Zelensky, la nuova ancella di Trump

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 27 gennaio 2026

È successo già una volta, che i governi est europei furono usati da Washington contro la Vecchia Europa per meglio scardinare l’ONU, violare il diritto dei popoli, invadere l’Iraq senza autorizzazioni internazionali e senza prove sulle armi di distruzione di massa.

Saddam fu ucciso appena estratto dal rifugio sotterraneo: la morte fu cruenta e degradante come quella di Gheddafi e Bin Laden nel 2011. L’Est europeo ricevette l’etichetta che da allora lo nobilita: Nuova Europa. Quella Vecchia era rugosa, infida. Si era allineata dopo l’11 settembre, invadendo l’Afghanistan con gli Usa (partecipazione tiepida secondo Trump), ma Parigi e Berlino dissero no all’occupazione dell’Iraq.

Stavolta è un altro governo dell’Est a denunciare la Vecchia Europa, saltellando con zelo ancillare attorno a Trump: l’Ucraina di Zelensky. Ancora più nuovo dei Nuovi Europei, partecipa alle danze intente – non da oggi – a sfaldare l’Ue pur ricavandone onore e denaro: “Invece di divenire una potenza davvero globale, l’Europa rimane un caleidoscopio bello ma frammentato di piccole e medie potenze… Invece di difendere la libertà nel mondo ha l’aria sperduta e cerca di convincere Trump a cambiare. Non cambierà”.

Sono ignorati i 19 pacchetti di sanzioni anti-russe approvate dall’Ue in difesa di Kiev, è dimenticato l’assenso di Biden alla distruzione dei gasdotti North Stream per mano ucraina. I 90 miliardi di aiuti programmati dall’Ue in aggiunta ai molti miliardi regalati dopo il ’22 saranno intascati da Kiev senza dire grazie: sono le buone maniere della Nuova Europa. Potevano arrivarne molti di più, circa 200 miliardi, se l’Unione Europea avesse prestato/regalato all’Ucraina i beni russi congelati nelle banche occidentali e specialmente in Belgio.

Anche di questo si è lamentato Zelensky, a Davos, fingendo di non sapere che l’uso di beni russi congelati avrebbe stritolato l’affidabilità dell’Euro e della nostra Banca centrale. Probabilmente è proprio questo l’intento dell’asse Washington-Kiev, che fortunatamente potrebbe ottenere un accordo con Mosca (l’Unione non ci ha neanche provato) ma che punta a impedire in tutti i modi la nascita di una potenza europea pronta a cooperare con la Federazione russa.

Tutto questo per dire che l’uscita di Zelensky non è una novità nella storia dell’Ue: alla testa della Nuova Europa ora c’è lui, e come gli altri Nuovi prosegue e estremizza l’asservimento a Washington degli snob nobilitati. C’è chi è deciso a fare da sé come Orbán in Ungheria; chi immagina che con l’aiuto Usa si potrà prima o poi smembrare la Russia. Tutti godono delle sovvenzioni elargite dall’Unione europea e sono vassalli fieri di esser battezzati Nuovi dal feudatario Usa.

La violazione del diritto internazionale non comincia con Trump. L’ordine mondiale basato sulle regole, i diritti umani e il diritto del mare sono calpestati da decenni, in successive guerre coloniali e fintamente umanitarie volute dalla Casa Bianca, fiancheggiate dagli Europei e prive di autorizzazioni Onu. Negli anni ’50 le Nazioni Unite permisero i bombardamenti a tappeto nella Corea del Nord, nella prima guerra di regime change del secondo dopoguerra, perché erano un braccio armato degli Stati Uniti. Dopo non più.

Il più pacifista dei Segretari Generali Onu, Dag Hammarskjöld, fu ucciso nel 1961 in un incidente aereo, presumibilmente su iniziativa congiunta dell’Union minière belga e degli Usa, perché si era opposto alla secessione del Katanga, che l’Union minière voleva staccare dal Congo per predarne le materie prime (diamanti, rame, radio, cobalto, uranio). Niente di nuovo sul fronte occidentale.

