Contro la criminalizzazione dell’aiuto umanitario

Barbara Spinelli e l’eurodeputato di Podemos Miguel Urbán Crespo hanno appena inviato la seguente dichiarazione congiunta, sottoscritta da 23 membri del Parlamento europeo, al Commissario europeo per la protezione civile e le operazioni di aiuto umanitario Christos Stylianides, al Commissario europeo per la Migrazione, gli affari interni e la cittadinanza Dimitris Avramopoulos e al Mediatore europeo Emily O’Reilly.
Qui il testo inglese della dichiarazione con l’elenco dei firmatari.

Dichiarazione congiunta sulla criminalizzazione delle operazioni umanitarie di ricerca e soccorso nel mar Mediterraneo 

Il mar Mediterraneo è la più grande fossa comune del periodo postbellico. Nel 2016, più di cinquemila persone sono annegate nel tentativo di fuggire da guerra, povertà e persecuzione, in cerca di una vita dignitosa. La rotta mediterranea non è solo la più pericolosa, ma anche la più letale.

Anziché rispondere secondo i dettami del Diritto internazionale, dei Diritti umani e dei Diritti fondamentali, le istituzioni europee hanno optato per una deliberata inazione nel mar Mediterraneo. La decisione di porre fine all’operazione di ricerca e soccorso “Mare nostrum” ne è un chiaro esempio. Da allora è stato messo in atto un processo di militarizzazione degli operatori del “soccorso” e del controllo delle frontiere.

La risposta data dalla società civile mostra la crescente distanza tra istituzioni e cittadini europei. Molte Ong, sostenute da piccole donazioni e contributi dei cittadini, hanno iniziato a mettere in opera una vera missione di search and rescue nel Mediterraneo, raggiungendo quelle zone dove le istituzioni non arrivano. [1]

Chiediamo la modifica della Direttiva 2002/90/CE del Consiglio, volta a definire il favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegali, perché si metta termine all’ambiguità in essa contenuta e alle conseguenti discordanze nelle sue interpretazioni. Il fatto che più del 40 per cento delle operazioni di soccorso siano condotte da Ong dimostra l’urgente bisogno di venire a capo dell’ambigua retorica della direttiva.

Vogliamo anche esprimere la nostra profonda preoccupazione per la dichiarazione resa il 15 febbraio 2017 dal direttore esecutivo di Frontex Fabrice Leggeri, che ha accusato le Ong di collaborare con i trafficanti che lucrano sui pericolosi attraversamenti del Mediterraneo. [2] Consideriamo inaccettabile tale dichiarazione, in quanto promuove discorsi insidiosi, permeati da una politica della paura. Le Ong si trovano in una situazione di completa vulnerabilità e impotenza, perché non sono state avanzate accuse formali né sono stati avviati procedimenti legali, il che implica che non vi sono luoghi deputati in cui difendersi da simili dichiarazioni tendenziose. Chiediamo dunque che il dott. Leggeri rettifichi pubblicamente queste dichiarazioni.

I continui attacchi e le accuse infondate mosse da diversi responsabili, tra cui il direttore esecutivo di Frontex e rappresentanti della sfera politica – attacchi che hanno condotto all’apertura di indagini conoscitive da parte dei procuratori di Catania, Palermo e Trapani – sono stati rigettati con una dichiarazione congiunta delle Ong impegnate in operazioni di search and rescue nel Mediterraneo centrale.

Le organizzazioni firmatarie della dichiarazione congiunta, che con serietà e dedizione sopperiscono alla mancanza di una vera missione europea di search and rescue, e che agiscono sotto il coordinamento del Comando generale della Guardia costiera italiana e del Maritime Rescue Coordination Centre con sede a Roma (MRCC), non solo rigettano con fermezza ogni accusa, ma denunciano l’esistenza di una campagna mirata a gettare discredito su di loro e sulla stessa attività umanitaria e di testimonianza che esse svolgono nel Mediterraneo centrale.

Intendiamo dare il nostro fermo sostegno alla dichiarazione. Chiediamo una ritrattazione pubblica delle accuse da parte del dott. Leggeri e invochiamo un’azione decisa nei confronti di chi, per disinformazione o in mala fede, cerca di screditare e danneggiare le Ong e la loro attività nel Mediterraneo centrale.

Con questa dichiarazione, intendiamo anche allertare il Mediatore europeo perché protegga la funzione essenziale e insostituibile delle Ong, che proteggono gli interessi della società civile.

[1] Lo scopo di questi sforzi volontari è dar vita a un approccio umanitario coordinato e globale delle missioni SAR delle Ong operanti nel Mediterraneo. https://www.humanrightsatsea.org/wp-content/uploads/2017/03/20170302-NGO-Code-of-Conduct-FINAL-SECURED.pdf

[2] Si veda anche: https://www.theguardian.com/world/2017/feb/27/ngo-rescues-off-libya-encourage-traffickers-eu-borders-chief

Lectio magistralis per il Premio Calamandrei, Jesi 8 aprile 2017

L’8 aprile il centro studi Piero Calamandrei di Jesi ha insignito del “premio Calamandrei 2017″ il professor Carlo Smuraglia, presidente dell’Anpi, “per la difesa appassionata e mai retorica della Costituzione italiana”, Barbara Spinelli, “per la battaglia contro lo svuotamento dello Stato di diritto nelle condotte dell’Unione Europea”, e, alla memoria, il professor Tullio De Mauro, “per avere cantato il valore della chiarezza linguistica della nostra Costituzione” (la sua opera è stata presentata dal professor Luca Serianni, linguista).

Sono onorata di ricevere un premio che prende il nome da Piero Calamandrei, e anche della motivazione che è stata scelta. La interpreto come il riconoscimento di una battaglia che conduco da tempo per la difesa dello stato di diritto e delle Costituzioni nell’Unione, e per questo riconoscimento vi sono grata.

In proposito, vorrei qui ricordare brevemente alcuni punti.

Nell’esaminare quel che succede con la democrazia costituzionale negli Stati dell’Unione e nelle sue istituzioni, e con i diritti sociali e civili che esse garantiscono, è indispensabile affrontare la questione della sovranità. L’idea di unificare l’Europa nasce essenzialmente come critica delle sovranità assolute degli Stati, e del loro rifiuto di accettare qualsivoglia autorità o legalità internazionale che siano superiori al proprio volere (ai tempi del Manifesto di Ventotene era in questione l’impotenza della Lega delle Nazioni di fronte alle politiche di aggressione fasciste e nazionalsocialiste).

