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Statement by GUE/NGL MEP Barbara Spinelli on the prevention of radicalisation report vote

Barbara Spinelli, GUE/NGL shadow on the report, states: “It wasn’t an easy decision. After many months discussing the Parliament’s Initiative report on the prevention of radicalisation I decided to recommend a negative vote to my group. Although negotiations with the rapporteurs and the ‘shadows’ went rather well, and a number of our amendments were taken on board at Committee and plenary level, we believe we cannot fall prey to a policy of fear – after the terrorist attacks in Paris –  and adopt further counter-terrorism measures before assessing their proportionality and their legal necessity.”

“Indeed, we stand against the introduction of a PNR Directive (especially if extended to internal EU flights): a measure which the European Data Protection Supervisor and other important authorities have declared as neither necessary nor proportionate. Likewise, we agree with European Digital Rights’ (EDRI) assessment that encryption standards should not be arbitrarily undermined, as this would have a negative effect on innocent people’s privacy.

“We also believe that calling for the criminalisation of internet companies is a very dangerous message for regimes in the world, even more if it becomes possible on material that could be deemed legal.

Although we are not per se against border controls, we believe, as stated in an S&D amendment unfortunately rejected, that Member States must ‘refrain from using border control measures aimed at fighting terrorism and stopping the travel of suspected terrorists for immigration control purposes’: as was written in the amendment, we are ‘extremely worried by the measures taken by some governments in the EU to introduce additional border controls in order to prevent the entry into the EU of refugees and migrants, with the risk of such measures being based on arbitrariness and racial or ethnic profiling, which is totally contrary to EU principles and values, in addition to contravening Member States’ international human rights obligations’. Like the European Network Against Racism (ENAR), we are concerned that a number of proposals in the report may endanger fundamental rights in the EU, particularly for Muslims, refugees and people perceived as such.

“Moreover, one of our fundamental amendments has been rejected: the refusal of ‘the false dichotomy of security versus freedom’. In any democracy it’s an obviousness. It stops being evident in these times, dominated more by fear and anger than by reason and rule of law.”


Si veda anche:

Terrorismo: non imitare Tony Blair

Terrorismo: non imitare Tony Blair

Strasburgo, 24 novembre 2015

Dibattito in plenaria sul rapporto di Rachida Dati (Ppe) su “Prevenzione della radicalizzazione e del reclutamento di cittadini europei da parte di organizzazioni terroristiche”.

Intervento di Barbara Spinelli

Ringrazio Rachida Dati, che ha saputo spesso ascoltare voci diverse dalla sua. Gli attentati di Parigi hanno tuttavia inasprito le differenze tra noi: le accuse che in quest’emiciclo ha lanciato al gruppo socialista sono un brutto segno.

È essenziale garantire sicurezza ai cittadini, è vero. Ma c’è anche la sicurezza da interventi abusivi dello Stato. Il dopo 11 settembre negli USA è una lezione da non imitare. Il terrorismo va combattuto con la rule of law. Mai dovremo imitare Blair, che su torture ed extraordinary renditions disse nel 2003: “Le regole del gioco sono cambiate”.

Cosa spinge tanti giovani ad arruolarsi nell’Isis? Tre motivi, non sufficientemente approfonditi nel rapporto:

Le guerre anti-terroriste: gran parte dei foreign fighters appartiene a quella che è chiamata generazione della guerra anti-terrore. Guerra che ha seminato caos, creato l’Isis, rovinato la reputazione delle democrazie. Non possiamo riempire di armi Arabia Saudita o Qatar, principali finanziatori del terrorismo.

Le banlieue: nessun investimento è stato fatto per ridurre la ghettizzazione di chi le abita. Fu tragica la scelta di Sarkozy di togliere fondi a polizia di prossimità e associazioni locali.

Internet e prigioni, dove più si recluta. Accrescere il controllo dello Stato su internet non serve, ed è pericoloso applicare ciecamente la segregazione nelle carceri. Né serve sigillare ancor più tutte le frontiere, minacciando ancor più la vita dei profughi.

