L’iceberg è vicino e la sinistra sul Titanic non ha alternative

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 16 gennaio 2022

La tentazione è grande, nei dirigenti Pd-M5S-LeU, di dire a sé stessi che trovandosi sulla tolda del Titanic qualsiasi candidato alternativo è meglio dell’ex Cavaliere pluri-indagato che rischia di andare al Colle, presiedere il Consiglio Superiore della Magistratura, e gironzolare nel Massimo Palazzo ripetendo quanto dice da settimane: “Dopo tutto quello che ho subìto in questo Paese, il minimo è che io diventi presidente!” (Il centrodestra assicura che Berlusconi ha “l’autorevolezza e l’esperienza che il Paese merita”, non sospettando che la frase possa significare il peggio: un Paese putrido non merita altro che il putrido).

Insomma il Pd è così suonato e i 5 Stelle così divisi che son pronti a candidare chiunque, anche Topolino, per “far fronte”. Anche figure dell’ancien régime craxiano come Giuliano Amato. Tutti ottuagenari insomma, questo è un Paese per vecchi. Un nome sensato – e ce ne sono, anche fuori dai partiti, anche di bandiera– non sanno proprio farlo a pochi giorni dal voto.

Il fatto è che il centrosinistra sta tutto frastornato sulla tolda del Titanic, balbetta che “la candidatura Berlusconi è irricevibile” e neppure per un attimo lo sfiora il dubbio che la catastrofe non sia l’iceberg ma il bastimento super-zavorrato, malfatto, su cui viaggiano. Il guaio è che la sinistra è così intontita e muta perché non esiste più. Perché ha aderito all’accozzaglia dell’unità nazionale osannando ogni gesto di Draghi, mostrando di credere incondizionatamente alla formula sempre più torbida, più equivoca, dei Migliori.

Enrico Letta per esempio auspica “una personalità istituzionale super partes” e un “patto di legislatura che consenta al Paese di completare la legislatura nel tempo naturale”. Ma patto con chi? Con le destre che hanno appena indicato un candidato di parte, frantumando la già molto ammaccata chimera della “maggioranza Ursula” (Pd, LeU, M5S, centro, Forza Italia)?

Berlusconi diventerà il king maker di Draghi se alla quarta chiama non avrà i numeri, confermando che i progressisti sono ormai capaci solo di scodinzolare nelle retrovie, avendo smarrito il verbo.

La grande illusione è che dopo le Presidenziali tutto resti come prima – stessa maggioranza dei Migliori, stesse politiche forti coi deboli e deboli coi forti, stessi autoinganni –pur di evitare il voto anticipato. È sperabile che la disillusione arrivi presto. L’iceberg è vicinissimo.

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Migliori, una sordità irresistibile

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 8 gennaio 2022

Nella conferenza stampa di fine anno e per meglio giustificare l’aspirazione al Colle, il Presidente del Consiglio disse che la missione affidatagli da Mattarella era giunta felicemente a termine, sia sul fronte economico sia sul Covid.

Ambedue le affermazioni erano profondamente scorrette e tanto più lo sono oggi, con i contagi che minacciano di salire a 300.000, gli ospedali e le terapie intensive sovraccariche, i morti che in una settimana sono stati più di mille, il personale sanitario che diminuisce drasticamente per esaurimenti o quarantene.

Mercoledì il Consiglio dei ministri ha varato misure che la maggior parte degli scienziati giudicano insufficienti, se non improprie. Scatta l’obbligo vaccinale per chi supera i 50 anni, nonostante la doppia onda di Delta e Omicron colpisca anche giovani e bambini. È imposto il superpass ma in differita e, su pressione della Lega, ne sono esclusi uffici pubblici, negozi, banche, parrucchieri, per i quali basta il vecchio certificato, rilasciato anche con il tampone (senza indicare quale sia il test ottimale). Le quarantene sono un groviglio con maglie pericolosamente larghe, specie nelle scuole, riaperte nonostante i dubbi di molte regioni e dei presidi. Sono abolite per chi contatta un positivo ma ha fatto il richiamo, nonostante i vaccini stiano rivelandosi complessivamente insufficienti e molti scienziati auspichino vaccini “riadattati”.

Il Comitato tecnico scientifico aveva espresso pareri più stringenti ma non è stato ascoltato e i più prestigiosi scienziati sono spietati. Nino Cartabellotta presidente della fondazione Gimbe parla di pannicelli caldi, Andrea Crisanti di “follia incostituzionale”, di misure nate “solo dal panico” e di “apprendisti stregoni in fase di improvvisazione”.

Non c’è dunque da stare allegri e sono grotteschi i trionfalismi di Brunetta che mente spudoratamente sull’unanimità della maggioranza o le garanzie date dal ministro Bianchi sulle scuole, le cui aule restano spaventosamente inadatte. Se tanta esultanza fosse motivata Draghi avrebbe annunciato l’obbligo in pubblico. Se non l’ha fatto vuol dire che è debole. Che non sarà il Migliore se salirà al Colle.

Giorgio Parisi ricorda nel suo libro che nella scienza son più le domande che le risposte (In un Volo di Storni) ma in politica le cose stanno diversamente. Son richieste risposte chiare, e subito. La verità è che la missione Draghi a Palazzo Chigi si chiude (se si chiude) nel caos. La supermaggioranza che ha fatto fuori Conte esiste sulla carta, ma è una stoffa completamente sbrindellata. Non può sopravvivere all’elezione presidenziale né con Draghi né senza Draghi.

Alcune domande gravose hanno già risposta: i test che contano, cioè i molecolari (PCR), scarseggiano e costano. Gli antigenici scarseggiano meno ma sono giudicati ormai inopportuni per la variante Omicron (parola di Crisanti, il più lucido e indipendente in questi anni di Covid, e di Guido Rasi, consulente del commissario Figliuolo: Omicron “non solo buca parzialmente i vaccini ma sfugge ai tamponi rapidi che rischiano di diventare inutili. Quasi uno su due è un falso negativo”).

Altre e cruciali questioni restano senza risposta, in attesa di serie conferenze stampa. In genere sono domande poste dagli scienziati che ci hanno aiutato negli anni del Covid.

La domanda di Cartabellotta e dell’epidemiologo Vespignani per esempio: qual è il piano B, nel caso in cui le misure non funzionino? Non sono predisposti nuovi ospedali da campo, per curare infarti, tumori e altro. Non c’è un piano per il Covid Lungo, totalmente trascurato dal governo e dal Cts. Quando molti entreranno in quarantena saremo di fatto in lockdown ma con fatiscenti sostegni, visto che alcuni bonus di Conte scompaiono (bonus baby sitter) e che il bonus salute mentale è stato respinto –chissà perché– dal ministro dell’economia Franco.

Oppure la domanda di Crisanti: il consenso informato diventa una pura beffa in presenza dell’obbligo e va rivisto. Se sei obbligato che significa il foglietto che firmi? È come chiedere al condannato a morte di firmare il consenso all’esecuzione.

Sono giustamente obbligatorie le mascherine FFP2, ma lo sono ovunque? Cominceranno anch’esse a scarseggiare e i prezzi saranno calmierati?

