Come negoziare il Brexit

Intervento di Barbara Spinelli nel Workshop “After the UK Referendum: Future Constitutional Relationship of the United Kingdom with the European Union” organizzato nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO). Bruxelles, 5 settembre 2016.

Oratori:

  • Francisco Aldecoa Luzárraga, Mercedes Guinea Lorenete (Fundacion Alternativas / Universidad Complutense de Madrid)

“Withdrawal procedure and future framework of relations”

  • René Repasi (EURO-CEFG, University of Rotterdam)

“Economic governance and internal market”

  • Steve Peers (University of Essex)

“Vested rights and EU free movement”

 

Vorrei riprendere quanto detto dalla collega Pervenche Berès (S&D), considerando il suo invito più che condivisibile: la discussione sugli sviluppi successivi al referendum britannico deve essere più politica che tecnica – anche se gli aspetti tecnici sono certo fondamentali – e per questo motivo ritengo sia necessario che il Regno Unito attivi al più presto il meccanismo dell’articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea (clausola sul recesso). A differenza del primo oratore, Prof. Francisco Aldecoa Luzárraga, penso infatti che la disgregazione non sia più difficile da gestire rispetto all’integrazione. Oggi, in Europa, è l’integrazione a costituire la sfida più difficile cui far fronte, non la disintegrazione che stiamo vivendo.

In questo quadro, sono convinta che non vadano trascurati gli effetti disgregativi del referendum inglese e i fenomeni imitativi, mimetici, che esso sta già producendo in vari Paesi, e in particolare in quasi tutti i Paesi dell’Est dell’Unione. I motivi di tali fenomeni mimetici vanno studiati attentamente e affrontati politicamente nel loro insieme: sono motivi sociali, sono l’insoddisfazione e la delusione di fronte a una gestione catastrofica sia della crisi economica, sia della questione rifugiati. Se guardiamo ad esempio alla Francia, oltre che ai Paesi dell’Est, vedremo come sia sempre più generalizzata la “fuga” dall’Europa, dalla Carta dei diritti fondamentali, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. È un fenomeno evidente nell’elettorato di Marine Le Pen, ma è forte anche nel partito di Sarkozy e perfino in una parte del partito socialista, se esaminiamo le posizioni del Primo Ministro Manuel Valls (cfr. affare del “burkini”).

Se l’attenzione si concentra sulle reazioni dei cittadini, vorrei anche ricollegarmi a quanto affermato da Steve Peers in merito alla tutela dei diritti acquisiti dai residenti in Inghilterra in virtù dell’appartenenza all’Unione. Sono persuasa, come lui, che il Parlamento europeo possa svolgere un ruolo importante nella difesa di tali diritti, anche se naturalmente bisognerà evitare che forti interventi di quest’assemblea facciano crescere in Inghilterra il rifiuto dell’Europa, come paventato dal collega György Schöpflin (PPE). Anche se vorrei ricordare al collega che il rigetto non è una minaccia: il gran rifiuto non è qualcosa che sta davanti a noi ma c’è già stato.

Quel che vorrei chiedere a Steve Peers è cosa concretamente possa fare questo Parlamento per difendere tali diritti, che riguardano milioni di cittadini non britannici residenti nel Regno Unito.

Infine vorrei porre un’ultima domanda agli esperti presenti, chiedendo loro come potrà essere gestita la questione di una possibile permanenza nell’Unione dell’Irlanda del Nord e della Scozia – in quest’ultimo caso nell’ipotesi di un eventuale referendum sull’indipendenza e di un vittoria del fronte favorevole a tale prospettiva (non è detto a mio parere che tale referendum si terrà, e che i pro-europei lo vincano) – trattandosi di due regioni che nel referendum sul Brexit hanno maggioritariamente espresso la volontà di restare nell’Unione.

Foreign fighters, burkini e Consiglio di Stato francese

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE). Bruxelles, 31 agosto 2016

Punto in agenda:

Lotta al terrorismo e recenti attacchi negli Stati membri

  • Scambio di opinioni con la Commissione europea, la presidenza del Consiglio e Gilles de Kerchove, coordinatore antiterrorismo dell’UE

Ringrazio la Commissione e il Consiglio per aver messo in evidenza il fatto che ci troviamo di fronte ad un mutamento dei modelli di radicalizzazione, riscontrabile negli attacchi terroristici che hanno colpito recentemente l’Europa.

