MEP: In the long term, migrants will be part of solution in Europe

Karolina Zbytniewska with Ninon Bulckaert

15 June 2018

EurActiv.com

More and more voices are calling for an urgent reform of the strained Dublin asylum system as migrants continue arriving across the Mediterranean and migration takes centre stage in Europe again.

In an interview with EURACTIV’s Karolina Zbytniewska, Barbara Spinelli, an Italian MEP for the Confederal Group of the European United Left – Nordic Green Left, is positive: “If we did not have the Dublin rules or if we had changed them, we wouldn’t be having what is now happening in Italian ports and in the Mediterranean.”

The refusal of Italy and Malta to take in the rescue ship Aquarius packed with migrants this week has shone a light on the flaws of European solidarity and underlined the urgent need to reform the Dublin asylum system. EURACTIV.fr reports.

Barbara Spinelli is the daughter of Altiero Spinelli, an anti-fascist politician who is considered to be one of the founding fathers of the European Union. The main building of the European Parliament in Brussels is named after him.

Spinelli denounced what she called “the lack of solidarity in the European Union”. “You cannot discuss solidarity. First, you open the ports, and then you discuss the issue.”

She referred to the decision by Italy and Malta not to receive the Aquarius ship, belonging to a French NGO and carrying 629 migrants. The boat was left stranded at sea for several days, while European countries refused to take the responsibility for it. France, which has ports in the Mediterranean, remained silent. Spain finally allowed the migrants to disembark in Valencia.

A need for European solidarity

“There has to be a new Dublin system because the last one established that Italy and Greece are the frontline countries,” said Spinelli. Indeed, a migrant arriving in Europe has to be registered in the country of arrival, where he can be sent back even after crossing the borders to go in other member states.

Border controls even within the Schengen area are thus at stake, as Spinelli pointed out, mentioning the border between France and Italy as a reaction to the French government’s criticism of the Italian behaviour.

“What the French government does at the border with Italy, sending back people who came to France is equally cynical.” Migrants in the Alps who try to cross the border to enter the French territory are indeed blocked by far-right groups, with the police turning a blind eye to those methods.

Italy forged ahead with plans to send hundreds of migrants to Spain in a small naval convoy on Tuesday (12 June) after shutting its own ports to them, sparking a war of words with France that exposed EU tensions over immigration.

“What is tragic in the EU today is the fact that the European Council is not able to reach an agreement on this reform, whereas the European Parliament already made a proposal,” said Spinelli.

Following a string of far-right political successes barely a year before the next European elections, regional and local representatives have called on the EU to urgently act on migration, an issue that has quickly come back to the top of the political agenda.

Like many MEPs, she hopes that EU leaders will manage to find an agreement on reforming the Dublin system in the upcoming 28-29 June European Council meeting, where migration will be the top issue.

Migrants widely seen as a threat

But according to Spinelli, the Dublin regulation is not the only obstacle to migrants’ integration. European citizens are also worried about their social and economic positions and their purchasing power. The arrival of migrants is widely seen as a threat to jobs and national identity. Spinelli sees it differently.

“I invite you to take a long-term view on migration because resentment is part of a short-term vision. Europe is an ageing continent and we need young people. The arrival of people could help the economy. In the future, migrants will be part of the solution, not part of the problem. They will also pay taxes and contribute to the payment of pensions.”

Spinelli finally insisted on the necessity to see the broader picture concerning migration. “We are not confronted with a mass invasion. Many people in the world displace themselves, substantially so in Africa or in Asia. The part coming to Europe is approximately 0.2% of the EU population.”

The European Parliament debated the priorities for Europe on Tuesday, ahead of a crucial EU summit due on 28-29 June. Among those priorities, the reform of the Dublin regulation seems the most pressing and MEPs urged EU leaders to find an agreement on the asylum system.

 

Salvati e sommersi in Mediterraneo

Intervento (interrotto dalla presidenza) di Barbara Spinelli in apertura delle votazione nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo:

«Una mozione d’ordine su una questione di vita o di morte. Abbiamo avuto notizia che la nave militare USA Trenton ha salvato 41 persone da un naufragio presso la Libia, chiedendone il trasbordo su SeaWatch3, l’unica nave che fa salvataggi in Mediterraneo. Operazione impossibile perché SeaWatch3 deve poter sbarcare in un porto sicuro, ma il centro di coordinamento italiano, contattato tre volte da SeaWatch3 e Trenton, lo ha negato non avendo coordinato il salvataggio.

