Media freedom: osare più democrazia

Bruxelles, 11 gennaio 2018. Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore per il Parlamento europeo della Relazione “Pluralismo e libertà dei media nell’Unione europea”, nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE).

Punto in Agenda:

Pluralismo e libertà dei media nell’Unione europea

  • Esame del progetto di relazione
  • Fissazione del termine per la presentazione di emendamenti

Nella mia bozza di relazione ho cercato di capire e illustrare quel che sta cambiando nella libertà dell’informazione – in particolare per quanto riguarda l’indipendenza dalle pressioni esercitate dalla politica o da interessi privati – rispetto alla risoluzione adottata dal Parlamento il 21 maggio 2013. La situazione si è aggravata, e per questo penso sia utile riaffermare alcuni punti, insieme agli shadow dei vari gruppi politici che spero arricchiranno il rapporto. La mia analisi pessimistica si è avvalsa di una serie di studi precisi, di scambi diretti e di conferenze preliminari. Cito tra gli altri: il World Press Freedom Index pubblicato nel 2017 da Reporter Senza Frontiere (RSF) e il Policy Report dell’Istituto universitario di Firenze del 2017. Sono particolarmente grata ai suggerimenti e consigli che mi sono venuti dall’associazione Article 19, così chiamata in riferimento all’articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo sulla libertà di opinione e informazione.

In questa presentazione non elencherò tutti i punti che sottoporrò alle discussioni con gli shadow e che potrete ritrovare nel draft report e nell’explanatory statement. Mi concentrerò su alcune questioni che ritengo decisive, dal punto di vista del diritto – codificato nella Dichiarazione universale dei diritti umani – a cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

  • Mi soffermo dunque in particolare sulla libertà nella sfera digitale, perché è qui che oggi esistono più controversie e incertezze. Le tecnologie digitali rappresentano indubbiamente un progresso nella democrazia partecipativa: un progresso di cui conosciamo ancora poco gli effetti e che è in mutazione costante. In realtà siamo di fronte a una doppia rivoluzione – dei mezzi di comunicazione e anche della democrazia: non dissimile dalla rivoluzione rappresentata lungo i secoli sia dalla nascita della stampa, sia dall’introduzione del suffragio universale. Faccio questi paragoni perché nelle attuali classi dirigenti dominano una diffidenza e una paura del nuovo strumento che rimandano ad antiche polemiche. Le riassumerei così: troppa comunicazione tramite stampa diminuisce le possibilità di controllo, troppa democrazia può mettere in pericolo la democrazia. Sappiamo bene i motivi della nuova diffidenza: essa si fonda sulla diffusione istantanea di fake news tramite internet, sul controllo esercitato da pochi tech giants sulla sfera digitale, sul timore che quest’ultima diventi terreno di cyberguerre o infiltrazioni, soprattutto da parte di potenze che anche per abitudinaria pigrizia siamo avvezzi a considerare avversarie se non sovversive (penso alla Russia). Non sottovaluto alcuni di questi pericoli, ma va sottolineato che essi esistevano – e continuano a esistere – anche nella stampa tradizionale. La falsa informazione – la cosiddetta post-verità – assume su internet dimensioni virali, ma non è meno devastante quando viene dai giornali mainstream. Tutte le guerre condotte dall’occidente dopo l’ultimo conflitto mondiale sono state accompagnate da fake news propagate dalla stampa mainstream: dalla guerra in Corea fino ai conflitti in ex-Jugoslavia, Iraq, Libia, Yemen.

È il motivo per cui penso che il Parlamento debba cominciare ad approfondire la questione: dicendo che non si può controllare questo nuovo strumento censurandolo, e in particolare non si può delegare ai privati il compito di rimuovere o limitare i contenuti online. Alcune proposte della Commissione sono da questo punto di vista criticabili, in quanto privatizzano i controlli e non rispettano a pieno il triplice test imposto dalla legge internazionale quando si procede a una restrizione della libertà di espressione: mi riferisco ai test dell’obiettivo legittimo, della necessità e della proporzionalità. È il caso del codice di condotta del 2016 concernente lo hate speech, negoziato dalla Commissione con le compagnie Facebook, Microsoft, Twitter e YouTube, e della Revisione della Direttiva sui servizi media audiovisivi (AVMS).

Misure come la rimozione o la limitazione dei contenuti Internet sono in alcuni casi necessarie (pedopornografia, terrorismo) ma in altri, come ad esempio nel cosiddetto hate speech, esse devono anzitutto rispettare scrupolosamente i limiti fissati dalla legge internazionale, definire in maniera chiara il pericolo imminente ed essere vagliate dalle autorità giudiziarie. La via da percorrere dovrebbe essere la creazione di meccanismi indipendenti di auto-regolamentazione, con preferenza data al codice civile o amministrativo più che al codice penale, e il ricorso alle misure meno intrusive e punitive possibili, come raccomandato dalla Dichiarazione Congiunta su fake news e propaganda sottoscritta nel marzo 2017 da Onu, Osce e Organizzazione degli Stati americani.