Su questo punto vorrei porre alcune domande. Vivendo in Francia, ho avuto modo di leggere alcuni dati che ritengo estremamente interessanti, e che vorrei sottoporre alla vostra attenzione.

Prima di tutto vorrei chiedere quale sia stato il peso dei foreign fighters negli ultimi attentati terroristici, avendo riscontrato che il loro ruolo sta diminuendo, mentre va intensificandosi l’uso, da parte dell’ISIS, di cellule più o meno dormienti presenti nei Paesi europei, nonché di persone che possono genericamente esser definite “disturbate” ma le cui azioni non hanno legami evidenti e continuativi con la religione musulmana, anche se l’Isis tende a mettere il suo cappello sugli attentati, una volta compiuti, e ad appropriarsene. In Francia, l’ISIS ritiene ad esempio di non aver bisogno dell’intervento di foreign fighters provenienti dall’estero, nella convinzione che vi sia un numero sufficiente di terroristi già presenti sul territorio. (http://www.nytimes.com/2016/08/04/world/middleeast/isis-german-recruit-interview.html?_r=0)

La seconda domanda è legata alla difesa dello stato di diritto, una volta appurato che la radicalizzazione avviene dentro i Paesi dell’Unione. Citando ancora una volta la Francia, vorrei chiedere alla Commissione come intenda rispondere alla tendenza sempre più diffusa a stigmatizzare in simultanea migranti e Islam, e a mescolare le questioni di sicurezza con i principi dello Stato francese legati alla laicità. Mi riferisco in particolare al caso del “burkini”, definito dal capo di governo francese come un’offensiva ideologica dell’Islam radicale. Mi chiedo se la Commissione non abbia interesse valutare meglio la situazione in questo campo, coordinando le proprie azioni non solo con i governi e i responsabili dei Ministeri degli Interni, ma anche con i giudici delle corti nazionali. La recente sentenza del Consiglio di Stato francese sulla questione “burkini” è sicuramente di grande interesse perché mette in questione il divieto del “burkini” separando nettamente le questioni concrete legate alla sicurezza dai principi fissati nella legge francese sulla laicità del 1905.

Infine, pongo un’ultima domanda che, sebbene sia già stata fatta, considero di grande importanza. Come intende rispondere la Commissione alla richiesta, avanzata dai Governi di Francia e Germania, di abolire le modalità di cifratura (encryption) utilizzate da alcune applicazioni, quali ad esempio whatsapp e telegram, considerando che si tratta di tecniche volte a proteggere la privacy e, più in generale, le libertà individuali e di impresa? In particolare, vorrei sapere se la Commissione intenda dare un seguito positivo alla domanda franco-tedesca di un regolamento o di una direttiva europei in tal senso.

Sentenza del Consiglio di Stato francese sul divieto del burkini

 

Incarcerazione di tre sostenitori dei diritti umani in Turchia

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-005219/2016
alla Commissione
Articolo 130 del regolamento

Marietje Schaake (ALDE), Isabella Adinolfi (EFDD), Martina Anderson (GUE/NGL), Nikos Androulakis (S&D), Petras Auštrevičius (ALDE), Brando Benifei (S&D), Fabio Massimo Castaldo (EFDD), Karima Delli (Verts/ALE), Gérard Deprez (ALDE), Georgios Epitideios (NI), Cornelia Ernst (GUE/NGL), Fredrick Federley (ALDE), Eleonora Forenza (GUE/NGL), Gerben-Jan Gerbrandy (ALDE), Charles Goerens (ALDE), Nathalie Griesbeck (ALDE), Takis Hadjigeorgiou (GUE/NGL), Hans-Olaf Henkel (ECR), Eva Kaili (S&D), Stelios Kouloglou (GUE/NGL), Alexander Graf Lambsdorff (ALDE), Barbara Lochbihler (Verts/ALE), Peter Lundgren (EFDD), Valentinas Mazuronis (ALDE), Louis Michel (ALDE), Matthijs van Miltenburg (ALDE), Marlene Mizzi (S&D), Demetris Papadakis (S&D), Jozo Radoš (ALDE), Frédérique Ries (ALDE), Claude Rolin (PPE), Judith Sargentini (Verts/ALE), Jordi Sebastià (Verts/ALE), Barbara Spinelli (GUE/NGL), Eleftherios Synadinos (NI), Pavel Telička (ALDE), Josep-Maria Terricabras (Verts/ALE) e Josef Weidenholzer (S&D)

