Brexit: i diritti da salvaguardare

di venerdì, maggio 12, 2017 0 , , , Permalink

Bruxelles, 11 maggio 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso dell’Audizione congiunta organizzata dalle commissioni parlamentari Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE), Petizioni (PETI) e Occupazione e affari sociali (EMPL) “La situazione e i diritti dei cittadini dell’UE nel Regno Unito”.

Partecipanti:

MESSAGGIO DI BENVENUTO

  • Claude MORAES, presidente della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni
  • Cecilia WIKSTRÖM, presidente della commissione per le petizioni
  • Renate WEBER, vicepresidente della commissione per l’occupazione e gli affari sociali

CONSIDERAZIONI INTRODUTTIVE

  • Guy VERHOFSTADT, capo negoziatore del Parlamento europeo per la Brexit

ORATORI

  • Anne-Laure DONSKOY, rappresentante del gruppo “The 3 million”
  • Jan DOERFEL, avvocato specializzato in immigrazione nel Regno Unito
  • Charlie JEFFERY, professore presso l’Università di Edimburgo
  • Julia ONSLOW-COLE, partner, responsabile dei mercati dei servizi legali e direttore dei Servizi di immigrazione globale presso PwC, Londra
  • Jonathan PORTES, professore di economia e politiche pubbliche presso il Dipartimento di economia politica del King’s College di Londra

BREVE PRESENTAZIONE DA PARTE DI DUE FIRMATARI DI PETIZIONI

  • Leona Bashow, cittadina britannica, sulla perdita involontaria della cittadinanza europea in seguito all’esito del referendum britannico
  • Anne Wilkinson, cittadina britannica, sull’inalienabilità dei diritti dei cittadini dell’UE

Sono inoltre intervenuti, per una breve presentazione, due esponenti delle seguenti organizzazioni:

  • “New Europeans”
  • “British in Europe”

Ascoltando gli interventi straordinari dei firmatari delle petizioni, ho pensato alla responsabilità di chi non ha indicato, fin dall’inizio della campagna referendaria, il disastro cui si andava incontro. La prima responsabilità è certamente della classe politica inglese: quella di aver mentito sulla reale possibilità di preservare i diritti dopo l’uscita dall’Unione – una possibilità che, come emerso, è di difficile, se non di impossibile realizzazione. Ma la colpa è anche nostra, delle istituzioni europee: di non aver saputo insistere con forza, durante la stessa campagna referendaria, sui rischi che si stavano correndo a fronte di un Paese che annunciava la volontà di sottrarsi alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e – con l’uscita dall’Unione – alla Carta dei diritti fondamentali. Adesso si tratta di recuperare il tempo perduto e di battersi affinché la questione dei diritti civili e sociali sia affrontata e risolta fin da principio. Troppo grande è la paura che c’è ora in Inghilterra e grande è il rischio che questa paura si accompagni alle già acute forme di xenofobia che si stanno diffondendo in questo Paese.

Per questo sono d’accordo con la signora Donskoy sul fatto che la formula “nulla è concordato finché tutto non è concordato” (“nothing is agreed until everything is agreed”), contenuta negli orientamenti approvati dal Consiglio europeo, sia di per sé una formula sbagliata. L’accordo sui diritti va concluso immediatamente.

Concordo anche con la proposta di Guy Verhofstadt di redigere una Risoluzione parlamentare sul tema dei diritti. La ritengo necessaria e utile, ed è altresì importante che sia specifica: uno strumento che sia quindi idoneo a esercitare una reale pressione sui governi e che faccia capire all’Inghilterra e ai cittadini impauriti che questa volta li ascoltiamo veramente, che non facciamo finta di non vedere il pericolo che abbiamo davanti.

Invio di navi da guerra italiane in Libia e accordo Ue-Turchia

COMUNICATO STAMPA

Barbara Spinelli all’UNHCR e alla presidenza maltese del Consiglio dell’Ue: navi da guerra italiane in Libia e violazioni dei diritti fondamentali a causa dell’accordo Ue-Turchia

Bruxelles, 12 gennaio 2017

Barbara Spinelli è intervenuta nel corso della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, giustizia e affari interni riguardo a due specifici punti in agenda: la presentazione delle priorità della presidenza maltese del Consiglio dell’Unione europea nel settore della giustizia e degli affari interni e la presentazione delle proposte dell’Unhcr per una migliore protezione dei rifugiati in Europa e a livello globale.

