Rapporto sulla situazione nel Mediterraneo: raccomandazioni di voto per il gruppo

Strasburgo, 11 aprile 2016

Intervento di Barbara Spinelli (GUE/NGL) durante la riunione del gruppo politico GUE/NGL per presentare il rapporto sulla situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione e le sue raccomandazioni di voto per il gruppo. La risoluzione sarà votata dal Parlamento Europeo il 12 aprile durante la seduta plenaria.

Il negoziato che si conclude in questi giorni è durato quasi un anno e mezzo, ed è stato difficile a causa del patto Popolari-Socialisti, i due gruppi cui appartengono i co-relatori. Avevo inizialmente pensato di consigliare il voto favorevole al rapporto, considerando rilevanti alcuni punti senz’altro positivi. Penso alla richiesta di azioni umanitarie europee di ricerca e soccorso, slegate da Frontex; al riconoscimento reciproco delle decisioni nazionali di asilo; alla protezione temporanea che contempla – è una novità – l’apertura di corridoi umanitari in cooperazione con l’UNHCR.

Da mesi, tuttavia, le politiche dell’Unione vanno in tutt’altra direzione e assistiamo a un degrado senza precedenti, di cui il rapporto non tiene completamente conto. Siamo di fronte a un accumulo di scelte, della Commissione e del Consiglio, che sanciscono al tempo stesso la chiusura delle frontiere come conditio sine qua non della sopravvivenza di Schengen e un’indifferenza di natura criminosa verso la sorte dei rifugiati.

La più decisiva di queste scelte è l’accordo con la Turchia. Un accordo che viola le Costituzioni nazionali, la Carta dei diritti fondamentali, la Convenzione di Ginevra. Non è escluso che sarà giudicato illegale dalle Corti europee. I colleghi della Commissione Libertà Pubbliche hanno potuto constatare di persona la sorda indifferenza della Commissione, quando interpellata in proposito. È il punto decisivo e discriminante, a mio parere: se passa l’emendamento di condanna presentato dal nostro gruppo, il rapporto potrebbe salvarsi.

Altri elementi del degrado europeo, accanto all’accordo con la Turchia: la chiusura della rotta balcanica – assieme alle violenze che persistono a Idomeni – i muri che si moltiplicano dentro l’Unione, gli hotspot dove i rifugiati tendono a esser imprigionati e maltrattati (a Lampedusa e Grecia), la lista di Paesi terzi sicuri, l’estensione dei poteri autonomi dell’agenzia Frontex (ridenominata Guardia Costiera), che affiancata a Eunavfor Med ottiene piena giurisdizione nei rimpatri, nei rapporti con i Paesi terzi, nella lotta al terrorismo: cioè in politica interna e anche estera.

Il rapporto Kyenge-Metsola avalla questo degrado, affermando alcuni diritti in maniera inedita ma omettendo di esaminare sia il passato (le guerre all’origine delle fughe, di cui siamo in gran parte responsabili) sia il presente e il futuro alla luce delle odierne politiche europee. La strategia del damage control che ho cercato di attuare come relatore ombra ha i suoi limiti. Un primo colpo l’ho ricevuto quando il lavoro che avevo fatto sugli emendamenti è stato annientato (168 correzioni elaborate con 25 Ong e esperti, buttate nel cestino con la scusa che il rapporto andava protetto da emendamenti dell’estrema destra).

Oggi, se rileggo il rapporto devo constatare che alcuni danni sono stati con nostro contributo limitati, e per questo non raccomanderei un No netto. Ma se alcuni nostri forti emendamenti non passano (sulla Turchia in primis, il che vuol dire in sostanza: sul non-refoulement), mi sento di raccomandare almeno l’astensione.

An Alternative Media Landscape for Europe

di venerdì, Aprile 8, 2016 0 No tags Permalink

Bruxelles, 7 aprile 2016

Barbara Spinelli (GUE/NGL) ha preso la parola durante la Conferenza “An Alternative Media Landscape for Europe”, 7 aprile 2016.