  • Altri argomenti trattati sono le minacce e pressioni sui giornalisti, che talvolta sfociano in violenza omicida come abbiamo visto nel caso di Daphne Caruana a Malta, e prima ancora di quelli italiani che indagavano sulla mafia.
  • Altro punto: le condizioni economiche e sociali in cui versa oggi la professione del giornalista, non solo nei media online. È una condizione che spiega molte storture, e mina alle basi il giornalismo di investigazione. I giornalisti sono sottopagati, e più spesso ancora non sono pagati affatto per i lavori e le indagini che svolgono.

Tutti questi elementi – violenze, controlli punitivi, pressioni, pauperizzazione – dilatano il fenomeno indicato in un rapporto recente dal Consiglio d’Europa: l’autocensura da parte di chi diffonde informazione e la penalizzazione crescente di chi ha diritto a riceverla.

Non mi soffermo su altri punti toccati dalla bozza di relazione, quali la situazione dei whistleblower, la condizione della libertà di stampa in Polonia, Ungheria, o in Spagna. Li troverete enumerati nella bozza.

Spero che con gli shadow riusciremo a condividere esperienze e opinioni. Chiarisco, concludendo, quello che vorrei evitare: che questa relazione diventi un’arma nella controversia sulle fake news.

Un passo avanti del Parlamento europeo contro mafia e criminalità organizzata

Bruxelles, 11 gennaio 2017

Oggi la Commissione Parlamentare Libertà civili, Giustizia e Affari Interni (LIBE) ha adottato il progetto di relazione “ sulla proposta di regolamento relativo al riconoscimento reciproco dei provvedimenti di congelamento e di confisca ” (Relatore Nathalie Griesbeck – ALDE). Questo voto dà inizio ai negoziati inter-istituzionali sul testo di legge nei prossimi mesi.

Dopo il voto Barbara Spinelli, in qualità di Relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL, ha dichiarato:

«In qualità di Relatore ombra ho votato in favore di questa Relazione. Si tratta di un importante passo avanti contro la criminalità organizzata e le mafie, italiane od estere, che ormai operano in più Stati Membri contemporaneamente. La confisca dei beni derivanti da attività criminose mira a prevenire e combattere la criminalità organizzata e a fornire fondi aggiuntivi da investire in attività di contrasto o in altre iniziative di prevenzione della criminalità, oltre che a risarcire le vittime.

La proposta di Regolamento, presentata dalla Commissione il 21 dicembre 2016, si basa sulla vigente normativa dell’UE in materia di reciproco riconoscimento dei provvedimenti di congelamento e di confisca e tiene conto del fatto che gli Stati membri hanno sviluppato nuove forme di congelamento e di confisca dei beni di origine criminosa (come la confisca estesa, la confisca nei confronti di terzi e la confisca non basata sulla condanna penale). La proposta mira a migliorare l’esecuzione transfrontaliera dei provvedimenti di congelamento e di confisca. Insieme, i due strumenti dovrebbero contribuire al recupero effettivo dei beni nell’Unione europea.

Come relatore ombra ho contribuito alla bozza di relazione del Parlamento europeo con emendamenti volti a migliorare la proposta della Commissione per quanto riguarda il rispetto dei diritti fondamentali e le garanzie procedurali, oltre che il riutilizzo sociale dei beni confiscati e congelati, e anche per quanto concerne il risarcimento delle vittime, delle loro famiglie e delle imprese cadute nelle mani della criminalità organizzata. Sono inoltre stati adottati miei emendamenti che esigono le più ampie garanzie giuridiche per ogni tipo di confisca.

Importante a mio avviso un emendamento comune a vari gruppi politici – fra cui il mio – che aggiunge ai motivi di non riconoscimento e di non esecuzione del provvedimento di confisca situazioni in cui vi sono seri motivi per ritenere che l’esecuzione di un provvedimento di confisca sarebbe incompatibile con gli obblighi dello Stato di esecuzione a norma della Carta dei diritti fondamentali e dell’articolo 6 del Trattato sull’Unione europea (Carta dei diritti e Convenzione europea sui diritti umani)”.

