Ucraina verso l’accordo con Trump e Putin: il pensiero magico Ue non protegge Kiev

di mercoledì, Novembre 26, 2025 0 , , , , Permalink

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 26 novembre 2025

Ancora non è dato sapere se gli Stati europei che minacciano di svuotare l’accordo di pace con la Russia riusciranno nel loro intento: bloccare il piano che Trump discute con Mosca perché le radici del conflitto siano infine sanate, spingere Kiev a ignorare quel che accade sul fronte, restare appesi al pensiero magico di una guerra giusta (quando si dice pace giusta s’intende guerra giusta).

Fin d’ora tuttavia è abbastanza chiaro che gli Stati in questione non riconosceranno facilmente di essersi sbagliati su quasi tutto, di non essere comunque affidabili militarmente, e di aver distrutto quel pochissimo che esisteva delle tradizioni diplomatiche europee, ben più antiche di quelle statunitensi e qualificabili come occidentali e atlantiste solo nello spazio temporale della Guerra Fredda.

Chi grida contro la capitolazione farebbe bene ad ascoltare le parole di Iuliia Mendel, ex portavoce di Zelensky e convinta sostenitrice dell’Ucraina: “Il mio Paese sta sanguinando. Molti di coloro che si oppongono istintivamente a ogni proposta di pace credono di difendere l’Ucraina. Con tutto il rispetto, questa è la prova più evidente che non hanno idea di cosa stia realmente accadendo in prima linea e all’interno del Paese in questo momento”. Il post verrà forse smentito, ma l’editorialista Wolfgang Münchau lo fa proprio e chiosa: “I più accaniti sostenitori di Kiev in Europa sono coloro che non hanno la minima comprensione della realtà militare sul campo”. Zelensky forse l’ha capita prima dei propri accaniti sostenitori, se è vero che ha accettato buona parte del piano Trump.

Oggi è difficilissimo dire quale sia l’Europa in cui i cittadini possano riconoscersi. Non è l’Ue: i Ventisette sono divisi, e a guidare la Commissione c’è una persona – Ursula von der Leyen – che ha abbracciato l’antico disdegno della DC tedesca verso la politica di distensione. Disdegno condiviso in Germania da Verdi, Liberali e Socialdemocratici, che della Ostpolitik di Willy Brandt non hanno più cognizione. Né i cittadini possono riconoscersi in un’Unione che si fa rappresentare in politica estera da un’ex premier estone –Kaja Kallas – che in patria nega diritti sostanziali alla minoranza russa (20,9% della popolazione) e ha dimostrato di non sapere neanche lontanamente chi ha vinto la Seconda guerra mondiale e perché Russia e Cina siano tra i 5 membri permanenti nel Consiglio di sicurezza Onu.

Non godono di maggiore legittimità le più recenti e marziali configurazioni: i Volonterosi pronti a mandare soldati in Ucraina, o la Comunità politica europea inventata da Macron nel 2022 per aggirare i refrattari dell’Ue, reincorporare Londra in Europa e inglobare Stati ex sovietici affetti da russofobia acuta (Ucraina, Georgia, Moldavia). Altro cascame del pensiero magico europeo: l’asse Berlino-Londra-Parigi, detto anche E3 perché ogni distopia ha bisogno dei suoi acronimi. Alla sua testa, tre personaggi in cerca d’autore: Macron e Starmer sono sulla via del tramonto, Merz aspira alla metamorfosi regressiva della Germania e resuscita tradizioni militari che hanno devastato più volte il Paese. Nel loro contropiano si dice che la lingua delle minoranze russe e le libertà degli ortodossi russi saranno rispettate nel quadro dell’adesione di Kiev all’Ue. Promessa vana, visto come sono trattati i russi nei Baltici.

Da queste configurazioni è arduo uscire, perché la guerra è diventata non solo l’idea fissa, ma la ragion d’essere per gran parte degli Stati Ue. Al posto della storia europea, dei suoi disastri e delle sue prese di coscienza, ci ritroviamo con l’illusoria success story dell’atlantismo e una diffusa allergia alla sovranità. Trump è disposto ad assicurare la non adesione di Kiev alla Nato e il ritorno dell’Ucraina alla neutralità, ma i Volenterosi Ue recalcitrano, fingendo d’ignorare che la radice della guerra per Mosca è la Nato alle porte di casa. Buona parte d’Europa è in trasformazione, con Berlino all’avanguardia. A parlare in suo nome non sono i diplomatici ma le industrie militari, i generali, i politici improvvisati, i giornali aizzatori. Sono gli accaldati tifosi descritti da Karl Kraus ne Gli ultimi giorni dell’umanità. Più verosimilmente vicina è la guerra, più sono consentite menzogne, pensieri magici, poteri accentrati. Militari e faccendieri non sono sotto i riflettori in tempi di pace, ma d’un tratto occupano il palcoscenico.

Il capo di Stato maggiore francese generale Fabien Mandon dichiara il 19 novembre, approvato da Macron: “Quel che ci manca […] è la forza d’animo di accettare di farci del male per proteggere quello che siamo. Se il nostro Paese vacilla e cede, è perché non è pronto ad accettare di sacrificare i propri figli – osiamo dire le cose come stanno! – e di soffrire economicamente quando le priorità andranno alla produzione di difesa. Se non siamo pronti a questo siamo a rischio” (aveva detto cose simili Antonio Scurati il 5 marzo scorso). Prontezza è il motto iscritto sul frontone del Riarmo Europa annunciato il 4 marzo 2025 da Von der Leyen. Credevano d’aver indorato la pillola evitando la parola riarmo. È molto peggio “prontezza”.

Nello stesso giorno, il 19 novembre, il presidente di Airbus, René Obermann, ha esortato gli europei a dotarsi di armi nucleari tattiche per contrastare l’espansionismo russo (oltre alle atomiche strategiche condivise con Washington). Un’atomica tattica oscilla tra 1 e 50 chilotoni: non son bruscolini. Hiroshima fu colpita da una bomba di 16 chilotoni, per Nagasaki si passò a 21. Poco dopo Einstein disse: “Ora è venuto il momento in cui l’essere umano deve rinunciare alle guerre. Non è più razionale risolvere i problemi internazionali ricorrendo alla guerra”. Poi c’è il quando. Quando ci attaccherà Mosca? Secondo il ministro tedesco della Difesa, Boris Pistorius, socialdemocratico, l’anno fatale è il 2029.

Nelle dispute internazionali la razionalità dovrebbe essere affidata alla diplomazia, arte inventata in Europa prima che negli Stati Uniti. Non spetta ai capi di Stato maggiore, ai faccendieri, neanche ai giornalisti. Al tempo stesso si può capire che Trump preferisca gli uomini d’affari, pur di tenere a bada i neoconservatori come il ministro degli Esteri Marco Rubio, che non solo ignorano la diplomazia ma la odiano. È comprensibile che mandi l’immobiliarista Steve Witkoff a parlare con Putin, e che Putin a questo punto mandi non Lavrov ma Kirill Dmitriev, capo del Fondo russo per gli investimenti diretti. Gira voce che la bozza del piano di pace l’abbia scritta Dmitriev, e Trump l’abbia ingoiata sotto tortura. In Europa i pensieri da ombrellone sono per tutto l’anno, Natale compreso.

Chi non riconosce le disfatte ucraine guarda senza vedere. Quanti ucraini devono morire perché l’Europa smetta i paramenti dell’Occidente atlantista e ricominci a parlare con Mosca? Se nel marzo 2022 Kiev s’accontentò di un esercito di 80.000 uomini, come non vedere che Mosca gliene concede ora 600 mila (la metà delle truppe attuali) e chiederne 800.000? Mosca è disposta a riparare l’Ucraina con 100 miliardi dei propri fondi congelati soprattutto in Belgio. Gli europei s’offendono e replicano: su quei soldi decidiamo noi e basta.

Come sostengono Anatol Lieven e il Quincy Institute, un accordo che restituisce indipendenza ai tre quarti dell’Ucraina, che prevede l’ingresso nell’Ue e le riparazioni russe non è precisamente una capitolazione. È la sconfitta di Zelensky e dell’idea di Kiev come baluardo, non dell’Ucraina. È la presa d’atto che Mosca non ha in mente di invadere l’Europa e neanche vuole “incamerare” l’Ucraina, ma non vuole la Nato e le atomiche schierate alle proprie porte.

