Regressione europea targata Draghi

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 20 aprile 2024

Già alcuni salutano festosi Mario Draghi, autore di uno dei tanti rapporti che l’esecutivo europeo affida a tecnici esterni, e cadendo subitamente in estasi lo incoronano re, per grazia ricevuta non da Dio o dall’Ue o magari dal popolo, ma dalla grande stampa italiana sempre bramosa di recitare in coro gli stessi copioni.

C’è chi canta fuori dal coro, come l’economista Fabrizio Barca su questo giornale, ma il boato degli osanna ne sommerge la voce. Ha fatto bene Giorgia Meloni a dire quello che dovrebbe essere ovvio: non è questo il momento di nominare il presidente della Commissione o del Consiglio europeo. Le elezioni europee devono ancora cominciare e il popolo elettore non conta niente nelle nomine, ma un pochettino magari sì, se il futuro Parlamento europeo oserà ascoltarlo.

Quanto a Draghi, non dice né sì né no: lui scende dalle stelle, non sa cosa sia il suffragio universale, già una volta disse – quando guidava la Banca centrale europea e in Italia irrompevano in Parlamento i 5 Stelle – che le votazioni vanno e vengono ma non importa, per fortuna c’è il “pilota automatico” che impone quel che s’ha da fare: austerità, privatizzazioni, compressione dei redditi, pareggio dei bilanci iscritto nella Costituzione come in Germania (la Germania già sembra pentita). Era il 2013 e un anno prima Draghi si era detto “pronto a fare qualsiasi cosa per preservare l’euro”. Il whatever it takes fu accolto come salvifico dagli incensatori, specialmente a Berlino. Il prezzo, tristissimo, lo pagò la Grecia che venne tartassata e umiliata. Anni dopo, nel 2018, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker riconobbe l’errore: “La dignità del popolo greco è stata calpestata” dall’Unione. Sono patemi estranei a chi si affida ai piloti automatici.

Forse per questo ora Draghi preconizza “cambiamenti radicali” e trasformazioni che “attraversino tutta l’economia europea”, e mette sotto accusa le strategie che fin qui hanno frammentato l’Unione, inducendo gli Stati membri a “ridurre i costi salariali l’uno rispetto all’altro”. Fa un po’ specie una denuncia simile (l’Europa ha sbagliato quasi tutto), come se negli ultimi decenni lui fosse vissuto sulla Luna, mentre è stato direttore generale del Tesoro responsabile delle privatizzazioni, managing director in Goldman Sachs, governatore della Banca d’Italia, presidente della Bce, capo del governo italiano. Forse vuol abbassare Ursula von der Leyen, cui potrebbe eventualmente succedere. Ma il discorso tenuto a Bruxelles non è diverso da quello di Von der Leyen. La concorrenza fra le due persone è finta.

Chi legga il discorso dell’ex Presidente del consiglio, a tutto penserà tranne che a un pensatore e protagonista politico. Draghi è un tecnico, impermeabile per via del pilota automatico alle sorprese di un voto nazionale o europeo. Nelle parole che dice e nel rapporto sulla competitività che presenterà a giugno, si mette al servizio di un’Europa-fortezza ineluttabilmente in guerra, e che lo sarà a lungo visto che le parole “pace” e “diplomazia” sono spettacolarmente assenti. Abbonda invece, sino a divenire filo conduttore, la parola “difesa”, che appare ben nove volte.

Prima di credere nel “cambiamento radicale” che Draghi promette, varrebbe la pena capire quel che intende quando suggerisce di competere più efficacemente con Stati Uniti e Cina, indossando gli abiti e le abitudini di un’Europa più compatta, economicamente, industrialmente e tecnologicamente. Se i Paesi rivali sono più forti, dice, è anche perché sono “soggetti a minori oneri normativi e ricevono pesanti sovvenzioni”. L’Europa soffre di troppe norme (immagino parli di clima, welfare, commercio) e le converrà adattarsi.

Passando alla crisi demografica, non è in vista alcun “cambio radicale”, ma l’accettazione condiscendente, passiva, dell’esistente: l’avanzata di una destra al tempo stesso sia neoliberista sia neoconservatrice. Ragion per cui è accettata per buona un’Europa che diventi fortezza non solo armandosi, ma anche chiudendosi a migranti e rifugiati. Draghi volonterosamente prende atto senza batter ciglio che la fortezza è ormai una realtà: “Con l’invecchiamento della società e un atteggiamento meno favorevole nei confronti dell’immigrazione, dovremo trovare queste competenze (lavoratori qualificati mancanti) al nostro interno”.

Dicono gli osannanti che Draghi è il glorioso erede dei padri fondatori dell’Europa, e infatti l’ex presidente del Consiglio promette una “ridefinizione dell’Unione europea non meno ambiziosa di quella operata dai Padri Fondatori”. Ma il suo non è un ritorno all’Europa della pianificazione industriale e dello Stato sociale, tanto è vero che l’Europa da “trasformare” viene da lui definita come “nuovo partenariato tra gli Stati membri” o come “sottoinsieme di Stati membri”, da cui sono esclusi coloro che non ci stanno: una Coalizione di Volonterosi insomma, formula usata nelle tante guerre di esportazione della democrazia.

Dopo la scomparsa della Comunità, scompare anche il termine che l’aveva sostituita: Unione. Un partenariato siffatto, una Difesa Comune senza politica estera europea e senza Stato europeo, è di fatto – e inevitabilmente – al servizio della Nato e della potenza politica Usa che la guida. L’Europa ai tempi della fondazione era innanzitutto un progetto di pace. Fingere di tornare a quei tempi è pura prestidigitazione. Si alleano fra loro i tecnici, le élite che mai si misurano alle urne. Sono loro ad aderire al cosiddetto ordine internazionale basato sulle regole (rules-based international order) propagandato da Washington da quando Unione europea e Nato son diventate sinonimi e hanno ufficialmente adottato l’economia di guerra contro la minaccia russa e cinese.

Secondo Draghi, tale ordine globale è stato corroso da forze esterne al campo euro-atlantico. “Credevamo nella parità di condizioni a livello globale e in un ordine internazionale basato sulle regole, aspettandoci che gli altri facessero lo stesso. Ma ora il mondo sta cambiando velocemente, e siamo stati colti di sorpresa”. Neanche un minuto il sorpresissimo Draghi è sfiorato dal sospetto che i primi a violare le regole internazionali, i patti sulla non espansione della Nato, le convenzioni sulla guerra, la tortura, il genocidio, sono stati gli occidentali, a partire dagli anni 90, e con loro lo Stato di Israele. Ci limitiamo agli ultimi casi: l’Amministrazione Usa che giudica “non vincolante” una risoluzione Onu sulla guerra di Gaza che è a tutti gli effetti un vincolo; le violazioni del diritto internazionale nelle ripetute guerre di regime change, la mancata condanna dell’assassinio di alti dirigenti militari iraniani nell’annesso consolare dell’ambasciata di Teheran in Siria, cioè in territorio iraniano (attentato terroristico a cui Teheran ha reagito con l’invio di droni e missili).

Da bravo tecnico, Draghi ignora volutamente queste quisquilie e resta convinto che le regole – non quelle Usa, ma le uniche globalmente legittime: quelle dell’Onu – non siamo mai stati noi a infrangerle.

© 2024 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Gaza, chi vuole tabula rasa

di mercoledì, Gennaio 31, 2024 0 , , , , Permalink

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 31 gennaio 2024

Prima ancora di sapere quel che veramente hanno fatto i dodici impiegati Unrwa, accusati da un rapporto dei servizi segreti israeliani di aver partecipato ai pogrom del 7 ottobre, Washington e una serie di governi europei – Italia in testa, seguita da Germania, Francia, Olanda, Finlandia – hanno deciso di sospendere ogni aiuto all’Agenzia Onu che dal 1950 assiste i rifugiati palestinesi.

Lungo gli anni l’Unrwa ha fornito ai profughi cibo, scuole, ospedali. Oggi allevia con mezzi esigui le sofferenze e la fame dei civili, costretti dai bombardamenti a lasciare il Nord, bersagliati coscientemente anche quando arrivano a Sud. In sostanza, Washington e i principali Stati europei azzerano gli aiuti ai civili nel preciso istante in cui chiedono ipocritamente a Netanyahu di risparmiarli.

Punire l’Agenzia Onu è del tutto demenziale e pretestuoso. Anche qualora fosse vero che i dodici hanno fiancheggiato azioni di Hamas, è sciagurato colpire l’intera struttura Onu, conoscendo gli ulteriori immensi danni che i palestinesi subiranno anche se sarà raggiunto un accordo di tregua: metà popolazione di Gaza in fuga, 27.000 uccisi di cui 10.000 bambini, 65.000 feriti. Più di 1.000 bambini hanno subìto amputazioni senza anestesia. Non una deportazione in massa di palestinesi ma una decimazione, visto che per deportarli bisognerebbe aprire il valico di Rafah, bloccato invece dall’Egitto su spinta israeliana. Nello stesso momento in cui ha licenziato gli impiegati sospetti (due dei quali morti), il segretario generale dell’Onu Antonio Gutérres ha implorato i Paesi donatori a non interrompere gli aiuti all’Agenzia, proprio mentre la guerra infuria. Il 27 gennaio il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz è giunto sino a chiedere le dimissioni di Lazzarini, commissario generale dell’Unrwa.

C’è poi la coincidenza delle date, torbida. I servizi israeliani hanno pubblicato il rapporto sulle devianze Unrwa sabato 27 gennaio, un giorno dopo la sentenza preliminare emessa dalla Corte di giustizia dell’Onu a seguito dei sospetti di genocidio o di intento genocidario formulati dal Sudafrica. Sospetti ritenuti “plausibili” dalla Corte, che invita Israele a presentare entro un mese una documentazione sulle azioni denunciate. Nel mirino ci sono sia la Corte sia l’Unrwa. L’Onu per intera è sotto accusa.

Non è una novità, perché non da oggi l’Onu è intollerabile pietra d’inciampo per i governi d’Israele, e per i neocon statunitensi. Già nel 2018, Trump presidente interruppe i finanziamenti Usa all’Unrwa. Biden revocò la decisione, che ora fa propria. Quanto all’Europa, non esiste come Unione. Solo una parte si è piegata al diktat di Usa e Israele, fidandosi ciecamente dei servizi segreti di una potenza nucleare che sta decimando Gaza e fa di tutto per screditare l’Onu. Vista la facilità con cui l’Occidente abbocca, Israele ha deciso di spararla grossa: il 10 per cento dell’Unwra colluderebbe a Gaza con “gruppi militanti islamici”.

Quasi metà dei contributi all’Unrwa proviene dall’Europa (Germania e Svezia sono i principali contributori, l’Italia è quattordicesima). La Commissione Von der Leyen è in favore della sospensione. Ma alcuni Paesi non ci stanno. Dissentono per il momento i governi di Spagna, Irlanda, Belgio, Danimarca, e fuori dall’Ue Norvegia (quinto contributore subito dopo la Svezia). I quali hanno fatto sapere che dodici eventuali sospetti non rappresentano i 30.000 impiegati dell’Agenzia Onu (di cui 13.000 a Gaza). Diciamoci che è una gran fortuna, per la popolazione palestinese ammazzata o in fuga, che l’Europa si spacchi sulla questione. Basterebbe questa vicenda per temere future votazioni a maggioranza nell’Ue.

