Cinque Presidenti sul Titanic dopo il Brexit

Bruxelles, 30 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel dibattito “The Five Presidents’ Report: Reforming the Euro or deepening Austerity?”, nel corso della Conferenza “A critical response to the 5 Presidents’ Report. One year after publication” organizzata da GUE/NGL.

Relatori:

  • Dimitris Papadimoulis, Vice Presidente del Parlamento europeo e membro di ECON, GUE/NGL, Grecia
  • Engelbert Stockhammer, Kingston University, Inghilterra
  • José Castro Caldas, Coimbra University, Portogallo
  • Fabio De Masi, membro di ECON, GUE/NGL, Germania
  • Barbara Spinelli, Vice Presidente AFCO, GUE/NGL, Italia

Vorrei ringraziare gli organizzatori di questa conferenza, che ha luogo in un momento di massima crisi costituzionale dell’Unione. Nel gruppo GUE-NGL, stamattina, Cornelia Ernst (Linke) ha detto che il Brexit è un cataclisma per il Regno Unito, per l’Unione se non saprà rispondere con una reinvenzione del progetto europeo, ma anche per noi della sinistra se perderemo il contatto con la realtà provando un segreto piacere per la falsa sovranità riconquistata dagli inglesi. Condivido l’analisi. È come quando sul Titanic si intese il famoso stridio della prima fessura apertasi sulla costata de transatlantico: tutti fecero come nulla fosse – questo è “business as usual” – continuando le attività in cui erano immersi: bevendo champagne, ballando, chiudendosi in piccole identità nazionali, stendendo rapporti tecnocratici dai toni ottimisti o anche magari manifesti ideologici sulle “radici di classe” del Titanic. La fine della storia la conosciamo. È simile alla fine della Repubblica di Weimar o anche dell’impero multietnico austro-ungarico, quando bastò un colpo di pistola perché tutti i soldati della Doppia Monarchia ricominciassero trionfalmente a parlare la propria lingua e a disprezzarsi l’un l’altro, come raccontato nella Marcia di Radetzky di Joseph Roth.

Così le principali istituzioni europee all’indomani della fessura che è stata procurata dal Brexit: il Rapporto presentato dai Cinque Presidenti viene nella sostanza riproposto, anche se con qualche variante leggermente più allarmata. È quello che si evince dal Consiglio europeo di ieri, e dalla precedente dichiarazione congiunta franco-tedesca. L’idea è di profittare dell’uscita inglese per dar vita a un’Unione più stretta geograficamente, economicamente e politicamente, eventualmente con un gruppo di avanguardia che corre più veloce di altri sottogruppi o di Paesi membri di seconda o terza classe. Cosa di per sé comprensibile, se non fosse che l’Unione ristretta tende a costituirsi sul Rapporto dei Cinque Presidenti senza mutarne la sostanza e senza aver imparato alcunché da quel che è successo.

Quel che mi è stato chiesto è una visione costituzionale dell’Europa cui dobbiamo tendere, dunque anche del Rapporto dei Cinque Presidenti, e vorrei a questo punto elencare alcuni elementi di riflessione su cui, a mio parere, potremmo concentrarci:

Primo: nella lettera comune dei ministri degli Esteri di Germania e Francia si parla di un’Europa che deve darsi una governance politica – il cambiamento rispetto al Rapporto è in quest’aggettivo, “politica”, senza specificare come simile governance debba organizzarsi democraticamente. Governance non è infatti sinonimo di governo politico: è una figura volutamente oscura e “innovativa” dal punto di vista costituzionale, e presuppone l’esistenza di popoli governabili, quindi sempre un po’ sospetti e per questo ridotti a passività. L’obiettivo è una gestione oligarchica del potere che non si fa limitare da contropoteri (parlamenti, elezioni, referendum, iniziative cittadine, Corti). Non si sa quale Parlamento controllerebbe l’Unione ristretta. Allo stesso modo in cui non si sa, nel caso del Brexit, come il Parlamento europeo parteciperà, proattivamente, ai negoziati sul recesso.

