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Rapporto sulla situazione nel Mediterraneo: raccomandazioni di voto per il gruppo

Strasburgo, 11 aprile 2016

Intervento di Barbara Spinelli (GUE/NGL) durante la riunione del gruppo politico GUE/NGL per presentare il rapporto sulla situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione e le sue raccomandazioni di voto per il gruppo. La risoluzione sarà votata dal Parlamento Europeo il 12 aprile durante la seduta plenaria.

Il negoziato che si conclude in questi giorni è durato quasi un anno e mezzo, ed è stato difficile a causa del patto Popolari-Socialisti, i due gruppi cui appartengono i co-relatori. Avevo inizialmente pensato di consigliare il voto favorevole al rapporto, considerando rilevanti alcuni punti senz’altro positivi. Penso alla richiesta di azioni umanitarie europee di ricerca e soccorso, slegate da Frontex; al riconoscimento reciproco delle decisioni nazionali di asilo; alla protezione temporanea che contempla – è una novità – l’apertura di corridoi umanitari in cooperazione con l’UNHCR.

Da mesi, tuttavia, le politiche dell’Unione vanno in tutt’altra direzione e assistiamo a un degrado senza precedenti, di cui il rapporto non tiene completamente conto. Siamo di fronte a un accumulo di scelte, della Commissione e del Consiglio, che sanciscono al tempo stesso la chiusura delle frontiere come conditio sine qua non della sopravvivenza di Schengen e un’indifferenza di natura criminosa verso la sorte dei rifugiati.

La più decisiva di queste scelte è l’accordo con la Turchia. Un accordo che viola le Costituzioni nazionali, la Carta dei diritti fondamentali, la Convenzione di Ginevra. Non è escluso che sarà giudicato illegale dalle Corti europee. I colleghi della Commissione Libertà Pubbliche hanno potuto constatare di persona la sorda indifferenza della Commissione, quando interpellata in proposito. È il punto decisivo e discriminante, a mio parere: se passa l’emendamento di condanna presentato dal nostro gruppo, il rapporto potrebbe salvarsi.

Altri elementi del degrado europeo, accanto all’accordo con la Turchia: la chiusura della rotta balcanica – assieme alle violenze che persistono a Idomeni – i muri che si moltiplicano dentro l’Unione, gli hotspot dove i rifugiati tendono a esser imprigionati e maltrattati (a Lampedusa e Grecia), la lista di Paesi terzi sicuri, l’estensione dei poteri autonomi dell’agenzia Frontex (ridenominata Guardia Costiera), che affiancata a Eunavfor Med ottiene piena giurisdizione nei rimpatri, nei rapporti con i Paesi terzi, nella lotta al terrorismo: cioè in politica interna e anche estera.

Il rapporto Kyenge-Metsola avalla questo degrado, affermando alcuni diritti in maniera inedita ma omettendo di esaminare sia il passato (le guerre all’origine delle fughe, di cui siamo in gran parte responsabili) sia il presente e il futuro alla luce delle odierne politiche europee. La strategia del damage control che ho cercato di attuare come relatore ombra ha i suoi limiti. Un primo colpo l’ho ricevuto quando il lavoro che avevo fatto sugli emendamenti è stato annientato (168 correzioni elaborate con 25 Ong e esperti, buttate nel cestino con la scusa che il rapporto andava protetto da emendamenti dell’estrema destra).

Oggi, se rileggo il rapporto devo constatare che alcuni danni sono stati con nostro contributo limitati, e per questo non raccomanderei un No netto. Ma se alcuni nostri forti emendamenti non passano (sulla Turchia in primis, il che vuol dire in sostanza: sul non-refoulement), mi sento di raccomandare almeno l’astensione.

An Alternative Media Landscape for Europe

di venerdì, Aprile 8, 2016 0 No tags Permalink

Bruxelles, 7 aprile 2016

Barbara Spinelli (GUE/NGL) ha preso la parola durante la Conferenza “An Alternative Media Landscape for Europe”, 7 aprile 2016.