In entrambi i casi ha puntato l’attenzione sull’accordo UE-Turchia e sull’invio di navi da guerra italiane in Libia.

«Vorrei sapere cosa pensa dell’accordo UE-Turchia e di quello che sta succedendo a Lesbo, dove mancano elettricità, acqua, cibo, e dove si intendono spedire indietro sulla base di Dublino i rifugiati da parte degli altri paesi europei» ha chiesto a Carmelo Abela, ministro maltese dell’Interno e della Sicurezza nazionale. «Questo accordo rischia di essere non solo un errore, ma da un certo punto di vista un crimine, perché viola gravemente il diritto internazionale».

«Vorrei chiedere una presa di posizione chiara dell’UNHCR sull’accordo UE-Turchia, che fa acqua da tutte le parti» ha poi detto rivolgendosi a Vincent Cochetel, direttore dell’UNHCR per l’Europa, «e che tuttavia continua a essere proposto nell’Unione europea come un modello da imitare. Lo si sta replicando ora con la Libia, paese del tutto instabile politicamente. Ci sono al momento navi da guerra italiane nelle acque territoriali libiche. Quello che non capisco è come l’accordo con la Turchia possa diventare un modello, quando nelle isole greche abbiamo una crisi umanitaria molto grave».

Sull’argomento l’eurodeputata del GUE/NGL ha voluto interpellare la presidenza maltese. «Vorrei sapere cosa pensa», ha chiesto a Carmelo Abela, «dell’invio di fregate da guerra italiane nelle acque territoriali libiche, disapprovato dal Parlamento di Tobruk, e se non ritiene che esista un rischio che la lotta agli smugglers sia percepita in Libia come un intervento coloniale, soprattutto da parte degli italiani».

Una Carta per i diritti internet

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Bruxelles, 5 dicembre 2016

Punto in agenda: Carta dei diritti digitali fondamentali nell’Unione europea. Presentazione alla presenza di Martin Schulz, Presidente del Parlamento europeo, e del prof. Heinz Bude, sociologo, uno degli autori della Carta.

Grazie innanzitutto al Presidente Schulz e al Professor Heinz Bude. Mi felicito per la presentazione della Carta, e contrariamente a quanto detto da alcuni colleghi la ritengo necessaria. È necessario che il mondo internet sia presentato alla stregua di un “bene comune”, e che come tale comporti regole precise, attinenti i diritti all’anonimato, all’oblio, alla cancellazione, e la questione non meno centrale del digital divide. Leggendo la vostra Carta ho provato a paragonarla con una Carta simile, che il prof. Bude sicuramente conosce: si tratta della Dichiarazione dei diritti in internet che il Parlamento italiano ha approvato nel luglio del 2015. Nonostante ritenga che la Carta dei diritti digitali presentata oggi sia di grande interesse, vorrei sottolineare alcuni punti presenti nella Dichiarazione italiana che potrebbero essere vantaggiosamente inclusi nella Carta europea.

Nel preambolo si parla di sfide e minacce che vengono da internet. Per parte mia parlerei anche delle opportunità che si aprono grazie a questo mezzo, e non sottolineerei troppo le minacce ma le tratterei più concretamente nell’articolato, indicando quel che bisogna fare – anche preventivamente – nel caso di violazioni della dignità e di abusi della libertà di espressione. A proposito degli articoli 3 e 15 concernenti il digital divide, metterei in risalto gli aspetti sociali della diseguaglianza di fronte a internet, elencando i diritti sociali che devono esser garantiti per quanto riguarda l’accesso alla rete e l’apprendimento del suo uso, e sottolineerei le difficoltà multiple di adattamento al mondo digitale: difficoltà che si registrano più acutamente in certe regioni non sviluppate o rurali come anche nelle generazioni più anziane. In un’Europa che invecchia, il “divide” è al tempo stesso sociale, geografico e generazionale.

Per quanto riguarda l’articolo 4 concernente la sicurezza, è corretto ribadire che le forze dell’ordine non devono avere accesso ai dati privati e che le eccezioni possono essere consentite solo sulla base della legge, per salvaguardare importanti principi legali. Tali eccezioni tuttavia dovrebbero essere permesse solo a seguito di un’autorizzazione motivata dell’autorità giudiziaria, come specificato appunto nella Dichiarazione italiana scritta dal professor Stefano Rodotà.