Presenti i deputati Curzio Maltese, Stelios Kouloglou e Miguel Urban Crespo.

Tra gli ospiti Gad Lerner, Julian Assange (in video-conferenza), Giovanni Melogli (International Alliance of Journalists) e Panagiotis Konstantinou.

Desidero aggiungere un commento a proposito dei rapporti incestuosi tra politici e media. Non paragonerei questo rapporto a quello tra dei e semidei, perché oggi l’incesto non produce la tragedia di cui ha parlato Panagiotis Konstantinou: la tragedia antica era in qualche modo il “giornale” che narrava i conflitti della pòlis, e costituirebbe il modello da ritrovare oggi. Ciò che mi ha colpito di più negli attentati del 22 marzo – e prima ancora negli attentati di Parigi – è il buco nero dell’informazione su ciò che accade nelle nostre città. Non sapevamo nulla della situazione di Molenbeek, attraverso inchieste giornalistiche o reportage. Abbiamo scoperto Molenbeek dopo gli attentati di Parigi e in particolar modo dopo il 22 marzo a Bruxelles. Eppure è un quartiere importante dal punto di vista della radicalizzazione fin dal 2001, quando da qui partirono i terroristi che avevano preparato l’attentato mortale contro Ahmad Shah Massoud in Afghanistan e poi l’attentato di Madrid del 2004.

Quelle inchieste potevano (e dovevano) essere fatte da molto tempo. Lo stesso vale per la Francia, un paese nel quale si moltiplicano i più svariati luoghi comuni sulla radicalizzazione violenta, come quello che vede nelle banlieue un vespaio di jihadisti. Le inchieste statistiche raccontano un’altra storia. La radicalizzazione non avviene prioritariamente nelle classi popolari e nelle banlieue. Avviene nei ceti medi e anche in quelli superiori: in altre parole, in ceti che si sentono inaspettatamente colpiti e minacciati dalle politiche dell’austerità.

Sono favorevole alla proposta di Gad Lerner di un aiuto pubblico per l’informazione e a questo proposito vorrei ricordare, dato che viviamo una crisi simile, cosa fu il piano Roosevelt negli anni ’30. Il compito che Roosevelt volle affrontare – misure economiche a parte – era, nella sostanza: “Dobbiamo conoscere l’America che non conosciamo”. Penso che anche oggi il compito debba essere quello di conoscere il nostro paese, le nostre città.

Il nostro problema non è solo la mancanza di reporter giornalistici nelle zone di guerra, visto che non abbiamo nemmeno i reporter che svolgano inchieste approfondite su quel che succede in casa nostra. Per far fronte ai discorsi xenofobi dominanti, occorre fare della vera controinformazione e opporre dati, conoscenze, spiegazioni, ai luoghi comuni sullo straniero sospettato di stravolgere la cultura europea.

La Turchia non è uno Stato terzo sicuro: chiedo che l’accordo UE-Turchia sia sospeso

COMUNICATO STAMPA

Barbara Spinelli: «Chiedo che l’accordo UE-Turchia sia sospeso, prima che siano la Corte di Giustizia e la Corte europea dei Diritti dell’Uomo a farlo»

Bruxelles, 7 aprile 2016

Barbara Spinelli (GUE/NGL) ha preso la parola durante la riunione della Commissione Parlamentare Libertà, Giustizia e Affari Interni del Parlamento europeo dedicata all’implementazione dell’accordo UE-Turchia, alla presenza del coordinatore per la Commissione europea Maarten Verwey.

«Secondo un’analisi legale dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati del 10 marzo, il trasferimento dei richiedenti asilo da uno Stato europeo a uno Stato extra-europeo deve rispettare una serie di garanzie minime.

È essenziale anzitutto che lo Stato ricevente si assuma la responsabilità di fornire ai richiedenti asilo l’accesso al sistema di asilo, accogliendoli e permettendo loro di registrare le domande di protezione.

