Pure questa guerra si poteva evitare

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 10 marzo 2026

Ancora una volta, come nell’aprile 2022 quando Washington e Londra affossarono un negoziato promettente fra Mosca e Kiev poche settimane dopo l’invasione dell’Ucraina, il governo Usa – ora guidato da Trump – ha silurato un accordo già pronto con Teheran, che avrebbe “impedito una volta per tutte l’acquisizione iraniana dell’atomica” e scongiurato il disastro economico che si prepara.

Trump ha preferito uccidere il negoziato e ingolfarsi in una guerra totale, benvoluta solo in Israele. È la guerra che Tel Aviv chiede da decenni: Netanyahu assieme alla vasta lobby israeliana negli Stati Uniti l’ha infine imposta. È quanto ha rivelato il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, mediatore nei negoziati Usa-Teheran, un giorno prima dell’attacco. Albusaidi si è precipitato a Washington per informare Vance, vice di Trump, e se il 27 febbraio è uscito allo scoperto in un’intervista alla Cbs è perché temeva che i negoziatori Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero nascosto a Trump il vero risultato dei negoziati: la “piena disponibilità di Teheran allo stoccaggio zero dell’uranio arricchito”; il conseguente abbandono di ogni aspirazione all’atomica; l’accettazione non solo di ispettori dell’Aiea, Agenzia internazionale per l’energia atomica, ma anche di supervisori Usa (Israele non ha mai accettato ispezioni dei propri siti atomici). “L’accordo era molto più avanzato di quello negoziato da Obama. Era pronto e in tre mesi avremmo perfezionato i punti tecnici”, ha precisato Albusaidi. Perfino sui missili iraniani era prevista un’intesa, da negoziare regionalmente fra Teheran e Stati del Golfo (Cbs, Face The Nation).

Tanto più impressionante è la riluttanza degli Stati europei – eccettuata Spagna e in parte Norvegia – a condannare l’assalto all’Iran. Nessuno di loro fa accenno a quanto rivelato da Albusaidi e al fatto non controvertibile che questa guerra, difficilmente vincibile non essendo l’Iran somigliante al Venezuela, era evitabile. I governanti europei si aggirano sul palcoscenico come nella “seconda infanzia” descritta da Shakespeare: “Puro oblio, senza denti, senza vista, senza gusto, senza niente”. Non fanno neanche finta di rappresentare un’Unione e l’ostacolo non è affatto l’impossibilità di decidere a maggioranza piuttosto che all’unanimità. È proprio che l’Europa non ci sta con la testa. Giorgia Meloni l’incarna alla perfezione: “Non condanno né condivido, non ho gli elementi… per prendere posizioni categoriche”. Su un punto i capi europei sono d’accordo: l’Iran che appellandosi al diritto internazionale si difende colpendo interessi Usa e raffinerie negli Stati del Golfo è colpevole, va fermato. Quel che divide i governanti europei è proprio questo: il giudizio su Onu e diritto internazionale, che Israele e Usa ancora una volta calpestano. Il ministro della guerra Peter Hegseth l’ha detto: “Niente stupide regole di ingaggio, niente impantanamenti nelle ricostruzioni nazionali (nation building), niente esercizi di costruzione della democrazia, niente guerre politicamente corrette. Combattiamo per vincere, non sprechiamo né tempo né vite umane”.

Le stupide regole di ingaggio sono quelle iscritte nella Carta Onu, che vieta guerre preventive contro Stati che non attaccano.La strategia Trump-Netanyahu prevede la decapitazione a ogni costo: prima della guida suprema Khamenei, poi del figlio successore. Più in genere, punta ad abbattere gli Stati deboli e piccoli che sono sgraditi – Venezuela ieri, Cuba domani – che del diritto internazionale hanno disperato bisogno. In Occidente invece il decadimento del diritto internazionale è dato per scontato da politici e commentatori. Il cancelliere Merz lo ripete fin dall’attacco all’Iran del giugno scorso. L’idea non cambia: per fortuna ci sono Israele e Usa a “fare il lavoro sporco per la sicurezza di noi tutti”. Sul fronte opposto nell’Ue c’è Sánchez, che alza la bandiera del diritto internazionale, rifiuta ogni complicità con gli aggressori e vieta l’uso delle basi Usa in Spagna. È l’unico nell’Unione a parlare di genocidio a Gaza, a respingere il riarmo Nato, a non dare per scontato il degrado della Carta Onu. A parole altri Stati europei constatano che la guerra è “fuori dal diritto internazionale”, ma non ne deducono nulla. Per il ministro Tajani il diritto internazionale “conta fino a un certo punto”. Merz ha attaccato Sánchez, quando Trump ha minacciato sanzioni contro Madrid. Starmer invia una portaerei e un cacciatorpediniere a Cipro in difesa di basi che Londra mette a disposizione e che ancora intrattiene, non si sa con che diritto, dopo l’indipendenza cipriota del 1960. Macron manda otto fregate e la portaerei Charles de Gaulle per proteggere le vie marittime, il Libano e Cipro colpito da Hezbollah per i rapporti stretti che l’isola intrattiene con Israele.