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L’Ue vuole la tregua ma non la pace

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 23 ottobre 2025

Se si vuol capire almeno un poco come gli Stati e le istituzioni d’Europa siano arrivati dopo anni di guerra in Ucraina a questo punto – un’incapacità totale di far politica; una ripugnanza diffusa verso chiunque imbocchi la via diplomatica; un’incaponita postura bellica che sfalda già ora lo Stato sociale; un senso storico completamente smarrito – occorre esaminare due eventi rivelatori delle ultime settimane.

Il primo ha per protagonista Trump, che dopo aver discusso al telefono con Putin il 16 ottobre, ha bocciato l’idea di mandare in Ucraina i micidiali missili Tomahawk, che possono colpire la Russia fino agli Urali, sono in grado di trasportare testate nucleari, e vanno manovrati solo con l’assistenza del Paese egemone nella Nato. Arrivato alla Casa Bianca per ottenere i missili, il 17 ottobre, Zelensky s’è sentito dire, anzi urlare: “Se Putin vuole, ti distrugge”. Trump ha escluso ogni escalation, in vista dell’imminente suo incontro con Putin. Ma Zelensky si è inalberato e ha chiesto aiuto agli Stati europei detti “volonterosi”. I quali sono accorsi e hanno subito silurato il vertice Trump-Putin, per ora rinviato. Obiettivo dei Volenterosi è un cessate il fuoco lungo la linea del fronte, e solo in seguito una trattativa sul futuro ucraino e sulle garanzie di sicurezza per Kiev.

Fin dal vertice con Trump in Alaska, tuttavia, Putin chiede che prima del cessate il fuoco si accettino le garanzie di sicurezza russe oltre che ucraine e cioè: neutralità e non adesione di Kiev alla Nato, riduzione degli armamenti sproporzionati in Ucraina, impegno scritto del Patto Atlantico a non espandersi mai più verso l’Est. Mosca lo chiede da decenni, non da oggi.

Non è da escludere che Trump si stufi di tentare accordi con Putin e lasci che Zelensky e Volenterosi europei se la cavino da soli, e siano loro e non gli Stati Uniti ad apparire i perdenti in questa storia (anche se ora Zelensky, terrorizzato dal possibile tracollo delle ultime difese in Donetsk, pare virare verso un tardivo e disperato congelamento del conflitto). Già da tempo il presidente giudica non vincolante per Washington l’articolo 5 del Patto atlantico. Lettura niente affatto scorretta: l’articolo proclama in effetti che se un Paese è attaccato tutti lo sosterranno, ma precisa che ogni Stato, “individualmente e di concerto con le altre parti, intraprenderà l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata”.

Sia Zelensky che i Volonterosi Ue hanno inoltre mal digerito il fatto che il vertice Trump-Putin sarebbe avvenuto in Ungheria, lo Stato che nell’Unione e nei principali giornali occidentali è trattato come un paria, da non toccare nemmeno con la punta delle dita.

Il secondo evento rivelatore, ancora più significativo perché inatteso, sono le parole che Angela Merkel ha pronunciato il 3 ottobre sul mortifero garbuglio ucraino. Anche qui, come nel caso di Trump, colpisce l’interlocutore prescelto dall’ex Cancelliera: il canale youtube Partizàn, ungherese, e l’influente giornalista Márton Gulyás, anch’egli ungherese. Budapest denuncia da tempo l’assenza di una seria diplomazia europea, critica i pacchetti di sanzioni (è in discussione il diciannovesimo), e si oppone all’uso degli averi russi sequestrati nelle banche occidentali. Si oppongono anche Banca centrale europea e Fondo monetario.

La cosa cruciale che l’ex Cancelliera ha detto, sull’Ucraina, è che la guerra avrebbe potuto essere scongiurata, se l’Europa avesse accettato quello che lei propose nel giugno 2021, otto mesi prima dell’ingresso dell’esercito russo in Ucraina. Si trattava di prender atto del fallimento degli accordi di Minsk (Kiev non ha mai concesso l’autonomia promessa ai russofoni del Donbass, neanche linguistica) e di costruire con Mosca un “nuovo format”: una struttura che permettesse ai governi europei di “parlare direttamente con Putin in nome dell’Unione”, per negoziare la fine della guerra iniziata nel 2014 da Kiev contro i separatisti russofoni e russofili del Donbass. Solo così poteva esser scongiurata l’escalation più temuta: l’entrata in guerra di Mosca, avvenuta nel febbraio 2022, e l’annessione del Donbass e di altre province.

Il meccanismo concepito dalla Cancelliera (e da Macron, non ancora convertito al militarismo) somigliava molto al “telefono rosso” introdotto da Kennedy e Krusciov il 30 agosto 1963, dopo la crisi missilistica di Cuba. Lo scopo era sventare, grazie al filo diretto con Mosca, l’esplosione di un accidentale conflitto atomico. La proposta era ragionevole oltre che promettente, era stata già collaudata da Kennedy e avrebbe probabilmente evitato centinaia di migliaia di morti negli anni successivi. Ma nel Consiglio europeo del giugno 2021 fu respinta come l’avesse proposta il diavolo. Merkel è nota per l’estrema parsimonia verbale, ma nell’intervista è uscita allo scoperto: gli Stati che si opposero al format negoziale russo-europeo “furono soprattutto i tre Baltici e anche la Polonia, timorosa che mancasse all’Europa una politica verso la Russia”, politica che evidentemente Varsavia desiderava, e ancora desidera, meno cooperativa.

A differenza di molti colleghi nell’Unione, Merkel voleva che il meccanismo diplomatico fosse indipendente dalla Nato. Inoltre era convinta che l’assenza di colloqui diretti durante la pandemia Covid aveva danneggiato molto gravemente i rapporti con Mosca.

Merkel racconta infine come continuò a difendere i gasdotti NordStream, nonostante l’opposizione strenua di Zelensky e di Biden. Nel settembre 2022 i gasdotti che rifornivano Germania ed Europa di metano russo a buon prezzo furono distrutti da sabotatori ucraini col consenso di Washington, che può ora venderci gas liquefatto molto più costoso.

Accade così l’impensabile. Gli unici a prender atto che questa guerra poteva essere evitata, che non fu unprovoked ma provocata, che rischia di sfociare in scontro atomico se non finisce presto, sono Orbán il Reprobo, una Cancelliera in pensione, e un presidente Usa tutt’altro che pacifico, visto che medita guerre di regime change in Venezuela proprio mentre scommette su accordi con Mosca. Trump fa pensare al buffone di Kierkegaard che irrompe alla fine dei tempi in un teatro. Il buffone appare da dietro le quinte e urla per avvertire il pubblico che sta per dilagare un incendio: “Tutti pensano che è una farsa, dunque applaudono e ridono a crepapelle. È così, penso, che il mondo perirà”. (Sören Kierkegaard, Aut-Aut).

Uno dei più intelligenti e colti parlamentari europei, Michael von der Schulenburg (gruppo Sahra Wagenknecht, non iscritto) ha spiegato di recente in un saggio che la responsabilità maggiore ricade sulla Germania di Scholz e soprattutto di Merz. Ambedue accampano una memoria acuta delle colpe tedesche, e hanno fatto pagare ai palestinesi la propria espiazione per il genocidio degli ebrei. Ma la memoria svanisce del tutto quando ci si arma fino ai denti contro la Russia (27 milioni di morti per abbattere Hitler). Infatti Berlino sta preparando il Paese a una guerra con Mosca considerata imminente, si doterà dell’“esercito più potente d’Europa” (parola di Merz), e fa dire a Martin Jäger, direttore dei Servizi, che Mosca attaccherà gli europei della Nato “ben prima del 2029”, come ci si illudeva fino a ieri.

Né Merz né gli Stati europei né Zelensky temono di ridicolizzarsi: se di mattina dicono che la Russia ha fallito l’offensiva di primavera ed è prossima al collasso, ragion per cui conviene assestare il colpo finale coi Tomahawk, la sera diranno che Mosca è a tal punto minacciosa, efficace e agguerrita da poter invadere l’Europa intera, Italia compresa.


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La “Succession” parigina: Macron punta sul caos

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 12 ottobre 2025

A prima vista sembra inspiegabile, la testardaggine capricciosa con cui Emmanuel Macron sforna un primo ministro dopo l’altro – l’ultimo è Sébastien Lecornu, fedelissimo, incaricato ben tre volte – pur di non ammettere l’evidenza: i partiti di centro che lo sostengono sono sempre più striminziti, la sua politica è stata sconfitta alle elezioni del giugno 2024, le ore del suo soggiorno all’Eliseo sono contate. Lunedì Lecornu spiegherà quel che l’Eliseo vuole e concede, ma presto cadrà anche lui, come i due premier (Michel Barnier, François Bayrou) che l’hanno preceduto. Invece la testardaggine e i capricci sono spiegabili. Se Macron resta abbarbicato al potere è perché non vuole in alcun modo che le proprie scelte neoliberiste vengano disfatte: in particolare la scelta di proteggere dal fisco le grandi ricchezze e la riforma delle pensioni che gli elettori di estrema destra e di sinistra respingono, chiedendone una più giusta.