Sull’articolo 6 e 7 riguardante il profiling e l’algoritmo, è giusto stabilire che le schedature e l’uso di tecniche probabilistiche (algoritmi) vanno permessi solo sulla base della legge. Quel che aggiungerei è la possibilità di opporsi al profiling come all’algoritmo: in questo consiste infatti il diritto all’identità.

Sull’articolo 5 – concernente data protection e data sovereignty – c’è nella vostra Carta un accenno al fatto che sia necessario il consenso dell´utente affinché   avvenga il trattamento dei dati personali. Aggiungerei tuttavia una precisazione: tale consenso non va considerato permanente, e di conseguenza può essere revocato. Cito in proposito uno dei passaggi chiave della Dichiarazione italiana: “Il consenso non può costituire la base legale per il trattamento quando vi sia un significativo squilibrio di potere tra la persona interessata e il soggetto che effettua il trattamento”.

***

(parte dell’intervento non pronunciata nel dibattito):

Altri punti della Carta italiana che varrebbe la pena incorporare:

Le modalità di accesso ai dati sono indicate con maggiore chiarezza nella Dichiarazione italiana: in essa si parla non solo di diritto di accesso, ma anche di rettifica e di cancellazione dei propri dati raccolti in rete. In questo quadro, si stabilisce che “la raccolta e la conservazione dei dati devono essere limitate al tempo necessario, rispettando in ogni caso i principi di finalità e di proporzionalità e il diritto all’autodeterminazione della persona interessata”.

Anche sul diritto all’oblio, la Dichiarazione italiana opera alcuni distinguo preziosi, che consentono di evitarne gli abusi da parte del potere politico o finanziario. È un punto che mi pare importante. Si stabilisce infatti che tale diritto va certo rispettato, ma che “non può limitare la libertà di ricerca e il diritto dell’opinione pubblica a essere informata”, e si precisa che “tale diritto può essere esercitato dalle persone note o alle quali sono affidate funzioni pubbliche solo se i dati che le riguardano non hanno alcun rilievo in relazione all’attività svolta o alle funzioni pubbliche esercitate”.

Non per ultima, la questione degli squilibri globali di potere che possono crearsi tramite internet: in un articolo della Dichiarazione italiana, concernente il “governo della rete”, si esige che la sua disciplina non dovrà dipendere “dal potere esercitato da soggetti dotati di maggiore forza economica”.

 

Qualche domanda a Frontex

Bruxelles, 17 novembre 2016

Oggi al Parlamento europeo, in una riunione della Commissione Libertà civili, Giustizia e Affari interni (LIBE) si è tenuto un interessante dibattito tra Fabrice Leggeri, direttore esecutivo di Frontex (divenuta Guardia Costiera e di Frontiera europea) e i membri della Commissione parlamentare.

Barbara Spinelli ha posto diverse domande al dottor Leggeri a proposito degli incidenti in mare e della violazione dei diritti umani verificatisi negli ultimi mesi e denunciati da diverse ONG:

«Grazie, dottor Leggeri, per la presentazione. Ho alcune domande su episodi specifici di uso della forza. Il primo è quello citato da Ska Keller sul pushback illegale dalla Grecia alla Turchia alla presenza di due navi Frontex, denunciato dalla rete «Watch the Med Alarm Phone» l’11 giugno scorso. Siccome Frontex ha reagito affermando che la decisione è stata presa dal centro di coordinamento regionale greco in linea con la legislazione Search and Rescue sulla base di una “valutazione approfondita”, quello che vorrei chiederle è qual è la responsabilità, comunque, di Frontex, e che cosa, in questa valutazione approfondita, vi ha convinti a considerare legale questa espulsione?

«La seconda domanda riguarda la denuncia di Amnesty International sull’uso della violenza e anche della tortura in una serie di hotspot italiani. Le autorità italiane responsabili tacciono e sicuramente sono responsabili in via prioritaria, ma la questione di fondo è che Frontex assiste i funzionari addetti al prelievo delle impronte digitali, e chi assiste ha una responsabilità, almeno secondo me, ma forse lei ha un’altra opinione?