Libia: una lettera del Consiglio d’Europa al ministro Minniti

Bruxelles, 11 ottobre 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Punto in agenda: Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni sull’attuazione dell’agenda europea sulla migrazione

  • Presentazione a cura di Dimitris Avramopoulos, commissario responsabile per la migrazione, gli affari interni e la cittadinanza, Commissione europea

Grazie commissario Avramopoulos per la sua presentazione.  Vorrei parlarle della lettera che il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muižnieks, ha inviato il 28 settembre scorso al ministro dell’Interno italiano Minniti. Di fatto è una lettera indirizzata anche all’Unione Europea, visto che tutte le politiche italiane in questo campo sono state approvate e vengono implementate dall’Unione, e sono state espressamente elogiate nel suo discorso sullo stato dell’Unione dal Presidente Juncker, che le ha presentate come modello. La lettera riprende la sentenza Hirsi Jamaa e Altri del 2012 contro la politica italiana dei rimpatri in Libia e sottolinea 4 punti gravi:

– in primo luogo, ricorda che la situazione in Libia non è meno pericolosa che nel 2012: i rimpatriati rischiano come allora di essere sottoposti a tortura e trattamenti inumani e degradanti, in violazione dell’articolo 3 CEDU;

– secondo, il fatto che azioni riprovevoli avvengano nelle acque territoriali libiche “non assolve l’Italia da obblighi derivanti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo”;

– terzo, la lettera esprime dubbi sulle salvaguardie atte ad assicurare che le persone intercettate e salvate non siano restituite in condizioni di grave pericolo alla Libia;

–  infine sul codice di condotta per le ONG, la lettera chiede che sia assicurato che le operazioni di Search and Rescue – comprese quelle delle ONG – possano avvenire nella massima sicurezza: cosa che non avviene perché le ONG si sono praticamente ritirate dal Mediterraneo centrale a seguito dell’introduzione del codice.

Tutte queste domande vengono rivolte all’Italia ma come dicevo, il destinatario è ovviamente l’Unione nella sua interezza.

ONG – un codice di condotta pieno di illegalità

Bruxelles, 12 luglio 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Punto in agenda:

Attività di ricerca e soccorso (SAR) nel Mediterraneo

LIBE/8/10413

Scambio di opinioni con:

Sandro Gallinelli, capitano della Guardia costiera italiana

Fabrice Leggeri, direttore esecutivo di Frontex

Marco Bertotto, responsabile Advocacy & Public Awareness di Medici Senza Frontiere Italia

Judith Sunderland, direttore per l’Europa e l’Asia Centrale di Human Rights Watch

Vorrei concentrarmi sul codice di condotta per le Ong affidato al governo italiano. È molto preoccupante, anche legalmente.

In primo luogo, si ignora completamente che un codice di condotta volontario è già stato sottoscritto dalla stragrande maggioranza delle Ong – promosso da Human Rights at Sea –­ e che comunque esiste una legge che le guida: la Convenzione sul diritto nel mare.

In secondo luogo, è particolarmente grave che nell’elaborazione di nuove regole non si consultino tutte le Ong che fanno search and rescue. So che la loro richiesta in questo senso – così come il loro codice – è stata in genere ignorata.

Alcuni paragrafi del codice preparato dall’Italia sono concepiti solo per rendere impossibile il salvataggio di vite umane. Ne cito qualcuno:

– Il divieto “assoluto” di operare in acque territoriali libiche, dove muore la maggior parte delle persone, e dove Triton non è presente. Il divieto è senza senso perché il salvataggio è legge in qualunque circostanza. La Libia non è in grado ancora di organizzare una zona SAR. Non ha nemmeno firmato la Convenzione di Ginevra.

– Il divieto di comunicare per telefono o mandare segnali luminosi. Anche questa sembra una provocazione, perché rende impossibile il search and rescue. L’uso di segnali luminosi è prescritto inoltre dalle regole marittime internazionali, le cosiddette “rules of the road”.

– L’obbligo di non ostacolare le operazioni di search and rescue condotte dalle guardie costiere libiche. Sappiamo che le guardie fanno spesso parte di milizie incontrollabili, e che spesso collaborano con i trafficanti. Più volte sparano sui migranti imbarcati, e non rispondono ad alcuna autorità statale affidabile.

– La presenza della polizia giudiziaria sulle navi delle Ong perché investighi sugli smuggler. Questo è in violazione del principio di neutralità osservato dalle Ong e dell’assoluta priorità che deve essere rappresentata dal search and rescue.

Ricordo infine che il training delle guardie costiere libiche è stato altamente sconsigliato: dal rappresentante dell’ONU Martin Kobler, da Amnesty. E che l’ONU considera la Libia un Paese non sicuro, dove i profughi non vanno rimpatriati. L’UE obbedisce ancora all’ONU?