Secondo: i compiti della sinistra. Non penso che essa possa oggi auspicare la rottura totale con le istituzioni europee, senza essere identificata con le estreme destre. Il sovranismo assoluto, specie se inteso come sovranità nazionale e non sovranità popolare, è una risposta che non porta lontano la sinistra e ne polverizza in maniera catastrofica il peso. La memoria storica deve divenire un suo punto di forza, in considerazione del duplice fatto che l’unificazione europea nacque nel dopoguerra proprio come lavoro sulla memoria, e che le odierne élite europee ricordano a malapena gli ultimi cinque minuti: intendo memoria di Weimar, e anche memoria dell’elemento scatenante – il peccato capitale di omissione delle istituzioni europee – che è stato il negoziato Unione-Grecia sull’ultimo memorandum di austerità. Fin dall’inizio della legislatura ho pensato che il progetto delle istituzioni comunitarie di mettere in ginocchio il primo esperimento di una sinistra pro-europea al governo – la parola d’ordine nel Consiglio e nella Commissione era “crush Greece”, come rivelò l’ex ministro del Tesoro USA Timothy Geithner, mai smentito – avrebbe precipitato future disgregazioni dell’Unione. Il Brexit è figlio del Grexit e altre disgregazioni seguiranno, a partire secondo me dall’Europa orientale. Non perché la sovranità che gli inglesi pretendono recuperare sia equiparabile dal punto di vista dei contenuti alla sovranità chiesta a suo tempo da Syriza (una buona parte della campagna inglese per il leave vuole un mercato ancora meno controllato e addirittura l’uscita del Regno Unito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo) ma perché il Grexit ha lasciato tracce profonde, e accelerato il desiderio inglese di non subire il “crushing” inflitto ai greci. L’Inghilterra è più forte della Grecia, nel momento in cui si imbarca in simili imprese.

Terzo: lo scopo dei Cinque Presidenti è la creazione di un mercato unificato, non un progetto istituzionale e costituzionale serio. Si parla ora di governance politica, è vero, ma l’obiettivo non è certo una federazione, perché in una federazione gli squilibri tra Stati non sono per definizione insormontabili come lo sono oggi. Il primato assoluto è dato alla competitività, a un respingimento sempre più massiccio dei rifugiati che arrivano in Europa, e a un “completamento dell’Unione monetaria” che non accenna in alcun modo al controllo democratico della BCE e alla sua trasformazione in prestatore di ultima istanza, come avviene appunto nelle federazioni. Draghi dice: meglio le istituzioni che le regole. Ma le istituzioni che reclama servono a sostenere meglio e più efficacemente regole che non mutano.

Quarto: nel documento franco-tedesco si insiste su un nuovo punto: l’integrazione nel campo della sicurezza e della politica militare. È un vecchio desiderio di Kohl, che Mitterrand non accolse quando nacque l’euro, ma il problema è quello di sempre. Si creano unificazioni settoriali, secondo il vecchio metodo funzionalista, nell’illusione che per questa via si andrà verso il migliore dei mondi possibili, cioè verso qualche forma di comune governo democratico. L’euro ha confermato che era non solo e non tanto un’illusione, ma piuttosto un imbroglio. E poi: chi deciderà la politica estera? Come e con quali Paesi dell’Unione diventare autonomi da una potenza americana e da vertici Nato che in Europa puntano oggi a una guerra fredda con la Russia?

Quinto punto: la democrazia. Il Rapporto propone consultazioni strette con il Parlamento europeo e i Parlamenti nazionali, ma non fissa nuove competenze e diritti, e non dice nulla sui necessari cambiamenti dei Trattati né su eventuali nuove Convenzioni, come chiesto ieri in plenaria – invano e senza appoggio del nostro gruppo – dal gruppo dei Verdi. In parallelo si potenziano istituzioni come l’Eurogruppo, che diventa il fulcro della futura governance politica: un eurogruppo che nessun Parlamento oggi controlla, che non è trasparente, che nemmeno tiene i verbali delle proprie riunioni.

In altre parole: niente di nuovo in Occidente. Continua il vecchio inganno, secondo cui a forza di cosiddette “convergenze” settoriali si arriverà a un’unione politica solidale. Non vedo come ripetere lo stesso errore possa fare il miracolo di produrre risultati diversi dal passato.

Esito del referendum nel Regno Unito

di mercoledì, Giugno 29, 2016 0 No tags Permalink

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Esito del referendum nel Regno Unito

Risoluzione del Parlamento europeo del 28 giugno 2016 sulla decisione di recedere dall’UE a seguito del referendum nel Regno Unito (2016/2800(RSP)). Il testo è stato approvato con 395 voti a favore, 200 contrari e 71 astenuti. Il seguente § 12 è stato cancellato:

“Indica che il contributo del Parlamento a questa riforma sarà basato in particolare sulle sue relazioni riguardanti il miglioramento del funzionamento dell’Unione europea sfruttando le potenzialità del trattato di Lisbona, la capacità di bilancio della zona euro, nonché la possibile evoluzione e l’adeguamento dell’attuale struttura istituzionale dell’Unione europea”

Il Parlamento europeo,

– visto l’articolo 123, paragrafo 2, del suo regolamento,

1. prende atto del desiderio dei cittadini del Regno Unito di uscire dall’UE; sottolinea che la volontà espressa dalla popolazione deve essere pienamente rispettata, procedendo non appena possibile all’applicazione dell’articolo 50 del trattato sull’Unione europea (TUE);

2. sottolinea che si tratta di un momento cruciale per l’UE e che gli interessi e le aspettative dei cittadini dell’Unione devono essere nuovamente posti al centro del dibattito; indica che è giunta l’ora di rilanciare il progetto europeo;