Chiaro che urgono redistribuzioni delle responsabilità in Europa (Malta inclusa). Ma sono questioni da risolvere a terra e non in mare dove invece prevale l’imperativo umanitario immediato.

Non denuncio ma chiedo a tutta l’Unione atti concreti, ORA. E per l’Aquarius, che si apra un porto in Sardegna, le condizioni di navigazione sono estreme».

 

Apprendiamo dall’IOM che la nave Trenton si trova di fronte al porto siciliano di Augusta con i 41 sopravvissuti a bordo, tra cui una donna incinta. Tutti hanno urgente bisogno di assistenza. Chiediamo che venga consentito immediatamente l’attracco della nave e che vengano chiarite le modalità del soccorso.

Il sonno della solidarietà genera mostri

Comunicato stampa

Strasburgo, 13 giugno 2018. Barbara Spinelli (GUE/NGL) è intervenuta nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo dedicata a “Emergenze umanitarie nel Mediterraneo e solidarietà all’interno dell’Unione europea, Dichiarazioni del Consiglio e della Commissione”.

Presenti al dibattito:

  • Monika Panayotova – Vice Ministro incaricato della presidenza bulgara del Consiglio dell’UE nel 2018
  • Dimitris Avramopoulos – Commissario europeo per la Migrazione, gli affari interni e la cittadinanza

Di seguito l’intervento:

«Dal 2012 l’Italia è stata condannata tre volte dalla Corte di Strasburgo, per respingimenti collettivi attuati da governi pro-establishment. Ricordiamocelo, evocando l’iniqua chiusura dei suoi porti alla nave Aquarius.

In Italia si discute sulle colpe di Malta. È comprensibile, ma Malta non aderisce purtroppo alle riforme delle convenzioni SAR e Solas relative ai salvataggi in mare, e considera di non avere gli obblighi di firmatari come l’Italia. Ancora: Macron accusa Roma di cinismo, ma cinicamente chiude i confini con l’Italia.

Teniamo conto di queste cose, nel criticare il governo Conte. Soprattutto, teniamo conto della paralisi negoziale su Dublino IV: il sonno della solidarietà genera mostri quasi ovunque nell’Unione.

Per questo appoggio la proposta di Verhofstadt: un ricorso del Parlamento ai sensi dell’articolo 265, per inazione del Consiglio (failure to act). Per questo approvo il no del governo italiano alle ultime proposte della presidenza bulgara sulla riforma di Dublino».

La Polonia e l’articolo 7

di mercoledì, giugno 13, 2018 0 , , Permalink

Comunicato stampa

Strasburgo, 13 giugno 2018. Barbara Spinelli (GUE/NGL) è intervenuta nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo dedicata a “Indipendenza del potere giudiziario in Polonia. Dichiarazioni del Consiglio e della Commissione”

Di seguito l’intervento:

«Nel marzo scorso il Parlamento ha approvato la decisione della Commissione di attivare l’articolo sette-uno. Circolano ora voci insistenti secondo cui una parte della Commissione, attenta a inquietudini che si manifestano nel Consiglio, sarebbe pronta a sospendere ogni decisione a riguardo. Le stesse voci adombrano l’ipotesi di un passaggio del Pis al PPE: un mossa che garantirebbe a Varsavia l’ombrello di cui gode l’Ungheria.

Al vicepresidente Timmermans, che ringrazio per la sua costanza, domanderei un chiarimento in merito alle reali intenzioni della Commissione e alle scadenze che ha in mente di qui alla fine della legislatura.

Il rischio, in caso di congelamento, è che l’Unione appaia disarmata di fronte a possibili degenerazioni della rule of law al suo interno. In tal caso, meglio non attivare affatto l’articolo sette, piuttosto che ammettere così apertamente la nostra incapacità di agire».

Il blocco delle navi è frutto velenoso del blocco negoziale sulla riforma di Dublino

Comunicato stampa

Strasburgo, 12 giugno 2018

Barbara Spinelli (GUE/NGL) è intervenuta nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo dedicata a “Dichiarazioni del Consiglio e della Commissione – Preparazione del Consiglio europeo del 28 e 29 giugno 2018”.

Di seguito l’intervento:

“Premetto che concordo con Vincent Cochetel, Inviato dell’Onu: la solidarietà europea non va discussa mentre arriva una nave di migranti sofferenti. La priorità è dar loro subito il porto più sicuro. Non farlo è illegale.