Colpire l’Onu screditando due suoi organi come l’Agenzia per i rifugiati palestinesi e la Corte sembra essere parte di una strategia bellica che sempre più punta a estendere il conflitto oltre Gaza: verso Libano, Giordania, Yemen e soprattutto, in extremis, Iran. Non da oggi i neoconservatori Usa spingono in questa direzione, e non hanno mai digerito l’accordo sul nucleare negoziato nel 2015 da Obama. A questo servono i ripetuti attacchi contro gli Houthi, lanciati da Usa e prospettati da una coalizione di europei, per proteggere la navigabilità nel Mar Rosso e intimidire l’Iran. La parola d’ordine Houthi – fine della strage di palestinesi – è considerata inaudita dunque non è ascoltata.

“Corriamo senza curarcene nel precipizio dopo aver messo qualcosa davanti a noi per impedirci di vederlo”, così Blaise Pascal, ed è questa la strategia di un Occidente che resta micidiale per le armi che possiede ed è tuttavia sempre più striminzito, frantumato e isolato: in Europa, Medio Oriente, Africa, Asia. Ha già perso la Turchia, l’Ungheria, e ora perde la Spagna di Sánchez e l’Irlanda. A suo tempo perse la Russia. Si è gettato in un conflitto che ha volutamente prolungato in Ucraina, e non sta vincendo. In una guerra contro gli Houthi, che però resistono. E in un appoggio a Netanyahu che replica al terribile 7 ottobre sforando enormemente la legge biblica dell’occhio per occhio.

Inutili sono i Giorni della memoria, se continuiamo a credere che gli scempi in Ucraina sono iniziati nel febbraio 2022, e non nel 2014 nel Donbass. Se facciamo finta che la guerra Usa contro gli Houthi sia cominciata il giorno in cui sono apparsi sui nostri teleschermi, simili a nere figure di un videogioco, mentre invece la guerra che ha seminato morte e fame in Yemen è cominciata nel 2015, quando Obama e la Francia di Hollande e poi Macron fiancheggiarono l’Arabia Saudita illudendosi di mettere in allarme l’Iran. Inutile infine fingersi memori e vigili quando puniamo l’Unrwa e screditiamo l’Onu, senza sapere – o fingendo di non sapere – che se i palestinesi smettono di poter contare sull’Agenzia per proteggere 871.000 rifugiati in Cisgiordania e se nella guerra di Gaza i palestinesi che dipendono dall’Unrwa per nutrirsi sono un milione, sarà Hamas a doverli sfamare, e a dover dispensare fondi e stipendi perché Gaza non sia completamente distrutta.

A quel punto Hamas vedrà ancor più crescere la propria popolarità nella popolazione palestinese che resta. Ma non era proprio questo, fin dall’inizio, lo scopo delle strategie israeliane nelle terre palestinesi, occupate e non? Hamas fu infiammato e rifocillato da Israele, Stati Uniti ed Europa alla vigilia delle elezioni del 2006 a Gaza, come a suo tempo furono sobillati mujaheddin e talebani in Afghanistan, russofobi e neonazisti nel Donbass ucraino negli otto anni di guerra civile che hanno preceduto l’invasione russa.

L’esito lo conosciamo. È il “Destino Manifesto” dell’Impero del Bene: non una gloriosa leadership, ma un’espansione di disastri ancora più letali del suicidio politico dell’ex superpotenza Usa. Un’abitudine alla tabula rasa che sta riducendo a zero, non nei popoli d’Occidente ma nelle sue élite, la benefica paura delle guerre e dell’atomica che nel ’45 diede vita all’Onu, alle sue Agenzie e alla sua Corte di giustizia.

© 2024 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Guai a chi osa toccare il totem “Europa”

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 28 dicembre 2023

Da quando sono apparse in Italia le prime critiche forti dell’Unione europea, e di uno sfacelo che va ben oltre la vicenda del Mes, i benpensanti sono in allarme. Militano a destra, nel centro, nell’ex sinistra Pd.

Nei grandi giornali hanno la penna pronta e la supponenza facile, perché l’Unione che pensano e piantonano non è un progetto che evolve ma un totem immobile, non perfettibile, antenato mitico che si venera sempre allo stesso modo, come se il mondo non cambiasse di continuo. Il totem è indifferente ai contesti e alla storia. Spiega il dizionario De Mauro che totem vuol dire “segno del clan”: grazie a esso “i membri del gruppo si riconoscono parenti”.

La bocciatura parlamentare del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) è solo l’ultimo episodio di quello che gli editorialisti dei principali giornali denunciano come sacrilego assalto al totem. L’Europa “è naturaliter il nostro orizzonte morale e valoriale”, si legge nei commenti, oppure: “Sovranisti di destra e populisti grillini si ritrovano nella stessa trincea (…) l’identità europea è il vero spartiacque fra le nostre forze politiche”. Non viene spiegato cosa significhi orizzonte valoriale: quali siano i princìpi in una Comunità che li sta calpestando in massa, e non a caso preferisce parlare di valori anziché di diritto esigibile. Né è afferrabile l’identità europea, non identificato oggetto vittima di guerre di trincea.

Intanto andrebbe chiarito un punto sul Mes, omesso ieri alla Camera dal ministro Giorgetti: fin da quando nacque, nel 2012, il Meccanismo fu concepito come dispositivo intergovernativo. Essendo esterno all’Unione, il suo mandato non è la difesa di un comune interesse europeo. Commissione e Bce disciplinano gli Stati assistiti e impongono vincoli che non mutano – tagli a spese sociali, disuguaglianze, privatizzazioni – ma sono solo esecutori. Il Parlamento europeo è estromesso. Come disse l’economista Giampaolo Galli nel 2019, i poteri molto ampli del meccanismo “si sovrappongono a quelli della Commissione sull’intera materia dell’analisi e valutazione della situazione economica e finanziaria dei Paesi dell’eurozona, non solo di quelli sottoposti a un programma di aggiustamento”.

Naturalmente il Parlamento italiano poteva ratificare la riforma del Mes senza pagare prezzi, visto che ratificare non significa chiedere prestiti. Se non lo ha fatto, e la riforma è stata bocciata da un’inedita maggioranza Fratelli d’Italia, Lega, M5S, è perché il contesto della ratifica è stato giudicato insoddisfacente: il giorno prima il Consiglio europeo aveva varato un nuovo Patto di Stabilità piuttosto rigido, ma approvato da Roma perché “migliore del precedente” anche se “peggiore della proposta della Commissione” (parola di Giorgetti). Ma se era migliore perché il No di Meloni al Mes?

Il Patto rinnovato mette in realtà un termine al comune indebitamento europeo, che Conte ottenne con grandi sforzi negoziali durante la pandemia, che rivoluzionò il dogma secondo cui l’“ordine in casa propria” va anteposto alla solidarietà, e che assegnò all’Italia ben 209 miliardi. La rivoluzione è finita, la Restaurazione ordoliberista torna a regnare restituendo al mercato lo spazio perduto: questa l’iniqua scelta di un’Unione che con l’arma dell’austerità ha già immiserito e umiliato la Grecia, nel 2009-2019. Dei tre protagonisti della troika, solo l’ex presidente della Commissione Juncker ha pronunciato un mea culpa (“Abbiamo calpestato la dignità dei Greci”). Olivier Blanchard del Fondo Monetario Internazionale ha ammesso un “peccato originale”. Unico privo di rimorsi: Mario Draghi che dirigeva la Banca centrale europea. È elogiato perché con tre parole “salvò l’euro”. Non si dice mai a che prezzo, per il welfare e la dignità degli Stati “salvati”. Gli anni del debito comune non sono una rivoluzione europea per Giorgetti, ma “quattro anni di allucinazione psichedelica” indotta dal debito italiano facile.

È da qualche tempo che la parola contesto è equiparata a eresia anti-europea. È eretico indicare il contesto – cioè le radici – dell’aggressione russa all’Ucraina (veto di Washington e Nato alla neutralità di Kiev) o della violenza di Hamas (rapporti rovinosi Israele-palestinesi). Così per quanto riguarda il Mes. Meloni ha detto più volte che la riforma andava vista “nel contesto” di un Patto di Stabilità meno castigatore. Non senza ragione: accettare centri di controllo paralleli all’Ue è pericoloso, se contestualmente non si punta all’indebitamento comune. Patto e Mes aggiornati certificano l’impossibilità di un’Unione fondata sulla solidarietà, che preceda i “compiti da fare in casa”.

Il guaio è che né Meloni né Giorgetti hanno mostrato di sapere cosa dicono quando difendono, ma poi dimenticano, l’idea di contesto: né su Ucraina, né sulla sovranità limitata dalla Nato, né infine, oggi, sul controrivoluzionario nuovo Patto di Stabilità, nato da un accordo fra Parigi e Berlino senza sostanziali interferenze italiane. Senza che Macron mantenesse la promessa di fronteggiare con noi i falchi dell’austerità europea. Contrariamente a quanto proclamato da Meloni, l’Italia non ha “ottenuto moltissimo”. I vincoli non solo restano ma si moltiplicano, i controlli concedono qualche esenzione ma sono onerosi, la sovranità solo sbandierata a destra è sbrindellata. Solo per tre anni ci sarà un po’ di flessibilità (riduzione annuale del debito dello 0,5 per cento del Pil, poi dell’1,5). Sono gli anni del governo Meloni. Si può solo sperare in emendamenti incisivi, quando il Patto sarà votato dal Parlamento europeo. Quanto al sovranismo, c’è da sperare che cessi di essere un insulto mai approfondito.

Si capisce il sì al Mes dei neocentristi Renzi e Calenda. Sono gli scimmiottatori di Macron, artefice ultimamente di una legge sull’immigrazione che non ha avuto bisogno dei voti di Le Pen in Parlamento, solo perché aveva assorbito grandissima parte delle idee lepeniste. Macron in Francia è un mito spento. Veramente incomprensibile di contro è il Pd. “Non ci hanno visto arrivare”, aveva detto Elly Schlein, ma nel frattempo è arrivata e non ha ancora scelto se liberarsi della fallimentare Terza via di Blair, Renzi, Enrico Letta. Prodi si augura che Schlein diventi il federatore del centrosinistra allargato, senza intuire che missione primaria del segretario, al momento, è federare il Pd. Missione per ora incompiuta. Schlein non sta creando un Pd diverso, pur volendolo intensamente. Difende i diritti, il salario minimo, i migranti, ma ammutolisce in Europa sull’ordoliberismo di stampo tedesco, sulla Nato, sulle guerre. I socialisti nel Parlamento europeo, italiani compresi, non hanno mai condannato l’umiliazione della Grecia, avendo sempre anteposto l’alleanza coi Popolari. Ma soprattutto: se si esclude il Movimento di Conte, difficile che i partiti azzardino critiche radicali e non occasionali all’Unione. Basta un momento di lucidità, sullo sfacelo europeo, e subito partono le mitragliatrici degli affratellati guardiani del totem.

© 2023 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Kissinger regola i conti coi Neocon

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 27 luglio 2023

S’intensifica l’attivismo di Henry Kissinger, da quando Mosca ha invaso l’Ucraina.

Ha appena compiuto 100 anni ed eccolo a Pechino, giovedì 20 luglio, per discutere col presidente Xi Jinping di ordine multipolare e del caposaldo della diplomazia cinese: il riconoscimento statunitense del principio di “una sola Cina”, di cui Taiwan è parte integrante. Xi ha chiamato l’interlocutore “nostro vecchio amico”. L’orizzonte a cui ambedue hanno fatto accenno è stato il “comunicato di Shanghai”, che Richard Nixon firmò nel 1972, quando Washington aprì spettacolarmente alla Cina dopo decenni di tensioni.