Da questo punto di vista la scomparsa dell’Urss, del Patto di Varsavia, del Comecon ha inferto un duro colpo a simile idea, rendendola più complessa di quanto lo fosse già. Da una parte l’Unione europea ha perso un termine di paragone importante, non potendo più contrapporre la natura volontaria e consensuale della propria sovranazionalità a quella obbligatoria dell’Urss e del Patto di Varsavia. Dall’altra paga il prezzo di un allargamento a Est fatto senza che la questione della sovranità sia mai stata affrontata seriamente e risolta: tutti i Paesi dell’Est sono entrati nell’Europa per riconquistare piena sovranità e sono estremamente restii a perderla di nuovo. Non si può continuare a parlare di Ventotene – o di un’Unione “sempre più stretta”, come nel preambolo del Trattato di Lisbona – se non si includono nei ragionamenti ambedue i momenti cruciali dell’Unione così come oggi si configura: il secondo dopoguerra e l’89-’90.

Non voglio dire con questo che i trasferimenti di sovranità siano di per sé sbagliati: sono molte le politiche votate all’insuccesso o addirittura impossibili, se a decidere sono gli Stati-nazione da soli (clima, energia, anche moneta). Ma il concetto di sovranità trasferita va approfondito, riadattato, e anche rinominato: meglio dire sovranità condivisa piuttosto che trasferita. Soprattutto, il trasferimento non può divenire un fine in sé. Accentuare l’incisività tecnica delle istituzioni o renderle magari più trasparenti non è sufficiente. È la natura del trasferimento che va approfondita e riadattata. Cosa che probabilmente bisognava fare dall’inizio con più chiarezza.

La delega di sovranità (o la sua condivisione) non avviene infatti nell’Unione senza alcun tipo di riserve, non è adesione supina a un impero – impero che è peraltro senza imperatore e s’incarna essenzialmente in tecnostrutture. Non solo è un trasferimento volontario, ma è anche fortemente condizionato. Nell’articolo 11 della nostra Costituzione, per esempio, è scritto a chiare lettere che l’Italia, nel ripudiare la guerra, “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Si trasferiscono sovranità se l’ordinamento politico che si vuol raggiungere è in grado di assicurare pace e giustizia fra le nazioni. Non entriamo in alleanze o in comunità sovrannazionali a qualsiasi prezzo, o perché una potenza nazionale più forte e più sovrana lo vuole.

L’Europa dovrebbe riconoscere questo anche per quanto riguarda la Nato, e non si può dire che la questione sia stata veramente posta nel nostro continente, né quando la Nato fu costituita né dopo la fine della guerra fredda. Come diceva già nel 1949 Piero Calamandrei, l’adesione al Patto Atlantico era sconsigliabile fin dall’inizio, e tanto più lo è oggi. Il Patto Atlantico – così Calamandrei – “non solo non dà [all’Italia] la garanzia di allontanare dal nostro territorio la catastrofe della guerra, ma dà anzi a essa la certezza della immediata invasione, anche se il conflitto sarà provocato da urti extraeuropei”. E continuava: “Auguriamoci che mentre la Costituzione repubblicana attende ancora il suo compimento, la firma di questo Patto Atlantico non sia il primo colpo di piccone dato per smantellarla”.   Cito queste frasi perché rischiano di valere anche per l’odierna Unione europea, minacciata dal disfacimento dopo la grande crisi del 2007-2008, dopo il dibattito sul Grexit, dopo il Brexit. L’Unione immagina di sventare tali minacce con una Difesa comune, che consiste soprattutto nel quadruplicare le forze armate Nato ai suoi confini orientali, e nel contravvenire a precise promesse fatte a Gorbačëv dopo il venir meno dell’Urss. Ma se pensa di superare la propria crisi risuscitando la guerra fredda, e il nemico esistenziale che c’era prima dell’89-’90, si illude.

Il giudizio di Calamandrei sul Patto atlantico vale anche per gli effetti che l’Unione così come oggi è fatta può avere sulle Costituzioni e sul loro smantellamento. Se da anni parlo di svuotamento dei diritti e di de-costituzionalizzazione dell’Europa, è perché l’Unione tende a funzionare come struttura indifferente ai dettami di una democrazia costituzionale: cioè a funzionare come un piccone. In primo luogo è priva di una Carta in cui i popoli si riconoscano e che riconosca loro una sovranità. In secondo luogo non si fonda, come avviene nelle democrazie costituzionali, su una chiara suddivisione di compiti tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Il potere esecutivo è un ibrido (la Commissione e il Consiglio), e come tale non eletto. Il Parlamento europeo è l’unico organo eletto ma non legifera con le stesse possibilità date ai Parlamenti nazionali. E la Corte giudica, ma con un’indipendenza molto ridotta: primo perché sui diritti economici e sociali è molto influenzata da politiche neo-liberali, secondo perché comunque può intervenire solo sulla legge europea, e un numero sempre più grande di decisioni cosiddette europee sono adottate tra gli Stati, proprio per aggirare sia il Parlamento europeo sia la Corte di giustizia (fiscal compact, accordi di migrazione e rimpatri con Paesi terzi). L’Unione manca anche di strumenti efficaci di democrazia diretta, come previsto invece in una serie di costituzioni nazionali.

Non a caso non c’è un governo europeo ma una cosiddetta “governance” (la tecnostruttura cui accennavo). E la prima cosa che tale governance vuole, è risolvere a proprio favore proprio la questione costituzionale della sovranità, legittimando l’oligarchia sovranazionale e prospettandola come una necessità tutelare e benefica, quali che siano i contenuti e gli effetti delle sue politiche. Il primo marzo scorso, illustrando il Libro Bianco della Commissione sul futuro dell’UE, il Presidente Juncker è stato chiaro: “Non dobbiamo essere ostaggi dei periodi elettorali negli Stati”. In altre parole, il potere UE deve sconnettersi da alcuni ingombranti punti fermi delle democrazie costituzionali: il suffragio universale in primis, lo scontento dei cittadini o dei Parlamenti, l’uguaglianza di tutti sia davanti alla legge, sia davanti agli infortuni sociali dei mercati globali. Scopo dell’Unione non è creare uno scudo che protegga i cittadini dalla mondializzazione, ma facilitare quest’ultima evitandole disturbi. Nel 1998 l’allora Presidente della Bundesbank Hans Tietmeyer invitò ad affiancare il “suffragio permanente dei mercati globali” a quello delle urne. Il binomio, già a suo tempo osceno, è nel frattempo saltato. Determinante resta soltanto, perché non periodico bensì permanente, il plebiscito dei mercati.

