Unacceptable statements by the President of the European Parliament Antonio Tajani

di lunedì, febbraio 18, 2019 0 , , Permalink

Demanding immediate resignation of Antonio Tajani, president of the EU parliament, petizione promossa dal sindacato sloveno dei pensionati e cofirmata anche da Barbara Spinelli. Qui la lettera dei promotori.

Lista dei primi firmatari:

  1. Davor Bernardić, president of SDP Croatia and MP of Croatian Parliament
  2. dr. Borut Bohte, professor at the Faculty of Law, University of Ljubljana
  3. Biljana Borzan, European MEP SDP Croatia/S&D
  4. dr. Milan Brglez, Slovenian MP and former President of the National Assembly of the Republic of Slovenia
  5. Neda R. Bric, actress and director
  6. Jan Cvitkovič, film director
  7. dr. Gabi Čačinovič Vogrinčič, psychologist and professor at the Faculty of Social Work, University of Ljubljana
  8. Mitja Čander, editor and essayist
  9. Tanja Fajon, MEP SD Slovenia/Vice-President of the S&D Group in the European Parliament
  10. Knut Fleckenstein, MEP SPD Germany/S&D
  11. Spomenka Hribar, Slovenian author, philosopher, sociologist and public intellectual
  12. Zoran Janković, Major of Ljubljana
  13. Roni Kordiš – Had, Slovenian blogger
  14. Jadranka Kosor, former Prime Minister of the Republic of Croatia
  15. Jurij Krpan, artistic director of the Kapelica Gallery Ljubljana
  16. Milan Kučan, former President of the Republic of Slovenia
  17. dr. Branko Marušič, Slovenian historian
  18. Stjepan Mesić, former President of the Republic of Croatia
  19. Matjaž Nemec, Slovenian MP and Chair of the Committee on Foreign Policy in the National Assembly of the Republic of Slovenia
  20. Tonino Picula, MEP SDP Croatia/S&D
  21. dr. Ciril Ribičič, a distinguished professor at the University of Ljubljana and a former constitutional judge
  22. ddr. Rudi Rizman, a distinguished professor at the University of Ljubljana and the University of Bologna
  23. Tatjana Rojc, Senator in the Italian Parliament in Rome
  24. Aldo Rupel, writer, sports teacher and translator
  25. dr. Vasilka Sancin, associate professor at the Faculty of Law, University of Ljubljana
  26. Jožef Školč, former President of the National Assembly of the Republic of Slovenia
  27. Davor Škrlec, MEP Greens/EES
  28. Marko Sosič, writer and director
  29. Barbara Spinelli, MEP Confederal Group of the European United Left – Nordic Green Left
  30. dr. Igor Šoltes, MEP Greens/EES
  31. Aleš Šteger, writer
  32. dr. Danilo Türk, former President of the Republic of Slovenia
  33. dr. Marta Verginella, Slovenian historian from the Slovene minority in Trieste/Italy
  34. dr. Patrick Vlačič, former Minister of the Government of the Republic of Slovenia and associate professor at the Faculty of Maritime Studies and Transport of the University of Ljubljana
  35. Lenart Zajc, writer
  36. mag. Dejan Židan, President of the Social Democrats and the National Assembly of the Republic of Slovenia
  37. Josef Weidenholzer, MEP SPÖ Austria/Vice-President of the S&D Group in the European Parliament

Uso sproporzionato della forza nelle manifestazioni

Strasburgo, 14 febbraio 2019. Dichiarazione di Barbara Spinelli a seguito del voto sulla proposta di Risoluzione di PPE, ALDE e ECR sul diritto di manifestazione pacifica e sull’uso proporzionato della forza. 

La Risoluzione è stata adottata con 438 voti a favore, 78 voti contrari e 87 astensioni.

Ho accolto con favore la decisione del Parlamento Europeo di sostenere la proposta, avanzata dal nostro gruppo, di avere un dibattito in plenaria, e relativa risoluzione, sul diritto di manifestazione pacifica e sull’uso proporzionato della forza. Deploro tuttavia l’atteggiamento eccessivamente timido adottato nella risoluzione congiunta presentata da PPE, ALDE e ECR.

Ho condiviso appieno e sostenuto con forza la condanna, presente nella risoluzione, del ricorso a interventi violenti e sproporzionati da parte delle autorità pubbliche in occasione di proteste e manifestazioni pacifiche. Tuttavia, simile condanna rimane lettera morta se non accompagnata da obblighi corrispondenti e incontrovertibili in capo agli Stati membri, come il chiaro impegno a proibire l’uso di alcuni tipi di armi “meno letali” (flashball LBD40, granate GLI F4) da parte delle autorità di contrasto, da cui possano derivare gravi lesioni dalle conseguenze permanenti. Tale richiesta era espressamente inclusa nella nostra proposta di risoluzione e negli emendamenti presentati sia dal Gruppo GUE/NGL sia dal gruppo Verdi/Ale. È per queste ragioni che ho votato, insieme ai deputati Verdi/Ale, contro il testo proposto.