Kissinger accorre per riportare qualche ordine nel caos creato da Washington nel dopo Guerra fredda. Si oppone di fatto alle guerre di esportazione della democrazia, lanciate sconsideratamente da una serie di presidenti, soprattutto democratici: Clinton, Bush junior, Obama, Biden. L’ordine mondiale basato su regole fissate unilateralmente dagli Stati Uniti (rules-based international order), detto anche Liberal International Order, viene sostituito nei discorsi e nelle iniziative dell’ex Segretario di Stato dall’ottocentesco Concerto delle Nazioni, che pacificò l’Europa dopo le guerre napoleoniche ed ebbe come architetto il principe Metternich. Fanno ritorno con lui gli imperativi della geopolitica e dell’equilibrio delle potenze (balance of power): incompatibili entrambi con l’egemonia unilaterale Usa che chiude la Storia quando lo squilibrio è massimo.

Kissinger si è attivato fin dal 2022, esprimendosi più volte sull’invasione russa dell’Ucraina in seguito a una non meno sanguinosa guerra civile iniziata da Kiev otto anni prima nelle regioni russofone del Donbass (13-14.000 morti). Da tempo aveva messo in guardia la Nato contro un allargamento a Est che inevitabilmente avrebbe riacceso ataviche paure di accerchiamento nella Russia post-sovietica. Non era l’unico ad ammonire: erano con lui Jack Matlock, ambasciatore Usa in Russia, e diplomatici e politici di primo piano come George Kennan (l’architetto della politica di contenimento pacifico dell’Urss) o Helmut Schmidt. Oggi sono rari i leader europei pronti ad ammettere che la linea Kissinger restituirebbe peso e potere all’Europa. Ancora nel settembre 2022, Kissinger riteneva “poco saggia” l’adesione alla Nato chiesta da Zelensky. Poco dopo, il 17 gennaio 2023, cambiò posizione e disse che la neutralità ucraina non era più contemplabile. Ma non smise di sostenere che Kiev dovrà rinunciare alla Crimea e trattare sul destino delle aree russofone del Donbass.

Kissinger resta uno dei massimi fautori del realismo politico nei rapporti occidentali con Russia, Cina, India, accanto a osservatori come Stephen Walt, John Mearsheimer, Jeffrey Sachs (e in Italia la rivista geopolitica «Limes» di Lucio Caracciolo). È l’antagonista più temuto dai neoconservatori che hanno avuto la meglio nell’Amministrazione Biden, e che solo nell’ultimo miglio sembrano in difficoltà.

Emblematico il rapporto del presidente democratico con il sottosegretario di Stato Victoria Nuland, già consigliere di Cheney nell’Amministrazione Bush jr e artefice disastrosa del colpo di Stato che nel 2014 favorì e finanziò il defenestramento del poco atlantista presidente ucraino Yanukovich: un atto sgradito da alcuni governi europei, che Nuland mise in riga con parole sguaiate, in una telefonata con l’ambasciatore Usa in Ucraina (“Fuck Europe!”). Kissinger regola così i conti con i neocon: “L’esito preferito da alcuni è una Russia resa impotente dalla guerra. Non sono d’accordo. Nonostante la sua propensione alla violenza, la Russia ha dato contributi decisivi, per oltre mezzo millennio, all’equilibrio globale e al bilanciamento delle forze. Il suo ruolo storico non va degradato” («The Spectator», 17.12.2022).

Il messaggio è chiaro: non degradare la Russia ed evitare che l’Amministrazione, mal consigliata da chi vuol piegare la Russia e infeudare l’Europa, si mostri incapace di riordinare i rapporti con la Cina. Andando a Pechino dal vecchio amico Xi, Kissinger è consapevole che Cina e Russia sono oggi il punto di riferimento di un’ampia maggioranza di Paesi del “Sud globale”. Al tempo stesso zittisce i vaneggiamenti di Edward Luttwak, l’esponente neocon che suggerisce a Washington di accettare la spartizione dell’Ucraina per meglio dedicarsi alla liquidazione violenta del “dittatore mussoliniano” Xi Jinping. Assistiamo allo scontro fra realpolitici e neoconservatori, in vista delle Presidenziali americane, con l’Unione europea e i suoi Stati che stanno a guardare. Ursula von der Leyen è l’equivalente europeo di Victoria Nuland; Josep Borrell, rappresentante per la politica estera Ue, riceve gli elogi di Luttwak per i suoi accenni sciagurati al bel giardino europeo assediato da giungle ostili.

Il tracollo della Realpolitik nelle relazioni internazionali è avvenuto dopo la fine del Patto di Varsavia e dell’Urss. A partire dagli anni Novanta, gli occidentali si presentano come vincitori della Guerra fredda, legittimati a dominare il pianeta con quella che Clinton chiama “democrazia di mercato”. Comincia allora l’era delle guerre di regime change: in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria. Si accodarono anche le sinistre “liberal”, in Europa e Usa: sono state le più bellicose, e hanno screditato durevolmente i “valori” e i “diritti umani” che pretendevano di difendere con missili e bombe a grappolo.

La geopolitica rianimata da Kissinger è fondata sulla teoria delle sfere di interesse, che vanno rispettate se si vuol mantenere l’equilibrio globale dei poteri. Se durante la Guerra fredda fu possibile avviare la distensione fra Est e Ovest, e fra Ovest e Cina, è perché le tre potenze riconoscevano le rispettive sfere d’influenza. Dalla crisi di Cuba si uscì grazie a tale riconoscimento reciproco.

Detto questo, va ribadito che Kissinger ha anche prodotto disastri nella propria sfera geopolitica, cioè in America Latina. È il suo lato criminoso. Fra il 1969 e il 1977 favorì l’avvento di regimi sanguinari in Cile e Argentina. Lanciò su ordine di Nixon l’Operazione Condor, provocando colpi di Stato in Bolivia, Brasile, Paraguay, Uruguay. In Argentina e Cile si avvalse del sostegno dell’estrema destra italiana e della P2 (Stefano Delle Chiaie, Licio Gelli). Prima di morire ucciso dalle BR, Aldo Moro fu avvertito da Kissinger: se apri ai comunisti la pagherai, gli fece capire. Kissinger intimorì indirettamente Berlinguer, spingendolo a dichiarare nel giugno 1976, dopo l’assassinio di Allende e l’avvento di Videla in Argentina, che si sentiva “più sicuro sotto l’ombrello Nato”. La frase sembra nata più da paura che da convinzione.

La collocazione nel campo della pace con Mosca e Pechino è l’ultimo travestimento di Kissinger. Il lato oscuro è dismesso, i cambi violenti di regimi non sono più nelle sue corde. Invece di sproloquiare su valori e giardini europei da opporre alle giungle incivili, l’Europa farebbe i propri interessi se lo ascoltasse meglio, e smettesse di sposare e scusare i peggiori misfatti statunitensi.

© 2023 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Ucraina: resistenza? No, “regime change”. Il totem Zelensky si sbriciola in tv

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 3 luglio 2023

Per il momento non è dato sapere quale sarà la strategia statunitense, dopo la breve ma traumatica insurrezione di Prigožin. Se prevarrà un atteggiamento più guardingo, mosso dal timore che il crollo del potere centrale a Mosca generi un caos ingovernabile, mettendo a repentaglio il controllo di oltre 6000 testate nucleari russe (oggi dispiegate anche in Bielorussia, in risposta all’insistente domanda polacca di ospitare atomiche Nato sul modello italiano della “condivisione nucleare”). Oppure se prevarrà la bellicosa soddisfazione che regna nel governo ucraino, convinto che sia proprio questo il momento ideale per non solo battere, ma abbattere Putin.

È il “dilemma israeliano” in cui Biden è intrappolato. In effetti il rapporto Usa-Ucraina somiglia sempre più alla dipendenza reciproca che lega Stati Uniti e Stato d’Israele, e che ha permesso a quest’ultimo di sviluppare un regime di supremazia etnica che soggioga i palestinesi, equivalente all’apartheid.

Kiev vuole a ogni costo una guerra di regime change, e per questo chiede a Washington missili a lungo raggio (tra cui gli Atacms, atti a colpire terre russe, oltre ai caccia F-16). Nell’amministrazione Usa c’è chi comincia a temere, dopo le gesta di Prigožin, gli effetti catastrofici di un bellicoso cambio di regime applicato, per la prima volta, a un’imponente potenza atomica.

Tanto più impressionante, in questo quadro, la puntata di Otto e Mezzo che il 29 giugno ha affrontato proprio questi temi. Il ministro degli esteri ucraino, Dmytro Kuleba, era intervistato da Lilli Gruber, Marco Travaglio e Lucio Caracciolo: una vera intervista finalmente, non gli osanna a Zelensky dei salotti di Vespa. Tutti e tre lo hanno incalzato con grande maestria, e Kuleba ha dovuto infine ammetterlo: la resistenza ucraina mira in realtà a smembrare quello che Kiev chiama impero russo; l’ultimo restato anacronisticamente in piedi, secondo il ministro, “dopo il crollo degli imperi austro-ungarico e ottomano”.

Il ministro non si cura minimamente dei dubbi espressi da Mark Milley, capo di stato maggiore degli Stati Uniti, sulla fattibilità di una vittoria ucraina che comunque non è ottenibile – Kuleba pare dimenticarlo – senza assistenza Usa. Si rallegra all’idea che Putin sia indebolito dalla secessione del gruppo Wagner. Finge inesistenti libertà linguistiche dei russofoni del Donbass, nonostante la legge che vieta l’uso del russo nella sfera pubblica. Finge inesistenti rapporti democratici con gli oppositori e la stampa, accettata in guerra solo se embedded, ligia ai comandi militari ucraini. Vede questa guerra come una partita di calcio: qui non si gioca per fare compromessi, ma per vincere!

Ecco, gli Occidentali stanno sostenendo e super-armando un governo che ha questi progetti, che non spende neanche una parola sul rischio di guerra atomica. Stanno per inserire nella Nato, al vertice di Vilnius l’11 e 12 luglio, quest’impasto di risentimento monoetnico e furia distruttiva.

Forse l’adesione sarà sostituita da garanzie di sicurezza sul modello israeliano, forse no. Resta che per la prima volta è parso sbriciolarsi – grazie alla professionalità degli intervistatori di Otto e Mezzo – l’oggetto di culto occidentale che è il totem Zelensky.

Lilli Gruber ha ricordato a Kuleba che esistono altri modi – non distruttivi – di affrontare la questione delle minoranze etnico-linguistiche: per esempio, il “pacchetto Alto Adige” negoziato da Roma con Vienna fra il 1962 e il 1969.

Travaglio ha insistito sull’accordo di pace che Kiev negoziò con Mosca nel marzo 2022, poco dopo l’invasione, e che fu bloccato in extremis dal veto di Londra e Washington. Il trattato s’intitolava “Permanente Neutralità e garanzie di sicurezza per l’Ucraina”, e prevedeva l’inserimento nella costituzione ucraina della neutralità permanente. Non era una resa: si tornava alla neutralità perpetua, costituzionalmente garantita al momento dell’indipendenza nel 1990. Messo alle strette, Kuleba ha finto di non sentire.

Infine, quando Kuleba è stato spinto ad ammettere il vero scopo ucraino – frantumazione della Federazione Russa – Caracciolo lo ha messo all’angolo chiedendo se Kiev è dunque favorevole all’incameramento di parti della Siberia da parte cinese. Anche a questa domanda Kuleba non ha risposto. È lecito domandarsi se la non risposta equivalga ad assenso.