Quanto ai richiami, detti booster: forse consentiranno un’immunità di 8 mesi (Enrico Bucci sul «Foglio») ma Conte ha ricordato che l’immunizzazione è una corsa a ostacoli. Chi vuole la terza dose “incontra difficoltà a ottenerla in tempi brevi”.

E le medicine ci sono dappertutto o no? E come organizzarsi, dal momento che funzionano solo nei primi 5 giorni?

Infine i ritardi. Il 22 luglio Draghi assicurava che le due dosi rappresentavano la “garanzia di trovarsi fra persone non contagiose”. Ma Pfizer aveva segnalato già l’8 luglio che l’immunità durava 5 mesi. Nel Regno Unito e in Israele il richiamo era pronto da agosto.

Ma torniamo al governo Draghi. La missione poteva riuscire se frutto di intese durature sui due punti chiave (economia e pandemia) e se il capo-missione mostrava capacità di ascolto degli esperti. Non competente sulla pandemia né sulla questione sociale, Draghi avrebbe potuto ascoltarli più attentamente. Non lo ha fatto quasi su nulla. Si lascia condizionare da Salvini, di cui ha bisogno per il Quirinale. Non ha ascoltato gli scienziati sul Covid, non ha ascoltato le utilissime raccomandazioni della Commissione di esperti sul reddito di cittadinanza, presieduta da Chiara Saraceno. Anche la riforma della giustizia è stata imposta senza ascoltare neppure accidentalmente i magistrati che in gran parte la osteggiavano. A volte è mancata anche qualche eleganza: il piano di aiuti e prestiti basati sul comune indebitamento europeo è stato negoziato e ottenuto da Giuseppe Conte, ma Draghi non lo ricorda mai. Le vaccinazioni dell’era Conte erano ottime fino a quando si interruppero le forniture, ma i ministri e i media dicono che solo con Draghi siamo “i primi in Europa”.

Naturalmente il male è il virus con le sue varianti, non il governo o Draghi. Ma i ritardi restano inconfutabili, e i partiti –chiamati sprezzantemente “bandierine”– sono già in campagna elettorale. L’unità nazionale c’è fra i cittadini (il tasso di vaccinazione è altissimo, inutile ormai sprecare tempo con i no-vax) ma non fra i politici, che pensano praticamente solo a chi conquisterà il Quirinale e chi Palazzo Chigi. Draghi ha “tirato avanti” come se non esistessero esperti, scienziati, sindacalisti, e una società allo stremo. Non è un gran bel bilancio.

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Il patto Draghi-Macron è il trionfo del segreto

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 27 novembre 2021

Si è parlato più volte, nella scorsa settimana, del Trattato italo-francese di cooperazione – il cosiddetto Trattato del Quirinale – che Emmanuel Macron e Mario Draghi hanno firmato ieri al Quirinale. Ma se ne è parlato per giorni come se si trattasse di un tesoro nascosto, da custodire in stanze chiuse, impenetrabili. Il testo non era disponibile a chi volesse esaminarlo o magari criticarlo, anche perché nessuno dichiarava di volerlo. Il Trattato veniva ripetutamente definito segreto, come fossimo alla vigilia di qualche terribile guerra e occorresse osservare la consegna del silenzio al massimo grado, per evitare che il nemico ascoltasse. Chissà cosa poteva succedere nelle avanguardie o nelle retroguardie, se qualche bozza fosse trapelata e un giornale l’avesse intempestivamente pubblicata.

Sono in gioco interessi potenti – geopolitici, finanziari, economici, legati ai rispettivi complessi militari-industriali – e questo spiega il recinto oligarchico che fino a ieri ha avvolto l’illustre evento. La cosa stupefacente non è il recinto e non è l’oligarchia: siamo abituati ai recinti, alla non trasparenza e alle democrazie oligarchiche. Stupefacente è la naturalezza con cui giornalisti, diplomatici ed esperti danno per scontate e accettano benevolmente, fino al giorno della firma di un Trattato, la segretezza e la non trasparenza dei negoziati che l’hanno prodotto.

Eppure non erano mancate alcune vigili messe in guardia. Quella di Romano Prodi ad esempio, che confida a «La Stampa» i suoi timori per una Francia sempre più tentata dal sovranismo alla vigilia delle Presidenziali del 2022 (inseguendo Eric Zemmour e Marine Le Pen, tutto il centrodestra imbocca la via polacca e rivendica il primato del diritto francese su quello europeo, specialmente sulle migrazioni: questo è oggi il sovranismo francese). O la messa in guardia dell’economista Carlo Pelanda, che agli inizi di novembre esamina in un’intervista a Sussidiario.net alcuni “leak messi in circolazione da qualcuno che lavora alla Farnesina” e si domanda: “Che senso ha oggi firmare un trattato bilaterale a 360 gradi con la Francia in un’Europa dove l’Italia e le altre nazioni avrebbero semmai l’interesse opposto, quello di depotenziare il trattato franco-tedesco dell’Eliseo che guida l’Europa dal 1963?”. A cosa serve la frantumazione dell’Unione europea in aree potenzialmente separate, dai Nordici ai Paesi del gruppo Visegrad a Est?

Un Trattato simile, che impegna i contraenti a cicliche pre-consultazioni bilaterali ogniqualvolta vengono prese decisioni dai rispettivi governi e viene convocato un vertice europeo, non dovrebbe essere segreto, almeno in tempi di pace. Le bozze del Trattato dovrebbero essere discusse, eventualmente emendate, nelle Camere e anche sulla stampa, non al momento della ratifica parlamentare, ma prima. Non si dovrebbe fare esclusivamente ricorso ai leak messi in circolazione da qualcuno che lavora alla Farnesina. Soprattutto se le parti non prendono alcun impegno comune sulle questioni migratorie, dunque sull’accoglienza, la redistribuzione e l’integrazione dei richiedenti asilo che approdano in Italia, ma ci si limita a preconizzare pseudosoluzioni come il “contrasto dello sfruttamento della migrazione irregolare” (articolo 1 del Trattato). Soprattutto se c’è il sospetto di un trattato asimmetrico, e addirittura, come scrive ancora Pelanda sconsigliando la firma, di “un’autoannessione alla Francia, industriale e strategica. Edulcorata ma sostanziale” (“All’occhio attento non sfugge che i tecnici francesi mostrano di sapere benissimo cosa vogliono, mentre quelli italiani sono spaesati, cercano di fare controproposte che sono deboli perché prive di prospettiva. C’è un’asimmetria palpabile e imbarazzante”).

La naturalezza con cui si accetta tale opacità è la stessa con cui, ormai automaticamente e sistematicamente, e ben più che in altri Paesi dell’Unione, si va dicendo che ogni sorta di riforma italiana legata al Pnrr, o di decisione politica, s’impone “perché l’Europa lo chiede, lo vuole”.

