È giusto che i 5 Stelle caccino i “dissidenti”?

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 19 febbraio 2021

I parlamentari del Movimento 5 Stelle che hanno votato No al governo Draghi sono gli unici che hanno denunciato la manovra che ha affossato Conte, e permesso a Renzi di vantarsene nei giornali europei. Che hanno difeso Conte, spodestato quando era più popolare; che hanno ricordato il disastro della Grecia devastata dalla Troika (Bce, Commissione Ue, Fmi). Disastro di cui solo Juncker – per la Commissione – oggi si vergogna.

Hanno fatto capire che all’opposizione non ci sarà solo l’estrema destra, che giudica catastrofica la politica del precedente governo, del ministro della Salute Roberto Speranza, del Commissario anti Covid Domenico Arcuri.

Ascoltandoli mi sono detta che il Movimento 5 Stelle avrebbe potuto far tesoro di questi dissidenti, nel momento in cui diceva Sì a Draghi pur esplicitando la propria “sofferenza”. È un insulto all’intelligenza e a metà circa dei propri iscritti pensare di espellerli. Chi ha ascoltato ieri Maria Elena Boschi sa che questo governo è nato anche per polverizzare, spaccandolo, il Movimento.

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Draghi e la necessità di un lockdown

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 16 febbraio 2021

La prima prova del governo Draghi, e la più urgente, riguarda il Covid e le varianti che stanno per prendere il sopravvento in tutta Italia (la variante inglese si sostituirà al virus circolante entro 5/6 settimane, ha detto il 13 febbraio Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di sanità. Le varianti brasiliane e sudafricane cominciano a circolare).

Le nuove necessità sanitarie non consentono dilazioni, e si spera vengano esplicitate nel discorso programmatico che Draghi pronuncerà mercoledì in Parlamento. Il Comitato tecnico scientifico e i principali esperti chiedevano da giorni il rinvio della riapertura delle piste di sci, ma c’era la crisi. Alcuni consigliano un lockdown totale e immediato, scuole comprese. L’appello al lockdown viene da esperti indipendenti come il virologo Andrea Crisanti, e dal consigliere del ministro della Salute Walter Ricciardi. Ridurre la trasmissione del virus è oggi l’imperativo whatever it takes, a ogni costo.

Roberto Speranza ne ha tenuto conto, appena riconfermato ministro, e in accordo con Draghi ha deciso di prolungare la chiusura degli impianti di sci. Ma i segnali che arrivano dalla maggioranza sono inquietanti. Sia la Lega che Italia Viva s’indignano per l’ordinanza del ministro. Matteo Salvini, ospite di Mezz’ora in più, ha attaccato Ricciardi, accusandolo di “terrorizzare 60 milioni di italiani”: “Non mi va bene che questo consulente dica che bisogna chiudere tutto. (…) Visto che ci sono tanti scienziati che non la pensano come Ricciardi, mettiamoli tutti intorno a un tavolo e chi convince di più con numeri alla mano ha ragione. Non ne possiamo più di questo apri-chiudi continuo”. Quanto alla chiusura delle scuole, pochi ne vogliono sentir parlare, a cominciare dal ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi e forse anche da Draghi, che nei giorni scorsi ha manifestato la sua preferenza: anno scolastico allungato sino a fine giugno, per recuperare il tempo, che probabilmente ritiene perduto e rovinoso per il Pil, della didattica a distanza (come se quest’ultima non avesse enormemente logorato professori e studenti).

In un articolo sul «Corriere della Sera» dell’11 febbraio, lo scrittore e fisico Paolo Giordano esprime una preoccupazione interamente condivisibile: che il discorso economico sia tornato a predominare su quello della sicurezza sanitaria, e che la concentrazione sul Recovery Fund e la crisi di governo “stia nella sostanza ‘assorbendo’ il discorso pandemico, relegandolo a un sottofondo, a un ipotetico normale”. Di qui la marginalizzazione degli esperti: la loro sovraesposizione mediatica, aggiunge Giordano, “li ha resi organici alla crisi, quindi più deboli nei messaggi”.

Anche se indeboliti, tuttavia, i messaggi scientifici restano lucidi, e smantellano gran parte dei discorsi consolatori o minimizzanti fatti dai politici. Innanzitutto – dicono – non è vero che le varianti aumentano la contagiosità ma non la letalità del virus. L’aumento vistoso dei contagi moltiplicherà esponenzialmente anche i decessi, come confermato da studi britannici. In secondo luogo non è vero che le scuole siano senza pericolo: è ormai acclarato che le varianti approfittano delle scuole aperte, infettando anche bambini e adolescenti, e tramite loro le famiglie e gli anziani. È il motivo per cui Regno Unito e Germania hanno chiuso le scuole, anche se le regioni tedesche decideranno in autonomia (Angela Merkel non ha convinto tutti i Länder: il che conferma quanto sia difficile anche in Germania il rapporto Stato-regioni). Infine, non è vero che le vaccinazioni garantiranno presto l’immunità collettiva: nell’intervallo, il rischio è grande che il virus “impari” – se la sua circolazione non viene drasticamente bloccata – ad aggirare la protezione vaccinale attraverso nuove e probabili mutazioni. Il lavoro così come impostato da Domenico Arcuri è prezioso e si spera che possa continuare e accelerare: comunque, è grazie a lui che l’Italia è oggi il Paese che vaccina di più in Europa.