3. sottolinea che la volontà di una maggioranza dei cittadini del Regno Unito dovrebbe essere rispettata attraverso un’attuazione rapida e coerente della procedura di recesso;

4. sottolinea che i negoziati a norma dell’articolo 50 TUE concernenti il recesso del Regno Unito dall’UE dovranno iniziare non appena sarà stata comunicata la notifica ufficiale;

5. avverte che, al fine di prevenire incertezze negative per tutti e di tutelare l’integrità dell’Unione, la notifica a norma dell’articolo 50 TUE deve avvenire il prima possibile; si attende che il Primo ministro del Regno Unito notifichi l’esito del referendum al Consiglio europeo del 28 e 29 giugno; indica che tale notifica segnerà l’avvio della procedura di recesso;

6. ricorda che l’intesa convenuta dai capi di Stato e di governo nel febbraio 2016 subordinava la sua entrata in vigore alla decisione del Regno Unito di rimanere nell’UE; indica che tale intesa è pertanto nulla;

7. ricorda che non si potrà decidere in merito alle eventuali nuove relazioni tra il Regno Unito e l’UE prima della conclusione dell’accordo di recesso;

8. ricorda che a norma dei trattati è richiesta l’approvazione del Parlamento europeo e che tale Istituzione deve essere pienamente coinvolta in tutte le fasi delle varie procedure concernenti l’accordo di recesso e le relazioni future;

9. invita il Consiglio a designare la Commissione quale negoziatore sull’articolo 50 TUE;

10. sottolinea che le sfide attuali richiedono una riflessione sul futuro dell’UE e che è necessario riformare l’Unione migliorandola e rendendola più democratica; osserva che, sebbene alcuni Stati membri possano decidere di procedere a un’integrazione più lenta o meno approfondita, il nucleo fondamentale dell’UE deve essere rafforzato e occorre evitare le soluzioni à la carte; ritiene che la necessità di promuovere i nostri valori comuni, di creare stabilità, giustizia sociale, sostenibilità, crescita e posti di lavoro, di superare la persistente incertezza economica e sociale, di proteggere i cittadini e di far fronte alla sfida della migrazione impone, in particolare, lo sviluppo e la democratizzazione dell’Unione economica e monetaria e dello spazio di libertà, sicurezza e giustizia, nonché il rafforzamento della politica estera e di sicurezza comune; ritiene pertanto che dalle riforme debba scaturire un’Unione che sia all’altezza delle aspettative dei cittadini;

11. chiede che venga definita una tabella di marcia verso un’Unione migliore, avvalendosi appieno delle opportunità offerte dal trattato di Lisbona, da integrare con una revisione dei trattati;

12. intende realizzare cambiamenti nella propria organizzazione interna per tener conto della volontà di una maggioranza dei cittadini del Regno Unito di recedere dall’Unione europea;

13. prende atto delle dimissioni del Commissario del Regno Unito e della riassegnazione del suo portafoglio;

14. invita il Consiglio a modificare l’ordine delle sue Presidenze onde evitare che il processo di recesso pregiudichi la gestione delle attività correnti dell’Unione;

15. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio europeo, al Consiglio, alla Commissione, alla Banca centrale europea, ai parlamenti nazionali e al governo del Regno Unito.


Questa invece la proposta di risoluzione di Gabriele Zimmer, Martina Anderson e Barbara Spinelli a nome del gruppo GUE/NGL:

B8-0840/2016

Risoluzione del Parlamento europeo sull’esito del referendum nel Regno Unito

(2016/2800(RSP))

Il Parlamento europeo,

– visto l’articolo 123, paragrafo 2, del suo regolamento,

A. considerando che il popolo di uno Stato membro ha preso la decisione storica di uscire dall’Unione europea a seguito di un referendum;

B. considerando l’esito del referendum in cui il popolo britannico ha chiaramente votato a favore della Brexit; considerando altresì che le crescenti critiche nei confronti dell’UE non solo non possono essere ignorate, ma dovrebbero essere affrontate mediante un’agenda di riforma di ampia portata, che garantisca trasparenza, apertura e
democratizzazione, nonché una più forte partecipazione dei cittadini;

C. considerando che l’esito del referendum dimostra che le crescenti disuguaglianze sociali ed economiche fra gli Stati membri e in seno ad essi rappresentano una delle principali minacce alla stabilità e alla coesione dell’UE;

D. considerando che l’articolo 50 del trattato sull’Unione europea (TUE) prevede che uno Stato membro possa recedere dall’Unione;

E. considerando che l’intesa raggiunta in occasione del Consiglio europeo del febbraio 2016 tra David Cameron, a nome del governo britannico, e l’Unione europea, è ormai nulla;

1. rispetta la decisione del popolo britannico, che dovrebbe essere vista come uno stimolo a costruire un’altra Europa;