Così l’Unione perde senso. Era un progetto di pace e legalità internazionale, e ambiva a fiancheggiare l’Onu nel difendere tali principi. Ora è un’alleanza di guerra, rissosa al suo interno e più che mai vassalla degli Usa avendo rinunciato all’energia russa. Candidata a entrare nell’Ue, l’Ucraina è esemplare. Zelensky entra con la pistola in tasca, come un fuorilegge in un saloon. Il 5 marzo ha minacciato l’Ungheria, Stato Ue, per le obiezioni di Orbán al ventesimo pacchetto di sanzioni antirusse e al prestito di 90 miliardi a Kiev. Il messaggio è mafioso: “Ci auguriamo che una persona nell’Ue non blocchi i 90 miliardi, altrimenti forniremo l’indirizzo di questa persona ai nostri ragazzi (esercito e servizi, ndrperché possano chiamarla e parlarle nella loro lingua”. Kiev ha anche offerto agli aggressori le sue armi (droni intercettori) in una guerra cui l’Ue per ora non partecipa. In cambio, Kiev esige da Trump i missili Patriot che gli servono, magari per rivenderli.

La guerra sta insegnando altro: le basi Usa nel Golfo (comprese quelle inglesi a Cipro) non proteggono ma sono un bersaglio. Meglio non averle, né nel Golfo né in Europa. Macron ha promesso il 2 marzo di scongiurare tale sovraesposizione, europeizzando le proprie atomiche. Prospetta di dispiegarne in otto Paesi – tra cui Germania e Polonia – ma non europeizza alcunché: “Non ci sarà condivisione della decisione finale, né della sua pianificazione, né della sua attuazione”. Tutto questo avviene senza che Washington e Israele indichino gli obiettivi perseguiti, se l’Iran non si sfascia e gli iraniani non insorgono. Eppure dovremmo saperlo: è impossibile indurre Teheran ad abbandonare l’indipendenza e l’autonomia nella scelta dei propri capi senza un cambio di regime, raggiungibile solo con un’invasione terrestre (già catastrofica in Corea, Vietnam, Afghanistan, Iraq, ecc). Quel che si conosce, di contro, è lo scopo specifico d’Israele: dominare come unica potenza atomica la regione, occupando altri territori e smembrando l’Iran. Tel Aviv si batte per questo dagli anni 90, sia ai tempi del sionismo socialista di Peres e Rabin sia con la destra sionista. Il regime iraniano è responsabile di sanguinose repressioni ma anche Netanyahu lo è, che ha annientato Gaza e annette la Cisgiordania sotto lo sguardo benevolo del Board of Peace. Lo scopo della guerra presente non è la democrazia in Iran, ma il suo assoggettamento e lo sfruttamento coloniale delle sue risorse. Con una pietra d’inciampo tuttavia: la strage delle 165 bambine e maestre della scuola elementare in Iran, simile al massacro di My Lai in Vietnam nel 1968. Se la colpa Usa sarà confermata, anche questa macchia resterà per sempre.

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Guerre e migranti, il diritto è a pezzi

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 23 ottobre 2024

A forza di violarli e ignorarli, il diritto internazionale e quello europeo stanno diventando ininfluenti, inconsistenti come fossero soffioni: basta un soffio e i semi si disperdono nell’aria.

Accade nella guerra in Ucraina, e a Gaza, in Libano, in Cisgiordania. Non c’è convenzione internazionale e risoluzione Onu che sia rispettata, specie a Gaza dove secondo la Corte di giustizia dell’Onu è “plausibile” il genocidio, chiamato alternativamente sterminio o pulizia etnica.