Perché l’Europa “ci sottrarrà i soldi del Recovery Plan” in caso di non adempienza. Significativo ci pare quel che Chiara Saraceno afferma nell’intervista rilasciata a Carlo Di Foggia, venerdì, su questo giornale: tutti i suggerimenti sul Reddito di cittadinanza presentati dal Comitato di esperti da lei presieduto “sono stati ignorati dall’esecutivo”, compresa la proposta di ridurre la durata di permanenza in Italia di migranti che desiderano ricorrere al Reddito: per quanto riguarda “la proposta sugli stranieri ci è stato perfino detto che era ‘improponibile’ per motivi politici e che si preferisce aspettare che sia l’Unione europea a risolvere il problema sanzionandoci”.

Ecco come stiamo messi in Europa, nei rapporti con i singoli Paesi alleati, e di certo anche nella Nato: siamo lì in attesa di “annessioni”, di ordini, sperando in sanzioni il giorno in cui si constaterà che abbiamo sbagliato o i conti o le leggi.

Perfino la data delle elezioni viene fatta entrare nelle chiuse stanze dell’opacità che decidono, in segreto e chissà in quale sede, dei nostri destini.

In questi mesi che precedono la scelta del successore di Mattarella non si parla d’altro: delle elezioni, anticipate o no. Se ne parla nei giornali, nei talk show. Ma aggiungendo ogni volta, sotto forma di monito o di leak, che “l’Europa le elezioni proprio non le gradirebbe”. Perché? In vista di quale guerra incombente, che impone di ignorare le procedure costituzionali e di tener cucite le bocche e le urne?

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Clima, i fallimenti che Draghi nasconde

di venerdì, novembre 5, 2021 0 , , , , Permalink

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 5 novembre 2021

C’è qualcosa di veramente storto nel governo e in gran parte dei nostri giornali (telegiornali compresi) se si comparano i loro giudizi sui risultati del G20 con quelli espressi da giornali stranieri e scienziati: un gran successo per il futuro del clima a sentire Draghi, un compromesso minimo o quasi fallimento secondo chi osserva da fuori.

A lamentarsi delle divisioni che impediscono impegni concreti a riportare il riscaldamento della terra a 1,5 gradi non è solo Greta Thunberg. Il Segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha commentato: “Mentre accolgo con favore l’impegno del G20 verso soluzioni globali, lascio Roma con le mie speranze insoddisfatte, anche se non sepolte per sempre”, per poi rincarare alla Cop26 di Glasgow: “Basta trattare la natura come un gabinetto. Basta bruciare, trivellare e scavare sempre più in profondità. Stiamo scavando le nostre stesse tombe”.

Ancora più severo il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi, intervistato dal «Corriere»: “Se non si realizza un piano dettagliato e condiviso dalle nazioni, è difficile pensare che la promessa sia mantenuta”. Siamo alle prese con “economie nazionali in concorrenza fra di loro. Il problema fondamentale è ‘frenare’ queste economie per rallentare le emissioni e farlo con il consenso delle popolazioni”. Gli italiani fanno abbastanza? “Non vedo la gente che installa pannelli solari sui tetti. A Roma, sui tetti vedo più piscine che celle solari”.

Nemmeno come negoziatore il governo ha fatto abbastanza. L’agenzia Bloomberg scrive che i deludenti risultati del G20 sono dovuti alla cattiva gestione italiana, poco rispettosa dei Paesi – delegazione russa in primis – che non sono nel ristretto gruppo dei G7. Il ministro degli Esteri Lavrov accusa la presidenza italiana del G20 di aver preconfezionato il comunicato finale con i colleghi del G7, mostrandolo in extremis ad altre delegazioni. Un po’ come fa Draghi nei Consigli dei ministri.

È uno dei motivi per cui è caduta, secondo Lavrov, la scadenza del 2050 per l’azzeramento delle emissioni di gas serra: data prevista nel comunicato preconfezionato e che è sostituita da una nebbiosa scadenza: “Attorno alla metà del secolo”. Ogni Stato farà comunque a modo suo, mentre già ora la terra brucia (l’Ue si impegna per il 2050, l’India per il 2070). Conclusione di Bloomberg: “Il team italiano è stato lento nel capire quanto dovesse sforzarsi per convincere Paesi come Cina e Russia, e ha commesso errori che senza necessità hanno infiammato risentimenti”.

È ingannevole anche l’ennesimo euforico annuncio di una tassazione globale delle multinazionali. Lo smonta con argomenti convincenti Nicoletta Dentico sul «Manifesto»: manca “la riflessione sul fatto che il tasso del 15% concordato dal G20 risulta appena superiore alle aliquote medie del 12% nei paradisi fiscali, sicché l’esito finale è quello che trasformare tutto il mondo in un grande paradiso fiscale a partire dal 2023 – l’aliquota delle tasse sulle multinazionali è intorno al 27,46% in Africa, 27,18% in America latina, 20,71 in Ue, 28,43% in Oceania e 21,43 % in Asia: la media globale si assesta intorno al 23,64%”. E conclude: “Senza obblighi vincolanti, e una rotta temporale cogente all’altezza, il G20 consegna alla Cop26 di Glasgow declamazioni senza credibilità, perché ancora orientate alle vecchie ragioni della economia globalizzata piuttosto che a un improrogabile nuovo pensiero sul modello di sviluppo ecologico”.

Alcuni passi avanti sono stati compiuti, anche se il più delle volte confermano impegni solo verbali, cioè già presi anni fa ma non mantenuti. Si riconosce di nuovo che la terra non deve scaldarsi oltre 1,5 gradi, come nell’accordo di Parigi del 2015. Si torna a promettere aiuti ai Paesi poveri che più patiranno delle riconversioni verdi (100 miliardi di dollari all’anno entro il 2025). La data fissata nel 2009 dall’Onu a Copenaghen era il 2020: non è stata rispettata da nessuno dei Paesi sviluppati, che pure sono i grandi predatori delle risorse del pianeta. Visti i precedenti c’è da dubitare che saranno rispettati gli impegni principali presi a Glasgow: freno alle emissioni di metano (ma Cina, Russia e India dissentono) e stop alle deforestazioni.

Difficile in queste condizioni che i cittadini comprendano quel che i governi intendano fare qui e ora. Difficile prevedere come se la caveranno Paesi come l’India e in genere l’Asia, dove vastissime regioni dipendono dal carbone per sopravvivere. Viviamo dilemmi di natura tragica, che i sorrisi compiaciuti di Draghi e la foto da Dolce Vita dei Grandi che gettano monete nella Fontana di Trevi trasformano in incubo.

Tutti questi dilemmi e trionfi dell’inerzia sono chiari a molti, ma il principale dramma viene occultato nelle conferenze stampa ed è geopolitico, come si capisce bene dal commento di Bloomberg. È impossibile che i G20 o i Paesi della Cop26 si accordino seriamente, ingolfati come sono in una nuova guerra fredda che vede Usa e Nato in croniche posture bellicose contro Russia e Cina, con lo scontro su Taiwan che incombe. È improbabile una riduzione drastica di produzione petrolifera nei Paesi nel Golfo, cui la Nato è legata anche militarmente. L’assenza di Putin e di Xi Jinping a Roma e Glasgow è un segno funesto, di cui i leader occidentali dovrebbero rammaricarsi in maniera molto più ragionata e meno bellicosa.