Io non capisco come possa l’Unione guardarsi allo specchio e parlare di valori. Nel febbraio scorso, prima del vertice di Malta, ha fatto sapere che il principio di non refoulement andrà riscritto. Oggi giunge sino a riscrivere la legge del mare. Il tutto in assenza di qualsiasi decisione concernente operazioni europee proattive e massicce di Ricerca e Soccorso.

Non vorrei infine che si dimenticassero i tanti che moriranno nel deserto, se anche le frontiere Sud della Libia saranno sigillate militarmente con l’assistenza dell’Unione.

Si veda anche:

Amnesty e Hrw criticano il “codice di condotta” per le Ong, «Altreconomia», Ilaria Sesana
Il “codice di condotta per le ONG”: non potranno spegnere trasponder o usare segnali luminosi, «Fanpage», Annalisa Cangemi
Migranti, Renzi in un vicolo cieco. E Di Maio gongola, «Lettera 43». Giovanna Faggionato

Liberare i media da fake news e groupthink

Bruxelles, 11 luglio 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Miniaudizione organizzata dalla Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE) “sulla libertà e il pluralismo dei media nell’UE”.

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatore della Relazione LIBE “Media pluralism and media freedom in the European Union”

Partecipanti:

·        Pier Luigi PARCU, Direttore del Centro per il pluralismo e la libertà dei media

·        Thijs BERMAN, Consulente presso l’Ufficio del Rappresentante OCSE per la libertà dei mezzi d’informazione

·        Renate SCHROEDER, Direttore della Federazione europea dei giornalisti (EFJ)

·        Marilyn CLARK, Professore Associato presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Malta

Ringrazio il Presidente, e gli esperti che prenderanno la parola in questa audizione. Come Relatore di un nuovo rapporto del Parlamento su Media Freedom, posso assicurarvi che ogni vostra considerazione sarà preziosa. Per questo vorrei che questa audizione fosse l’inizio di un lavoro comune, in modo da integrare le vostre esperienze e i vostri suggerimenti nel futuro rapporto.

Il mio sguardo sulla libertà dei media è influenzato dal fatto che per decenni ho fatto il mestiere di giornalista, ed è uno sguardo allarmato. Le condizioni della effettiva libertà dei media, della loro indipendenza da agende politiche e da gruppi di interesse economici, della loro pluralità, si sono aggravate dall’ultima volta che questo Parlamento se ne è occupato, nella relazione presentata da questa Commissione nel 2013. La mia introduzione sarà breve perché voglio lasciare massimo spazio agli esperti. Mi limiterò dunque a elencare alcuni punti che confermano tale aggravamento, e che dovremo a mio parere approfondire:

Primo punto: le fake news. In un numero crescente di democrazie il termine domina il dibattito sui media e sul funzionamento della democrazia stessa. Alcuni parlano di “post-verità”, e nel mirino ci sono soprattutto internet e i social network. C’è una buona dose di malafede in queste denunce. Dovremo analizzare il nascere delle fake news andando alla loro radice, e soprattutto evitare di stigmatizzare il cyberspazio creato da internet. Le fake news non sono solo figlie di internet. Sono una malattia che ha prima messo radici nei media tradizionali, nei giornali mainstream. Sono un residuo della guerra fredda. Quasi tutte le guerre antiterrorismo del dopoguerra fredda sono state precedute e accompagnate da fake news: basti ricordare le menzogne sulle armi di distruzione di massa in Iraq. Internet configura uno spazio nuovo e interattivo di informazione, che tende a condannare all’irrilevanza i giornali mainstream. Di qui un’offensiva contro questo strumento, e una serie di misure politiche che tendono a controllarlo, sorvegliarlo, imbrigliarlo. L’offensiva ricorda per molti versi la reazione all’invenzione della stampa, poi della radio e della televisione: le vecchie forze si coalizzano contro il nuovo, per meglio occultare le proprie degenerazioni. Per molti versi è un’offensiva che ricorda la polemica ottocentesca contro il suffragio universale: “troppa democrazia uccide la democrazia”. Quand’anche alcuni di questi timori fossero giustificati, le loro fondamenta si sgretolano se poste da pulpiti sospetti o screditati.

