L’Ue vuole la tregua ma non la pace

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 23 ottobre 2025

Se si vuol capire almeno un poco come gli Stati e le istituzioni d’Europa siano arrivati dopo anni di guerra in Ucraina a questo punto – un’incapacità totale di far politica; una ripugnanza diffusa verso chiunque imbocchi la via diplomatica; un’incaponita postura bellica che sfalda già ora lo Stato sociale; un senso storico completamente smarrito – occorre esaminare due eventi rivelatori delle ultime settimane.

Il primo ha per protagonista Trump, che dopo aver discusso al telefono con Putin il 16 ottobre, ha bocciato l’idea di mandare in Ucraina i micidiali missili Tomahawk, che possono colpire la Russia fino agli Urali, sono in grado di trasportare testate nucleari, e vanno manovrati solo con l’assistenza del Paese egemone nella Nato. Arrivato alla Casa Bianca per ottenere i missili, il 17 ottobre, Zelensky s’è sentito dire, anzi urlare: “Se Putin vuole, ti distrugge”. Trump ha escluso ogni escalation, in vista dell’imminente suo incontro con Putin. Ma Zelensky si è inalberato e ha chiesto aiuto agli Stati europei detti “volonterosi”. I quali sono accorsi e hanno subito silurato il vertice Trump-Putin, per ora rinviato. Obiettivo dei Volenterosi è un cessate il fuoco lungo la linea del fronte, e solo in seguito una trattativa sul futuro ucraino e sulle garanzie di sicurezza per Kiev.

Fin dal vertice con Trump in Alaska, tuttavia, Putin chiede che prima del cessate il fuoco si accettino le garanzie di sicurezza russe oltre che ucraine e cioè: neutralità e non adesione di Kiev alla Nato, riduzione degli armamenti sproporzionati in Ucraina, impegno scritto del Patto Atlantico a non espandersi mai più verso l’Est. Mosca lo chiede da decenni, non da oggi.

Non è da escludere che Trump si stufi di tentare accordi con Putin e lasci che Zelensky e Volenterosi europei se la cavino da soli, e siano loro e non gli Stati Uniti ad apparire i perdenti in questa storia (anche se ora Zelensky, terrorizzato dal possibile tracollo delle ultime difese in Donetsk, pare virare verso un tardivo e disperato congelamento del conflitto). Già da tempo il presidente giudica non vincolante per Washington l’articolo 5 del Patto atlantico. Lettura niente affatto scorretta: l’articolo proclama in effetti che se un Paese è attaccato tutti lo sosterranno, ma precisa che ogni Stato, “individualmente e di concerto con le altre parti, intraprenderà l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata”.

Sia Zelensky che i Volonterosi Ue hanno inoltre mal digerito il fatto che il vertice Trump-Putin sarebbe avvenuto in Ungheria, lo Stato che nell’Unione e nei principali giornali occidentali è trattato come un paria, da non toccare nemmeno con la punta delle dita.

Il secondo evento rivelatore, ancora più significativo perché inatteso, sono le parole che Angela Merkel ha pronunciato il 3 ottobre sul mortifero garbuglio ucraino. Anche qui, come nel caso di Trump, colpisce l’interlocutore prescelto dall’ex Cancelliera: il canale youtube Partizàn, ungherese, e l’influente giornalista Márton Gulyás, anch’egli ungherese. Budapest denuncia da tempo l’assenza di una seria diplomazia europea, critica i pacchetti di sanzioni (è in discussione il diciannovesimo), e si oppone all’uso degli averi russi sequestrati nelle banche occidentali. Si oppongono anche Banca centrale europea e Fondo monetario.

La cosa cruciale che l’ex Cancelliera ha detto, sull’Ucraina, è che la guerra avrebbe potuto essere scongiurata, se l’Europa avesse accettato quello che lei propose nel giugno 2021, otto mesi prima dell’ingresso dell’esercito russo in Ucraina. Si trattava di prender atto del fallimento degli accordi di Minsk (Kiev non ha mai concesso l’autonomia promessa ai russofoni del Donbass, neanche linguistica) e di costruire con Mosca un “nuovo format”: una struttura che permettesse ai governi europei di “parlare direttamente con Putin in nome dell’Unione”, per negoziare la fine della guerra iniziata nel 2014 da Kiev contro i separatisti russofoni e russofili del Donbass. Solo così poteva esser scongiurata l’escalation più temuta: l’entrata in guerra di Mosca, avvenuta nel febbraio 2022, e l’annessione del Donbass e di altre province.