*** 

Strasburgo, 11 febbraio 2019. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo.  

Punto in agenda:

  • Diritto di manifestare pacificamente e uso proporzionato della forza
    Dichiarazione della Commissione

 Presenti al dibattito:

  • Karmenu Vella – Commissario europeo per l’Ambiente, gli affari marittimi e la pesca

L’uso sproporzionato della forza contro le manifestazioni e leggi di natura liberticida concernenti il diritto alla protesta si diffondono nei Paesi membri dell’Unione e dobbiamo occuparcene, anche se la competenza è degli Stati nazionali. Ce ne occupammo in una risoluzione parlamentare del 2002, che deplorò la sospensione di diritti dei dimostranti contro il G8 a Genova, sospensione di cui il governo italiano si era reso responsabile nel 2001.

Quando vengono usate armi con effetto mutilante o anche letale contro i manifestanti (flashball LBD40, granate GLI F4) è chiaro che sono violati diritti europei. Penso agli articoli della Carta europea sul diritto all’integrità fisica e mentale, alla libertà di assemblea e di espressione. La rule of law non è solo osservanza delle leggi. È anche tutela di questi precisi diritti, non meno inviolabili nel mantenimento dell’ordine. Tali armi vanno bandite nello spazio dell’Unione.

Le parole usate dal governo francese per descrivere l’insieme dei manifestanti Gilets Jaunes – “casseurs”, “factieux”, “brutes” – echeggiano le accuse di sedizione violenta contro i prigionieri politici catalani e stridono con il nostro ordine giuridico.

 

Allegati:

Testo finale della Risoluzione adottata dal parlamento

Testo della proposta di risoluzione comune presentata da S&D, Verdi/ALE e GUE/NGL

Testo della proposta di risoluzione presentata dal GUE/NGL

Gli emendamenti 6-14 e 15-21 alla risoluzione presentati dal GUE/NGL

Comunicato stampa del GUE/NGL diramato dopo il voto

Risoluzione sulla Carta dei diritti fondamentali UE

Strasburgo, 11 febbraio 2019. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo.  

Punto in agenda:

  • Discussione congiunta – Attuazione di disposizioni del trattato

Presenti al dibattito:

  • Frans Timmermans – Primo vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per la migliore legislazione, le relazioni interistituzionali, lo stato di diritto e la carta dei diritti fondamentali

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatore, per il Parlamento europeo, della Relazione sull’attuazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nel quadro istituzionale dell’UE.

Intervento di Apertura – Presentazione del Relatore

Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei spiegare quali sono stati gli obiettivi di fondo che ho perseguito, nel lungo lavoro sulla relazione riguardante l’attuazione della Carta dei diritti fondamentali.

C’è un punto sul quale ho insistito in modo particolare ed è che l’Unione non deve avere un atteggiamento passivo verso i diritti sanciti dalla Carta: non deve limitarsi a scongiurare eventuali violazioni di tali diritti, ma deve adoperarsi attivamente per la loro promozione e il loro sistematico e preliminare accorpamento in tutti i provvedimenti e le decisioni adottati dall’Unione. Non si tratta solo di un obbligo discendente dal diritto internazionale dei diritti umani, ma di un dovere espressamente sancito nella Carta stessa.

La Carta ha certamente rappresentato un punto di svolta nell’integrazione europea, ma la sua adozione non può e non deve essere considerata come traguardo finale: la natura della Carta è evolutiva, influenzata dalle leggi internazionali e dalla giurisprudenza delle Corti europee. È la piena concretizzazione dei diritti in essa sanciti l’obiettivo cui bisogna ambire costantemente.