Oggetto: Incarcerazione dei tre importanti sostenitori dei diritti umani in Turchia

Il 20 giugno 2016, in Turchia sono stati incarcerati tre importanti sostenitori dei diritti umani. Erol Önderoğlu (Reporter senza frontiere) è stato arrestato dopo essere comparso in tribunale a Istanbul. Şebnem Korur Fincancı (Fondazione per i diritti umani in Turchia) e Ahmet Nesin (giornalista e scrittore) sono stati arrestati lo stesso giorno. Vengono accusati di propaganda terroristica, apparentemente per aver ricoperto temporaneamente la posizione di caporedattori per Özgür Gündem, un quotidiano che si concentra sul conflitto tra il governo e il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK).

Le autorità turche hanno avviato indagini preliminari a carico di 37 delle 44 persone che hanno partecipato a una campagna di protesta contro l’accanimento nei confronti del personale di Özgür Gündem lavorando per un giorno come redattori ospiti per il giornale.

  1. La Commissione ha manifestato al governo turco le proprie preoccupazioni in merito al ricorso alla legislazione antiterrorismo per arrestare giornalisti e studiosi che non sono accusati di fare uso della violenza? Se non lo ha fatto, può chiarirne il motivo?
  2. Quali conseguenze hanno avuto le violazioni dei diritti umani e l’abuso delle leggi antiterrorismo sulle relazioni tra l’UE e la Turchia in seguito alla “dichiarazione” di cooperazione sulla gestione della migrazione?
  3. Vi sono parametri di riferimento concreti per la Turchia su questioni quali lo Stato di diritto, la separazione dei poteri, le detenzioni arbitrarie e la libertà di espressione per quanto riguarda la “dichiarazione” sulla migrazione? I recenti sviluppi avranno un impatto sul piano di avviare il capitolo negoziale 33?

IT
E-005219/2016
Risposta di Johannes Hahn
a nome della Commissione
(7.9.2016)

La Commissione segue con preoccupazione la situazione della libertà di espressione e dei diritti fondamentali in Turchia. Ricorda, tra l’altro, la dichiarazione congiunta del 21 giugno 2016 dell’alto rappresentante/vicepresidente Federica Mogherini e del commissario Hahn sull’arresto del Prof. Fincanci e di numerosi giornalisti, tra cui il Sig. Nesin[1].

L’UE esprime e difende la sua posizione a tutti i livelli, inclusi gli incontri al vertice. Durante il Consiglio europeo del 17 e 18 marzo 2016[2], i leader dell’UE hanno ribadito che l’Unione si aspetta, da parte della Turchia, l’osservanza degli standard più elevati in materia di democrazia, Stato di diritto e rispetto delle libertà fondamentali, compresa la libertà di espressione. Più di recente, in occasione della 124ª riunione del comitato di associazione UE‑Turchia del 31 maggio 2016, l’UE ha espresso serie preoccupazioni relativamente all’ampia applicazione delle leggi contro il terrorismo e la criminalità organizzata.

Come indicato nella terza relazione sui progressi compiuti dalla Turchia per soddisfare i requisiti della tabella di marcia per un regime di esenzione dal visto del 4 maggio 2016[3], nonché nella seconda relazione sui progressi compiuti nell’attuazione della dichiarazione UE-Turchia del 15 giugno 2016[4], la Turchia dovrebbe rivedere la legislazione e le prassi in materia di terrorismo in linea con gli standard europei, in particolare adeguando la definizione di terrorismo così da restringerne l’ambito di applicazione e introducendo un criterio di proporzionalità.

[1]     http://eeas.europa.eu/statements-eeas/2016/160621_01_en.htm
[2]     http://www.consilium.europa.eu/it/meetings/european-council/2016/03/17-18/
[3]     COM(2016) 278 final.
[4]     COM(2016) 349 final.