Nella sua rubrica “L’arte della guerra”, sul «Manifesto», il geografo Manlio Dinucci riassume il dilemma geopolitico, spiegando come la rovina non riguardi solo il clima ma anche la corsa agli armamenti nucleari e le recenti manovre nucleari della Nato, in funzione anti-Cina e anti-Russia. Poco prima del G20, il nostro Paese è stato teatro di un’“esercitazione Nato di guerra nucleare Steadfast Noon nei cieli dell’Italia settentrionale e centrale. Vi hanno partecipato per sette giorni, sotto comando il Usa, le forze aeree di 14 Paesi Nato, con cacciabombardieri a duplice capacità nucleare e convenzionale dislocati nelle basi di Aviano e Ghedi. Ad Aviano è schierata in permanenza la 31ª squadriglia Usa, con cacciabombardieri F-16C/D e bombe nucleari B61”.

“Per il clima non c’è più tempo”, s’inquietano i governanti, ma per una guerra nucleare il tempo pare si trovi. Siamo ben lontani dallo spirito del Secondo dopoguerra, quando furono create le Nazioni Unite per metter fine alle impotenze e inerzie della Società delle Nazioni. Chi si meraviglia solo arrabbiandosi e non allarmandosi per l’assenza di Putin e Xi Jinping o è cieco, o mentendo ci imbroglia.

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I miopi signori della necessità

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 9 ottobre 2021

Lo ha proclamato Carlo Bonomi, pochi giorni prima delle amministrative, ed è probabile ne sia ancor più convinto dopo il primo turno di lunedì: questo non è tempo di sperimentazioni, di politiche del possibile, di populismi e sovranismi. Tanto meno di rivoluzioni e assalti ai Palazzi del potere.

Urge – ha specificato nell’ultima assemblea di Confindustria orchestrando la smaniosa ovazione che ha incensato Mario Draghi prima ancora che questi aprisse bocca – “un terzo tipo di uomini: gli Uomini della Necessità”.

Nel regno della Necessità la storia si chiude, la scelta è obbligata, lo scrutinio universale è un esercizio irrilevante, le astensioni al voto diventano addirittura una risorsa (come scrive Travaglio), e il tecnico sostituisce il politico perché l’obiettivo non è di scegliere tra linee diverse su cui il popolo si è espresso ma di applicare l’unica legge (economica, finanziaria, climatica ecc.) rivelatasi universalmente valida. Rigore e produttività, crescita e stabilità: nel quadrangolo perfetto indicato da Bonomi non figurano né la giustizia sociale né il superamento delle disuguaglianze abnormemente dilatate, non sia mai detto che dal quadrangolo si passi a geometrie più complesse e gradite.

La sovranità è un capitolo a parte: solo porsi la questione di chi ha il potere di decidere e a quale livello (nazionale, europeo, Alleanza Atlantica su guerra e pace) ti tramuta in idra sovranista. Quando sono interrogati, gli uomini della Necessità ammiccano benevoli, assicurano che naturalmente ci pensano tanto: alla giustizia sociale, ai costi sociali della transizione ecologica. Ma dirlo spontaneamente meglio no, e farlo non sia mai. Quanto alla sovranità, è materia incandescente che non si nomina. “Un ange passe”, dicono i francesi: pare passi un angelo muto, ma è imbarazzo d’un attimo.

Nasce così la vulgata secondo cui le amministrative avrebbero sgominato populisti e sovranisti: due termini imprecisi escogitati per screditare chiunque si prefigga di dar voce e rappresentanza alle classi popolari, al loro scontento, alla loro rabbia, e soprattutto alle loro attese; o si proponga di sollevare il problema della sovranità, cruciale in tempi di globalizzazione, pandemie, disastri ambientali. C’è molto compiacimento nella cerimonia nera che dichiara moribondi i Cinque Stelle e tramontato il sovranismo inaccuratamente usato da Salvini, anche se Fratelli d’Italia sta prendendo il posto della Lega.

È un compiacimento chimerico, come sempre accade quando si proclama la prevalenza del regno della necessità su quello della libertà. Non si calcolano i milioni di cittadini che avevano puntato sul Possibile – l’assalto al Palazzo evocato da Giuseppe Conte, “che inizialmente non si può fare col fioretto”– e che non smettono di immaginare scommesse anche quando disertano la gara.

Gli astensionisti oltrepassano nelle grandi metropoli il 50%, Bologna esclusa: sono soprattutto elettori delle periferie, delle zone colpite dalle crisi del 2008 e del Covid. Stando all’Istituto Cattaneo sono voti sottratti non tanto a Cinque Stelle e al Sud, stavolta, ma al Nord e alla Lega, che subisce un’emorragia compensata a stento da Giorgia Meloni (un’eccezione è il Veneto di Zaia, sempre in disaccordo con Salvini sul Covid). Gli astensionisti sono tutti coloro che non si sentono rappresentati nel quadrangolo di Bonomi. Chiedevano giustizia sociale e non l’ottengono. Chiedevano forze politiche che osassero il cambiamento, e per questo avevano votato Cinque Stelle nel 2018. Si sono trovati con partiti afoni, dediti alla schiavitù volontaria, messi ai margini come inutili rimasugli dall’Uomo della Necessità che è l’attuale Presidente del Consiglio attorniato da una cerchia di tecnici/consiglieri e sorretto – tramite il ministro del Tesoro Daniele Franco – dalla Banca d’Italia (divenuta, non improvvisamente, attore politico italiano di primo piano).

Draghi non aspirava forse a tanto. Si limita a contemplare le peripezie così spesso suicide dei partiti. Nel frattempo ha fatto capire che le decisioni intende prenderle lui, in una maggioranza spuria, presumendo che i vari partiti e specie i più riottosi si sbriciolino. A forza di ribadire tale intenzione, e di darle l’approssimativo nome di pragmatismo (o realismo, o moderatismo), l’elettore lo ha preso sul serio e ha concluso che il suffragio universale è roba che non vale la fatica, almeno per ora.

Il Partito Democratico di Enrico Letta ha avuto buoni risultati, soprattutto a Napoli e Bologna. A Roma e Torino si vedrà. A Torino è sceso rispetto alle elezioni europee (16,4% invece di 19,8%), e il suo candidato ha ottenuto il 43,8% grazie a molti elettori Cinque Stelle (e perfino a un certo numero di leghisti). Lo stesso a Napoli, dove l’apporto di Cinque Stelle all’elezione di Gaetano Manfredi, fortemente voluto dal suo ex premier Conte, è stato consistente. In attesa del secondo turno si comincia a discutere del rapporto di forze fra Partito Democratico e Cinque Stelle. L’egemonia sembra esser passata al Pd, ma non si sa ancora in vista di quale alleanza strategica, una volta appurato che da solo il Pd va a sbattere. Letta lo sa ma brancola ancora nel buio, perché vorrebbe mettere insieme Calenda, renziani, Bersani, Conte e 5 Stelle, sempre in nome del pragmatismo e delle sue necessità.