Presenti i deputati Curzio Maltese, Stelios Kouloglou e Miguel Urban Crespo.

Tra gli ospiti Gad Lerner, Julian Assange (in video-conferenza), Giovanni Melogli (International Alliance of Journalists) e Panagiotis Konstantinou.

Desidero aggiungere un commento a proposito dei rapporti incestuosi tra politici e media. Non paragonerei questo rapporto a quello tra dei e semidei, perché oggi l’incesto non produce la tragedia di cui ha parlato Panagiotis Konstantinou: la tragedia antica era in qualche modo il “giornale” che narrava i conflitti della pòlis, e costituirebbe il modello da ritrovare oggi. Ciò che mi ha colpito di più negli attentati del 22 marzo – e prima ancora negli attentati di Parigi – è il buco nero dell’informazione su ciò che accade nelle nostre città. Non sapevamo nulla della situazione di Molenbeek, attraverso inchieste giornalistiche o reportage. Abbiamo scoperto Molenbeek dopo gli attentati di Parigi e in particolar modo dopo il 22 marzo a Bruxelles. Eppure è un quartiere importante dal punto di vista della radicalizzazione fin dal 2001, quando da qui partirono i terroristi che avevano preparato l’attentato mortale contro Ahmad Shah Massoud in Afghanistan e poi l’attentato di Madrid del 2004.

Quelle inchieste potevano (e dovevano) essere fatte da molto tempo. Lo stesso vale per la Francia, un paese nel quale si moltiplicano i più svariati luoghi comuni sulla radicalizzazione violenta, come quello che vede nelle banlieue un vespaio di jihadisti. Le inchieste statistiche raccontano un’altra storia. La radicalizzazione non avviene prioritariamente nelle classi popolari e nelle banlieue. Avviene nei ceti medi e anche in quelli superiori: in altre parole, in ceti che si sentono inaspettatamente colpiti e minacciati dalle politiche dell’austerità.

Sono favorevole alla proposta di Gad Lerner di un aiuto pubblico per l’informazione e a questo proposito vorrei ricordare, dato che viviamo una crisi simile, cosa fu il piano Roosevelt negli anni ’30. Il compito che Roosevelt volle affrontare – misure economiche a parte – era, nella sostanza: “Dobbiamo conoscere l’America che non conosciamo”. Penso che anche oggi il compito debba essere quello di conoscere il nostro paese, le nostre città.

Il nostro problema non è solo la mancanza di reporter giornalistici nelle zone di guerra, visto che non abbiamo nemmeno i reporter che svolgano inchieste approfondite su quel che succede in casa nostra. Per far fronte ai discorsi xenofobi dominanti, occorre fare della vera controinformazione e opporre dati, conoscenze, spiegazioni, ai luoghi comuni sullo straniero sospettato di stravolgere la cultura europea.

La Turchia non è uno Stato terzo sicuro: chiedo che l’accordo UE-Turchia sia sospeso

COMUNICATO STAMPA

Barbara Spinelli: «Chiedo che l’accordo UE-Turchia sia sospeso, prima che siano la Corte di Giustizia e la Corte europea dei Diritti dell’Uomo a farlo»

Bruxelles, 7 aprile 2016

Barbara Spinelli (GUE/NGL) ha preso la parola durante la riunione della Commissione Parlamentare Libertà, Giustizia e Affari Interni del Parlamento europeo dedicata all’implementazione dell’accordo UE-Turchia, alla presenza del coordinatore per la Commissione europea Maarten Verwey.

«Secondo un’analisi legale dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati del 10 marzo, il trasferimento dei richiedenti asilo da uno Stato europeo a uno Stato extra-europeo deve rispettare una serie di garanzie minime.

È essenziale anzitutto che lo Stato ricevente si assuma la responsabilità di fornire ai richiedenti asilo l’accesso al sistema di asilo, accogliendoli e permettendo loro di registrare le domande di protezione.