Sul rapporto Bresso-Brok “Migliorare il funzionamento dell’Unione europea sfruttando le potenzialità del Trattato di Lisbona”

Bruxelles, 19 novembre 2015. Commissione per gli affari costituzionali: riunione interparlamentare di commissione sul tema “La futura evoluzione istituzionale dell’Unione: potenziare il dialogo politico tra il PE e i parlamenti nazionali e rafforzare il controllo sull’esecutivo a livello europeo”.

Parte 1: La futura evoluzione istituzionale dell’unione.

Mercedes Bresso and Elmar Brok, co-relatori del rapporto “Migliorare il funzionamento dell’Unione europea sfruttando le potenzialità del Trattato di Lisbona” (qui il Documento di lavoro in versione italiana e in versione inglese).

Intervento di Barbara Spinelli (relatore ombra); l’intervento, non pronunciato a causa di concomitanti impegni parlamentari, è stato integrato negli atti della riunione.

Desidero affrontare due temi presenti nel documento di lavoro che a mio parere varrebbe la pena approfondire.

Il primo riguarda il ruolo dei parlamenti nazionali nell’attuale e futuro assetto dell’Unione.

La crisi economica, le misure per fronteggiarla, le modalità infine con cui tali misure sono state adottate, sono sfociate in una progressiva erosione delle competenze dei parlamenti e in un parallelo svuotamento – in molti paesi dell’Unione – della democrazia costituzionale. Non basta dire che questo svuotamento costituisce in realtà un primo passo verso la federazione. Se il trasferimento di sovranità condurrà al “federalismo degli esecutivi” denunciato da Habermas, più che un progresso avremo una regressione.

Così come non è sufficiente incorporare il Fiscal Compact nella normativa comunitaria, nell’illusione – o presunzione – che basti trasformare la natura istituzionale del Patto di Stabilità per renderlo papabile. Non era papabile prima, e non lo sarà dopo.

Apprezzo invece la volontà dei relatori di introdurre il metodo comunitario nella governance dell’Unione attraverso una limitazione delle indebite interferenze del Consiglio Europeo e un’attribuzione di maggiori competenze al Parlamento europeo. Ma anche qui ho qualche dubbio: tale processo richiederà tempo, e la piena riaffermazione dell’articolo 2 [1] del Trattato non è compatibile con questi tempi lunghi.

Merita anche attenzione il punto riguardante il controllo esercitato dai parlamenti nazionali sui propri governi: controllo che dovremmo dare per scontato, ma che i relatori giustamente mettono in rilievo. Allo stesso tempo, va detto che non tutto è chiaro. I parlamenti cosa controllano ancora, realmente? Quel che si chiede, è un rafforzamento del loro ruolo nell’attuazione dei programmi nell’ambito degli obiettivi di convergenza: programmi decisi altrove, e che dunque i Parlamenti sono chiamati semplicemente a registrare. Il dilemma andrebbe almeno riconosciuto, come andrebbero riconosciuti i rischi che questa finzione di controllo comporta per la democrazia rappresentativa.

Ho perplessità simili per quando concerne il capitolo Giustizia e Affari Interni. Il problema, secondo me, non dovrebbe essere quello di definire la natura più o meno restrittiva o repressiva della politica di sicurezza o delle politiche sui rifugiati – per me sono ambedue troppo restrittive, ma la questione non è appunto questa. [2]

Il problema è che determinate politiche, a volte perfino nate in stati di emergenza e per giustificare stati di emergenza – un’agenda sulla migrazione e sui paesi più o meno sicuri di rimpatrio, un’agenda sulla sicurezza in anni di terrorismo e guerre – non dovrebbero essere iscritte in nessuna costituzione, allo stesso modo in cui non dovrebbero esserlo il Fiscal Compact o altri provvedimenti economici, proprio perché contingenti (penso agli attacchi terroristici del 13 novembre a Parigi) oltre che controversi.