La puntata di Otto e Mezzo colpisce perché costituisce un’eccezione nel panorama tv. Forse perché finalmente le domande sostituiscono le asserzioni, come si addice alla professione giornalistica. L’insurrezione di Prigožin suscita infatti reazioni ben diverse da quelle di Gruber, Travaglio e Caracciolo, nei giornali scritti e parlati del pensiero unico. I principali commentatori si sono mostrati euforicamente assertivi, nel diagnosticare l’indebolirsi del potere russo. Come se sapessero quel che davvero succede al Cremlino, e sognassero lo stesso sogno distruttore di Kuleba.

Anche se per ora sedata, l’insurrezione ha mostrato che il pericolo di un collasso del potere russo esiste, a cominciare dall’esercito. Che al collasso potrebbe far seguito – come auspicato esplicitamente da Kiev – lo sfaldarsi della Federazione. Le atomiche russe finirebbero in mano a poteri ben più infidi di Putin; il cosiddetto Armageddon si avvicinerebbe.

Persino quando il pericolo dell’insurrezione di Prigožin è apparso chiaro, ci sono stati giornalisti e politici che con visibile compiacimento, e all’unisono con quanto detto e non detto da Kuleba, hanno concluso che la resistenza ucraina aveva infine ottenuto questo gran risultato: Putin era debole, forse aveva i giorni contati. Vale dunque la pena assistere Kiev con invii di armi sempre più offensive e sanzioni antirusse sempre più pesanti, visto lo sfaldamento del barbarico impero che ne può discendere. Neanche per un minuto i commentatori hanno abbandonato la cecità di cui hanno dato prova da quando la guerra è de facto cominciata: non nel 2022 ma nel febbraio 2014, quando è stato evidente che il potere centrale a Kiev non intendeva in alcun modo integrare pacificamente le popolazioni russofone del Sud-Est: 14.000 circa sono i morti della guerra civile fra il febbraio 2014 e il febbraio 2022. L’annessione della Crimea resta illegale, ma non è avvenuta senza motivi, di punto in bianco.

Washington tergiversa, incerta fra due strade opposte (escalation militare ucraina, o pressione su Kiev perché accetti un negoziato e metta fine alla guerra). Quanto all’Europa, per ora sta a guardare, senza pronunciarsi sulla guerra di regime change caldeggiata da Zelensky. Anche in questo caso, chi tace acconsente di fatto. L’Europa continua a fingere ignoranza, sulle radici della guerra e gli allargamenti Nato temuti a Mosca da vent’anni. Il sì dei suoi governi all’ingresso di Kiev nella Nato conferma lo status servile –e l’egemonia nell’Ue di interessi polacchi e baltici– assegnato all’Unione europea da Stati Uniti e Nato. Borrell dixit: dovrà pur finire l’“assedio della giungla al giardino europeo”.

© 2023 Editoriale Il Fatto S.p.A.

La guerra di regime change contro la potenza atomica russa

Intervento alla Conferenza “Guerra o pace? Quali scelte politiche per riportare la pace in Europa”, tenutasi venerdì 30 giugno su iniziativa della Vicepresidente del Senato Mariolina Castellone. 

Volevo cominciare con l’insurrezione fallita di Prigožin ma ieri sera ho visto una puntata di Otto e Mezzo che mi ha colpito particolarmente. Il ministro degli esteri ucraino, Dmytro Kuleba, era intervistato da Lilli Gruber, Marco Travaglio e Lucio Caracciolo: un’intervista vera finalmente, non gli osanna a Zelensky dei salotti di Bruno Vespa. Tutti e tre lo hanno incalzato con grande maestria, e Kuleba ha dovuto infine ammetterlo: la resistenza ucraina mira in realtà a smembrare quello che Kiev chiama impero russo.

Le armi che mandiamo servono alla realizzazione di questo piano, demente e rischiosissimo. Il ministro non si cura minimamente dei dubbi espressi da Mark Milley, capo di Stato maggiore degli Stati Uniti, sulla fattibilità di una vittoria ucraina che comunque non è ottenibile – Kuleba pare dimenticarlo – senza assistenza Usa. Si rallegra, sempre il ministro, all’idea che Putin possa essere indebolito dal capo del gruppo Wagner. Finge inesistenti comportamenti democratici con i russofoni del Donbass e con la stampa, accettata nei campi di battaglia solo se embedded, incorporata. Vede questa guerra come una partita di calcio: qui non giochiamo per fare compromessi ma per vincere! Ecco, gli Occidentali stanno sostenendo un governo che ha questi progetti, che non spende neanche una parola sul rischio di guerra atomica. Stanno per inserire nella Nato quest’impasto di risentimento monoetnico e furia distruttiva, come a suo tempo accolsero le primavere arabe per ritrovarsi poi faccia a faccia con l’Isis.

***

Non c’è da stupirsi dunque se le reazioni dei commentatori mainstream al tentativo di ammutinamento di Prigožin, nei giornali e nei talkshow, sono state così euforiche, nel diagnosticare l’indebolirsi tanto agognato del potere russo. Come se tutti sapessero quel che realmente succede al Cremlino. Come se tutti sognassero lo stesso sogno distruttore del ministro Kuleba.

Anche se sedata rapidamente, e per ora forse efficacemente, la tentata insurrezione ha mostrato che il pericolo di un collasso del potere russo esiste, a cominciare da quello militare. Che al collasso potrebbe far seguito lo smembramento della nazione. Le armi di distruzione di massa della potenza atomica russa finirebbero in mano a poteri incontrollabili, il cosiddetto Armageddon diverrebbe ancora più vicino di quel che è oggi.

Come spiegato lucidamente da Caracciolo nelle domande a Kuleba, varie nazioni – Cina in testa – si getterebbero sui pezzi sparsi di una Russia che Kuleba s’ostina a definire non Federazione multietnica, ma impero anacronistico e poco moderno nel XXI secolo. Anche la mania di chiamare Zar il Presidente russo suggella la complicità delle élite occidentali con un’Ucraina illegalmente aggredita, ma non per questo meno colpevole di un nazionalismo russofobo sterminato.

Persino quando il pericolo dell’insurrezione di Prigožin  è apparso chiaro, ci sono stati commentatori che con visibile compiacimento, e all’unisono con i commenti di Kiev, hanno concluso che la resistenza ucraina aveva infine ottenuto questo buon risultato: Putin era debole; aveva addirittura i giorni contati. Era valsa dunque la pena assistere Kiev con invii di armi sempre più offensive e sanzioni antirusse sempre più pesanti, visto lo sfaldamento del barbarico impero che ne può discendere. Neanche per un minuto i commentatori hanno abbandonato la cecità di cui hanno dato prova da quando la guerra è de facto cominciata: cioè a partire dal febbraio 2014, quando è apparso evidente che il potere centrale a Kiev non intendeva in alcun modo integrare pacificamente le popolazioni russofone del Donbass (14.000 circa sono i morti della guerra civile fra il febbraio 2014 e il febbraio 2022. L’annessione della Crimea è anch’essa illegale, ma non è ingiustificata).

L’idea granitica dei paladini delle guerre di regime change (tutte peraltro fallite) è che la Russia vada punita per il male inflitto all’Ucraina “senza mai esser stata provocata” e all’unico scopo di espandere l’impero, come recita il refrain ripetuto senza variazioni da un anno e mezzo. Dico punizione della Russia e non del governo russo perché c’è una forte componente russofobica nelle argomentazioni dei neo-conservatori euro-americani.

Di questi commentatori – politici o giornalisti che siano, i giornalisti hanno dimenticato che sono un potere separato – andrebbe detto quel che Raymond Aron disse di Giscard d’Estaing: questi uomini “non sanno che la storia è tragica”. Esemplare da questo punto di vista il direttore di Repubblica, che la sera dell’insurrezione ha constatato il benefico indebolimento dei vertici russi, ottenuto grazie alla resistenza ucraino-atlantica. Nel suo giornale ha poi sottolineato come invadendo l’Ucraina Mosca abbia aggredito “l’architettura di sicurezza creata dall’Occidente dopo la fine della Guerra Fredda”. Non è chiaro cosa sia questa decantata “architettura di sicurezza”. So solo che non è un’architettura, e non ha garantito sicurezza bensì caos e guerre nelle varie zone critiche della terra. Un caos che genera ovunque Stati falliti e fughe in massa di profughi.

Guerre e caos sono attizzati per sancire il primato globale dell’egemone statunitense, che da quando è finita l’Urss insiste nell’ergersi a gran vincitore della guerra fredda. Una postura squilibrata e destabilizzatrice denunciata più volte da Mosca, non solo da Putin ma anche da Gorbachev e Eltsin. L’aspirazione di Bush, Clinton, Obama, Trump, Biden a un ordine mondiale unipolare ha ucciso sul nascere l’idea di una “Casa Europea”, ovvero del sistema di sicurezza che Gorbačëv proponeva a un’Europa di cui Mosca si sentiva giustamente parte.

L’architettura di sicurezza rimpianta da Molinari ha rimpiazzato la Casa Europea e sancito il predominio di Washington su un continente trasformato in avamposto – come Corea del Sud, come Taiwan – della potenza Usa. Consentiamo agli allargamenti della Nato su ordine statunitense, e l’allineamento europeo a Washington nella guerra ucraina ha polverizzato ogni velleità di autonomia strategica. Siamo parte della sfera d’interesse statunitense, avendo perso di vista i nostri interessi. Oggi l’ordine internazionale unipolare è celebrato, in Italia, come il più morale dei mondi possibili. Unica eccezione: il Movimento Cinque Stelle e Sinistra italiana. Il loro opporsi è bollato come putinismo appena si esprime.

Cito l’inesistente architettura di sicurezza del dopo guerra fredda per mettere in luce le falsità, le riscritture storiche, le calunnie che infestano il vocabolario delle élite occidentali mentre imperversa una guerra per procura. Un vocabolario che storce o cancella la realtà, che sostituisce il reale con le cosiddette narrazioni (“cosa ci raccontano questi eventi?”, usano chiedere i giornalisti televisivi), e che è confezionato per giustificare l’ostinato proseguimento di una guerra che – ormai lo sappiamo – poteva probabilmente concludersi fin dal marzo 2022, qualche giorno dopo l’invasione, a sentire non solo l’ex premier israeliano Naftali Bennett il 4 febbraio ma Putin stesso. In occasione di un incontro con dirigenti africani a Mosca, il 17 giugno, il Presidente russo ha persino mostrato la bozza del trattato che i negoziatori delle due parti firmarono nel marzo 2022 in Turchia.

Il trattato s’intitolava “Permanente Neutralità e garanzie di sicurezza per l’Ucraina”, e prevedeva l’inserimento nella costituzione ucraina della neutralità permanente (dunque la cancellazione del paragrafo sull’auspicata adesione alla Nato, inserito in costituzione nel 2019 dal governo Poroshenko). Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia, Cina e Francia erano indicati come garanti. La nuova formulazione non era una resa dell’Ucraina. Si tornava alla neutralità permanente sancita in costituzione quando il paese divenne indipendente nel 1990. Incalzato da Travaglio su quell’accordo, Kuleba ha fatto finta di non capire.

Intanto la deformazione dei vocabolari prosegue. Si continua a parlare di “aggressione russa non provocata”, quando è evidente che l’aggressione era illegale ma che le provocazioni occidentali c’erano state. Da oltre sedici anni sappiamo che l’allargamento a Est della Nato – che gli Occidentali avevano promesso di evitare quando fu riunificata la Germania – era vista come minaccioso accerchiamento non solo da Putin, ma anche da Gorbačëv e Eltsin. Nella conferenza annuale di Monaco del 2007 Putin parlò di linee rosse oltre le quali il conflitto tra Russia e Occidente era inevitabile. La Nato e Washington hanno finto di non sentire, espandendo l’Alleanza atlantica all’Europa orientale e spingendosi fino a promettere l’adesione a Ucraina e Georgia, nel vertice Nato a Bucarest del 2008 poi in quello di Bruxelles del 2021.

