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Le vere origini del caos bellico

«Il Fatto Quotidiano», 25 giugno 2025

Pubblichiamo l’intervento integrale di Barbara Spinelli di cui ieri è stata letta una sintesi durante la manifestazione organizzata dal M5S all’Aja.

Si ripete che il riarmo UE è la conseguenza dell’intervento russo in Ucraina, nel febbraio 2022. Un intervento che ha radici molto precise, e che né i governi occidentali né la Commissione hanno mai in questi anni riconosciuto e neanche lontanamente pensato. Alla sua radice: la minaccia di un’estensione delle forze e dei missili Nato fino alle porte della Russia, intollerabile per Mosca come lo sarebbe l’installazione di basi militari russe o cinesi alle porte degli Stati Uniti.

La vera svolta, se siamo interessati alla genealogia del conflitto ucraino e del riarmo europeo, è avvenuta dopo la guerra fredda e in concomitanza con l’allargamento dell’Unione all’Est Europa. L’Occidente si comportò da vincitore, e gli Stati Uniti decisero che a quel punto se l’Urss era morta tutto era permesso, a partire dalle sue basi che sono 750 in almeno 80 Paesi nel mondo. Anche la creazione di un “nuovo Medio Oriente” egemonizzato dall’unica potenza atomica della regione, Israele, nacque in quel periodo, quando nel 1996 andò al governo Netanyahu: ben prima dell’11 settembre 2001. Il diritto internazionale è stato messo in questione non nel 2022 ma negli anni Novanta del secolo scorso.

Il risultato è stato che non solo la Nato è restata in piedi (retrospettivamente penso che sarebbe stato saggio scioglierla fin dal 1991, in contemporanea con la fine dell’Urss e del patto di Varsavia) ma è divenuta protagonista di una serie di guerre di regime change, tutte fallite ma sempre ricominciate.

L’Europa ha seguito servilmente quest’operazione di egemonia unilaterale dell’occidente. L’errore più madornale lo ha compiuto con un allargamento all’Europa orientale che è andato di pari passo con l’allargamento a Est della Nato, senza mai distinguere nettamente i due processi. L’Europa si è riunificata sotto l’egida atlantica, e con l’andare del tempo è diventata un unico corpo con la Nato, soprannominato nel frattempo comunità euro-atlantica.

La guerra in Ucraina nasce da questi mancati distinguo, che portano oggi i governi europei a essere più atlantisti degli Stati Uniti: a boicottare i confusi sforzi negoziali di Trump in Ucraina, e a respingere l’idea stessa di una mediazione russa nella guerra contro l’Iran come ventilato dal Presidente al G7. Nessun appoggio europeo, infine, all’appello rivolto a Teheran e soprattutto, con queste parole irritate,  a Israele: “Ritirate i vostri piloti subito!”.

Putin non aveva intenzione d’incamerare tutta l’Ucraina, e tanto meno intende invadere questo o quel pezzo d’Europa, come temuto dall’istinto russofobico di Ursula von der Leyen, di Berlino, Londra, Varsavia, Parigi, capitali baltiche. L’invasione dell’Ucraina nel 2022 era un mezzo per forzare una decisione cruciale per Mosca da vent’anni: l’ammissione che la neutralità di Kiev è necessaria alla pace europea e che la promessa di adesione ucraina alla Nato è stata una provocazione irrealistica oltre che arrogante.

Nel 1990 un’alternativa pacificatrice e profondamente nuova esisteva, e fu offerta da Gorbachev: la creazione di un sistema di sicurezza europeo negoziato con Mosca, una “Casa comune europea” consapevole della divergenza crescente fra interessi geopolitici europei e statunitensi.

A mio parere, quest’alternativa frantumata dalle espansioni Nato resta la più fedele non solo alla domanda di pace espressa oggi dai cittadini europei ma anche alla visione che i fondatori avevano dell’unità fra i popoli e gli Stati europei durante la seconda guerra mondiale e subito dopo. Era un’unità che puntava al superamento dei nazionalismi aggressivi che avevano per secoli trascinato gli Stati del continente in guerre fratricide, e fu concepita perché l’Europa dedicasse tutta la sua attenzione e le sue forze alla creazione di un modello sociale che avrebbe reso più improbabili le guerre. Il Welfare fu pensato dall’inglese William Beveridge durante la guerra, come fu pensato durante la guerra il Manifesto di Ventotene. È pura invenzione non statunitense o atlantica ma dell’antifascismo e antinazismo europeo.

Una delle frasi più raccapriccianti ma sintomatiche pronunciate ultimamente in Europa è quella di Friedrich Merz, dopo la guerra israeliana in Iran e poco prima del raid di Trump: “Israele sta facendo il lavoro sporco per noi tutti. Ho massimo rispetto per Israele che ha avuto questo coraggio”. Poco tempo prima, il 15 maggio, aveva promesso al Bundestag che il suo Paese avrebbe costruito l’”esercito più potente d’Europa”, che la Germania aumenterà le spese militari fino al 5 per cento del prodotto nazionale lordo e che la Russia era una minaccia per Berlino. Merz dice queste cose senza scomporsi, come se nella testa avesse della paglia e non qualche vago ricordo dei 27 milioni di russi morti per liberare il continente da Hitler. La socialdemocrazia che governa con lui governa tace e acconsente.

È come se parlando di Iran il Cancelliere pensasse solo agli affari delle industrie militari: nessuna parola sul genocidio a Gaza, sui centri israelo-americani di avara distribuzione del cibo trasformati in killing fields dove si spara sui Palestinesi affamati e assetati, in un quotidiano videogioco horror. E poi che significa aver rispetto per un lavoro sporco? Se il lavoro è sporco è sporco per chiunque, anche per l’Europa che arma Israele.

Non meno raccapricciante la dichiarazione con cui Mark Rutte, segretario generale Nato, ha perorato il riarmo: “La Nato è l’alleanza difensiva più potente nella storia mondiale, più potente dell’impero romano, più potente dell’impero Napoleone (…) Va trasformata in un’Alleanza più forte e più letale”. Per decenni il dispositivo militare ha finto di essere difensivo, da decenni è offensivo in maniera esplicita. “Smembrare la Russia in tanti piccoli staterelli” era, secondo Kaja Kallas Premier estone, l’obiettivo da raggiungere attraverso la guerra per procura Nato-Federazione russa. Entrata nelle istituzioni UE non l’ha smentito.