«L’ultima domanda riguarda l’uso delle armi da fuoco su imbarcazioni di migranti in Grecia, denunciato da “The Intercept” nell’agosto di quest’anno. A una mia lettera, lei ha risposto che «non c’erano navi Frontex», e può darsi che abbia ragione, ma il giornalista che ha indagato per poter salire sulle navi che erano presenti ha dovuto chiedere il permesso a Frontex. Quindi c’erano navi Frontex o non c’erano? Grazie».

Dalle risposte di Fabrice Leggeri si evince che, nell’ambito dei rimpatri, l’agenzia opera secondo la normativa europea, ovvero la Direttiva rimpatri, e adempie gli obblighi del regolamento Schengen.

Per quanto riguarda gli incidenti in mare e i casi di uso delle armi da fuoco – ha specificato il direttore esecutivo di Frontex – gli incidenti hanno portato al ferimento anche delle guardie costiere, e nei casi riportati da diversi reportage, avvenuti in Grecia nel 2015, Frontex ha agito secondo le leggi greche e per motivi di legittima difesa rispondendo al fuoco aperto dai trafficanti (fatto, questo, smentito dal reporter di “The Intercept”).

Circa il rapporto di Amnesty International che denuncia violazioni dei diritti umani negli hotspot italiani, Leggeri comunica di non aver mai ricevuto rapporti di denuncia in proposito da parte di agenti di Frontex.

Contro una direttiva ad hoc sull’encryption

di giovedì, settembre 15, 2016 0 , , Permalink

Il 13 settembre, nel corso della Plenaria a Strasburgo, il Parlamento europeo ha nominato Julian King Commissario europeo per l’Unione della Sicurezza con 394 voti a favore, 161 contrari e 83 astenuti. Riportiamo le due risposte del Commissario Julian King alle domande di Barbara Spinelli e di Péter Niedermüller sulla direttiva sull’encryption, rivolte nel corso dell’audizione del 12 settembre.in Commissione Libertà Civili, Giustizia e Affari Interni (LIBE).

Domanda di Barbara Spinelli: Il 23 Agosto scorso, i ministri dell’Interno di Francia e Germania hanno annunciato che al vertice di Bratislava chiederanno alla Commissione, e dunque a lei, Sir Julian King, una direttiva sull’encryption. La direttiva obbligherebbe compagnie come WhatsApp o Telegram a indebolire gli standard di cifratura e/o a istituire “back door” per l’accesso delle forze di polizia ai dati personali.

Tale proposta è stata criticata dai sostenitori della privacy e dal CNIL, l’autorità francese di protezione dati. La tesi da essi sostenuta è che togliere la cifratura espone i cittadini a rischi di hacking e di altre forme di terrorismo, più di quanto minacci i terroristi.

Ecco, quindi, le domande che vorrei porle: che tipo di garanzie si intende fornire a salvaguardia della privacy e della sicurezza dei cittadini? Non crede  che il terrorista aggirerà l’ostacolo usando o creando app alternative?

Risposta di Julian King: Thank you, and thank you for raising such an important subject. The internet, as the last few questions make very clear, is absolutely central to our lives – the conduct of our lives and all aspects of our lives, including our private lives – and we should be entitled to privacy in the online world as we are in the offline world. Encryption, for secure communication, is part of that world and is part of the privacy that all citizens should be able to enjoy in that world. It is also the case that some very bad people use encryption, including terrorists. Indeed, in the attack that was recently foiled in France, a well-known encryption device had been used to help its planning. Not just terrorists, however, but also paedophiles and other criminals are using encryption. So there is no easy answer.

I am not convinced that there is a sort of silver bullet. Personally speaking, I am not convinced that some kind of systematic process of introducing ‘backdoors’ would make us all safer. I think, as you say, that it risks introducing systemic weaknesses, which could be used against us, as well as by all sorts of third parties – so this is not a simple subject. I am very glad that we have the Internet Forum as a group of experts, including both Member State representatives and practitioners, who can look at this subject. I will certainly be encouraging them to do so and to offer us some recommendations which I would be happy to discuss further with you.

