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Sulle politiche di ricollocazione dei richiedenti asilo, l’Unione europea segua l’esempio del Portogallo

COMUNICATO STAMPA

Bruxelles, 22 febbraio 2016

Lo scorso 16 febbraio, il primo ministro portoghese Antonio Costa ha inviato una lettera al premier Alexis Tsipras dichiarando l’intenzione del suo Paese di accogliere migliaia di rifugiati dalla Grecia, in segno di solidarietà. Il Portogallo si è offerto di ospitare duemila rifugiati nelle università e ottocento in istituti tecnici, e sta valutando la possibilità di ospitarne altrettanti nel settore agricolo e forestale.

Barbara Spinelli ha registrato in data odierna un’interrogazione scritta rivolta al Consiglio, invitandolo a far propria l’iniziativa del Portogallo e a raccomandare agli Stati membri di seguire questo buon esempio, nella speranza che possa diventare pratica comune all’interno dell’UE, nello spirito dell’articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, sul principio di solidarietà e di equa ripartizione della responsabilità tra gli Stati membri.

L’eurodeputata del GUE/NGL ha infine chiesto al Consiglio quali azioni intenda intraprendere, in accordo con il principio di leale cooperazione sancito dall’articolo 4 TUE, al fine di garantire che i suoi rappresentanti diano esecuzione e non intralcino l’attuazione degli schemi di ricollocazione di emergenza adottati durante le riunioni straordinarie del Consiglio Giustizia Affari Interni del 14 e 21 settembre 2015.

Per un’indagine indipendente sull’assassinio di Giulio Regeni

Le deputate europee Barbara Spinelli e Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL) chiedono all’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza di adoperarsi  per ottenere un’indagine del tutto indipendente sull’assassinio di Giulio Regeni. 43 europarlamentari hanno firmato la lettera, inviata il 19-2-16.

Bruxelles, 12 febbraio 2016

Gentile Vicepresidente, signora Mogherini,

Il 2 febbraio 2016 il corpo di Giulio Regeni, il ricercatore italiano dell’Università di Cambridge scomparso al Cairo il 25 gennaio, è stato ritrovato in un fosso lungo una strada dei sobborghi del Cairo, con segni di orribili torture e di una morte violenta. Non è stato un semplice incidente “come ne capitano ovunque, senza conseguenze per la stabilità in Egitto”, come affermato da un influente membro del Parlamento europeo nel corso di una visita ufficiale al Cairo. Regeni stava svolgendo una ricerca sullo sviluppo dei sindacati indipendenti nell’Egitto del dopo-Mubarak e del dopo-Morsi. Questo ci rammenta che il governo militare egiziano non sta contrastando solo la minaccia terrorista ma, in parallelo, una vasta opposizione sociale, largamente negletta dai media e dai governi europei.

Giulio Regeni non era un giornalista né un attivista. Era uno studioso cosmopolita che amava l’Egitto e concepiva il proprio lavoro come un ponte tra società e culture. Nel corso della sua ricerca era entrato in contatto con persone e associazioni della società civile che erano oggetto della sua tesi di dottorato e al tempo stesso della feroce repressione troppo spesso perpetrata dagli apparati di sicurezza nazionale. Cercava di comprendere le rivendicazioni dell’opposizione sociale e di renderle visibili al mondo esterno.

Molto probabilmente la sua ricerca sul campo è stata percepita come un’intromissione da stroncare nel più brutale dei modi.

Dopo la sua morte, più di 4.600 accademici di tutto il mondo hanno firmato una lettera aperta chiedendo un’inchiesta sulla sua morte violenta e sul numero crescente di scomparse forzate in Egitto. [1]

Il caso di Giulio Regeni si aggiunge alla lunga lista di sparizioni che si sono verificate in Egitto dopo la caduta del governo Morsi e l’elezione a Presidente di Abdel Fattah al-Sisi. Solo nel 2015, la Commissione Egiziana per i Diritti e la Libertà (ECRF) ha denunciato la scomparsa di 1.700 cittadini egiziani. Tra aprile e novembre di quest’anno, sono scomparse altre 503 persone.

