Trump-Putin, l’accordo c’è anche se non si vede

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 17 agosto 2025

Dicono i media statunitensi, compresi quelli vicini a Trump, che il vertice con Putin in Alaska non ha prodotto il successo immaginato dalla Casa Bianca, anche se l’evento è stato spettacolare: era la prima volta che le due potenze nucleari si parlavano, dall’inizio della guerra per procura in Ucraina che Joe Biden e Boris Johnson vollero proseguisse anche quando Kiev accettò una bozza d’intesa con Mosca, poche settimane dopo l’invasione del febbraio 2022. In realtà l’accordo fra i due presidenti c’è, anche se entrambi non intendono per ora formalizzarlo. “Nessun accordo fino a quando l’accordo c’è”, riepiloga Trump. Adesso tocca a Zelensky prendere la decisione che metta fine alla guerra, o almeno produca una tregua duratura. Zelensky recalcitra, ma dovrà valutare prestissimo: Trump l’ha convocato a Washington fin da domani. E tocca decidere agli Stati europei, che per tutto questo tempo hanno boicottato i tentativi di Washington, senza mai provare vie diplomatiche alternative e limitandosi a insistere sugli aiuti militari a Kiev, sulle sanzioni a Mosca e sul proseguimento della guerra. I cosiddetti “europei volenterosi” si dicono convinti che entro un decennio Mosca aggredirà il resto del continente. Quanto agli ucraini, la maggioranza chiede “pace subito”: ma che importa, sono loro a morire, mica noi. Infine la decisione spetta alla Nato, che dovrà ammettere una disfatta monumentale. Se Kiev e i volenterosi capiranno che la palla è nel loro campo, e che la sconfitta è ingiusta ma ineludibile, l’accordo potrebbe culminare in un incontro fra Putin, Trump e Zelensky.

Tutto questo si deduce in maniera non subito decifrabile dalle dichiarazioni dei due leader dopo il vertice, e molto più chiaramente dall’intervista che Trump ha rilasciato a Sean Hannity di Fox News, dopo l’incontro. Putin aveva ammesso poco prima che “su tanti punti” c’era identità di vedute, e che “la sicurezza dell’Ucraina deve assolutamente essere garantita”, al pari di quella russa: “Ma speriamo che Kiev e le capitali europee non oppongano ostacoli e non tentino, con provocazioni o intrighi dietro le quinte, di silurare i progressi che si profilano”. Nell’intervista Trump non ha detto cose diverse: “Non dico in pubblico tutti i punti d’intesa con Putin perché l’Ucraina deve ancora dare il consenso. La conclusione della trattativa spetta ora a Zelensky. Gli europei devono essere un po’ coinvolti (‘a little bit’), ma tutto dipende da Zelensky. Per parte mia gli dirò: Concludi un accordo!”. Né durante il vertice né nell’intervista si è accennato ai territori annessi da Mosca e alle garanzie di sicurezza per Kiev. È il motivo per cui alcuni giudicano il vertice “vuoto”. Putin avrebbe soggiogato Trump ripetendo quanto sostiene (legittimamente, ma inascoltato) da decenni: “Occorre affrontare le radici della crisi, tener conto delle nostre preoccupazioni, stabilire un giusto equilibrio di sicurezza in Europa”. E occorrerà riabilitare la lingua russa in Ucraina.

Invece è più che probabile che il problema dei territori sia stato affrontato, ma che i due abbiano deciso per prudenza diplomatica di non menzionarli prima dell’incontro Trump-Zelensky e dell’eventuale vertice fra Putin, Trump e Zelensky. Secondo una fonte presente ai colloqui di Anchorage, Putin vorrebbe tenere il Donbass (Doneck, Lugansk), ma accetterebbe il “congelamento” della linea del fronte nelle province, anch’esse annesse, di Kherson e Zaporizhzhya. Mosca non conferma.

Scrivono molti commentatori occidentali: è stato un trionfo per Putin, perché due giorni prima del vertice Trump aveva minacciato “conseguenze severe” in assenza di un accordo di tregua al vertice in Alaska, e adesso esalta le “relazioni fantastiche” tra Usa e Russia. Ha perfino apprezzato un “brillante consiglio” di Putin in tema di democrazia: “Le elezioni per email sono per forza disoneste. Il presidente Carter era dello stesso parere!”. Ma forse il Presidente Usa sta piano piano apprendendo l’arte dei silenzi diplomatici, e per questo non fornisce dettagli? In effetti ancora non sappiamo in cosa consista “lo scambio di territori” che ha prospettato giorni fa, e che riempie di paure Zelensky. Né chi garantirà la sicurezza dell’Ucraina, visto che Putin respinge lo schieramento di soldati di paesi Nato: un altro punto su cui Trump si dice “largamente d’accordo”, nell’intervista a Fox.