Risposta di Julian King alla domanda di Péter Niedermüller (S&D – Ungheria): I think encryption is a key part of the online world: it serves very good purposes, preserving our privacy. It’s also misused by terrorists, criminals and paedophiles. There’s no easy answer or silver bullet about what to do to stop that, and I want to have an expert dialogue with the internet service providers and others, to come forward with some ideas for discussion – I don’t think we’ll be able to move anywhere near straight to any recommendations.

Foreign fighters, burkini e Consiglio di Stato francese

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE). Bruxelles, 31 agosto 2016

Punto in agenda:

Lotta al terrorismo e recenti attacchi negli Stati membri

  • Scambio di opinioni con la Commissione europea, la presidenza del Consiglio e Gilles de Kerchove, coordinatore antiterrorismo dell’UE

Ringrazio la Commissione e il Consiglio per aver messo in evidenza il fatto che ci troviamo di fronte ad un mutamento dei modelli di radicalizzazione, riscontrabile negli attacchi terroristici che hanno colpito recentemente l’Europa.

Su questo punto vorrei porre alcune domande. Vivendo in Francia, ho avuto modo di leggere alcuni dati che ritengo estremamente interessanti, e che vorrei sottoporre alla vostra attenzione.

Prima di tutto vorrei chiedere quale sia stato il peso dei foreign fighters negli ultimi attentati terroristici, avendo riscontrato che il loro ruolo sta diminuendo, mentre va intensificandosi l’uso, da parte dell’ISIS, di cellule più o meno dormienti presenti nei Paesi europei, nonché di persone che possono genericamente esser definite “disturbate” ma le cui azioni non hanno legami evidenti e continuativi con la religione musulmana, anche se l’Isis tende a mettere il suo cappello sugli attentati, una volta compiuti, e ad appropriarsene. In Francia, l’ISIS ritiene ad esempio di non aver bisogno dell’intervento di foreign fighters provenienti dall’estero, nella convinzione che vi sia un numero sufficiente di terroristi già presenti sul territorio. (http://www.nytimes.com/2016/08/04/world/middleeast/isis-german-recruit-interview.html?_r=0)

La seconda domanda è legata alla difesa dello stato di diritto, una volta appurato che la radicalizzazione avviene dentro i Paesi dell’Unione. Citando ancora una volta la Francia, vorrei chiedere alla Commissione come intenda rispondere alla tendenza sempre più diffusa a stigmatizzare in simultanea migranti e Islam, e a mescolare le questioni di sicurezza con i principi dello Stato francese legati alla laicità. Mi riferisco in particolare al caso del “burkini”, definito dal capo di governo francese come un’offensiva ideologica dell’Islam radicale. Mi chiedo se la Commissione non abbia interesse valutare meglio la situazione in questo campo, coordinando le proprie azioni non solo con i governi e i responsabili dei Ministeri degli Interni, ma anche con i giudici delle corti nazionali. La recente sentenza del Consiglio di Stato francese sulla questione “burkini” è sicuramente di grande interesse perché mette in questione il divieto del “burkini” separando nettamente le questioni concrete legate alla sicurezza dai principi fissati nella legge francese sulla laicità del 1905.

Infine, pongo un’ultima domanda che, sebbene sia già stata fatta, considero di grande importanza. Come intende rispondere la Commissione alla richiesta, avanzata dai Governi di Francia e Germania, di abolire le modalità di cifratura (encryption) utilizzate da alcune applicazioni, quali ad esempio whatsapp e telegram, considerando che si tratta di tecniche volte a proteggere la privacy e, più in generale, le libertà individuali e di impresa? In particolare, vorrei sapere se la Commissione intenda dare un seguito positivo alla domanda franco-tedesca di un regolamento o di una direttiva europei in tal senso.

Sentenza del Consiglio di Stato francese sul divieto del burkini

 

Regolamento su un elenco comune dei Paesi di origine sicuri

Il 13 maggio 2015 la Commissione europea ha presentato l’agenda europea sulla migrazione, un documento contenente le misure per far fronte alla situazione di crisi nel Mediterraneo e ulteriori iniziative da intraprendere per giungere a soluzioni strutturali che permettessero di gestire meglio la l’afflusso di rifugiati e migranti in tutti i suoi aspetti.

Nell’ambito delle iniziative strutturali, la Commissione ha sottolineato la necessità di affrontare gli “abusi” in modo più efficace e ha indicato l’intenzione di rafforzare le disposizioni sui Paesi di origine sicuri.