In quanto potere relativamente nuovo, l’oligarchia dell’Unione ha bisogno di un nemico esterno, del barbaro. Oggi ne ha uno interno e uno esterno. Quello interno è il “populismo degli euroscettici”: un’invenzione semantica che permette di eludere i malcontenti popolari relegandoli tutti nella “non-Europa”, o di compiacersi di successi apparenti come il voto in Olanda (“È stato sconfitto il tipo sbagliato di populismo” ha decretato il conservatore Mark Rutte, vincitore anche perché si è appropriato in extremis dell’offensiva anti-turca di Wilders). Il nemico esterno è la Russia di Putin, contro cui gran parte dell’Europa, su questo egemonizzata dai suoi avamposti a Est, intende coalizzarsi e riarmarsi.

Questo sviluppo non è nuovo, e penetra fin dentro i vocabolari europei. Fin dagli anni ‘70 le élite si domandano se la democrazia e le Costituzioni non debbano essere limitate, perché i governi siano più efficienti. Penso al rapporto sulla governabilità scritto nel 1975 per la Commissione Trilaterale da Michel Crozier, Samuel Huntington e Joji Watanuki: il rapporto, pubblicato con il titolo “La crisi della democrazia”, denunciava gli “eccessi” delle democrazie parlamentari postbelliche, e affermava il primato della stabilità e della governabilità sulla rappresentatività e il pluralismo, giungendo sino a esaltare l’apatia degli elettori e cittadini. Ne leggo un passaggio: “Il funzionamento efficace di un sistema democratico necessita di un livello di apatia da parte di individui e gruppi. In passato [prima degli anni ’60] ogni società democratica ha avuto una popolazione di dimensioni variabili che stava ai margini, che non partecipava alla politica. Ciò è intrinsecamente anti-democratico, ma è stato anche uno dei fattori che ha permesso alla democrazia di funzionare bene”. Negli anni ‘80-‘90 il processo continua: la frase di Tietmeyer sulla necessità di considerare il “suffragio permanente dei mercati globali” alla pari con i responsi elettorali, ne è il culmine. La crisi economica iniziata nel 2007-2008 accelera questo svuotamento delle democrazie costituzionali, accentrando ancor più i poteri nelle mani degli esecutivi, sia nelle singole nazioni sia nelle istituzioni europee. In quegli anni Jürgen Habermas vede affermarsi un temibile “federalismo degli esecutivi”, e nel 2013 – in piena crisi europea dei debiti sovrani – la JP Morgan pubblica un rapporto sulla riorganizzazione dell’eurozona in cui denuncia senza più remore e in maniera esplicita le Costituzioni sud europee nate dall’antifascismo, troppo corrive con sindacati e proteste sociali, e da riscrivere perché le Carte non rallentino le decisioni degli esecutivi. (Oggi Habermas sembra essersi dimenticato di tutto questo, e ha scelto di appoggiare ufficialmente il candidato francese più vicino alle banche d’affari, Emmanuel Macron. Ho cambiato spesso idea nella mia vita, anche lui ha il diritto di farlo). Le riforme costituzionali di Berlusconi e di Renzi andavano ambedue nella direzione indicata da JP Morgan, prima che venissero fortunatamente bocciate da due referendum: sono state l’apice di un quarantennale tentativo di far regredire il diritto.

Per quel che mi riguarda, penso che a questa regressione sia importante resistere. Non esaltando genericamente i valori dell’Unione europea. I valori vengono continuamente sbandierati per non dover parlare dei fondamenti normativi dell’Unione e delle Costituzioni, che sulla carta esistono ancora e che vale la pena difendere perché continuamente minacciati, come si vede nel negoziato che sta per iniziare sul Brexit. I valori sono soggettivi, dunque opinabili. I fondamenti normativi sono vincoli giuridici che possono essere invocati. Ogni volta che sento parlare di valori, da parte della Commissione o dei Consigli Europei o dello stesso Parlamento, mi dico che è perché l’Unione li sta in quel preciso momento sacrificando.

Concludo con un piccolo glossario, giusto per elencare alcune parole che sarebbe meglio evitare o sostituire, e che spesso mi capita di incrociare nel mio lavoro di parlamentare. La mia battaglia è anche contro le perversioni o invenzioni semantiche. Abbiamo visto come può esser stravolto il significato dei “valori” o del populismo: sono le parole che sento più spesso. Un’altra parola oggi ricorrente è apatia: descritta come elemento di governabilità nel rapporto della Trilaterale, ora d’un tratto mette paura alle forze dominanti nell’Unione. È chiaro che chi maneggia queste terminologie capisce poco o niente, di quel che succede nei propri Paesi, nelle proprie regioni, nelle proprie città. Si parla con nuovo allarme di apatia, quando molto visibilmente non ribollono che passioni sempre più aspre. La parola apatia è al centro di una recente risoluzione sulla e-democracy di cui mi sono occupata al Parlamento europeo. Ho cercato inutilmente di abolirla dalla lista delle caratteristiche dei cittadini che hanno, come dice la risoluzione, “perduto la fiducia nella politica”.

Anche quest’ultimo termine – “perdita di fiducia nella politica” – è più che fuorviante. Ci si guarda bene dal riconoscere che il malcontento di un numero crescente di cittadini concerne LE politiche, non LA politica in sé. Che la democrazia diretta (o e-democracy) non è un semplice contentino che si dà a gente apatica, ma uno strumento che permette alle passioni di trasformarsi in domande, in elaborazione di politiche diverse, e che è pensata per far fronte alle gravi malattie della democrazia rappresentativa. Precisamente questo è deliberatamente ignorato dalle attuali classi dirigenti: siccome le politiche continuano a essere riproposte tali e quali, e il desiderio delle élite è di portarle avanti senza impedimenti, si fa finta di non vedere la differenza tra LA politica e LE politiche, e si continuano ad approvare risoluzioni sulla sfiducia nella politica (cioè nelle istituzioni politiche in sé e per sé).

Il fatto che le forze maggioritarie nel Parlamento non tollerino emendamenti lessicali di questo tipo conferma che siamo di fronte a vocaboli tabù. Lasceranno paradossalmente passare mille emendamenti sul necessario rispetto dei diritti umani o della Carta dei diritti fondamentali o della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ma quelle parole no, sono evidentemente prestate dal Diavolo ai populisti: passioni, sfiducia nelle politiche adottate, fondamenti normativi dell’Unione e delle Costituzioni. Si adotta una politica disastrosa e in calce si promette il “rispetto dei diritti umani”: tutto finisce qui, con questa nota in calce alla Tartuffe.