Sia chiaro, qui non si tratta di difesa europea, come pretendono UE e la Nato. La difesa comune sarebbe possibile solo se esistesse un esercito che risponde a un unico Stato, oggi lungi dall’esistere. Si tratta di acquistare armi Usa, di partecipare alle guerre decise da Washington. E soprattutto: si tratta di smembrare potenze o Stati attori del nuovo ordine multipolare, uno dopo l’altro: dalla Siria all’Iran alla Cina.

Oggi Trump annuncia tregue nella guerra contro l’Iran, fa capire che vorrebbe distanziarsi da Netanyahu, ma non cambia idea sul diktat israeliano: l’arricchimento dell’uranio ridotto a zero, domanda assente nell’accordo Obama-Teheran che rinnegò nel primo mandato su pressione di Tel Aviv.

Non meravigliamoci se gli Stati che più temono la strategia dello smembramento e le guerre di regime change decideranno – per non esser mai più aggrediti dall’Occidente – di dotarsi dell’atomica che ancora non possiedono.

L’Europa dei due pesi per Netanyahu e per Putin

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 22 giugno 2025

Gli Stati europei hanno reagito scandalizzati, al vertice del G7 il 15-17 giugno, quando Trump ha accennato a possibili mediazioni russe nel conflitto Israele-Iran, considerata la vicinanza di Putin non solo a Teheran, con cui esiste un accordo di cooperazione (senza clausola di assistenza militare), ma anche a Israele, dove vive una forte minoranza russa: 1,3 milioni, il 15% della popolazione.

Il presidente Usa ha aggiunto, non senza ragione, che se Mosca non fosse stata espulsa dal G8 nel 2014 – quando scoppiò il conflitto civile in Ucraina, seguìto dall’annessione russa della Crimea – le guerre in Ucraina e in Iran potevano forse esser evitate.

Di tutt’altro parere l’Ue. Affinché nulla cambi e in vista di un vertice Nato che benedirà il riarmo europeo avversato solo da Madrid, occorre che le figure del dramma restino ferme come statue: Putin è il criminale, l’Iran è l’aggressore terrorista, Israele è l’eterna “vittima invincibile”. I governi europei sperano probabilmente che Trump non entri in guerra e che Israele “finisca il lavoro”. Ma non si può escludere che accettino, nelle prossime ore o giorni, un attacco mirato degli Stati Uniti sul sito nucleare iraniano di Fordow.

Intanto alcuni media anche italiani cominciano ad ammettere l’evidenza: l’aggressore è Israele, non l’Iran. Per mantenere ferma la linea anti-Putin, tuttavia, l’ammissione s’accompagna al paragone con l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022. I due conflitti sarebbero di eguale natura. Se si afferma che la guerra israeliana non è stata provocata visto che l’atomica non c’è – questo il ragionamento – allora anche l’operazione di Putin di tre anni fa era unprovoked.

Fermo restando che in ambedue i casi c’è stata violazione delle sovranità altrui, esistono almeno quattro differenze che conviene precisare prima di azzardare paragoni sbrigativi e piuttosto oziosi.

Primissima differenza: Mosca non sta attuando un eccidio di massa, in concomitanza con la guerra in Ucraina, come sta facendo Netanyahu dall’ottobre 2023. Chi si informa sui canali arabi può vedere quel che accade a Gaza: i centri israelo-americani di distribuzione del cibo dove si spara a vista su affamati e assetati (tra 50 e 80 morti al giorno), le città e gli ospedali annientati, i giornalisti palestinesi uccisi. Non viene chiamato genocidio a caso: gli Stati complici che armano Israele dovranno risponderne.

In secondo luogo va ricordato che il conflitto in Ucraina è cominciato come guerra civile nel 2014 (non fu scontro russo-ucraino come scritto su Wikipedia), e ha visto contrapposte le forze governative di Kiev finanziate dall’Occidente e le popolazioni separatiste russe nel Donbass finanziate da Mosca. A partire dal 2015 Kiev violò gli accordi di Minsk-2 (Mosca, Kiev, Berlino, Parigi) che aveva appena sottoscritto e rifiutò di varare la promessa riforma costituzionale sullo statuto speciale che doveva garantire vasta autonomia al Donbass e la non discriminazione della lingua russa, oggi proibita nelle scuole e nell’amministrazione. L’Onu ha calcolato che i morti nella guerra civile 2014-2022 furono 14.200-14.400, in maggioranza ucraini di origine russa.

Nelle elezioni vinte da Zelensky nel 2019, le regioni del Sudest lo votarono con entusiasmo perché prometteva di finire la guerra civile del predecessore Petro Porošenko. Promessa non mantenuta: Zelensky sposò il nazionalismo etnico e vietò ogni negoziato con Mosca. Nel marzo ’22 ha poi bandito gli 11 partiti di opposizione, accusati di essere putiniani anche quando non lo sono: i russi in Ucraina sono 9 milioni, il 30% della popolazione. E i dirigenti della Federazione sono molto sensibili alla questione delle minoranze russe rimaste fuori dai confini quando fu smantellata l’Urss. Il nazionalismo ucraino, irrobustito dalla guerra, è divenuto russofobia, politica e culturale. La russofobia pervade anche parecchi governi Ue: Baltici, Polonia, Gran Bretagna.

Neanche da questo punto di vista sta dunque in piedi il parallelo fra guerra israeliana e russa. È come se si dicesse che in Iran esiste una corposa minoranza, discriminata anche linguisticamente e combattuta in guerre civili interetniche, che Netanyahu si sente in dovere di proteggere in quanto israeliano. La sua “guerra preventiva” somiglia piuttosto a quella occidentale del 2003 contro Saddam Hussein, spronata da Israele sulla base di false informazioni sulle armi di distruzione di massa in Iraq (Parigi e Berlino non parteciparono). Rafael Grossi, capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), ha certificato che l’Iran non sta per dotarsi dell’atomica. Se fosse sul punto di averla, Israele non avrebbe attaccato.

Il terzo elemento che invalida il parallelo Israele-Russia è lo scenario euroatlantico del dopo Guerra fredda, quando la promessa fatta a Gorbačëv di non spostare i confini della Nato fu violata, prima da Clinton poi dai presidenti successivi: la Nato è stata estesa a 16 Paesi, e nel 2008 promise a Ucraina e Georgia l’adesione. Questo nonostante Mosca avesse sciolto il Patto di Varsavia, che fino al 1991 fronteggiava l’Alleanza Atlantica. Il Cremlino digerì male i primi allargamenti, ma Putin fu chiaro su un punto: l’adesione di Ucraina e Georgia, ai propri confini, era una “minaccia esistenziale”.