E accade anche per quanto riguarda il diritto europeo, in questi giorni in Italia. Il diritto dell’Unione è preminente sulle leggi nazionali, e resta tale anche con il decreto sui Paesi sicuri che il governo ha varato lunedì come norma non più secondaria, ma primaria. La legge europea sancisce il diritto dei migranti a fuggire dal proprio Paese e a chiedere asilo in Europa, se la nazione di provenienza li perseguita o li minaccia, e dunque non è “sicura”. La Corte di giustizia europea ha confermato il 4 ottobre che i migranti non possono esser rispediti in Paesi che non siano sicuri in tutte le loro parti e per numerose categorie di persone.

È il motivo per cui il Tribunale di Roma, obbedendo alla vincolante legge europea, ha costretto il governo Meloni a riportare in Italia i dodici migranti trasferiti in Albania: i Paesi da cui erano fuggiti sono l’Egitto e il Bangladesh, che il governo italiano continua a ritenere sicuri e che per il diritto europeo non lo sono, né in parte né in toto. I giudici non potevano che disapplicare il trattenimento dei migranti in Albania, dove le procedure di rimpatrio sono accelerate e le tutele minime. Come ricorda giustamente Franz Baraggino sul giornale e il sito del «Fatto» ogni giudice italiano è anche giudice europeo, e “un Paese di provenienza è sicuro per tutti o non lo è per nessuno”.

Non bisogna tuttavia illudersi. Al pari del diritto internazionale, anche quello europeo sta disperdendosi nell’aria, perché il Patto sulla Migrazione e l’Asilo approvato nell’aprile scorso permetterà a partire dal 2026 di respingere con procedure d’urgenza chi fugge da Paesi solo in parte sicuri. Secondo la Commissione Ue, il nuovo sistema “è orientato ai risultati ma ben ancorato ai valori europei” (in inglese la dicitura è più cruda: il management sarà “sostenibile e dignitoso”).

Una serie di Paesi Ue insiste perché il nuovo Patto sia introdotto fin dal 2025. E non pochi governi, con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, elogiano il modello Albania sottacendo la questione Paesi sicuri. D’altronde non sono sicuri la Libia, l’Egitto, la Tunisia, il Sudan, con cui l’Unione ha stipulato costosi accordi di rimpatrio. Inoltre il primato del diritto europeo su quello nazionale è diffusamente contestato: dalla destra ed estrema destra in Francia, dall’estrema destra in Polonia.

Scrive l’avvocato Fulvio Vassallo che il nuovo Patto sulla Migrazione cancellerà gran parte del diritto d’asilo, proprio “nel momento in cui arriveranno i richiedenti asilo frutto delle guerre di cui sono complici gli Stati europei”. Allo svanire del diritto internazionale e delle sue Convenzioni (genocidio, rifugiati, tortura, protezione dei civili nelle guerre, diritto umanitario, diritti dell’infanzia, razzismo) contribuiscono anche gli Stati Uniti, come complici decisivi, che s’allarmano per il carnaio a Gaza e l’invasione del Libano ma facilitano ambedue fornendo bombe a Israele, aiutandolo in Libano e promettendo assistenza contro l’Iran.

Così vengono frantumate sia le leggi europee, sia le istituzioni e le leggi internazionali create dopo l’esperienza nazifascista.

È sotto attacco l’Onu, in prima linea. È ormai usuale trattarla come ostacolo irrilevante, e Netanyahu imita Washington che a partire dall’11 settembre 2001 ha scatenato guerre feroci contro gli “assi del male”, delegittimando e aggirando le Nazioni Unite. Il culmine lo sta toccando Netanyahu, convinto o istigato da ministri neofascisti che desiderano annettere Gaza e Cisgiordania.

L’assalto ai soldati Onu nel Sud Libano (Unifil) ha suscitato grande riprovazione, ma è solo l’ultima di una lunga serie di offensive israeliane contro l’Onu. Vari governi europei hanno definito “inaccettabile” quel che continuano ad accettare, come sempre accade quando si usa questo scabrosissimo aggettivo. “È una guerra contro il mondo”, si rammarica l’ex Presidente del Consiglio Prodi, e aggiunge una frase bizzarra: “Non avrei mai creduto che potesse avvenire”. In realtà tutto è già avvenuto. L’Onu e le sue leggi sono in fiamme da tempo e in particolare dopo l’attentato Hamas del 7 ottobre 2023.