Questi tuttavia non sono i tempi del pragmatismo e della Necessità descritti da Bonomi. Sono tempi di trasformazione, di tormenti sociali enormi, di indispensabile ritorno dello Stato nell’economia, dunque della ricerca di uomini del Possibile. Sono tempi in cui occorrerà rivoluzionare le vecchie certezze economiche e i parametri che per mezzo secolo esse hanno imposto.

Per questo fa bene Conte a sottolineare, ogni volta che lo interpellano, che lui non è affatto moderato come viene generalmente descritto ma uno statista con ambizioni radicali di cambiamento.

Chi dà per morto il populismo – cioè il bisogno di rappresentare le classi popolari, oggi in gran parte astensioniste – è come un signore molto miope che per vanità o supponenza si rifiuta di inforcare gli occhiali. Non vedendo la società che ha davanti, dunque non vedendo la realtà, dichiara l’una e l’altra irrilevanti, anzi inesistenti (come Margaret Thatcher nell’87).

La società che ha davanti resta però quella che è: anche se non vota, proprio perché non vota, è un “mondo di sotto” abitato da classi popolari e ceti medi impoveriti che non scompaiono per il solo fatto che per rabbia, stanchezza o noia (spesso è la stessa cosa) non votano più 5 Stelle o non votano più Lega.

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L’oscena resa dei conti ai danni dell’antimafia

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 28 settembre 2021

La parola d’ordine è aspettare le motivazioni, cosa che in Italia dura almeno tre mesi. Un buon motivo per risparmiarsi, nell’immediato, la lettura dei due fogli che contengono il dispositivo della sentenza d’appello sulle trattative Stato-mafia, pronunciata il 23 settembre. Se solo venisse letta, da chi oggi ha l’impressione di prendersi una bella rivincita politico-giornalistica e dichiara morto quel che ha denunciato per anni – il cosiddetto teorema della trattativa Stato-mafia, la “gran mattana”, la “parte molto rumorosa del giornalismo” – si capirebbe subito che per i giudici la trattativa c’è stata, tra mafia e pezzi dello Stato. E che il fatto non solo sussiste (la “violenza o minaccia a corpo politico dello Stato” che caratterizzò la trattativa), ma è giudicato criminale, visto che gli interlocutori mafiosi del negoziato vedono confermate le condanne in primo grado: 27 anni di carcere per Leoluca Bagarella invece di 28; 12 anni per Antonino Cinà, il “postino” che prese in consegna i messaggi del Ros a Vito Ciancimino, li portò a Riina e ne ricevette il papello perché i contraenti statali venissero a conoscenza delle condizioni poste dalla mafia per fermare le stragi in corso. Stragi che non si fermarono, anzi si moltiplicarono, anche se oggi non manca chi definisce utile la trattativa.

Se fosse una serie tv o un film, questa cronistoria dominata dalla lotta alla mafia e dalla sua trasformazione in malavita dedita a lucrare sui disastri economici italiani si concluderebbe con scene inquietanti, ominose: non l’Italia liberata dalla mafia e uno Stato integralmente innocente, ma un Paese che conserva qualcosa di veramente marcio, dove colletti bianchi e politica colludono non invisibilmente con la mafia, specie in questi tempi di pandemia.

La Corte d’appello ne trae conclusioni abbastanza sconcertanti, almeno per ora: non rifiuta il legame nefasto fra trattativa e “violenza o minaccia a corpo politico dello Stato”, ma condanna solo i mafiosi. Coloro che erano all’altro lato del tavolo negoziale – tre ufficiali del Ros – sono assolti perché il fatto criminoso c’è e tuttavia per loro (solo per loro) “non costituisce reato”.

Ma quel che colpisce ancor più della sentenza è l’indecenza della resa dei conti – minacciosa, soddisfatta, saccente – che avviene sui giornali. Nel mirino: tutti coloro che da decenni denunciano le collusioni fra mafia e pezzi dello Stato, nei processi, nei libri o nei giornali. Avrebbero indagato e denunciato per costruire carriere o fondare giornali e partiti. Sono i cattivi demiurghi dell’ossessione mafiosa: i 5Stelle, Marco Travaglio e altri non meno nefandi. S’abbatte sul loro capo la mannaia: è finito il “teorema” sulle collusioni mafia-pezzi dello Stato, finito il “pensiero unico fatto di niente” (Enrico Deaglio su «Domani»). Finita – sulla scia della sentenza – la narrazione capziosa e distruttiva dell’ascesa di Berlusconi, coadiuvato dalla collusione fra il suo luogotenente Marcello Dell’Utri e mafiosi come Stefano Bontade, Totò Riina, Bernardo Provenzano, e poi scendendo per li rami con postini come Cinà e Mangano. Fa impressione vedere come Dell’Utri esca immacolato dal processo Stato-mafia (“non ha commesso il fatto”) e come cada nel dimenticatoio, per gran parte dei commentatori, la sentenza definitiva che inchiodando sia lui sia indirettamente Berlusconi ha condannato in via definitiva Dell’Utri a sette anni di carcere, nel 2014, per concorso esterno in associazione mafiosa e intermediazione fra mafia e Berlusconi. Fa impressione il silenzio sulle azioni malavitose che proseguirono nonostante la trattativa. Per motivi ancora opachi (forse legati alla successione di Mattarella) si diffonde l’opinione, anzi la notizia che, grazie ai governi berlusconiani, la mafia fu sconfitta (Enrico Deaglio).

C’è un punto tuttavia in cui l’indecenza stinge nell’osceno. La resa dei conti precipita nella polvere magistrati o giornalisti che hanno un peso e un seguito. È abbattuta perfino la statua di Nino Di Matteo, con gesto trionfale, nonostante le parole intercettate di Riina che ne commissionava l’assassinio. Ma stranamente, le esecuzioni risparmiano le tante associazioni di cittadini nate sull’onda delle stragi. Una mano colpisce e l’altra resta sospesa in aria, perché non si sporchi troppo. Questo è osceno nella resa dei conti. Di fatto sono punite anche le associazioni ma cum juicio, la lotta è tra potentati politici e mediatici e ha scopi solo politico-mediatici. Di qui il silenzio sui tanti movimenti che combattono le collusioni tra mafia, colletti bianchi, pezzi dello Stato: dall’associazione “Scorte civiche” nata nel 2014 su iniziativa di Salvatore Borsellino alle sue Agende Rosse al movimento “Addiopizzo”. Sono associazioni che indagano non su teoremi, ma su fatti che feriscono ancora i cittadini e la parte migliore, non contaminata, del loro Stato.

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Germania, cercasi mamma perduta

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 25 settembre 2021

Più che una competizione politica, la campagna elettorale tedesca è stata una lunga, stremata cerimonia degli addii.