Macron è “solo davanti alla crisi”, affermano giornali e reti tv, ma così solo non è. Lo appoggiano i grandi patrimoni, le multinazionali, le imprese raggruppate nella confindustria francese (Medef). È a loro che Macron promette regali fiscali da quando fu eletto nel 2017. Con loro si identifica, mentre la sua popolarità crolla al 13-14%.

Il dramma Succession è iniziato e nessun candidato presidente vuol essere contaminato dal macronismo, anche se sono rari quelli se ne discosteranno davvero. Giornali e televisioni insistono sulla riforma delle pensioni che sinistra ed estrema destra vorrebbero abrogare, e su finte mini-concessioni del binomio Macron-Lecornu. La riforma non sarebbe abrogata ma dilazionata o perfino sospesa, in attesa che passi quando sarà eletto il nuovo presidente, in teoria nel 2027 ma forse prima se Macron dovrà dimettersi. Ma ancor più temuta dall’establishment economico-finanziario è la tassa sugli ultraricchi – detta anche tassa Zucman, dal nome dell’economista Gabriel Zucman. Un’imposta minima, applicata ai patrimoni di chi ha redditi annui superiori a 100 milioni di euro: aiuterebbe a salvare lo stato sociale e anche le pensioni, grazie a un introito 15-25 miliardi. Ma la confindustria erige un muro massiccio a difesa dei regali fiscali di Macron e preme in prima linea sui deputati socialisti. L’organizzazione imprenditoriale ha diffuso nelle settimane scorse un opuscolo confidenziale – un kit di mobilitazione – che spiega ai singoli deputati la catastrofe che potrebbe derivare dalla tassa Zucman o tasse somiglianti: fuga di capitali, instabilità, caos infine. Il kit cita l’esodo dei capitali in Norvegia, quando fu approvata una tassa simile. Omette di dire che quell’imposta colpiva i redditi annui superiori a 1,7 milioni di euro, non i 100 milioni annui indicati da Zucman. La tassa viene descritta come diabolica “predazione della ricchezza”. Anche in questo caso la maggioranza dei francesi la sostiene (86%), mentre la classe politica sopisce, tronca e ascolta le lobby.

Per capire qualcosa del caos francese occorre andare indietro nel tempo e individuare il momento in cui l’idea di democrazia “rappresentativa” ha vacillato non solo sotterraneamente, ma in maniera palese. È accaduto poco prima della nascita dell’euro. Nel 1998, il presidente della Banca centrale tedesca, Hans Tietmeyer, se ne uscì con una dichiarazione dirompente: a decidere è il “plebiscito permanente dei mercati”, oltre a quello degli elettori. Nel 2007 Greenspan disse la stessa cosa: grazie alla globalizzazione sono i mercati mondiali a prendere le decisioni politiche. Monti espose tesi analoghe, da presidente del Consiglio, quando disse che non poteva negoziare il salvataggio dell’euro a Bruxelles “tenendo pienamente conto” del proprio Parlamento (Spiegel, intervista del 6.08.2012). Da allora l’appello alla sovranità popolare viene assimilato al populismo o sovranismo. Nella strategia di Macron la sinistra francese doveva essere sfasciata, e il tentativo di unione nelle Legislative del 2024 andava affossato. È quello che è accaduto.

Oggi il Partito socialista è un intruglio, ma su un punto è sicuro: la criminalizzazione dell’ex alleato Mélenchon, che propugna idee redistributive della socialdemocrazia classica e avversa l’economia di guerra in Francia e Europa. Accusato delle peggiori nefandezze – antisemitismo, filo-putinismo, radicalismo – Mélenchon è ben più temuto e ostracizzato dell’estrema destra di Le Pen-Bardella. Il Partito socialista rischia di imboccare la strada centrista proprio quando il centrismo vive in Francia un declino spettacolare. È la strada che esalta la “cultura del compromesso e dell’umiltà”, abusivamente chiamata socialdemocratica. Di fatto non è più sinistra. E la terza via di Blair, naufragata da tempo in Inghilterra. O di Keir Starmer, sull’orlo del naufragio.

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Trump, il piano zoppo per la pace
e l’Europa a zero

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», Inserto speciale “Gaza – Due anni all’inferno”, 4 ottobre 2025

Quest’articolo è stato scritto subito dopo l’annuncio del Piano di pace, prima della reazione di Hamas e della risposta di Trump, ambedue comunicate il 3 ottobre.

Non è chiaro se il piano di pace annunciato il 29 ottobre da Trump e Netanyahu (“Il più grande evento nella storia della civilizzazione”) sia oppure no un Truman Show, una realtà parallela e perversa allo stesso modo in cui fu parallela e perversa l’esultanza di Bush jr (“Mission accomplished!”) quando pretese di aver vinto in poco più d’un mese la guerra in Iraq e insediò a Bagdad il catastrofico protettorato Usa diretto da Lewis Bremer.

Tra i tanti disastri accaduti dopo quella guerra – incoraggiata da Netanyahu – c’è l’assalto di Hamas del 7 ottobre 2023: una strage cui Israele ha risposto con l’uccisione in massa di civili palestinesi a Gaza (“tutti terroristi” secondo il Presidente Herzog). Quest’uccisione è l’evento unico di questi anni: unico nella storia delle civilizzazioni, non della civilizzazione suprema menzionata da Trump.

Netanyahu si finge vincente, avendo ottenuto modifiche a proprio favore del piano, ma in cuor suo lo sa: o il genocidio continua fino a quando Hamas accetterà la resa incondizionata, oppure i suoi giorni al governo potrebbero esser contati. L’America non lo salverà se i suoi ministri terroristi (Smotrich, Ben Gvir) lo affosseranno. Per Smotrich il piano è il “tradimento di tutte le lezioni del 7 ottobre, e finirà in lacrime”.

Netanyahu stesso ha ricordato all’Assemblea Onu che più del 90% della Knesset ha bocciato lo Stato palestinese, a luglio: “È la politica dell’intero popolo d’Israele”. E ha aggiunto: “Il lavoro a Gaza non è finito”. Per questo ha ottenuto da Trump che la resistenza non venisse consultata e che il piano parli nebbiosamente dell’“aspirazione” a una lontana “statualità palestinese”.

Il piano è stato approvato da molti governi (in primis l’Autorità Nazionale Palestinese), ma gli Stati arabi e musulmani condividono alcune riserve di Hamas: gli ostaggi vanno liberati, ma Israele deve ritirarsi da Gaza, come negoziato nel 2024. Intanto lo sterminio continua e Israele vieta l’attracco alla Sumud Flotilla pretendendo che le acque internazionali e palestinesi lungo la Striscia siano sue.

Hamas è definito terrorista in Occidente, e il suo braccio armato certo lo è stato il 7 ottobre, ma agli occhi di tanti palestinesi è l’unica forza a lottare contro l’occupazione e l’assedio di Israele, assieme al gruppo Jihad islamico e ad altre fazioni.

L’Autorità Palestinese in Cisgiordania è invece complice di Tel Aviv da decenni. Ha perfino cacciato l’emittente Al Jazeera, su ordine di Netanyahu, e in combutta con Israele acciuffa quando può i combattenti di Hamas attivi in Cisgiordania. Basta vedere la serie Tv Fauda per capirlo.

“Hamas è l’unico movimento palestinese di resistenza all’occupazione […] e il messaggio del 7 ottobre era potente: non potete emarginare i Palestinesi, la loro resistenza non è morta”, afferma lo storico israeliano Avi Shlaim («Haaretz», 25 settembre). Muore di certo se non sarà emendato il piano di non-pace.

Hamas è più duttile del Jihad Islamico e con l’aiuto degli Stati arabi vorrebbe negoziare un piano diverso, che però Netanyahu rifiuta. Non ignora che col piano attuale i palestinesi non verrebbero più bombardati, pur avendo perso tutto (città, case, ospedali, scuole, famiglie). Che potrebbero ricevere cibo e acqua dall’Onu e non solo dai turpi contractors della Gaza Humanitarian Foundation.