Lo Stato ricevente deve valutare le richieste di asilo nel merito, seguendo una procedura equa, e deve proteggere i richiedenti asilo dal refoulement, come previsto da 65 anni dalla Convenzione di Ginevra, giacché i rifugiati non devono essere ri-deportati nelle zone di guerra dalle quali sono fuggiti.

Se ai richiedenti viene riconosciuto lo status di rifugiato, lo Stato ricevente deve assicurarsi che essi possano godere di protezione in conformità a garanzie e standard internazionali.

«Attualmente nessuna di queste garanzie è rispettata dalla Turchia, per cui chiedo che l’accordo sia sospeso, prima che siano la Corte di Giustizia e la Corte europea dei Diritti dell’Uomo a darmi ragione e a eliminare questa vergogna. Lo chiedono 90 associazioni europee che si occupano dei rifugiati. La Turchia non è uno Stato Terzo Sicuro.

«Voglio infine porre una domanda di fondo al rappresentante della Commissione, Sig. Maarten Verwey: quel che chiedo, è di uscire dall’autocompiacimento che mostrate in merito all’accordo UE-Turchia. Quando parlate di cifre sui rimpatri, vi prego di menzionare le centinaia di rifugiati (in realtà sono più di un migliaio, negli ultimi 7-8 mesi) che il governo turco ha respinto in Siria, violando leggi nazionali, europee e internazionali, e di tenere a mente che tra questi respinti ci sono anche bambini, rispediti in zone di guerra senza i familiari, completamente soli».

Rimandare i migranti in Turchia viola il principio di non-respingimento

Bruxelles, 4 aprile 2016

Barbara Spinelli rivolge un’interrogazione scritta alla Commissione europea chiedendo conto della conformità dell’accordo UE-Turchia con il divieto di respingimento sancito dalla Convenzione di Ginevra.

Titolo: Conformità dell’accordo UE-Turchia con il principio di non-respingimento

Considerando che, secondo l’Osservatorio siriano per i Diritti umani, sedici profughi siriani, tra cui tre bambini, sono stati uccisi dalle Guardie di frontiera turche nel tentativo di mettersi in salvo in Turchia;

Considerando che l’UNHCR ha evidenziato continue e gravi carenze nelle condizioni procedurali e di accoglienza in Turchia e in Grecia e ha precisato che in tutta la Grecia – che è stata costretta a ospitare un numero sproporzionato di rifugiati in seguito alla chiusura delle frontiere della rotta balcanica e al fallimento dello schema di ricollocazione dell’UE – numerosi aspetti del sistema di accoglienza delle persone richiedenti protezione internazionale sono ancora non funzionanti o assenti;

Considerando che i ricercatori di Amnesty International di stanza nel Sud della Turchia hanno raccolto testimonianze di siriani i quali hanno riferito che i loro parenti sono stati espulsi dal Paese in violazione del diritto internazionale, compresi i minori non accompagnati;

Considerando che l’accordo europeo con la Turchia è stato ritenuto illegale da Peter Sutherland, Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per le Migrazioni internazionali e lo Sviluppo, giacché deportare migranti e rifugiati senza aver prima vagliato le loro richieste di asilo violerebbe il diritto internazionale;

In base a quali elementi la Commissione ritiene che rimandare i migranti in Turchia non violi il principio di non-refoulement, vincolante per l’Unione europea?

Compatibilità della creazione e della gestione dei punti di crisi (hotspot) con il diritto dell’UE

di sabato, Aprile 2, 2016 0 No tags Permalink

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-015297/2015/riv.1 alla Commissione

Articolo 130 del regolamento

Barbara Spinelli (GUE/NGL), Philippe Lamberts (Verts/ALE), Michèle Rivasi (Verts/ALE), Yannick Jadot (Verts/ALE), Pascal Durand (Verts/ALE), Eva Joly (Verts/ALE), José Bové (Verts/ALE), Karima Delli (Verts/ALE), Igor Šoltes (Verts/ALE), Eleonora Forenza (GUE/NGL), Merja Kyllönen (GUE/NGL), Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL), Malin Björk (GUE/NGL), Josu Juaristi Abaunz (GUE/NGL), Takis Hadjigeorgiou (GUE/NGL), Julie Ward (S&D), Liisa Jaakonsaari (S&D), José Inácio Faria (ALDE), Neoklis Sylikiotis (GUE/NGL), Sofia Sakorafa (GUE/NGL), Kostadinka Kuneva (GUE/NGL) e Patrick Le Hyaric (GUE/NGL)