Addio ai 16 anni di Angela Merkel, eulogia sterminata delle sue ineguagliabili doti, necrologio che da mesi si sovrappone malinconicamente alle analisi su passato, presente e futuro. Non pianto, ma rimpianto che inonda ogni pensiero, paralizzando in anticipo chiunque sia chiamato a succederle alla cancelleria: forse il socialdemocratico Olaf Scholz, forse il democristiano Armin Laschet, in fondo non sembra importare molto. Forse di nuovo alleati, forse invece coalizzati ciascuno con altri partiti: Verdi o Liberali. Con la sinistra – la Linke – le coalizioni restano improbabili: il “nemico rosso” già governa in regioni e città, ma critica troppo la Nato. La logica dell’obituario esige che tutto resti così com’è. Come se ancora ci fosse lei: Mutti come la chiamano i tedeschi – Mamma. Di Mamma ce n’è una sola.

Scialbi tutti e due, Scholz e Laschet, non perché la natura li abbia fatti così, ma perché questa è la legge del necrologio cui si attengono quasi tutti i commentatori, soprattutto fuori dalla Germania. È commisurando le caratteristiche dei candidati al mirabile profilo della Merkel che il commentatore giudica, azzarda ipotesi di coalizioni, di politiche. L’occhio sgranato dei celebranti non vede quel che guarda. Vede solo quello di cui ha fin d’ora nostalgia, l’attimo che vorrebbe fermare perché così bello.

L’attimo di Angela Merkel non è stato eroico. Non è stato nemmeno carismatico, come ricorda lo storico Heinrich August Winkler. Gli attributi che sintetizzano i 16 anni di governo, e che si ripetono con impressionante monotonia, sono: pragmatismo in primis, e uso parsimonioso della parola, senso dell’utile, del management, della modestia.

Questo si cerca oggi di trovare, nei successori e anche ai vertici degli Stati europei: un sosia della Merkel.

Scholz e Laschet vanno bene se la imiteranno, se continueranno a disarmare l’immaginazione, se non saranno lì per risolvere le grandi crisi, ma per arrangiarsi e cavarsela nel breve termine (durchwursteln è l’ottimo verbo tedesco).

Sono anni che Angela Merkel è descritta come egemone in Europa, e oggi più che mai. La modestia pratica elude le ideologie, le visioni di lungo periodo, le scelte trasformatrici che durano nel tempo. Angela era così anche quando viveva nella Repubblica Democratica Tedesca: silenziosa e ligia. Quando i tedeschi dell’Est sfilavano nelle piazze lei non c’era. Fece capolino ben dopo la caduta del Muro di Berlino, quando Kohl la scelse come pupilla.

Il management delle crisi è la dote merkeliana cui oggi si anela, ovunque. Anche quando si espresse con ferocia, e Berlino impartì le direttive alla trojka che piegarono e umiliarono la Grecia, riducendola quasi alla fame con l’assistenza della Banca centrale europea e della Commissione europea.

A volte la monotonia pragmatica s’interruppe, e Mutti improvvisò condotte inedite. Accadde quando annunciò l’uscita dal nucleare, dopo il disastro di Fukushima, ma accrescendo poi la dipendenza da carbone e gas. E accadde soprattutto nel 2015, durante quella che viene chiamata crisi migratoria e fu invece crisi europea sulle migrazioni. La Merkel d’un colpo spalancò le porte ai migranti, soprattutto siriani. Furono circa 1 milione a entrare. Ma durò poco, tanto quanto bastava per ringiovanire un Paese sempre più vecchio. Le porte si richiusero, e Berlino fu la prima nell’Unione a imporre un accordo con la Turchia cui si chiese di non far partire i rifugiati in cambio di 6 miliardi di euro.

Un’altra interruzione dell’utilitarismo pragmatico fu la messa in comune del debito europeo, al culmine della pandemia Covid: una soluzione sempre osteggiata dal dissimulato nazionalismo tedesco. Nato in Germania, l’ordoliberismo esigeva che ogni Paese membro “facesse i compiti in casa” prima di ricevere assistenza dall’Unione ed ecco che d’un tratto Merkel sconfessava gli ordoliberisti, accettava la lettera che Giuseppe Conte aveva scritto assieme ad altri otto leader dell’Unione in favore di una nuova solidarietà europea. Ne nacque il Recovery Plan, particolarmente generoso verso Italia e Spagna.

Ma Mutti non disse mai che la soluzione sarebbe stata strutturale, permanente, e tale da abolire i rigidi parametri fissati a Maastricht e inseriti nei Trattati dell’Unione. Fu un’iniziativa necessaria ma di eccezione, fece capire. E così dicono i successori: da Laschet il democristiano agli aspiranti Tesorieri nei futuri governi di coalizione (tra gli altri: il democristiano Friedrich Merz o il liberale Christian Lindner). Lo stesso Scholz, che forse favorirebbe il superamento di parametri che risalgono agli anni Novanta, non ha mai preconizzato a chiare lettere la loro riscrittura. Lo spettro dell’Unione delle Elargizioni (“Transfer Union”), di cui profitterebbero gli “sperperatori intrappolati nel debito” del Sud Europa, continua a ossessionare le élite tedesche, dalla Banca centrale nazionale all’Unione industriali: una paura cavalcata per anni dalla nuova destra impersonata da Alternativa per la Germania (Afd), nata nel 2013 durante la crisi greca.

Si è anche molto parlato dell’asse fra Macron e Merkel. Ma Berlino in realtà fa da sé, sia nei rapporti con Mosca (di volta in volta freddi e caldi) sia in quelli con la Cina.

La Cancelliera non ha sprecato molte parole neppure quando Emmanuel Macron ha ricevuto da Joe Biden la formidabile sberla che è consistita nell’accordo Usa-Australia-Regno Unito per la fornitura di sottomarini a propulsione nucleare, che ha affossato l’accordo franco-australiano con una mossa imperiale che smentisce ogni ipotesi sul declino Usa dopo il ritiro dall’Afghanistan. Troppo presto è stato scritto che lo schiaffo colpisce l’intera Unione, proprio mentre quest’ultima discute di comune difesa e perfino di autonomia strategica da Washington.

Non ci sarà mai accordo su simile autonomia, fino a quando Parigi non “europeizzerà” la propria atomica e fino a quando gli avamposti orientali dell’Unione (Polonia, Baltici) preferiranno la protezione militare statunitense garantita dalla Nato.

Berlino stessa, di fronte a una scelta radicale, non si farà trascinare in prove autentiche di indipendenza. Adenauer fu messo davanti a questa scelta da De Gaulle, alla fine degli anni Cinquanta, e rispose con un secco No.

Forse verrà il giorno in cui Berlino guiderà la trasformazione dell’Unione. Ma l’Eliseo dovrà cambiare rotta, e per smuoverlo non basterà di certo il pragmatismo tedesco.

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La guerra oscena dei soldi mischiati a valori e sangue

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 20 agosto 2021

Al pari di altri leader europei, Draghi ha speso poche parole sul ritiro di Washington e della Nato dall’Afghanistan. Si è limitato a dire che il rientro degli italiani e dei cooperanti afghani avverrà nel rispetto dei diritti umani, e che una cooperazione mondiale dovrà avere come sede il G20. Ha poi invitato a “riflettere sull’esperienza” passata, ma non ha azzardato alcun tipo di riflessione visto che “non è questa la cosa più importante”.