Ma per il resto Gaza resterebbe quella che era, in peggio: il controllo israeliano si rafforzerebbe – su terra, cielo, nel mare ricco di giacimenti di gas – e il governo sarebbe affidato a un board tecnocratico presieduto da Trump. Nel board spicca Tony Blair, ex premier inglese: figura aborrita in Palestina per l’appoggio alla guerra in Iraq, a ogni guerra d’Israele, alla British Petroleum – detta anche Blair Petroleum. Le gerarchie del protettorato le ha disegnate lui con Jared Kushner, genero di Trump. Dopo 77 anni si torna al mandato coloniale britannico.

Il peso europeo si è ridotto a zero in due anni, e infatti gli Stati Ue – non i suoi cittadini – approvano senza trattare. A partire da quando Netanyahu ha bombardato i negoziatori Hamas a Doha, a pesare sono otto leader degli Stati arabi e musulmani (Qatar in testa: l’ombrello Usa lo protegge dal 29 settembre).
Il 24 settembre Trump ha discusso con loro il piano all’Onu. Forse gli Otto alzeranno la voce. Forse vieteranno non solo le annessioni, ma anche le occupazioni israeliane. Forse no.

Se il piano fallisce, Trump farà quel che fa sempre: per non apparire perdente, aiuterà Netanyahu a “finire il lavoro” e tutto finirà in lacrime.

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Menzogne europee sulle due guerre

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 20 settembre 2025

Mentre la Commissione europea propone il 19° pacchetto di sanzioni contro la Russia, e continua a ripetere gli identici errori commessi in passato – armare ulteriormente l’Est della Nato e Kiev, in modo che Mosca si senta ancor più minacciata e prosegua la brutale offensiva in Ucraina – nulla di paragonabile accade sul fronte medio orientale, dove lo Stato d’Israele sta liquidando i palestinesi a Gaza, ed è pronto ad annettere quasi tutta la Cisgiordania oltre a Gerusalemme Est, occupate dal 1967.

Se si eccettuano Spagna e Irlanda, inflessibili con Netanyahu, alcune sanzioni europee sono suggerite, ma niente blocco dell’invio di armi. E niente esclusione da Horizon: le sovvenzioni a Israele del programma scientifico europeo ammontano a 100 milioni di euro, più 442.750 milioni per l’azienda militare Rafael. Sono contro l’esclusione Italia, Germania, Austria, Repubblica Ceca, Ungheria. Un video promozionale di Rafael mostra il drone Spike FireFly (pagato da noi europei) che colpisce un civile palestinese inerme.

La presidente della Commissione Von der Leyen ha proposto di sospendere parti del trattato commerciale (dazi su alcuni prodotti) e di sanzionare i ministri Smotrich, Ben Gvir e nove “coloni violenti” in Cisgiordania.

Lo aveva già fatto Biden nel febbraio e novembre ’24, sanzionando 33 coloni senza alcun successo. È improbabile che i coloni, Smotrich e Ben Gvir vadano in vacanza in Europa. Anche qui, come nel caso delle sanzioni contro Mosca, si adottano le stesse misure pensando che diano risultati diversi.

I provvedimenti sono proposti a Bruxelles sapendo che Germania, Italia, Ungheria opporranno alcuni veti. Si continua a dire che la Germania si capisce, per via del genocidio di Hitler, ma l’Italia no. In realtà non si capiscono né l’una né l’altra. Non si vede perché i palestinesi debbano morire perché i tedeschi possano espiare in pace. Anche perché Berlino non espia nulla. Promettendo la “difesa militare più forte d’Europa”, e ordinando agli ospedali di aumentare i posti letto per i feriti di una guerra data per prossima, i dirigenti tedeschi mostrano d’aver dimenticato i 27 milioni di morti russi nella guerra di liberazione da Hitler, e di aver dunque smesso di espiare.

Eppure parla chiaro, il rapporto della Commissione indipendente d’inchiesta su Gaza, incaricata dal Consiglio Onu dei diritti umani e presieduta da Navi Pillay, che già guidò nel 1994 il Tribunale internazionale sul genocidio dei Tutsi in Ruanda. Il rapporto è uscito in simultanea con le discussioni europee su Kiev e Mosca, la natura dei crimini israeliani che elenca non è in alcun modo comparabile al conflitto in Ucraina, ma pochi giornali («il manifesto», «Il Fatto Quotidiano») hanno messo in prima pagina l’ennesima constatazione che a Gaza è in corso un genocidio, a partire dall’eccidio del 7 ottobre 2023 commesso da Hamas. Lo stesso silenzio omertoso aveva accolto il 16 giugno il rapporto di Francesca Albanese, relatrice speciale Onu per i diritti umani sui territori occupati. Al massimo, si parlò della sanzione inflitta da Trump alla redattrice del rapporto, pubblicato dalla casa editrice del «Fatto», PaperFirst.

Il rapporto della Commissione Pillay, uscito il 16 settembre, certifica che Israele ha commesso a Gaza 4 dei 5 crimini elencati nella Convenzione Onu sul genocidio: (1) uccisione di membri del “gruppo palestinese” in quanto tale; (2) gravi danneggiamenti fisici o mentali ai membri del gruppo; (3) imposizione al gruppo di condizioni di vita volte deliberatamente a provocarne la distruzione fisica, totale o parziale; (4) imposizione di misure volte a impedire le nascite all’interno del gruppo. Per quanto riguarda l’intenzione e l’incitamento al genocidio, il rapporto accusa il presidente israeliano Isaac Herzog, il premier Benjamin Netanyahu, l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant. La Commissione non ha finito i suoi lavori. Ora si concentrerà sulla Cisgiordania in via di annessione e su Gerusalemme Est occupata.

È consigliabile la lettura completa del Rapporto, perché si potrà constatare un’evidenza. Non è una guerra classica quella scatenata da Netanyahu dopo il 7 ottobre, e non somiglia in nulla a quella in Ucraina. È indecente che i telegiornali comincino ogni trasmissione menzionando i “due fronti bellici”, in Europa e Palestina. A Gaza non ci sono due eserciti contrapposti come in Ucraina. Non è neanche una guerra asimmetrica, tra soldati e guerriglieri. Fin dall’inizio è furia bellica omicida che prende di mira i civili palestinesi, colpevoli di esistere come popolo, e li riduce deliberatamente alla fame e alla sete. Non si spiegano altrimenti le uccisioni di 20.000 bambini secondo Save the Children (dati di maggio; quasi tutti ammazzati con spari in testa e nel cuore, a conferma che bambini, neonati e madri incinte sono bersagli diretti); di circa 30.000 donne (le detenute “hanno subito violenze sessuali e stupri”); degli anziani incapaci di obbedire ai ripetuti ordini di evacuazione. Dal 7 ottobre al 21 luglio, le bombe “hanno colpito 1.844 volte gli ospedali, uccidendo malati e personale medico”. Il diritto d’Israele a difendersi non c’entra nulla.

A comprova che si tratta di uccidere un popolo e la sua discendenza – il suo futuro – vanno citate le pagine sulla distruzione dei reparti maternità in una decina di ospedali. A ciò si aggiunga l’attacco nel dicembre 2023 della clinica di fecondazione in vitro Al-Basma: circa 4.000 embrioni e 1.000 campioni di sperma e ovuli non fecondati sono stati distrutti. “Secondo quanto riportato, il centro serviva da 2.000 a 3.000 pazienti al mese, effettuando 70-100 procedure di fecondazione in vitro al mese. L’assedio di Gaza e la conseguente mancanza di rifornimenti di azoto liquido, utilizzato per mantenere freddi i serbatoi di stoccaggio, hanno rappresentato una sfida considerevole per il funzionamento della clinica e la conservazione del materiale riproduttivo. Il materiale riproduttivo conservato è andato completamente perso quando la banca genetica è stata attaccata. Durante l’attacco, il laboratorio di embriologia è stato colpito direttamente e tutto il materiale riproduttivo conservato nel laboratorio è andato distrutto”. Il rapporto afferma che non esistono informazioni credibili sull’uso della clinica a fini militari, e notifica: è comprovato che le autorità israeliane “sapevano che il centro medico era dedicato alla fertilità […] Intendevano distruggerlo. È il motivo per cui la Commissione ritiene che la distruzione fu un’azione intesa a prevenire le nascite fra i Palestinesi a Gaza”. È uno dei principali capi d’accusa per crimine di genocidio.

Gli Stati europei non sono i soli responsabili di complicità con l’inaudita furia di Israele contro i civili, accanto alle amministrazioni Usa il cui aiuto è decisivo. Il 9 settembre Netanyahu ha bombardato i negoziatori di Hamas a Doha (6 morti), violando la sovranità del Qatar e infliggendo una ferita grave, ma non finale, ai negoziati sulla tregua mediati da Qatar, Egitto e Usa. Il 15 settembre, lo stesso giorno in cui partiva la presa di Gaza City, si è riunito un vertice d’emergenza di leader arabi e musulmani a Doha, ma a parte le condanne non è stata decisa alcuna azione contro l’annientamento dei palestinesi. La conclusione inconfutabile del commentatore Jack Khouri, sul giornale israeliano «Haaretz»: “Il regime militare (israeliano) nella Striscia è cominciato il giorno in cui i leader arabi si sono radunati a Doha. I libri di storia ne prenderanno atto. Così è caduta Gaza City”.