Secondo punto: l’estendersi di alcuni fenomeni certo non nuovi, ma in continua espansione: le interferenze della politica e di grandi concentrazioni di interesse nell’informazione, e non solo la violenza subita da giornalisti e informatori ma anche le forme sempre più diffuse e insidiose di autocensura. Lo studio pubblicato nell’aprile scorso dal Consiglio d’Europa – “Giornalisti sotto pressione”– mette in risalto l’estendersi di questa patologia, che nel precedente Rapporto del Parlamento è nominata ma non approfondita. Non viene spiegata la paura che genera l’autocensura (il moltiplicarsi delle interferenze politiche, editoriali, di lobby pubblicitarie) e soprattutto non viene sottolineato il legame causale che lega paure e autocensure alle condizioni sempre più miserevoli in cui informatori e giornalisti si trovano a operare. La vera radice delle fake news come dell’autocensura viene occultata ed è a mio parere il groupthink, che possiamo descrivere come espressione di un conformismo razionalizzato imposto da gruppi di potere politici o economici. Per usare le parole impiegate da William H. Whyte, che coniò questo termine negli anni ’50, si tratta di una “filosofia dichiarata e articolata che considera i valori del gruppo” – quale esso sia – “non solo comodi ma addirittura virtuosi e giusti”. La parola è meno moderna di fake news ma più precisa.

Terzo punto, importante nelle democrazie dell’Unione: il cosiddetto dilemma di Copenhagen. I Paesi candidati all’adesione devono rispettare le norme sulla libertà di espressione della Carta europea dei diritti fondamentali e della Convenzione dei diritti dell’uomo (rispettivamente gli articoli 11 e 10), ma una volta entrati tutto sembra loro permesso: negli ultimi decenni ne hanno dato prova le interferenze politiche nella libertà di stampa in Italia, Spagna, Polonia, Ungheria. Da questo punto di vista la Carta mi pare più avanzata della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, visto che esige non solo la libertà ma anche la pluralità dei media.

Quarto punto: i whistleblower. Nel rapporto del 2013 si fa riferimento in due articoli alla necessità di proteggerli legalmente, ma manca una normativa europea e nel frattempo si moltiplicano leggi di sorveglianza sempre più punitive nei loro confronti, specie su internet. Dovremo insistere su questo punto con maggiore forza.

Quinto punto: ne ho già parlato e concerne gli effetti della crisi economica non solo sulla libertà, ma sulla sussistenza stessa dei media. Se aumentano l’autocensura e l’interferenza arbitraria nel lavoro di giornalisti e informatori, è anche perché il loro mestiere è tutelato per una cerchia sempre più ristretta, e più anziana, di operatori. Cresce il numero di precari che danno notizie per remunerazioni ridicole, se non gratis. I diritti connessi al Media Freedom devono essere legati organicamente alla Carta sociale europea e al diritto a un lavoro dignitoso.

Infine, sesto punto: i rimedi. Abbiamo gli articoli della Carta, della Convenzione. Per farli rispettare, è urgente la creazione di un meccanismo che controlli la democrazia nei media. Mi riferisco alla relazione In’t Veld, che il Parlamento ha approvato nell’ottobre scorso. Il meccanismo che essa propone è uno strumento che coinvolge gli esperti della società civile, dunque tutti voi presenti in questa audizione. Se approvato da Commissione e Consiglio, sarà in grado di intervenire prima di mettere in campo le misure castigatrici previste dai Trattati come l’articolo 7, chiamato “opzione nucleare” perché applicabile solo all’unanimità e quindi praticamente inutilizzabile.

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Si veda anche:

“Pensiero di gruppo” e censure: assalto all’informazione, «Il Fatto Quotidiano» 12/07/2017
Contro le fake news serve una sfida culturale: parla il garante della privacy Antonello Soro, «Il Dubbio» 13/07/2017
EP hearing: “Media pluralism essential element for democracy”, European Federation of Journalists (EFJ), 13/07/2017

Le novità del meccanismo sulla rule of law

di mercoledì, giugno 28, 2017 0 , Permalink

Bruxelles, 22 giugno 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Riunione interparlamentare organizzata dalla Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE) sull’istituzione di un meccanismo dell’UE in materia di democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali.

Barbara Spinelli è intervenuta nel corso della prima sessione “Towards a Democracy, Rule of Law and Fundamental Rights Pact at EU level – lnterinstitutional perspective and role of national parliaments”

Relatori per la prima sessione:

  • Sophie in’t Veld MEP (Alde), Relatore LIBE della Relazione su un Meccanismo in materia di democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali
  • Francisco Fonseca Morillo, Vice Direttore Generale DG JUST, Direzione Generale della Giustizia e dei Consumatori, Commissione europea
  • Vaclav Hampl, Presidente della Commissione per gli affari europei, Senato della Repubblica Ceca