Probabilmente si è anche parlato di neutralità dell’Ucraina e della domanda principale di Mosca: la non adesione alla Nato, che Putin esige sotto forma di garanzia ufficiale, non verbale come ai tempi di Gorbacëv. È una delle questioni più spinose dei prossimi incontri al vertice, perché la Nato dovrà ammettere che questa guerra europea, da cui si aspettava lo smembramento della Federazione russa e la caduta di Putin, l’ha davvero perduta.

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Alaska, i due sogni e l’incubo Nato

di venerdì, Agosto 15, 2025 0 , , , , Permalink

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 15 agosto 2025

“Dormono nello stesso letto ma hanno sogni diversi”: l’antico proverbio cinese sembra adattarsi perfettamente al vertice fra Putin e Trump, oggi in Alaska.

Si adatta anche alle consultazioni preparatorie che il Presidente ha avuto mercoledì in video-conferenza con Zelensky e i Volonterosi europei (Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Polonia, Finlandia, Commissione Ue). Trump sogna di essere beatificato come costruttore di pace. Gli europei e Zelensky sognano una tregua seguita da ritirata russa, e soldati occidentali in Ucraina che mantengano la pace. Putin sogna la fine dell’aggressività Nato ai propri confini. Dietro questo guazzabuglio di sogni la dura realtà dei fatti, indigesta per gli Occidentali: la Nato ha perduto questa guerra europea, e ora tocca gestire la disfatta fingendo che non sia tale.

Fino all’ultimo i governi europei hanno provato a sabotare l’incontro, anche se ieri si sono detti molto soddisfatti e rassicurati da Trump. Ma le idee che si fanno della fine della guerra sono incoerenti e non coincidono con le realtà militari. Nel comunicato del 9 agosto, la Coalizione dei Volonterosi afferma che il negoziato dovrà svolgersi “a partire dalla linea di contatto” fra i due eserciti. Dunque dovrà tener conto dell’avanzata russa nel Sud-Est ucraino, e del controllo di Mosca sulle quattro province annesse dalla Federazione russa. Nelle grandi linee è il cavilloso compromesso suggerito il 10 agosto da Mark Rutte, segretario generale della Nato: alcuni territori resteranno legalmente ucraini, ma sotto il controllo di Mosca. Rutte ha precisato che l’accordo potrebbe includere il “riconoscimento effettivo” delle annessioni, ma “non il loro riconoscimento politico e giuridico”. Steve Witkoff, inviato diplomatico di Trump, crede di aver capito che Putin vuole tenere il Donbass – gli oblast Luhansk e Doneck – ma potrebbe negoziare lo statuto delle due altre province incamerate (Zaporižžja e Kherson). Mosca per ora non conferma.

Per confondere ancora più le acque e accentuare il divario tra sogni, cavilli e realtà, i governi Ue e i sei Volonterosi non esitano a contraddirsi. Bisogna tener conto della linea di contatto militare (cioè delle vittorie russe) ma i confini prebellici non si toccano. È quanto sostengono i leader Ue nella dichiarazione del 12 agosto: urge fornire ancora armi all’Ucraina, e piegare la Russia con misure restrittive sempre più pesanti (il 18° pacchetto di sanzioni risale al 17 luglio). Quindi è piuttosto insensato affermare che si negozia “a partire dalla linea di contatto”. Nel sogno di Zelensky l’Ucraina non deve apparire perdente: come se la guerra non fosse avvenuta o addirittura Kiev l’avesse vinta.

Solo l’ungherese Viktor Orbán si oppone all’esercizio illusionista dell’Unione europea: “Stiamo parlando come se la situazione fosse aperta. Non lo è. Gli Ucraini hanno perso questa guerra e la Russia l’ha vinta”. E ancora: “Se non siete al tavolo dei negoziati vuol dire che sarete mangiati”. Sembra ci sia solo Orbán, a dire come effettivamente stiano le cose. “Un parere molto interessante”, lo ha elogiato Trump. Alla vigilia del vertice, l’esercito russo ha sfondato la linea del fronte nel Donbass.