2. chiede che l’articolo 50 TUE sia immediatamente applicato;

3. ricorda che l’articolo 50 TUE prevede che il Parlamento dia la sua approvazione e chiede che tale istituzione sia coinvolta in tutte le fasi dei negoziati riguardanti l’accordo di recesso;

4. rammenta che tutte le decisioni riguardanti le relazioni future tra l’UE e il Regno Unito, dopo l’uscita di quest’ultimo, devono essere il risultato di un processo democratico e coinvolgere sia il Parlamento europeo che i parlamenti nazionali;

5. sottolinea che l’esito del referendum dimostra che è necessaria un’altra Europa, la quale dovrà essere costruita con l’accordo dei cittadini, che si aspettano decisioni concrete su questioni sociali quali l’occupazione, la trasparenza e il welfare, e il rifiuto delle misure di austerità;

6. sottolinea che l’esito del referendum e la decisione del popolo britannico dimostrano chiaramente che l’UE sta attraversando una profonda crisi, che è il risultato delle politiche neoliberali e di austerità, e dell’erosione della democrazia; ritiene pertanto che per l’UE sia giunto il momento di affrontare i problemi reali dei cittadini per il tramite di un profondo cambiamento di politica atto a soddisfare le loro aspettative;

7. ribadisce la difesa di valori quali la democrazia, la pace, la tolleranza, il progresso e la solidarietà, nonché la cooperazione fra i popoli; condanna le forze nazionaliste di destra in ascesa ed evidenzia il fatto che la via da seguire deve essere quella di un’Europa che si assume maggiori responsabilità quanto all’accoglienza dei rifugiati, anziché chiudere le proprie frontiere a coloro che fuggono guerre e conflitti;

8. osserva che i cittadini dell’Irlanda del Nord hanno scelto di rimanere nell’UE; è del parere che il governo britannico abbia perso ogni mandato a rappresentare gli interessi dei cittadini dell’Irlanda del Nord in relazione all’UE;

9. ritiene che vi sia l’esigenza democratica di tenere un referendum sull’unità irlandese, quale previsto dall’Accordo del Venerdì santo;

10. invita l’UE a continuare a sostenere il processo di pace in Irlanda;

11. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio e alla Commissione nonché ai governi e ai parlamenti degli Stati membri.

Radicalizzazioni nate in casa

Bruxelles, 22 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli (GUE/NGL) nel corso della sessione Plenaria di Bruxelles.

Punto in agenda: Prevenire la radicalizzazione che conduce all’estremismo violento e al terrorismo

  • Presenti in aula Tibor Navracsics, Commissario europeo per l’istruzione, la cultura, il multilinguismo e la gioventù, e Bert Koenders, ministro degli esteri dei Paesi Bassi, in rappresentanza del Consiglio.

In Francia come in Nord America, siamo di fronte a una mutazione del terrorismo, dunque anche della radicalizzazione. Spesso l’Isis ci mette il cappello, ma gli atti che subiamo nascono in casa: sono nostri concittadini a deciderli, soli. La scelta dell’assassino di Jo Cox di difendere le proprie idee col coltello è stoffa delle nostre città, della nostra cultura. La partecipazione politica è giudicata strumento morto, freddo. Il male violento si banalizza. «Avevo bisogno di riconoscimento», ha detto l’assassino di poliziotti a Magnanville.

Dobbiamo cercare di capire come è avvenuto questo passaggio, senza concentrarci ossessivamente su singoli fattori scatenanti: internet, le prigioni, le scuole. Ancora più deleterio è rispondere con democrazie sempre più sorvegliate, con l’islamofobia, con le guerre ad atti violenti che non sono bellici, ma legati a sradicamenti difficilmente decifrabili.

L’omicidio di Jo Cox ricorda l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando nel giugno 1914. Lo sparo contro un impero multietnico non cade dal cielo: è il risultato di decenni di diserzione politica delle élite. Se al terrorismo si risponde con la politica della paura, avendo paura dei conflitti o di internet o dello straniero, sarà il terrorismo a vincere.

Risposta della Commissione sulle trivellazioni

È giunta la risposta di Karmenu Vella a nome della Commissione all’interrogazione scritta sulle trivellazioni:

IT
P-002962/2016
Risposta di Karmenu Vella
a nome della Commissione
(14.6.2016)

La Commissione ritiene che in questa fase non vi sia una potenziale violazione del diritto ambientale dell’Unione, poiché la decisione, adottata con atto legislativo, di estendere le autorizzazioni per l’estrazione di idrocarburi entro 12 miglia nautiche dalla costa “per la durata di vita utile del giacimento” è di competenza esclusiva delle autorità nazionali.

La Commissione ritiene altresì che non vi sia alcuna violazione delle disposizioni della convenzione di Aarhus[1], in quanto gli obblighi della convenzione relativi alla partecipazione del pubblico non si applicano agli atti legislativi.