[1]  L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.

[2] Per esempio: pur concordando con i relatori sulla necessità di una riforma del sistema di asilo, non credo che essa possa fondarsi sulle misure indicate. La militarizzazione del sistema di controllo delle frontiere esterne, la definizione estremamente limitativa del concetto di Stati terzi insicuri – esclusivamente le zone di guerra – con conseguente agevolazione del rimpatrio per coloro che non provengano da tali specifiche “zone insicure” e la chiusura – per i migranti – delle frontiere con i Balcani occidentali, sembrano configurarsi come misure volte al consolidamento di un modello di difesa comune piuttosto che allo sviluppo di un reale ed efficace sistema di asilo europeo.

Geopolitica e lessico dei rifugiati

Palermo, 12-13 novembre 2015. Conferenza PACE E DIRITTI NEL MEDITERRANEO, promossa da Primalepersone e ADIF in collaborazione con il Comune e l’Università di Palermo, con il patrocinio dell’ANCI Sicilia ed il contributo del GUE/NGL.

Intervento di Barbara Spinelli

Vorrei concentrarmi su due temi generalmente poco trattati (e poco trattati per motivi molto precisi): il peso della geopolitica e delle guerre nella cosiddetta questione migranti, e l’uso distorto che viene fatto delle parole, quando parliamo delle odierne fughe di massa. Guerre e semantica del rifugiato, come vedremo, sono in stretto rapporto fra loro.

Comincio dal secondo punto – la semantica del rifugiato – perché la distorsione della realtà comincia con la stessa parola “migranti”, quindi con il sintagma “questione migranti”. Non c’è praticamente governo né forza politica che usi il vocabolo appropriato – “rifugiati” o “persone in fuga”, che corrisponde alla stragrande maggioranza degli arrivi – se si esclude Angela Merkel. Forse perché conosce bene la storia tedesca del secolo scorso, la Cancelliera  impiega regolarmente il termine corretto: Flüchtlinge, rifugiati. Si continua a parlare di migranti, perché così facendo si finge di non dover cambiare nulla e si evita di dire da cosa precisamente le persone scappano. L’ondata di arrivi continua a essere ascritta a una propensione migratoria classica e il suo straordinario incremento è visto come un’eccezione, un’emergenza: si tratta di fermare l’onda innalzando dighe dappertutto e spostando i flussi dei fuggitivi verso i paesi d’origine, quali essi siano (meglio parlare di flussi che di singole persone, come quando in economia si parla di fasce o strati della popolazione: dietro flussi e fasce i singoli individui cessano di essere più visibili). Anche onda o invasione sono parole da piazzisti di menzogne: l’arrivo di tanti profughi e migranti cambierà di certo il volto dell’Europa, ma resta il fatto che secondo fonti citate dal “Guardian” il numero di migranti e profughi arrivati in Europa nei primi mesi del 2015 costituisce appena lo 0,027% della popolazione totale dell’Unione. La maggior parte dei profughi – l’86% – è accolta da paesi in via di sviluppo, secondo l’UNHCR.

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I cittadini davanti ai poteri di Frontex

Bruxelles, 10 novembre 2015. Intervento di Barbara Spinelli in occasione della Riunione congiunta delle Commissioni Petizioni e Libertà civili, giustizia e affari interni.

Punto in Agenda:
Rapporto di iniziativa relativa a Frontex, a seguito della Relazione speciale del Mediatore europeo (Emily O’Reilly).

Relatori: Roberta Metsola (PPE – Malta), Ska Keller (Verdi/ALE – Germania)

  • Esame del progetto di relazione
  • Fissazione del termine per la presentazione di emendamenti

Desidero evidenziare due tematiche, a mio avviso importanti, che dovrebbero essere inserite nella Relazione in esame.