Non dico questo a caso. Lo dico partendo dalla convinzione che la crisi dell’Unione è troppo vasta, e il divario creatosi fra cittadini e istituzioni europee troppo profondo, perché non si faccia il punto della situazione partendo proprio dai cittadini, dal loro malcontento, dalla loro sensazione di essere ignorati nei loro diritti. In molte politiche europee, i diritti elencati nella Carta non hanno lo spazio che viene formalmente garantito loro dalla legge europea oltre che dalla giurisprudenza della Corte di giustizia. Spesso sono addirittura ignorati, soprattutto quando sono in gioco i diritti sociali e il rapporto fra questi ultimi e le esigenze legate alla competitività nel mercato unico. Sono ignorati anche i diritti di chi, non importa se irregolarmente o regolarmente, entra e risiede nel territorio dell’Unione e dunque è parte del nostro sistema giuridico. Di qui il mio appello a porre in essere sistematiche valutazioni di impatto sui diritti, preliminari ed ex post, ogni volta che vengono adottate politiche in aree cruciali come le politiche di stabilità economica – specie nell’eurozona – le politiche commerciali e gli accordi con Paesi terzi firmati dall’Unione, la politica migratoria. Questioni in parte già presenti nella relazione ma che ripropongo in alcuni emendamenti per la plenaria, tanto sulla cosiddetta governance economica quanto sui rifugiati e migranti, il cui diritto al non-refoulement siamo chiamati a rispettare per legge.

L’obiettivo di questo testo è di chiarire il ruolo della Carta, mettendo in luce le difficoltà che continuano a sorgere nella sua attuazione piena. Lo stress test è uno strumento usato per sondare la tenuta delle banche. Dovremmo cominciare a usare test analoghi anche per la tenuta dei diritti fondamentali. Il mio intento è fornire spunti e proposte che non dovrebbero essere controversi, e che possano consolidare la promessa solenne fatta ai nostri cittadini con l’adozione della Carta quale fondamento normativo dell’Unione e indispensabile complemento dei trattati: la promessa di costruire una comunità fondata sul rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e dei diritti umani.

***

Intervento di chiusura a conclusione del dibattito – Replica del Relatore

Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei concludere insistendo sulla crisi dell’ultimo decennio. Essa ha accentuato poteri di indirizzo e controllo della Commissione che in molti Stati membri non sono sempre ritenuti legittimi e democratici. Si tratta di restituirle questa legittimità, molto fragile senza un più sistematico riferimento alla Carta.

Il Commissario Malmström ha detto una volta che, nel negoziare il TTIP, l’esecutivo europeo non poteva tener conto delle obiezioni provenienti dalla società civile. Disse: “Non ho ricevuto un mandato dal popolo europeo”. Ovvio che in questo modo le istituzioni UE appaiano lontane, ostili ai movimenti dal basso.

Alla sfida del sovranismo occorre rispondere con una sovranità che sia condivisa, sì, ma fondata sulle esigenze dei vari popoli di veder rispettati i propri diritti sociali e civili. Se non ne teniamo conto, se creiamo a uso elettorale una contrapposizione fra sovranisti ed europeisti, per forza cadremo nel linguaggio non più politico ma teologico in cui è caduto Donald Tusk, secondo cui ci sarebbe uno speciale posto all’inferno per chi in Gran Bretagna negozia male l’uscita dall’Unione. Dimenticheremo che al centro della questione Brexit ci sono i diritti e la legge primaria europea, come spiegato molto bene dalla collega Julie Ward (gruppo S&D), non una specie di giudizio universale realizzato nella storia, e prima del tempo.

***

In data 12 febbraio 2019 il Parlamento europeo ha approvato la Risoluzione sull’attuazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nel quadro istituzionale dell’UE, Relatore Barbara Spinelli (GUE/NGL).  

La Relazione è stata adottata con 349 voti a favore, 157 voti contrari e 170 astensioni.

A seguito del voto Barbara Spinelli ha dichiarato:

«Con l’adozione di questa Relazione il Parlamento europeo ha formalmente riconosciuto la necessità di attribuire maggiore centralità alla Carta dei diritti fondamentali nel processo politico e decisionale dell’Unione e di permettere ai diritti sociali in essa iscritti di uscire dall’ombra, conferendo loro una legittimazione rafforzata.  Mi rammarico tuttavia del fatto che la maggioranza dei gruppi politici, compreso purtroppo il gruppo socialista, non abbia colto appieno questa opportunità per trasmettere un messaggio ancora più forte e incontrovertibile, e abbia deciso di bocciare la maggior parte degli emendamenti presentati congiuntamente dal mio Gruppo politico e dai Verdi/ALE: emendamenti volti tanto a riaffermare gli obblighi positivi discendenti dalla Carta di promozione attiva dei diritti e dei principi in essa contenuti, quanto a estendere il suo ambito di operatività, a sottolineare con maggiore incisività il ruolo che la Carta dovrebbe avere nella governance economica e nella politica migratoria, così come il ruolo dei diritti umani nella politica commerciale, e a rafforzare gli strumenti intesi a garantirne l’osservanza».

