di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 21 agosto 2025
In attesa del vertice trilaterale fra Trump, Putin e Zelensky, o di precedenti incontri bilaterali Mosca-Kiev come preferirebbe Putin, occorrerà distinguere con precisione quel che separa l’apparenza dalla realtà.
L’accordo di cui Trump ha discusso lunedì a Washington – con Zelensky, i capi di Stato o di governo di cinque paesi europei, la Nato, la presidente della Commissione Ue – sembrerebbe chiaro: cessione alla Russia di gran parte dei territori perduti da Kiev (Donbass soprattutto), compresa la Crimea annessa nel 2014 quando Washington organizzò lo spodestamento del presidente Yanukovich, giudicato troppo filo-russo; solide garanzie di sicurezza, con una presenza di soldati francesi e inglesi in quel che resta dell’Ucraina, con eventuale copertura aerea e satellitare Usa; “riarmo forte” dell’Ucraina; fine degli aiuti militari Usa ma acquisto di armi statunitensi destinate a Kiev da parte degli Stati europei, per un totale di ben 100 miliardi di dollari (le spese sociali saranno ancora più tagliate); impegno a difendere l’Ucraina in caso di attacchi, “sul modello articolo 5” della Nato (l’attacco a un Paese è un attacco contro tutti) ma senza adesione alla Nato.
Tema preminente è stato la garanzia di sicurezza per l’Ucraina, com’è naturale. Ma neanche un cenno è stato fatto alle garanzie di sicurezza chieste da Mosca: garanzie non solo militari, ma concernenti i cittadini russi e russofoni, la cui lingua deve tornare a essere lingua ufficiale accanto a quella ucraina, secondo Putin. Mosca chiede anche la riabilitazione della Chiesa ortodossa canonica, illegalmente messa al bando da Zelensky nel 2024.
È su tutti questi punti che occorre distinguere fra apparenze, frasi pompose e realtà. In effetti Putin non sembra essere affatto favorevole allo spiegamento di soldati di paesi Nato e al simil-articolo 5. Lo ha ribadito martedì il ministro degli Esteri Lavrov, che accusa i leader europei di arroganza e di baby talk, “chiacchiere infantili”. In Alaska, Putin ha ammesso che “la sicurezza ucraina deve assolutamente essere garantita” (l’avverbio ‘assolutamente’ scompare nella traduzione inglese del discorso) ma non è andato oltre. Una posizione ufficiale russa sulla questione ancora non esiste. Intanto si parla della Cina come co-garante.
Alla fine dell’incontro di lunedì, Macron è apparso trionfante: l’Ucraina deve avere un esercito forte e gli europei dovranno addestrarlo e assistere Kiev “schierando propri soldati in Ucraina” per opporre alla Russia un “deterrente robusto”. Ma solo Londra si associa. Merz vorrebbe ma non può: Berlino ha già schierato soldati in Lituania, e per i socialdemocratici al governo l’invio di truppe in Ucraina è ancora una linea rossa. Troppo presto Trump ha aggiunto Berlino a Parigi e Londra. La stampa russa sottolinea il rifiuto italiano e cita compiaciuta la domanda di Meloni a Macron, prima dei colloqui a Washington: “Quante truppe occidentali dovrebbero essere schierate, visto che Mosca ha 1,3 milioni di soldati?”.
Gran parte dell’Europa – compreso il governo polacco, molto antirusso – non vuole schierare soldati, tanto più che secondo Macron non si tratterebbe solo di mantenimento della pace (peacekeeping), ma anche di combattere se i russi attaccano. A tutt’oggi, Mosca non accetta la presenza militare di Paesi Nato prospettata da Parigi: 200.000 soldati, aveva detto Zelensky a gennaio, cioè una guerra potenzialmente infinita. Né accetta il cessate il fuoco perché vuole “un accordo che affronti le radici del conflitto”. Nulla deve somigliare, per Putin, all’armistizio lungo il 38º parallelo che concluse la Guerra di Corea nel 1953 ma che ancor oggi non ha prodotto la pace. È uno dei tanti esempi storici che dovrebbero far riflettere gli europei: basti ricordare Cipro, paese membro Ue, che 51 anni dopo il cessate il fuoco resta in parte occupato dalla Turchia, paese membro Nato.