Al tempo stesso, dobbiamo riconoscere che l’Italia resta il Paese che per primo registra gli arrivi e ne è responsabile, e che nessuna riforma di questa regola iniqua è in vista.

Il blocco delle navi è frutto velenoso del blocco negoziale su Dublino IV, e usa i migranti come ostaggi. Se il Consiglio europeo cercherà l’unanimità su Dublino, come chiede Angela Merkel, sbatterà contro un muro e confermerà che c’è del marcio nell’Unione.

Al mio governo vorrei dire: fate vostra la riforma del Parlamento, ha difetti, vero, ma è la più avanzata possibile. Gran parte del Consiglio vuole ucciderla. Guardatevi da alleati come Orbán: non accetterà redistribuzioni automatiche di quote. Non è amico del governo italiano”.

I mercati non possono stare al di sopra della Costituzione

di mercoledì, maggio 30, 2018 0 , , , , Permalink

Intervista di Stefano Feltri a Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 30 maggio 2018

Barbara Spinelli, il Quirinale ha bloccato la nomina di Paolo Savona al Tesoro per timore delle reazioni dei mercati, che sono crollati comunque. Quanto devono contare i mercati nelle decisioni della politica?

Sicuramente contano ma non devono essere in competizione con le elezioni. Nel ’98, l’ex governatore della Bundesbank Hans Tietmeyer disse che ormai le democrazie si fondano su due plebisciti egualmente legittimi: quello popolare e quello permanente dei mercati internazionali. È una visione nefasta. I mercati non possono esser messi sullo stesso piano dell’articolo 1 della Costituzione, secondo cui la sovranità appartiene al popolo.

Il commissario Ue Oettinger ha detto: “I mercati insegneranno agli italiani a non votare per i populisti alle prossime elezioni”. Le prossime elezioni saranno lo scontro finale tra sovranisti e anti-sovranisti?

Non esistono scontri finali nella storia. Lo scontro in questione è d’altronde basato su una fake news: l’uscita dall’euro non era nel programma M5S-Lega. Né in quello di Savona.

L’uscita dall’euro era però in una bozza del contratto di governo.

Lega e Cinque Stelle l’hanno poi ritirata. Il Quirinale lo ha ignorato: mi sembra tra l’altro che abbia opposto il suo veto non al programma, ma a Savona. Detto questo, non ritengo di per sé uno scandalo che si possa parlare di uscita dall’euro. Da anni scenari simili sono allo studio, viste le grandi e irrisolte difficoltà dell’eurozona: sono contemplati, sia pur segretamente, non solo da Savona ma dalla Banca d’Italia, dalla Banca centrale, da massimi economisti tedeschi.

Come viene vista la situazione a Bruxelles: pericolo scampato o grande incertezza?

L’establishment comunitario ha pesato su Mattarella, con pressioni di vario genere. La preoccupazione resta, anche se l’Italia è oggi commissariata più esplicitamente ancora che negli ultimi anni: oggi tramite Cottarelli e Fmi, domani forse tramite Draghi. Ma le elezioni non sono abolite. Inoltre resta un grande “non-detto” nell’establishment europeo.

Cioè?

Cosa significa uscire dall’euro: implica anche uscire dall’Ue? Il non-detto può trasformarsi in pressioni aggiuntive. Personalmente non credo che le due cose si equivalgano. I pareri legali sono divisi su questo.

Tra gli elettori crescerà la voglia di cambiamento o prevarrà il timore dell’incertezza?

Le forti pressioni su Tsipras non impedirono ai greci, nel 2015, di votare contro il memorandum della Troika. La paura può produrre spinte alla ribellione. Anche in Germania l’euro-scetticismo è aumentato: si continua a parlare di un’eurozona ristretta. Trovo molto grave che ci sia stato un veto a Savona per le sue critiche all’unione monetaria: significa non riconoscere le conseguenze gravissime delle disfunzioni dell’eurozona, già segnalate agli esordi da Paolo Baffi. Le disuguaglianze sociali e geografiche che ha prodotto generano il rigetto presente. L’architettura e i parametri dell’eurozona vanno dunque cambiati. E i cambiamenti vanno negoziati in maniera efficace. Savona era il più adatto a questo compito. Non l’hanno voluto per questo.