È la più importante, invece. Sapere perché la guerra d’invasione sia stata inutile oltre che nefasta, e come abbia potuto durare 20 anni, mietere tanti morti, non produrre alla fine altro che caos: rispondere a tali domande è cruciale, altrimenti non proveremo che smarrimento di fronte a un conflitto che finisce in modo così catastrofico: ben più catastrofico di quanto avvenne dopo la guerra di 9 anni condotta dall’Urss. Il governo pro-sovietico sopravvisse qualche anno dopo il ritiro del 1989; il governo di Ashraf Ghani protetto da Washington si è dato alla fuga immediatamente.

Quanto al G20, Draghi e molti suoi colleghi ignorano la necessità di trattare non solo con Russia, Cina e Turchia ma anche e soprattutto con i due Paesi che pesano maggiormente sulle sorti afghane e che tuttavia non sono nel Gruppo dei Venti: l’Iran che ha un lungo confine con l’Afghanistan (4 milioni di Hazara sciiti vivono nel timore), e il Pakistan che è il primo interlocutore-garante dei talebani. Senza di loro la guerra civile afghana è assicurata.

Nessun dirigente europeo ha mostrato di voler imparare dalla disfatta, e infatti la parola sconfitta è assente. Fa eccezione Angela Merkel, che ha ammesso errori ma non ha specificato quali, né quando e perché furono commessi: dunque le sue parole restano vacue. In Europa ci si preoccupa giustamente degli afghani traditi, che fuggiranno dal proprio paese. O del peso esercitato dai talebani sul narcotraffico (Roberto Saviano). O delle donne che potrebbero patire persecuzioni. Ma il vero dramma è occultato: la fine di un’Alleanza Atlantica creata per fronteggiare l’Urss ma che nel dopo Guerra fredda non ha saputo far altro che provocare o indirettamente favorire ulteriori guerre, tutte fallimentari: in Afghanistan, Siria, Iraq, Somalia, Libia, Sahel. L’appoggio sistematico agli integralisti più radicali: contro l’Urss in Afghanistan, contro Assad in Siria. L’incapacità di costruire un sistema di sicurezza internazionale che oltrepassi il multilateralismo – la forma gentile dell’atlantismo – e diventi infine multipolare, composto di potenze non omologabili alle idee di civiltà di volta in volta dominanti in occidente.

I difensori dei diritti delle donne conducono giuste battaglie ma non sempre in buona fede. Non solo perché la politica dei talebani è ancora incerta, ma perché i diritti sono stati in questo ventennio una conquista nelle grandi città, non nei villaggi. Perché sono migliaia le donne e i bambini morti sotto le bombe Usa. Perché l’Afghanistan, come del resto l’Iraq, non ha mai sopportato le aggressioni, anche liberatrici, dei forestieri. E chissà, forse i talebani, o una parte di essi, hanno imparato dalle ultime guerre più cose di noi. Forse daranno vita a governi più inclusivi delle varie etnie, e a forme di pacificazione con i Paesi limitrofi che scongiurino devastanti guerre civili.

La confusione delle nostre menti è rafforzata da ventennali menzogne. Ed è una confusione che persiste perché buona parte delle sinistre e dei commentatori sono figli più o meno consapevoli del pensiero neo-conservatore, del suo falso umanitarismo, delle teorie sullo scontro fatale tra culture. Tessono le lodi di Gino Strada, ma in cuor loro sperano che alle guerre infinite facciano seguito guerre civili altrettanto infinite, che diano diritti alle donne bombardandole.

Riflettere sull’esperienza passata vuol dire fare il punto sulle origini di una guerra che apparentemente fu una risposta all’attentato dell’11 settembre 2001. Fu la prima finzione, subito seguita dalle menzogne sulle armi di distruzione di massa detenute da Saddam in Iraq. Gli attentatori dell’11 settembre trovarono rifugio in Afghanistan ma erano legati all’Arabia Saudita, alleata di Washington.

Un’altra bugia riguarda il denaro “speso in Afghanistan”: oltre 3000 miliardi di dollari. Non sono stati spesi “in Afghanistan”. Hanno arricchito rappresentanti dei governi fantoccio, e in primo luogo le industrie delle armi in Usa ed Europa. Andrew Cockburn spiega bene come il complesso militare-industriale esca non perdente ma vincente dal conflitto, avendo accumulato profitti enormi dalla vendita di armi spesso inutilizzabili («The Spectator», agosto 2021). Il caso più spettacolare: la vendita degli aerei da trasporto italiani G-222, comprati dagli Usa per questa guerra (500 milioni di dollari). John Sopko, l’Ispettore Generale per la Ricostruzione Afghana nominato nel 2012 dal Congresso Usa ha rivelato: “I G-222 erano aerei del tutto inadeguati, inadatti alle altitudini e al clima”. I loro relitti giacciono oggi nei pressi dell’aeroporto di Kabul. La sentenza di Sopko: “La ricostruzione afghana è un villaggio Potemkin”. Una finzione.

Biden ha mantenuto la promessa del ritiro, anche se la gestisce male, ma quel che dice sulla colpa del governo e dell’esercito di Kabul è in minima parte verosimile (“Le truppe americane non dovrebbero combattere e morire in una guerra che le forze afghane non sono disposte a combattere per conto proprio”). Se gli afghani non erano “disposti” è colpa di quattro amministrazioni Usa che li hanno male attrezzati e infine abbandonati.

Dopo aver fatto il guaio, i belligeranti temono ora i suoi effetti inevitabili: l’arrivo dei profughi. Macron chiede di “irrobustire” i confini contro i “flussi migratori irregolari”, come se i profughi avessero il tempo di verificare la “regolarità” della loro fuga. La speranza è di mantenere, come se nulla fosse, gli accordi sui respingimenti negoziati fra Ue e Kabul nell’ottobre 2016 (Joint Way Forward on migration issues).

La parola d’ordine è dunque: guardare avanti, non attardarsi in autocritiche. Non imparare dagli errori, ma commetterne di nuovi preservando strutture fallimentari come la Nato, proteggendo le lobby militari che mischiano oscenamente “valori” e guerre, tuonando contro la Cina che minaccia Taiwan. Il vuoto di riflessioni non promette niente di buono. La spedizione in Afghanistan finisce ma già gli apparati militari-industriali d’occidente si preparano a future guerre, dirette o per procura.

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Draghi, parole introvabili

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 24 luglio 2021

È improbabile che il presidente del Consiglio sia privo di proprie idee, ma sta di fatto che pur dovendo tener conto di una maggioranza sconnessa, egli le esprime in maniera spesso confusa e non sempre competente. È confuso quello che ha detto giovedì sui green pass obbligatori, ed è anche poco chiaro l’annuncio di un voto di fiducia che blinderà la riforma giudiziaria eliminando ogni emendamento al testo Cartabia. Ripetendo quasi testualmente l’accusa che Biden lanciò il 16 luglio a Facebook (divulgando disinformazioni vaccinali i social “uccidono gente”) Draghi ha lanciato il suo anatema: “L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire”. Frase piuttosto sgangherata, non informativa e solo in parte efficace. Qualsiasi incoraggiamento alla vaccinazione è auspicabile, ma toni così genericamente minatori potrebbero confortare le posizioni dei contrari e soprattutto irrigidire gli esitanti. Inoltre il green pass italiano che garantisce tutte le libertà dopo una sola dose di vaccino è tutt’altro che rassicurante, visto che secondo uno studio britannico la prima dose di Pfizer proteggerebbe da infezioni sintomatiche solo il 33 per cento (sarebbe efficace all’88 per cento dopo la seconda dose). Non meno insicuro il tampone con esito negativo effettuato 48 ore prima per beneficiare degli stessi privilegi offerti dalla vaccinazione incompleta.