Lo Stato ricevente deve valutare le richieste di asilo nel merito, seguendo una procedura equa, e deve proteggere i richiedenti asilo dal refoulement, come previsto da 65 anni dalla Convenzione di Ginevra, giacché i rifugiati non devono essere ri-deportati nelle zone di guerra dalle quali sono fuggiti.

Se ai richiedenti viene riconosciuto lo status di rifugiato, lo Stato ricevente deve assicurarsi che essi possano godere di protezione in conformità a garanzie e standard internazionali.

«Attualmente nessuna di queste garanzie è rispettata dalla Turchia, per cui chiedo che l’accordo sia sospeso, prima che siano la Corte di Giustizia e la Corte europea dei Diritti dell’Uomo a darmi ragione e a eliminare questa vergogna. Lo chiedono 90 associazioni europee che si occupano dei rifugiati. La Turchia non è uno Stato Terzo Sicuro.

«Voglio infine porre una domanda di fondo al rappresentante della Commissione, Sig. Maarten Verwey: quel che chiedo, è di uscire dall’autocompiacimento che mostrate in merito all’accordo UE-Turchia. Quando parlate di cifre sui rimpatri, vi prego di menzionare le centinaia di rifugiati (in realtà sono più di un migliaio, negli ultimi 7-8 mesi) che il governo turco ha respinto in Siria, violando leggi nazionali, europee e internazionali, e di tenere a mente che tra questi respinti ci sono anche bambini, rispediti in zone di guerra senza i familiari, completamente soli».

Compatibilità della creazione e della gestione dei punti di crisi (hotspot) con il diritto dell’UE

di sabato, Aprile 2, 2016 0 No tags Permalink

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-015297/2015/riv.1 alla Commissione

Articolo 130 del regolamento

Barbara Spinelli (GUE/NGL), Philippe Lamberts (Verts/ALE), Michèle Rivasi (Verts/ALE), Yannick Jadot (Verts/ALE), Pascal Durand (Verts/ALE), Eva Joly (Verts/ALE), José Bové (Verts/ALE), Karima Delli (Verts/ALE), Igor Šoltes (Verts/ALE), Eleonora Forenza (GUE/NGL), Merja Kyllönen (GUE/NGL), Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL), Malin Björk (GUE/NGL), Josu Juaristi Abaunz (GUE/NGL), Takis Hadjigeorgiou (GUE/NGL), Julie Ward (S&D), Liisa Jaakonsaari (S&D), José Inácio Faria (ALDE), Neoklis Sylikiotis (GUE/NGL), Sofia Sakorafa (GUE/NGL), Kostadinka Kuneva (GUE/NGL) e Patrick Le Hyaric (GUE/NGL)

Oggetto: Compatibilità della creazione e della gestione dei punti di crisi (hotspot) con il diritto dell’UE

Da settembre, nel punto di crisi attivato a Lampedusa, le autorità pubbliche hanno adottato nuove pratiche illegali che violano i diritti dei migranti e dei richiedenti asilo. I migranti sono frettolosamente “interrogati” e viene loro fornito un modulo inadeguato relativamente alle procedure di asilo.

Nei confronti di molti migranti vengono, quindi, adottate decisioni di rimpatrio, senza che essi abbiano una reale opportunità di presentare domanda di asilo a norma delle direttive 2011/95/UE e 2013/32/UE. In seguito all’adozione delle decisioni di rimpatrio, i migranti sono costretti ad abbandonare i centri, ricevendo solamente un ordine di espulsione che li costringe a lasciare il paese entro sette giorni, tramite l’aeroporto di Fiumicino.

Secondo la direttiva 2013/32/UE, i migranti tenuti in centri di trattenimento devono ricevere informazioni in merito alla procedura di asilo (articolo 8) e le persone che hanno espresso l’intenzione di presentare domanda di asilo sono richiedenti protezione internazionale e dovrebbero godere dei diritti previsti dalle direttive 2013/32/UE e 2013/33/UE (considerando 27).