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La nuova Cina, l’Europa e il deserto dei tartari

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 7 settembre 2025

Nel giro di quattro giorni Xi Jinping ha inaugurato un ordine multipolare non più centrato sul predominio statunitense e occidentale. Assieme a Russia, India, Iran e altri 22 capi di stato o governo riuniti per un vertice dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Sco) ha dato vita all’Iniziativa di Governance Globale. Obiettivo: la cooperazione pacifica fra Stati e un “futuro condiviso dell’umanità”. Assieme al gruppo Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) gli Stati congiunti dallo “spirito di Shanghai” si proteggono così dalla brama di predominio e sanzioni che anima l’Occidente. Non sono tutti democratici, ma il pianeta non è tutto democratico.

È il primo argine costruito per far fronte ai disastri del dopo Guerra fredda: trentacinque anni contrassegnati da fallimentari guerre occidentali di regime change, dall’estensione della Nato per debilitare la Russia, dalle minacce contro Pechino, dall’erosione dell’Onu cui l’Organizzazione di Shangai e i Brics vogliono restituire peso. La micidiale e illusoria pretesa degli Stati Uniti di dominare da soli il pianeta, iniziata negli anni 90, s’inceppa. La parata del 3 settembre a Pechino è stata organizzata da Xi per mostrare spettacolarmente che anche la Cina celebra la fine della Seconda guerra mondiale, avendo partecipato al conflitto con due parallele resistenze all’invasore giapponese (soldati nazionalisti di Chiang Kai-shek e guerriglieri di Mao). Parlando di “Resistenza Mondiale Antifascista”, il Presidente cinese entra nella nostra storia come attore paritario, chiamato a correggere la sciagurata, caotica gestione del dopo Guerra fredda.

Discusso a Tianjin prima della parata, il multipolarismo è l’ambizione dei Ventisei. L’idea centrale è che un ordine internazionale sarà possibile solo se si rispetta la diversità di culture e civiltà, se tutti gli Stati sono uguali, se il metodo è multilaterale, se la pace è la stella polare. La cooperazione pacifica avverrà nei settori in cui Pechino è all’avanguardia: industrie indipendenti dai combustibili fossili, intelligenza artificiale, tecnologia, infrastrutture (linee ferroviarie, gasdotti, strade, ponti). Il multipolarismo è stato accelerato prima dalle guerre di esportazione della democrazia, poi dalla guerra russa in Ucraina provocata dagli allargamenti a Est della Nato, infine dall’offensiva dei dazi che Trump ha scatenato credendosi re del mondo.

Nel frattempo Stati Uniti ed Europa sono in altre sconclusionate faccende affaccendati. Martedì Trump ha affondato con navi di guerra una piccola imbarcazione venezuelana accusata di narcotraffico (impossibile verificare, l’imbarcazione è in fondo al mare con le 11 persone dell’equipaggio). Il Venezuela è un attore del tutto marginale nel narcotraffico internazionale, come spiegato da Pino Arlacchi su questo giornale (30 agosto). Il governo Maduro è sotto attacco per via delle immense riserve petrolifere di cui Trump è avido. Non meno sconclusionate le mosse dei principali Stati europei, dentro e fuori un’Unione definitivamente soppiantata da altri gruppi decisionali: volonterosi e cosiddetto gruppo E-3 (Germania, Gran Bretagna, Germania), tutti lì ad affilare coltelli contro invasioni dei Tartari che non verranno. Gli ospedali francesi si preparano già ad aumentare i posti letto per curare feriti di guerra, rivela il «Canard enchainé». Gli E-3 intendono anche riattivare le sanzioni contro l’Iran, facilitando i nuovi attacchi a Teheran cui aspira Netanyahu.

Uno dei quattro accordi fra Russia e Cina concerne l’energia: ogni anno Gazprom fornirà a Pechino 106 miliardi di metri cubi di gas naturale. Prima dell’invasione dell’Ucraina e del sabotaggio degli oleodotti Nord Stream, Mosca esportava in Europa più di 150 miliardi di metri cubi l’anno. Il centro di gravità economico si sposta verso Cina-India, e l’Europa s’impoverisce comprando gas liquido Usa, ben più costoso. Ma il culmine dell’insipienza europea l’ha raggiunto giovedì scorso Kaja Kallas, rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, commentando la parata cinese e ostentando un’ignoranza abissale. In una conferenza ha chiesto, con frasi masticate e intercalate da sogghigni beffardi, cosa mai si siano messi in testa Pechino e Mosca, con la “falsa narrativa secondo cui Cina e Russia sarebbero vincitori della Seconda guerra mondiale… è una novità!” (link). Pechino entrò in guerra contro Tokyo nel 1937. A partire dal 1941 partecipò con Usa e Russia alla Resistenza antifascista mondiale (30 milioni di morti cinesi). Kallas evidentemente ignora che Pechino è fra i cinque membri permanenti nel Consiglio di Sicurezza Onu proprio perché vincitore della guerra. Le istituzioni Ue dovrebbero sfiduciarla per maleducazione storica aggravata. Forse Kallas finge l’ignoranza. Ma se non fingesse?

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L’irrealtà europea tra Kiev e Mosca

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 21 agosto 2025

In attesa del vertice trilaterale fra Trump, Putin e Zelensky, o di precedenti incontri bilaterali Mosca-Kiev come preferirebbe Putin, occorrerà distinguere con precisione quel che separa l’apparenza dalla realtà.

L’accordo di cui Trump ha discusso lunedì a Washington – con Zelensky, i capi di Stato o di governo di cinque paesi europei, la Nato, la presidente della Commissione Ue – sembrerebbe chiaro: cessione alla Russia di gran parte dei territori perduti da Kiev (Donbass soprattutto), compresa la Crimea annessa nel 2014 quando Washington organizzò lo spodestamento del presidente Yanukovich, giudicato troppo filo-russo; solide garanzie di sicurezza, con una presenza di soldati francesi e inglesi in quel che resta dell’Ucraina, con eventuale copertura aerea e satellitare Usa; “riarmo forte” dell’Ucraina; fine degli aiuti militari Usa ma acquisto di armi statunitensi destinate a Kiev da parte degli Stati europei, per un totale di ben 100 miliardi di dollari (le spese sociali saranno ancora più tagliate); impegno a difendere l’Ucraina in caso di attacchi, “sul modello articolo 5” della Nato (l’attacco a un Paese è un attacco contro tutti) ma senza adesione alla Nato.

Tema preminente è stato la garanzia di sicurezza per l’Ucraina, com’è naturale. Ma neanche un cenno è stato fatto alle garanzie di sicurezza chieste da Mosca: garanzie non solo militari, ma concernenti i cittadini russi e russofoni, la cui lingua deve tornare a essere lingua ufficiale accanto a quella ucraina, secondo Putin. Mosca chiede anche la riabilitazione della Chiesa ortodossa canonica, illegalmente messa al bando da Zelensky nel 2024.

È su tutti questi punti che occorre distinguere fra apparenze, frasi pompose e realtà. In effetti Putin non sembra essere affatto favorevole allo spiegamento di soldati di paesi Nato e al simil-articolo 5. Lo ha ribadito martedì il ministro degli Esteri Lavrov, che accusa i leader europei di arroganza e di baby talk, “chiacchiere infantili”. In Alaska, Putin ha ammesso che “la sicurezza ucraina deve assolutamente essere garantita” (l’avverbio ‘assolutamente’ scompare nella traduzione inglese del discorso) ma non è andato oltre. Una posizione ufficiale russa sulla questione ancora non esiste. Intanto si parla della Cina come co-garante.

Alla fine dell’incontro di lunedì, Macron è apparso trionfante: l’Ucraina deve avere un esercito forte e gli europei dovranno addestrarlo e assistere Kiev “schierando propri soldati in Ucraina” per opporre alla Russia un “deterrente robusto”. Ma solo Londra si associa. Merz vorrebbe ma non può: Berlino ha già schierato soldati in Lituania, e per i socialdemocratici al governo l’invio di truppe in Ucraina è ancora una linea rossa. Troppo presto Trump ha aggiunto Berlino a Parigi e Londra. La stampa russa sottolinea il rifiuto italiano e cita compiaciuta la domanda di Meloni a Macron, prima dei colloqui a Washington: “Quante truppe occidentali dovrebbero essere schierate, visto che Mosca ha 1,3 milioni di soldati?”.

