporto con i Paesi terzi e soprattutto sulla questione Turchia e, di conseguenza, sulla lista dei “Stati d’origine sicuri”. Ancora, non condivido il ruolo attribuito a Frontex e il giudizio sugli “hotspot”. In quest’ultimo caso, il punto di vista della Commissione mi sembra sia stato accolto troppo acriticamente.

Geopolitica e lessico dei rifugiati

Palermo, 12-13 novembre 2015. Conferenza PACE E DIRITTI NEL MEDITERRANEO, promossa da Primalepersone e ADIF in collaborazione con il Comune e l’Università di Palermo, con il patrocinio dell’ANCI Sicilia ed il contributo del GUE/NGL.

Intervento di Barbara Spinelli

Vorrei concentrarmi su due temi generalmente poco trattati (e poco trattati per motivi molto precisi): il peso della geopolitica e delle guerre nella cosiddetta questione migranti, e l’uso distorto che viene fatto delle parole, quando parliamo delle odierne fughe di massa. Guerre e semantica del rifugiato, come vedremo, sono in stretto rapporto fra loro.

Comincio dal secondo punto – la semantica del rifugiato – perché la distorsione della realtà comincia con la stessa parola “migranti”, quindi con il sintagma “questione migranti”. Non c’è praticamente governo né forza politica che usi il vocabolo appropriato – “rifugiati” o “persone in fuga”, che corrisponde alla stragrande maggioranza degli arrivi – se si esclude Angela Merkel. Forse perché conosce bene la storia tedesca del secolo scorso, la Cancelliera  impiega regolarmente il termine corretto: Flüchtlinge, rifugiati. Si continua a parlare di migranti, perché così facendo si finge di non dover cambiare nulla e si evita di dire da cosa precisamente le persone scappano. L’ondata di arrivi continua a essere ascritta a una propensione migratoria classica e il suo straordinario incremento è visto come un’eccezione, un’emergenza: si tratta di fermare l’onda innalzando dighe dappertutto e spostando i flussi dei fuggitivi verso i paesi d’origine, quali essi siano (meglio parlare di flussi che di singole persone, come quando in economia si parla di fasce o strati della popolazione: dietro flussi e fasce i singoli individui cessano di essere più visibili). Anche onda o invasione sono parole da piazzisti di menzogne: l’arrivo di tanti profughi e migranti cambierà di certo il volto dell’Europa, ma resta il fatto che secondo fonti citate dal “Guardian” il numero di migranti e profughi arrivati in Europa nei primi mesi del 2015 costituisce appena lo 0,027% della popolazione totale dell’Unione. La maggior parte dei profughi – l’86% – è accolta da paesi in via di sviluppo, secondo l’UNHCR.

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