Siamo consapevoli che l’inchiesta sulla morte di Regeni non è ancora conclusa, e che l’indipendenza delle indagini non è garantita, ma crediamo che quanto è accaduto a lui e a migliaia di vittime egiziane come lui non possa essere trattato alla stregua di un “incidente”. Deve condurre a un ripensamento dell’appoggio fornito dall’Unione Europea al governo egiziano, assicurando che la questione dei diritti umani sia affrontata nella maniera più esplicita e in considerazione della loro sempre più palese violazione nel Paese, certificata da numerose Ong, da Human Rights Watch e da Amnesty International.

Sottolineiamo la nostra preoccupazione per il ruolo che gli interessi economici e geostrategici degli Stati europei potrebbero assumere. Tale ruolo non deve portare a un abbassamento della nostra vigilanza sui diritti umani, sul pluralismo democratico, sulla libertà di parola, sul sindacalismo indipendente. È l’opposto che deve accadere.

Siamo ugualmente preoccupate per la politica di rimpatri adottata dall’Unione Europea nei confronti dei profughi provenienti dall’Egitto. Secondo l’agenzia Frontex, infatti, nel 2014 l’Egitto figurava nella classifica dei primi dieci Paesi per rimpatri forzati – benché secondo il rapporto Egypt Progress 2014 “l’uscita dalle carceri e dai centri di detenzione è spesso condizionata alla partenza dall’Egitto, e le condizioni di asilo sono considerate un importante fattore di spinta (push-factor) per i migranti che tentano la fuga via mare”. Tali rimpatri sistematici violano il diritto d’asilo e di esame individuale di ciascuna domanda, e non tengono conto della situazione in Egitto.

Le chiediamo, come Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, di agire con forza per ottenere un’indagine del tutto indipendente sull’assassinio del dott. Regeni. I responsabili del suo brutale omicidio devono rispondere della loro azione, e la richiesta di verità e giustizia deve essere soddisfatta.

Il Parlamento europeo ha già espresso in diverse occasioni la propria apprensione per la situazione dei diritti umani e sociali nel Paese: attraverso la risoluzione sulla libertà di espressione e di riunione in Egitto (17/07/2014), sulla situazione in Egitto (15/01/2015) e sul caso di Ibrahim Halawa, il cittadino irlandese detenuto, torturato e a rischio di pena di morte (12/12/2015). É per questo che La invitiamo a considerare la natura non accidentale di questa morte, per rendere finalmente operante un vero dialogo sui diritti umani e la democrazia nel quadro dell’Accordo di Associazione, e a sostenere la capacità della società civile egiziana di contribuire in modo più efficace al processo democratico e politico, come stabilito dal Piano d’Azione Ue-Egitto.

Con i migliori saluti,

Barbara Spinelli – Marie Christine Vergiat

 

[1] http://www.theguardian.com/world/2016/feb/08/egypt-must-look-into-all-reports-of-torture-not-just-the-death-of-giulio-regeni

English version (.pdf file)

Firme

Barbara Spinelli e Marie Christine Vergiat – GUE/NGL
Bart Staes – Greens/EFA
Paloma Lopez Bermejo – GUE/NGL
Takis Hadjigeorgiou – GUE/NGL
Eleonora Forenza – GUE/NGL
María Teresa Giménez Barbat – ALDE
Patrick Le Hyaric – GUE/NGL
Miguel Urbán Crespo – GUE/NGL
Kostas Chrysogonos – GUE/NGL
Tania González Peñas – GUE/NGL
Stephan Eck – GUE/NGL
Helmut Scholz – GUE/NGL
Nicola Caputo – S&D
Curzio Maltese – GUE/NGL
Claude Turmes – Greens/EFA
Ana Maria Gomes – S&D
Elly Schlein – S&D
Maite Pagazaurtundúa Ruiz – ALDE
Barbara Lochbihler – Greens/EFA
Martina Anderson – GUE/NGL
Matt Carthy – GUE/NGL
Lynn Boylan – GUE/NGL
Liadh Ní Riada – GUE/NGL
Kostadinka Kuneva – GUE/NGL
Eleonora Evi – EFDD
Tiziana Beghin –EFDD
Dario Tamburrano –EFDD
Hilde Vautmans – ALDE
Isabella Adinolfi –EFDD
Petras Auštrevičius – ALDE
Julia Reda – Greens/EFA
Judith Sargentini – Greens/EFA
Eva Gro Joly – Greens/EFA
Beatriz Becerra Basterrechea – ALDE
Laura Ferrara –EFDD
Marco Zullo –EFDD
Merja Kyllönen – GUE/NGL
Bronis Ropė – Greens/EFA
Ignazio Corrao –EFDD
Elena Valenciano – S&D
Javi López – S&D
Sofia Sakorafa – GUE/NGL
Soraya Post – S&D
Fabio Massimo Castaldo –EFDD