Data la modesta produzione di idrocarburi in Italia, tale misura legislativa non dovrebbe peraltro avere un impatto considerevole sulla concorrenza nei mercati internazionali degli idrocarburi. La Commissione ritiene pertanto che non vi sia in questa fase una potenziale violazione della normativa unionale in materia di concorrenza.

Infine, a norma della direttiva 94/22/CE [2] relativa alle condizioni di rilascio e di esercizio delle autorizzazioni alla prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi, l’Italia deve garantire che la durata delle autorizzazioni non superi il periodo necessario per portare a buon fine le attività per le quali esse sono state concesse. Tuttavia, le autorità competenti possono prorogare la durata delle autorizzazioni se la durata stabilita non è sufficiente per completare l’attività in questione e se l’attività è stata condotta conformemente all’autorizzazione.

[1]     http://ec.europa.eu/environment/aarhus/

[2]     GU L 164 del 30.5.1994, pag. 3.

Hotspot in Italia – galleggianti e non

di sabato, Giugno 18, 2016 0 , , , , Permalink

Bruxelles, 16 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE).

Punto in agenda: Attuazione dell’approccio basato sui “punti di crisi” in Italia

  • Presentazione a cura di Olivier Onidi, vicedirettore generale per la migrazione e l’Asilo, DG HOME, Commissione europea

Nel corso della discussione è intervenuta anche Sophie Magennis, capo dell’unità di supporto politico e giuridico dell’ufficio UNHCR per l’Europea, Bruxelles

Ringrazio il dottor Onidi per la sua presentazione. Le domande che vorrei fare sono due:

Per prima cosa vorrei chiedere, sia a lui sia al rappresentante dell’UNHCR, se non esista il rischio che gli hotspot diventino in qualche modo centri di detenzione. Una denuncia molto chiara in questo senso è venuta dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR), concernente la Grecia e gli accordi tra Unione europea e Turchia. Un rischio simile esiste anche Italia.

Il secondo punto su cui mi piacerebbe avere una risposta riguarda gli hotspot galleggianti in mare. Sono contenta delle indicazioni che vengono dalla Commissione, circa la forte limitazione dei compiti che avranno gli eventuali hotspot galleggianti, ma mi domando se anche i compiti che lei ha indicato, per esempio la pre-identificazione di migranti e rifugiati, non siano eccessivi e non vadano nella direzione, esclusiva, di accelerare i rimpatri.

Vorrei ricordare che esistono due sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro l’Italia, per l’uso che può essere fatto delle navi su cui vengono trattenuti i migranti (sentenza Hirsi Jamaa, 23 febbraio 2012, sentenza Khlaifia, 1 settembre 2015), e ricordare che solo sulla terraferma i migranti possono essere assistiti nelle loro lingue e fruire del diritto alla difesa. Tutte queste mansioni, anche se si tratta solo di pre-identificazione, sono difficili se non impossibili negli hotspot galleggianti.

Si veda anche:

Comunicato ASGI (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) del 19 maggio 2016: È illegittimo qualsiasi hotspot per identificare i migranti in mare

Versione inglese su Statewatch del 9 giugno 2016: Any hotspot to identify migrants at sea is illegal

Integrazione dei migranti e mercato del lavoro

Bruxelles, 15 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE).

Punto in agenda: Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni “Piano d’azione sull’integrazione di cittadini di paesi terzi”

  • Esposizione della Commissione

Vorrei chiedere alla Commissione quale sia il suo pensiero a proposito del rapporto sempre più complicato fra esigenze di integrazione di migranti e rifugiati, difesa del welfare, e leggi che nei vari Paesi dell’Unione regolamentano il mercato del lavoro. Chiedo questo perché molte delle paure che emergono negli Stati membri, e soprattutto nelle classi popolari, nascono dal timore di perdere diritti legati al Welfare state e di subire una sorta di competizione al ribasso tra forze lavoro, collegata all’aumento del fenomeno migratorio. Sono paure che possiamo non condividere, ma che riflettono una realtà con cui urge fare i conti.

Rivolgo questa domanda alla Commissione poiché ritengo che la regolamentazione del mercato del lavoro, e dunque le leggi sul lavoro, non siano più, di fatto, esclusiva competenza degli Stati Membri. Le riforme del mercato del lavoro, e la crescente precarizzazione che esse producono, sono richieste che provengono direttamente dalle istituzioni europee: sia nel corso del cosiddetto “semestre europeo”, sia attraverso le lettere inviate dalla Banca Centrale Europea agli Stati in difficoltà, come è avvenuto in Italia e in altri Paesi dell’Unione negli anni scorsi. Quello che nello specifico viene costantemente chiesto, in tali occasioni, sono appunto riforme del mercato del lavoro che generalmente vanno nella direzione di una precarizzazione crescente. Per questo mi rivolgo alla Commissione, sperando che la risposta non sia: “Queste scelte sono nelle mani degli Stati membri”. Perché non lo sono più.