Risoluzione sulle violazioni dello Stato di diritto in Polonia

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Riunione del Gruppo GUE/NGL – Bruxelles, 9 settembre 2016

Punto in Agenda:

  • Situazione in Polonia

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatrice, per il Gruppo GUE/NGL, della Risoluzione “sui recenti sviluppi in Polonia e loro impatto sui diritti fondamentali sanciti dalla Carta da dei diritti fondamentali dell’Unione europea” che sarà discussa e votata nel corso della Sessione Plenaria di settembre (Strasburgo, 12-15 settembre 2016)

La prossima settimana, nella sessione plenaria di Strasburgo, si discuterà nuovamente della situazione della rule of law e del rispetto dei diritti umani in Polonia, e si voterà su una risoluzione. Come ricorderete, nell’ultima plenaria la questione fu “congelata” in attesa di conoscere gli sviluppi del dialogo avviato dalla Commissione con il governo polacco, nell’ambito del rule of law Framework, ossia del meccanismo predisposto dalla Commissione che ha come scopo quello di far fronte a eventuali minacce allo Stato di diritto che si verifichino all’interno di uno degli Stati Membri.

Dopo una prima Opinione della Commissione datata 1°giugno 2016, purtroppo mai ufficialmente pubblicata, tali sviluppi ci sono in effetti stati: sia nelle posizioni della Commissione, sia in Polonia.

Sviluppi nell’Unione: il 27 luglio la Commissione ha adottato una Raccomandazione – si tratta della seconda fase del meccanismo adottato nel 2014 – in cui si riconosce esplicitamente l’esistenza di una minaccia sistemica della rule of law, aprendo con ciò le porte a un ricorso all’articolo 7 del Trattato (TUE).

Sviluppi in Polonia: si è assistito negli ultimi mesi alla formale adozione di provvedimenti legislativi di dubbia compatibilità con la tutela dei diritti umani, che si aggiungono a quelli dell’anno in corso. Tra questi ultimi ricordo gli emendamenti alla legge sul Tribunale costituzionale, invalidati dallo stesso Tribunale e oggetto di specifico Parere negativo da parte della Commissione di Venezia; il Police Act, anch’esso oggetto di Parere della Commissione di Venezia che ne ha evidenziato le carenze in termini di protezione dei dati personali e dei diritti alla privacy; o ancora la legge sui media, che mina l’indipendenza dell’informazione e accentua il controllo governativo su di essa.

Per quanto concerne gli ultimi sviluppi, il 22 giugno il Presidente della Repubblica polacco ha firmato una legge anti-terrorismo che consente un controllo indiscriminato nei confronti degli stranieri e, più in generale, un’ingerenza massiccia nei diritti alla privacy e restrizioni alla libertà di riunione. Il 22 luglio è stata emanata una nuova legge sul Tribunale costituzionale che, pur risolvendo alcune questioni sollevate dalla Commissione di Venezia, mantiene forti profili di incostituzionalità, come sancito dallo stesso Tribunale costituzionale con sentenza dell’11 agosto e riconosciuto dalla Commissione europea nella propria Raccomandazione.

A ciò si aggiunga la questione dell’aborto. Si tratta di una proposta legislativa cittadina che è stata depositata in Parlamento, ed è fortemente approvata dal governo. La proposta contiene un divieto praticamente totale dell’interruzione di gravidanza, e sostituisce con straordinaria brutalità l’attuale legge sull’aborto, che è già tra le più restrittive esistenti nell’Unione. Quel che si chiede è che l’aborto sia vietato anche in caso di stupro, di malformazione grave del feto, e perfino se la vita della donna è in pericolo (anche se in questo caso il procuratore deve esprimersi sulla liceità dell’interruzione di gravidanza).

Contemporaneamente si assiste a una crescente chiusura delle frontiere, in linea con altri Paesi dell’Unione, e all’adozione di pratiche illegali che negano l’ingresso a richiedenti protezione internazionale, come denunciato da organizzazioni della società civile tra cui la Helsinki Foundation for Human Rights. Cito quanto affermato dal Ministro degli Interni Mariusz Blaszczak in un’intervista a TVN24. A suo parere, il multiculturalismo, la “correttezza politica” e la migrazione di massa sono responsabili degli attacchi terroristici in Europa, e l’Unione sarebbe più sicura con meno Musulmani: primo perché questi ultimi sono “incapaci di integrarsi nelle società europee”; secondo perché “la base dei valori e della cultura europei è la Cristianità”, e spazio per l’Islam non c’è.

A peggiorare il quadro vi è la totale paralisi dell’azione del Tribunale costituzionale polacco dovuta alla decisione delle autorità di non procedere alla pubblicazione delle sue sentenze, e perciò a renderle pienamente effettive. Decisione che rende impossibile il lavoro di revisione della costituzionalità dei provvedimenti sopra descritti e, quindi, dell’osservanza stessa dei diritti fondamentali.