Chiedo al Presidente della Repubblica di intervenire per permettere l’esercizio democratico del referendum sulle trivellazioni

COMUNICATO STAMPA

Bruxelles, 11 febbraio 2016

Ieri, nella seduta del Consiglio dei Ministri, il governo italiano ha deciso di ignorare gli appelli delle associazioni e dei comitati ambientalisti che chiedevano di accorpare il referendum contro le trivellazioni marine alle prossime elezioni amministrative di giugno e ne ha fissato la data per il prossimo 17 aprile.

Si tratta di un metodo contrario alla democrazia e al buon senso. Fissare un referendum a così breve scadenza significa non solo sprecare circa 360 milioni di euro dei contribuenti, ma impedire un ampio confronto che permetta agli italiani di decidere con cognizione di causa del proprio destino ambientale.

I sei quesiti referendari contro le trivellazioni – che chiedono l’abrogazione di un articolo del Decreto Sviluppo e di cinque articoli dello “Sblocca Italia” – hanno rappresentato fin da subito una spina nel fianco nelle politiche energetiche del governo Renzi e una battaglia di democrazia per i cittadini. Puntare al non raggiungimento del quorum rende chiara la scelta governativa di procedere sulla strada pericolosa e perdente della dipendenza dalle energie fossili energie fossili. Una scelta in aperto contrasto con gli impegni assunti al termine della Conferenza Cop 21, quando l’Italia, insieme ad altri 147 Paesi del mondo, dichiarò la propria volontà di ridurre drasticamente il ricorso alle energie fossili al fine di salvaguardare gli equilibri climatici del pianeta.

Poiché la campagna referendaria si aprirà formalmente solo con il decreto di indizione del Capo dello Stato, mi unisco alla richiesta che il Coordinamento nazionale No-Triv, Greenpeace e altre associazioni stanno in queste ore rivolgendo al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, perché respinga la data proposta dal governo e consenta una votazione effettivamente democratica – anche in considerazione del fatto che dinanzi alla Corte costituzionale pendono due conflitti di attribuzione sui quesiti proposti. Nel caso il giudizio della Corte dovesse essere positivo, il referendum dovrebbe svolgersi su tre quesiti e questo significherebbe che i cittadini italiani verrebbero chiamati alle urne cinque volte nel corso del 2016: per due referendum sulle trivellazioni, per le elezioni amministrative, per gli eventuali ballottaggi e per il referendum costituzionale.

Relazioni tra Ue e Arabia Saudita

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-015299/2015

alla Commissione (Vicepresidente/Alto rappresentante)