Nel 1919 l’Ucraina iscrisse l’adesione alla Nato nella sua Costituzione, in piena guerra civile nel Sudest. La dichiarazione d’indipendenza del 1991 aveva sancito la “neutralità permanente” e il “non allineamento” del Paese. Per poter abolire quest’impegno fu destituito nel 2014 il presidente eletto Janukovyc, giudicato filorusso e antieuropeo, tramite un colpo di Stato diretto e finanziato da Washington assieme alle destre estreme e neonaziste che avevano infiltrato la rivolta di Piazza Maidan. Anche in questo caso, il paragone con Israele non regge. Israele non è minacciato esistenzialmente dall’Iran e dallo spostamento ai propri confini di un dispositivo stile Nato: le milizie filo-iraniane come Hamas, Hezbollah e Houthi non possiedono una forza d’urto comparabile. Teheran minaccia la distruzione di Israele, vero. Ma anche l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina si riprometteva tale distruzione, fino a quando Arafat l’eliminò dalla Carta dell’Olp: non sotto minaccia dei cannoni, ma in seguito ai negoziati sulla creazione di uno Stato palestinese nel 1993.

Quarta differenza, riassumibile in poche parole: il ministro della difesa Katz ha dichiarato pubblicamente, giovedì, che “l’Ayatollah Khamenei non può continuare a esistere”. Non si conoscono frasi simili di Putin su Zelensky.

In preda alla cecità, gli occidentali ripetono che l’Ucraina ha diritto di difendersi. Ma si guardano dal concedere lo stesso diritto all’Iran, compreso il diritto al nucleare civile. Le buone intenzioni negoziali manifestate a Ginevra da Parigi, Londra e Berlino sono avvelenate da chi, come il cancelliere tedesco Merz, continua a pensare che Israele stia facendo il “lavoro sporco per tutti noi”. Dicono che i tedeschi espiano una colpa verso gli ebrei. Non si capisce perché i Palestinesi e gli Iraniani debbano pagarne il prezzo.

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Difendi l’aggressore dall’aggredito

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 19 giugno 2025

Fin da quando nell’ottobre 2023 ha scatenato l’offensiva a Gaza – non una guerra ma lo sterminio dei Palestinesi, cui s’aggiungono le espulsioni mortifere in Cisgiordania occupata – Netanyahu ha indicato l’obiettivo desiderato: la “vittoria totale”.

Dal 13 giugno sappiamo che la vittoria totale, come la concepisce il premier in combutta da trent’anni con i neoconservatori Usa, è la sconfitta militare di quella che chiama “la testa della Piovra”: la Repubblica Islamica dell’Iran. Teheran è il fronte decisivo dell’“Asse della Maledizione” (dopo Gaza, Cisgiordania, Hezbollah in Libano e Iraq, Houthi nello Yemen, Siria).

Trascinare Washington nella guerra è la volontà di Netanyahu, che opera grazie ai soldi e ai servizi Usa, ma non può penetrare il sito nucleare di Fordow senza un diretto impegno americano. “I cieli sono sotto il nostro controllo”, ha detto martedì Trump, confermando che l’attacco è sempre più congiunto ed esigendo la resa incondizionata. In Europa il suo più acceso sostenitore è il cancelliere Merz, candidato a rappresentare il paese più armato dell’Ue: “Netanyahu fa il lavoro sporco per tutti noi. Da solo non può farlo se vogliamo eliminare del tutto il nucleare dei mullah”.

Una volta liquidati o espulsi i Palestinesi a Gaza, in Cisgiordania, a Gerusalemme Est, e se otterrà la vittoria sull’Iran che li proteggeva, Netanyahu e i suoi ministri si sentiranno più vicini che mai alla meta agognata dagli avversari di uno Stato palestinese: il progetto coloniale di un Grande Israele, esteso ai territori occupati nel 1967 e svuotati di gran parte del Palestinesi, oltre che a pezzi del Libano e della Siria. Il nuovo spazio di colonizzazione va ben oltre la Palestina governata dall’impero britannico fra il 1920 e il 1948. Gran parte della classe dirigente israeliana è convinta che solo l’espansione territoriale, accompagnata da espulsioni e stragi di Palestinesi, garantirà la sopravvivenza di uno Stato che resterà maggioritariamente ebraico. Il calcolo è suicida ma inebriante per Netanyahu: ora gli israeliani sono in gran parte con lui, anche se spaventati da contrattacchi mai sperimentati. Privi di bunker, i meno protetti sono gli arabi israeliani e i Palestinesi in Cisgiordania.

Quanto alla classe politica di destra e sinistra, ha dimenticato Gaza e sembra precipitata nella cecità. Se l’Iran cade, ragiona il governo, Israele sarà circondato da Stati non avversari, tenuti a bada dal monopolio che Tel Aviv continuerà ad avere sull’atomica (le stime oscillano fra 90 e 400 testate, la cifra è incerta perché Israele non ha mai ammesso il possesso della bomba, né accettato ispezioni internazionali). Il capo dell’intelligence Usa Tulsi Gabbard ha sostenuto a marzo che l’Iran è lontano dal possedere l’atomica (che per ora non vuole). Ma martedì Trump ha precisato che se ne infischia: la bomba di Teheran sta lì lì per produrla, come Netanyahu ripete da 33 anni.

La guerra israeliana contro Teheran è illegale e preventiva – come le guerre occidentali degli ultimi decenni, tutte fallite, produttrici di caos – e persegue due scopi contemporanei: la neutralizzazione di una potenza atomica rivale e il cambio di regime. O per meglio dire il collasso del regime, perché per un cambio occorrono alternative. Il 14 giugno Netanyahu ha chiamato il popolo iraniano a insorgere, sbandierando il motto dell’opposizione “Donna-Vita-Libertà” e bombardando i civili. La guerra contro un Iran atomico è vista come esistenziale perché Teheran vuole la “distruzione d’Israele”. Netanyahu scommette sulla perdita di memoria dei propri concittadini e degli occidentali: anche l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina si proponeva la distruzione di Israele, fino a quando cominciarono i negoziati di pace e Arafat cancellò il proposito dalla Carta dell’Olp.