Avendo partecipato in prima persona ai lavori e avendo sostenuto con forza la relazione di Sophie in ‘t Veld, considero molto utile questo nostro incontro, tanto più in quanto si sta cominciando realmente a discutere della proposta e, in maniera del tutto naturale, ad affrontare anche i malintesi e dubbi che essa sta producendo. Utile, perché possiamo provare insieme, forse col tempo, a superarli. Per cercare di fugare questi dubbi e malintesi, vorrei innanzitutto sottolineare quanto segue – ovviamente la collega in ‘t Veld mi potrà smentire se lo ritiene opportuno: la relazione è nata per fare un bilancio critico di tutti gli sforzi e i metodi che sono stati utilizzati finora per far fronte a eventuali violazioni della rule of law nell’Unione europea e a garantirne il rispetto. Pur poggiando e continuando a poggiare sui meccanismi esistenti, il nuovo meccanismo previsto nel testo della Risoluzione parlamentare presenta un indubbio valore aggiunto. C’è, a mio parere, un salto di qualità. Due sono le principali novità:

1) Si tratta un meccanismo permanente che non tende a intervenire in un’ottica di riparazione del danno ma di prevenzione, e quindi a evitare l’aspetto punitivo che possono avere altri meccanismi, poggiando, al contempo, sull’indipendenza e l’imparzialità di giudizio. Non si parla di nominare esperti avulsi dalla realtà politica ma di individuare le persone, le istituzioni, le associazioni cittadine che aiutino a garantire questa imparzialità di giudizio.

2) Altro punto secondo me importante, anche al fine di superare quest’aspetto potenzialmente punitivo, è che le istituzioni stesse dell’Unione sono sotto sorveglianza. A mio parere, mancano nella relazione indicatori e parametri precisi applicabili alle istituzioni, ma è comunque importante che esse siano contemplate come oggetto di esame.

Vorrei concludere con una breve osservazione di carattere personale sulla terminologia “valori condivisi”. Il concetto di valori è sicuramente nominato nei Trattati ma è una parola che genera equivoci perché spesso collegata a elementi molto soggettivi: i valori sono legati alla cultura, e a quelle che sono state indicate nel dibattito odierno come “tradizioni nazionali”. Se dovessi riscrivere il Trattato preferirei parlare di “fondamenti normativi” dell’Unione. È su questi che si basa la Risoluzione redatta da Sophie in ‘t Veld, e su essi si fonda quel che che abbiamo in comune nell’Unione. I fondamenti normativi, le norme, il diritto, non sono soggettivi: sono iscritti nei Trattati e nella Carta dei diritti fondamentali. Non sono oggetto di discussione tra fazioni pro o contro. Al collega che ha chiesto quale sia il “modello” cui ci riferiamo con il nuovo meccanismo, rispondo che la questione non è il modello di riferimento, ma precisi articoli del Trattato e della Carta dei diritti fondamentali. Ritengo che più discutiamo, più chiariamo la questione, più facciamo luce su questi temi, più le nostre posizioni potrebbero avvicinarsi l’una all’altra, compresa quella della Commissione che, a mio avviso, ha sollevato troppi dubbi rispetto a tale meccanismo. Sono convinta che ci troviamo di fronte a un meccanismo nuovo qualitativamente, e non a uno dei tanti meccanismi già esistenti.

L’Onu e il rimpatrio di migranti in Libia

Bruxelles, 22 giugno 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione parlamentare Libertà civili, giustizia e affari interni – LIBE.

Punto in agenda:

Seguito della Dichiarazione di New York: scambio di opinioni sul Global compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare

  • Scambio di opinioni con Louise Arbour, rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per la migrazione internazionale

Grazie Presidente.

La mia domanda riguarda gli accordi europei di rimpatrio di migranti e rifugiati, specie in Libia e con particolare riferimento ai recenti incidenti avvenuti nelle operazioni di soccorso delle guardie di costiere libiche in acque internazionali, e non solo in quelle della Libia.

Quello che vorrei chiedere alla Signora Louise Arbour è di riferirci la posizione dell’ONU sui programmi di training e formazione delle guardie costiere libiche. Il 20 giugno Martin Kobler, rappresentante speciale dell‘ONU in Libia, è intervenuto nella Commissione affari esteri e si è detto estremamente preoccupato per la decisione UE di formazione di tali guardie costiere, invitando i parlamentari europei a guardare su YouTube i video che dimostrano come vengono trattati i migranti nelle operazioni di search and rescue effettuate dalle guardie costiere libiche che teoricamente dovrebbero avere il compito di salvare i migranti e rimpatriarli in Libia. I video mostrano immagini di violenza di guardie costiere armate e di migranti che vengono rigettati in mare, agendo chiaramente in violazione di diritti fondamentali, dei diritti umani e delle Convenzioni internazionali. Sono preoccupata soprattutto perché l’Italia è all’avanguardia nell’operazione di formazione delle guardie costiere libiche. Mi piacerebbe conoscere la sua opinione a riguardo.