Merz e Macron sono stati gli unici, nell’incontro a Washington, a sostenere che l’accordo di pace è impossibile senza preventivo cessate il fuoco: cosa per l’appunto respinta da Putin e negli ultimi giorni anche da Trump. Significativa la defezione di Starmer, che dopo Anchorage ha subitamente cambiato idea, e capito che il cessate il fuoco rischia di congelare il fronte come in Corea. Questo significa che non esiste unità europea sul cessate il fuoco, nemmeno tra i cosiddetti Volonterosi.
Altra inconsistenza europea: subito dopo il vertice di Alaska, il 16 agosto, i Volonterosi (Italia compresa) avevano dichiarato che “Mosca non può opporre un veto al cammino ucraino verso l’Ue e la Nato”. Due giorni dopo, a Washington hanno completamente dimenticato la pomposa sfida lanciata a Putin e Trump. Di adesione alla Nato non hanno detto più nulla. Si sono genuflessi come sui dazi: ingoiando il 15% imposto da Trump, Ursula von der Leyen promise acquisti di gas naturale americano (il GNL costa il doppio del gas acquistato dalla Russia) e massicci investimenti e acquisti di armi dagli Stati Uniti. La presidente della Commissione Ue è giunta sino a suggerire, pochi mesi fa, di sostituire completamente il GNL russo con quello statunitense.
Per quanto riguarda la Nato, Putin non si accontenterà né di assicurazioni verbali né di protocolli confutabili. Non ha dimenticato come Mosca fu gabbata, quando l’Occidente promise a Gorbačëv, verbalmente e per iscritto, di non estendere la Nato “nemmeno di un pollice”, nel 1990 dopo la riunificazione tedesca. Il Cremlino vorrà una dichiarazione ufficiale della Nato, e se necessario la cancellazione di tutti gli emendamenti introdotti nel 2019 nella Costituzione ucraina, nei quali l’adesione della Nato è un impegno vincolante.
Infine i territori. Gli europei continuano a parlare di integrità territoriale, illudendosi che la Russia restituisca quel che ha annesso nel 2014 pacificamente (Crimea) e nel 2022 in guerra (le province di Donetsk e Lugansk che formano il Donbass. Secondo fonti inglesi potrebbero esserci concessioni su parti di Zaporižžja e Kherson). La situazione è impervia per Kiev, visto che la Costituzione le impedisce di cedere territori. È tecnicamente problematica anche per la Russia, che ha annesso quattro province, oltre alla Crimea, e le ha inserite nella propria Costituzione.
Singolare è l’impressione che si è avuta seguendo la conferenza del presidente Usa con Zelensky, alcuni europei, la Nato rappresentata da Rutte, la Commissione Ue. Trump è apparso questa volta più preparato del solito, più al corrente dei punti salienti della questione da risolvere e anche dei bisogni strategici di Mosca. Non era sempre sicuro di sé, tanto che ha telefonato a Putin nel mezzo dei colloqui.
Invece gli europei sono apparsi sicuri di sé e del tutto impreparati. Non solo perché non rappresentano una potenza globale e perché sono divisi. Ma perché in questa guerra non si sono mai preoccupati di capire qualcosa della Russia avviando colloqui diplomatici con Putin. Hanno solo pensato a insultarlo e sanzionarlo. Quando l’arroganza s’accoppia a ignoranza abissale i danni sono certi, e per forza si diventa vassalli di Washington.
Dal vassallaggio potranno uscire solo se ricominceranno a pensare la sicurezza europea come la Casa Comune che Gorbačëv propose fin dal 1988, prima che cadesse il Muro di Berlino, e di cui torna a parlare Putin quando chiede di “ristabilire un giusto equilibrio di sicurezza in Europa”. Della Casa Comune la Russia dovrà un giorno o l’altro far parte, visto che sarà nostro paese limitrofo per centinaia di generazioni a venire.
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