Gran parte dell’Europa – compreso il governo polacco, molto antirusso – non vuole schierare soldati, tanto più che secondo Macron non si tratterebbe solo di mantenimento della pace (peacekeeping), ma anche di combattere se i russi attaccano. A tutt’oggi, Mosca non accetta la presenza militare di Paesi Nato prospettata da Parigi: 200.000 soldati, aveva detto Zelensky a gennaio, cioè una guerra potenzialmente infinita. Né accetta il cessate il fuoco perché vuole “un accordo che affronti le radici del conflitto”. Nulla deve somigliare, per Putin, all’armistizio lungo il 38º parallelo che concluse la Guerra di Corea nel 1953 ma che ancor oggi non ha prodotto la pace. È uno dei tanti esempi storici che dovrebbero far riflettere gli europei: basti ricordare Cipro, paese membro Ue, che 51 anni dopo il cessate il fuoco resta in parte occupato dalla Turchia, paese membro Nato.

Merz e Macron sono stati gli unici, nell’incontro a Washington, a sostenere che l’accordo di pace è impossibile senza preventivo cessate il fuoco: cosa per l’appunto respinta da Putin e negli ultimi giorni anche da Trump. Significativa la defezione di Starmer, che dopo Anchorage ha subitamente cambiato idea, e capito che il cessate il fuoco rischia di congelare il fronte come in Corea. Questo significa che non esiste unità europea sul cessate il fuoco, nemmeno tra i cosiddetti Volonterosi.

Altra inconsistenza europea: subito dopo il vertice di Alaska, il 16 agosto, i Volonterosi (Italia compresa) avevano dichiarato che “Mosca non può opporre un veto al cammino ucraino verso l’Ue e la Nato”. Due giorni dopo, a Washington hanno completamente dimenticato la pomposa sfida lanciata a Putin e Trump. Di adesione alla Nato non hanno detto più nulla. Si sono genuflessi come sui dazi: ingoiando il 15% imposto da Trump, Ursula von der Leyen promise acquisti di gas naturale americano (il GNL costa il doppio del gas acquistato dalla Russia) e massicci investimenti e acquisti di armi dagli Stati Uniti. La presidente della Commissione Ue è giunta sino a suggerire, pochi mesi fa, di sostituire completamente il GNL russo con quello statunitense.

Per quanto riguarda la Nato, Putin non si accontenterà né di assicurazioni verbali né di protocolli confutabili. Non ha dimenticato come Mosca fu gabbata, quando l’Occidente promise a Gorbačëv, verbalmente e per iscritto, di non estendere la Nato “nemmeno di un pollice”, nel 1990 dopo la riunificazione tedesca. Il Cremlino vorrà una dichiarazione ufficiale della Nato, e se necessario la cancellazione di tutti gli emendamenti introdotti nel 2019 nella Costituzione ucraina, nei quali l’adesione della Nato è un impegno vincolante.

Infine i territori. Gli europei continuano a parlare di integrità territoriale, illudendosi che la Russia restituisca quel che ha annesso nel 2014 pacificamente (Crimea) e nel 2022 in guerra (le province di Donetsk e Lugansk che formano il Donbass. Secondo fonti inglesi potrebbero esserci concessioni su parti di Zaporižžja e Kherson). La situazione è impervia per Kiev, visto che la Costituzione le impedisce di cedere territori. È tecnicamente problematica anche per la Russia, che ha annesso quattro province, oltre alla Crimea, e le ha inserite nella propria Costituzione.

Singolare è l’impressione che si è avuta seguendo la conferenza del presidente Usa con Zelensky, alcuni europei, la Nato rappresentata da Rutte, la Commissione Ue. Trump è apparso questa volta più preparato del solito, più al corrente dei punti salienti della questione da risolvere e anche dei bisogni strategici di Mosca. Non era sempre sicuro di sé, tanto che ha telefonato a Putin nel mezzo dei colloqui.

Invece gli europei sono apparsi sicuri di sé e del tutto impreparati. Non solo perché non rappresentano una potenza globale e perché sono divisi. Ma perché in questa guerra non si sono mai preoccupati di capire qualcosa della Russia avviando colloqui diplomatici con Putin. Hanno solo pensato a insultarlo e sanzionarlo. Quando l’arroganza s’accoppia a ignoranza abissale i danni sono certi, e per forza si diventa vassalli di Washington.

Dal vassallaggio potranno uscire solo se ricominceranno a pensare la sicurezza europea come la Casa Comune che Gorbačëv propose fin dal 1988, prima che cadesse il Muro di Berlino, e di cui torna a parlare Putin quando chiede di “ristabilire un giusto equilibrio di sicurezza in Europa”. Della Casa Comune la Russia dovrà un giorno o l’altro far parte, visto che sarà nostro paese limitrofo per centinaia di generazioni a venire.

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Trump-Putin, l’accordo c’è anche se non si vede

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 17 agosto 2025

Dicono i media statunitensi, compresi quelli vicini a Trump, che il vertice con Putin in Alaska non ha prodotto il successo immaginato dalla Casa Bianca, anche se l’evento è stato spettacolare: era la prima volta che le due potenze nucleari si parlavano, dall’inizio della guerra per procura in Ucraina che Joe Biden e Boris Johnson vollero proseguisse anche quando Kiev accettò una bozza d’intesa con Mosca, poche settimane dopo l’invasione del febbraio 2022. In realtà l’accordo fra i due presidenti c’è, anche se entrambi non intendono per ora formalizzarlo. “Nessun accordo fino a quando l’accordo c’è”, riepiloga Trump. Adesso tocca a Zelensky prendere la decisione che metta fine alla guerra, o almeno produca una tregua duratura. Zelensky recalcitra, ma dovrà valutare prestissimo: Trump l’ha convocato a Washington fin da domani. E tocca decidere agli Stati europei, che per tutto questo tempo hanno boicottato i tentativi di Washington, senza mai provare vie diplomatiche alternative e limitandosi a insistere sugli aiuti militari a Kiev, sulle sanzioni a Mosca e sul proseguimento della guerra. I cosiddetti “europei volenterosi” si dicono convinti che entro un decennio Mosca aggredirà il resto del continente. Quanto agli ucraini, la maggioranza chiede “pace subito”: ma che importa, sono loro a morire, mica noi. Infine la decisione spetta alla Nato, che dovrà ammettere una disfatta monumentale. Se Kiev e i volenterosi capiranno che la palla è nel loro campo, e che la sconfitta è ingiusta ma ineludibile, l’accordo potrebbe culminare in un incontro fra Putin, Trump e Zelensky.

Tutto questo si deduce in maniera non subito decifrabile dalle dichiarazioni dei due leader dopo il vertice, e molto più chiaramente dall’intervista che Trump ha rilasciato a Sean Hannity di Fox News, dopo l’incontro. Putin aveva ammesso poco prima che “su tanti punti” c’era identità di vedute, e che “la sicurezza dell’Ucraina deve assolutamente essere garantita”, al pari di quella russa: “Ma speriamo che Kiev e le capitali europee non oppongano ostacoli e non tentino, con provocazioni o intrighi dietro le quinte, di silurare i progressi che si profilano”. Nell’intervista Trump non ha detto cose diverse: “Non dico in pubblico tutti i punti d’intesa con Putin perché l’Ucraina deve ancora dare il consenso. La conclusione della trattativa spetta ora a Zelensky. Gli europei devono essere un po’ coinvolti (‘a little bit’), ma tutto dipende da Zelensky. Per parte mia gli dirò: Concludi un accordo!”. Né durante il vertice né nell’intervista si è accennato ai territori annessi da Mosca e alle garanzie di sicurezza per Kiev. È il motivo per cui alcuni giudicano il vertice “vuoto”. Putin avrebbe soggiogato Trump ripetendo quanto sostiene (legittimamente, ma inascoltato) da decenni: “Occorre affrontare le radici della crisi, tener conto delle nostre preoccupazioni, stabilire un giusto equilibrio di sicurezza in Europa”. E occorrerà riabilitare la lingua russa in Ucraina.

Invece è più che probabile che il problema dei territori sia stato affrontato, ma che i due abbiano deciso per prudenza diplomatica di non menzionarli prima dell’incontro Trump-Zelensky e dell’eventuale vertice fra Putin, Trump e Zelensky. Secondo una fonte presente ai colloqui di Anchorage, Putin vorrebbe tenere il Donbass (Doneck, Lugansk), ma accetterebbe il “congelamento” della linea del fronte nelle province, anch’esse annesse, di Kherson e Zaporizhzhya. Mosca non conferma.