Neanche la guerra in corso interrompe la strategia di totale indifferenza agli interessi russi, tanto è vero che fra qualche giorno, l’11 luglio, la Nato si riunirà a Vilnius per riconfermare la volontà di integrare l’Ucraina, magari senza fissare date precise. Se questo passo cruciale sarà compiuto – perfino Macron dice ora di volerlo compiere – vorrà dire due cose: primo, la Nato intende prolungare la guerra anziché aprire negoziati; secondo, il peso di Polonia e Stati baltici è oggi preponderante nell’Unione europea e nell’Alleanza atlantica.

Un altro concetto deformato è quello di “pace giusta”, col quale si usa zittire chi si oppone all’invio di armi a Kiev, specie a lungo raggio. Pace giusta è un ossimoro, perché nelle presenti circostanze la tregua è possibile solo se ambedue le parti fanno concessioni ritenute ingiuste fino al giorno prima. Ripetere che solo una “pace giusta” è negoziabile significa, semplicemente, volere che la guerra continui. È quello che hanno segnalato Londra e Washington, quando Zelensky si disse disposto, nel marzo 2022, a un compromesso con Putin che prevedeva la neutralità ucraina e la rinuncia alla Crimea. Boris Johnson si precipitò allarmatissimo a Kiev, vietando a Zelensky ogni concessione e confermando spudoratamente che la guerra in Ucraina era sin da principio guerra per procura fra Nato e Mosca, proxy war sulla pelle del popolo ucraino e magari perfino di Zelensky. Altro che difesa delle sovranità e dell’autodeterminazione degli Stati, sbandierata senza sosta dalle democrazie occidentali!

L’ipocrisia di quello che Mosca chiama abbastanza correttamente “occidente collettivo” giunge sino a negare il diritto alle sfere di influenza, in nome della sovranità e dell’autodeterminazione dei popoli. Biden cita spesso quel che disse, da vicepresidente, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2007: “Non riconosciamo a nessuna nazione il diritto di avere una propria sfera di influenza. Continuiamo a credere nel diritto degli Stati sovrani di prendere proprie decisioni e di scegliere le proprie alleanze”. È dai tempi di Wilson che le amministrazioni Usa ripetono questa menzogna. La verità è che Washington condanna tutte le sfere d’influenza altrui tranne la propria, che difende con le unghie, i denti e guerre ripetute. Inizialmente, ai tempi della dottrina Monroe due secoli fa, tale sfera comprendeva America centrale, America Latina e forse Canada. Oggi copre il pianeta, e in Europa si estende fino ai suoi confini orientali, dove l’Occidente non esita ad abbaiare – son parole di Papa Francesco – alle porte della Russia. Lo stesso dicasi di Taiwan, che permette di abbaiare alle porte cinesi. Chiunque minacci le sfere d’influenza Usa è equiparato, ogni volta, a Hitler.

***

Questo continuo riferimento a Hitler, al trattato di Monaco, a Churchill, dovrebbe farci riflettere. Generalmente chi ricorre a simili paragoni invita a grandi battaglie contro il male assoluto, identificato di volta in volta con questo o quello Stato nemico dei valori occidentali. L’invito alle battaglie sui valori è falso, perché nasconde l’aspirazione al brutale predominio di un unico sistema, rivestito dai valori come da un mantello. Ma c’è qualcosa di ancora più insidioso nel richiamo alla seconda guerra mondiale: c’è, a mio parere, una volontà di potenza che esalta in blocco la seconda guerra mondiale, e la guerra in sé. Esalta una vittoria ottenuta a seguito di una distruzione del tutto sproporzionata delle città tedesche, e delle atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki quando il Giappone già era palesemente disposto alla resa.

Lo storico Stephen Wertheim ha scritto un articolo illuminante su questo slittamento delle memorie belliche, in Europa e soprattutto negli Stati Uniti. Con l’esaurirsi della generazione che aveva vissuto la seconda guerra mondiale, le memorie sono passate dalla paura della guerra e dagli sforzi di prevenirla alla sua glorificazione. Il modo in cui si è combattuto non è mai messo in questione, se si escludono i movimenti anti-nucleari e i libri illuminanti di Winfried Sebald sulle città tedesche rase al suolo per volontà di Churchill. La mancata condanna delle atomiche sganciate sul Giappone, infine, contribuisce a banalizzarne sempre più l’uso. È significativa e inquietante la discussione in Russia attorno a un articolo di Sergej Karaganov, già consigliere di Putin, che ipotizza l’uso dell’atomica per resuscitare, visto che altri modi non ci sono, le paure del dopoguerra e far rinascere, col forcipe, il dialogo Russia-Occidente (“La paura dell’escalation nucleare deve essere ripristinata”).

Le popolazioni occidentali sono addestrate per fronteggiare sempre nuovi mali assoluti coi quali poi si finisce per negoziare, come in Afghanistan. Non sono addestrate per tenere in vita la paura, menzionata da Karaganov, del conflitto nucleare. In era atomica tale paura è benefica, così come indispensabile in qualsiasi futura trattativa è esaminare gli effetti delle proprie azioni, a cominciare dagli allargamenti della Nato. I pacifisti oggi non negano il diritto ucraino a difendersi. Si battono perché si metta fine a una guerra per procura che inavvertitamente, su iniziativa di qualche Dottor Stranamore, può slittare in conflagrazione atomica. Il fatto che se critichiamo Biden e la Nato siamo definiti putiniani significa che lo slittamento è vicino.

Sono decenni che la Nato e i suoi Stati membri si esercitano in simulazioni dette war games, giochi di guerra (i campi di calcio descritti da Kuleba). Sarebbe ora che l’Europa – il primo continente a essere devastato in caso di conflitto nucleare – concentrasse tutti gli sforzi sui giochi di pace. Sui modi per attenuare i pericoli, come seppe attenuarli Kennedy durante la crisi di Cuba, quando diede inizio alla distensione smantellando i missili Jupiter installati in Turchia. Questa è l’arte che urge riapprendere, e che neanche durante la guerra fredda fu dimenticata com’è dimenticata oggi: l’arte con cui si negoziano prima le tregue, poi la coesistenza pacifica, poi i sistemi di sicurezza collettiva, poi se possibile la pace tra nazioni e valori diversi.

L’Occidente: un “giardino” che ci fa feroci

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 28 marzo 2023

Si stanno pagando con decine di migliaia di morti in Ucraina gli errori, le promesse tradite, la tracotanza, l’assenza di intuito e di capacità di penetrazione con cui l’Occidente ha gestito, sotto la guida di sei amministrazioni Usa, il dopo Guerra fredda e i rapporti con la Russia.

Guida priva di sagacia, che negli ultimi trentaquattro anni ha creato caos ovunque e l’ha chiamato “ordine basato sulle regole”, rules-based international order – le regole essendo quelle statunitensi.

La Russia di Putin ha invaso l’Ucraina, ma la storia di questa violenza illegale ha radici in un passato sistematicamente occultato da chi, a Washington e in Europa, vede solo il segmento ucraino di un trentennio disastroso, che le amministrazioni Usa narrano come lotta del bene contro il male – come fantasticata ripetizione della guerra contro Hitler o favola di Cappuccetto Rosso, secondo il Papa. Qui in Occidente il bene, lì i barbari dell’inciviltà. Qui la potenza Usa, disperatamente ansiosa di apparire vincitrice della guerra fredda e unico egemone nel pianeta, lì gli Stati e popoli che quest’egemonia la rigettano perché rivelatasi incapace di produrre stabilità e convivenze incruente. È toccato a un europeo, il responsabile della politica estera Ue, Josep Borrell, impersonare la hybris atlantista con le parole più demenziali: “L’Europa è un giardino. Il resto del mondo è una giungla, e la giungla può invadere il giardino”. Quale giardino? Quantomeno incongruo sproloquiare su giardini con la Francia di Macron sull’orlo dell’insurrezione popolare, l’Italia di Meloni che vuol abolire il reato di tortura (ma è vietato dalla Convenzione Onu contro la tortura del 1984), la Polonia affamata di guerra nucleare, le guardie costiere libiche pagate dall’Ue che sparano sulla nave Ocean Viking per rimandare in Libia, in campi mortiferi, 80 migranti in fuga verso l’aiuola europea che ci fa tanto feroci.

A queste demenze siamo arrivati – accompagnate all’invio di armi sempre più offensive, uranio impoverito compreso – e c’è ancora chi parla, serio, di ritorno della guerra fredda. Non è guerra fredda quella che uccide l’Ucraina, ma esercitazione in guerre calde tra potenze atomiche. La Guerra fredda fu violenta e bugiarda, ma mai mancò la capacità di negoziare, di scansare la catastrofe, di aprire epoche di distensione, di Ostpolitik e di disarmo.

Oggi niente chiaroscuro, è tutto nero. A più riprese si è sfiorata la pace, tra Mosca e Kiev, e ogni volta Washington e Londra hanno messo il veto e imposto il proseguimento della guerra a un’Ucraina trattata al tempo stesso come eroe e vassallo. È accaduto una prima volta il 5 marzo ’22, subito dopo l’invasione, come rivelato lo scorso 4 febbraio dall’ex premier israeliano Naftali Bennett: Putin “capiva totalmente le costrizioni politiche di Zelensky e non chiedeva più il disarmo dell’Ucraina”, Zelensky era pronto a seppellire l’adesione alla Nato (impegno iscritto nella Costituzione dal 2019). Ma venne il veto di Boris Johnson e poi di Biden (l’obiettivo secondo Bennett era “distruggere Putin” –smash Putin). Lo stesso è successo dopo la proposta di tregua in 12 punti (la pace appare solo come prospettiva) avanzata il 24 febbraio da Pechino: prima ancora di conoscere le reazioni di Zelensky e i risultati della visita di Xi Jinping a Mosca, Washington respingeva non solo la pace ma anche il cessate il fuoco.

Subito prima della visita a Mosca di Xi, tanto per mettere le cose in chiaro, la Corte penale internazionale emetteva il 17 marzo un mandato di arresto nei confronti di Putin per crimini di guerra. Washington ha applaudito, anche se una legge autorizza il presidente a usare la forza ogni qualvolta un americano è incolpato dalla Corte. Difficile trattare con chi hai appena definito un criminale. Negare l’esistenza di una guerra per procura in Ucraina cozza contro il ripetersi di veti opposti alle tregue e l’evidente interesse Usa a demolire Putin.

Qualcosa però sta accadendo fuori del piccolo recinto Nato (e dell’alleanza tra servizi segreti dei cosiddetti “Five Eyes”: Stati Uniti, Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito). Qualcosa di planetario che il conflitto dissigilla. Due terzi dell’umanità sono contro guerra e sanzioni. L’egemone ha clamorosamente fallito in Afghanistan, dopo vent’anni di guerra. Ha fallito in Iraq, Libia, Siria. Ha partorito mostri come lo Stato Islamico. Da oltre mezzo secolo ignora l’occupazione illegale della Palestina e accetta la “clandestinità” dell’atomica israeliana. Gli Stati Uniti sono più che mai egemonici dunque vittoriosi nell’Ue, ma collassano nel Sud globale: un territorio sempre più ostile all’interventismo Usa, più rassicurato da Cina e Russia. È il “momento Suez” degli Stati Uniti, dicono alcuni, evocando il fiasco di Londra, Parigi e Tel Aviv quando sfidarono Nasser occupando militarmente il canale egiziano nel 1956.