Il primo punto, su cui non mi soffermerò in quanto già esaustivamente considerato prima di me dalla collega Laura Ferrara (Movimento Cinque Stelle), concerne il diritto al ricorso dei migranti, di cui questi ultimi devono potersi avvalere soprattutto se provenienti dai cosiddetti “paesi sicuri”.

Riguardo al secondo punto, ritengo sia essenziale che la Relazione richiami l’articolo 263 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, il quale prevede che la Corte di Giustizia eserciti un controllo di legittimità sugli atti degli organi o organismi dell’Unione (Frontex, in questo caso) destinati a produrre effetti giuridici nei confronti di terzi.

L’applicazione dell’articolo 263 permette in effetti di salvaguardare e rafforzare un principio fondamentale della democrazia costituzionale: quello secondo cui più poteri vengono istituiti, più il cittadino è tutelato. In tal caso, un potere supplementare di controllo e monitoraggio viene attribuito al giudice.

Sulla gestione della crisi dei rifugiati

di mercoledì, Novembre 11, 2015 0 , , , Permalink

Bruxelles, 10 novembre 2015

Intervento di Barbara Spinelli in occasione della Riunione della Commissione Libertà civili, giustizia e gli affari interni.

Punto in Agenda:

COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL PARLAMENTO EUROPEO, AL CONSIGLIO EUROPEO E AL CONSIGLIO “Gestire la crisi dei rifugiati: stato di attuazione delle azioni prioritarie intraprese nel quadro dell’agenda europea sulla migrazione”

  • Presentazione a cura di Matthias Ruete, direttore generale, Commissione europea, DG Migrazione e affari interni (sostituito da Marta Cygan, direttrice della Direzione A – Strategia e Affari Generali, DG Migrazione e affari interni)

Desidero porre alla Signora Cygan una domanda in merito alla questione hotspot in Italia, di cui all’allegato 3 della Comunicazione in esame, ma prima di ciò, vorrei richiamare l’attenzione della Commissione su una situazione molto grave che riguarda l’assistenza alla Grecia.

La Commissione pretende di aver dato il via all’erogazione di aiuti – a un paese, ricordiamo, sotto una pressione di flussi migratori che tutti noi conosciamo – ma le condizioni previste per il loro stanziamento sono tali per cui l’uso effettivo del denaro diviene pressoché impossibile.

Le autorità greche, infatti, vengono invitate ad anticipare le spese dei servizi – spese per il cibo, la pulizia dei centri d’accoglienza, l’affitto dei centri stessi, ecc. – e solo successivamente queste saranno rimborsate.

Sembra quasi che la Commissione ignori totalmente la situazione di crisi economica in cui versa il paese dopo anni di austerità. La Grecia non è semplicemente in grado di anticipare tale denaro.

Naturalmente le soluzioni ci sarebbero e sono soluzioni molto realistiche. Basterebbe, infatti, che la Grecia potesse disporre delle somme in un conto bancario, ad uso immediato, quando si determina il bisogno di un servizio. È evidente che il governo greco dovrà rendere conto delle spese sostenute e che vi sarà un controllo continuo da parte della Commissione.

Si tratta evidentemente di una questione urgente e su questo vorrei avere una risposta precisa e altrettanto urgente.

Riguardo alla questione hotspot: la Commissione raccomanda agli Stati di garantire l’immediata disponibilità di esperti, se richiesti da Frontex e da EASO, e specifica che tali esperti – cito – “devono essere disponibili per distaccamenti di lungo periodo, per essere quanto più possibile operativi”.

Quel che chiedo alla rappresentante della Commissione è se il concetto di “lungo periodo” sia compatibile con il carattere di temporaneità che gli hotspot dovrebbero possedere in quanto misure d’emergenza adottate sulla base dell’articolo 78(3) del Trattato, o se tale inciso preluda invece a un processo di regolamentazione permanente di situazioni emergenziali. Chiaramente gli hotspot diverranno centri di detenzione, per l’appunto, permanenti, ma senza perdere formalmente la loro natura emergenziale. Questo significa che avendo formalmente tale natura, qualsiasi decisione che li riguarda verrà presa nell’inosservanza della procedura ordinaria di co-decisione con il Parlamento europeo. Qualunque proposta della Commissione verrà perciò adottata in assoluta solitudine dal Consiglio, al di fuori di ogni controllo democratico.