È sotto attacco il Segretario generale Onu, che non si stanca di condannare la punizione collettiva che s’abbatte su un intero popolo (compresi bambini, donne, medici, giornalisti) per gli eccidi commessi da Hamas. A partire dal 2 ottobre, Antònio Guterres è stato dichiarato persona non grata in Israele per non aver subito deplorato la rappresaglia iraniana dopo l’assassinio di Nasrallah, leader di Hezbollah.

È sotto attacco l’Unwra, l’agenzia Onu che dal 1949 assiste i Palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, oltre che in Giordania, Libano e Siria. Per il governo israeliano Hamas e Unwra sono la stessa cosa e nel gennaio scorso Netanyahu ha accusato dodici suoi rappresentanti di partecipazione al massacro del 7 ottobre. Il 22 aprile l’accusa è stata giudicata senza fondamento da un’analisi indipendente commissionata dall’On. A Gaza, le sedi Unwra, le sue scuole, i suoi ospedali sono stati rasi al suolo. Più di 230 suoi dipendenti sono stati ammazzati. Parecchi Stati occidentali, tra cui l’Italia, hanno sospeso i finanziamenti, sia pure temporaneamente, dopo la denuncia di Netanyahu.

Non per ultima è sotto attacco la Corte internazionale di giustizia, organo giudiziario dell’Onu. La Corte ha statuito nel gennaio 2024 che il rischio di genocidio a Gaza è plausibile, e ha ordinato a Israele di adottare entro un mese le misure per prevenirlo. La sentenza è denigrata dal governo israeliano.

Nonostante le tante violazioni, l’Occidente si proclama custode del diritto internazionale, specie in Ucraina. Ma anch’esso aggira l’Onu, propugnando un suo ordine basato sulle regole: quelle della Nato e di Washington. La tesi prevalente nei governi e nei media tradizionali è che accettare la sconfitta di Kiev vuol dire avallare le trasgressioni del diritto internazionale e la modifica bellicosa dei confini: cosa che l’Occidente ha già abbondantemente fatto, smantellando militarmente la Jugoslavia e rovesciando i regimi malvisti con soldi e armi. La Russia è malvista, ma è una potenza nucleare, dunque Washington per ora è prudente. Non ci sarà da stupirsi se l’Iran, osservando come vanno le cose, si doterà anch’essa del deterrente atomico, che Israele possiede da mezzo secolo.

In mezzo alle rovine del diritto internazionale ed europeo, non restano in piedi che l’equilibrio del terrore, e il falso progressismo di chi vuole accogliere i migranti solo perché “ci servono economicamente”.

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Relazioni tra Ue e Arabia Saudita

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-015299/2015

alla Commissione (Vicepresidente/Alto rappresentante)

Articolo 130 del regolamento

Marietje Schaake (ALDE), Max Andersson (Verts/ALE), Petras Auštrevičius (ALDE), Beatriz Becerra Basterrechea (ALDE), Brando Benifei (S&D), Izaskun Bilbao Barandica (ALDE), José Bové (Verts/ALE), Lynn Boylan (GUE/NGL), Cristian-Silviu Buşoi (PPE), Reinhard Bütikofer (Verts/ALE), Enrique Calvet Chambon (ALDE), Ignazio Corrao (EFDD), Peter van Dalen (ECR), Karima Delli (Verts/ALE), Pascal Durand (Verts/ALE), Angel Dzhambazki (ECR), Bas Eickhout (Verts/ALE), Jill Evans (Verts/ALE), Tanja Fajon (S&D), Arne Gericke (ECR), Juan Carlos Girauta Vidal (ALDE), Ana Gomes (S&D), Takis Hadjigeorgiou (GUE/NGL), Marian Harkin (ALDE), Hans-Olaf Henkel (ECR), Sophia in ‘t Veld (ALDE), Yannick Jadot (Verts/ALE), Eva Joly (Verts/ALE), Jude Kirton-Darling (S&D), Ulrike Lunacek (Verts/ALE), Ernest Maragall (Verts/ALE), David Martin (S&D), Stefano Maullu (PPE), Valentinas Mazuronis (ALDE), Louis Michel (ALDE), Matthijs van Miltenburg (ALDE), Javier Nart (ALDE), Morten Helveg Petersen (ALDE), Miroslav Poche (S&D), Laurenţiu Rebega (ENF), Michel Reimon (Verts/ALE), Frédérique Ries (ALDE), Michèle Rivasi (Verts/ALE), Bronis Ropė (Verts/ALE), Marielle de Sarnez (ALDE), Judith Sargentini (Verts/ALE), Molly Scott Cato (Verts/ALE), Alyn Smith (Verts/ALE), Csaba Sógor (PPE), Igor Šoltes (Verts/ALE), Renato Soru (S&D), Barbara Spinelli (GUE/NGL), Bart Staes (Verts/ALE), Jean-Luc Schaffhauser (ENF), Hannu Takkula (ALDE), Keith Taylor (Verts/ALE), Michael Theurer (ALDE), Ivo Vajgl (ALDE), Bodil Valero (Verts/ALE), Julie Ward (S&D) e Cecilia Wikström (ALDE)