Le pratiche summenzionate, che non garantiscono in misura sufficiente la salvaguardia dei diritti umani poiché non tengono conto delle circostanze individuali di ogni singolo caso, costituiscono una violazione dell’articolo 19 della Carta dell’UE, nonché della giurisprudenza consolidata della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Intende la Commissione indagare sulla gestione dei punti di crisi in Italia e sulla compatibilità dell’approccio basato sui punti di crisi con il diritto dell’UE?


 

IT

E-015297/2015

Risposta di Dimitris Avramopoulos a nome della Commissione

(1.4.2016)

La Commissione ritiene che il sistema dei punti di crisi (hotspot), elaborato nell’ambito dell’agenda europea sulla migrazione quale elemento dell’azione immediata per aiutare gli Stati membri in prima linea che sono sottoposti a pressioni migratorie sproporzionate alle frontiere esterne dell’UE, è del tutto compatibile con l’acquis dell’UE e, in modo particolare, con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e la normativa UE in materia di asilo.

L’attuazione del sistema dei punti di crisi in un dato Stato membro ricade principalmente nella sfera di competenza dello Stato membro stesso. Per quanto riguarda l’attuazione di tale sistema in Italia, le informazioni che le autorità italiane hanno fornite a oggi alla Commissione sulla gestione dei punti di crisi attualmente operativi nel paese (Lampedusa, Pozzallo, Trapani) non danno adito a particolari preoccupazioni circa le disposizioni della direttiva 2013/32/UE.

La Commissione continuerà a fornire assistenza, in particolare tramite le sue agenzie, agli Stati membri sul cui territorio sono stabiliti i punti di crisi. La Commissione sta monitorando il rispetto dell’acquis dell’UE da parte di tutti gli Stati membri e, se necessario, può avviare procedimenti di infrazione.

La Commissione ha presentato relazioni periodiche riguardanti la situazione attuale dei punti di crisi in Italia e Grecia [1].

[1]     COM(2015) 490 final, COM(2015) 510 final, COM(2015) 678 final, COM(2015) 679 final, COM(2016) 85 final.

La Commissione Libertà, Giustizia e Affari Interni vota a favore del rapporto sull’immigrazione nel Mediterraneo

Il 16 marzo, la Commissione Libertà, Giustizia e Affari Interni (LIBE) del Parlamento Europeo riunita a Bruxelles ha adottato la relazione d’iniziativa sulla situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione. La risoluzione sarà ridiscussa e votata dal Parlamento Europeo durante la seduta plenaria di aprile.

Co-relatrici: Cécile Kyenge (Partito Socialista) e Roberta Metsola (Partito Popolare Europeo)

Relatore ombra per il gruppo GUE/NGL: Barbara Spinelli

 Dopo il voto, Barbara Spinelli ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Oggi la Commissione LIBE ha adottato la relazione sulla situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione.

Il rapporto presenta notevoli punti positivi, soprattutto per quanto riguarda la necessità di riconoscere vie legali e sicure di accesso al territorio dell’Unione e la creazione di un sistema europeo di ricerca e salvataggio in mare.

Deploro, ciononostante, il processo decisionale che ha portato al voto di questo rapporto. Il rapporto è stato assegnato più di un anno fa a due relatrici – Cécile Kyenge (Partito Socialista) e Roberta Metsola (Partito Popolare Europeo) – e tale procedura, che affida la guida dei rapporti parlamentari ai due maggiori gruppi del Parlamento, non è mai di buon auspicio. L’esperienza insegna che, poiché i due gruppi politici formano da soli una maggioranza solida in Parlamento, l’opinione degli altri gruppi è messa in disparte e il pluralismo viene aggirato. Nel caso in specie e per volontà congiunta dei Socialisti e dei Popolari, i nostri 168 emendamenti, scritti con l’appoggio di numerosi accademici, associazioni della società civile e ONG, non sono stati sottoposti al voto. È il motivo per cui solo alcuni di essi sono stati incorporati negli emendamenti di compromesso votati oggi. Quel che deploro, è che l’insieme delle nostre controproposte non abbia trovato spazio né visibilità nei testi di compromesso.