Cooperazione sulla migrazione nel Corno d’Africa

Bruxelles, 9 novembre 2015

Vertice di La Valletta sulla migrazione: una prospettiva sul Corno d’Africa

Audizione pubblica organizzata da Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL – Francia) in collaborazione con Europe External Policy Advisors (EEPA)

SESSIONE
Cooperazione sulla migrazione nel Corno d’Africa

Intervento di apertura

Ringrazio Marie-Christine Vergiat per aver organizzato questa audizione e per il suo costante impegno a fianco di chi combatte per la democrazia in Eritrea e nei paesi del Corno d’Africa, e contro la logica del processo di Khartoum, e ringrazio i rappresentanti della diaspora eritrea che oggi sono con noi.

Guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti umani, calamità naturali e crimini ambientali hanno costretto due milioni di cittadini del Corno d’Africa a lasciare le proprie case, in questi primi quindici anni del Duemila. Chi non è diventato profugo interno ha cercato di raggiungere l’Europa affrontando il deserto, le bande criminali, i campi in Libia, la traversata del Mediterraneo.

Queste persone d’ora in avanti troveranno ad accoglierli i cosiddetti hotspot, voluti da Commissione e Consiglio Europeo, dove si deciderà a quale categoria appartengono: se sono profughi titolati a presentare la domanda di protezione internazionale, o se sono migranti economici da rimpatriare. Ricordo che la maggior parte dei responsabili europei si ostina a parlare di “questione immigrati”, anziché di questione rifugiati. La distorsione semantica serve a sbarazzarsi delle proprie responsabilità. Ormai sappiamo bene che la stragrande maggioranza degli arrivi in Europa è composta di rifugiati. Comunque, la frontiera fra migrante e rifugiato è più che esile.

Ogni anno ricordiamo il naufragio di Lampedusa, quando morirono 360 fuggitivi eritrei e 8 fuggitivi somali. Era il 3 ottobre 2013.

“La maniera migliore per onorare la memoria dei morti è quella di salvare i vivi”, disse a Strasburgo don Mussie Zerai – invitato in Plenaria il 29 aprile di quest’anno da me e da Marie-ChristineVergiat – a proposito dell’istituzione, il 3 ottobre, di una giornata europea per la memoria dei profughi scomparsi in mare.

Ma come vengono salvati i vivi dai governanti dell’Unione? Riducendo il soccorso in mare a Frontex e a EunavforMed, il cui compito prioritario non è ufficialmente quello della Ricerca e Soccorso in mare? Riesumando il processo di Khartoum, che – in cambio di molto denaro – consegna il governo della migrazione dall’Africa e dal Medio Oriente alle peggiori dittature, come quella di Isaias Afewerki in Eritrea e di Al Bashir in Sudan?

A luglio – quando la commissione delle Nazioni Unite presieduta dall’avvocato Mike Smith aveva da pochi giorni presentato al Consiglio per i Diritti umani un Rapporto sull’Eritrea – l’Unione Europea ha prospettato un pacchetto di 300 milioni di euro in aiuti allo sviluppo, in favore di quel paese: un regalo al regime di Afewerki. L’obiettivo dichiarato a Bruxelles: “fermare la fuga di migliaia di migranti dal paese”.

Sono rimaste inascoltate, a Bruxelles come a Roma, le proteste della diaspora e l’appello lanciato da numerosi docenti universitari, uomini di cultura, giornalisti, esuli, ex diplomatici, attivisti che denunciavano come il nuovo flusso di denaro dall’Europa avesse l’effetto di legittimare e rafforzare la dittatura che da anni combattono, proprio mentre sta attraversando una fase di grave difficoltà.