Ritengo che il Parlamento europeo abbia il dovere di pronunciarsi ed esprimere una condanna di questa situazione. Non si tratta di ingerenza in affari interni di uno Stato Membro ma del puro e semplice riconoscimento che vi sono questioni imprescindibili che non ammettono deroghe. La tutela dei diritti fondamentali ne rappresenta il culmine. Penso sia importante che la sinistra, in primis, ponga al centro dell’attenzione tale questione, nell’ottica dello sviluppo di un modello diverso di Europa e di integrazione europea che si fondi innanzitutto sul rispetto del diritto e dei diritti fondamentali e che metta al centro della propria azione strumenti differenti: non il Fiscal Compact o il Meccanismo Europeo di Stabilità, ma la Carta dei Diritti Fondamentali e la Carta Sociale Europea.

Per queste ragioni, consiglierò di votare in favore della Mozione Comune di Risoluzione presentata dai Gruppi S&D-PPE e ALDE. Si tratta di un testo che non contiene parti negative, anche se punti per noi essenziali non vengono inclusi (aborto e migrazione). Su questi punti ho presentato in nome del nostro gruppo emendamenti specifici. Li cito di nuovo: il tema dell’aborto, la discriminazione verso le persone LGBTI, la chiusura e discriminazione verso migranti e rifugiati – soprattutto musulmani – e infine il riferimento al deterioramento della rule of law anche in altri Stati membri, al fine di evitare un doppio standard di valutazione che rischia di avvantaggiare i gruppi politici più forti nel Parlamento (mi riferisco alla differenza tra i governanti ungheresi rappresentati dal PPE e quelli polacchi rappresentati dall’ECR, gruppo assai meno influente politicamente).

Regolamento su un elenco comune dei Paesi di origine sicuri

Il 13 maggio 2015 la Commissione europea ha presentato l’agenda europea sulla migrazione, un documento contenente le misure per far fronte alla situazione di crisi nel Mediterraneo e ulteriori iniziative da intraprendere per giungere a soluzioni strutturali che permettessero di gestire meglio la l’afflusso di rifugiati e migranti in tutti i suoi aspetti.

Nell’ambito delle iniziative strutturali, la Commissione ha sottolineato la necessità di affrontare gli “abusi” in modo più efficace e ha indicato l’intenzione di rafforzare le disposizioni sui Paesi di origine sicuri.

La direttiva 2013/32/UE sulle procedure d’asilo consente agli Stati membri di applicare specifiche norme procedurali, in particolare procedure accelerate e svolte alla frontiera, se il richiedente è cittadino di un Paese che è stato designato come paese di origine sicuro dal diritto nazionale.

Il 9 settembre 2015 la Commissione ha presentato una Proposta di Regolamento del Parlamento e del Consiglio che istituisce un elenco comune dell’UE di paesi di origine sicuri ai fini della direttiva 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca della protezione internazionale, e che modifica la direttiva 2013/32/UE

Barbara Spinelli ha fatto notare che numerosi esperti e ONG hanno espresso serie preoccupazioni per la proposta della Commissione europea di istituire un elenco comune dell’UE di “Paesi d’origine sicuri” dei richiedenti asilo.

Le critiche riguardano la possibile violazione del diritto al non respingimento, il divieto di espulsioni, la possibile violazione del diritto alla non discriminazione e del diritto a un ricorso effettivo. Diritti sanciti rispettivamente dagli articoli 18, 19, 21, 47 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea.

Alla luce di tali osservazioni, la deputata ha presentato una serie di emendamenti al Progetto di relazione sulla proposta della Commissione.

Gli emendamenti sono stati votati dalla Commissione Parlamentare Libertà, Giustizia e Affari Interni (LIBE) lo scorso 7 Luglio e alcuni emendamenti presentati o inglobati in emendamenti di compromesso sono stati adottati.

Essendo contraria alla proposta della Commissione, l’eurodeputata ha proposto in molti emendamenti di ritirare la proposta stessa. In altri ha chiesto che il concetto di Paese sicuro non pregiudichi l’analisi individuale delle richieste di asilo e non comporti la violazione del principio del non refoulement. Inoltre si è cercato di inserire nel testo il diritto al ricorso effettivo, la tutela di persone appartenenti a gruppi minoritari, la possibilità di rivalutare periodicamente i Paesi considerati sicuri.