Scrivono molti commentatori occidentali: è stato un trionfo per Putin, perché due giorni prima del vertice Trump aveva minacciato “conseguenze severe” in assenza di un accordo di tregua al vertice in Alaska, e adesso esalta le “relazioni fantastiche” tra Usa e Russia. Ha perfino apprezzato un “brillante consiglio” di Putin in tema di democrazia: “Le elezioni per email sono per forza disoneste. Il presidente Carter era dello stesso parere!”. Ma forse il Presidente Usa sta piano piano apprendendo l’arte dei silenzi diplomatici, e per questo non fornisce dettagli? In effetti ancora non sappiamo in cosa consista “lo scambio di territori” che ha prospettato giorni fa, e che riempie di paure Zelensky. Né chi garantirà la sicurezza dell’Ucraina, visto che Putin respinge lo schieramento di soldati di paesi Nato: un altro punto su cui Trump si dice “largamente d’accordo”, nell’intervista a Fox.

Probabilmente si è anche parlato di neutralità dell’Ucraina e della domanda principale di Mosca: la non adesione alla Nato, che Putin esige sotto forma di garanzia ufficiale, non verbale come ai tempi di Gorbacëv. È una delle questioni più spinose dei prossimi incontri al vertice, perché la Nato dovrà ammettere che questa guerra europea, da cui si aspettava lo smembramento della Federazione russa e la caduta di Putin, l’ha davvero perduta.

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Alaska, i due sogni e l’incubo Nato

di venerdì, Agosto 15, 2025 0 , , , , Permalink

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 15 agosto 2025

“Dormono nello stesso letto ma hanno sogni diversi”: l’antico proverbio cinese sembra adattarsi perfettamente al vertice fra Putin e Trump, oggi in Alaska.

Si adatta anche alle consultazioni preparatorie che il Presidente ha avuto mercoledì in video-conferenza con Zelensky e i Volonterosi europei (Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Polonia, Finlandia, Commissione Ue). Trump sogna di essere beatificato come costruttore di pace. Gli europei e Zelensky sognano una tregua seguita da ritirata russa, e soldati occidentali in Ucraina che mantengano la pace. Putin sogna la fine dell’aggressività Nato ai propri confini. Dietro questo guazzabuglio di sogni la dura realtà dei fatti, indigesta per gli Occidentali: la Nato ha perduto questa guerra europea, e ora tocca gestire la disfatta fingendo che non sia tale.

Fino all’ultimo i governi europei hanno provato a sabotare l’incontro, anche se ieri si sono detti molto soddisfatti e rassicurati da Trump. Ma le idee che si fanno della fine della guerra sono incoerenti e non coincidono con le realtà militari. Nel comunicato del 9 agosto, la Coalizione dei Volonterosi afferma che il negoziato dovrà svolgersi “a partire dalla linea di contatto” fra i due eserciti. Dunque dovrà tener conto dell’avanzata russa nel Sud-Est ucraino, e del controllo di Mosca sulle quattro province annesse dalla Federazione russa. Nelle grandi linee è il cavilloso compromesso suggerito il 10 agosto da Mark Rutte, segretario generale della Nato: alcuni territori resteranno legalmente ucraini, ma sotto il controllo di Mosca. Rutte ha precisato che l’accordo potrebbe includere il “riconoscimento effettivo” delle annessioni, ma “non il loro riconoscimento politico e giuridico”. Steve Witkoff, inviato diplomatico di Trump, crede di aver capito che Putin vuole tenere il Donbass – gli oblast Luhansk e Doneck – ma potrebbe negoziare lo statuto delle due altre province incamerate (Zaporižžja e Kherson). Mosca per ora non conferma.

Per confondere ancora più le acque e accentuare il divario tra sogni, cavilli e realtà, i governi Ue e i sei Volonterosi non esitano a contraddirsi. Bisogna tener conto della linea di contatto militare (cioè delle vittorie russe) ma i confini prebellici non si toccano. È quanto sostengono i leader Ue nella dichiarazione del 12 agosto: urge fornire ancora armi all’Ucraina, e piegare la Russia con misure restrittive sempre più pesanti (il 18° pacchetto di sanzioni risale al 17 luglio). Quindi è piuttosto insensato affermare che si negozia “a partire dalla linea di contatto”. Nel sogno di Zelensky l’Ucraina non deve apparire perdente: come se la guerra non fosse avvenuta o addirittura Kiev l’avesse vinta.

Solo l’ungherese Viktor Orbán si oppone all’esercizio illusionista dell’Unione europea: “Stiamo parlando come se la situazione fosse aperta. Non lo è. Gli Ucraini hanno perso questa guerra e la Russia l’ha vinta”. E ancora: “Se non siete al tavolo dei negoziati vuol dire che sarete mangiati”. Sembra ci sia solo Orbán, a dire come effettivamente stiano le cose. “Un parere molto interessante”, lo ha elogiato Trump. Alla vigilia del vertice, l’esercito russo ha sfondato la linea del fronte nel Donbass.

Sicuro dell’appoggio apparentemente incondizionato degli Europei, anche Zelensky ha cercato di sabotare l’incontro di Anchorage. Ha ribadito che mai potrà rinunciare ai territori, non fosse altro perché la costituzione glielo vieta. Ha ripetuto che la Russia va punita con sanzioni e l’Ucraina remunerata con armi più efficaci. Ancora di recente, ha detto che Kiev insisterà nel chiedere l’adesione non solo all’Unione europea ma anche alla Nato. Cosa che neanche i Volenterosi dicono più di volere, e che Trump ha da tempo escluso.

Le ragioni di Zelensky si possono capire: perdere una guerra è terribile, soprattutto se si tiene a mente che fu lui a negoziare con Mosca un accordo che ancora non includeva cessioni di territori, poche settimane dopo l’Operazione Speciale di Putin, e che furono i governi di Stati Uniti e Gran Bretagna a opporre il veto a qualsiasi trattativa e a imporre il proseguimento della guerra.

Zelensky nel frattempo non ha più il paese alle spalle e neanche soldati a sufficienza. Un sondaggio Gallup degli inizi di luglio dice che il 69% degli Ucraini chiede “la fine alla guerra al più presto”, e il 24% preferisce la sua continuazione “fino alla vittoria”. All’inizio della guerra, il 73% voleva la guerra fino alla vittoria.

Il problema ora è di vedere se Trump e Putin escogiteranno qualche intesa iniziale. L’incontro è già un progresso, visto che Putin era trattato da Biden come criminale e macellaio. Ma c’è da dubitare che sia decisivo, e Trump stesso parla prudentemente di un “test”.

Se lo scopo sognato dai due leader fosse identico, accordarsi sarebbe difficilissimo – toccherà a un certo punto ottenere l’assenso di Kiev – ma non impossibile. I confini in Europa sono stati già illegalmente cambiati per volontà occidentale, nella guerra in Jugoslavia.

Ma gli scopi restano diversi. Trump punta a un accordo di breve periodo, basato su “scambi di territori” che sanciscano l’appartenenza alla Russia del Donbass separatista (Luhansk e Donetsk) e della Crimea annessa nel 2014. Putin è interessato al lungo periodo: non si limita a rivendicare territori, ma esige la fine delle sanzioni, accordi sull’Artico, la rinuncia ucraina a entrare nella Nato. E non si accontenterà di dichiarazioni: occorre che Kiev cancelli dalla propria costituzione gli emendamenti che nel 2019 hanno reso vincolante l’impegno a entrare nell’Alleanza Atlantica. Sarà tutt’altro che semplice, ma son quasi trent’anni che Mosca teme i fortilizi Nato alle porte di casa.

Nel febbraio 2022 il Cremlino ha iniziato la guerra perché gli Occidentali hanno ignorato i suoi interessi di sicurezza, violando le promesse fatte in passato a Gorbačëv. Lo stesso Stoltenberg, ex segretario generale della Nato, lo ammise il 7 settembre 2023 : “Nell’autunno 2021 Putin inviò alla Nato una bozza di trattato in cui dovevamo promettere di cessare gli allargamenti dell’Alleanza, come precondizione per non invadere l’Ucraina. Naturalmente non firmammo. Per questo Putin andò in guerra: per evitare la Nato ai propri confini. Ottenne l’esatto contrario”.