Oggetto: Compatibilità della creazione e della gestione dei punti di crisi (hotspot) con il diritto dell’UE

Da settembre, nel punto di crisi attivato a Lampedusa, le autorità pubbliche hanno adottato nuove pratiche illegali che violano i diritti dei migranti e dei richiedenti asilo. I migranti sono frettolosamente “interrogati” e viene loro fornito un modulo inadeguato relativamente alle procedure di asilo.

Nei confronti di molti migranti vengono, quindi, adottate decisioni di rimpatrio, senza che essi abbiano una reale opportunità di presentare domanda di asilo a norma delle direttive 2011/95/UE e 2013/32/UE. In seguito all’adozione delle decisioni di rimpatrio, i migranti sono costretti ad abbandonare i centri, ricevendo solamente un ordine di espulsione che li costringe a lasciare il paese entro sette giorni, tramite l’aeroporto di Fiumicino.

Secondo la direttiva 2013/32/UE, i migranti tenuti in centri di trattenimento devono ricevere informazioni in merito alla procedura di asilo (articolo 8) e le persone che hanno espresso l’intenzione di presentare domanda di asilo sono richiedenti protezione internazionale e dovrebbero godere dei diritti previsti dalle direttive 2013/32/UE e 2013/33/UE (considerando 27).

Le pratiche summenzionate, che non garantiscono in misura sufficiente la salvaguardia dei diritti umani poiché non tengono conto delle circostanze individuali di ogni singolo caso, costituiscono una violazione dell’articolo 19 della Carta dell’UE, nonché della giurisprudenza consolidata della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Intende la Commissione indagare sulla gestione dei punti di crisi in Italia e sulla compatibilità dell’approccio basato sui punti di crisi con il diritto dell’UE?


 

IT

E-015297/2015

Risposta di Dimitris Avramopoulos a nome della Commissione

(1.4.2016)

La Commissione ritiene che il sistema dei punti di crisi (hotspot), elaborato nell’ambito dell’agenda europea sulla migrazione quale elemento dell’azione immediata per aiutare gli Stati membri in prima linea che sono sottoposti a pressioni migratorie sproporzionate alle frontiere esterne dell’UE, è del tutto compatibile con l’acquis dell’UE e, in modo particolare, con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e la normativa UE in materia di asilo.

L’attuazione del sistema dei punti di crisi in un dato Stato membro ricade principalmente nella sfera di competenza dello Stato membro stesso. Per quanto riguarda l’attuazione di tale sistema in Italia, le informazioni che le autorità italiane hanno fornite a oggi alla Commissione sulla gestione dei punti di crisi attualmente operativi nel paese (Lampedusa, Pozzallo, Trapani) non danno adito a particolari preoccupazioni circa le disposizioni della direttiva 2013/32/UE.

La Commissione continuerà a fornire assistenza, in particolare tramite le sue agenzie, agli Stati membri sul cui territorio sono stabiliti i punti di crisi. La Commissione sta monitorando il rispetto dell’acquis dell’UE da parte di tutti gli Stati membri e, se necessario, può avviare procedimenti di infrazione.

La Commissione ha presentato relazioni periodiche riguardanti la situazione attuale dei punti di crisi in Italia e Grecia [1].

[1]     COM(2015) 490 final, COM(2015) 510 final, COM(2015) 678 final, COM(2015) 679 final, COM(2016) 85 final.