Spesso mi dico – e concludo – che il cittadino attratto dai cosiddetti populisti viene visto come un radicalizzato violento. Bisogna de-radicalizzarlo, affibbiargli lo stigma del nemico, del non-cittadino. Anche in questo caso cito una risoluzione del Parlamento dedicata al terrorismo e ai radicalizzati: a fatica sono riuscita ad aggiungere a queste espressioni – “radicalizzato”, o anche “radicalizzato islamico” – l’aggettivo “violento”, perché lo stigma non si estendesse arbitrariamente (e convenientemente) ad altre categorie che non ricorrono a violenza: migranti o politici-militanti radicali, tutti suscettibili di essere esclusi dalla società. Esclusi da dove? È l’ultima parola stravolta che vorrei menzionare: l’esclusione dalla Storia con la S maiuscola. “Siete fuori dalla Storia”, “Siete dalla parte sbagliata della Storia”. Proprio nei giorni scorsi a Strasburgo l’espressione ha risuonato più volte nella plenaria del Parlamento europeo, rivolta al Regno Unito che ha deciso di uscire dall’Unione. Se non fosse tragica, questa convinzione di stare dalla parte buona e giusta di una Storia che procede sempre compatta e sicura verso il meglio farebbe solo ridere.

Premio Calamandrei 2017

di venerdì, aprile 7, 2017 0 Permalink

Bruxelles, 6 aprile 2017Il Centro studi Piero Calamandrei assegna il “Premio Calamandrei 2017” a Barbara Spinelli, «per la battaglia contro lo svuotamento dello Stato di diritto nelle condotte dell’Unione Europea».

Premiati anche Carlo Smuraglia, «per la difesa appassionata e mai retorica della Costituzione italiana» e  Tullio De Mauro, alla memoria, «per avere cantato il valore della chiarezza linguistica della Costituzione».

Tra i premiati delle passate edizioni, Alessandro Galante Garrone, Vittorio Foa, Joyce Lussu, Gustavo Zagrebelsky, Tommaso Padoa Schioppa, Giorgio Ruffolo, Carlo Azeglio Ciampi.

Nel corso della cerimonia di premiazione, che si svolgerà l’8 aprile 2017 nella Sala Maggiore del Palazzo della Signoria di Jesi, Barbara Spinelli e Carlo Smuraglia terranno una breve lectio al cospetto di studenti e cittadinanza.

Per informazioni

Brexit: I cittadini vulnerabili rischiano di non riprendere il controllo cui aspirano, ma di perderlo

di mercoledì, aprile 5, 2017 0 , , Permalink

Strasburgo, 5 aprile 2017. Barbara Spinelli è intervenuta nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo in qualità di co-relatore della Proposta di Risoluzione del gruppo GUE/NGL sui negoziati con il Regno Unito a seguito della notifica della sua intenzione di recedere dall’Unione europea.

Nel corso delle votazioni, il Parlamento ha approvato, con 516 voti a favore, 133 contrari e 50 astenuti, la Risoluzione comune presentata dai Gruppi PPE, S&D, ALDE, GUE/NGL e Verdi/ALE.

Di seguito l’intervento:

«Sono d’accordo con l’impianto della risoluzione congiunta, anche se non contiene le autocritiche che avrei desiderato. Ma nella difesa dei diritti dei cittadini è più precisa delle linee guida del Consiglio europeo.

La nostra battaglia parlamentare comincia oggi, e spero che tutti saremo vigilanti su due punti cruciali: i diritti dell’Irlanda del Nord, garantiti dal Good Friday Agreement, e quelli di milioni di cittadini che vivono nel Regno Unito, provenienti dall’Unione o no.

In Irlanda sono in gioco la pace o la guerra. Per i cittadini sono in gioco i fondamenti normativi dell’Unione. Preferisco parlare di fondamenti normativi più che di valori, troppo soggettivi dunque opinabili.

Il Brexit da questo punto di vista mi preoccupa. Milioni di cittadini europei nel Regno Unito, e di britannici nell’Unione, rischiano di perdere diritti fondamentali – sia sociali che civili – attualmente garantiti dal diritto europeo. Uno degli scopi del Brexit è il Great Repeal Bill: che cancellerà tale diritto, creerà un’economia ancora più sregolata, e potrebbe preludere all’uscita dalla Convenzione dei diritti dell’uomo.

Ecco un equivoco della campagna sul Brexit: i cittadini vulnerabili rischiano di non riprendere il controllo cui aspirano, ma di perderlo. Solo a una condizione vedranno tutelati precisi diritti acquisiti: che questi ultimi non diventino merce di scambio, e che siano iscritti nero su bianco nell’accordo di recesso. Spetta a questo Parlamento dare certezze legali e fiducia agli Irlandesi del Nord e ai cittadini impauriti. Spetta a noi capire i nostri errori, e costruire un’Unione sociale che eviti il rigetto di tanti suoi cittadini, e una fuga dall’Europa che dovremo prima o poi cercare di comprendere».

Materiali:
Risoluzione GUE/NGL
Risoluzione comune (testo presentato per il voto)

Europa, l’inganno delle celebrazioni

Articolo apparso su «Il Fatto Quotidiano» del 23 marzo 2017.

L’Unione europea si appresta a celebrare il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma manifestandosi sotto forma di un immenso accumulo di spettacoli. Come nelle analisi di Guy Debord, tutto ciò che è direttamente vissuto dai cittadini è allontanato in una rappresentazione.

Le celebrazioni sono il luogo dell’inganno visivo e della falsa coscienza. Non mancheranno gli accenni ai padri fondatori, e perfino ai tempi duri che videro nascere l’idea di un’unità europea da opporre alle disuguaglianze sociali, ai nazionalismi, alle guerre che avevano distrutto il continente. Anche questi accenni sono inganni visivi. Lo spettacolo delle glorie passate si sostituisce al deserto del reale per dire: “Ciò che appare è buono, e ciò che è buono appare”.

La realtà dell’Unione va salvata da quest’operazione di camuffamento. Come ricorda il filosofo Slavoj Žižek, la domanda da porsi è simile a quella di Freud a proposito della sessualità femminile: “Cosa vuole l’Europa?”. Cosa vuole l’élite che oggi pretende di governare l’Unione presentandosi come erede dei fondatori, e quali sono i suoi strumenti privilegiati?

La prima cosa che vuole è risolvere a proprio favore la questione costituzionale della sovranità, legittimando l’oligarchia sovranazionale e prospettandola come una necessità tutelare e benefica, quali che siano i contenuti e gli effetti delle sue politiche. Il primo marzo, illustrando il Libro Bianco della Commissione sul futuro dell’UE, il Presidente Juncker è stato chiaro: “Non dobbiamo essere ostaggi dei periodi elettorali negli Stati”. In altre parole, il potere UE deve sconnettersi da alcuni ingombranti punti fermi delle democrazie costituzionali: il suffragio universale in primis, lo scontento dei cittadini o dei Parlamenti, l’uguaglianza di tutti sia davanti alla legge, sia davanti agli infortuni sociali dei mercati globali. Scopo dell’Unione non è creare uno scudo che protegga i cittadini dalla mondializzazione, ma facilitare quest’ultima evitandole disturbi. Nel 1998 l’allora Presidente della Bundesbank Hans Tietmeyer invitò ad affiancare il “suffragio permanente dei mercati globali” a quello delle urne. Il binomio, già a suo tempo osceno, salta. Determinante resta soltanto, perché non periodico bensì permanente, il plebiscito dei mercati.