Il passato occultato da governi e giornali mainstream, in Occidente, sta già passando da quando è entrato in scena, con forza inattesa e formidabile, il nuovo attivismo di Pechino: prima con il piano di tregua in Ucraina, il 24 febbraio, seguito dalla visita di Xi a Mosca il 20 marzo; poi con la riconciliazione fra Iran e Arabia Saudita patrocinata da Xi, il 10 marzo. La riconciliazione scompiglia radicalmente il Medio Oriente allargato. Rassicura Assad in Siria, spunta i piani bellici israeliani, facilita la pace in Yemen, tranquillizza lo Stato afghano, che teme nuovi interventi Usa di “regime change”. A Iran e Arabia Saudita è stata prospettata l’adesione al gruppo non allineato dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica): una vistosa promozione.

È consigliabile la lettura del rapporto pubblicato il 20 febbraio dal ministero degli Esteri cinese, intitolato “L’egemonia Usa e i suoi pericoli”. Si parla di una quintupla egemonia, sempre più destabilizzante: egemonia politica (esportazioni della democrazia che “producono caos e disastri in Eurasia, Africa del Nord, Asia occidentale”), militare (uso sfrenato della forza), economica (egemonia del dollaro, politiche predatorie), tecnologica, culturale.

Il piano cinese sull’Ucraina è vago, certo. Volutamente vago. Ma letto assieme al testo sull’egemonia Usa diventa una forma di empowerment, di coscienza della propria forza condizionante. Il primo punto dovrebbe piacere a Kiev e a Mosca, visto che difende la sovrana integrità territoriale di tutti gli Stati Onu, e si accoppia a esigenze precise: applicazione non selettiva della legge internazionale (punto 1); architettura di una sicurezza europea senza espansioni delle alleanze militari (punto 2); neutralità delle operazioni umanitarie (punto 5), fine delle sanzioni unilaterali (punto 10).

Tra le righe, quel che si legge è un’alternativa al disordine causato dal suprematismo Usa. Inutile temere il passaggio dall’unipolarismo al multipolarismo: sta già succedendo, benvenuti nella realtà. I Brics contestano anche l’uso politico del dollaro. Gli scambi tra Cina, Russia, Arabia Saudita e Iran non avverranno più in dollari. È l’inevitabile trauma che viviamo. È la conferma solenne che oltre il giardino c’è ben più di una giungla.

© 2023 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Schlein, non basta dire “novità”

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 7 marzo 2023

Se davvero vuol rappresentare una novità, e riportare in vita il Partito democratico, Elly Schlein non potrà ignorare un fatto difficilmente confutabile: la resurrezione di un pensiero profondo, su guerra e migranti, non coincide al momento con l’europeismo, articolo di fede imposto a chiunque voglia governare o legittimamente opporsi o dirigere un giornale mainstream.

Invocare l’Unione europea così com’è oggi – impossibile distinguerla dalla Nato, europeismo e atlantismo son diventati sinonimi – significa consentire alla sua esorbitante e crescente militarizzazione, sia quando si adopera per prolungare la guerra in Ucraina, sia quando risponde al disastro di Crotone con promesse di presidi ancor più impenetrabili delle proprie frontiere (lettera di Ursula von der Leyen ai capi di governo in vista del vertice Ue del 9 febbraio).

Il più micidiale tetto di cristallo non è oggi il divieto opposto alle donne aspiranti al comando. Il tetto di cristallo è il conformismo di gruppo – detto anche groupthink – che ostracizza ogni dissenso su guerra e migrazione.

La guerra innanzitutto. L’Unione in quanto tale sta seguendo pedissequamente i dettami di una Presidenza Usa tuttora influenzata dalla lobby dei neoconservatori (già responsabili di guerre totali tese a cambiare regimi in Afghanistan, Iraq, Libia, in prospettiva Iran tramite Israele), e ansiosi fin dal 2014 di immettere Ucraina e Georgia nella Nato per meglio minare i confini della Russia. Della lobby fanno parte Biden, il consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan, Hillary Clinton, l’attuale sottosegretario di Stato Victoria Nuland, già nota per aver promosso il colpo di Stato ucraino del 2014 sapendo di “fottere” l’Europa (“Fuck Europe!”, disse all’ambasciatore Usa a Kiev). Le parole proferite dalla Von der Leyen non sono diverse dagli appelli di Hillary Clinton ai collaboratori di Putin, perché rovescino il loro capo: questo è l’obiettivo degli occidentali, cioè di chi aspira non già all’ordine internazionale ma a un caotico rules-based world order, un “ordine mondiale fondato sulle regole” bellicose prescritte da Washington ai satelliti europei e asiatici.

Nelle élite italiane non esiste contrasto di opinioni sull’Ucraina, con l’eccezione di Conte che durante il governo Draghi votò l’invio di armi ma nutrì presto dubbi sugli invii senza sbocchi negoziali. Il Pd invece non conosce dubbi, né con Letta né con Schlein. Da quando Mosca ha inopinatamente invaso l’Ucraina è stato uno dei più ardenti fautori non tanto della resistenza all’aggressore, ma dell’escalation di una guerra che è per procura, essendo prolungata da Washington per abbattere Putin e forse smembrare la Russia, se si considera la natura sempre più offensiva delle armi garantite a Kiev e le ripetute offensive ucraine in territorio russo.

C’è da temere che Elly Schlein continui a tergiversare su questa questione. Reclamare negoziati è fatuo, se si insiste nell’invio di armi e non si indica chiaramente cosa potrebbe cedere Mosca e cosa Kiev, perché l’ecatombe finisca. In sostanza non viene smentito quel che garantirono Draghi e Letta: le armi favoriranno la trattativa. L’equazione non ha funzionato. Non basta l’invito retorico alla “pace giusta”, specie se decisa sul terreno di battaglia.

Lo stesso si dica sulle sanzioni, che l’Ue privilegia dal giorno in cui la guerra è cominciata: non nel febbraio 2022 ma nel 2014, quando Kiev mobilitò i neonazisti del battaglione Azov contro il Donbass secessionista e Mosca incamerò la Crimea. Nove anni di sanzioni non hanno impedito la sconsideratezza di Putin, e il loro inasprimento ha atterrato noi più che l’economia russa. Ha semmai accentuato la volontà del Cremlino di dar vita a un ordine internazionale non più unipolare ma multipolare, con India e Cina protagonisti. Ha rafforzato i rivali oltranzisti di Putin. E ha accresciuto la sudditanza europea a una strategia Usa che punta a disintegrare la Russia in vista dello scontro decisivo con Pechino. In questo Grande Gioco l’Ue conta zero, l’Italia ancor meno di zero, e gli appelli alla sovranità strategica europea sono fame di vento.

Viene poi la politica migratoria. Schlein ripete che solo l’Europa può rintuzzare gli scempi di Giorgia Meloni, ma l’Unione è da tempo in favore di accordi con Paesi del Nord Africa e con Turchia volti a “esternalizzare” le politiche di asilo: anche questo è “pensiero di gruppo” e Meloni è in ottima compagnia. Lo era nel 2017 quando Gentiloni era presidente del Consiglio e Marco Minniti ministro dell’Interno, e quest’ultimo concluse un memorandum con Tripoli accettando che i migranti venissero riportati nei mortiferi lager libici e imponendo regole restrittive alle Ong che fanno Ricerca e Salvataggio.

Il naufragio di Crotone non sorprende. Si poteva evitare, se l’Italia e l’Unione europea si fossero dotati di una politica di Ricerca e Salvataggio (Sar) dopo l’abbandono dell’operazione Mare Nostrum: operazione che l’Ue si rifiutò di europeizzare. Queste cose Elly Schlein non le dice, pur sapendole. Denuncia opportunamente la cialtroneria del ministro dell’Interno Piantedosi (denota abissale ignoranza l’uso della frase di Kennedy: che i profughi evitino di “mettere in pericolo i figli” e pensino non a se stessi ma “a quel che possono fare per i propri Paesi”) ma non dice che la militarizzazione delle frontiere – nel caso di Crotone le operazioni poliziesche della Guardia di finanza anziché l’invio in mare della Guardia Costiera specializzata in Ricerca e Salvataggio – è una scelta fatta propria dall’Unione, non solo dall’Italia.

Schlein ripete spesso che la revisione del Trattato di Dublino approvata nel 2017 dal Parlamento europeo (relatrice Cecilia Wikström, liberale, Schlein era relatrice-ombra per il gruppo socialista) fu avversata dall’estrema destra. Ma non può non sapere che il rapporto Wikström era giusto un primo passo, e non avrebbe mai ottenuto l’approvazione degli Stati membri sui ricollocamenti “automatici” e non semplicemente volontari dei profughi che approdano prioritariamente in Italia e Grecia.

Anche in questo caso non basta ricordare che i migranti fuggono da guerre e dispotismi, e per legge hanno diritto all’asilo. È l’ora di dire che gran parte di quelle guerre e carestie le attizziamo noi occidentali con sanzioni o investimenti predatori che impoveriscono i popoli, e con guerre di “cambi di regime” che fanno comodo geopoliticamente (non fa comodo, invece, difendere i palestinesi dall’occupazione israeliana). Delle conseguenze di tali guerre siamo responsabili.

Il Pd si rinnoverà quando criticherà radicalmente non solo la destra al governo, ma anche l’Europa di oggi. Un po’ come fece Giuseppe Conte durante il Covid, quando costruì un’alleanza fra nove Paesi membri (tra cui Francia e Spagna), decisi a ottenere un comune indebitamento Ue e un Recovery Plan che superasse la nefasta divisione fra l’austerità imposta dai Paesi creditori e la sottomissione dei debitori. Fu l’ultimo gesto dignitoso dell’Unione europea.

© 2023 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Intervento al dibattito “Pace e politica”,
4 novembre 2022

 

Prima di esporre alcuni pensieri sulla guerra in Ucraina vorrei fare due premesse. La prima concerne la decisione del governo russo di invadere l’Ucraina, il 24 febbraio. Penso che l’operazione speciale sia stata lungamente ponderata da Putin, che sia stata chiamata così non solo per dissimularla ma anche per diminuirne la portata (i falchi in Russia chiedevano la mobilitazione generale e ora ne hanno ottenuta una parziale), ma che si sia trasformata in una trappola per Mosca. L’operazione viola il diritto internazionale, e danneggia a lungo termine la postura della Russia anche se, come vedremo, non la isola. L’occidente ha violato per decenni le leggi internazionali (in Jugoslavia e soprattutto in Kosovo, poi in Iraq, Afghanistan, Somalia, Libia) e perlomeno non ha le carte in regola quando denuncia, anche giustamente, l’aggressione di Mosca.

Seconda premessa: nell’era atomica tutti i ragionamenti sulla guerra che continua la politica con altri mezzi sono incendiari. In simili circostanze non ci si può permettere due guerre contemporaneamente contro potenze nucleari, come avviene oggi: una guerra calda tra occidente e Russia in Ucraina, e una fredda con la Cina su Taiwan. Una potenza in declino come gli Stati Uniti non può gestirle senza fallire (le guerre americane sono tutte fallite dopo il 1945, a cominciare dalla guerra di Corea) e questa incapacità accresce il rischio dello scontro atomico, che assicura morte e malattie mortali in Ucraina e ben oltre l’Ucraina.

Quel che mi colpisce nei dibattiti attuali è la mancanza di una conoscenza vera della Russia: della sua storia, del suo sistema di potere, della sua gestione del consenso. Sul tema intervengono in genere persone con scarsissima conoscenza, e ancor peggio: con zero curiosità. Persone che usano l’Ucraina e il popolo ucraino per fini di politica interna. La russofobia e le accuse di putinismo sono frutto di questa ignoranza esibita senza pudore: un’ignoranza militante già palese in altre guerre recenti, in Afghanistan o Iraq o Siria. All’ignoranza si aggiunge poi un’abissale ipocrisia. Lo Stato d’Israele occupa dal 1967 territori che appartengono ai palestinesi, da anni vi applicano una politica di apartheid, e la violazione del diritto internazionale è palese, ed è violata col consenso degli Stati occidentali.