La Commissione Libertà, Giustizia e Affari Interni vota a favore del rapporto sull’immigrazione nel Mediterraneo

Il 16 marzo, la Commissione Libertà, Giustizia e Affari Interni (LIBE) del Parlamento Europeo riunita a Bruxelles ha adottato la relazione d’iniziativa sulla situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione. La risoluzione sarà ridiscussa e votata dal Parlamento Europeo durante la seduta plenaria di aprile.

Co-relatrici: Cécile Kyenge (Partito Socialista) e Roberta Metsola (Partito Popolare Europeo)

Relatore ombra per il gruppo GUE/NGL: Barbara Spinelli

 Dopo il voto, Barbara Spinelli ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Oggi la Commissione LIBE ha adottato la relazione sulla situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione.

Il rapporto presenta notevoli punti positivi, soprattutto per quanto riguarda la necessità di riconoscere vie legali e sicure di accesso al territorio dell’Unione e la creazione di un sistema europeo di ricerca e salvataggio in mare.

Deploro, ciononostante, il processo decisionale che ha portato al voto di questo rapporto. Il rapporto è stato assegnato più di un anno fa a due relatrici – Cécile Kyenge (Partito Socialista) e Roberta Metsola (Partito Popolare Europeo) – e tale procedura, che affida la guida dei rapporti parlamentari ai due maggiori gruppi del Parlamento, non è mai di buon auspicio. L’esperienza insegna che, poiché i due gruppi politici formano da soli una maggioranza solida in Parlamento, l’opinione degli altri gruppi è messa in disparte e il pluralismo viene aggirato. Nel caso in specie e per volontà congiunta dei Socialisti e dei Popolari, i nostri 168 emendamenti, scritti con l’appoggio di numerosi accademici, associazioni della società civile e ONG, non sono stati sottoposti al voto. È il motivo per cui solo alcuni di essi sono stati incorporati negli emendamenti di compromesso votati oggi. Quel che deploro, è che l’insieme delle nostre controproposte non abbia trovato spazio né visibilità nei testi di compromesso.

Se alla fine una parte dei nostri emendamenti è stata inclusa, dopo difficili e lunghi negoziati, lo si deve alla tenacia con cui il Gue, i Verdi, l’Alde, i Cinque Stelle si sono battuti per incorporare alcuni punti importanti negli emendamenti di compromesso come:

– la necessità di prevedere misure di accoglienza, sostegno e opportunità di integrazione a migranti, richiedenti asilo e rifugiati;

– l’esortazione agli Stati membri a introdurre specifiche procedure per la determinazione dell’apolidia e a condividere pratiche di eccellenza (best practices);

– il richiamo al fatto che sia il diritto internazionale sia la Carta dei diritti fondamentali dell’UE impongono agli Stati membri di esaminare opzioni alternative alla detenzione;

– la critica forte del sistema di Dublino, e la richiesta, fatta alla Commissione e agli Stati membri, di superarne le rigidità e di diminuire il peso che grava sugli Stati di prima accoglienza (essenzialmente Grecia e Italia);

– la menzione delle cause profonde della fuga dei migranti: guerre, povertà, corruzione, fame, pulizie etniche, disastri naturali e cambiamento climatico;

Il rapporto presenta tuttavia alcune debolezze a mio parere gravi. Sono passate malgrado il voto negativo del mio gruppo paragrafi a favore del piano d’azione comune UE-Turchia, da me radicalmente criticato; disposizioni a favore di rimpatri e accordi di riammissione con Stati Terzi (processo di Khartoum); e una serie di capitoli sul rafforzamento dei controlli delle frontiere esterne di Schengen (criticabile è il nesso stretto stabilito con le frontiere interne), sulla proposta di una lista europea di Stati di origine sicuri e sulla creazione di una Guardia Costiera europea.

Le sezioni riguardanti il ricongiungimento familiare potevano e avrebbero dovuto essere ulteriormente rafforzate, favorendo il ricongiungimento di membri di famiglie allargate ed eliminando le restrizioni (burocratiche, pecuniarie) che intralciano il ricongiungimento intra e extra-europeo di moltissime famiglie. Infine, ed è una mancanza a mio parere cruciale, il rapporto non riconosce il ruolo svolto dagli interventi militari occidentali nella grave destabilizzazione degli Stati di origine o di transito di tanti rifugiati che arrivano in Europa.