Tuttavia, basta accendere la televisione e sentirai qualcuno che dice, la testa ricolma di verità infusa, che l’ordine internazionale basato sulle regole, il rules-based international order, naufraga oggi (parola di Gentiloni, applaudito dagli intervistatori), come se già prima non fosse stato altro che il travestimento del disordine predatorio. L’unico a parlar chiaro è il Premier canadese Mark Carney: citando Vaclav Havel, a Doha, ha detto che l’ordine basato sulle regole è uno slogan simile al sovietico e menzognero “Proletari di tutto il mondo unitevi”. Sempre è stato “parzialmente falso e selettivo”.

Oppure sentiamo dire che da oggi sono violati i diritti umani o il diritto del mare. Diritti umani? Nei Baltici gli abitanti russi (27% in Lettonia, 24% in Estonia, 6% in Lituania) sono discriminati in ambito linguistico, di accesso al pubblico impiego, di cittadinanza. Lo status è “non cittadini”, o “alieni” in Estonia. Il declassamento, simile a quello ucraino in Donbass, è tollerato nell’Ue. Come Rappresentante diplomatica abbiamo l’estone Kaja Kallas, ex Premier del Paese più razzista d’Europa.

Da quando ha varato il riarmo per far fronte a implausibili assalti russi, l’Ue punisce con il congelamento dei conti bancari chi denuncia la russofobia: lo decide il Consiglio dei ministri Ue senza preventivi pareri giudiziari e parlamentari, proprio come Trump. In guerra il disfattismo è reato contro la patria. Quanto al diritto del mare, gli Stati Ue lo violano sistematicamente da decenni: il Mediterraneo era colmo di cadaveri ben prima che facessero capolino Meloni e le altre destre estreme d’Europa.

La sovranità è menzionata sempre più spesso dall’Ue e dagli Stati europei: ma selettivamente, disordinatamente. L’Ucraina deve esser sovrana ma il Venezuela no e neanche la Cina o la Palestina cui viene negato lo Stato. Gli Stati Ue hanno ha perso la nozione stessa di sovranità: l’hanno trasferita agli organi europei in ambiti cruciali – moneta, prezzi agricoli, commercio– e i sedicenti europeisti usano vituperare le sovranità nazionali senza che esista alcun tipo di sovranità politica europea sostitutiva, consentita da tutti. Mente sapendo di mentire chi preconizza, come Macron, una sovranità europea indipendente da Washington senza aggiungere che anche la Nato e le basi Usa in Europa sono fonti di instabilità mondiale e caos.

Un’autonomia strategica in Europa sarebbe stata possibile – sarebbe possibile – resuscitando la “Casa comune” che Gorbachev propose di edificare con gli Occidentali del Vecchio Continente. Quel treno è passato. Gli Stati Uniti hanno fatto di tutto, nei primi anni ’90, perché ci dividessimo in Vecchia e Nuova Europa e il treno dell’Eurasia non passasse mai.

I governi europei non sanno nemmeno difendere quel che resta delle Nazioni Unite – è indispensabile che tale resto non muoia, nel presente disordine – e anche chi esita a entrare nel Board di Gaza si guarda dal criticare uno Smart Village che condanna i Palestinesi alla fuga o alla schiavitù, e che seppellisce tutto: risoluzioni Onu che impongono lo sgombero delle colonie israeliane e la nascita di uno Stato palestinese, restituzione di terre che sono palestinesi e non di palazzinari travestiti da viceré coloniali.

Intanto si annunciano accordi sulla Groenlandia, con Trump che ottiene da Rutte il diritto di mangiarsela a pezzi: è il boss della Nato a negoziare, non la Danimarca né l’Ue né tanto meno gli Inuit groenlandesi, che vorrebbero l’indipendenza da tutti: vecchi colonizzatori danesi e nuovi.