Articolo 130 del regolamento

Marietje Schaake (ALDE), Max Andersson (Verts/ALE), Petras Auštrevičius (ALDE), Beatriz Becerra Basterrechea (ALDE), Brando Benifei (S&D), Izaskun Bilbao Barandica (ALDE), José Bové (Verts/ALE), Lynn Boylan (GUE/NGL), Cristian-Silviu Buşoi (PPE), Reinhard Bütikofer (Verts/ALE), Enrique Calvet Chambon (ALDE), Ignazio Corrao (EFDD), Peter van Dalen (ECR), Karima Delli (Verts/ALE), Pascal Durand (Verts/ALE), Angel Dzhambazki (ECR), Bas Eickhout (Verts/ALE), Jill Evans (Verts/ALE), Tanja Fajon (S&D), Arne Gericke (ECR), Juan Carlos Girauta Vidal (ALDE), Ana Gomes (S&D), Takis Hadjigeorgiou (GUE/NGL), Marian Harkin (ALDE), Hans-Olaf Henkel (ECR), Sophia in ‘t Veld (ALDE), Yannick Jadot (Verts/ALE), Eva Joly (Verts/ALE), Jude Kirton-Darling (S&D), Ulrike Lunacek (Verts/ALE), Ernest Maragall (Verts/ALE), David Martin (S&D), Stefano Maullu (PPE), Valentinas Mazuronis (ALDE), Louis Michel (ALDE), Matthijs van Miltenburg (ALDE), Javier Nart (ALDE), Morten Helveg Petersen (ALDE), Miroslav Poche (S&D), Laurenţiu Rebega (ENF), Michel Reimon (Verts/ALE), Frédérique Ries (ALDE), Michèle Rivasi (Verts/ALE), Bronis Ropė (Verts/ALE), Marielle de Sarnez (ALDE), Judith Sargentini (Verts/ALE), Molly Scott Cato (Verts/ALE), Alyn Smith (Verts/ALE), Csaba Sógor (PPE), Igor Šoltes (Verts/ALE), Renato Soru (S&D), Barbara Spinelli (GUE/NGL), Bart Staes (Verts/ALE), Jean-Luc Schaffhauser (ENF), Hannu Takkula (ALDE), Keith Taylor (Verts/ALE), Michael Theurer (ALDE), Ivo Vajgl (ALDE), Bodil Valero (Verts/ALE), Julie Ward (S&D) e Cecilia Wikström (ALDE)

Oggetto: VP/HR – Relazioni tra l’UE e l’Arabia Saudita

L’Arabia Saudita è stata accusata di crimini di guerra durante le sue operazioni militari nello Yemen e rifiuta di avviare un’indagine in merito alla perdita di vite umane tra la popolazione civile del luogo. Inoltre, solo nell’anno in corso in Arabia Saudita sono state decapitate più di 150 persone e il paese continua a finanziare predicatori, moschee e madrase in tutto il mondo, compresa l’Europa, esportando così opinioni ultraconservatrici che costituiscono un terreno fertile per la radicalizzazione in Europa e altrove. In tale contesto, la costante vendita di armi all’Arabia Saudita viola i criteri 2, 4 e 6 della posizione comune 2008/944/PESC del Consiglio dell’8 dicembre 2008. Gli Stati membri dell’UE continuano a ignorare il codice di condotta.

  1. Intende il vicepresidente/alto rappresentante avviare un’iniziativa volta all’istituzione di un embargo europeo sulle armi contro l’Arabia Saudita? In caso di risposta negativa, può indicarne i motivi?
  2. Considerato che i donatori dell’Arabia Saudita costituiscono un’importante fonte di finanziamento per i gruppi terroristici sunniti in tutto il mondo, come valuta il VP/HR l’attuazione delle risoluzioni 2161 e 2199 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite da parte dell’Arabia Saudita al fine di garantire che i suoi cittadini o altri individui nel suo territorio non mettano a disposizione risorse a beneficio di ISIL, Al-Qaeda e gruppi affiliati?

IT
E-015299/2015
Risposta della Vicepresidente Mogherini
a nome della Commissione
(9.2.2016)

Conformemente al quadro giuridico dell’UE che disciplina le esportazioni di armi (posizione comune 2008/944/PESC), gli Stati membri devono valutare le domande di autorizzazione all’esportazione di armi in base agli otto criteri stabiliti nella posizione comune, fra cui rientrano anche il rischio di violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario, l’incidenza sulla stabilità della regione e il comportamento del paese importatore per quanto riguarda il rispetto del diritto internazionale. Spetta agli Stati membri decidere, una volta eseguita questa valutazione del rischio, se concedere o negare l’autorizzazione di esportazione. Le autorizzazioni concesse possono inoltre essere subordinate a determinate condizioni riguardanti, ad esempio, l’uso finale e la riesportazione. Per quanto concerne le misure restrittive, come l’embargo sulle armi, l’attuale quadro giuridico dell’UE richiede una decisione del Consiglio che deve essere adottata all’unanimità.

Lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL) è designato come affiliato di Al-Qaeda in Iraq dal comitato per le sanzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (CSNU) ed è oggetto di sanzioni a norma della risoluzione 1267 (1999) del CSNU e di tutte le risoluzioni successive. Le sanzioni imposte dal CSNU comprendono un’ampia gamma di misure volte a contrastare il finanziamento del terrorismo e a vietare di mettere fondi o risorse economiche a disposizione dell’ISIL. Le sanzioni disposte dal CSNU sono vincolanti per tutti gli Stati membri dell’ONU, che devono applicarle nella loro giurisdizione.

L’UE esorta tutti gli Stati ad applicare integralmente le risoluzioni del CSNU e a conformarsi alle raccomandazioni del Gruppo di azione finanziaria internazionale sul finanziamento del terrorismo. L’Arabia Saudita ha l’obbligo di applicare il regime di sanzioni imposto dall’ONU contro Al-Qaeda, le risoluzioni 2161, 2170, 2178, 2199, 2249 e 2253 del CSNU e tutte le altre risoluzioni pertinenti volte a combattere il terrorismo.

 

Libia: un disastro bellico annunciato

Strasburgo, 3 febbraio 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Sessione Plenaria.

Punto in agenda: situazione in Libia.

Presenti: Bert Koenders, ministro degli affari esteri dei Paesi Bassi, in rappresentanza della Vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Intervento di Barbara Spinelli.

Sono meno ottimista di lei, Signor Koenders. Temo l’ennesima guerra in Libia, perché conosciamo ormai i disastri delle guerre antiterroriste dell’Occidente. Non dimentichiamo che i rifugiati sono il frutto del caos che da anni seminiamo ovunque. I foreign fighters parlano confusamente di Islam, ma pensano soprattutto se stessi come War Generation.

Non avete saputo sciogliere il nodo siriano ed evidentemente non lo volete, visto che alla Conferenza di Ginevra accettate il diktat turco: niente rappresentanti curdi ai negoziati, per ora. L’unico a volerli è Putin: forse il solo che sa l’indispensabilità dei Curdi ai fini di una vittoria contro l’Isis.

Stessa cecità in Libia: il fallito intervento del 2011, più il caos siriano, hanno finito con l’aprire le porte libiche all’Isis, e ora preparate altri interventi militari senza preoccuparvi che in quel Paese vi sia di nuovo uno Stato, cioè il monopolio sull’uso della violenza legittima.

Non per ultimo: penso che il governo italiano non debba mettere i piedi in Libia, per difendere interessi economici o di prestigio, a causa del suo passato coloniale.

Nella proposta di istituire un elenco comune dell’UE di paesi d’origine sicuri dei richiedenti asilo mancano le garanzie sui diritti fondamentali

COMUNICATO STAMPA

Bruxelles, 1 febbraio 2016

Barbara Spinelli ha presentato un’interrogazione scritta alla Commissione europea, co-firmata dalle eurodeputate Martina Anderson (GUE/NGL), Soraya Post (S&D) e Ana Gomes (S&D).

«Numerosi esperti e ong hanno espresso seria preoccupazione per la proposta della Commissione europea di istituire un elenco comune dell’UE di “paesi d’origine sicuri” dei richiedenti asilo», ha dichiarato l’eurodeputata del gruppo GUE-NGL. «Una decisione grave soprattutto per quanto concerne la Turchia».

«Le critiche riguardano la possibile violazione del diritto al non respingimento, il divieto di espulsioni collettive, la possibile violazione del diritto alla non discriminazione e del diritto a un ricorso effettivo. Diritti sanciti rispettivamente dagli articoli 18, 19, 21, 47 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea».

«Vorrei qui ricordare», denuncia Barbara Spinelli, «che i Paesi elencati nella proposta della Commissione sono inclusi negli elenchi nazionali di soli dieci Stati membri (dunque non la maggioranza), a eccezione generalmente della Turchia. Inoltre, la relazione della Commissione che introduce la proposta di direttiva rileva che in tutti i Paesi interessati avvengono atti di persecuzione per motivi LGBTI, così come in alcuni Paesi vi è persecuzione contro i Rom, donne o bambini».