L’Unione è ancora un luogo sicuro per i richiedenti asilo vulnerabili?

COMUNICATO STAMPA

Bruxelles, 15 giugno 2016

Barbara Spinelli ha depositato una ”interrogazione prioritaria” alla Commissione sull’attuazione da parte della Norvegia delle Direttive 2013/33/UE e 2013/32/UE che riguardano la valutazione delle richieste di asilo da parte di richiedenti vulnerabili.

«Il 9 giugno 2016 è stato portato nuovamente davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo un caso riguardante una vittima di violenza di genere», scrive la deputata del GUE/NGL. «La ricorrente è stata torturata e sottoposta a gravi violenze domestiche e di genere perché amava un uomo diverso da quello scelto dalla sua famiglia. La donna è fuggita dall’Iraq e ha raggiunto la Norvegia, dove la sua richiesta di asilo è stata respinta con una procedura che non ha tenuto in alcun conto la condizione di vulnerabilità, lo status e la necessità di esame. Poiché, ai sensi delle Direttive 2013/33/UE e 2013/32/UE, la Norvegia fa parte del Sistema Europeo Comune di Asilo (CEAS), ed essendo la richiedente stata sottoposta a gravi forme di violenza, la Norvegia aveva l’obbligo di valutare singolarmente le particolari necessità di accoglienza e di tenerne conto nell’intero corso della procedura, nonché di fornire alla richiedente un adeguato trattamento psicologico e un’interprete dello stesso sesso».
«È attualmente all’esame degli avvocati difensori», sottolinea Barbara Spinelli, «l’ipotesi di presentare richiesta d’asilo in Paesi extra-UE, perché l’Unione non sarebbe un luogo sicuro per la richiedente, alla luce delle politiche migratorie in corso di adozione».

«Quali passi», chiede la deputata europea, «intende adottare la Commissione per garantire che le richieste di asilo da parte dei richiedenti vulnerabili siano trattate in conformità alle Direttive 2013/33/UE e 2013/32/UE?»

E-democracy contro comando dall’alto nell’Unione

Bruxelles, 15 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “e-democrazia nell’Unione europea: potenziale e sfide” (Relatore Ramón Jáuregui Atondo – S&D Spagna) nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO). 

(Il dibattito in Commissione è avvenuto mercoledì mattina, prima dell’uccisione della deputata inglese Helen Jo Cox)

Punto in agenda: Esame del documento di lavoro aggiornato

Ringrazio il collega Atondo per l’eccellente lavoro che ha svolto sulla e-Democracy e sulle opportunità offerte, più generalmente, alla democrazia diretta. Lo ringrazio anche per aver incluso molti punti che avevamo presentato nella riunione dell’aprile scorso. Sinceramente mi dispiace che sia stato ridimensionato il preambolo, laddove richiamava con maggiore precisione le cause della disaffezione dei popoli e che personalmente non consideravo ideologico ma, come già dicevo nella nostra ultima discussione, una fotografia molto veritiera della realtà. La mia opinione è diversa, in proposito, da quella dell’onorevole Preda (PPE).

Proprio su questo punto inviterei il Relatore a essere ancora più esplicito e più allarmato. Siamo alla vigilia del referendum del Regno Unito sull’Unione europea e la maggior parte dei sondaggi ci segnala, da giorni, la possibile vittoria del Brexit. Penso che dobbiamo incorporare nella nostra relazione questa estrema espressione di una disaffezione cittadina che non tocca solo la Gran Bretagna e che tenderà a estendersi, con o senza Brexit, a numerosi Paesi membri. E’ la ragione per cui chiederei al relatore di salvare i ragionamenti del preambolo e di farli emergere lungo tutta risoluzione.

Comincio quindi dalla premessa. Nel documento di lavoro si parla della disillusione e indifferenza dei cittadini, dell’impressione diffusa che essi hanno “di non essere rappresentati dalla politica”, della loro tendenza al distacco e alla non partecipazione. Nella Relazione menzionerei a chiare lettere che siamo di fronte a un rigetto che colpisce il progetto europeo nella sua totalità, più ancora che le istituzioni politiche e la politica stessa in quanto tali. Un rigetto che non chiamerei indifferenza, ma collera e rifiuto. Dargli il nome di populismo equivale, secondo me, a bendarsi gli occhi.

Il rigetto ha una storia al tempo stesso sociale, economica, politica, avendo toccato l’acme ieri nei negoziati tra istituzioni europee e Grecia, oggi nella campagna referendaria sul Brexit. Le due esperienze sono più vicine di quanto si tende a pensare. Nel voto favorevole al Brexit c’è una forte anche se minoritaria corrente di pensiero democratico, cui non possiamo essere indifferenti. La questione della sovranità è posta con forza – non solo sovranità nazionale ma anche sovranità popolare – e il caso Grecia è citato da molti leader inglesi favorevoli all’uscita dall’Unione. Nella democrazia europea si è creato un divario tra “demos” e “kratos”, tra popolo e quella che viene chiamata governance, che è poi comando esercitato dall’alto, praticamente senza controlli. Questo mi sembra il punto dolente da far emergere nella risoluzione.