La direttiva 2013/32/UE sulle procedure d’asilo consente agli Stati membri di applicare specifiche norme procedurali, in particolare procedure accelerate e svolte alla frontiera, se il richiedente è cittadino di un Paese che è stato designato come paese di origine sicuro dal diritto nazionale.

Il 9 settembre 2015 la Commissione ha presentato una Proposta di Regolamento del Parlamento e del Consiglio che istituisce un elenco comune dell’UE di paesi di origine sicuri ai fini della direttiva 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca della protezione internazionale, e che modifica la direttiva 2013/32/UE

Barbara Spinelli ha fatto notare che numerosi esperti e ONG hanno espresso serie preoccupazioni per la proposta della Commissione europea di istituire un elenco comune dell’UE di “Paesi d’origine sicuri” dei richiedenti asilo.

Le critiche riguardano la possibile violazione del diritto al non respingimento, il divieto di espulsioni, la possibile violazione del diritto alla non discriminazione e del diritto a un ricorso effettivo. Diritti sanciti rispettivamente dagli articoli 18, 19, 21, 47 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea.

Alla luce di tali osservazioni, la deputata ha presentato una serie di emendamenti al Progetto di relazione sulla proposta della Commissione.

Gli emendamenti sono stati votati dalla Commissione Parlamentare Libertà, Giustizia e Affari Interni (LIBE) lo scorso 7 Luglio e alcuni emendamenti presentati o inglobati in emendamenti di compromesso sono stati adottati.

Essendo contraria alla proposta della Commissione, l’eurodeputata ha proposto in molti emendamenti di ritirare la proposta stessa. In altri ha chiesto che il concetto di Paese sicuro non pregiudichi l’analisi individuale delle richieste di asilo e non comporti la violazione del principio del non refoulement. Inoltre si è cercato di inserire nel testo il diritto al ricorso effettivo, la tutela di persone appartenenti a gruppi minoritari, la possibilità di rivalutare periodicamente i Paesi considerati sicuri.

A seguire riportiamo gli emendamenti votati positivamente in Commissione LIBE e inclusi nel rapporto del Parlamento.

A breve inizieranno i negoziati con il Consiglio. La relatrice per il rapporto, Sylvie Guillaume (S&D) porterà avanti gli elementi inclusi nel suo rapporto e ci si augura che il testo che ne scaturirà conterrà le modifiche e le aggiunte apportate dagli emendamenti votati in sede di Commissione Parlamentare.

Allegati, gli emendamenti di Barbara Spinelli (file .pdf) che sono stati inglobati interamente o solo in parte nei cosiddetti “emendamenti di compromesso” presentati al Progetto di relazione sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce un elenco comune dell’UE di paesi di origine sicuri ai fini della direttiva 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca della protezione internazionale, e che modifica la direttiva 2013/32/UE.

Voto contrario al parere della Commissione LIBE sul Budget dell’Unione per il 2017

di mercoledì, agosto 31, 2016 0 , , Permalink

Bruxelles, 31 Agosto 2016

 Il 31 agosto, la Commissione Libertà, Giustizia e Affari Interni (LIBE) del Parlamento Europeo riunita a Bruxelles ha adottato il parere sul progetto di bilancio generale dell’Unione europea per l’esercizio 2017. La Commissione Bilancio (BUDG) del Parlamento Europeo negozierà nelle prossime settimane col Consiglio dei ministri il bilancio dell’Unione basandosi sulle raccomandazioni dell’opinione della Commissione LIBE.

Relatore ombra per il gruppo GUE/NGL: Barbara Spinelli.

Dopo il voto, Barbara Spinelli ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Oggi la Commissione LIBE ha adottato il parere sul progetto di bilancio generale dell’Unione europea per l’esercizio 2017.

Il rapporto presenta numerose debolezze a mio parere gravi. Sono infatti passati, malgrado il voto negativo del mio gruppo, paragrafi a favore dell’ulteriore rafforzamento delle politiche securitarie dell’Unione e dei controlli delle frontiere esterne. È stato proposto anche l’aumento del budget di Frontex (chiamato ora “Guardia Costiera Europea”) ed Europol.