Perché chi considera l’euro e l’Ue intoccabili non riesce ad argomentare le proprie posizioni con la stessa efficacia dei critici?

Le posizioni dei difensori dell’euro sono spesso ideologiche, del tutto allergiche alla dialettica. Le tesi si rafforzano attraverso il confronto con le obiezioni. Se Savona dice che lo statuto della Bce deve considerare prioritari non solo la stabilità dei prezzi ma anche l’occupazione e l’aumento della domanda, perché viene considerato eretico? Si parla di eresia quando c’è un’ortodossia religiosa. Il caso greco avrebbe dovuto far capire che esiste ormai una tragica sconnessione tra le sovranità popolari e la delega a poteri europei neoliberisti.

Il tema della sovranità popolare è però lasciato dai liberal a personaggi come Steve Bannon, che è a Roma in questi giorni.

Sono d’accordo. Ma chi ha consegnato il tema della sovranità popolare alle destre estreme? Le forze di sinistra classiche. Mattarella ha messo il veto sulla scelta di Savona, ma non aveva niente da dire sul capitolo migranti del programma? O su quello della sicurezza interna?

Qual è stato l’errore della sinistra?

Da decenni, la sinistra ha smesso di occuparsi dei diritti sociali ed economici concentrandosi su quelli civili. Questi ultimi sono indispensabili, ma se si rinuncia a quelli sociali ed economici finiremo col perdere anche quelli civili. Come si vede in Polonia, dove il governo approva misure di Welfare ma smantella diritti civili. Se la sinistra rinuncia, saranno le estreme destre a presidiare la questione sociale.

L’idea di un “fronte repubblicano” guidato da Gentiloni a difesa di istituzioni e Ue è incoraggiante?

No comment sulla sinistra di Gentiloni o Renzi. Su alcune politiche – penso a quelle di Minniti sui rimpatri in Libia– non vedo differenze dal programma della Lega. Gentiloni si è congedato dicendo: ‘La stanza dei bottoni non me l’hanno mai mostrata’. Quindi chi comandava? Non andare fuori strada significa lasciare che nella stanza dei bottoni comandi il ‘plebiscito permanente dei mercati’? E cosa significa l’articolo 11 della Costituzione, quando si delegano sovranità a ordinamenti internazionali il cui scopo non è più ‘la pace e la giustizia fra le Nazioni’?

© 2018 Il Fatto Quotidiano

Audition à huis clos du PDG de Facebook, M. Mark Zuckerberg

À:         M. Antonio TAJANI

Président du Parlement européen

Bruxelles, le 18 Mai 2018,

OBJET : Audition à huis clos du PDG de Facebook, M. Mark Zuckerberg

Monsieur le Président,

Nous voulons saluer la démarche que vous avez entreprise pour qu’une audition du Président Directeur-Général de Facebook, Mark Zuckerberg, puisse avoir lieu au Parlement européen.

Cependant l’utilisation faite par Facebook des données personnelles de centaines de millions d’européens, tout comme les explications qui pourront être données quant au scandale récent de Cambridge Analytica, ne peuvent être questionnées dans l’opacité la plus totale. À l’abri de l’écrasante majorité des Députés européens, et à l’abri des citoyens européens. Tel qu’il en a été décidé.

La transparence de nos débats et des décisions que nous prenons n’est pas une option pour notre Parlement européen, elle est une exigence. Les citoyens européens sont directement représentés, au niveau de l’Union, au Parlement européen. Et nous avons la responsabilité de veiller à ce que tout citoyen se voit garanti le droit de participer à la vie démocratique de l’Union, et de veiller à ce que les décisions qui sont prises le soit aussi ouvertement et aussi près que possible des citoyens. La transparence est le gage d’une assemblée démocratique ouverte et vivante.

C’est pourquoi, Monsieur le Président, nous vous invitons à revoir le format de cette audition pour la rendre publique. C’est la condition même de l’intérêt d’une telle audition qui autrement aurait peu de sens. Il ne serait pas compris qu’aux États Unis, devant le Congrès américain le PDG de Facebook ait eu à répondre des agissements et des manquements de sa société dans une audition publique et qu’en Europe, le secret des débats prévale sur la transparence. Il en va du bon fonctionnement de la démocratie européenne.

Dans l’espoir de voir cette audition reconfigurée, nous vous prions d’agréer, Monsieur le Président, l’expression de notre très haute considération.