In quanto potere relativamente nuovo, l’oligarchia dell’Unione ha bisogno di un nemico esterno, del barbaro. Oggi ne ha uno interno e uno esterno. Quello interno è il “populismo degli euroscettici”: un’invenzione semantica che permette di eludere i malcontenti popolari relegandoli tutti nella “non-Europa”, o di compiacersi di successi apparenti come il voto in Olanda (“È stato sconfitto il tipo sbagliato di populismo” ha decretato il conservatore Mark Rutte, vincitore anche perché si è appropriato in extremis dell’offensiva anti-turca di Wilders). Il nemico esterno è oggi la Russia, contro cui gran parte dell’Europa, su questo egemonizzata dai suoi avamposti a Est, intende coalizzarsi e riarmarsi.

La difesa europea e anche l’Europa a due velocità sono proposte a questi fini. Sono l’ennesimo tentativo di comunitarizzare tecnicamente le scelte politiche europee tramite un inganno visivo, senza analizzare i pericoli di tali scelte e ignorando le inasprite divisioni dentro l’Unione fra Nord e Sud, Est e Ovest, Stati forti e Stati succubi. Si fa la difesa europea tra pochi come a suo tempo si fece l’euro: siccome il dolce commercio globale è supposto generare provvidenzialmente pace e democrazia, si finge che anche la Difesa produrrà naturaliter unità politica, solidarietà e pace alle frontiere e nel mondo. Da questo punto di vista è insufficiente reclamare più trasparenza dell’UE. Il meccanismo non è meno sbagliato se trasparente.

All’indomani della crisi del 2007-2008 la Grecia è stata il terreno di collaudo economico e costituzionale di queste strategie. L’austerità e le riforme strutturali l’hanno impoverita come solo una guerra può fare, e l’esperimento è additato come lezione. La Grecia soffre ormai la sindrome del prigioniero, ed essendosi sottomessa al memorandum di austerità deve allinearsi in tutto: migrazione, politica estera, difesa. Deve perfino sottostare alla domanda di cambiare le proprie leggi in modo da permettere la detenzione dei rifugiati e le loro espulsioni verso Paesi terzi. Nel vertice di Malta del 3 febbraio si è evitato per pudore di menzionare l’obiettivo indicato nell’ordine del giorno: ridefinire il principio di non-respingimento iscritto nella Convenzione di Ginevra.

La politica su migrazione e rifugiati è strettamente connessa ai nuovi rapporti di forza che si vogliono consolidare. Il fallimento dell’Unione in questo campo è palese, e l’élite che la governa ne è cosciente. L’afflusso di migranti e rifugiati non è alto (appena lo 0,2 per cento della popolazione UE), ma resta il fatto che la paura è diffusa e che a essa occorre dare risposte al tempo stesso pedagogiche e convincenti. Se non vengono date è perché sulle paure si fa leva per sconnettere scaltramente le due crisi: quella economica e sociale dovuta a riforme strutturali tuttora ritenute indispensabili, e quella migratoria. Basta ascoltare i municipi che temono i flussi migratori: come fare accoglienza, se i comuni sono costretti a liquidare i servizi pubblici e ad affrontare emergenze abitative? Questo nesso è ignorato sia dai fautori dell’austerità, sia dalle destre estreme che la avversano. Lo è anche dalle sinistre che si limitano a difendere i diritti umani dei migranti e non – in un unico pacchetto, con gli occhi aperti sui rischi di dumping sociale – i diritti sociali di tutti, connazionali e non.

Se avesse deciso di combattere la crisi con un New Deal, mettendosi in ascolto dei cittadini (della realtà), l’Unione potrebbe trasformarsi in una terra di immigrazione, così come la Germania si è col tempo trasformata da terra di immigrati temporaneamente “ospiti” (Gastarbeiter) in terra di immigrati con diritti all’integrazione e alla cittadinanza. Il New Deal non c’è, e il legame tra le varie crisi è negato per meglio produrre un’Europa rimpicciolita, basata non già sulla condivisione di sovranità ma sul trasferimento delle sovranità deboli a quelle forti (nazionali o sovranazionali).

Ultima realtà occultata dalla società dello spettacolo che si auto-incenserà a Roma: il Brexit. Per le élite dell’Unione è la grande occasione: adesso infine si può “fare l’Europa” osteggiata per decenni da Londra. Sia il compiacimento dell’Unione sia quello di Theresa May sono improvvidi: se non danno assoluta priorità al sociale i Ventisette perdono la scommessa del Brexit; se il Brexit serve per demolire ulteriormente il già sconquassato welfare britannico Theresa May si troverà alle prese con chi ha votato l’exit per disperazione sociale. Anche in questo caso viene misconosciuta o negata la sequenza cruciale: quella che dal dramma ricattatorio del Grexit ha condotto al Brexit. È l’ultimo inganno visivo delle cerimonie romane.

© RIPRODUZIONE RISERVATA – Il Fatto Quotidiano

Le accuse rivolte alle Ong che fanno soccorso umanitario nel Mediterraneo rispondono a direttive politiche degli Stati membri?

COMUNICATO STAMPA

Bruxelles, 22 marzo 2017

Barbara Spinelli (GUE/NGL) è intervenuta nello scambio di opinioni con Fabrice Leggeri, direttore esecutivo di Frontex, nel corso del “Dibattito congiunto sulle attività volte a rendere pienamente operativa la guardia di frontiera e costiera europea” che si è svolto oggi a Bruxelles, nella Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni del Parlamento europeo.

«C’è un punto specifico del Rapporto Risk Analysis for 2017 che mi preoccupa e mi è poco chiaro. Mi riferisco al paragrafo 6.1 a pagina 32, dedicato alle operazioni di Ricerca e Salvataggio nel Mediterraneo centrale, in cui le Ong vengono indicate come elementi di pull factor nelle migrazioni. Secondo Frontex, le loro operazioni di Search and Rescue aiuterebbero, pur in maniera non intenzionale, i trafficanti e i criminali. Questa affermazione mi preoccupa e vorrei sapere se ci sono direttive politiche degli Stati membri in tal senso, dal momento che in Italia la Procura di Catania sta facendo indagini sulle Ong basandosi sullo stesso tipo di considerazioni, e in Belgio il ministro della migrazione Theo Francken ha accusato Medici Senza Frontiere di causare morti nel Mediterraneo».