Accolgo invece con piacere l’adozione di una serie di miei emendamenti riguardanti in particolare la necessità di equità, trasparenza e pubblicità dei fondi Europei. Un emendamento invita la Commissione a separare, in tutti i futuri progetti di bilancio, le spese per il rafforzamento di strategie di rimpatrio eque ed efficaci dalle spese per la migrazione legale e la promozione di un’effettiva integrazione dei cittadini di paesi terzi; un altro sottolinea la necessità di aumentare il bilancio destinato alle politiche contro la discriminazione e a favore dell’uguaglianza e chiede che sia destinato un finanziamento specifico per contrastare la crescita di antisemitismo, islamofobia, afrofobia e antiziganismo negli Stati membri e che l’Unione sostenga i progetti volti all’emancipazione delle donne delle comunità interessate. Una serie di emendamenti evidenziano che i fondi dell’Unione non devono essere usati in progetti che possono ledere i diritti  delle persone, ragion per cui ho chiesto e ottenuto che gli aiuti allo sviluppo non siano condizionati ad accordi di riammissione dei migranti e che i fondi europei non vengano distribuiti a regimi dittatoriali.»

Far rispettare lo stato di diritto e i diritti sociali

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “Istituzione di un meccanismo UE in materia di democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali” (Relatore: Sophie in ‘t Veld – ALDE) nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE). Bruxelles, 12 luglio 2016

Punto in agenda:

  • Esame del progetto di relazione
  • Fissazione del termine per la presentazione di emendamenti

Ringrazio nuovamente la Relatrice per il lavoro fatto in tutti questi mesi e anche per quello che si appresta a compiere con gli emendamenti di compromesso, nel tentativo di integrare i suggerimenti provenienti dai vari gruppi. La capacità di ascolto di Sophie in’t Veld è stata veramente grande, anche negli incontri, numerosi, che ha saputo organizzare con vari rapresentanti della società civile. È il motivo per cui guardo con fiducia al futuro lavoro sui compromessi. Avremo sicuramente modo di discutere tale lavoro in futuri incontri e scambi tra relatori ombra.

Per l’occasione, vorrei indicare fin da ora quattro priorità che sono alla base degli emendamenti che ho presentato in nome del mio gruppo.

  1. Auspico in primo luogo che gli emendamenti di compromesso non conducano a uno svuotamento dell’idea di fondo di tale strumento, inteso come tentativo concreto di dare centralità ai diritti fondamentali, e di avere al contempo un meccanismo efficace di valutazione del loro rispetto. Efficace e politicamente del tutto imparziale, come sicuramente è nell’intenzione della Relatrice. L’imparzialità dovrebbe, secondo me, impedire la frammentazione e l’atteggiamento selettivo paventato dal collega polacco che mi ha preceduto nella discussione. In fin dei conti la creazione di un tale strumento punta a dare concretezza agli obblighi derivanti dai Trattati e dalla Carta dei diritti fondamentali, e parte dall’idea che l’attuale articolo 7 – non a caso battezzato “opzione nucleare” – non sia in grado di avere la credibilità necessaria per condurre a tale concretezza e garantire l’effettiva imparzialità. Ribadisco quel che ho già detto in altre discussioni: sono pienamente d’accordo con la relatrice sulla necessità di abolire l’articolo 51 della Carta dei diritti fondamentali (che limita il suo campo di applicazione al diritto comunitario), perché solo in tal modo la Carta può diventare un vero e proprio Bill of Rights dell’Unione intera.
  2. L’estensione del meccanismo in esame alle Istituzioni e agli organi dell’Unione. La promozione e protezione dei diritti fondamentali rappresenta un vincolo essenziale che trova la propria ragion d’essere non solo nei Trattati e nella Carta, ma in molteplici strumenti internazionali. Si tratta di un obbligo di carattere orizzontale che prescinde, in un certo senso, dal destinatario. Non può quindi prevedere destinatari di serie A, intoccabili, e destinatari di serie B, che sono invece più esposti alle critiche. Il pieno rispetto di tale carattere non può che condurre alla nascita di uno strumento che contempli sia gli Stati Membri, sia gli altri soggetti che operano nell’ambito dell’Unione. Visto che quel che conta è riconquistare la fiducia nel progetto europeo, ritengo che l’Unione, nell’invocare il rispetto del diritto, debba essa stessa e in primis dimostrare la propria ottemperanza, altrimenti ci troveremmo di fronte a parole al vento e a un crescente distacco del cittadino da quella che ritiene essere una lontana burocrazia europea.
  3. La partecipazione e il coinvolgimento dei cittadini e della società civile. Come dicevo, sono convinta che la collega in ‘t Veld tenga a questo concetto e negli emendamenti che ho presentato chiedo quindi espressamente che i cittadini abbiano reale voce in capitolo nella creazione del nuovo meccanismo. Che la società civile attraverso i suoi intermediari sia considerata parte integrante della funzione di promozione e protezione dei diritti fondamentali. Mi auguro anche che vengano prese in considerazione le nostre proposte relative al rafforzamento degli strumenti già esistenti di partecipazione – mi riferisco, in particolare, all’Iniziativa dei cittadini europei (ICE) – ma anche a nuovi strumenti cui i cittadini possano ricorrere a tutela dei propri diritti, come i ricorsi alla Corte di giustizia, le azioni dei consumatori, ecc.
    Il Brexit in primis, il precedente dibattito sul Grexit, ma anche il referendum olandese e le elezioni austriache, stanno dimostrando il profondo distacco che sta creandosi tra istituzioni dell’Unione e cittadini. Si tratta quindi di ricucire la fiducia tradita e muovere i primi passi per ridare una legittimità all’unificazione europea.
  4. I diritti sociali. Chiediamo che essi divengano effettivo parametro di valutazione delle prestazioni, al pari dei diritti civili. Che si proceda finalmente a una loro equiparazione. La crisi economica e finanziaria, unita alle misure adottate per fronteggiarla, ha resuscitato in Europa una vera e propria questione sociale e accresciuto la distanza dei popoli dall’Unione. Il riemergere di tale questione non può prescindere da una piena considerazione e affermazione dei diritti anche in campo sociale.