Se alla fine una parte dei nostri emendamenti è stata inclusa, dopo difficili e lunghi negoziati, lo si deve alla tenacia con cui il Gue, i Verdi, l’Alde, i Cinque Stelle si sono battuti per incorporare alcuni punti importanti negli emendamenti di compromesso come:

– la necessità di prevedere misure di accoglienza, sostegno e opportunità di integrazione a migranti, richiedenti asilo e rifugiati;

– l’esortazione agli Stati membri a introdurre specifiche procedure per la determinazione dell’apolidia e a condividere pratiche di eccellenza (best practices);

– il richiamo al fatto che sia il diritto internazionale sia la Carta dei diritti fondamentali dell’UE impongono agli Stati membri di esaminare opzioni alternative alla detenzione;

– la critica forte del sistema di Dublino, e la richiesta, fatta alla Commissione e agli Stati membri, di superarne le rigidità e di diminuire il peso che grava sugli Stati di prima accoglienza (essenzialmente Grecia e Italia);

– la menzione delle cause profonde della fuga dei migranti: guerre, povertà, corruzione, fame, pulizie etniche, disastri naturali e cambiamento climatico;

Il rapporto presenta tuttavia alcune debolezze a mio parere gravi. Sono passate malgrado il voto negativo del mio gruppo paragrafi a favore del piano d’azione comune UE-Turchia, da me radicalmente criticato; disposizioni a favore di rimpatri e accordi di riammissione con Stati Terzi (processo di Khartoum); e una serie di capitoli sul rafforzamento dei controlli delle frontiere esterne di Schengen (criticabile è il nesso stretto stabilito con le frontiere interne), sulla proposta di una lista europea di Stati di origine sicuri e sulla creazione di una Guardia Costiera europea.

Le sezioni riguardanti il ricongiungimento familiare potevano e avrebbero dovuto essere ulteriormente rafforzate, favorendo il ricongiungimento di membri di famiglie allargate ed eliminando le restrizioni (burocratiche, pecuniarie) che intralciano il ricongiungimento intra e extra-europeo di moltissime famiglie. Infine, ed è una mancanza a mio parere cruciale, il rapporto non riconosce il ruolo svolto dagli interventi militari occidentali nella grave destabilizzazione degli Stati di origine o di transito di tanti rifugiati che arrivano in Europa.

Altra nostra domanda che non è stata accolta: la definizione di uno statuto giuridico – tuttora assente nel diritto internazionale – per i rifugiati ambientali.

Esaminando i punti positivi e quelli negativi del testo, ho tuttavia consigliato ai miei colleghi, nel mio ruolo di relatore ombra per il gruppo GUE/NGL,  di dare all’insieme del rapporto un voto positivo, pur raccomandando il voto negativo su una ventina di paragrafi di compromesso».

Allegati:

– Gli emendamenti presentati da Barbara Spinelli al rapporto (file .pdf)

– La bozza del rapporto sull’immigrazione nel Mediterraneo (file .doc)

Enhancing the democratic dimension of the European elections and reinforcing Union Citizenship

di mercoledì, Marzo 16, 2016 0 No tags Permalink

Bruxelles, 15 marzo 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso dell’Audizione pubblica organizzata congiuntamente dalla Commissione europea (DG Giustizia e Consumatori) e dal Parlamento europeo (Commissioni Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE), Petizioni (PETI), Affari Costituzionali (AFCO), Giuridica(JURI)) “Union Citizenship in Practice – Our common values, rights and democratic participation”. 