Altra nostra domanda che non è stata accolta: la definizione di uno statuto giuridico – tuttora assente nel diritto internazionale – per i rifugiati ambientali.

Esaminando i punti positivi e quelli negativi del testo, ho tuttavia consigliato ai miei colleghi, nel mio ruolo di relatore ombra per il gruppo GUE/NGL,  di dare all’insieme del rapporto un voto positivo, pur raccomandando il voto negativo su una ventina di paragrafi di compromesso».

Allegati:

– Gli emendamenti presentati da Barbara Spinelli al rapporto (file .pdf)

– La bozza del rapporto sull’immigrazione nel Mediterraneo (file .doc)

Enhancing the democratic dimension of the European elections and reinforcing Union Citizenship

di mercoledì, Marzo 16, 2016 0 No tags Permalink

Bruxelles, 15 marzo 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso dell’Audizione pubblica organizzata congiuntamente dalla Commissione europea (DG Giustizia e Consumatori) e dal Parlamento europeo (Commissioni Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE), Petizioni (PETI), Affari Costituzionali (AFCO), Giuridica(JURI)) “Union Citizenship in Practice – Our common values, rights and democratic participation”. 

Part II: Fostering democratic participation and Union citizenship

Panel 3: Enhancing the democratic dimension of the European elections and reinforcing Union Citizenship

Moderatore:

  • Danuta Hübner, Presidente della Commissione Affari Costituzionali

Oratori:

  • Jo Leinen, MEP (S&D – Germania)
  • Ramon Jauregui Atondo, MEP (S&D – Spagna)
  • Gyorgy Schöpflin, MEP (PPE – Ungheria)
  • Paul Nemitz, Direttore della Direzione per i Diritti Fondamentali e la Cittadinanza dell’Unione, DG Giustizia e Consumatori, Commissione europea
  • Andrew Duff , Visiting Fellow, European Policy Centre
  • Yves Bertoncini, Direttore del Jacques Delors Institute
  • Carmen Preising, Capo Unità, Programma di lavoro e consultazione delle parti interessate, Segretariato Generale, Commissione europea
  • Ida Birkvad Sorensen, Membro del Consiglio, European Youth Forum
  • Adrijana Kos, autrice di petizione al Parlamento europeo

Vorrei riagganciarmi al tema della crisi della democrazia di cui si è parlato nel corso di questo panel. A mio avviso, vale la pena riflettere sul significato che possiamo trarre dall’avanzata, in questo momento, di movimenti critici dell’Europa, compresi i movimenti caratterizzati da un forte nazionalismo, spesso molto xenofobi. Questi movimenti ci dicono innanzitutto che la forma partito è superata, che si stanno formando nuove forme di partecipazione. Ci dicono, inoltre, che la loro presenza riduce notevolmente l’astensionismo – come si è visto in Germania nell’elezione dei Länder dello scorso weekend – e che siamo di fronte a una ripoliticizzazione della società. Si tratta di un fenomeno molto interessante.

Non sono d’accordo con l’idea, espressa dal Dott. Bertoncini, che l’astensionismo alle elezioni europee non sia un problema di cui ci si debba preoccupare. Kratos e partecipazione elettorale alta non devono finire col rappresentare due concetti ineluttabilmente e forse provvidenzialmente separati: altrimenti avremmo solo il kratos e non il dèmos. E sappiamo che è proprio lì dove c’è solo kratos che emerge la crisi della democrazia.

La conseguenza che traggo da tutto ciò è che forme transnazionali di partecipazione, come quelle proposte dal Dott. Duff, sono importanti. È soprattutto importante stabilire quali possano essere i grandi temi su cui modellare una formazione politica transnazionale. Non credo sia sufficiente dare più sovvenzioni pubbliche ai partiti esistenti o limitarsi a candidare qualche rappresentante transnazionale in liste nazionali; la crisi è troppo profonda per essere risolta con marginali espedienti tecnici.