Invece di aspirare alla massima potenza, gli europei potrebbero finanziare non più le guerre neocoloniali ma l’Onu dissanguata da Trump. Potrebbero seguire la formula consigliata da Carney alle medie potenze, per evitare di “finire nel menu delle grandi potenze”: una “sovranità non più basata sulle regole ma sull’abilità di tener testa alle pressioni”.

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Berlino, 30 anni dopo il muro: guai ai vincitori

di giovedì, Novembre 7, 2019 0 , , , Permalink

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 7 novembre 2019

Da anni i Paesi dell’Est Europa sono sul banco degli imputati, senza che ci si preoccupi di indagare le origini delle loro devianze. L’ascesa delle estreme destre, le violazioni dello Stato di diritto, il rigetto degli immigrati, il rancore verso l’Unione europea: quel che accade nell’Europa ex comunista crea allarmi più che giustificati, ma di corto respiro e dunque improduttivi.

Mancano analisi sociologiche, storiche, economiche, come mancarono negli anni 20 e 30 prima del nazismo (se si esclude il saggio di Keynes sui pericoli dell’umiliazione della Germania nel primo dopoguerra). Nel trentesimo anniversario della caduta del Muro è conveniente l’accanimento selettivo contro l’Est, che garantisce coscienze pulite a tutto l’Ovest dell’Unione.

La Germania Est è da questo punto di vista esemplare. Studiosi, giornalisti, politici dell’Ovest scoprono d’un tratto che l’unificazione non ha funzionato, e non si capacitano. Si aggrappano alle banche dati – i miliardi di euro trasferiti dalla Repubblica federale all’ex Ddr – e presentano i disastri sociali e mentali come effetti collaterali di una politica non analizzata né messa in questione. Il giornalista e costituzionalista Maximilian Steinbeis riassume le occasioni mancate in un difetto costitutivo: l’assenza di curiosità, unita all’autocompiacimento arrogante dei vincitori. Un identico difetto permea i rapporti con la Russia, su cui non ci soffermeremo.

Da qui bisognerebbe partire, se si vuol capire come l’Unione stia perdendo l’Est: dai modi e dai discorsi pubblici con cui l’Est – Germania orientale in testa – è stato annesso e privatizzato, più che integrato e rispettato. Quando attuate con il sussiego dei vincitori, le integrazioni tendono a nutrirsi di menzogne e storie riscritte, e questo è successo in Germania. L’unificazione è caratterizzata da un cumulo di contro-verità che spiegano in larga misura i risentimenti, la voglia di rivincita, il senso di abbandono di popolazioni che rimpiangono protezioni sociali perdute, e per questo si rifugiano nella nostalgia di ambedue le dittature, nazista o comunista.

Le destre estreme raccolgono oggi questo scontento, togliendo voti agli ex comunisti della Linke, da tempo convertitisi alla democrazia. In trent’anni, questi ultimi hanno ripetutamente suonato il campanello d’allarme, inascoltati. Hanno anche dimostrato di governare con saggezza, come in Turingia, ma i Democristiani della regione continuano a ostracizzarli e per il momento sembrano preferire alleanze con Alternative für Deutschland.

La principale menzogna riguarda la natura dell’ex Germania comunista. L’unificazione ha raso al suolo tutte le sue strutture e infrastrutture, giudicandole in blocco fallimentari perché ritenute totalitarie e privatizzando a tappeto. Molti suoi dispositivi sociali (policlinici, tutela dell’infanzia e asili gratis, pieno impiego, diritti dei lavoratori a vacanze pagate, cooperative, sovvenzione agli studi, trasporti basati su binari) davano sicurezza ai cittadini dell’Est. Lo spiega lo storico Ilko-Sascha Kowalczuk, ex dissidente della Ddr (nel suo Die Übernahme, “La presa di controllo”, 2019). Il cittadino non godeva di libertà di parola, ma sapeva di essere protetto “dalla culla alla tomba” (“from the cradle to the grave”, come prometteva l’ideatore dello Stato sociale William Beveridge negli anni 40 del secolo scorso). Una promessa erosa a Ovest negli anni 70-80, mentre più o meno sopravviveva a Est.