Younous OMARJEE
Marisa MATIAS
Tania GONZALES PENAS
Patrick LE HYARICK
Martina ANDERSON
Dennis DE JONG
Gabriele ZIMMER
Eleonora FORENZA
Merja KYLLÖNEN
Dimitris PAPADIMOULIS
Stefan ECK
Marina ALBIOL
Barbara SPINELLI
Lynn BOYLAN
Anja HAZEKAMP
Stelios KOULOGLOU
Matt CARTY
Estefania TORRES MARTINEZ
Curzio MALTESE
Liadh NI RIADA
Luke FLANAGAN
Kostas CHRYSOGONOS
Marie-Pierre VIEU

Relazione su media freedom

Bruxelles, 2 maggio 2018. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo.

Punto in agenda:
Pluralismo e libertà dei media nell’Unione europea

Breve Presentazione della Relazione

Presenti al dibattito:

  • Phil Hogan – Commissario Europeo per l’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale (per conto di Mariya Gabriel – Commissario europeo per l’Economia e la società digitali)

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatore per il Parlamento europeo della Relazione sul pluralismo e la libertà dei media nell’Unione europea

La Risoluzione è stata adottata il 3 maggio 2018 con 488 voti a favore, 43 contrari e 114 astensioni.
Testo consolidato della relazione adottato in plenaria (in inglese e ancora in forma provvisoria).

Lo scandalo di Facebook e Cambridge Analytica è scoppiato quando la nostra relazione era già ultimata, ma le analisi e le raccomandazioni che essa contiene non cambiano nella sostanza. Lo scandalo ci rinforza ancor più nel nostro proposito: difendere e incoraggiare l’indipendenza e il pluralismo dell’informazione, sia su carta sia online, e non moltiplicare i mezzi per controllarla o addirittura reprimerla. È il motivo per cui siamo stati cauti nel trattare il tema delle fake news, ricordando che queste non nascono con internet. Sono a mio parere il frutto di comportamenti di gruppo – il cosiddetto “groupthink” – che affliggono e hanno afflitto i mezzi di comunicazione scritti oltre che online. La nozione di fake news, è scritto nella relazione, non va usata per escludere e criminalizzare le voci critiche.

La disinformazione internet ha una natura virale e aggressiva che non deve essere sottovalutata, ed è vero che pochi giganti di internet esterni all’Unione (Google, Facebook, Apple, Microsoft) esercitano un potere immenso di controllo e selezione delle notizie, di sorveglianza e profilazione degli utenti, ma la censura – soprattutto se affidata agli stessi giganti – non può essere la risposta. Al momento, le analisi più serie concordano sul fatto che né le fake news, né la profilazione psicografica degli utenti, né Cambridge Analytica – oggi finalmente chiusa – hanno determinato l’esito delle elezioni americane o francesi, o del referendum sul Brexit. Accusare l’algoritmo è una scappatoia troppo conveniente per evitare l’analisi di un risultato elettorale. Rimuovere da internet i contenuti più pericolosi – specie nei casi di pedopornografia e terrorismo – è una soluzione spesso necessaria, ma non può essere affidata alle compagnie private né può trascurare i tre principi del Patto internazionale sui diritti civili e politici: la necessità, la proporzionalità e la legittimità. Abbiamo chiesto che a giudicare siano organi indipendenti e che al tempo stesso siano assicurate la neutralità della rete e la protezione dei dati personali.

Sempre per lo stesso motivo esprimiamo preoccupazione riguardo alle leggi sulla diffamazione, sottolineando gli effetti paralizzanti che esse possono avere sul diritto a diramare e a ricevere informazioni. Al tempo stesso, abbiamo ricordato il ruolo chiave dei whistleblower nella salvaguardia del giornalismo di investigazione. In questo quadro abbiamo reso omaggio a chi, da giornalista investigativo, ha pagato con la vita la propria indipendenza: a Daphne Caruana Galizia come a Ján Kuciak.

La crisi economica, combinandosi con l’ascesa della comunicazione online, ha gravemente colpito un mestiere chiave nelle democrazie. Il quarto potere è oggi impoverito, e le condizioni di chi investiga sono talmente precarie che non si può più parlare veramente di un potere indipendente, capace di evitare l’autocensura e la dipendenza da altri poteri, politici, finanziari o pubblicitari. Questo degrado è sottolineato nella nostra relazione.