Citando il caso C-383/13, in cui la Corte di Giustizia ha sancito il diritto a essere sentiti da giudici o funzionari pubblici e il diritto ad accedere al proprio fascicolo, «entrambi diritti fondamentali dell’ordinamento giuridico dell’Unione, consacrati dalla Carta», l’eurodeputata ha chiesto alla Commissione «in che modo ritenga che la proposta garantirà che le richieste di asilo di ciascun richiedente saranno esaminate e che le decisioni saranno prese in modo individuale, obiettivo e imparziale, come previsto dall’Articolo 10 (a) della Direttiva 2013/32/UE, nel rispetto dei diritti sanciti dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea e dalla Convenzione di Ginevra».

Qui il testo dell’interrogazione scritta (file .doc)

GUE/NGL MEPs condemn Denmark’s proposal to delay family reunification and seize assets from refugees

PRESS RELEASE

Brussels 25 January 2015

During a heated debate in the European Parliament’s Committee on Civil Liberties, Justice and Home Affairs this afternoon, GUE/NGL MEPs condemned a controversial draft law* proposed by the Danish government to empower the authorities to seize valuable assets from refugees in order to pay for their stay when applying for asylum in Denmark, and postpone the right to family reunification for refugees under temporary protection.

On the eve of its expected adoption in the Danish Parliament tomorrow, the draft law was debated this afternoon by Civil Liberties Committee MEPs with Danish Foreign Affairs Minister Kristian Jensen and Minister for Immigration, Integration and Housing Inger Støjberg.

GUE/NGL Coordinator on the LIBE Committee, Cornelia Ernst, said: “Making people wait for three years before they can even apply for family reunification effectively means denying them their right to family life for three years, for no good reason. We are talking about a human right that is very broadly recognised, in Denmark, all over Europe and beyond.”

Danish MEP, Rina Ronja Kari, expressed opposition from within Denmark: “The proposed changes to the Danish asylum legislation are in breach of international conventions and the Danish government has in no way convinced the Parliament otherwise. It is disgraceful that the Danish government does not listen to the Council of Europe when they express their deep concern over the amendments, and their conduct in today’s exchange of views does not suggest that they will listen to the criticism from the Parliament either.”

Italian MEP, Barbara Spinelli, added: “Confiscating jewellery and goods ‘without sentimental value’ is immoral and grotesque: who will define whether an object is of sentimental value to a refugee or not, when it’s not a wedding ring? I also believe it’s unfair to compare an asylum-seeker to an unemployed Dane or EU citizen: a refugee has nothing, not even a bed. In order to receive a return on our ‘investment’ in the reception of migrants, we should instead invest in integrating them as quickly as possible into our labour market.”

Spanish MEP, Marina Albiol Guzmán: “Measures like having to wait for over six years in order to gain permanent residence or making asylum seekers pay for staying at the centres where they’re forced to live are aimed at closing the door to refugees and all migrants.”

“This legislation is racist and xenophobic, and goes against the European Convention on Human Rights, the United Nations’ Convention on the Rights of the Child, the Geneva Convention, and many other European and international treaties. It also goes against all the solidarity compromises of the EU and therefore we expect a strong position from the Parliament and the European Commission to counter this bill that goes against human rights”.

Swedish MEP, Malin Björk, expressed the possibility of an alternative policy: “The Nordic left parties have presented an alternative solution to these repressive measures. A new Nordic Model with better cooperation between our countries, more pressure for a humanitarian EU refugee policy and a dismantling of fortress Europe.”

*Background
The draft law to be passed tomorrow by the Danish Parliament has several different components that will all have a devastating impact on the lives of asylum-seekers, including a 3-year waiting period to access family reunification for beneficiaries of temporary protection, tightening of criteria to obtain permanent residence permits, tightening of rules for revoking refugees’ residence permits, search by police of asylum-seekers and their belongings with a view to confiscating money and valuables to cover the costs of asylum-seekers’ stay, reduction of economic benefits by 10% and the obligation to be housed in asylum centres.

This draft law has been condemned by the UNHCR and Danish NGOs including the Danish Refugee Council. The Council of Europe Commissioner for Human Rights sent a letter to the Danish government on January 9, 2016 condemning these restrictive changes as ‘raising serious concerns of conformity with human rights standards’ asking the Danish government to reconsider these changes to ‘ensure that law and practice fully comply with Denmark’s obligation to uphold refugee protection standards’.  

This new proposal must also be read in conjunction with the amendments to the Aliens Act introduced last November which increased the possibilities of detaining asylum-seekers under ‘special circumstances’ and weaken the judicial review of detention. 