Questo significa che fin da mercoledì, Draghi si troverà a dover scegliere, e ad annunciare misure molto più restrittive, come seppe fare Giuseppe Conte in occasione del primo lockdown generale. Non è detto che saprà o vorrà farlo. Perché la maggioranza così ampia che lo sostiene non favorisce coesione e rapidità di decisioni. Perché lui stesso non ha mai detto nulla di importante sul Covid in Italia (più di 74.000 morti in un anno e varianti che rendono inefficaci i vaccini: è qualcosa che subito dovrebbe neutralizzare le pressioni delle lobby economiche e i discorsi sul Pil). Se c’è una spesa da fare subito, è quella destinata al sequenziamento delle varianti Covid: un’attività per cui mancano fondi, come sostiene da dicembre il virologo Massimo Galli: “In Gran Bretagna il Covid-19 Genomics Consortium, che comprende le maggiori Università del Paese, è stato finanziato con 20 milioni di sterline e ha potuto realizzare oltre 50.000 sequenze genomiche del coronavirus, permettendo di identificare (la variante inglese), mentre in Italia i laboratori non hanno ricevuto supporto significativo. Da noi la ricerca è poco considerata anche quando servirebbe a dare risposte immediate per il controllo di una pandemia”.

Vale la pena ricordare che tra gli obiettivi di chi per mesi ha lavorato all’abbattimento del governo Conte, c’era anche quest’obiettivo: metter fine alle chiusure e agli allarmi, riaprire e ripartire. È da tempo l’opinione di Renzi, secondo cui “la politica ha abdicato nei confronti dei virologi, esattamente come abdicò negli anni 92-93 nei confronti dei magistrati e nei primi anni del decennio scorso nei confronti dei tecnici dell’economia” (discorso al Senato, 30 aprile 2020). Un’opinione che il centrodestra e le regioni da esso governate condividono.

Conte era sospettato di sottomissione al Comitato tecnico scientifico: è stato silurato anche per questo. Non è stato mai sconfessato invece dagli italiani, convinti dal suo coraggio. La sua popolarità va studiata, perché è venuta da un popolo che si è sentito al tempo stesso salvato e rovinato da lockdown e zone rosse. Il consenso di cui beneficia Draghi è costruito per adesso su parole dette in altri tempi e sul mito dell’italiano incensato all’estero, che giornali e tv amplificano smisuratamente. Per il momento ha poco a che vedere con la popolarità di Conte, per il semplice motivo che Draghi ancora non è stato messo alla prova, e che la crisi politica ha ridotto la pazienza e la vigilanza degli italiani.

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Due trappole per il M5S

di domenica, febbraio 14, 2021 0 , Permalink

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 13 febbraio 2021

Pur capendo le ragioni del No, e nutrendo parecchi dubbi sul governo Draghi (qualcosa di davvero inedito: un commissariamento promosso da tutti i partiti tranne FdI) sono convinta che per il M5S non esistesse altra scelta se non il Sì. Non perché l’operazione Draghi, predisposta da Renzi ben prima di silurare Conte, sia salvifica (è una spaventosa tabula rasa). Ma perché il No estrometterebbe dal governo il M5S con zero possibilità di intervento e zero possibilità di garantire una qualche continuità dell’esperienza Conte: il quale non è affatto fallimentare come sentenziano in coro i commentatori, specie per quanto riguarda il Covid e le vaccinazioni organizzate da Arcuri. Non solo: star fuori implicherebbe la fine dell’alleanza con Pd e LeU, e la prevedibile defenestrazione di Zingaretti (altro desiderio di Renzi). Si trattava di scegliere fra due trappole impaurenti, dove il Sì è meno nocivo del No (o dell’astensione).

Articolo sulla crisi italiana per «Il Fatto quotidiano»

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 4 febbraio 2021

Si dirà che alla fine Matteo Renzi ha ottenuto quello che voleva e cui aspirava da quasi un anno: il siluramento di Giuseppe Conte, uno dei Presidenti del Consiglio più popolari nell’Italia degli ultimi decenni. Troppo popolare per risultare gradito a poteri forti che Renzi vuol rappresentare e favorire. Mario Draghi era sin da principio l’uomo provvidenziale che Renzi proponeva o meglio adulava, nei giorni stessi in cui ha fatto finta di negoziare un rinnovato governo Conte con i partiti dell’ex maggioranza.