Di fronte a progetti coloniali e militaristi così evidenti e non necessariamente vincenti, Trump ha tutte le carte in mano e l’Europa in quanto tale non esiste. È sostituita dalla triade composta da Francia, Regno Unito e Germania, i tre firmatari dell’accordo stretto nel 2015 da Obama con Teheran, disdetto nel 2018 da Trump su richiesta israeliana, sciaguratamente riposto in un cassetto da Biden, mai tenuto in vita dagli europei nonostante le promesse. La triade, che lo studioso Jeffrey Sachs chiama Alleanza per la Guerra, è attiva con una politica di riarmo in Ucraina come in Medio Oriente, appoggia l’offensiva di Netanyahu contro l’Iran, e abbandona i sussurri contro le carneficine a Gaza.

Tutti i governi del G7 hanno ripetuto il mantra recitato dopo l’eccidio compiuto da Hamas il 7 ottobre: “Israele ha il diritto di difendersi”. Non li sfiora il senso del tragico: dunque l’aggressore deve difendersi dall’aggredito? È autodifesa l’assenza di misure di prevenzione del genocidio a Gaza, chieste dalla Corte di giustizia internazionale? Ecco Israele, “vittima invincibile” (Amy Kaplan, Our American Israel).

Nel comunicato del G7 non si accenna all’attacco israeliano. L’Iran è descritto come “fonte principale dell’instabilità e del terrorismo regionale”. Su Gaza niente, mentre lo sterminio continua in centri di distribuzione del cibo gestiti da Israele e trasformati in centri di esecuzioni sommarie. Macron è il solo a criticare i “cambi di regime” e a ricordare i fiaschi in Iraq e Libia. Ma giudica del tutto legittima la guerra preventiva: “Il programma nucleare iraniano è una minaccia esistenziale per Israele e l’Europa”.

La distinzione sbilenca fra i due obiettivi (atomica-regime change) è una novità assoluta, perché sancisce il controllo preventivo della proliferazione nucleare tramite la guerra, e non tramite negoziati come quello concluso da Obama. L’India si è dotata dell’atomica nel 1974. La sua sovranità non è stata attaccata militarmente. Così il Pakistan, il Nord Corea. Naturalmente una futura atomica iraniana sarebbe pericolosa: Arabia Saudita e Egitto seguirebbero l’esempio. Ma non sarebbero loro a destabilizzare il Medio Oriente. Il primo destabilizzatore è lo Stato d’Israele, fin dagli anni ’60 quando laburisti come Shimon Peres e Golda Meir puntarono sull’atomica e sull’egemonia regionale. Alle guerre preventive contro il terrorismo si aggiungono le guerre contro la proliferazione. Il non detto delle crisi medio orientali è questo: non ci saranno negoziati seri fino a quando sul tavolo non saranno messe le atomiche israeliane.

Resta l’enigma di Trump a rimorchio di Israele, e peggio ancora dei coloni nei territori occupati. Molti si chiedono come mai il presidente abbandoni l’isolazionismo dell’America First in favore dell’interventismo dei neo-conservatori repubblicani e democratici. In realtà il confine fra le due dottrine è labile e poroso. Le tiene insieme la connivenza, presente in due secoli di storia americana, tra sionismo cristiano e attaccamento messianico a Israele; tra il fondamento coloniale dell’America e il fondamento coloniale della corrente ebraica del sionismo; tra neocon e destre cristiane. Il Destino Manifesto degli Stati Uniti – citato spesso da Trump – fu teorizzato nell’800 dai colonizzatori dell’Ovest, e fonda l’anelito al Grande Israele. L’Iran è uno Stato teocratico, è vero. Lo è in parte anche l’America e di sicuro lo è l’Israele di Netanyahu, dei suoi messianici ministri e dei suoi coloni.

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Ecatombe a Gaza: Ue e Italia complici

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 31 maggio 2025

Grazie ai filmati trasmessi dai giornalisti palestinesi – i soli ammessi nelle zone di morte, più di 200 sono stati ammazzati dal 7 ottobre 2023 – i cittadini europei e statunitensi sono in grado di vedere gli effetti della carneficina di Gaza, e chi conosce un po’ il passato sa anche la natura di quel che vede: un popolo disumanizzato, l’uccisione di bambini, donne e anziani, una carestia pianificata, corpi umani ridotti a scheletri appena capaci di muoversi (i bambini che muoiono di fame non piangono).
Vari organismi Onu denunciano un genocidio: dal luglio 2024 la Corte di giustizia delle Nazioni Unite lo ritiene “plausibile”. Invano ha chiesto a Israele azioni di prevenzione e rimedio. Anche se arriverà una tregua, questi sono i fatti.
In lingua araba lo sterminio porta il nome di Nakba, già avvenuta nel 1947-49, quando 750.000 palestinesi furono cacciati e 15.000 uccisi. In ebraico la distruzione nazista degli ebrei si chiama Shoah, e ha lo stesso significato: catastrofe, annientamento. Le televisioni italiane hanno schiuso gli occhi, da quando la fame a Gaza ha raggiunto l’acme, ma ancora si guardano dal dare un nome finale e terribile all’esecuzione d’un popolo, e a pratiche neo-coloniali riabilitate dall’offensiva delle destre statunitensi ed europee contro il cosiddetto pensiero “woke”. I conduttori Tv schivano stizziti quelle che chiamano inutili dispute terminologiche: perché inutili?

Non solo: riprendendo il linguaggio israeliano continuano a parlare di “guerra”. Ma questa non è guerra, in nessun modo è paragonabile allo scontro militare – simmetrico o asimmetrico che sia – fra russi e ucraini armati dalla Nato, o al conflitto Pakistan-India. È un assassinio di massa senza più rapporto con l’atto terrorista del 7 ottobre (1.200 uccisi, 251 ostaggi). Hamas non schiera eserciti, lancia un certo numero di razzi. È un eccidio che mira ad ammazzare ed eliminare un popolo.
Dicono in Palestina che l’alternativa offerta ai suoi abitanti è chiara: “O te ne vai dai territori o muori”. È il piano Trump – Gaza come resort – definito da Netanyahu “brillante e rivoluzionario” (conferenza stampa del 21 maggio) L’alternativa è falsa: dall’inizio dell’ecatombe coloniale non sono consentite fughe e la prospettiva è una: la morte. La maggioranza dei gazawi vuol restare: d’altronde non può far altro. Così come vogliono restare i palestinesi in Cisgiordania, cacciati dai propri villaggi o uccisi dai coloni seguaci del sionismo messianico e armati da Israele. Aveva ragione lo studioso Lucio Caracciolo quando sin dall’inizio della rappresaglia israeliana disse che essendo chiusi i valichi e in particolare quello verso l’Egitto, la scelta di Netanyahu era chiara: buttare a mare i palestinesi. Per questo si parla di “soluzione finale”, e il termine non è antisemita ma pertinente. David Grossman ha scritto: “Davanti a tanta sofferenza, il fatto che questa crisi sia stata iniziata da Hamas il 7 ottobre è irrilevante”.