Oggetto: VP/HR – Relazioni tra l’UE e l’Arabia Saudita

L’Arabia Saudita è stata accusata di crimini di guerra durante le sue operazioni militari nello Yemen e rifiuta di avviare un’indagine in merito alla perdita di vite umane tra la popolazione civile del luogo. Inoltre, solo nell’anno in corso in Arabia Saudita sono state decapitate più di 150 persone e il paese continua a finanziare predicatori, moschee e madrase in tutto il mondo, compresa l’Europa, esportando così opinioni ultraconservatrici che costituiscono un terreno fertile per la radicalizzazione in Europa e altrove. In tale contesto, la costante vendita di armi all’Arabia Saudita viola i criteri 2, 4 e 6 della posizione comune 2008/944/PESC del Consiglio dell’8 dicembre 2008. Gli Stati membri dell’UE continuano a ignorare il codice di condotta.

  1. Intende il vicepresidente/alto rappresentante avviare un’iniziativa volta all’istituzione di un embargo europeo sulle armi contro l’Arabia Saudita? In caso di risposta negativa, può indicarne i motivi?
  2. Considerato che i donatori dell’Arabia Saudita costituiscono un’importante fonte di finanziamento per i gruppi terroristici sunniti in tutto il mondo, come valuta il VP/HR l’attuazione delle risoluzioni 2161 e 2199 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite da parte dell’Arabia Saudita al fine di garantire che i suoi cittadini o altri individui nel suo territorio non mettano a disposizione risorse a beneficio di ISIL, Al-Qaeda e gruppi affiliati?

IT
E-015299/2015
Risposta della Vicepresidente Mogherini
a nome della Commissione
(9.2.2016)

Conformemente al quadro giuridico dell’UE che disciplina le esportazioni di armi (posizione comune 2008/944/PESC), gli Stati membri devono valutare le domande di autorizzazione all’esportazione di armi in base agli otto criteri stabiliti nella posizione comune, fra cui rientrano anche il rischio di violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario, l’incidenza sulla stabilità della regione e il comportamento del paese importatore per quanto riguarda il rispetto del diritto internazionale. Spetta agli Stati membri decidere, una volta eseguita questa valutazione del rischio, se concedere o negare l’autorizzazione di esportazione. Le autorizzazioni concesse possono inoltre essere subordinate a determinate condizioni riguardanti, ad esempio, l’uso finale e la riesportazione. Per quanto concerne le misure restrittive, come l’embargo sulle armi, l’attuale quadro giuridico dell’UE richiede una decisione del Consiglio che deve essere adottata all’unanimità.

Lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL) è designato come affiliato di Al-Qaeda in Iraq dal comitato per le sanzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (CSNU) ed è oggetto di sanzioni a norma della risoluzione 1267 (1999) del CSNU e di tutte le risoluzioni successive. Le sanzioni imposte dal CSNU comprendono un’ampia gamma di misure volte a contrastare il finanziamento del terrorismo e a vietare di mettere fondi o risorse economiche a disposizione dell’ISIL. Le sanzioni disposte dal CSNU sono vincolanti per tutti gli Stati membri dell’ONU, che devono applicarle nella loro giurisdizione.

L’UE esorta tutti gli Stati ad applicare integralmente le risoluzioni del CSNU e a conformarsi alle raccomandazioni del Gruppo di azione finanziaria internazionale sul finanziamento del terrorismo. L’Arabia Saudita ha l’obbligo di applicare il regime di sanzioni imposto dall’ONU contro Al-Qaeda, le risoluzioni 2161, 2170, 2178, 2199, 2249 e 2253 del CSNU e tutte le altre risoluzioni pertinenti volte a combattere il terrorismo.