Dice bene Di Maio: il voto eversivo chiama violenza

Articolo uscito su «Il Fatto Quotidiano» del 18 marzo 2017.

Che io sappia, nella legge Severino non è scritto che i parlamentari condannati in via definitiva a più di due anni, e interdetti dai pubblici uffici, possono scegliere in piena indipendenza i tempi e i modi della propria decadenza. C’è scritto che “decadono di diritto dall’incarico ricoperto”, cioè automaticamente. Che “non possono essere candidati e non possono comunque ricoprire la carica di deputato e di senatore”. Le Camere non devono far altro che prenderne atto. È dalla fine del 2015 che avrebbero dovuto farlo, in seguito alla condanna di Minzolini.

Non c’è scritto nemmeno che la legge è sospesa e di fatto annullata perché la maggioranza del Parlamento ha deciso a maggioranza di disapplicarla, creando un precedente che non potrà non essere invocato da altri condannati, tra cui Berlusconi. Non c’è scritto infine che la decadenza dalle cariche pubbliche deve avvenire solo a condizione che il partito (o il governo) cui appartiene il condannato non sia ingiustamente criticato per le sue politiche o sia oggetto di un’offensiva ritenuta politicamente scorretta o distruttiva da parte delle opposizioni. Le due sfere (doveri deontologici di chi ha responsabilità politiche, contenuti delle politiche stesse) sono nettamente separate. Il sen. Minzolini si paragona a Socrate (“ho evitato di bere la cicuta”) e al protagonista del Processo di Kafka. Come minimo, mi paiono paragoni incongrui.

È il motivo per cui ritengo che le dichiarazioni solenni di Luigi Di Maio al Senato siano corrette. Lo sarebbero anche in assenza del possibile do-ut-des denunciato dal Movimento Cinque Stelle: il voto contro la mozione di sfiducia del M5S contro Luca Lotti giovedì, il voto del giorno successivo contro l’applicazione della legge Severino e la decadenza del sen. Minzolini, condannato in via definitiva a 2 anni e 6 mesi per peculato sulle spese personali pagate con la carta di credito della Rai (più di 60.000 euro). È stato detto da esponenti del Pd che Di Maio incita alla violenza. Mi limito a constatare che quel che è accaduto in aula nel caso Minzolini equivale a un atto sovversivo contro la democrazia costituzionale, che fissa le regole di separazione dei poteri, sottraendo la giustizia all’influenza politica, e che proclama due cose essenziali: la legge è eguale per tutti e nessuno è di conseguenza al di sopra di essa. La rule of law non è un optional: è il vero sovrano, grazie al quale vengono limitati non solo i tre poteri ma la stessa sovranità del popolo, esercitata “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Festeggiare in un’aula parlamentare la trasformazione della rule of law in optional è un gesto verbale che viola la Carta costituzionale.

Se le cose stanno così, è la decisione su Minzolini – e la coincidenza con quella su Lotti– una pericolosa incitazione alla rivolta. Nelle parole di Di Maio si intravvede un monito in questo senso, non una giustificazione della violenza. Un monito alla classe politica – e a chi in Senato ha festeggiato Lotti e Minzolini con baci e abbracci– perché si torni a comportamenti rispettosi del nostro vero sovrano: la legge e lo Stato di diritto. Naturalmente Lotti non è stato condannato e potrà difendersi nei processi, se sarà imputato. Ma fin da ora è lecito dire che la sua parola non può essere messa sullo stesso piano della parola di chi ha rivelato sue condotte scorrette, e cioè dell’Ad di Consip Luigi Marroni. Quest’ultimo infatti ha denunciato in veste di testimone, sotto giuramento, comportamenti di Lotti ritenuti illegali. Lotti afferma che non ha mai contattato Marroni, ma a differenza di quest’ultimo – essendo indagato – non rischia di incorrere nella falsa testimonianza.

L’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi ha detto al Lingotto che i processi li fanno i tribunali, non i giornali. Inconfutabile verità. Ma dichiarazioni simili trasformano i giudici in soggetti politici e in unica sede chiamata a giudicare: proprio quello che i garantisti pretendono di combattere. Se i politici facessero pulizia in casa propria prima che comincino le indagini e i processi, il lavoro dei tribunali non sarebbe così pesante e lento.

La mia impressione è che in tutta Europa la classe dirigente politica faccia quadrato attorno alla propria impunità, con la scusa di dover arginare la cosiddetta ondata di populismo da cui si sente minacciata. L’accusa di populismo giustifica ogni sorta di malefatta, e in primis la sospensione della democrazia costituzionale e della rule of law. La disinvoltura dei politici che infrangono non solo le leggi ma anche le regole della decenza penalmente non perseguibili –in Francia, in Italia, in Romania– si comprende solo in questo quadro. Se arrivano i barbari tutto è permesso, e “questa roba fa impressione ai barbari”. Nella poesia di Kavafis gli antichi senatori romani scoprono alla fine che le orde non sono affatto arrivate e si chiedono, tutti sgomenti: “E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?”.

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Celebrazioni europee fuori luogo

Strasburgo, 15 marzo 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo.

Punto in agenda:

Conclusioni della riunione del Consiglio europeo del 9 e 10 marzo, inclusa la dichiarazione di Roma

Dichiarazioni del Consiglio europeo e della Commissione

Presenti al dibattito:

Donald Tusk – Presidente del Consiglio europeo

Jean-Claude Juncker – Presidente della Commissione europea

Paolo Gentiloni – Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana

Louis Grech – Presidente in carica del Consiglio dell’Unione Europea e Vice Primo Ministro della Repubblica di Malta

Siccome non mi sento di celebrare, né sono oggi fiera dell’Unione, posso dire solo quello mi augurerei si dicesse e facesse, in quest’anniversario.

Mi piacerebbe che l’Unione riconoscesse gli errori che ha fatto, da quando è iniziata la crisi. Che desse assoluta priorità alla giustizia sociale e a un New Deal di grandi dimensioni, perché solo così convincerà i cittadini sempre più disgustati dalle nostre istituzioni.

Mi piacerebbe che smettesse di chiamare populisti tutti coloro che non ottenendo un vero cambio di marcia sentono disgusto, e paura.

Mi piacerebbe che l’Unione cominciasse a pensarsi come terra d’immigrazione, e smettesse di scaricare sull’Africa questioni che noi non sappiamo risolvere, se non con muri e prigioni per rifugiati. Sembrerà un’utopia, ma non dimentichiamo che anche l’unione era, in piena guerra, un’utopia di pochi.