Passo ad alcune parti propositive, sempre avendo in mente questa premessa cruciale. All’insoddisfazione e alla collera dei cittadini, le istituzioni europee reagiscono come se non fossero interpellate. Per questo insisterei sulla formidabile inadeguatezza mostrata dalla Commissione in tanti suoi comportamenti e, in particolare, nella risposta data al Parlamento in merito alla Risoluzione sull’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE). Cito un solo passaggio della risposta in questione: “La Commissione considera che a soli tre anni dalla sua entrata in vigore, sia ancora troppo presto per promuovere una revisione legislativa del regolamento”. Una frase che rivela la sordità della politica e delle istituzioni di fronte alle istanze avanzate dai cittadini attraverso strumenti di democrazia diretta. Quel che la Commissione dice nella sostanza è: “È ancora troppo presto per ascoltare la voce dei cittadini”, dunque per democratizzare l’Unione.

Ancora, entrando nel merito delle proposte e riferendomi al capitolo su “La possibile rotta da seguire”, mi limito per il momento – e in attesa di presentare miei emendamenti – a sottolineare un punto. Quando si dice che la tecnologia digitale potrebbe aiutare a “migliorare la governance nel processo decisionale”, consiglierei al Relatore di non fermarsi qui. Considerata la crisi e il deficit democratico dell’Unione, l’obiettivo non deve essere l’accresciuta efficacia della governance ma, in primo luogo, una partecipazione cittadina che non sia solo un enunciato performativo ma diventi realtà. Altro obiettivo da perseguire: una vera trasparenza delle decisioni comunitarie, che dia ai cittadini il senso di non essere aggirati e lasciati all’oscuro dalle istituzioni europee. E’ il motivo tra l’altro per cui, fin dal 20 aprile, ho insistito sul fatto che la e-Democracy deve essere un processo, non un’esperienza che si riduce al punto terminale rappresentato dal voto.

In conclusione, è la costruzione europea che deve a mio parere trasformarsi, e questa Relazione è una buona occasione per dirlo. Oggi, questa costruzione europea è percepita come un esercizio di potere top-down. Dovrà ripartire dalla sovranità cittadina e dai popoli, e inaugurare nuove pratiche bottom-up. Altrimenti il dramma vissuto ieri sul Grexit e oggi sul Brexit saranno l’inizio della fine del progetto europeo.

I piani 2.0 di Renzi e Orbán e la nuova proposta della Commissione

Strasburgo, 7 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Riunione del Gruppo GUE/NGL –

Accordo Renzi-Orbán su “Migration Compact”

Dibattito straordinario sulla nuova proposta della Commissione

Trascrizione

Il piano della Commissione nasce da una fusione molto singolare e poco rassicurante tra due programmi, ambedue esibiti con il moderno, allettante attributo di 2.0: uno del Presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi,  l’altro del Presidente ungherese Viktor Orbán. Il primo si chiama “Migration Compact 2.0” , il secondo “Schengen 2.0”. Grosso modo dicono la stessa cosa, specie sui punti concernenti il controllo delle frontiere, il rimpatrio dei rifugiati nei Paesi d’origine o di transito, l’esternalizzazione delle politiche d’asilo.

Il modello cui ambedue si ispirano è l’accordo sottoscritto tra Unione Europea e Turchia, che, come abbiamo avuto modo di constatare nuovamente oggi nel corso della discussione tenutasi in sessione plenaria, la Commissione considera non solo un ottimo esempio, ma, soprattutto, un esempio di grande successo. Sia l’Alto Rappresentante Federica Mogherini che il Vice Presidente Timmermans l’hanno presentato come uno strumento che ha permesso di ridurre drasticamente i morti in mare, nonché di “smantellare il modello degli smuggler”. Una controverità, visto che si continua a morire in mare: non più nell’Egeo ma di certo nel Mediterraneo centrale.

A mio avviso, un’ulteriore ispirazione è il modello australiano di gestione dei migranti e rifugiati. Penso alla proposta di hotspot galleggianti, e all’esternalizzazione sistematica della politica di asilo.