***

Nella sua risposta, Luise Arbour non ha preso posizione ma si è ripromessa di indagare la situazione in occasione di una sua imminente missione a Roma.

Ricongiungimenti familiari e trasferimenti Dublino: leggi violate

Bruxelles, 22 giugno 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione parlamentare Libertà civili, giustizia e affari interni – LIBE.

Punto in agenda:

Studio “Attuazione delle decisioni del Consiglio del 2015 che istituiscono misure temporanee nel settore della protezione internazionale a beneficio dell’Italia e della Grecia”, commissionato dal dipartimento tematico Diritti dei cittadini e affari costituzionali del Parlamento europeo, su richiesta della commissione LIBE

  • Presentazione dello studio a cura di Violeta Moreno-Lax (Università Queen Mary di Londra) e Natascha Zaun (Università di Oxford)

Ringrazio moltissimo la Professoressa Violeta Moreno-Lax, che considero un maestro in questa materia. Ogni testo che scrive è per me un punto di riferimento, e anche quest’ultimo (Attuazione delle decisioni del Consiglio del 2015 che istituiscono misure temporanee nel settore della protezione internazionale a beneficio dell’Italia e della Grecia) è di grande interesse. Una delle cose importanti che menziona nello studio riguarda i trasferimenti di migranti che si trovano in vari Paesi dell’Unione e che sulla base del sistema Dublino vengono ritrasferiti nel Paese di primo arrivo, cioè Italia o Grecia. Nel caso italiano, i migranti ri-trasferiti tendono a essere due-tre volte più numerosi dei migranti beneficiari delle ricollocazioni prescritte dalla Commissione.

Come sappiamo, ci sono state sentenze delle Corti che chiedevano di non attuare i ri-trasferimenti Dublino verso l’Italia e la Grecia, perché questi Paesi non erano all’altezza di accoglierli dal punto di vista del rispetto dei diritti dell’uomo. Quello che vorrei chiederle è come mai queste sentenze sono semplicemente ignorate.

La seconda domanda riguarda un altro punto dello studio, e cioè l’obbligo – stabilito dallo stesso sistema Dublino – di dare priorità assoluta ai ricongiungimenti familiari: un obbligo cui bisogna ottemperare a prescindere dalle ricollocazioni.

Proprio su questo punto, siamo di recente venuti a conoscenza di un accordo segreto tra il governo tedesco e quello greco, in base al quale Berlino ha chiesto e ottenuto una riduzione drastica dei ricongiungimenti familiari di migranti dalla Grecia: non più di 70 ricongiungimenti per mese. Ciò significa che coloro che hanno già visto riconosciuta la loro richiesta di ricongiungimento familiare in Germania saranno trasferiti in quel Paese in tempi molto lenti: cosa più che dubbia dal punto di vista legale. Vorrei chiedere alla Professoressa Moreno-Lax come possa essere imposto agli Stati Membri di rispettare il diritto assoluto dei richiedenti asilo a tale ricongiungimento, prescritto dal sistema Dublino e non rispettato per evidenti motivi politici-elettorali. È l’unica spiegazione che riesco a trovare a quella che è una vera e propria imposizione del governo tedesco su quello greco, in violazione di precisi obblighi fissati dall’Unione.

Brexit: i diritti da salvaguardare

di venerdì, maggio 12, 2017 0 , , , Permalink

Bruxelles, 11 maggio 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso dell’Audizione congiunta organizzata dalle commissioni parlamentari Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE), Petizioni (PETI) e Occupazione e affari sociali (EMPL) “La situazione e i diritti dei cittadini dell’UE nel Regno Unito”.

Partecipanti:

MESSAGGIO DI BENVENUTO

  • Claude MORAES, presidente della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni
  • Cecilia WIKSTRÖM, presidente della commissione per le petizioni
  • Renate WEBER, vicepresidente della commissione per l’occupazione e gli affari sociali

CONSIDERAZIONI INTRODUTTIVE

  • Guy VERHOFSTADT, capo negoziatore del Parlamento europeo per la Brexit

ORATORI

  • Anne-Laure DONSKOY, rappresentante del gruppo “The 3 million”
  • Jan DOERFEL, avvocato specializzato in immigrazione nel Regno Unito
  • Charlie JEFFERY, professore presso l’Università di Edimburgo
  • Julia ONSLOW-COLE, partner, responsabile dei mercati dei servizi legali e direttore dei Servizi di immigrazione globale presso PwC, Londra
  • Jonathan PORTES, professore di economia e politiche pubbliche presso il Dipartimento di economia politica del King’s College di Londra