Gli eufemismi dell’Unione europea e i rifugiati

Prefazione di Barbara Spinelli al volume Focus sulle migrazioni, che raccoglie gli atti di tre convegni organizzati a Milano tra il 2015 e il 2016. Per ulteriori informazioni rimandiamo a questa pagina, dove è anche possibile consultare e scaricare gratuitamente la pubblicazione in formato .pdf.

La parola “policrisi” è entrata nel vocabolario europeo in concomitanza con il voto inglese sul Brexit, sostituendosi alla “tempesta perfetta” che andava in voga nel 2007-2008. Ma è parola vuota, perché solo in apparenza crea un legame tra le perturbazioni che sono andate accumulandosi lungo gli anni: la disgregazione sociale scatenata in molti Paesi dalle politiche di austerità imposte con persistente accanimento dalle autorità europee e nazionali; la fuga in massa di rifugiati dalle guerre in Africa, Medio Oriente, Afghanistan; la radicalizzazione e il terrorismo; lo sfaldarsi della libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione; la collera e la disaffezione crescente dei cittadini europei; l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione. Oltre che vuota, la parola è un eufemismo: si dice polycrisis per imbellire quello che in realtà è un fallimento generalizzato, così come gli antichi Romani chiamavano pace le operazioni che avevano trasformato i territori e popoli conquistati in deserti.

Polycrisis infine è un escamotage: i vari dissesti che l’Unione si trova a fronteggiare sono considerati come esterni all’Unione, quasi che le istituzioni europee e i governi degli Stati membri non ne fossero gli attori, ma le vittime. La parola unificante è stata trovata, ma lo stesso non si può dire per le politiche. Si continua a parlare di crisi dei rifugiati – o ancora più nebulosamente di crisi della migrazione – senza riconoscere che la vera crisi è quella dell’Unione, incapace di far fronte alle difficoltà del momento tenendo insieme l’economia, la questione sociale, le politiche di asilo e migrazione, la politica estera e militare degli Stati, la collera dei cittadini costretti a constatare come l’unità solidale fra Europei sia divenuta prima un’ombra di se stessa, poi un guscio vuoto, infine una menzogna.

La questione dei rifugiati svolge in questo degrado un ruolo emblematico ed essenziale per due motivi. Perché scatena nei Paesi dell’Unione paure e xenofobie che vengono sbrigativamente liquidate come populiste o nazionaliste, senza curarsi delle radici sociali delle une e delle altre. E perché la risposta che viene data è una finta soluzione: invece di una strategia seria di asilo e integrazione dei migranti e dei rifugiati si promette una politica di rimpatri in massa nei Paesi di origine e di transito, alla lunga insostenibile legalmente perché negoziata e attuata in violazione di precisi articoli della Convenzione di Ginevra del 1951, che vietano l’espulsione collettiva dei richiedenti asilo. Non solo: la questione dei rifugiati, come quella del terrorismo, facilita l’instaurarsi di un diritto emergenziale permanente, che svuota le Costituzioni nazionali e la Carta europea dei diritti fondamentali e che alimenta il “federalismo post-democratico degli esecutivi” denunciato anni fa da Jürgen Habermas.

***

Il 2016 sarà ricordato come l’anno in cui l’Unione europea avrà definitivamente rotto il patto di civiltà su cui fu fondata dopo la seconda guerra mondiale. Per anni, dopo il grande naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, le istituzioni comunitarie e gli Stati membri hanno tacitamente dato il proprio consenso alla morte in mare di migliaia di profughi in fuga verso le coste europee, non essendo stata in grado di proteggere davvero le proprie frontiere, organizzando la loro gestione in maniera tale da poter assicurare senza traumi vie sicure e legali di accesso ordinato all’Unione. Nello stesso anno ha compiuto un ulteriore passo verso il proprio collasso: non solo ha chiuso una dopo l’altra le frontiere interne, smantellando di fatto lo spazio Schengen, ma ha coscientemente deciso di rispedire i rifugiati nelle zone di guerra da cui erano precipitosamente fuggiti e da cui fuggono ancora. Non può essere interpretato in altro modo l’accordo stipulato con il governo turco il 20 marzo 2016, che consente il rimpatrio collettivo di profughi che riescono a raggiungere la Grecia. Migliaia di questi rimpatriati vengono rispediti dal regime Erdogan nelle zone di guerra siriane da cui erano inizialmente scappati: una deportazione che viola le leggi nazionali, europee e internazionali. Il lavoro sporco viene affidato all’alleato turco, ma è l’Europa in prima persona che si rende responsabile del reato di refoulement, dando vita alla mortifera triangolazione dei rimpatri.

Il modo di procedere dell’Unione sarà forse giudicato, un giorno, alla stregua di un crimine. Sarà comunque giudicato come un modo di procedere vano, perché chi prende la via della fuga da guerre e dittature non smetterà di fuggire. Chiusa la rotta balcanica, per forza di cose si sono aperte o riaperte altre vie di fuga: a cominciare dalla rotta del Mediterraneo centrale, che conduce alle coste siciliane e a Lampedusa. Le politiche europee sono al tempo stesso criminogene e del tutto dissennate: non sono i trafficanti a pagarne il prezzo – come si pretende in ripetuti comunicati e come prescritto nel mandato dell’agenzia Frontex ribattezzata Guardia costiera e di frontiera – ma i profughi e l’Europa tutta intera.

L’Europa paga un prezzo alto in termini di prestigio politico e morale, e per questo l’originario progetto unitario viene spezzato. Gli incentivi a restare insieme e solidarizzare diminuiranno, le destre estreme vengono giustamente accusate di razzismo ma sono loro a dettare ormai un’agenda europea sempre più intrisa di sfiducia reciproca e di misantropia. Per l’occasione va ricordato che la Grecia, messa in ginocchio economicamente da sei anni di inane austerità, è stata lasciata sola e senza soldi anche sulla questione rifugiati. Il circolo vizioso è diabolico: se gli hotspot nelle isole greche non sono in grado di accogliere degnamente e registrare i fuggitivi, è perché l’Unione non assiste economicamente lo stremato governo di Atene, con la scusa che i centri di accoglienza e registrazione non sono organizzati e funzionanti come dovrebbero. Gli assalti ai centri da parte dei neonazisti di Alba Dorata sono giudicati alla stregua di inevitabili danni collaterali dal governo greco come dalla governance europea. Lo stesso dicasi per l’afflusso di rifugiati nel secondo Paese di frontiera: l’Italia. Il 3 novembre 2016 è uscito un rapporto di Amnesty International sugli hotspot italiani,[1] che riporta testimonianze di detenzioni arbitrarie, violenze sistemiche, pratiche di tortura usate per costringere migranti e rifugiati a lasciarsi identificare tramite un uso della forza sproporzionato che il diritto interno e internazionale vietano espressamente. Il rapporto è caduto nel silenzio perché il ricorso alla violenza nel prelievo delle impronte digitali è non solo permesso dalle autorità nazionali ed europee, ma addirittura raccomandato. A ciò si aggiungano i muri eretti ai confini tra Grecia e Repubblica ex jugoslava di Macedonia (Idomeni) e il rifiuto di quasi tutti gli Stati Membri dell’Unione (Portogallo escluso) di ricollocare nei propri Paesi i fuggitivi approdati in Grecia o Italia.