Il meccanismo concepito dalla Cancelliera (e da Macron, non ancora convertito al militarismo) somigliava molto al “telefono rosso” introdotto da Kennedy e Krusciov il 30 agosto 1963, dopo la crisi missilistica di Cuba. Lo scopo era sventare, grazie al filo diretto con Mosca, l’esplosione di un accidentale conflitto atomico. La proposta era ragionevole oltre che promettente, era stata già collaudata da Kennedy e avrebbe probabilmente evitato centinaia di migliaia di morti negli anni successivi. Ma nel Consiglio europeo del giugno 2021 fu respinta come l’avesse proposta il diavolo. Merkel è nota per l’estrema parsimonia verbale, ma nell’intervista è uscita allo scoperto: gli Stati che si opposero al format negoziale russo-europeo “furono soprattutto i tre Baltici e anche la Polonia, timorosa che mancasse all’Europa una politica verso la Russia”, politica che evidentemente Varsavia desiderava, e ancora desidera, meno cooperativa.

A differenza di molti colleghi nell’Unione, Merkel voleva che il meccanismo diplomatico fosse indipendente dalla Nato. Inoltre era convinta che l’assenza di colloqui diretti durante la pandemia Covid aveva danneggiato molto gravemente i rapporti con Mosca.

Merkel racconta infine come continuò a difendere i gasdotti NordStream, nonostante l’opposizione strenua di Zelensky e di Biden. Nel settembre 2022 i gasdotti che rifornivano Germania ed Europa di metano russo a buon prezzo furono distrutti da sabotatori ucraini col consenso di Washington, che può ora venderci gas liquefatto molto più costoso.

Accade così l’impensabile. Gli unici a prender atto che questa guerra poteva essere evitata, che non fu unprovoked ma provocata, che rischia di sfociare in scontro atomico se non finisce presto, sono Orbán il Reprobo, una Cancelliera in pensione, e un presidente Usa tutt’altro che pacifico, visto che medita guerre di regime change in Venezuela proprio mentre scommette su accordi con Mosca. Trump fa pensare al buffone di Kierkegaard che irrompe alla fine dei tempi in un teatro. Il buffone appare da dietro le quinte e urla per avvertire il pubblico che sta per dilagare un incendio: “Tutti pensano che è una farsa, dunque applaudono e ridono a crepapelle. È così, penso, che il mondo perirà”. (Sören Kierkegaard, Aut-Aut).

Uno dei più intelligenti e colti parlamentari europei, Michael von der Schulenburg (gruppo Sahra Wagenknecht, non iscritto) ha spiegato di recente in un saggio che la responsabilità maggiore ricade sulla Germania di Scholz e soprattutto di Merz. Ambedue accampano una memoria acuta delle colpe tedesche, e hanno fatto pagare ai palestinesi la propria espiazione per il genocidio degli ebrei. Ma la memoria svanisce del tutto quando ci si arma fino ai denti contro la Russia (27 milioni di morti per abbattere Hitler). Infatti Berlino sta preparando il Paese a una guerra con Mosca considerata imminente, si doterà dell’“esercito più potente d’Europa” (parola di Merz), e fa dire a Martin Jäger, direttore dei Servizi, che Mosca attaccherà gli europei della Nato “ben prima del 2029”, come ci si illudeva fino a ieri.

Né Merz né gli Stati europei né Zelensky temono di ridicolizzarsi: se di mattina dicono che la Russia ha fallito l’offensiva di primavera ed è prossima al collasso, ragion per cui conviene assestare il colpo finale coi Tomahawk, la sera diranno che Mosca è a tal punto minacciosa, efficace e agguerrita da poter invadere l’Europa intera, Italia compresa.


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La “Succession” parigina: Macron punta sul caos

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 12 ottobre 2025

A prima vista sembra inspiegabile, la testardaggine capricciosa con cui Emmanuel Macron sforna un primo ministro dopo l’altro – l’ultimo è Sébastien Lecornu, fedelissimo, incaricato ben tre volte – pur di non ammettere l’evidenza: i partiti di centro che lo sostengono sono sempre più striminziti, la sua politica è stata sconfitta alle elezioni del giugno 2024, le ore del suo soggiorno all’Eliseo sono contate. Lunedì Lecornu spiegherà quel che l’Eliseo vuole e concede, ma presto cadrà anche lui, come i due premier (Michel Barnier, François Bayrou) che l’hanno preceduto. Invece la testardaggine e i capricci sono spiegabili. Se Macron resta abbarbicato al potere è perché non vuole in alcun modo che le proprie scelte neoliberiste vengano disfatte: in particolare la scelta di proteggere dal fisco le grandi ricchezze e la riforma delle pensioni che gli elettori di estrema destra e di sinistra respingono, chiedendone una più giusta.