La Commissione ONU sta valutando la possibilità di portare Afewerki davanti alla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità. Ma l’Eritrea è stata invitata dal Consiglio europeo al Summit di La Valletta, l’11 e 12 novembre, e il ministro degli esteri di Afewerki – assieme al ministro degli esteri del presidente del Sudan Omar al-Bashir, accusato di crimini di guerra – siederà con gli altri leader africani.

So che una delegazione della diaspora eritrea e il coordinamento dell’Eritrea democratica saranno a Malta, in quei giorni, a far sentire la propria voce. È una voce che parla in nome nostro, che siamo orgogliosi di ospitare oggi a Bruxelles, e che vogliano continuare a rappresentare.

La Commissione faccia luce sul rimpatrio delle venti giovani nigeriane

COMUNICATO STAMPA

Barbara Spinelli e trenta eurodeputati chiedono alla Commissione europea di far luce sul rimpatrio di venti giovani donne nigeriane potenziali vittime di tratta

Bruxelles, 10 novembre 2015

Barbara Spinelli (GUE/NGL) ha presentato un’interrogazione scritta alla Commissione europea per chiedere che venga fatta luce sul rimpatrio di venti giovani donne nigeriane, potenziali vittime di tratta di esseri umani, in violazione della sospensione di rimpatrio rilasciata a loro nome dal Tribunale di Roma (Prima Sezione).

L’interrogazione è stata firmata, tra gli altri, da Claude Moraes, presidente della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento europeo, e dagli eurodeputati Elly Schlein, Ignazio Corrao, Laura Ferrara, Fabio Massimo Castaldo, Marina Albiol Guzman, Malin Björk, Marie-Christine Vergiat e Cornelia Ernst.

Il testo dell’interrogazione:

“Lo scorso 17 settembre circa venti donne nigeriane, potenziali vittime di tratta di esseri umani, sono state rimpatriate in Nigeria dall’aeroporto romano di Fiumicino. Man mano che giungeva copia delle notifiche di sospensione – emesse dal Tribunale nel mentre si svolgevano le procedure di rimpatrio e prontamente inviate alla Questura dagli avvocati e della Clinica Legale dell’Università di Roma 3 – attivisti radunati all’aeroporto chiedevano alla Polizia di Frontiera che le persone interessate venissero fatte scendere dall’aereo. Tuttavia una sola donna nigeriana cui era stata concessa dal Tribunale la sospensione dell’esecutività del rimpatrio è stata fatta sbarcare. Almeno altre due destinatarie di un ordine analogo – notificato alle 13.43 dagli avvocati alla Questura di Roma, dunque ben prima che l’aereo lasciasse il territorio italiano, alle 15.30 circa – sono state rimpatriate, contravvenendo alla pronuncia del Tribunale.

Chiediamo alla Commissione di far luce su questi recenti episodi e valutare se ciò costituisca una violazione dell’articolo 19 (2) della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, degli articoli 9 e 13 §2 della direttiva 2008/115/CE sui rimpatri e degli articoli 20 e 21 della direttiva “qualifiche” 2011/95/UE.

Barbara Spinelli, Matt Carthy, Neoklis Sylikiotis, Malin Björk, Kostandinka Kuneva, Eleonora Forenza, Patrick Le Hyaric, Luke ‘Ming’ Flanagan, Younous Omarjee, Marie-Christine Vergiat, Josep-Maria Terricabras, Jean Lambert, Beatriz Becerra, Sophie in ‘t Veld, Juan Fernando Lopez Aguilar, Claude Moraes, Jude Kirton-Darling, Julie Ward, Ana Gomes, Nessa Childers, Elly Schlein, Alessia Maria Mosca, Laura Ferrara, Fabio Massimo Castaldo, Maria Arena, Angelika Mlinar, Mary Honeyball, Ignazio Corrao, Cornelia Ernst, José Inácio Faria, Marina Albiol Guzman