Da qualche giorno si parla di un risveglio europeo e addirittura di una presa di coscienza da parte di governi e commentatori che fino a ieri si bendavano gli occhi e sussultavano sprezzanti ogni volta che rappresentanti dell’Onu denunciavano il genocidio, e l’assassinio sistematico di medici, operatori umanitari, giornalisti, maestri, scolari, impiegati dell’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi Unrwa, come se questo significasse qualcosa di diverso da: i palestinesi non devono essere tenuti in vita, sfamati, dissetati, informati, forniti d’un tetto.
D’un tratto i convertiti dell’ultima ora si sentono a posto con la coscienza, si dicono ottimisti, contenti di qualsiasi tregua, come se emettere una o due parole di sorpresa o sdegno significasse qualcosa di pratico e concreto. Come se dire equivalesse a fare, e pronunciare aggettivi come inammissibile, inaccettabile o ingiustificabile significasse qualcosa di più che fumo. Chi si limita a proclamare che una cosa è inaccettabile e non fa nulla l’ha già accettata.
Proprio questo fa gran parte dell’Unione. Sforna aggettivi. È stato annunciato il 20 maggio che l’Ue potrebbe “rivedere” o sospendere il Trattato di associazione con Israele (per violazione dell’articolo sui diritti umani): cosa che prenderà mesi o anni, e comunque richiederà l’unanimità. Nove Stati sono contrari, tra cui Italia e Germania. Intanto i palestinesi muoiono. Sono più coraggiosi i governi che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina (tra cui Spagna, Irlanda, Norvegia, forse in futuro Francia), ma questa mossa è ormai inadeguata: il riconoscimento è molto importante ma non vuol dire che nascerà lo Stato, che carestia e disidratazione finiranno, che le forniture militari a Israele cesseranno.

C’è poi l’immane ipocrisia di Germania e Italia, gli Stati più restii a fermare l’annientamento, i due primi fornitori di armi a Israele dopo Washington. Il cancelliere Friedrich Merz è stato elogiato quando ha detto, dopo 600 giorni e più di 54.000 morti, e disvelando la propria abissale insipienza: “Francamente non capisco più l’obiettivo con cui Israele sta procedendo”. Povero Merz, lui che per quattro anni è stato un dirigente tedesco di BlackRock, la compagnia d’investimenti Usa finanziatrice dell’export di armi a Israele (Lockheed Martin, Leonardo, Fincantieri, General Dynamics, ecc.).
Il pallido comprendonio di Merz migliora, ma non al punto d’interrompere gli aiuti militari a Israele. Il ministro degli Esteri Wadephul dice che “valuterà”. Si ripete che i tedeschi hanno complessi di colpa verso Israele, a causa del genocidio nazista. Senso di colpa del tutto assente verso la Russia (che con 27.000 morti ha salvato l’Europa dal nazismo), e contro cui la Germania sta riarmando se stessa, l’Ucraina, la Polonia e l’Europa.
Il governo italiano non ha opinioni diverse: invia tuttora armi a Netanyahu, nello stesso attimo in cui definisce inaccettabile la sua condotta a Gaza. Si è astenuto quando l’Assemblea Onu ha chiesto il cessate il fuoco, nel dicembre 2023. Idem nell’Assemblea Onu sul riconoscimento dello Stato palestinese, nel maggio 2024. È contro la sospensione del Trattato di associazione Ue. I Tg, anche quelli privati, stabiliscono oscene graduatorie: è più audace Tajani che dice “inaccettabile” o Meloni che dice “ingiustificabile”?

Silenzio totale, infine, sulla pianificazione distruttiva che ha prodotto prima la carestia, poi il finto rimedio affidato da Netanyahu e Trump all’agenzia Gaza Humanitarian Foundation (contractor privati ed ex agenti Cia). Finto rimedio non solo perché enormemente insufficiente. Ma per la strategia che la Fondazione persegue: escludere l’Onu, e concentrare il massimo dei rifornimenti a Rafah e nel centro-sud della Striscia. In tal modo gli affamati vengono ammassati a sud, presso il valico con l’Egitto.
L’architetto e militante Eyal Weizmann denuncia l’“architettura dell’occupazione”. I territori diventano così laboratori spaziali per nuove tecniche di attacco, occupazione, controllo e assassinio collettivo: spostare milioni di palestinesi da Nord a Sud “è anche uno spaziocidio”.

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Germania, cercasi mamma perduta

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 25 settembre 2021

Più che una competizione politica, la campagna elettorale tedesca è stata una lunga, stremata cerimonia degli addii.

Addio ai 16 anni di Angela Merkel, eulogia sterminata delle sue ineguagliabili doti, necrologio che da mesi si sovrappone malinconicamente alle analisi su passato, presente e futuro. Non pianto, ma rimpianto che inonda ogni pensiero, paralizzando in anticipo chiunque sia chiamato a succederle alla cancelleria: forse il socialdemocratico Olaf Scholz, forse il democristiano Armin Laschet, in fondo non sembra importare molto. Forse di nuovo alleati, forse invece coalizzati ciascuno con altri partiti: Verdi o Liberali. Con la sinistra – la Linke – le coalizioni restano improbabili: il “nemico rosso” già governa in regioni e città, ma critica troppo la Nato. La logica dell’obituario esige che tutto resti così com’è. Come se ancora ci fosse lei: Mutti come la chiamano i tedeschi – Mamma. Di Mamma ce n’è una sola.

Scialbi tutti e due, Scholz e Laschet, non perché la natura li abbia fatti così, ma perché questa è la legge del necrologio cui si attengono quasi tutti i commentatori, soprattutto fuori dalla Germania. È commisurando le caratteristiche dei candidati al mirabile profilo della Merkel che il commentatore giudica, azzarda ipotesi di coalizioni, di politiche. L’occhio sgranato dei celebranti non vede quel che guarda. Vede solo quello di cui ha fin d’ora nostalgia, l’attimo che vorrebbe fermare perché così bello.