La riforma della Blue Card

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “Condizioni di ingresso e soggiorno di cittadini di paesi terzi ai fini di attività lavorative altamente qualificate” (Relatore: Claude Moraes – S&D, Gran Bretagna) nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE). Bruxelles, 12 luglio 2016.

Punto in agenda:

  • Esposizione della Commissione

Vorrei ringraziare il rappresentante della Commissione per l’esposizione del progetto di modifica della direttiva blue card. Ci sono vari cambiamenti proposti che ritengo senz’altro interessanti. La direttiva, come diceva in apertura Claude Moraes, sembra contemplare procedure più inclusive e flessibili. Penso, in particolare, alle semplificazioni per quanto riguarda l’accesso al permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo, alla possibilità, per chi già beneficia di protezione internazionale, di ottenere la Blue Card, e soprattutto alle facilitazioni riguardanti il ricongiungimento familiare. Ho letto tuttavia nell’explanatory memorandum della direttiva che la Commissione aveva inizialmente preso in esame la possibilità di rendere la Blue Card accessibile anche a migranti non altamente qualificati e ai richiedenti asilo. Ritengo che sarebbe stato estremamente positivo includere queste categorie nell’ambito di applicazione della direttiva. Cosa che non è stata fatta.

Ritengo inoltre che dovrebbe essere presa in considerazione l’idea di estendere, al contesto europeo, la normativa adottata in Svezia secondo cui le persone cui non è stata concessa protezione internazionale, ma che hanno ricevuto un’offerta di lavoro mentre la loro richiesta veniva esaminata, devono poter beneficiare di un permesso di soggiorno per cittadini di Paesi terzi.

Qualche settimana fa, in questa sede, è stato presentato un interessante studio della Direzione Generale delle politiche interne del Parlamento in cui si spiega come vi sia una forte carenza di manodopera in Europa, soprattutto nei settori che necessitano di lavoratori non altamente qualificati. Le cifre fornite a conferma di tale ipotesi sono davvero impressionanti. Questo d’altronde si collega strettamente alla crisi demografica dell’Unione. Ci sono mestieri – è riportato nello studio – che i vecchi in Europa non riescono più a fare e, allo stesso tempo, non ci sono abbastanza giovani per sostituirli.

Alla luce di ciò, chiedo alla Commissione come mai abbiate infine scelto di escludere i richiedenti asilo e i lavoratori non altamente qualificati dal campo di applicazione della direttiva.