Sicuro dell’appoggio apparentemente incondizionato degli Europei, anche Zelensky ha cercato di sabotare l’incontro di Anchorage. Ha ribadito che mai potrà rinunciare ai territori, non fosse altro perché la costituzione glielo vieta. Ha ripetuto che la Russia va punita con sanzioni e l’Ucraina remunerata con armi più efficaci. Ancora di recente, ha detto che Kiev insisterà nel chiedere l’adesione non solo all’Unione europea ma anche alla Nato. Cosa che neanche i Volenterosi dicono più di volere, e che Trump ha da tempo escluso.

Le ragioni di Zelensky si possono capire: perdere una guerra è terribile, soprattutto se si tiene a mente che fu lui a negoziare con Mosca un accordo che ancora non includeva cessioni di territori, poche settimane dopo l’Operazione Speciale di Putin, e che furono i governi di Stati Uniti e Gran Bretagna a opporre il veto a qualsiasi trattativa e a imporre il proseguimento della guerra.

Zelensky nel frattempo non ha più il paese alle spalle e neanche soldati a sufficienza. Un sondaggio Gallup degli inizi di luglio dice che il 69% degli Ucraini chiede “la fine alla guerra al più presto”, e il 24% preferisce la sua continuazione “fino alla vittoria”. All’inizio della guerra, il 73% voleva la guerra fino alla vittoria.

Il problema ora è di vedere se Trump e Putin escogiteranno qualche intesa iniziale. L’incontro è già un progresso, visto che Putin era trattato da Biden come criminale e macellaio. Ma c’è da dubitare che sia decisivo, e Trump stesso parla prudentemente di un “test”.

Se lo scopo sognato dai due leader fosse identico, accordarsi sarebbe difficilissimo – toccherà a un certo punto ottenere l’assenso di Kiev – ma non impossibile. I confini in Europa sono stati già illegalmente cambiati per volontà occidentale, nella guerra in Jugoslavia.

Ma gli scopi restano diversi. Trump punta a un accordo di breve periodo, basato su “scambi di territori” che sanciscano l’appartenenza alla Russia del Donbass separatista (Luhansk e Donetsk) e della Crimea annessa nel 2014. Putin è interessato al lungo periodo: non si limita a rivendicare territori, ma esige la fine delle sanzioni, accordi sull’Artico, la rinuncia ucraina a entrare nella Nato. E non si accontenterà di dichiarazioni: occorre che Kiev cancelli dalla propria costituzione gli emendamenti che nel 2019 hanno reso vincolante l’impegno a entrare nell’Alleanza Atlantica. Sarà tutt’altro che semplice, ma son quasi trent’anni che Mosca teme i fortilizi Nato alle porte di casa.

Nel febbraio 2022 il Cremlino ha iniziato la guerra perché gli Occidentali hanno ignorato i suoi interessi di sicurezza, violando le promesse fatte in passato a Gorbačëv. Lo stesso Stoltenberg, ex segretario generale della Nato, lo ammise il 7 settembre 2023 : “Nell’autunno 2021 Putin inviò alla Nato una bozza di trattato in cui dovevamo promettere di cessare gli allargamenti dell’Alleanza, come precondizione per non invadere l’Ucraina. Naturalmente non firmammo. Per questo Putin andò in guerra: per evitare la Nato ai propri confini. Ottenne l’esatto contrario”.

Rifiutando “naturalmente” di firmare la bozza, l’Occidente ha mandato a morire decine di migliaia di Ucraini, per ritrovarsi ora catapultato indietro nel tempo, quando gli fu chiesto di abbandonare l’espansionismo Nato. Mosca non ha ottenuto l’“esatto contrario”, ma sta ottenendo quel che voleva. Ha conquistato quattro province e l’Ucraina è ora uno Stato fallito. Kiev è perdente non malgrado il sostegno euro-americano, ma a causa di esso.

Trump non lo ammetterà mai ma è alle prese con il declino della supremazia globale americana. “Trump non è l’uomo della pace – scrive Orsini su questo giornale – è l’uomo che gestisce la sconfitta strategica della Nato in Ucraina per mano della Russia”. Di qui i dazi usati come arma ricattatoria nei confronti di Brasile, India, Sud Africa, per frenare l’ascesa del gruppo Brics che include Russia e Cina. Perdere l’India è un’immane disfatta. Di qui il profondo disprezzo per l’Europa. Di qui l’appoggio scriteriato a Netanyahu e alla liquidazione finale dei palestinesi, che mina la credibilità Usa nel mondo. Intervistato a giugno da «The Atlantic» Trump s’è pavoneggiato: “Governo l’America e il mondo”. Ecco il sogno d’onnipotenza con cui Putin farà oggi i conti.

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