During the debate, the Danish Minister for Immigration insisted despite reference to criticism from the CoE and UNHCR that their proposals ‘live up to all conventions’ and reminded the Committee that the four largest groups of the European Parliament will vote in favour of the law tomorrow.

Turchia, un massacro deliberato e pianificato

Strasburgo, 20 gennaio 2016. Intervento di Barbara Spinelli in plenaria.

TITOLO: Situazione nella Turchia sudorientale

Commissario presente in rappresentanza del vicepresidente Federica Mogherini: Johannes Hahn, Commissario per l’allargamento e la politica di vicinato

Ho co-firmato l’appello dei 1820 accademici turchi, e confermo che una solidarietà mondiale s’è creata con il popolo curdo, colpito da un massacro deliberato e pianificato. In decine di città della Turchia sud-orientale il coprifuoco è permanente da mesi. Mancano cibo, medicine, ambulanze. Sono assalite anche città senza alcuna barricata. A centinaia di uccisi si nega la sepoltura. I firmatari dell’appello sono considerati complici del terrorismo e subiscono vessazioni. Sono violate la Costituzione turca e le leggi internazionali.

La lotta al terrorismo è puro pretesto. Lo scopo è spezzare un popolo che aspira solo a essere riconosciuto come parte del proprio paese. Migliaia di turchi sperano in una mediazione dell’Alto Rappresentante e dell’Onu: per ottenere che si riapra il negoziato tra governo e ribelli curdi che Erdogan ha interrotto. Perché cessi l’eccidio subito.

Rispondendo proprio oggi a una mia interrogazione scritta, la Signora Mogherini dice che Erdogan è nostro alleato sui migranti e contro l’Isis, L’argomentazione non tiene neanche un minuto.


Si veda anche:

1128 accademici turchi contro i crimini di Erdogan in Kurdistan

Interrogazione scritta: violazioni dei diritti umani ai danni del popolo curdo da parte delle forze turche

 

Situazione nel Mediterraneo e necessità di un approccio globale in materia di immigrazione

Strasburgo, 18 gennaio 2016. Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra, nel corso della riunione straordinaria della commissione Libertà civili, giustizia e affari interni.

Punto in agenda:

Situazione nel Mediterraneo e necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione

  • Esame del progetto di relazione
  • Fissazione del termine per la presentazione di emendamenti

Co-Relatori: Roberta Metsola (PPE – Malta), Kashetu Kyenge (S&D – Italia)
Relatore per Gruppo GUE/NGL: Barbara Spinelli

Ringrazio innanzitutto le relatrici per l’importante lavoro che hanno svolto.

Tuttavia, avendo ricevuto il progetto di relazione abbastanza tardi, posso reagire solo con un’opinione parziale, per punti.

C’è sicuramente una base solida da cui partire ed elementi che trovo apprezzabili. Penso alla necessità, come avete sottolineato nella Relazione, di dotarsi di un sistema permanente e robusto di search and rescue; alle vie legali di accesso all’Unione, tra cui la possibilità di rivedere la direttiva del 2001 sulla protezione temporanea in modo da stabilire corridoi umanitari veri; e alla proposta di un meccanismo permanente e vincolante di resettlement. Ritengo giusto che abbiate evidenziato come le differenti forme di aiuto umanitario non debbano essere criminalizzate, anche se non sono molto d’accordo sul fatto che lo smuggling continui a essere giudicato secondo criteri troppo sommari, dunque negativi.

Per quel che riguarda la mancanza di solidarietà tra Stati membri, personalmente proporrei il rafforzamento delle sanzioni agli Stati che non applicano il diritto europeo o si rifiutano di collaborare sulla base dell’articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea.

Ci sono invece alcuni punti su cui sono in totale disaccordo: sui rimpatri, sul rapporto con i Paesi terzi e soprattutto sulla questione Turchia e, di conseguenza, sulla lista dei “Stati d’origine sicuri”. Ancora, non condivido il ruolo attribuito a Frontex e il giudizio sugli “hotspot”. In quest’ultimo caso, il punto di vista della Commissione mi sembra sia stato accolto troppo acriticamente.

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