L’attimo di Angela Merkel non è stato eroico. Non è stato nemmeno carismatico, come ricorda lo storico Heinrich August Winkler. Gli attributi che sintetizzano i 16 anni di governo, e che si ripetono con impressionante monotonia, sono: pragmatismo in primis, e uso parsimonioso della parola, senso dell’utile, del management, della modestia.

Questo si cerca oggi di trovare, nei successori e anche ai vertici degli Stati europei: un sosia della Merkel.

Scholz e Laschet vanno bene se la imiteranno, se continueranno a disarmare l’immaginazione, se non saranno lì per risolvere le grandi crisi, ma per arrangiarsi e cavarsela nel breve termine (durchwursteln è l’ottimo verbo tedesco).

Sono anni che Angela Merkel è descritta come egemone in Europa, e oggi più che mai. La modestia pratica elude le ideologie, le visioni di lungo periodo, le scelte trasformatrici che durano nel tempo. Angela era così anche quando viveva nella Repubblica Democratica Tedesca: silenziosa e ligia. Quando i tedeschi dell’Est sfilavano nelle piazze lei non c’era. Fece capolino ben dopo la caduta del Muro di Berlino, quando Kohl la scelse come pupilla.

Il management delle crisi è la dote merkeliana cui oggi si anela, ovunque. Anche quando si espresse con ferocia, e Berlino impartì le direttive alla trojka che piegarono e umiliarono la Grecia, riducendola quasi alla fame con l’assistenza della Banca centrale europea e della Commissione europea.

A volte la monotonia pragmatica s’interruppe, e Mutti improvvisò condotte inedite. Accadde quando annunciò l’uscita dal nucleare, dopo il disastro di Fukushima, ma accrescendo poi la dipendenza da carbone e gas. E accadde soprattutto nel 2015, durante quella che viene chiamata crisi migratoria e fu invece crisi europea sulle migrazioni. La Merkel d’un colpo spalancò le porte ai migranti, soprattutto siriani. Furono circa 1 milione a entrare. Ma durò poco, tanto quanto bastava per ringiovanire un Paese sempre più vecchio. Le porte si richiusero, e Berlino fu la prima nell’Unione a imporre un accordo con la Turchia cui si chiese di non far partire i rifugiati in cambio di 6 miliardi di euro.

Un’altra interruzione dell’utilitarismo pragmatico fu la messa in comune del debito europeo, al culmine della pandemia Covid: una soluzione sempre osteggiata dal dissimulato nazionalismo tedesco. Nato in Germania, l’ordoliberismo esigeva che ogni Paese membro “facesse i compiti in casa” prima di ricevere assistenza dall’Unione ed ecco che d’un tratto Merkel sconfessava gli ordoliberisti, accettava la lettera che Giuseppe Conte aveva scritto assieme ad altri otto leader dell’Unione in favore di una nuova solidarietà europea. Ne nacque il Recovery Plan, particolarmente generoso verso Italia e Spagna.

Ma Mutti non disse mai che la soluzione sarebbe stata strutturale, permanente, e tale da abolire i rigidi parametri fissati a Maastricht e inseriti nei Trattati dell’Unione. Fu un’iniziativa necessaria ma di eccezione, fece capire. E così dicono i successori: da Laschet il democristiano agli aspiranti Tesorieri nei futuri governi di coalizione (tra gli altri: il democristiano Friedrich Merz o il liberale Christian Lindner). Lo stesso Scholz, che forse favorirebbe il superamento di parametri che risalgono agli anni Novanta, non ha mai preconizzato a chiare lettere la loro riscrittura. Lo spettro dell’Unione delle Elargizioni (“Transfer Union”), di cui profitterebbero gli “sperperatori intrappolati nel debito” del Sud Europa, continua a ossessionare le élite tedesche, dalla Banca centrale nazionale all’Unione industriali: una paura cavalcata per anni dalla nuova destra impersonata da Alternativa per la Germania (Afd), nata nel 2013 durante la crisi greca.

Si è anche molto parlato dell’asse fra Macron e Merkel. Ma Berlino in realtà fa da sé, sia nei rapporti con Mosca (di volta in volta freddi e caldi) sia in quelli con la Cina.

La Cancelliera non ha sprecato molte parole neppure quando Emmanuel Macron ha ricevuto da Joe Biden la formidabile sberla che è consistita nell’accordo Usa-Australia-Regno Unito per la fornitura di sottomarini a propulsione nucleare, che ha affossato l’accordo franco-australiano con una mossa imperiale che smentisce ogni ipotesi sul declino Usa dopo il ritiro dall’Afghanistan. Troppo presto è stato scritto che lo schiaffo colpisce l’intera Unione, proprio mentre quest’ultima discute di comune difesa e perfino di autonomia strategica da Washington.

Non ci sarà mai accordo su simile autonomia, fino a quando Parigi non “europeizzerà” la propria atomica e fino a quando gli avamposti orientali dell’Unione (Polonia, Baltici) preferiranno la protezione militare statunitense garantita dalla Nato.

Berlino stessa, di fronte a una scelta radicale, non si farà trascinare in prove autentiche di indipendenza. Adenauer fu messo davanti a questa scelta da De Gaulle, alla fine degli anni Cinquanta, e rispose con un secco No.

Forse verrà il giorno in cui Berlino guiderà la trasformazione dell’Unione. Ma l’Eliseo dovrà cambiare rotta, e per smuoverlo non basterà di certo il pragmatismo tedesco.

© 2021 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Perché gli attacchi politici alla scienza fanno male a tutti

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 3 maggio 2020

Nella maggior parte dei paesi europei i governi hanno deciso un’uscita minimalista dal lockdown. La cautela è stata consigliata loro da esperti scientifici (virologi, epidemiologi, ecc.) e da importanti istituti di ricerca. Quando sono seri, e non si contraddicono con eccessiva frequenza, gli esperti hanno una sapienza specifica e uno sguardo lungo che i politici in genere non possiedono (tra gli esperti più prestigiosi internazionalmente: in Italia Massimo Galli; in Germania Christian Drosten, direttore dell’Istituto virologico nell’ospedale Charité a Berlino).

Non bisogna però credere che i politici ingoino facilmente l’amaro calice che in qualche modo li declassa. Molti puntano i piedi, si attribuiscono improbabili sapienze in più, giudicano esorbitante il peso degli esperti. L’uscita dal lockdown – lasciano capire – deve restituire loro l’autonomia (meglio: i poteri) che improvvidamente avrebbero delegato.