Cosa propone il Migration Compact della Commissione? Riproducendo per l’appunto l’esperienza che si sta facendo con la Turchia, prospetta una serie di accordi di rimpatrio con 16 Paesi africani, cui si promettono vasti aiuti allo sviluppo e cooperazione. Un’iniziativa che sarebbe senz’altro positiva, se non fosse per due aspetti altamente pericolosi. Primo, gli aiuti vengono offerti a Paesi evidentemente dittatoriali o altamente instabili, come l’Eritrea, il Sudan o la Libia. Secondo, sono fondati su uno scambio indecente. Cooperazione economica e aiuto allo sviluppo cambiano infatti natura e diventano una sorta di “regalo”, dato in cambio di quella che viene esplicitata dall’Unione come priorità europea assoluta: il controllo delle frontiere e il blocco di chiunque voglia fuggire da quei paesi in direzione del nostro continente. I rifugiati già oggi sono maggioritariamente concentrati in Africa: che non si azzardino ad avvicinarsi all’Europa! Per questo gli accordi hanno aspetti vergognosi, essendo lesivi di diritti fondamentali come il diritto a lasciare i proprio paese e a sottoporre in Europa o altrove le proprie richieste di asilo.

Per concludere, vorrei sollevare alcune questioni che si pongono per il nostro gruppo. A mio avviso, dobbiamo avversare tale piano e continuare le battaglie critiche che da tempo stiamo conducendo contro accordi di questa natura (i cosiddetti processi di Rabat e di Khartoum).

Emerge inoltre un problema di narrativa – è la parola usata oggi da Federica Mogherini  – che è apparso con tutta evidenza nel corso della sessione odierna della plenaria. Quando ho fatto presente che comunque continuiamo ad assistere a naufragi e morti in mare (1000 nel solo mese di maggio), l’Alto Rappresentante ha replicato che non sono più i siriani a morire: cosa che non avevo affatto affermato nel mio intervento. Strana risposta: come se i morti eritrei o afghani o di altri Paesi avessero d’improvviso meno dignità. Sono paradossi, questi, che dobbiamo sempre evidenziare.

La questione della narrativa si pone, inoltre, sul tema dell’aiuto allo sviluppo. In quanto gruppo, tendiamo ormai essere presentati come contrari agli aiuti allo sviluppo, mentre ci siamo sempre dichiarati favorevoli ad essi. Si tratta dunque di spiegare esattamente quel che vogliamo: un diverso modello di aiuto allo sviluppo, che non sia ricattatorio e in cui i Fondi europei per la Cooperazione non vengano sviati verso la gestione e il controllo delle frontiere. E’ oltretutto un modello che va rivisto radicalmente, perché nei decenni ha profondamente distrutto le economie di molti Paesi africani: ha intensificato forme di sfruttamento, a cominciare dai danni inflitti dal crescente accaparramento delle terre africane (land grabbing) da parte delle imprese occidentali.

Si veda anche:

Quanto c’è di marcio nel Migration compact 2.0 di Renzi

La versione inglese dell’articolo è apparsa su openDemocracy: Something rotten in the Migration Compact 2.0 of Matteo Renzi?

Il Governo italiano pensa di avere le mani pulite come Lady Macbeth

COMUNICATO STAMPA

Strasburgo, 7 giugno 2016

Barbara Spinelli (GUE/NGL) ha preso la parola durante la seduta plenaria del Parlamento europeo che si è tenuta questo pomeriggio a Strasburgo, a seguito delle comunicazioni della Commissione “Sull’attuazione degli aspetti esterni dell’agenda europea sulla migrazione: verso un nuovo Migration compact”, fatte dal vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans e dall’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione Federica Mogherini.

«Nel Migration compact citate ben sei volte i diritti fondamentali», ha detto Barbara Spinelli, «ma l’intera vostra proposta li contraddice, li mischia a controverità, è espulsione mal mascherata.

Dite che l’accordo con la Turchia ha salvato vite, ma i morti semplicemente si spostano: sono mille, a maggio, nel Mediterraneo centrale. Dite che bisogna aiutare i fuggitivi nei loro Paesi, annunciate piani di aiuto a sedici Paesi africani, ma condizionate ogni cooperazione economica ai rimpatri e al controllo delle frontiere. L’aiuto promesso è un diktat: o relegate i profughi in vostri campi-prigioni, o niente aiuti! Chi subisce guerre non lasci la Siria, lo Yemen, la Libia, l’Afghanistan. Non si azzardi più a fuggire le dittature in Sudan, Eritrea: Stati cui l’Unione prospetta accordi munifici come quello con la Turchia».

«Voi dite: i fuggitivi devono divenire “più resilienti, autosufficienti”, restando nei paesi d’origine o di transito. Mi chiedo se sappiate di cosa parlate, quando psicologizzate  sfacciatamente sulla resilienza.

Chi ha inventato tutto questo – e accuso il governo italiano in primis – pensa di avere le mani pulite e il cuore bianco, come Lady Macbeth prima di accorgersi di quel che ha fatto. Le ha sporche di violazioni sistematiche del diritto internazionale, e di un accordo vergognoso con la Turchia. Signor Timmermans, Signora Mogherini: state facendo già ora le politiche chieste in Europa dalle destre più estreme».