Allegati:

Risoluzione del Parlamento europeo del 12 febbraio 2019 sull’attuazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nel quadro istituzionale dell’UE (2017/2089(INI))

Emendamenti 003-007

Emendamenti 008-017

Gli anni bellissimi del Presidente Conte

COMUNICATO STAMPA

Strasburgo, 12 febbraio 2019. Barbara Spinelli (GUE/NGL) è intervenuta nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo nella “Discussione con il Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica italiana Giuseppe Conte sul futuro dell’Europa”, alla presenza del Commissario europeo Jyrki Katainen.

Di seguito l’intervento:

Ho una domanda, caro Presidente Conte.

Siccome non vedo l’Unione capace allo stato attuale di divenire una Comunità solidale e non discriminatoria, né sulla migrazione né sulle regole di bilancio. Siccome non credo che il reddito di cittadinanza, pure indispensabile in Italia, sia in grado di superare i difetti del sussidio Harz IV, ormai riconosciuti nella stessa Germania. Siccome vedo che la destra estrema sta prendendo il sopravvento sui Cinque Stelle, imponendo la propria agenda su punti cruciali, vorrei chiederle – e la domanda è seria perché temo il momento in cui la Lega abbraccerà forze di destra che vogliono la caduta del suo governo, porti ancora più chiusi e strategie di regime change in Venezuela: sulla base di quali previsioni, di quale studio della realtà, di quali dati di fatto ritiene, come ha detto il primo febbraio in un’intervista, che quest’anno e gli anni successivi saranno “bellissimi”?

Letter in defence of a political dialogue in Venezuela

di martedì, febbraio 5, 2019 0 Permalink
Lettera firmata da 39 deputati e diretta al Presidente del Consiglio Europeo (Donald Tusk), alla Presidenza del Consiglio dell’Ue (Romania, attuale primo ministro Vasilica Viorica Dăncilă) e ai rappresentanti permanenti degli Stati Membri dell’Ue:

Letter in defence of a political dialogue in Venezuela, guaranteeing that Latin America and the Caribe remains a Zone of Peace

Brexit, ora arriva l’inferno delle incertezze

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 17 gennaio 2019

 

Il voto di martedì sera alla Camera del Comuni è stato un colpo particolarmente duro per Theresa May – non ci aspettava un’opposizione così massiccia alla sua linea negoziale sulla Brexit – ma è lungi dall’essere chiarificatore. Ancora non è dato sapere quale sarà l’alternativa che raccoglierà il consenso del Parlamento, quanto tempo il premier resterà in carica, cosa voglia esattamente la maggioranza dei deputati, dopo aver detto quello che non vuole. Il negoziatore dell’Unione, Michel Barnier, non intende negoziare un nuovo trattato di separazione, soprattutto per quanto riguarda la questione nord irlandese e i diritti dei cittadini, e una Brexit nel caos – un no-deal Brexit – si fa più minaccioso e probabile.

È soprattutto per il Nord Irlanda che la prospettiva del no-deal sarebbe nefasta. L’accordo negoziato con Theresa May era congegnato in maniera tale da tutelare il Good Friday Agreement, che nel 1998 mise fine a decenni di sanguinose guerre in Nord Irlanda, conferendo ai nord irlandesi il diritto di proclamarsi cittadini della Repubblica di Irlanda oltre che della Gran Bretagna, e di rimanere de facto e de jure, dopo il Brexit, dentro l’Unione europea. Un’uscita senza accordo rappresenterebbe una lesione dell’accordo del Venerdì Santo, e non è da escludere che prima o poi una maggioranza di nord irlandesi sceglierà la via di un referendum sulla riunificazione dell’Irlanda, pur di evitare una rigida frontiera fra le due parti dell’isola e di restare in Europa e nel suo ordinamento giuridico

Ma anche per i cittadini europei nel Regno Unito, e per gli inglesi che vivono nell’Unione, l’orizzonte è scuro. L’assenza di un Withdrawal Agreement li priverebbe in poco tempo di tutti i diritti legati alla libertà di movimento di cui hanno sin qui goduto (previdenza sociale, permessi di lavoro, riconoscimento delle qualifiche personali, ricongiungimenti familiari, ecc). Dal limbo conosciuto negli anni successivi al referendum sulla Brexit passerebbero all’inferno dell’incertezza legale. Difficile dire come si potrà uscire da questa massiccia sconfessione della linea dell’esecutivo senza che il popolo britannico sia di nuovo interpellato, restituendo spazio e voce a chi nel 2016 aveva votato contro la Brexit (non solo Nord Irlanda ma anche Scozia, Gibilterra, Londra).