A seguire riportiamo gli emendamenti votati positivamente in Commissione LIBE e inclusi nel rapporto del Parlamento.

A breve inizieranno i negoziati con il Consiglio. La relatrice per il rapporto, Sylvie Guillaume (S&D) porterà avanti gli elementi inclusi nel suo rapporto e ci si augura che il testo che ne scaturirà conterrà le modifiche e le aggiunte apportate dagli emendamenti votati in sede di Commissione Parlamentare.

Allegati, gli emendamenti di Barbara Spinelli (file .pdf) che sono stati inglobati interamente o solo in parte nei cosiddetti “emendamenti di compromesso” presentati al Progetto di relazione sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce un elenco comune dell’UE di paesi di origine sicuri ai fini della direttiva 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca della protezione internazionale, e che modifica la direttiva 2013/32/UE.

Alimentazione dei minori rifugiati nell’isola di Chios

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-003425/2016
alla Commissione
Articolo 130 del regolamento

Elly Schlein (S&D), Judith Sargentini (Verts/ALE) e Barbara Spinelli (GUE/NGL)

Oggetto: Alimentazione dei minori rifugiati nell’isola di Chios (Grecia)

Secondo un articolo pubblicato sul Guardian del 20 aprile 2016, secondo i termini dell’accordo UE-Turchia sulla migrazione, circa 6 000 migranti e rifugiati sono attualmente detenuti in centri ubicati in isole greche, come Chios e Lesbos, e, in particolare, per quanto riguarda Chios, i rifugiati e le ONG del settore hanno affermato che circa 25 bambini di età inferiore ai sei mesi, le cui madri non sono in grado di allattare al seno, ricevono attualmente circa 100 ml di latte in polvere solo una volta al giorno, in altre parole solo un quarto della razione giornaliera consigliata.

  1. Può dire la Commissione se è a conoscenza delle terribili condizioni in cui vivono i rifugiati, e in particolare i bambini, a Chios?
  2. Può dire, altresì, se è a conoscenza del fatto che, qualora questa informazione dovesse essere confermata, si configurerebbe un caso in cui il trattamento dei rifugiati, e in particolare dei bambini, a Chios non è conforme alla direttiva sull’accoglienza (direttiva 2013/33/UE) o al diritto internazionale?
  3. Cosa intende fare la Commissione per garantire che ai rifugiati, soprattutto alle donne e ai loro figli, siano fornite un’alimentazione e un’assistenza adeguate, sulla base del pieno rispetto dei loro diritti fondamentali?

IT
E-003425/2016

Risposta di Dimitris Avramopoulos
a nome della Commissione

(16.8.2016)

Le dimensioni dell’attuale crisi migratoria mettono alla prova la capacità degli Stati membri, in particolare quelli in prima linea. La Commissione è al corrente della situazione in Grecia e sta operando in stretta collaborazione con le agenzie dell’UE e con le autorità greche per affrontare le esigenze specifiche, in particolare delle persone più vulnerabili. In questo contesto, a metà giugno 2016 i servizi della Commissione hanno effettuato una missione per valutare la situazione dei minori, anche nei punti di crisi. La missione ha visitato il punto di crisi Vial a Chios e il campo dell’UNHCR di Souda.

Il 15 giugno 2016 la Commissione ha adottato la seconda raccomandazione sulle misure specifiche che la Grecia deve attuare per garantire il pieno rispetto delle norme UE sull’asilo e gestire meglio la crisi dei rifugiati[1]. La raccomandazione include, tra l’altro, azioni specifiche che le autorità greche dovranno attuare sul trattamento dei minori non accompagnati e delle persone vulnerabili.

La Commissione sta fornendo un sostegno finanziario alla Grecia, nonché alle organizzazioni internazionali e alle organizzazioni non governative, al fine di gestire la crisi umanitaria e dei rifugiati[2]. Gli interventi umanitari sono conformi al consenso europeo sull’aiuto umanitario e alle relative politiche e approcci dell’UE, inclusi quelli in materia di protezione, minori nelle situazioni di emergenza, sanità, approvvigionamento idrico, servizi igienico-sanitari, ricovero e aiuto alimentare, e sono inoltre conformi ai parametri SPHERE in materia di assistenza umanitaria.

In quanto custode dei trattati, la Commissione controlla attentamente l’applicazione della normativa UE sull’asilo da parte di tutti gli Stati membri, inclusa la Grecia.