 

E-Democracy in the European Union: potential and challenges

di martedì, Marzo 15, 2016 0 No tags Permalink

Bruxelles, 14 marzo 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso dell’Audizione pubblica organizzata dalla Commissione Affari Costituzionali (AFCO) su “E-Democracy in the European Union: potential and challenges”. 

Presentazione dell’Audizione:

  • Danuta Hübner, Presidente della Commissione Affari Costituzionali

Oratori:

  • Roberto Viola, Direttore Generale, DG CNECT, Commissione europea
  • Ramón Jáuregui Atondo (S&D – Spagna), Relatore per il Parlamento europeo della Relazione su “e-Democracy in the European Union: potential and challenges”
  • Rafał Trzaskowski, Ex Ministro polacco per l’Amministrazione e la Digitalizzazione, Ex parlamentare europeo
  • Elena García Guitián, Professoressa di scienze politiche e amministrazione all’Università autonoma di Madrid
  • Stefano Rodotà, Professore Emerito di Diritto all’Univerità di Roma “La Sapienza” ed Ex Presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali (Assente)
  • Alexander Trechsel, Professore di scienze politiche e Presidente del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’European University Institute (Presentazione dello studio provvisorio “Potential and challenges of e-Voting in the European Union”)
  • Elisa Lironi, Coordinatrice Digital Democracy, European Citizen Action Service (ECAS) (Presentazione dello studio provvisorio “Potential and challenges of e-Participation in the European Union”)
  • Jo Shaw, Senior Expert di Milieu Limited (Presentazione dello studio provvisorio “The legal and political context for setting up a European Identity Document”)

Nel corso dell’Audizione Barbara Spinelli ha letto un estratto della presentazione inviata dal Prof. Stefano Rodotà, non presente all’incontro. 

Vorrei porre una domanda partendo dalle considerazioni avanzate dal Prof. Rodotà. Se l’analisi sull’e-Democracy si attesta solamente sul “punto terminale del processo democratico”, cioè sul momento decisionale (voto o referendum che sia), si rischia di non scorgerne tutte le potenzialità e di avallare – di fatto – gli attuali squilibri di potere.

Taluni dei presenti in sala hanno messo in evidenza il potenziale rischio di “cattura” dei rappresentanti da parte dei rappresentati alla luce di un dialogo più diretto tra elettori ed eletti, soprattutto da parte di gruppi più attivi sui nuovi strumenti di comunicazione. Personalmente non vedo in questo un particolare pericolo; non ho nulla in contrario a essere un po’ “catturata” da parte dei rappresentati, alla luce della crisi della rappresentanza che caratterizza le democrazie odierne. È una scossa di cui queste ultime hanno oggi bisogno.

Piuttosto, il rischio reale è quello di circoscrivere l’esame della e-Democracy al solo anello finale della catena decisionale, rendendola di fatto meno trasformativa di quanto vorremmo.  Se i cittadini vengono semplicemente chiamati ad avvallare, attraverso un voto in rete, quesiti o proposte provenienti dall’alto, nulla cambia rispetto alla situazione precedente. Si tratta sempre e comunque di una forma di democrazia top-down in cui il “nuovo formato” e-Democracy non fa altro che perpetuare e rafforzare una governance di tipo oligarchico.

Sono questi i dubbi sui quali mi piacerebbe avere un parere non solo dagli oratori ma anche da parte dei rappresentanti, presenti in questa Commissione, di un gruppo che lavora in maniera costante con queste nuove tecnologie, ovvero il Movimento 5 Stelle.

Risoluzione Comune sull’Egitto, in particolare il caso di Giulio Regeni

di venerdì, Marzo 11, 2016 0 , , Permalink

COMUNICATO STAMPA

La maggioranza dei parlamentari europei chiede verità e giustizia su Giulio Regeni

Il 10 marzo il Parlamento europeo riunito a Strasburgo in seduta plenaria ha votato a grande maggioranza (588 a favore, 10 contrari, 59 astenuti) la “Risoluzione Comune sull’Egitto, in particolare il caso di Giulio Regeni” (2016/2608(RSP)).