Non tutti i miei convincimenti si rispecchiano nella relazione – specie riguardo alla depenalizzazione del reato di diffamazione, su cui non è stata raggiunta un’intesa – ma ringrazio i vari gruppi che hanno mostrato spirito di collaborazione nello stilare questo testo.

Comunicato stampa del Gruppo GUE/NGL

Comunicato stampa del Parlamento europeo

 

Democrazia in bilico nell’Unione europea

Intervento di Barbara Spinelli alla tavola rotonda “Democracy in the EU: between Theory and Practice”, Istituto Universitario Europeo, Firenze 27 aprile 2018

Partecipanti alla tavola rotonda: Armin von Bogdandy, direttore dell’Istituto MaxPlanck di Diritto Pubblico Comparato e Diritto Internazionale, e Mercedes Bresso, deputata del Parlamento Europeo (S&D)

Some preliminary remarks are necessary.

When we speak about democracy and rule of law – i.e. constitutional democracy, a system which is much more than a simple reflection of the will of a majority, and which ensures the separation of powers and strong institutional guarantees for the minorities – we should distinguish between democracy within the Union and democracy of the Union: because we have two levels of decision making, two levels of parliamentary control and as a consequence two levels of sovereignties. Constitutional democracy is today threatened at both national and supranational level. Moreover, we should bear in mind that there are other sovereignties, which have a substantial weight but are not codified nor democratically controlled: I’m referring in a specific way to the market forces, and to the famous formula coined in 1998 by Hans Tietmeyer, at the time President of the Bundesbank, according to whom there is, in parallel to national elections, the “permanent plebiscite of the international markets”. Tietmeyer defended the legitimacy of such plebiscite, equating the latter to the legitimacy of democratic elections: a very questionable short circuit to say the least. Finally there are regional sovereignties, which are becoming more and more important and challenging from the point of view of democracy and rule of law – I’m referring to the Northern Irish or Scottish or Catalan cases – and which are the result of the progressive erosion of national sovereignties, combined with ill-defined democratic rules at supranational level. In the case of Northern Ireland, the citizens’ right to determine their future and their borders is codified in international treaties like the Good Friday Agreement. Future developments of a more decentralized, regional Union could learn much from this treaty.

Let’s begin with democracy in the Union, even if I’m perfectly aware of the intertwining of the different levels I mentioned:

What we are facing today is a double erosion: erosion of the constitutions in the Member States (strong tendency, except in Germany, to emulate the French model of centralisation and pre-eminence of the executives) and erosion of the popular sovereignties (increasingly calling into question of the universal suffrage, as expressed in national elections). This evolution is enhanced by the direct involvement of the EU Commission and of the ECB in electoral competitions, as we have seen in Greece, and by the aversion often demonstrated by these institutions to the constraints set by national elections or referenda. I remember what Mario Draghi said after a delicate Italian election, in 2013: elections come and go, since the EU is composed by democratic States, but one thing remains sure: “Structural budget reforms and fiscal adjustments will continue on automatic pilot“.

The EU Commission and the European Parliament are very active on democracy and rule of law: in relation to Poland, Hungary and other Countries of Eastern Europe like Slovakia. I’m very in favour of such EU struggles, but there is a danger that Eastern Europe, because of ill-defined enlargements in 2004, becomes a sort of convenient punching-bag for the EU, hiding the fact that there is a problem of democracy in the Union as a whole, not only in the East. The strict criteria established since 1993 for the accession countries – the so called Copenhagen criteria – cease to operate once a country has joined the Union as a full member. It’s called the Copenhagen dilemma and it’s still not solved.

And now democracy of the Union:

We are experiencing a progressive shirking of responsibilities towards citizens by EU institutions – Commission, Council, EU agencies – and the European Parliament is not always the exception as we shall see. The increasing power of such institutions goes hand in hand with a deliberate avoidance of responsibility towards citizens not only from a political point of view but also from a judicial one. Such power without responsibility is exerted in different ways, through semantic and political escamotages, and explains the growing disrespect – in EU policies – of the Charter of fundamental rights, the European Convention of human rights, the Court of justice, the European Court of human rights.

As regards the austerity memoranda, the democratic retrogression is evidenced by the way in which the Commission denies its involvement and accountability in policy decisions which are taken by the European Stability Mechanism (ESM, that is an intergovernmental organization), but are nevertheless negotiated, supported and implemented by the Commission and the ECB (the ex-troika). Some ideas are circulating about the reform of the Eurozone and its governance, proposing the transformation of the ESM in an EU Monetary Fund (EMF) with full veto power over Member States’ budget decisions: an even more disturbing evolution, if adopted.