[1]     http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/what-we-do/policies/european-agenda-migration/proposal-implementation-package/docs/20160615/commission_recommendation_on_resuming_dublin_transfers_en.pdf

[2]     http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/what-we-do/policies/european-agenda-migration/background-information/docs/factsheet_managing_refugee_crisis_eu_financial_support_greece_update_22_july_en.pdf.

Voto contrario al parere della Commissione LIBE sul Budget dell’Unione per il 2017

di mercoledì, Agosto 31, 2016 0 , , Permalink

Bruxelles, 31 Agosto 2016

 Il 31 agosto, la Commissione Libertà, Giustizia e Affari Interni (LIBE) del Parlamento Europeo riunita a Bruxelles ha adottato il parere sul progetto di bilancio generale dell’Unione europea per l’esercizio 2017. La Commissione Bilancio (BUDG) del Parlamento Europeo negozierà nelle prossime settimane col Consiglio dei ministri il bilancio dell’Unione basandosi sulle raccomandazioni dell’opinione della Commissione LIBE.

Relatore ombra per il gruppo GUE/NGL: Barbara Spinelli.

Dopo il voto, Barbara Spinelli ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Oggi la Commissione LIBE ha adottato il parere sul progetto di bilancio generale dell’Unione europea per l’esercizio 2017.

Il rapporto presenta numerose debolezze a mio parere gravi. Sono infatti passati, malgrado il voto negativo del mio gruppo, paragrafi a favore dell’ulteriore rafforzamento delle politiche securitarie dell’Unione e dei controlli delle frontiere esterne. È stato proposto anche l’aumento del budget di Frontex (chiamato ora “Guardia Costiera Europea”) ed Europol.

Accolgo invece con piacere l’adozione di una serie di miei emendamenti riguardanti in particolare la necessità di equità, trasparenza e pubblicità dei fondi Europei. Un emendamento invita la Commissione a separare, in tutti i futuri progetti di bilancio, le spese per il rafforzamento di strategie di rimpatrio eque ed efficaci dalle spese per la migrazione legale e la promozione di un’effettiva integrazione dei cittadini di paesi terzi; un altro sottolinea la necessità di aumentare il bilancio destinato alle politiche contro la discriminazione e a favore dell’uguaglianza e chiede che sia destinato un finanziamento specifico per contrastare la crescita di antisemitismo, islamofobia, afrofobia e antiziganismo negli Stati membri e che l’Unione sostenga i progetti volti all’emancipazione delle donne delle comunità interessate. Una serie di emendamenti evidenziano che i fondi dell’Unione non devono essere usati in progetti che possono ledere i diritti  delle persone, ragion per cui ho chiesto e ottenuto che gli aiuti allo sviluppo non siano condizionati ad accordi di riammissione dei migranti e che i fondi europei non vengano distribuiti a regimi dittatoriali.»

Risposta all’interrogazione sui 500 profughi scomparsi nel Mediterraneo

di mercoledì, Agosto 24, 2016 0 , Permalink

Risposta della Commissione all’interrogazione scritta proposta da Dimitrios Papadimoulis e firmata anche dall’on. Spinelli

E-003338/2016
Risposta di Dimitris Avramopoulos
a nome della Commissione
(23.8.2016)

La Commissione è a conoscenza del tragico incidente del 16 aprile 2016 al quale sarebbero sopravvissute 41 persone, e segue attentamente la situazione. I paesi interessati sono responsabili delle operazioni di ricerca e soccorso.

Fin dalla sua istituzione nel 2015, l’operazione Eunavformed Sophia (ENFM) ha sviluppato una buona conoscenza delle reti e del modello operativo dei trafficanti. Tramite operazioni condotte in alto mare, ENFM ha arrestato 71 presunti trafficanti, che sono stati consegnati alle autorità giudiziarie italiane, e ha neutralizzato 148 imbarcazioni utilizzate per il traffico. Ad oggi, l’operazione ha soccorso un totale di 15.997 migranti.

La Commissione continua ad attuare il piano d’azione dell’UE contro il traffico di migranti[1].

Basandosi sul reinsediamento di 22.504 rifugiati nel periodo 2015-2016, la Commissione ha proposto un regolamento che istituisce un quadro di reinsediamento dell’Unione[2].

Il 7 giugno 2016 la Commissione ha presentato una riforma del regime della Carta blu UE[3] per promuovere la migrazione legale.