***

Non ricordo simile tempesta perfetta accompagnata da ignoranza così militante: clima, guerra mondiale a pezzi come la chiama Papa Francesco, e pandemie, inflazione, disuguaglianze sociali, rischio deliberatamente calcolato di un conflitto atomico. Più rapporti scientifici – uno dell’Onu – ci hanno detto nelle ultime settimane che la finestra di opportunità per fermare il disastro climatico si sta chiudendo, che siamo vicinissimi all’irreversibile punto di non ritorno. Per limitare i danni occorre concordare misure drastiche su scala planetaria, e in primo luogo fra i paesi più inquinatori, cioè Stati Uniti, Russia, Cina, India, Unione Europea. Impossibile procedere in presenza di guerre, sanzioni punitive quasi permanenti e una crisi sociale acutizzata da guerre e sanzioni che ovviamente rende più difficile il contrasto del disastro climatico.

Finire la guerra in Ucraina e ricominciare la cooperazione con Russia e Cina è dunque l’imperativo categorico (secondo Kant, l’imperativo comporta un «devi» assoluto, universale e necessario: “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona che nella persona di ogni altro uomo, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”). Per poter agire in tal modo, è urgente capire la vera natura di questa guerra, e individuare in maniera corretta – come vedremo in seguito – la sua genealogia.

La vera natura: è evidente che in Ucraina è in corso una guerra per procura fra due potenze atomiche. Se non fosse così, sarebbe forse già finita. Questo semplicissimo fatto continua a essere negato, come se fosse refutabile che Stati Uniti e Nato hanno armato l’Ucraina fin dal 2014 e la stanno più che mai armando. Come fosse refutabile che una serie di recenti provocazioni belliche sono state con ogni probabilità orchestrate dai servizi inglesi, statunitensi e in parte polacchi: dal sabotaggio dei due gasdotti Nord Stream alla distruzione del ponte di Kerch che collega Ucraina e Crimea sino a giungere all’offensiva contro la flotta russa a Sebastopoli in Crimea.

È una guerra raccontata del tutto scorrettamente dai governi occidentali, dai media mainstream, dall’UE (Parlamento europeo compreso): non solo si sorvola sui battaglioni neonazisti ucraini impegnati nella battaglia (in primis il battaglione Azov), ma fin dall’inizio viene confusa con la seconda guerra mondiale quando invece somiglia alla prima, essendo un conflitto attorno a ambizioni geopolitiche e a sfere di influenza e interessi. Invece viene presentata, da Washington, dalla Nato, dai media mainstream, come guerra di civiltà contro Putin “peggio di un animale”, “macellaio”, Hitler reincarnato. Davanti a cumuli di cadaveri e a milioni di profughi ci si pavoneggia con osceno orgoglio, ci si guarda allo specchio fieri di vedere non se stessi ma Churchill (tra parentesi, diciamoci che anche Churchill peccò di hybris bellica, di dismisura): aveva già vinto, e radere al suolo Amburgo, Dresda e altre centoventinove città tedesche fu osceno. I morti civili che subirono i bombardamenti a tappeto in Germania furono seicentomila e sette milioni i senzatetto. Lo racconta lo scrittore Sebald, nel bellissimo libro Storia Naturale della Distruzione). Quante volte abbiamo sentito, non solo in questa guerra ma in quella contro Milosevic, i Talebani, Saddam Hussein, Gheddafi: è Hitler, bisogna scongiurare l’appeasement, l’acquiescenza che caratterizzò il trattato di Monaco del ‘38.

La manifestazione sulla pace del 5 novembre – promossa da una rete di associazioni e subito appoggiata da Giuseppe Conte – è per dire che non se ne può più di queste incitazioni alla riscossa, del fossato che si è aperto fra la guerra come viene presentata e la guerra effettiva, sul terreno. Stiamo usando il popolo ucraino come mezzo e dimostrazione, non come fine. Non c’è elettricità né acqua in tante città ucraine e ancora i prìncipi che pretendono di governarci aspirano alla vittoria totale di Kiev, alla punizione definitiva di Putin, dunque a una guerra prolungata. E forse tra le cose più oscene c’è questo: dopo le elezioni di midterm, martedì prossimo, Biden potrebbe cambiare la narrativa bellica, non disponendo più di una maggioranza parlamentare. Quanti morti e feriti è costata questa lunga sua campagna elettorale contro i più prudenti repubblicani? Quanto vicini siamo a un conflitto nucleare?

A dire il vero, continuiamo ad andarci molto vicino. Sia Mosca che Washington fanno sapere che son disposte a usare l’atomica per primi, se minacciati esistenzialmente. Si combatte Putin come fosse Milosevic o un capo talebano, dimenticando che la Russia è una superpotenza nucleare, dotata di più di 6200 testate atomiche.

In linea di principio, la dottrina della deterrenza è concepita per precludere il ricorso all’atomica: chi volesse usarla per primo viene dissuaso perché sa che sarà a sua volta annientato da eguale e quasi simultanea potenza. C’è tuttavia un paradosso della deterrenza (un catch-22), e consiste nel fatto che la tua capacità di attacco deve essere “credibile”: cioè l’avversario deve credere nella tua capacità di usarla qui e ora; la bomba è al tempo stesso inutilizzabile e utilizzabile. Ecco perché Putin dice che la sua minaccia non è un bluff. Ecco perché la dottrina nucleare americana presentata lo scorso ottobre non esclude il ricorso all’atomica contro aggressioni convenzionali, contrariamente a quanto promesso da Biden nella campagna elettorale del 2020.

L’atomica è oggi banalizzata soprattutto come arma tattica, da impiegare nel teatro di battaglia, lo è un po’ meno come arma strategica che colpisce a lunghe distanze, ad esempio in un conflitto Usa-Russia. Solo in questo caso vien definita con la parola Armageddon, il luogo nell’Apocalisse dove vengono radunati tutti i Re.

L’atomica nel teatro di battaglia può sfociare nell’Armageddon, ha detto Biden, ma l’esito non è così sicuro. Può darsi che venga usata nel teatro di battaglia senza preludere a scambi di missili tra Usa e Russia. Magra consolazione: nel conflitto ucraino il teatro di battaglia è l’Europa, non gli Stati Uniti. Il generale Fabio Mini ha spiegato come le moderne armi tattiche possano distruggere un’area di 10 città (sono ben più micidiali delle bombe di Hiroshima e Nagasaki, dotate rispettivamente di una potenza di 15 e 21 kilotoni. Oggi possono arrivare a 170 kilotoni). Quel che si sta testando, sulla pelle degli ucraìni e in prospettiva dei russi e degli europei, è la possibilità di un attacco nucleare su scala ridotta. Chi dice ancora che i nostri interessi sono identici a quelli statunitensi o è sonnambulo o mente sapendo di mentire.

Come in altri casi, la disinformazione è impressionante. Fra il 17 e il 30 ottobre, la Nato ha svolto un’esercitazione nucleare in Inghilterra e Belgio, con la partecipazione anche dell’Italia (il nome in codice: Steadfast Noon 2022). Se ne è parlato poco, ma in cambio si è parlato moltissimo di un’analoga esercitazione russa, non meno inquietante ma iniziata dopo, il 27 ottobre. La Nato ha inoltre preceduto Mosca, con le minacce nucleari: il 23 agosto Liz Truss, allora ministro degli Esteri, si disse “pronta a impiegare l’atomica”. “Anche se questa scelta comporta l’annientamento globale?”, le chiesero. Truss rispose affermativamente. I giornali mainstream ripetono che non è guerra per procura, ma se sei così pronto a sganciare l’atomica vuol dire che è una proxy war. Idem se affermi – come ha fatto il ministro inglese delle forze armate – che un attacco ucraino in territorio russo è “perfettamente legittimo. Ed è proxy war se è vero quel che ha scritto a maggio il giornale Ukrayinska Pravda, citando fonti vicine a Zelensky: tra marzo e aprile Kiev era disposta a negoziare, offrendo come primo gesto la neutralità, ma a partire dal 9 aprile Londra e Washington opposero il veto. Il governo Draghi come sempre tacque.

Altra bugia sempre ripetuta: la Russia è isolata nel mondo, quando isolati sono gli Occidentali. Contro la politica statunitense ed europea ci sono i paesi del Brics (Russia, Cina, India, Brasile, Sud Africa), e il cosiddetto Sud Globale. È la stragrande maggioranza degli abitanti terrestri.

E veniamo alla genealogia del conflitto: sistematicamente accantonata, quasi fosse un argomento pro-Putin. La responsabilità della guerra è di Mosca, ma il conflitto ha avuto inizio a partire dal momento in cui il governo ucraino ha calpestato i desideri prima di autonomia (soprattutto linguistica) poi di indipendenza delle popolazioni russofone nel Donbass, scatenando contro di esse – per sei anni – milizie neonaziste ben integrate nell’esercito regolare. Il culmine della repressione antirussa è avvenuto nell’ottobre 2018, quando il predecessore di Zelensky, Petro Poroshenko, ha fatto approvare dal Parlamento una legge piromane che toglie alle lingue minoritarie, russo compreso, lo statuto speciale di lingue regionali e limita drasticamente il loro utilizzo nella sfera pubblica e nelle scuole. Nelle università sono ammessi l’inglese e altre lingue dell’Unione europea, non il russo. Qualche giorno prima del conflitto, poi, Zelensky disse di voler rivedere il memorandum di Budapest del 1994, che sancisce lo status non nucleare dell’Ucraina.

Ma non è tutto. Risalendo indietro negli anni, non possiamo dimenticare le umiliazioni inflitte alla Russia nel dopo guerra fredda, l’estensione della Nato a Est (in pochi anni il territorio Nato è raddoppiato, e almeno dal 2007 Putin dice che il prospettato allargamento a Georgia e Ucraina è una linea rossa per la Russia). Tutto questo nonostante le esplicite promesse, fatte nel 1990 a Gorbachev quando fu unificata la Germania, di non estendere la Nato a est: “neanche di un pollice”, disse il segretario di Stato James Baker. Il 17 maggio 1990 l’allora Segretario Generale della NATO Manfred Wörner dichiarava: “Il fatto stesso che non siamo disposti a installare truppe Nato al di là della Germania dà all’Unione Sovietica solide garanzie di sicurezza”.

Da quando la Nato decise di violare la promessa, è Mosca a essere accusata di mire imperiali. Può darsi che una tentazione imperiale ci sia in Putin, anche se ne dubito: l’interesse russo a non avere la Nato che abbaia alle porte – come dice il Papa – non è diverso dal rifiuto statunitense di missili sovietici a Cuba nel ’62. E poi Putin è stato chiaro: “Chiunque non senta la mancanza dell’Unione sovietica non ha cuore, ma chiunque voglia il suo ritorno non ha cervello”.

Zelensky sembrò rinunciare all’ingresso nella Nato, in primavera, ma dopo l’annessione alla Russia di quattro province ucraine l’ha chiesta di nuovo, alla fine di settembre. L’ha presentata con queste parole: “In sostanza siamo già alleati. De facto, abbiamo già dimostrato la compatibilità con gli standard dell’Alleanza. L’Ucraina sta chiedendo di confermarla de jure, con una procedura accelerata”.