Part II: Fostering democratic participation and Union citizenship

Panel 3: Enhancing the democratic dimension of the European elections and reinforcing Union Citizenship

Moderatore:

  • Danuta Hübner, Presidente della Commissione Affari Costituzionali

Oratori:

  • Jo Leinen, MEP (S&D – Germania)
  • Ramon Jauregui Atondo, MEP (S&D – Spagna)
  • Gyorgy Schöpflin, MEP (PPE – Ungheria)
  • Paul Nemitz, Direttore della Direzione per i Diritti Fondamentali e la Cittadinanza dell’Unione, DG Giustizia e Consumatori, Commissione europea
  • Andrew Duff , Visiting Fellow, European Policy Centre
  • Yves Bertoncini, Direttore del Jacques Delors Institute
  • Carmen Preising, Capo Unità, Programma di lavoro e consultazione delle parti interessate, Segretariato Generale, Commissione europea
  • Ida Birkvad Sorensen, Membro del Consiglio, European Youth Forum
  • Adrijana Kos, autrice di petizione al Parlamento europeo

Vorrei riagganciarmi al tema della crisi della democrazia di cui si è parlato nel corso di questo panel. A mio avviso, vale la pena riflettere sul significato che possiamo trarre dall’avanzata, in questo momento, di movimenti critici dell’Europa, compresi i movimenti caratterizzati da un forte nazionalismo, spesso molto xenofobi. Questi movimenti ci dicono innanzitutto che la forma partito è superata, che si stanno formando nuove forme di partecipazione. Ci dicono, inoltre, che la loro presenza riduce notevolmente l’astensionismo – come si è visto in Germania nell’elezione dei Länder dello scorso weekend – e che siamo di fronte a una ripoliticizzazione della società. Si tratta di un fenomeno molto interessante.

Non sono d’accordo con l’idea, espressa dal Dott. Bertoncini, che l’astensionismo alle elezioni europee non sia un problema di cui ci si debba preoccupare. Kratos e partecipazione elettorale alta non devono finire col rappresentare due concetti ineluttabilmente e forse provvidenzialmente separati: altrimenti avremmo solo il kratos e non il dèmos. E sappiamo che è proprio lì dove c’è solo kratos che emerge la crisi della democrazia.

La conseguenza che traggo da tutto ciò è che forme transnazionali di partecipazione, come quelle proposte dal Dott. Duff, sono importanti. È soprattutto importante stabilire quali possano essere i grandi temi su cui modellare una formazione politica transnazionale. Non credo sia sufficiente dare più sovvenzioni pubbliche ai partiti esistenti o limitarsi a candidare qualche rappresentante transnazionale in liste nazionali; la crisi è troppo profonda per essere risolta con marginali espedienti tecnici.

 

E-Democracy in the European Union: potential and challenges

di martedì, Marzo 15, 2016 0 No tags Permalink

Bruxelles, 14 marzo 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso dell’Audizione pubblica organizzata dalla Commissione Affari Costituzionali (AFCO) su “E-Democracy in the European Union: potential and challenges”. 

Presentazione dell’Audizione:

  • Danuta Hübner, Presidente della Commissione Affari Costituzionali

Oratori:

  • Roberto Viola, Direttore Generale, DG CNECT, Commissione europea
  • Ramón Jáuregui Atondo (S&D – Spagna), Relatore per il Parlamento europeo della Relazione su “e-Democracy in the European Union: potential and challenges”
  • Rafał Trzaskowski, Ex Ministro polacco per l’Amministrazione e la Digitalizzazione, Ex parlamentare europeo
  • Elena García Guitián, Professoressa di scienze politiche e amministrazione all’Università autonoma di Madrid
  • Stefano Rodotà, Professore Emerito di Diritto all’Univerità di Roma “La Sapienza” ed Ex Presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali (Assente)
  • Alexander Trechsel, Professore di scienze politiche e Presidente del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’European University Institute (Presentazione dello studio provvisorio “Potential and challenges of e-Voting in the European Union”)
  • Elisa Lironi, Coordinatrice Digital Democracy, European Citizen Action Service (ECAS) (Presentazione dello studio provvisorio “Potential and challenges of e-Participation in the European Union”)
  • Jo Shaw, Senior Expert di Milieu Limited (Presentazione dello studio provvisorio “The legal and political context for setting up a European Identity Document”)

Nel corso dell’Audizione Barbara Spinelli ha letto un estratto della presentazione inviata dal Prof. Stefano Rodotà, non presente all’incontro. 