Non va trascurata in questo quadro la menzogna che circola nei Paesi dell’Unione a proposito dei rifugiati. Si parla di invasione del nostro continente, di esodo biblico, quando basta studiare le cifre per scoprire l’evidenza: su 65 milioni di rifugiati nel mondo, un milione circa ha raggiunto l’Europa nel 2016. È appena lo 0,2 per cento della sua popolazione. La maggior parte dei rifugiati nel mondo è confinata oggi in Africa, non in Europa, negli Stati Uniti o in Australia.

Vie alternative esistono, per affrontare le indubbie difficoltà connesse all’afflusso di rifugiati e migranti. Occorre aprire corridoi umanitari sicuri e legali, e ammettere una buona volta che trafficanti e mafie da sempre proliferano in situazioni di non legalità, dunque di caos. Occorre immaginare alternative alla gabbia imposta dal Regolamento di Dublino (primo e unico responsabile è il Paese dove approdano i profughi), assistere le nazioni più esposte come Italia e Grecia, non criminalizzare i profughi e le associazioni che cercano di garantire la loro incolumità e il loro diritto a fuggire da Paesi resi invivibili da guerre e devastazioni di cui gli Europei, con l’amministrazione Usa, sono in buona parte responsabili, nell’ “arco del caos” che dall’Africa del Nord si estende fino all’Afghanistan. È significativo e disastroso il fatto che le guerre antiterrorismo degli ultimi quindici anni non vengano mai incluse nella definizione della presente “policrisi”, come cause principali delle fughe di sfollati e richiedenti asilo.

Non per ultimo, occorre mobilitare il pensiero e le azioni adottando una veduta lunga su quel che accade: l’Europa sotto i nostri occhi sta mutando, dobbiamo cominciare a vederla come un nuovo crogiuolo di popoli, sapendo che gran parte dei rifugiati sono destinati a restare con noi per lungo tempo e a divenire i nostri futuri con-cittadini. Non sono in gioco le ideologie, multiculturali o no. È in gioco l’adesione più o meno consapevole al principio di realtà. Si parla di crisi dei migranti, e nella migliore delle ipotesi di crisi dei rifugiati, quando a tutti gli effetti la crisi – o per meglio dire la malattia politica – è delle istituzioni nazionali e di quelle europee. Si parla di failed states in Africa e Medio Oriente, e non ci si accorge che l’Europa nel suo complesso ha sbagliato politiche sino a divenire essa stessa un failed state.

Inutile dare più poteri agli organi sovrannazionali e cercare rifugio nelle tecniche istituzionali, se tutte queste politiche non cambiano. Inutile denunciare gli Stati membri nel tentativo di risparmiare le critiche a istituzioni comuni come la Commissione o la Banca centrale, se non si rimettono in questione le disastrose politiche difese ottusamente e in perfetta sintonia dagli uni come dalle altre. Le istituzioni comuni hanno ormai una loro dinamica autonoma, e hanno irrimediabilmente perso l’innocenza che pretendono di incarnare. Non c’è da meravigliarsi se tanti cittadini europei – come si è visto nel Brexit – si ribellano alla paralisi diffusa delle intelligenze governanti scegliendo come motto unificante il desiderio di “riprendere il controllo” dei propri Stati, delle proprie frontiere, e anche delle proprie democrazie.

26 novembre 2016

[1] Amnesty International, Hotspot Italia: come le politiche dell’Unione europea portano a violazioni dei diritti di rifugiati e migranti, 3 novembre 2016.

Interrogazione in merito agli effetti delle ordinanze emesse dal Tribunale dell’Unione Europea sulla “Dichiarazione UE-Turchia”

Il 2 marzo 2017 Barbara Spinelli ha presentato un’interrogazione con richiesta di risposta scritta alla Commissione Europea (Regola 130), in merito agli effetti delle ordinanze emesse il 28 febbraio 2017 dal Tribunale dell’Unione Europe sulla così detta “Dichiarazione UE-Turchia”.

Le cause in esame riguardavano la vicenda di due cittadini pachistani e un afgano che avevano raggiunto la Grecia dalla Turchia nel 2016, dove avevano presentato domanda di asilo. In tali domande sostenevano che, se rimpatriati nei rispettivi paesi di origine, avrebbero rischiato di essere soggetti a persecuzione. A fronte di tale possibilità, e del rischio di essere rispediti in Turchia in forza della “Dichiarazione UE-Turchia” laddove la loro domanda di asilo fosse stata respinta, hanno deciso di promuovere un ricorso di fronte al Tribunale dell’Unione Europea – azione di annullamento ai sensi dell’articolo 263 del TFUE – contestando la legalità della Dichiarazione in esame.

Il Tribunale ha dichiarato la propria incompetenza sostenendo che “in un ricorso promosso ai sensi dell’articolo 263 TFUE, la corte non ha giurisdizione per decidere della legalità di un accordo internazionale concluso dagli Stati Membri”.

Testo dell’Interrogazione:

Subject: Effects of the General Court’s orders on the EU-Turkey Statement

On 28 February 2017, the General court of the European Union ruled on the cases NF, NG and NM v. European Council (Cases T-192/16, T-193/16 and T-257/16) affirming that independently of whether the EU-Turkey Statement constitutes a political statement or, on the contrary, a measure capable of

producing binding legal effects, it cannot be regarded as a measure adopted by the European Council, or, moreover, by any other institution, body, office or agency of the European Union, or as revealing the existence of such a measure that corresponds to the contested measure. Furthermore, the Court considered that, even supposing that an international agreement could have been informally concluded during the meeting of 18 March 2016, that agreement would have been an agreement concluded by the Heads of State or Government of the Member States of the European Union and the Turkish Prime Minister.

In view of the above, if the EU-Turkey Statement had to be considered an international instrument, what would be the legal basis for the involvement of the EU institutions in its implementation?

Does the Commission consider the commitments already made on the basis of this text to be compatible with the orders issued by the General Court?