Se il no-deal sarà confermato – o se la Brexit non verrà revocata – l’Unione non avrà praticamente armi per difendere i propri cittadini, che dal giorno alla notte diverranno cittadini di Paesi terzi. Legalmente potrà impegnarsi solo negli ambiti in cui sarà in grado di esercitare, e sin da principio, un’influenza. Quel che si spera è che preservi unilateralmente, come primo atto, i diritti dei residenti inglesi nel proprio territorio: raccomandando l’allineamento delle procedure nazionali in materia di residenza e permessi di lavoro alle “migliori pratiche” già prospettate in alcuni Paesi membri, garantendo che tali diritti includano non solo il soggiorno nei singoli Stati ma anche il libero movimento nell’intero spazio dell’Unione.

Ben più grave il caso dei cittadini europei in Gran Bretagna: sono più di 3 milioni, e in uno scenario no-deal diverranno vittime, come già purtroppo lo sono i cittadini di Paesi terzi, dell’ambiente ostile – hostile environment – promosso esplicitamente da Theresa May nel 2012, quando era ministro dell’Interno (gli italiani residenti in Gran Bretagna, iscritti o no all’Aire, sono circa 675.000). Le promesse fatte dal primo ministro potranno essere revocate dal Parlamento d’un solo colpo, quando vorrà. Solo un trattato internazionale che salvaguardi i diritti iscritti nel Withdrawal Agreement darebbe ai cittadini europei in Gran Bretagna le certezze legali che essi chiedono con insistenza da anni. Il ringfencing dei diritti – la loro messa in sicurezza – è possibile se l’Unione, oltre a proteggere unilateralmente i residenti inglesi in Europa, condizionerà i negoziati sulle future relazioni a un preliminare accordo bilaterale Unione-Regno Unito che sia equiparabile a un trattato internazionale vincolante, e che preservi e migliori il capitolo diritti del Withdrawal Agreement. Anche per questo è cruciale dare alla Gran Bretagna più tempo, oltre la data di recesso del 29 marzo, per uscire dalle difficoltà presenti in modo da non distruggere due anni di negoziato con l’Unione e salvaguardare sia i cittadini post-Brexit, sia l’accordo del Venerdì Santo.

© 2019 Il Fatto Quotidiano

L’incubo di uno scenario no-deal

Strasburgo, 16 gennaio 2019. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo. 

Punto in agenda:

Recesso del Regno Unito dall’UE

  • Dichiarazioni del Consiglio e della Commissione

Presenti al dibattito:

  • Melania-Gabriela Ciot – Segretario di Stato per gli Affari europei (Presidenza rumena del Consiglio dell’UE)
  • Frans Timmermans – Primo vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per la migliore legislazione, le relazioni interistituzionali, lo stato di diritto e la carta dei diritti fondamentali
  • Michel Barnier – Capo negoziatore incaricato di preparare e condurre i negoziati con il Regno Unito a norma dell’articolo 50 del TUE

 

La prospettiva di un non-accordo su Brexit rappresenterebbe una lesione grave del Good Friday Agreement, su cui i cittadini nord irlandesi finiranno col pronunciarsi. Ma anche per i cittadini europei nel Regno Unito, e per gli inglesi che vivono nell’Unione, l’orizzonte è scuro. L’assenza di un Withdrawal agreement li priverebbe di tutti i diritti legati alla libertà di movimento. Dal limbo di questi anni passerebbero all’inferno dell’incertezza legale. Difficile dire come si potrà uscire da questa massiccia sconfessione della linea dell’esecutivo senza che il popolo sia di nuovo interpellato.

Comunque, se il no deal sarà confermato, e il Brexit non revocato, la Commissione, il Consiglio e il Parlamento dovranno impegnarsi negli ambiti in cui possono esercitare subito un’influenza, e preservare unilateralmente, come primo atto,  i diritti dei residenti inglesi: raccomandando l’allineamento delle procedure nazionali alle best practice già prospettate in alcuni Paesi membri, e garantendo loro il libero movimento nell’Unione.

Ben più grave il caso dei cittadini europei in Gran Bretagna: sono più di 3 milioni, e in uno scenario no deal diverranno vittime, come già purtroppo lo sono i cittadini di Paesi terzi, dell’ambiente ostile promosso dai Tory fin dal 2012. Le promesse fatte recentemente da Theresa May potranno essere revocate dal Parlamento d’un solo colpo, quando vorrà.

Solo un trattato internazionale che salvaguardi i diritti iscritti nel Withdrawal agreement darebbe loro certezza legale. Il cosiddetto ringfencing dei diritti – la loro messa in sicurezza – è possibile se l’Unione, oltre a proteggere unilateralmente i residenti inglesi in Europa, condizionerà i negoziati sulle future relazioni a un preliminare accordo bilaterale Unione-Regno Unito che preservi e migliori il capitolo diritti contenuto nel Withdrawal agreement. Anche per questo è cruciale dare alla Gran Bretagna più tempo, per uscire dalle presenti difficoltà.