Se lo scopo è quello di aumentare le somministrazioni, la scommessa del pass ha un suo senso. Non ne ha ed è anzi nefasta se non si comincia a fornire qualche dato agli scettici del vaccino, invece di bollarli indistintamente come branco di assassini. Se non si ricomincia a prendere sul serio il principio di precauzione (malauguratamente abbandonato in gran parte d’Europa da oltre un decennio: era incompatibile con i tagli alla spesa pubblica e alla ricerca) e se non si dice come stanno davvero le cose a proposito di un vaccino che evita fortunatamente forme gravi e decessi, ma che funziona in modo meno efficace per quanto riguarda la circolazione, specie a fronte della contagiosissima variante Delta oggi prevalente. L’obiettivo insomma non dovrebbe essere solo vaccinare, ma bloccare le contaminazioni con strumenti tuttora irrinunciabili come il distanziamento, l’uso delle mascherine e anche eventuali chiusure selettive. Biden si è scusato per le accuse di omicidio lanciate ai social. Sarebbe opportuno che anche Draghi ritirasse l’anatema e parlasse in maniera più razionale con chi non si fida dei vaccini. È quanto consigliato dal presidente del Consiglio superiore di sanità e del Cts Franco Locatelli (“Alla paura della cura si risponde con la cura della paura”).

Anche sulla riforma Cartabia, che sarà blindata con un voto di fiducia, regna la confusione. In un primo momento Draghi ha taciuto, anche se l’8 luglio fece capire ai ministri 5Stelle che il governo sarebbe saltato senza il loro assenso. La riforma sarà forse modificata, ma per ora il presidente del Consiglio sembra ignorare le critiche durissime espresse dal Consiglio superiore della magistratura, oltre che da singoli magistrati, costituzionalisti e avvocati (Nicola Gratteri, Cafiero De Raho capo dell’Antimafia, Massimo Villone, Pier Camillo Davigo, Gian Carlo Caselli, Alessandra Dolci, Giuseppe De Carolis, Franco Coppi).

Queste le forme che sta assumendo la Restaurazione inaugurata da Draghi: tornano in auge personaggi che hanno ispirato politiche e analisi fallimentari durante e dopo la crisi del 2007-2008 e che nulla hanno saputo dire sulla pandemia, sul clima, sulla rovina di una mondializzazione interamente affidata all’arbitrio dei mercati. È stata estromessa come consigliere di Palazzo Chigi un’economista innovativa come Mariana Mazzucato, ma in compenso sono rientrati nelle stanze del potere neoliberisti in parte screditati come Franco Bernabè, Francesco Giavazzi, e perfino Elsa Fornero che fallì la riforma delle pensioni.

Per rendere ineluttabile quello che è evitabile si insiste sul fatto che “è l’Europa a chiedercelo”, in cambio del Recovery Plan: a volere questa riforma giudiziaria che potrebbe mandare al macero il 50% dei processi dopo averne allungata la durata in modo che dopo 2/3 anni, in appello, scatti la prescrizione chiamata nel frattempo improcedibilità. E sarebbe ancora una volta l’Europa a imporre che sia il Parlamento, cioè la politica, a fissare le azioni penali prioritarie (una “piccola e micidiale novità” che viola l’articolo 112 della Costituzione e mina l’indipendenza della giustizia, afferma il costituzionalista Villone in sintonia con il Csm).

L’Europa non chiede nulla di tutto questo. Siamo in presenza di fake news allo stato puro, diffuse da giornalisti e politici sempre così pronti a insultare i social. L’Ue chiede processi più rapidi, ma da anni critica le prescrizioni facili e nel febbraio 2020 la Commissione europea promosse la riforma Bonafede.

C’è ancora chi si dice convinto che le fake news nascano solo nei social. Ma che dire degli editoriali giornalistici e televisivi osannanti la Restaurazione di Draghi e che propinano contro-verità? Che dire quando gli stessi giornalisti incensano gli oracolari silenzi o le sprezzature del presidente del Consiglio continuando a trattare con sufficienza i frequenti discorsi tenuti da Conte fin dall’inizio della pandemia? Varrebbe invece la pena ricordare meglio quell’inizio 2020. Conte fu il primo in occidente a scegliere di fronteggiare con metodi coercitivi una pandemia colossale: impresa non scontata nelle democrazie costituzionali.

Questo sarebbe il momento di trovare parole appropriate e persuasive: sulla giustizia, sul Covid, sul clima. Sembra che quelle parole Draghi non riesca a trovarle.

Per avviare un dialogo vero con tutti gli italiani anziché dividerli, occorre avere conoscenza, idee che si affinano nel contraddittorio, audacia nel fornire dati affidabili. Si potrebbe ricordare che più circola il virus, anche se non letale tra i giovanissimi, più si sviluppano nuove mutazioni fino al giorno in cui apparirà la variante che sfuggirà ai vaccini esistenti. Oppure si potrebbe spiegare che il “Covid lungo” non è una passeggiata, per un giovane non vaccinato che si infetti anche leggermente.

Dicono che Draghi è disinteressato al consenso. Ne dubitiamo. Le sue parole sono somministrate come ostie, anche se vuote. Se il consenso gli fosse indifferente non si presenterebbe e non sarebbe percepito come l’onnisciente che non è.

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Il M5S in preda al Comma 22

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 11 luglio 2021

Il Comma 22 è la trappola che i 5 stelle hanno deciso di tendere a sé stessi, il giorno in cui i propri ministri hanno approvato la sbilenca riforma Cartabia con ripristino della prescrizione. La logica della sopravvivenza richiederebbe che il M5S smentisca i ministri in Parlamento e che Draghi sia abbandonato al suo destino, se la legge passerà. Ma non sarà questa la scelta perché il fondatore Grillo continua a sostenere Draghi “whatever it takes”, e perché Conte è un leader che al momento può solo parlare, non agire. Questo il “Catch 22”, e in gioco non è solo l’affossamento della riforma Conte-Bonafede. Sono in gioco il decreto dignità, il reddito di cittadinanza, oltre a tutto ciò che il Movimento ha già perduto. Dicono le cronache che Draghi avrebbe detto, ultimamente: “Senza il M5S il governo non esiste”. Davvero? Ne ha bisogno per cosa, se non per il Quirinale? L’occasione per alzare la testa il Movimento l’avrebbe. Ma finché di teste ne ha due non può far altro che affogare.

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