Tortura in Arabia Saudita: risposta dell’Alto Rappresentante

IT

E-003382/2015

Risposta dell’alta rappresentante/vicepresidente Federica Mogherini all’interrogazione con richiesta di risposta scritta E-003382-15 del 27 febbraio 2015

(30.10.2015)

L’Alta rappresentante/vicepresidente è a conoscenza del caso di Raif Badawi. Il SEAE segue da vicino, sia a Bruxelles che localmente tramite la delegazione dell’UE a Riyadh, questo caso e quelli di altri attivisti di spicco, tra cui Abu Al-Khair.

IL SEAE, in stretto coordinamento con gli Stati membri dell’UE, ha condotto varie iniziative di sensibilizzazione, a carattere ufficiale o non, presso le autorità saudite in merito al caso di Raif Badawi. Dal canto suo, il portavoce dell’Alta rappresentante ha rilasciato una dichiarazione nella quale viene ribadita la convinzione dell’UE che le punizioni corporali siano inaccettabili e contrarie alla dignità umana, invitando le autorità saudite a sospendere la condanna pronunciata nei confronti di Raif Badawi.

L’Arabia Saudita è un partner importante per l’UE e un attore politico, economico, culturale e religioso influente nel Medio Oriente e nel mondo islamico. L’UE continuerà a impegnarsi per convincere le autorità saudite a rafforzare il dialogo con l’Unione su questioni riguardanti i diritti umani. E continuerà anche a esprimere le proprie preoccupazioni ogniqualvolta necessario, in particolare per quanto concerne il rispetto della libertà di espressione e della libertà di religione o di credo e l’aumento del numero delle condanne a morte.

Come rilevato a più riprese dal Parlamento europeo, l’UE e l’Arabia Saudita devono rafforzare il dialogo, non ridurlo. L’UE non esiterà a difendere i diritti umani e le libertà fondamentali, ma la responsabilità dell’Arabia Saudita per la promozione del cambiamento è un aspetto altrettanto importante. Il processo di riforma giudiziaria in corso è l’opportunità, per il Regno dell’Arabia Saudita, di avanzare ancora su questa strada e, per l’UE, di impegnarsi in maniera costruttiva presso la nuova leadership saudita a favore di un maggiore rispetto dei diritti individuali. L’UE e i suoi Stati membri continueranno inoltre a partecipare attivamente al follow-up della revisione periodica universale dell’ONU concernente l’Arabia Saudita condotta nel 2015.


Si veda anche

Premio Sakharov a Raif Badawi

Ecco il Parlamento che vogliamo

Il 29 ottobre a Strasburgo, il Parlamento ha adottato con 342 voti a favore e 274 contrari la “Risoluzione Moraes” sul seguito da dare alla risoluzione del Parlamento europeo del 12 marzo 2014 sulla sorveglianza elettronica di massa dei cittadini dell’Unione. È una risoluzione che svela un Parlamento più coraggioso e audace del previsto, in primis per l’invito – rivolto agli Stati membri dell’UE – a ritirare ogni imputazione penale nei confronti di Edward Snowden, a offrirgli protezione e, di conseguenza, a evitare la sua estradizione o consegna da parte di terzi. Il suo statuto di “lanciatore di allerta” (whistleblower), e dunque di difensore internazionale di diritti fondamentali della persona, viene pienamente riconosciuto. Sostengo da sempre la necessità di difendere gli informatori e ho caldeggiato di recente, con il gruppo GUE-NGL, la candidatura di Snowden al premio Sakharov (assieme ad Antoine Deltour, whistleblower nel caso Luxleaks, e a Stephanie Gibaud, che ha rivelato pratiche di evasione e riciclaggio della banca UBS AG). È il motivo per cui l’emendamento Snowden (presentato da deputati Verdi e del GUE-NGL) era cruciale per me. È passato per pochi voti: 285 i voti a favore, 281 i contrari.

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