È per silurare tale negoziato che Renzi gonfiava sempre più le condizioni e gli attacchi, ben sapendo che non potevano essere digeriti tutti insieme da Pd, 5Stelle e LeU. Quel che praticamente chiedeva era la sconfessione di un governo e di un Presidente del Consiglio che avevano mostrato di combattere la pandemia con determinazione, ricoperto le proprie cariche con disciplina e serietà, ottenuto un cambio fondamentale nell’Ue (l’accettazione d’indebitarsi in comune, le somme del Recovery per l’Italia).

Era un vero piano distruttore quello che Renzi aveva in mente, una specie di golpe bianco attuato bendandosi occhi e orecchie. Prima chiedeva quattro ministeri invece di due e sindacava perfino sui dicasteri Pd e 5Stelle. Contemporaneamente snocciolava ossessivamente i punti del suo piano: approvazione del Mes e dell’Alta velocità, smantellamento del Reddito di cittadinanza, del cashback, delle riforme della giustizia, della campagna di vaccinazione. Poi s’infiammava sulla scuola, ignorando i rischi di contagio ormai riconosciuti e riducendo il delicato capitolo all’insulsa questione dei banchi a rotelle, secondo una sinistra fraseologia umoristica del tutto identica a quella sistematicamente adottata da Salvini e Meloni. Contestualmente, il piano renziano prevedeva lo spodestamento di personalità particolarmente esecrate, anche se avevano fatto bene o proprio perché avevano fatto bene: dal ministro Gualtieri al Commissario anti-Covid Domenico Arcuri – oltre ai presidenti di Inps e Anpal. I vizi e misfatti di cui veniva accusato Conte (giustizia e prescrizione, efficacia delle vaccinazioni e Arcuri, crisi sanitaria ed economia), davano vita a un tessuto di menzogne ben smascherato l’altroieri sul «Fatto» da Salvatore Cannavò.

Draghi avrà a che fare con un’immensa crisi economico-sanitaria ma anche con Renzi, quando costituirà una maggioranza e governerà. Si vedrà, allora, quale sia la sua perspicacia, quanto esteso il suo intuito. Se si renderà conto della pericolosità di un personaggio che ha regolarmente rotto i patti divenendo un liquidatore seriale di politici e alleanze da lui stesso propugnate (prima dell’alleanza 5 Stelle-Lega, poi di quella giallo-rosa). Se capirà che la crisi è stata freddamente scatenata per ottenere quello che in fin dei conti è un commissariamento dell’Italia, e se asseconderà la vulgata diramata dai giornalisti che più frequentano i notiziari Tv e i talk show: la presunta “morte” della politica e dei partiti bollati in blocco come populisti, la “salvezza” ultra-terrena che verrebbe da Draghi, il Recovery Plan riscritto da capo dopo che già era stato migliorato con il concorso di tutti, di Gualtieri, Speranza e Bonafede, e non solo di Renzi.

La politica fu considerata morta anche quando l’Italia venne una prima volta commissariata dopo la lettera della Bce del 5 agosto 2011, in cui si chiedeva “una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala” e una riforma radicale del “sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione”.

La lettera era firmata dal presidente della Bce Jean-Claude Trichet e dal suo successore Mario Draghi. Venne poi il disastro greco: un ulteriore e ancor più umiliante commissariamento imposto da Bce, Commissione europea e Fondo Monetario. Alcuni indizi lasciano supporre che l’irruzione del Covid-19 abbia mutato alcuni dogmi di Draghi, sul ruolo dello Stato nell’economia e le privatizzazioni che gli erano care nella lunga epoca neoliberista, ma la distinzione operata oggi fra “debito buono” e “cattivo” non mi sembra sufficiente.

È soprattutto urgente sapere se Draghi abbia veramente chiari i poteri di riferimento dell’ex sindaco di Firenze. Da questo punto di vista il viaggio di Renzi in Arabia Saudita, nel mezzo della crisi da lui attizzata, getta una luce sinistra sui probabili aspetti geopolitici del suo piano. Incensare il regime saudita e considerarlo un baluardo neorinascimentale contro il terrorismo internazionale è più di una cantonata: fa balenare il lecito sospetto che Renzi sia un lobbista al servizio di poteri non tanto italiani o europei quanto extra-europei. Corteggia le nuove alleanze tra potentati del Golfo e regime Netanyahu in bellicosa funzione anti-Teheran, proprio nel momento in cui Biden potrebbe, con gli europei, resuscitare gli accordi con l’Iran. La visita di Renzi non è solo scandalosa per gli emolumenti elargiti da Riyad a un senatore che rappresenta l’Italia. Getta ombre sui suoi legami politici e le sue fedeltà, nonché sui suoi seriali assassinii politici in patria.

L’Italia sarà meno pericolante il giorno in cui Renzi verrà davvero neutralizzato. Cosa che quasi sicuramente avverrebbe se andassimo a votare, anche se le preoccupazioni di Mattarella sui rischi sanitari ed economici di un voto a primavera sono più che comprensibili. In assenza di elezioni non c’è che da sperare nella perspicacia di Draghi, ma anche nella riluttanza di Pd e 5Stelle a fare promesse sconsiderate al nuovo alleato Berlusconi.