Rifiutando “naturalmente” di firmare la bozza, l’Occidente ha mandato a morire decine di migliaia di Ucraini, per ritrovarsi ora catapultato indietro nel tempo, quando gli fu chiesto di abbandonare l’espansionismo Nato. Mosca non ha ottenuto l’“esatto contrario”, ma sta ottenendo quel che voleva. Ha conquistato quattro province e l’Ucraina è ora uno Stato fallito. Kiev è perdente non malgrado il sostegno euro-americano, ma a causa di esso.

Trump non lo ammetterà mai ma è alle prese con il declino della supremazia globale americana. “Trump non è l’uomo della pace – scrive Orsini su questo giornale – è l’uomo che gestisce la sconfitta strategica della Nato in Ucraina per mano della Russia”. Di qui i dazi usati come arma ricattatoria nei confronti di Brasile, India, Sud Africa, per frenare l’ascesa del gruppo Brics che include Russia e Cina. Perdere l’India è un’immane disfatta. Di qui il profondo disprezzo per l’Europa. Di qui l’appoggio scriteriato a Netanyahu e alla liquidazione finale dei palestinesi, che mina la credibilità Usa nel mondo. Intervistato a giugno da «The Atlantic» Trump s’è pavoneggiato: “Governo l’America e il mondo”. Ecco il sogno d’onnipotenza con cui Putin farà oggi i conti.

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La Palestina non ha bisogno di parole

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 5 agosto 2025

Ogni tanto i giornali occidentali annunciano nuovi fremiti e ripensamenti nei governi europei, nuove iniziative per fermare Netanyahu a Gaza e in Cisgiordania.

L’ultimo fremito viene chiamato addirittura tsunami: un’ondata di riconoscimenti dello Stato palestinese, apparentemente iniziata da Macron in Francia e Keir Starmer in Gran Bretagna (il 75% dei Paesi Onu ha già da tempo riconosciuto). Singolarmente perfida la mossa britannica: il laburista Starmer riconoscerà lo Stato palestinese “a meno che Israele non consenta a una tregua”. Se Netanyahu consente, niente riconoscimento. Gideon Levy, commentatore di «Haaretz», chiede: “Se riconoscere la Palestina può favorire una soluzione, perché presentarla come una penalità?”.

Il fatto è che il riconoscimento non mette fine a quello che vediamo: i bambini e gli adulti ridotti a scheletri come gli scampati di Auschwitz, la Fondazione Umanitaria di Gaza gestita da contractors americani e militari israeliani, incaricata di uccidere ogni giorno decine di affamati.

Poi c’è l’idea inane di paracadutare cibo e qualche medicina. Ma i medici che lavorano a Gaza testimoniano quel che accade quando stai morendo di fame. Se dai pane alle persone che vediamo smagrite e agonizzanti le ammazzi, nemmeno servono più le flebo di acqua e sale.

Di altro hanno bisogno, spiega la pediatra americana Tanya Haj-Hassan, volontaria a Gaza: di terapie complesse, di speciali macchinari, di siringhe, flebo, di un insieme di medicine che rimettano in moto una parte almeno dei corpi: “Il primo organo che muore è l’intestino, poi cedono i polmoni, poi si fermano cellule del cervello”. Impossibile praticare terapie specialistiche in ospedali semidistrutti, “dove mancano macchinari, elettricità, acqua, praticamente tutto”.

Quanto ai medici, anche chi sopravvive è ridotto alla fame. Come sono affetti da inedia i reporter palestinesi, che ogni giorno i tg dovrebbero ricordare perché lavorano e muoiono al posto dei nostri giornalisti, distaccati in Israele. Fin dal massacro di Sabra e Shatila, nel 1982, i governanti israeliani sanno, perché lo disse Ariel Sharon, che il silenzio stampa è indispensabile. Per questo non è ammessa la stampa estera in Palestina. Per questo Al Jazeera è stata cacciata da Israele e dalla Cisgiordania occupata.

Non si sono sentiti una sola volta i tg italiani, pubblici o privati, ringraziare i colleghi in Palestina, denunciare chi li assassina e affama. Generalmente i filmati su Gaza vengono mostrati come se fossero girati dalle nostre tv. L’agenzia France Presse, il 22 luglio, denuncia le condizioni dei propri reporter palestinesi e racconta quanto scritto su Facebook da uno di loro, Bashar, il 9 luglio: “Non ho più la forza di cooperare con i media, il mio corpo è magro, non posso più lavorare”.

I governanti europei che in queste condizioni s’accingono a riconoscere lo Stato palestinese – non subito: il 9 settembre all’assemblea Onu – si pavoneggiano come eroi, perché Netanyahu li insulta e perché pensano di sfidare Trump, subito dopo essersi collettivamente inginocchiati sulla questione dei dazi. Chissà cos’hanno in testa, oltre alla paglia.

Chissà cosa immaginano di fare, quando promettono di riconoscere una Palestina che sta estinguendosi, e che da tempo non può divenire Stato perché nei territori occupati vivono ormai più di 800.000 coloni, in gran parte armati e decisi a uccidere o cacciare il maggior numero di palestinesi. Ha detto una dirigente dei coloni, Daniella Weiss, sul Canale 13 israeliano: “Apro la mia finestra e non vedo nessuno Stato palestinese”. Scrive ancora Gideon Levy, il 3 agosto: “Riconoscere lo Stato palestinese è un gesto puramente verbale e vuoto. È la falsa alternativa al boicottaggio e alle misure punitive”. Il misfatto degli europei non è il silenzio ma l’inazione.

I capi occidentali ripetono intanto aggettivi idioti: quel che accade è inaccettabile! intollerabile! Se davvero accettare fosse loro impossibile, agirebbero o crollerebbero a terra. In realtà sanno che si tratta di genocidio, perché la Convenzione internazionale è chiara: il crimine è tale se “sono commessi atti con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale”.

Ma neanche questa diatriba ha senso, se resta solo verbale. Ai cittadini e bambini straziati perché la Palestina perda il proprio futuro non importa sapere il nome che diamo alla mattanza. Quel che dicono è: fermate l’assassino, negoziate, venite in massa subito con tutte le vostre marine nazionali per portarci macchinari medici, generatori elettrici, specialisti in carestie e amputazioni, oltre al cibo. E sappiate che anche il mare è vietato da Israele e non c’è modo di alleviare la calura o raccogliere cibi che cadono lì.

Intanto uno dei massimi storici della Shoah, l’ex soldato israeliano Omer Bartov, parla di genocidio (nel novembre ’23 denunciò le “intenzioni genocide” di Israele). Lo stesso termine è adottato da due autorevoli associazioni israeliane, B’Tselem e Medici per i Diritti Umani in Israele, e anche dallo scrittore David Grossman. Tutti costoro fanno proprio il linguaggio della relatrice Onu Francesca Albanese. Ma ecco che sul termine s’aprono dibattiti, e la senatrice Liliana Segre a esempio non è d’accordo. Gelosamente tenuto in serbo per gli ebrei, il termine è perversamente banalizzato e autodistruttivo per Israele (dunque non furono genocidi la liquidazione dei popoli Herero e Nama nell’odierna Namibia, fra il 1904 e il 1908 da parte dei coloni tedeschi; degli armeni durante la Prima guerra mondiale; dei Tutsi in Ruanda; delle minoranze etniche da parte dei Khmer rossi).

Definire il crimine serve a giudicare Israele e i suoi complici, ma se è solo disputa non aiuta. È come quando i giornalisti menzionando un assassinio dicono “ed è subito giallo”, e chi si ricorda più del morto. L’unica cosa che importa, a chi muore di fame, di bombe e di fucilazioni è che l’orrore finisca, che Netanyahu sia forzato a negoziare tramite un ultimatum ravvicinato. Che cessino, se l’ultimatum è disatteso, le forniture d’armi, le relazioni diplomatiche e economiche con Israele. Che venga richiamata all’ordine, pena sanzioni, ogni azienda fornitrice di armi, componenti militari, ordigni a duplice uso civile e militare, eccetera, che Francesca Albanese elenca nel suo rapporto per l’Onu del 30 giugno (ora in edicola con il «Fatto»). Nessuno sembra averlo letto per intero, riempiendo di soddisfazione le aziende citate.

Naturalmente è Washington che conta di più, ma almeno l’Europa potrà dire di aver fatto qualcosa, se non si limita a riconoscere lo Stato palestinese e soccorre davvero. Forse un giorno sarà in grado di ammettere che poteva agire fin da quando l’ex ministro della difesa Yoav Gallant promise, due giorni dopo l’eccidio del 7 ottobre ’23: “Procederemo all’assedio completo di Gaza: niente elettricità, niente cibo, niente acqua, niente gas. Stiamo combattendo animali e agiamo di conseguenza”. Chi potrà dire ai propri discendenti: “Non sapevamo”?