Pacchetto asilo: il Consiglio è colpevole di omissione di atti dovuti

COMUNICATO STAMPA

Strasburgo, 15 gennaio 2019

Barbara Spinelli (GUE/NGL) è intervenuta nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo dedicata alla discussione sulla “Riforma della politica dell’UE in materia di asilo e migrazione alla luce della perdurante crisi umanitaria nel Mediterraneo e in Africa”.

 L’intervento è stato pronunciato a seguito delle dichiarazioni del Consiglio, rappresentato dal Segretario di Stato per gli Affari europei (Presidenza rumena del Consiglio dell’UE) Melania-Gabriela Ciot, e della Commissione, rappresentata dal Commissario europeo per la Migrazione, gli affari interni e la cittadinanza Dimitris Avramopoulos.

«Sempre diciamo che la nostra è un’Unione fondata su diritto. È falso: sulle politiche migratorie non siamo un’unione e violiamo il diritto europeo e internazionale. I soli regolamenti su cui insiste il Consiglio sono quelli securitari – guardia frontiera, rimpatri – che esternalizzano gli obblighi d’asilo.

I dossier basati sulla solidarietà: tutti in blocco seppelliti. È passato un anno e mezzo e il Consiglio ancora non è in grado di presentarci controproposte su Dublino Quattro. Gli altri dossier – qualifiche per protezione internazionale, reinsediamenti – sono fermi da un anno, sempre per colpa del Consiglio.

Il risultato è davanti ai nostri occhi: litigi tra Stati membri; criminalizzazione della Ricerca e Salvataggio; accordi ad hoc fra Stati UE per aggirare le norme, comprese quelle di Dublino Tre; infine consegna di migranti ai Lager libici –  sono campi di morte, Signora Presidente del Consiglio, è insensato difendere le intese con Tripoli. Il Consiglio è colpevole di omissione di atti dovuti e la Corte dovrebbe occuparsene. Ha ragione il commissario Avramopoulos: The time is now!».

Indagine Aquarius

Indagine Aquarius: l’ipotesi è omissione di un atto d’ufficio, di Valeria Pacelli e Antonio Massari, «Il Fatto Quotidiano», 7 gennaio 2019

 

Se rifiutare un porto sicuro è reato, il corso impartito dal governo gialloverde sulle politiche migratorie è destinato a cambiare, salvo che Matteo Salvini e il Viminale imbraccino la disobbedienza al codice penale. Se invece risulterà lecito, la loro scelta ne uscirà rafforzata. A stabilirlo sarà la procura di Roma che – proprio per il rifiuto di fornire un porto sicuro alla nave Aquarius, la nave dell’Ong “Sos Mediterranée” – indaga per il reato di omissione in atti di ufficio. Il fascicolo, curato dal pm Sergio Colaiocco, per il momento non conta alcun indagato.

Il caso risale a giugno scorso, quando la Aquarius vaga per nove giorni, con 629 migranti a bordo, tra i porti chiusi di Malta e Italia, riuscendo infine a sbarcare in Spagna. Gli investigatori adesso devono capire se le modalità con le quali è stata gestita questa vicenda costituiscano un reato. E, se così fosse, si stabilirebbe che la scelta operata dal governo è illegale. A chiedere di fare chiarezza – con un esposto presentato mesi fa – sono tra gli altri, l’ex parlamentare, ora leader di Possibile, Pippo Civati e l’europarlamentare Barbara Spinelli, con un pool di avvocati, tra i quali Alessandra Ballerini, legale della famiglia di Giulio Regeni.

Il caso Aquarius, rispetto alle altre vicende, rappresenta peraltro un’eccezione: fu la Guardia Costiera, infatti, a chiedere l’intervento dell’Ong. In sostanza, pur contattata e coordinata dai nostri marinai – che dipendono dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli – la Aquarius si vide prima concedere, e poi negare, la possibilità di sbarcare in Italia.

Tutto comincia quindi il 9 giugno scorso quando la Guardia Costiera recupera, dai mercantili Jolly Vanadio, Vos Thalassa ed Everest, i 405 naufraghi che i tre comandanti hanno salvato. Una volta recuperati a bordo delle proprie motovedette, la Guardia Costiera contatta la Aquarius per trasbordarli sull’imbarcazione della Ong. Le 405 persone trasbordate dalle motovedette della Guardia Costiera si aggiungono ad altri 224 naufraghi che l’Aquarius aveva già a bordo. E da quel momento inizia l’odissea di 629 persone in giro per il Mediterraneo.