Relatori per la Risoluzione GUE/NGL: Barbara Spinelli – Eleonora Forenza

Dopo il voto, Barbara Spinelli (GUE/NGL) ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Oggi il Parlamento europeo ha votato a grande maggioranza una Risoluzione Comune sulla situazione in Egitto che fa seguito al brutale omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni. Si è trattato senza dubbio di un compromesso al ribasso, figlio dell’intransigente riluttanza di alcuni gruppi politici – nello specifico PPE ed ECR – a prendere in considerazione le tante criticità del regime, che pure avevamo rilevato nella Risoluzione del GUE/NGL di cui sono stata co-relatore.

PPE ed ECR hanno tentato di dare il primato alla cooperazione strategica con l’Egitto. Per questo si sono opposti a nostri specifici paragrafi che criticavano gli interventi militari in Libia favoriti dal Cairo, la politica migratoria e di asilo concordata tra Unione ed Egitto, il ruolo strategico assegnato all’Egitto nella lotta antiterrorismo contro l’ISIS, la sorte infine del cittadino irlandese Ibrahim Halawa, la cui condanna a morte è continuamente rinviata ma non revocata.

Tuttavia la tenacia di altri gruppi politici – GUE/NGL e Verdi in primis – ci ha permesso di preservare e sollevare alcuni punti importanti. La Risoluzione evidenzia il clima di intimidazione e violenza generalizzata che contraddistingue il Paese, le sparizioni forzate, l’impunità di cui gode in genere la violenza. Questo il contesto in cui è avvenuto l’assassinio di Regeni.

Al suo caso si aggiungono le minacce e intimidazioni nei confronti dei difensori dei diritti umani, tra cui la Commissione Egiziana per i Diritti e le Libertà, espressamente nominata grazie al GUE-NGL. Nei confronti di questi ultimi chiediamo un’azione concreta di protezione da parte dell’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e della Delegazione UE al Cairo, oltre che una definitiva cancellazione dei divieti di viaggio imposti ad alcuni di essi da parte del Governo egiziano. Come sottolineato nella Risoluzione, il diritto e la tutela dei diritti fondamentali devono rappresentare il fondamento delle relazioni tra l’UE e l’Egitto. Questo è esplicitamente sancito – prosegue la Risoluzione – nell’articolo 2 dell’Accordo di Associazione UE-Egitto e nella nuova Costituzione egiziana. Anche qui, su nostra iniziativa sono espressamente richiamati 3 articoli della Costituzione: 52 (proibizione della tortura), 73 (libertà di riunione) e 93 (carattere vincolante del diritto internazionale dei diritti umani).

Nonostante tutte le sue debolezze e la mancanza di una chiara condanna delle alleanze strategiche tra UE ed Egitto, soprattutto per quanto riguarda la Libia, e della condotta repressiva evidente verso Halawa e i seguaci del partito di Morsi, ho deciso di co-firmare e sostenere questa Risoluzione, soprattutto per il paragrafo in cui si chiede un’inchiesta congiunta “rapida, trasparente e imparziale” sulla tortura e l’omicidio di Giulio Regeni. Malgrado tutto ritengo che la risoluzione rappresenti un segnale rivolto alle autorità egiziane, nella speranza che la voce del Parlamento europeo possa costituire un  impulso verso la ricerca della verità. La famiglia di Giulio Regeni, cui vanno la mia amicizia e solidarietà, meritava questo tentativo da parte nostra».

Allegati:

1) Risoluzione comune

2) Proposta di Risoluzione GUE-NGL di Barbara Spinelli e Eleonora Forenza, confluita nella Risoluzione comune


Si veda anche

Omicidio Regeni: Pe chiede a Egitto di cooperare con Italia

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