BREVE PRESENTAZIONE DA PARTE DI DUE FIRMATARI DI PETIZIONI

  • Leona Bashow, cittadina britannica, sulla perdita involontaria della cittadinanza europea in seguito all’esito del referendum britannico
  • Anne Wilkinson, cittadina britannica, sull’inalienabilità dei diritti dei cittadini dell’UE

Sono inoltre intervenuti, per una breve presentazione, due esponenti delle seguenti organizzazioni:

  • “New Europeans”
  • “British in Europe”

Ascoltando gli interventi straordinari dei firmatari delle petizioni, ho pensato alla responsabilità di chi non ha indicato, fin dall’inizio della campagna referendaria, il disastro cui si andava incontro. La prima responsabilità è certamente della classe politica inglese: quella di aver mentito sulla reale possibilità di preservare i diritti dopo l’uscita dall’Unione – una possibilità che, come emerso, è di difficile, se non di impossibile realizzazione. Ma la colpa è anche nostra, delle istituzioni europee: di non aver saputo insistere con forza, durante la stessa campagna referendaria, sui rischi che si stavano correndo a fronte di un Paese che annunciava la volontà di sottrarsi alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e – con l’uscita dall’Unione – alla Carta dei diritti fondamentali. Adesso si tratta di recuperare il tempo perduto e di battersi affinché la questione dei diritti civili e sociali sia affrontata e risolta fin da principio. Troppo grande è la paura che c’è ora in Inghilterra e grande è il rischio che questa paura si accompagni alle già acute forme di xenofobia che si stanno diffondendo in questo Paese.

Per questo sono d’accordo con la signora Donskoy sul fatto che la formula “nulla è concordato finché tutto non è concordato” (“nothing is agreed until everything is agreed”), contenuta negli orientamenti approvati dal Consiglio europeo, sia di per sé una formula sbagliata. L’accordo sui diritti va concluso immediatamente.

Concordo anche con la proposta di Guy Verhofstadt di redigere una Risoluzione parlamentare sul tema dei diritti. La ritengo necessaria e utile, ed è altresì importante che sia specifica: uno strumento che sia quindi idoneo a esercitare una reale pressione sui governi e che faccia capire all’Inghilterra e ai cittadini impauriti che questa volta li ascoltiamo veramente, che non facciamo finta di non vedere il pericolo che abbiamo davanti.

Invio di navi da guerra italiane in Libia e accordo Ue-Turchia

COMUNICATO STAMPA

Barbara Spinelli all’UNHCR e alla presidenza maltese del Consiglio dell’Ue: navi da guerra italiane in Libia e violazioni dei diritti fondamentali a causa dell’accordo Ue-Turchia

Bruxelles, 12 gennaio 2017

Barbara Spinelli è intervenuta nel corso della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, giustizia e affari interni riguardo a due specifici punti in agenda: la presentazione delle priorità della presidenza maltese del Consiglio dell’Unione europea nel settore della giustizia e degli affari interni e la presentazione delle proposte dell’Unhcr per una migliore protezione dei rifugiati in Europa e a livello globale.

In entrambi i casi ha puntato l’attenzione sull’accordo UE-Turchia e sull’invio di navi da guerra italiane in Libia.

«Vorrei sapere cosa pensa dell’accordo UE-Turchia e di quello che sta succedendo a Lesbo, dove mancano elettricità, acqua, cibo, e dove si intendono spedire indietro sulla base di Dublino i rifugiati da parte degli altri paesi europei» ha chiesto a Carmelo Abela, ministro maltese dell’Interno e della Sicurezza nazionale. «Questo accordo rischia di essere non solo un errore, ma da un certo punto di vista un crimine, perché viola gravemente il diritto internazionale».

«Vorrei chiedere una presa di posizione chiara dell’UNHCR sull’accordo UE-Turchia, che fa acqua da tutte le parti» ha poi detto rivolgendosi a Vincent Cochetel, direttore dell’UNHCR per l’Europa, «e che tuttavia continua a essere proposto nell’Unione europea come un modello da imitare. Lo si sta replicando ora con la Libia, paese del tutto instabile politicamente. Ci sono al momento navi da guerra italiane nelle acque territoriali libiche. Quello che non capisco è come l’accordo con la Turchia possa diventare un modello, quando nelle isole greche abbiamo una crisi umanitaria molto grave».

Sull’argomento l’eurodeputata del GUE/NGL ha voluto interpellare la presidenza maltese. «Vorrei sapere cosa pensa», ha chiesto a Carmelo Abela, «dell’invio di fregate da guerra italiane nelle acque territoriali libiche, disapprovato dal Parlamento di Tobruk, e se non ritiene che esista un rischio che la lotta agli smugglers sia percepita in Libia come un intervento coloniale, soprattutto da parte degli italiani».