Macron è “solo davanti alla crisi”, affermano giornali e reti tv, ma così solo non è. Lo appoggiano i grandi patrimoni, le multinazionali, le imprese raggruppate nella confindustria francese (Medef). È a loro che Macron promette regali fiscali da quando fu eletto nel 2017. Con loro si identifica, mentre la sua popolarità crolla al 13-14%.

Il dramma Succession è iniziato e nessun candidato presidente vuol essere contaminato dal macronismo, anche se sono rari quelli se ne discosteranno davvero. Giornali e televisioni insistono sulla riforma delle pensioni che sinistra ed estrema destra vorrebbero abrogare, e su finte mini-concessioni del binomio Macron-Lecornu. La riforma non sarebbe abrogata ma dilazionata o perfino sospesa, in attesa che passi quando sarà eletto il nuovo presidente, in teoria nel 2027 ma forse prima se Macron dovrà dimettersi. Ma ancor più temuta dall’establishment economico-finanziario è la tassa sugli ultraricchi – detta anche tassa Zucman, dal nome dell’economista Gabriel Zucman. Un’imposta minima, applicata ai patrimoni di chi ha redditi annui superiori a 100 milioni di euro: aiuterebbe a salvare lo stato sociale e anche le pensioni, grazie a un introito 15-25 miliardi. Ma la confindustria erige un muro massiccio a difesa dei regali fiscali di Macron e preme in prima linea sui deputati socialisti. L’organizzazione imprenditoriale ha diffuso nelle settimane scorse un opuscolo confidenziale – un kit di mobilitazione – che spiega ai singoli deputati la catastrofe che potrebbe derivare dalla tassa Zucman o tasse somiglianti: fuga di capitali, instabilità, caos infine. Il kit cita l’esodo dei capitali in Norvegia, quando fu approvata una tassa simile. Omette di dire che quell’imposta colpiva i redditi annui superiori a 1,7 milioni di euro, non i 100 milioni annui indicati da Zucman. La tassa viene descritta come diabolica “predazione della ricchezza”. Anche in questo caso la maggioranza dei francesi la sostiene (86%), mentre la classe politica sopisce, tronca e ascolta le lobby.

Per capire qualcosa del caos francese occorre andare indietro nel tempo e individuare il momento in cui l’idea di democrazia “rappresentativa” ha vacillato non solo sotterraneamente, ma in maniera palese. È accaduto poco prima della nascita dell’euro. Nel 1998, il presidente della Banca centrale tedesca, Hans Tietmeyer, se ne uscì con una dichiarazione dirompente: a decidere è il “plebiscito permanente dei mercati”, oltre a quello degli elettori. Nel 2007 Greenspan disse la stessa cosa: grazie alla globalizzazione sono i mercati mondiali a prendere le decisioni politiche. Monti espose tesi analoghe, da presidente del Consiglio, quando disse che non poteva negoziare il salvataggio dell’euro a Bruxelles “tenendo pienamente conto” del proprio Parlamento (Spiegel, intervista del 6.08.2012). Da allora l’appello alla sovranità popolare viene assimilato al populismo o sovranismo. Nella strategia di Macron la sinistra francese doveva essere sfasciata, e il tentativo di unione nelle Legislative del 2024 andava affossato. È quello che è accaduto.

Oggi il Partito socialista è un intruglio, ma su un punto è sicuro: la criminalizzazione dell’ex alleato Mélenchon, che propugna idee redistributive della socialdemocrazia classica e avversa l’economia di guerra in Francia e Europa. Accusato delle peggiori nefandezze – antisemitismo, filo-putinismo, radicalismo – Mélenchon è ben più temuto e ostracizzato dell’estrema destra di Le Pen-Bardella. Il Partito socialista rischia di imboccare la strada centrista proprio quando il centrismo vive in Francia un declino spettacolare. È la strada che esalta la “cultura del compromesso e dell’umiltà”, abusivamente chiamata socialdemocratica. Di fatto non è più sinistra. E la terza via di Blair, naufragata da tempo in Inghilterra. O di Keir Starmer, sull’orlo del naufragio.

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Trump, il piano zoppo per la pace
e l’Europa a zero

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», Inserto speciale “Gaza – Due anni all’inferno”, 4 ottobre 2025

Quest’articolo è stato scritto subito dopo l’annuncio del Piano di pace, prima della reazione di Hamas e della risposta di Trump, ambedue comunicate il 3 ottobre.

Non è chiaro se il piano di pace annunciato il 29 ottobre da Trump e Netanyahu (“Il più grande evento nella storia della civilizzazione”) sia oppure no un Truman Show, una realtà parallela e perversa allo stesso modo in cui fu parallela e perversa l’esultanza di Bush jr (“Mission accomplished!”) quando pretese di aver vinto in poco più d’un mese la guerra in Iraq e insediò a Bagdad il catastrofico protettorato Usa diretto da Lewis Bremer.