C’è un sottotesto nella richiesta di Zelensky: quando afferma che “in sostanza l’Ucraina è già membro della Nato”, manda a dire che di fatto, anche se non de jure, l’Alleanza è mobilitata come se per Kiev valesse fin da ora l’articolo 5 del Trattato Nord-Atlantico sulla reciproca assistenza militare. E infatti sono molti, sia tra i politici sia tra i commentatori, che prendono sul serio tale ipotesi e annunciano che siamo già entrati nella terza guerra mondiale. L’annuncio è insensato e sobillatore. Nessun Parlamento in occidente ha discusso e approvato l’entrata in guerra e la maggioranza dei popoli nel mondo è contraria. Partecipiamo arricchendo chi vende armi ma il compito di rappresentare i cittadini sulle questioni di pace e guerra l’abbiamo affidato al Parlamento (articoli 78 e 87 della Costituzione, le condizioni sono fissate nell’art 11), non all’azienda Leonardo.

Altra notizia falsa: la molto vantata coesione del fronte occidentale. Per la verità non sono mancate voci dubbiose in Europa, se si escludono fedelissimi come Polonia, i Nordici, i Baltici, l’Italia. Sono reticenti il governo tedesco e anche francese (Macron ha detto che non bisogna umiliare e mettere nell’angolo il Cremlino). Ma soprattutto sono reticenti i popoli. Un sondaggio pubblicato in aprile dall’associazione EuropeforPeace conferma che la grande maggioranza degli europei avversa l’invio continuativo di armi, spera in negoziati di pace (o di tregua) con Mosca, è contrario all’aumento delle spese militari raccomandato dalla Nato. Il sondaggio di Eurobarometro dà risultati opposti ma ho sempre ritenuto inaffidabile l’istituto, essendo finanziato, gestito e molto spesso manipolato dalla Commissione Europea.

Vorrei tornare al pericolo nucleare, per ricordare una coincidenza di date che è parte dell’odierna genealogia bellica. I primi a sganciare ordigni atomici contro un paese non nucleare furono gli Stati Uniti, nell’agosto 1945. Un attacco che militarmente del tutto insensato: il Giappone era già sconfitto. Tendiamo a dimenticare che fra il lancio della prima bomba a Hiroshima e della seconda a Nagasaki, il 6 e il 9 agosto, ci fu – l’8 agosto – un accordo fra i quattro vincitori della guerra (Usa, Urss, Francia, Inghilterra) che istituiva il Tribunale di Norimberga contro i crimini nazisti. Lo studioso di diritto internazionale Richard Falk definisce i due bombardamenti atomici “crimini geopolitici di massimo terrore”: commessi all’unico scopo di ammonire il Cremlino in vista dell’imminente diplomazia del dopoguerra. Ma per quei crimini terristi non c’è stato processo.

Anche questo contribuisce alla banalizzazione dell’atomica e al risentimento russo. Un risentimento riacceso quando Stati Uniti e Occidente si proclamarono vincitori della guerra fredda e che oggi si estremizza per volontà degli Stati Uniti, che una cosa l’hanno già ottenuta: la separazione duratura dell’Europa dalla Russia, paese europeo per eccellenza. La grande illusione statunitense è impermeabile alle sconfitte e può esser riassunta così: l’ordine sulla terra non è più bipolare ma unipolare. Il nuovo ordine mondiale annunciato da Bush senior ha creato caos. Non si rifà più all’Onu ma si chiama “ordine basato sulle regole” – rules-based international order (le regole sono quelle occidentali e la guida è statunitense). Tuttavia è oggi del tutto minoritario, e l’aspirazione al multipolarismo cresce e si diffonde, specie in Russia, Cina, India, Brasile. E sempre più contestata, inoltre, l’egemonia geopolitica del dollaro. Gli alleati degli Stati Uniti sono sparsi sulla terra (le basi militari Usa sono 800 e forse di più, la Russia ne ha una in Siria) ma sono, per l’appunto, una piccola minoranza.

***

Vorrei concludere con un’osservazione personale, alla vigilia della manifestazione di domani. In questi otto mesi non sono mancati momenti difficili, il discorso sulla pace non passava, piovevano le accuse di putinismo. Recentemente, il 25 ottobre, ho trovato particolarmente sconfortante il ritiro di un appello favorevole a negoziati di 30 Democratici Progressisti americani. L’appello, lanciato appena un giorno prima, era talmente blando da sembrare governativo. Nei momenti di sconforto penso a quanto tempo ci volle per influire sulla guerra in Vietnam, ai rarissimi che denunciarono la devastante guerra di Corea (si sfiorò un secondo lancio di atomiche Usa in quell’occasione). Le guerre dopo l’11 settembre sono diventate infinite, eppure vale la pena sforzarsi, “non per stare in pace ma per costruire la pace”, dice il Papa. E sempre mi guidano le parole di Samuel Beckett: “Ho provato sempre. Ho sempre fallito. Non importa. Prova di nuovo. Fallisci di nuovo. Fallisci meglio”.

Quirinale, menzogne e Amarcord

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 5 febbraio 2022

Neanche un briciolo di imbarazzo nei tanti commenti che giudicano l’Italia salvata dalla doppia medicina che le è stata inflitta.

Sergio Mattarella al Quirinale per 14 anni e Mario Draghi che resta a Palazzo Chigi, azzoppato dalla mancata ascesa al Colle ma pur sempre il Migliore di tutti. L’esecutivo Draghi è una creazione di Mattarella e senza Mattarella pareva evidentemente improponibile. Ogni alternativa è stata bollata in partenza, come disonorante. Si salva solo Giorgia Meloni, che pensa alle legislative e sa che al di là delle baruffe partitiche ci sono elettori da convincere. Pur rimanendo all’opposizione aveva approvato con Salvini la candidatura di Elisabetta Belloni, proposta da Conte e Enrico Letta, fino a quando arrivò il siluro dello stesso Letta, soggiogato da Renzi e renziani del Pd.

Non poteva andare altrimenti, proclamano compiaciuti i principali editorialisti, nonostante le loro previsioni siano tutte andate a buca. Draghi che con Mattarella aveva affossato Conte per poter poi trasferirsi al Colle non ha vinto la scommessa, come tanti avevano fantasticato, e tuttavia resta il campione in assoluto anche lì dov’è: magari proverà la prossima volta. Mattarella che aveva ripetutamente dichiarato di volersene andare – sino a mettere in scena il trasloco con gli scatoloni – resta al suo posto come se nessuna alternativa fosse esistita. Perfino Enrico Letta, rivelatosi succube di Renzi, riceve misteriosamente la laurea del vincente.

Facile dire che non c’era alternativa, quando nessuna è stata messa alla prova e tutte sono state dichiarate fasulle. Dichiarate da chi? Perché? Qualcuno potrebbe spiegare in maniera convincente perché davvero NO Frattini (l’atlantismo è stato un pretesto ignominioso), NO Belloni, e poi NO Casini? (la domanda non implica simpatia, ovviamente).

Non è detto che gli italiani apprezzino questo copione visibilmente già scritto in anticipo, forse addirittura fin dai giorni del conticidio – o Mattarella o Draghi, così pare volessero i mercati, l’Europa, la Nato e chissà quale altro fantasma. Altra via non c’era anche quando palesemente esisteva. Era possibile eleggere Belloni, per esempio, si poteva almeno provare. Invece si è provato solo con Elisabetta Casellati – la più vanitosa, la più rampante tra i candidati, perdente per forza essendo sostenuta solo da parte delle destre. Si dice così spesso che bisogna volere e tentare l’impossibile, ma qui è il possibile che non è stato né tentato né voluto.

Sicché ora prevale una strana euforia. Mattarella ha ricevuto 85 applausi, quasi sempre in piedi. E visto che gli occhi dei commentatori si appannano commossi alla sola locuzione “standing ovation”, si coglie l’occasione per dire che proprio così – con applausi “scroscianti” – si sono espressi gli italiani: a novembre al San Carlo di Napoli, a dicembre alla Scala.

Si fa presto a dire “gli italiani”, nota giustamente Tomaso Montanari. Non è il popolo che osannava a Napoli e Milano – il popolo che esercita la sovranità secondo la Costituzione – ma una élite assai ristretta. I parlamentari applaudono come mai prima e l’unica cosa cui non pensano è quella essenziale: come saranno valutati dai cittadini, quando si voterà. L’affluenza nelle politiche del 2018 già era in calo (72,9% per la Camera; 72,9% per il Senato), ma alle ultime amministrative è stato un tracollo, questo sì scrosciante: l’astensione ha superato il 50% al secondo turno.

Probabilmente l’astensione sarebbe stata altissima già nel 2018, se non ci fosse stato il Movimento 5 Stelle a smuovere i cittadini con parole nuove e a incanalare le collere. Ma secondo la vulgata i 5 Stelle erano populisti: si erano indignati con Mattarella quando questi respinse Savona ministro dell’economia, ingiustamente sospettato di volere l’uscita dall’euro; avevano flirtato con i gilets jaunes (un vasto movimento contro le politiche economiche di Macron, specie fiscali, non riducibile a mera sedizione violenta). I votanti 5 Stelle non erano graditi: molto meglio se gli italiani non andavano proprio più alle urne. La vulgata dice ancora che Di Maio è ben incuneato nei Palazzi e dunque “molto maturato”. Stavolta gli elettori del M5S diserteranno in massa, nonostante gli sforzi immani di riconquista territoriale e vera maturità movimentista intrapresi da Conte.

Molti escono ammaccati da questi tempi di pandemia e di emergenza, a cominciare da Draghi che nella conferenza stampa di fine anno aveva sostenuto che la sua missione era finita, nonostante la pandemia fosse ben viva e le disuguaglianze sociali crescessero. Tanto più inane parlare di “crollo del sistema”, qualora Mattarella non fosse stato rieletto (parola di Pierluigi Castagnetti): uno storcimento della realtà che sta divenendo patologico. Non sarebbe crollato alcun sistema, se Mattarella non avesse fatto il bis. Se fosse vero, si può ragionevolmente supporre che non avrebbe preparato gli scatoloni. Oppure tutto era menzogna, sin da principio: Mattarella che giudicava costituzionalmente anomali due settennati; Draghi che riteneva felicemente compiuta la missione e difendeva la centralità del Parlamento; Enrico Letta che si travestiva da Ciccio Ingrassia, urlava dall’alto dei rami “Voglio una donna!” e poi però in un baleno ci ripensava, aspettando che la suorina-nana lo tirasse giù dall’albero come in Amarcord.

Il crollo del sistema è dato per sicuro se chi governa non si dice europeista, atlantista, e rapido nel decidere. Nonostante questo Mattarella ha detto alcune cose più che giuste, il 3 febbraio alle Camere: ha detto che “poteri economici sovranazionali tendono a prevalere e a imporsi, aggirando il processo democratico”; ha chiesto che “il Parlamento sia sempre posto in condizione di poter esaminare e valutare con tempi adeguati” gli atti del governo; e che “la forzata compressione dei tempi parlamentari rappresenta un rischio non certo minore di ingiustificate e dannose dilatazioni dei tempi”. È un buon programma. Non risponde del tutto al profilo di Draghi.

Immutato rimane, di contro, il silenzio italiano sul ricorso al nucleare e al gas, definite energie pulite dalla Commissione Ue, su pressione di Macron. E rimane la cecità sui respingimenti in Libia dei migranti. Oltre 170 organizzazioni italiane, europee e africane hanno lanciato in questi giorni un appello affinché sia revocato il memorandum Italia-Libia, contrario alle leggi internazionali contro le espulsioni collettive sui rifugiati. Anche su questi punti i governanti sono tutt’altro che Migliori.

© 2022 Editoriale Il Fatto S.p.A.