Simile perdita è sofferta in molti Paesi dell’Est. In Polonia, il partito Diritto e Giustizia viola sistematicamente lo Stato di diritto, ma raccoglie vasti consensi perché offre una protezione sociale (innanzitutto sovvenzioni a famiglie con bambini) negata dopo l’89-90 dalle “terapie choc” dell’austerità.

Lo stesso Helmut Kohl riconobbe gli errori commessi: in un colloquio radiofonico diffuso dopo la sua morte con lo storico Fritz Stern, ammise inaspettatamente: “Non abbiamo chiarito davanti all’opinione pubblica che non tutto era sbagliato nella Ddr e non tutto era giusto nella Repubblica federale”. Un’ammissione importante visto che proprio lui nel 1990 aveva mentito, promettendo l’avvento, entro tre-quattro anni, di “paesaggi rigogliosi” nell’ex Ddr (blühende Landschaften). Il ravvedimento di Kohl viene in genere occultato, così come viene occultata la catastrofe demografica in tutta l’Europa ex comunista e soprattutto in Germania Est (milioni di tedeschi orientali continuarono a fuggire a Ovest dopo l’89).

Un’altra menzogna riguarda la dittatura tedesco-orientale: molto dura, se non fosse che continua a esser condensata per intero nella monolitica immagine-spauracchio della Stasi, come se altri centri di potere non fossero esistiti e la storia di una nazione l’avessero costruita i servizi segreti. A quest’immagine monca e fuorviante, sostiene Kowalczuk, contribuì non poco, nel 2006, il film Le vite degli altri.

In Germania l’autocritica è in pieno corso, e non mancano libri che parlano dell’Est come di un Mezzogiorno ancora più dannato del nostro. Tra essi ricordiamo quelli di Daniela Dahn, già dissidente in Ddr, che invariabilmente denuncia le modalità di un’unificazione cui dà il nome storicamente pesante di Anschluss, annessione. Nel suo ultimo libro (La neve di ieri e il diluvio universale di oggi, 2019), Dahn si sofferma in particolare su un’accusa ricorrente rivolta alla Ddr: la Shoah nascosta per meglio evidenziare la resistenza comunista. In effetti nella Ddr si insisteva molto e giustamente sulla persecuzione dei comunisti – è l’Ovest che sempre più tende a minimizzarla – ma il genocidio non fu mai trascurato e innumerevoli furono i libri, le trasmissioni televisive, i film sulla Shoah. Nel 1979 apparve sugli schermi delle due Germanie la miniserie americana Holocaust, e si disse che il film aveva per la prima volta traumatizzato profondamente i tedeschi. Dahn ricorda come ben sette anni prima, la televisione della Ddr aveva diffuso una miniserie egualmente traumatizzante, in quattro puntate, che narrava la deportazione ad Auschwitz di una famiglia ebraica: alcuni attori avevano vissuto i Lager in prima persona.

Con questo non si vuol in alcun modo imbellire il welfare o la storiografia della Ddr. Si vuol solo dire che alcune sue acquisizioni potevano essere preservate. I movimenti cittadini, che per settimane riempirono le strade della Ddr, si erano battuti per una riunificazione diversa, più rispettosa della storia nazionale: chiedevano una nuova Costituzione che comprendesse elementi del proprio vissuto e un successivo referendum nazionale. La scelta andò all’immediata annessione, alle privatizzazioni e a una devastante parificazione monetaria, il 1° luglio 1990, che ebbe come effetto l’impoverimento e la brutale deindustrializzazione della Ddr.

Una presa di coscienza comincia a farsi strada, ma faticosamente e solo da quando la destra estrema si è appropriata della Ostalgie, della nostalgia della vecchia Ddr. È così che i vincitori insolenti lavorano alla propria perdita.

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