Di qui gli attacchi a Giuseppe Conte sferrati non solo dall’opposizione ma anche da Italia Viva e parte del Pd. Di qui il conflitto politica-scienza innescato da chi sembra non aver capito la catastrofica singolarità rappresentata dal Covid. Renzi non sa quello che dice, quando denuncia l’abdicazione della politica e paragona il peso esercitato dai virologi a quello dei magistrati nel ’92-’93 o dei “tecnici” economici nel primo decennio del 2000. O quando ha la spudoratezza di dire che “nemmeno ai tempi del terrorismo” le libertà furono a tal punto ristrette. Apparentare la calamità Covid al terrorismo, o a Mani Pulite, o alla crisi del 2008, denota un’ignoranza militante massimamente nociva perché impermeabile alla conoscenza e al distinguo.

Per meglio capire la natura di questo conflitto scienza-politica, vediamo dunque in che consiste il contributo di esperti e comitati tecnico-scientifici. In primo luogo essi sanno leggere le cifre, stabilendo quelle determinanti. In Germania a esempio sono due i dati ritenuti cruciali: l’indice di contagiosità (il cosiddetto R0 – quante persone sono contagiate da un singolo positivo) e il numero giornaliero dei contagiati (N). Se R0 scende sotto l’1 il contenimento funziona. Ma bisogna che scenda parecchio, perché se l’indice è 0,9 basta una scintilla e il Covid risale esponenzialmente. Secondo: gli scienziati hanno memoria delle epidemie da Coronavirus (Sars 2003, Mers 2012, Covid-19): non dimenticano che la Sars fu dichiarata sconfitta quando non lo era. Terzo: sono abituati a cooperare con scienziati di tutto il mondo, molto più dei politici. Quarto vantaggio, essenziale: gran parte degli esperti sono indipendenti, anche quando consigliano i governi. Come vediamo in questi giorni non esitano a contraddire i politici che promettono uscite avventate dal lockdown. È accaduto nel caso di Macron, che aveva annunciato la riapertura imminente delle scuole contro il parere dei tecnici: ha dovuto fare marcia indietro.

In vari paesi gli istituti scientifici mettono in guardia contro uscite non oculate dal lockdown, in assenza di vaccini e medicine risolutive. In un rapporto del 28 aprile, i quattro più celebri istituti tedeschi di ricerca escludono sia il definitivo sradicamento del virus (assenza del vaccino, cooperazione internazionale insufficiente) sia la “diffusione controllata del virus”, resa possibile dalla nuova disponibilità di posti letto per terapie intensive. In altre parole: è inammissibile dire che se i letti passano da 10 a 100 possiamo permetterci 90 intubati in più, chiamando tale scelta “convivenza col virus”.

L’offensiva contro gli esperti vede schierati gli imprenditori, più che giustamente allarmati dal tracollo economico che si annuncia. I politici che li assecondano ne profittano per prendersi una sorta di rivincita e riaffermare il primato che pretendono d’aver perduto (l’avevano già perso da decenni), e questo spiega la scomposta, dilettantesca equiparazione fra Covid e terrorismo, o fra epidemiologi, magistrati e “tecnici” dell’economia. Spiega le scelte e retromarce di Macron. Spiega infine quello che Drosten chiama il paradosso della prevenzione: il lockdown è d’un tratto visto come “reazione sproporzionata” proprio a causa dei successi che ha ottenuto (ospedali sgravati), “alimentando un autocompiacimento che potrebbe generare la seconda ondata di infezione”.

Nasce da questo compiacimento l’illusione – denunciata dagli istituti di ricerca tedeschi– che il virus possa essere combattuto attraverso una sua “diffusione controllata”, grazie ai restaurati posti letto: un calcolo miope oltre che cinico. I quattro istituti propongono al suo posto una “strategia adattativa” che si prepari a superare man mano il lockdown – come legittimamente chiesto dall’economia – ma a precise condizioni: quando i test e le tecniche di tracciamento dei contagi saranno sviluppati al massimo, e quando il numero dei contagiati e l’indice di contagiosità (fattori N e R0) scenderanno significativamente.

Stesso malumore verso la scienza si registra in Germania. Drosten ha ricevuto minacce di morte quando ha criticato uscite intempestive dal lockdown: “Per molti tedeschi sono l’uomo nero che paralizza l’economia”, ha confidato al «Guardian». Ha detto che i letti liberatisi nelle terapie intensive non basteranno neanche nel suo paese, se partirà una seconda ondata Covid. Ha ricordato che basta poco perché l’indice di contagiosità ridiventi devastatore (è accaduto in Germania dopo le vacanze di Pasqua, prima della “riapertura”).

Di questi tempi gli scienziati forniscono brutte notizie, e quando ne forniscono di buone (ad esempio sull’immunità data per certa) sparlano. Dice Jeremy Farrar, infettivologo: “La verità è che non abbiamo buoni test, non abbiamo farmaci di cui si sappia la reale efficacia, e non abbiamo il vaccino”. Liquida così l’immunità di gregge: “Per conseguirla deve essere immune il 60-70 per cento della popolazione. Siamo ben lontani da tali cifre” (secondo uno studio americano non si oltrepassa il 2-3 per cento). Sostiene che non basta scendere di qualche decimale sotto l’1, nell’indice di contagiosità: “Basta una scintilla o una disfunzione dei test e risaliamo a 1,3-1,5: il che vuol dire nuova ondata Covid e nuovo lockdown. Un andirivieni insopportabile per le società”. Quel che occorre è moltiplicare e sviluppare i test e i tracciamenti di contagi, “come fanno i paesi che hanno meglio combattuto la pandemia: Corea del Sud, Singapore, Nuova Zelanda, Germania”. Farrar dice che “ci aspettano giorni neri. Il vero exit è il vaccino”.

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Risoluzione sulla Carta dei diritti fondamentali UE

Strasburgo, 11 febbraio 2019. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo.  

Punto in agenda:

  • Discussione congiunta – Attuazione di disposizioni del trattato

Presenti al dibattito:

  • Frans Timmermans – Primo vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per la migliore legislazione, le relazioni interistituzionali, lo stato di diritto e la carta dei diritti fondamentali

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatore, per il Parlamento europeo, della Relazione sull’attuazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nel quadro istituzionale dell’UE.