La Commissione rinvia gli onorevoli parlamentari alle risposte alle interrogazioni scritte E-000842/2016 e E-002569/2016[4], alla sua quinta relazione su ricollocazione e reinsediamento[5] e alla comunicazione sulla creazione di un nuovo quadro di partenariato con i paesi terzi nell’ambito dell’agenda europea sulla migrazione[6].

[1]     COM(2015) 285, consultabile all’indirizzo http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/e-library/documents/policies/asylum/general/docs/eu_action_plan_against_migrant_smuggling_en.pdf

[2]     COM(2016) 468 final

[3]     COM(2016) 378 final

[4]     http://www.europarl.europa.eu/plenary/en/parliamentary-questions.html

[5]     COM(2016) 480 final

[6]     COM(2016) 385 final

Guardia costiera e di frontiera europea

Il 6 luglio 2016 il Parlamento europeo ha approvato la creazione di un sistema UE di controllo delle frontiere che riunisce in un nuovo organismo, denominato “Agenzia europea per la Guardia costiera e di frontiera”, le autorità di gestione delle frontiere nazionali e Frontex, l’agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati UE.

La proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione europea abroga il regolamento (CE) n. 2007/2004, il regolamento (CE) n. 863/2007 e la decisione 2005/267/CE del Consiglio.

Il relatore è stato il deputato lettone del PPE Artis Pabriks (A8-0200/2016).

La risoluzione legislativa è stata approvata con voto per appello nominale – richiesto dal GUE/NGL – con 483 voti a favore, 181 contrari e 48 astensioni. Il testo votato dal Parlamento europeo sarà inviato al Consiglio per approvazione. La legislazione dovrebbe entrare in vigore in autunno.

Risultati delle votazioni:

http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-%2f%2fEP%2f%2fNONSGML%2bPV%2b20160706%2bRES-VOT%2bDOC%2bPDF%2bV0%2f%2fIT&language=IT

Ritengo che quella che viene presentata come “nuova” agenzia europea costituisca una riorganizzazione e un potenziamento di Frontex, che ne amplifica i difetti e ne estende le competenze senza alcuna garanzia di controllo democratico. L’agenzia di Guardia costiera e di frontiera avrà il potere di controllare e di chiudere le frontiere esterne europee, agendo con propri funzionari di collegamento entro l’Unione anche contro la volontà degli Stati membri, e nei Paesi Terzi, diventando di fatto un protagonista con poteri di decisione nella politica estera dell’UE.

Per questo motivo, lo scorso maggio ho co-firmato emendamenti che rifiutavano la proposta. Al contempo ho presentato cento emendamenti correttivi, nel tentativo di limitare poteri e competenze della Guardia costiera e di frontiera. In particolare, ho presentato emendamenti contrari all’attribuzione all’Agenzia del potere di intervenire senza il consenso dello Stato membro coinvolto, di ricoprire un ruolo attivo nella cooperazione con i Paesi terzi e di decidere sulle politiche di rimpatrio.

Ho proposto di rafforzare i paragrafi che riguardano la responsabilità civile dell’Agenzia per i danni causati nel corso delle operazioni e chiesto il rafforzamento delle disposizioni relative alla creazione di un meccanismo di denuncia indipendente, efficace e accessibile per ogni persona che abbia subito una violazione dei diritti da parte dell’Agenzia.

Ho infine chiesto il rafforzamento del ruolo del responsabile Frontex per i diritti fondamentali e del forum consultivo cui partecipano varie ONG, e avanzato la proposta che un ruolo speciale sia affidato al Mediatore Europeo, ufficio che indaga sui diversi casi di cattiva amministrazione nell’ambito UE.

Malgrado la soddisfazione di aver visto accolti numerosi emendamenti da me presentati, integrati nel compromesso raggiunto durante i “triloghi” fra Parlamento, Commissione e Consiglio, ho continuato a giudicare la proposta estremamente problematica, tanto da decidere di votare contro.

Miei emendamenti ed esiti del negoziato

 Allegati, i principali emendamenti che ho presentato e che sono stati approvati durante il voto che si è tenuto il 27 maggio 2016 in Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE).

In neretto gli emendamenti successivamente integrati nel compromesso raggiunto fra Parlamento, Commissione e Consiglio, e dunque entrati a far parte del regolamento finale, direttamente applicabile negli Stati membri:

Minority report Guarda costiera e di frontiera europea