In un primo momento – si legge nella denuncia – la Guardia Costiera, dopo essersi raccordata secondo le norme con il Viminale, indica alla Aquarius il porto sicuro di Messina. In poche ore però tutto cambia. Arriva il “no” della politica. E il governo in quel momento è in piena sintonia. In un comunicato congiunto, i ministri Danilo Toninelli e Matteo Salvini – dal quale dipende il dipartimento che fornisce il porto sicuro – puntano il dito contro Malta “che non può voltarsi dall’altra parte”.

Pur non accennando alla chiusura dei porti, da Facebook, il titolare del Viminale ribadisce: “Da oggi anche l’Italia comincia a dire no”. Alle 18.11 Salvini pubblica su twitter la sua foto a braccia incrociate con l’hastag #chiudiamoiporti. In realtà nessun provvedimento per la chiusura dei porti pare sia mai stato emanato.

I denuncianti adesso chiedono alla Procura di “accertare l’esistenza e la comunicazione di divieti ministeriali circa la possibilità di approdare in Italia ovvero di ‘chiusura dei porti’”.

Il fatto certo è che alla fine il porto sicuro è stato trovato in Spagna, mentre l’Italia decide di mettere a disposizione due navi, una della Marina e una delle capitanerie di porto, per assistere il viaggio dell’Aquarius fino a Valencia, dividendosi i migranti a bordo. E così l’odissea finisce solo il 17 giugno.

I denuncianti non puntano il dito solo contro i due ministri – Salvini e Toninelli – ma anche contro la Guardia costiera.

Nell’esposto si elencano le norme internazionali che sarebbero state violate nel momento in cui il porto di Messina non è stato più reso disponibile. A cominciare dall’articolo “98 della Convezione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982” e il conseguente “obbligo del comandante di una nave di assistere… e prestare soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo”. Si fa anche riferimento alla presunta “violazione dell’articolo 33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e l’articolo 4 del quarto protocollo della Convenzione europea dei diritti umani, dai quali discende il principio di non refoulement…” che “si traduce nell’obbligo di consentire un accesso e una protezione temporanei (…), nei confronti di chi chiede ospitalità per preservare la propria integrità fisica e la propria libertà”.

Nell’esposto si chiede alla Procura anche di acquisire gli atti dal Viminale e “accertare le comunicazioni intercorse tra ministero degli Interni e il ministero dei Trasporti e delle Mrcc in riferimento al divieto di sbarcare in Italia”, incluse le comunicazioni tra la centrale di soccorso della Guardia costiera italiana, Malta e la nave Aquarius.

© 2019 Il Fatto Quotidiano

“L’Ue ha dimostrato diritto di veto, ma si può resistere”

Intervista a Barbara Spinelli di Stefano Feltri, «Il Fatto Quotidiano» , 22 dicembre 2018

Barbara Spinelli, giornalista, è in rotta con le politiche dell’Unione: si è candidata alle Europee nel 2014 per cambiarle, nella lista Tsipras. Ma ora, a pochi mesi dalla fine di quest’esperienza (“un mandato basta”), vede pochi segnali di speranza: qualche politica sociale in Portogallo, la sinistra di Corbyn in Gran Bretagna, forse il governo Sanchez in Spagna.

Barbara Spinelli, il governo si è fatto dettare la manovra o la Commissione ha ceduto?

La Commissione ha confermato il potere di veto che sin dal governo Monti esercita sulle politiche decise dai governi. Abbiamo programmi ed elezioni nazionali, e poi c’è un secondo turno a Bruxelles. Ma l’Unione era partita con richieste più restrittive: voleva un deficit all’1,6 per cento del Pil e si opponeva alle politiche espansive e di solidarietà volute dal governo.

E poi c’è stata la Francia: il commissario Pierre Moscovici ha subito approvato l’annuncio di un deficit al 3,5% per rispondere alla rivolta dei Gilet gialli.

La Commissione non poteva applicare due standard diversi. Ma davanti ai Gilet gialli, Moscovici ha avuto una reazione politica, non tecnica.

E come se la spiega?

Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione anomala sul codice di comportamento della Commissione: ha accettato che i commissari si candidino alle elezioni europee mantenendo la carica. Io ho votato contro. Ne abbiamo già parecchi: Pierre Moscovici, Frans Timmermans, forse Margrethe Vestager. Moscovici è in campagna elettorale in Francia: non ha smentito la sua possibile candidatura. Si è non poco screditato.