Intervento di Apertura – Presentazione del Relatore

Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei spiegare quali sono stati gli obiettivi di fondo che ho perseguito, nel lungo lavoro sulla relazione riguardante l’attuazione della Carta dei diritti fondamentali.

C’è un punto sul quale ho insistito in modo particolare ed è che l’Unione non deve avere un atteggiamento passivo verso i diritti sanciti dalla Carta: non deve limitarsi a scongiurare eventuali violazioni di tali diritti, ma deve adoperarsi attivamente per la loro promozione e il loro sistematico e preliminare accorpamento in tutti i provvedimenti e le decisioni adottati dall’Unione. Non si tratta solo di un obbligo discendente dal diritto internazionale dei diritti umani, ma di un dovere espressamente sancito nella Carta stessa.

La Carta ha certamente rappresentato un punto di svolta nell’integrazione europea, ma la sua adozione non può e non deve essere considerata come traguardo finale: la natura della Carta è evolutiva, influenzata dalle leggi internazionali e dalla giurisprudenza delle Corti europee. È la piena concretizzazione dei diritti in essa sanciti l’obiettivo cui bisogna ambire costantemente.

Non dico questo a caso. Lo dico partendo dalla convinzione che la crisi dell’Unione è troppo vasta, e il divario creatosi fra cittadini e istituzioni europee troppo profondo, perché non si faccia il punto della situazione partendo proprio dai cittadini, dal loro malcontento, dalla loro sensazione di essere ignorati nei loro diritti. In molte politiche europee, i diritti elencati nella Carta non hanno lo spazio che viene formalmente garantito loro dalla legge europea oltre che dalla giurisprudenza della Corte di giustizia. Spesso sono addirittura ignorati, soprattutto quando sono in gioco i diritti sociali e il rapporto fra questi ultimi e le esigenze legate alla competitività nel mercato unico. Sono ignorati anche i diritti di chi, non importa se irregolarmente o regolarmente, entra e risiede nel territorio dell’Unione e dunque è parte del nostro sistema giuridico. Di qui il mio appello a porre in essere sistematiche valutazioni di impatto sui diritti, preliminari ed ex post, ogni volta che vengono adottate politiche in aree cruciali come le politiche di stabilità economica – specie nell’eurozona – le politiche commerciali e gli accordi con Paesi terzi firmati dall’Unione, la politica migratoria. Questioni in parte già presenti nella relazione ma che ripropongo in alcuni emendamenti per la plenaria, tanto sulla cosiddetta governance economica quanto sui rifugiati e migranti, il cui diritto al non-refoulement siamo chiamati a rispettare per legge.

L’obiettivo di questo testo è di chiarire il ruolo della Carta, mettendo in luce le difficoltà che continuano a sorgere nella sua attuazione piena. Lo stress test è uno strumento usato per sondare la tenuta delle banche. Dovremmo cominciare a usare test analoghi anche per la tenuta dei diritti fondamentali. Il mio intento è fornire spunti e proposte che non dovrebbero essere controversi, e che possano consolidare la promessa solenne fatta ai nostri cittadini con l’adozione della Carta quale fondamento normativo dell’Unione e indispensabile complemento dei trattati: la promessa di costruire una comunità fondata sul rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e dei diritti umani.

***

Intervento di chiusura a conclusione del dibattito – Replica del Relatore

Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei concludere insistendo sulla crisi dell’ultimo decennio. Essa ha accentuato poteri di indirizzo e controllo della Commissione che in molti Stati membri non sono sempre ritenuti legittimi e democratici. Si tratta di restituirle questa legittimità, molto fragile senza un più sistematico riferimento alla Carta.

Il Commissario Malmström ha detto una volta che, nel negoziare il TTIP, l’esecutivo europeo non poteva tener conto delle obiezioni provenienti dalla società civile. Disse: “Non ho ricevuto un mandato dal popolo europeo”. Ovvio che in questo modo le istituzioni UE appaiano lontane, ostili ai movimenti dal basso.

Alla sfida del sovranismo occorre rispondere con una sovranità che sia condivisa, sì, ma fondata sulle esigenze dei vari popoli di veder rispettati i propri diritti sociali e civili. Se non ne teniamo conto, se creiamo a uso elettorale una contrapposizione fra sovranisti ed europeisti, per forza cadremo nel linguaggio non più politico ma teologico in cui è caduto Donald Tusk, secondo cui ci sarebbe uno speciale posto all’inferno per chi in Gran Bretagna negozia male l’uscita dall’Unione. Dimenticheremo che al centro della questione Brexit ci sono i diritti e la legge primaria europea, come spiegato molto bene dalla collega Julie Ward (gruppo S&D), non una specie di giudizio universale realizzato nella storia, e prima del tempo.

***

In data 12 febbraio 2019 il Parlamento europeo ha approvato la Risoluzione sull’attuazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nel quadro istituzionale dell’UE, Relatore Barbara Spinelli (GUE/NGL).  

La Relazione è stata adottata con 349 voti a favore, 157 voti contrari e 170 astensioni.

A seguito del voto Barbara Spinelli ha dichiarato:

«Con l’adozione di questa Relazione il Parlamento europeo ha formalmente riconosciuto la necessità di attribuire maggiore centralità alla Carta dei diritti fondamentali nel processo politico e decisionale dell’Unione e di permettere ai diritti sociali in essa iscritti di uscire dall’ombra, conferendo loro una legittimazione rafforzata.  Mi rammarico tuttavia del fatto che la maggioranza dei gruppi politici, compreso purtroppo il gruppo socialista, non abbia colto appieno questa opportunità per trasmettere un messaggio ancora più forte e incontrovertibile, e abbia deciso di bocciare la maggior parte degli emendamenti presentati congiuntamente dal mio Gruppo politico e dai Verdi/ALE: emendamenti volti tanto a riaffermare gli obblighi positivi discendenti dalla Carta di promozione attiva dei diritti e dei principi in essa contenuti, quanto a estendere il suo ambito di operatività, a sottolineare con maggiore incisività il ruolo che la Carta dovrebbe avere nella governance economica e nella politica migratoria, così come il ruolo dei diritti umani nella politica commerciale, e a rafforzare gli strumenti intesi a garantirne l’osservanza».

Allegati:

Risoluzione del Parlamento europeo del 12 febbraio 2019 sull’attuazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nel quadro istituzionale dell’UE (2017/2089(INI))

Emendamenti 003-007

Emendamenti 008-017

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