As regards the EU-Turkey agreement on migration, the deal was negotiated by the States but implemented and financed by the Commission: it received a particular name (it was called statement), in order to avoid the control on international treaties normally exercised by the European Parliament.

As regards finally the trade negotiations, the Commission has an exclusive competence, hence an effective power (albeit limited on certain areas where the competence is shared) but the specific responsibility towards citizens is denied or avoided.

I would like to briefly dwell on the last point: the TTIP negotiations, and the discretionary, opaque power exerted by the Commission in this field. In this case the responsibility is not denied – it is on the contrary strongly defended against interferences by the Member States – but at the same time it is restricted and re-interpreted in its relations with the EU citizens. What I call into question, in this case, is not the communitarisation of national trade policies. The federal evolution of the EU is a good thing, but federalism is not an end in itself. It has been originally thought as an instrument intended to facilitate and consolidate policies aimed at enhancing democracy, rule of law, social cohesion and – last but not least – peaceful external policies, in the States belonging to the Union. The federal instrument makes sense if conceived as a bulwark against the return of aggressive nationalisms and centralistic dictatorships in Europe, as well as against social injustice, inequality and poverty. Too many elements of such project are missing in today’s Union. Re-nationalisation of EU policies won’t certainly do the trick, but “more of this Europe” – even if you call it federalist – won’t help.

A vivid example of the wrong use of federalisation and of the transfer of powers to the Commission in trade deals comes from an episode occurred during the TTIP negotiation. When John Hilary, executive Director at War on Want, asked the trade commissioner Cecilia Malmström how she could continue her persistent promotion of the deal – including the most controversial clauses concerning the Investor-state dispute settlement – in the face of massive public opposition, her response – I quote an article written by Hilary in The Independent, on 15 October 2015 – came back icy cold: “I do not take my mandate from the European people”.

So, from whom does Cecilia Malmström take her mandate? Officially, EU commissioners are supposed to take into account the popular will of the Member states, as well as their respective constitutional traditions, and make a synthesis of their diverging aims. Yet the European Commission has carried on the trade negotiations behind closed doors, ignoring the objections coming from the citizens – included a successful Citizens’ Initiative against TTIP – and denying any dependence on them. In reality, as a report from War on Want revealed in autumn 2015, the Commission has been deeply involved in negotiations with lobbies, being dependent (i.e. responsible) on them. Hence the conclusion of John Hilary: “The European Commission makes no secret of the fact that it takes its steer from industry lobbies such as BusinessEurope and the European Services Forum.  It’s no wonder that the TTIP negotiations are serving corporate interests rather than public needs”.

Lack of transparency is an essential ingredient of this misguided conception of the “mandate” granted to the supranational institutions: bodies like the Eurogroup, or the Council’s obscure behaviour in the “trilogues” (decisions negotiated between the Commission, the Council and the Parliament) generate opaque decision making and procedures, out of any democratic control. This is the opinion expressed by the EU Ombudsman, especially on the Council and on the relation between the Commission and the lobbies. I quote a passage of the Mrs O’Reilly’s recommendations of last February: “It is important to note that Member State representatives involved in legislative work are EU legislators and should be accountable as such. Democratic accountability demands that the public should know which national government took which position in the process of adopting EU legislation. Without this “minimum and essential item of evidence”, citizens will never be able to scrutinise how their national representatives have acted. It is also important for national parliaments, in their task of overseeing their own governments’ actions, to be able to know the positions taken by their own government”.

I mentioned the European Parliament, the only really elected body of the EU. On 22 March, the European Court of justice has annulled a decision by the Parliament on transparency of the “trilogues” with a sentence of utmost importance. The Parliament had decided that certain provisional compromises between the three institutions had to remain secret, in order not to hamper negotiations and avoid interferences by lobbies. The Court has denied such dangers, prioritising the citizens’ right to have full knowledge of the decision making in the trilogues.

But let’s be clear on this point: lack of transparency is a symptom, not the disease itself. It makes no sense to have full transparency – as it makes no sense to have a full European sovereignty – if EU policies erode democracies in Member States and are in contradiction with article 2 and 6 of the Treaty. If they are in conflict with the “general principles” of the EU, including the respect of the Charter of fundamental rights, of the European Convention on human rights and of the Constitutional norms of the Member States.