Si poteva approvare la manovra senza il via libera della Commissione?

La procedura di infrazione sarebbe stata molto punitiva per gli italiani. È un bene averla evitata, senza però eliminare dalla manovra le misure cruciali. Queste politiche europee hanno prodotto una miseria che non si vedeva dal dopoguerra.

Non abbiamo alleati in questa sfida alle regole. Solo i Gilet gialli.

La Grecia non poté contare neppure sulle rivolte di piazza in altri Paesi. Juncker stesso ha ammesso che la dignità del popolo greco è stata calpestata dall’Unione. L’Italia ha potuto far tesoro di proteste ormai diffuse contro politiche che non producono crescita ma rivolta sociale, come i Gilet gialli o la Brexit che non è un capriccio nazionalista ma un voto popolare, anche se del tutto illusorio, contro l’austerità. Questa è un’Unione disgregata e l’Italia prova a fare qualcosa. Non entro nei dettagli della legge di Bilancio, ma a chi si scandalizza perché Di Maio vuole ‘abolire la povertà’, ricordo che Ernesto Rossi scrisse il libro Abolire la miseria, mentre lavorava al Manifesto di Ventotene.

Perché Macron, campione dell’europeismo, sta finendo così male?

L’europeismo è un guscio vuoto in cui puoi mettere quello che vuoi: il federalismo di Hayek per azzerare il peso dello Stato in economia o il Manifesto di Ventotene. Il prestigio di Macron è crollato in Francia ben prima che in Europa. Quel che difende è una dottrina economica confutata dagli studiosi sin dagli anni Settanta, secondo cui aiutare i ricchi sarebbe nell’interesse di tutti: il benessere “sgocciolerebbe” verso i non abbienti. La prima cosa che ha fatto è tagliare le tasse ai ricchi. E non ha funzionato.

La lezione dei Gilet gialli è che per cambiare politica economica serve la rivolta?

Solo politiche di bilancio più egualitarie possono prevenire insurrezioni. Dicono che il governo italiano è populista, ma il M5S è l’espressione parlamentare di quella protesta, il famoso ‘Vaffa’ equivale allo slogan dei Gilet: si autodefiniscono dégagiste, vogliono mandare ‘tutti fuori’. La democrazia rappresentativa come è fatta oggi non è in grado di fornire veri rappresentanti delle volontà popolari. Non a caso tutti questi movimenti chiedono strumenti di democrazia diretta.

E questa crisi della democrazia rappresentativa la preoccupa?

Sì. Ma è stato fatto di tutto per arrivare a questo esito. Oggi serve una riscrittura sociale delle regole, ma l’Unione punta i piedi. Draghi parla del pericolo del nazionalismo e del populismo e annuncia che ‘a piccoli passi si rientra nella storia’. Che vuol dire? Che il Fiscal compact, privo com’è di qualsiasi vincolo sociale, permette una felice uscita dalla storia, e di questo dovremmo esser grati?

Draghi ha spiegato anche che il mercato unico, l’euro, l’Unione sono legami che servono a prevenire nuovi disastri.

Ma quali legami? L’Europa si sta sfasciando, con l’Est che va da una parte, la Francia dall’altra, il Regno Unito fuori. Si discute di deficit eccessivo in vari Paesi, ma da anni il surplus commerciale in Germania supera il tetto consentito del 6 per cento, permettendole di drenare ricchezza dal resto dell’Unione, e nessuno dice niente.

Nella campagna elettorale per le Europee si parlerà di temi sociali o di migranti?

Spero che il punto forte sia il tema sociale da cui discende tutto il resto, inclusa la cosiddetta questione della migrazione. Sbagliava il ministro Minniti quando fece capire che sarebbe scoppiata una bomba sociale se non si fermavano gli arrivi e le operazioni di Ricerca e Salvataggio. È la bomba sociale che ha creato questa percezione del pericolo migranti.

Come giudica l’opposizione del Pd al governo?

Nefasta. Sventolano l’europeismo e poi s’indignano con chi vuol ricostruire l’Unione partendo dal sociale. E sul tema migranti sono gli ultimi a poter criticare: la politica di Minniti ha prodotto accordi con la Libia messi sotto accusa dal Consiglio d’Europa, dall’Onu. Salvini agisce in violazione delle leggi internazionali che vietano il respingimento di rifugiati, ma Minniti in questo lo ha preceduto.

Però ha funzionato: gli sbarchi sono calati.

Anche i campi di concentramento hanno funzionato. Gli sbarchi sono diminuiti e i morti in mare sono aumentati. Preferirei quasi che dicessero: ‘Li vogliamo morti in mare’. Almeno direbbero la verità.

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