Tra i tanti disastri accaduti dopo quella guerra – incoraggiata da Netanyahu – c’è l’assalto di Hamas del 7 ottobre 2023: una strage cui Israele ha risposto con l’uccisione in massa di civili palestinesi a Gaza (“tutti terroristi” secondo il Presidente Herzog). Quest’uccisione è l’evento unico di questi anni: unico nella storia delle civilizzazioni, non della civilizzazione suprema menzionata da Trump.

Netanyahu si finge vincente, avendo ottenuto modifiche a proprio favore del piano, ma in cuor suo lo sa: o il genocidio continua fino a quando Hamas accetterà la resa incondizionata, oppure i suoi giorni al governo potrebbero esser contati. L’America non lo salverà se i suoi ministri terroristi (Smotrich, Ben Gvir) lo affosseranno. Per Smotrich il piano è il “tradimento di tutte le lezioni del 7 ottobre, e finirà in lacrime”.

Netanyahu stesso ha ricordato all’Assemblea Onu che più del 90% della Knesset ha bocciato lo Stato palestinese, a luglio: “È la politica dell’intero popolo d’Israele”. E ha aggiunto: “Il lavoro a Gaza non è finito”. Per questo ha ottenuto da Trump che la resistenza non venisse consultata e che il piano parli nebbiosamente dell’“aspirazione” a una lontana “statualità palestinese”.

Il piano è stato approvato da molti governi (in primis l’Autorità Nazionale Palestinese), ma gli Stati arabi e musulmani condividono alcune riserve di Hamas: gli ostaggi vanno liberati, ma Israele deve ritirarsi da Gaza, come negoziato nel 2024. Intanto lo sterminio continua e Israele vieta l’attracco alla Sumud Flotilla pretendendo che le acque internazionali e palestinesi lungo la Striscia siano sue.

Hamas è definito terrorista in Occidente, e il suo braccio armato certo lo è stato il 7 ottobre, ma agli occhi di tanti palestinesi è l’unica forza a lottare contro l’occupazione e l’assedio di Israele, assieme al gruppo Jihad islamico e ad altre fazioni.

L’Autorità Palestinese in Cisgiordania è invece complice di Tel Aviv da decenni. Ha perfino cacciato l’emittente Al Jazeera, su ordine di Netanyahu, e in combutta con Israele acciuffa quando può i combattenti di Hamas attivi in Cisgiordania. Basta vedere la serie Tv Fauda per capirlo.

“Hamas è l’unico movimento palestinese di resistenza all’occupazione […] e il messaggio del 7 ottobre era potente: non potete emarginare i Palestinesi, la loro resistenza non è morta”, afferma lo storico israeliano Avi Shlaim («Haaretz», 25 settembre). Muore di certo se non sarà emendato il piano di non-pace.

Hamas è più duttile del Jihad Islamico e con l’aiuto degli Stati arabi vorrebbe negoziare un piano diverso, che però Netanyahu rifiuta. Non ignora che col piano attuale i palestinesi non verrebbero più bombardati, pur avendo perso tutto (città, case, ospedali, scuole, famiglie). Che potrebbero ricevere cibo e acqua dall’Onu e non solo dai turpi contractors della Gaza Humanitarian Foundation.

Ma per il resto Gaza resterebbe quella che era, in peggio: il controllo israeliano si rafforzerebbe – su terra, cielo, nel mare ricco di giacimenti di gas – e il governo sarebbe affidato a un board tecnocratico presieduto da Trump. Nel board spicca Tony Blair, ex premier inglese: figura aborrita in Palestina per l’appoggio alla guerra in Iraq, a ogni guerra d’Israele, alla British Petroleum – detta anche Blair Petroleum. Le gerarchie del protettorato le ha disegnate lui con Jared Kushner, genero di Trump. Dopo 77 anni si torna al mandato coloniale britannico.

Il peso europeo si è ridotto a zero in due anni, e infatti gli Stati Ue – non i suoi cittadini – approvano senza trattare. A partire da quando Netanyahu ha bombardato i negoziatori Hamas a Doha, a pesare sono otto leader degli Stati arabi e musulmani (Qatar in testa: l’ombrello Usa lo protegge dal 29 settembre).
Il 24 settembre Trump ha discusso con loro il piano all’Onu. Forse gli Otto alzeranno la voce. Forse vieteranno non solo le annessioni, ma anche le occupazioni israeliane. Forse no.

Se il piano fallisce, Trump farà quel che fa sempre: per non apparire perdente, aiuterà Netanyahu a “finire il lavoro” e tutto finirà in lacrime.

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