Vorrei porre una domanda partendo dalle considerazioni avanzate dal Prof. Rodotà. Se l’analisi sull’e-Democracy si attesta solamente sul “punto terminale del processo democratico”, cioè sul momento decisionale (voto o referendum che sia), si rischia di non scorgerne tutte le potenzialità e di avallare – di fatto – gli attuali squilibri di potere.

Taluni dei presenti in sala hanno messo in evidenza il potenziale rischio di “cattura” dei rappresentanti da parte dei rappresentati alla luce di un dialogo più diretto tra elettori ed eletti, soprattutto da parte di gruppi più attivi sui nuovi strumenti di comunicazione. Personalmente non vedo in questo un particolare pericolo; non ho nulla in contrario a essere un po’ “catturata” da parte dei rappresentati, alla luce della crisi della rappresentanza che caratterizza le democrazie odierne. È una scossa di cui queste ultime hanno oggi bisogno.

Piuttosto, il rischio reale è quello di circoscrivere l’esame della e-Democracy al solo anello finale della catena decisionale, rendendola di fatto meno trasformativa di quanto vorremmo.  Se i cittadini vengono semplicemente chiamati ad avvallare, attraverso un voto in rete, quesiti o proposte provenienti dall’alto, nulla cambia rispetto alla situazione precedente. Si tratta sempre e comunque di una forma di democrazia top-down in cui il “nuovo formato” e-Democracy non fa altro che perpetuare e rafforzare una governance di tipo oligarchico.

Sono questi i dubbi sui quali mi piacerebbe avere un parere non solo dagli oratori ma anche da parte dei rappresentanti, presenti in questa Commissione, di un gruppo che lavora in maniera costante con queste nuove tecnologie, ovvero il Movimento 5 Stelle.

A Erdogan date tutto, e cosa otterrete?

Strasburgo, 9 marzo 2016

Barbara Spinelli (GUE/NGL) ha preso la parola nella sessione plenaria del Parlamento europeo dedicata alla Preparazione della riunione del Consiglio europeo del 17 e 18 marzo 2016 ed esito del vertice UE-Turchia, intervenendo dopo le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione.

Punto in agenda:

Preparazione della riunione del Consiglio europeo del 17 e 18 marzo 2016 ed esito del vertice UE-Turchia

  • In rappresentanza della Presidenza del Consiglio: Jeanine Hennis-Plasschaert, ministro della difesa olandese
  • In rappresentanza della Commissione europea: Valdis Dombrovskis, Vice-Presidente e Commissario per l’euro e il dialogo sociale

Intervento di Barbara Spinelli:

Vorrei ricordare alcune parole dette recentemente dal Presidente Tusk. Ai fuggiaschi ha detto, il 3 marzo: “Non venite in Europa! It’s all for nothing”. Come se avessero scelta quando scappano. E ieri ha detto: “Son finiti i giorni della migrazione irregolare in Europa!”.
È falso, e Tusk lo sa. Il 91 per cento degli arrivi in Grecia fugge da guerre, e voi li respingete tutti in Turchia chiamandoli migranti irregolari.
Siete accusati di illegalità e refoulement dall’Alto Commissariato Onu, dal Consiglio d’Europa, da Amnesty.
A Erdogan date tutto: il doppio del promesso, 6 miliardi; il silenzio sui massacri in Kurdistan e sull’attacco ai media; e anche una zona protetta in Siria, che Erdogan userà per colpire i curdi salvando al-Nusra.
E cosa otterrete? I fuggitivi prenderanno strade più letali, e a voi resterà il disonore. Io chiamo questo: appeasement.

Accogliere i rifugiati, o è barbarie

Noi, cittadini dei paesi membri dell’Unione europea, della zona Schengen, dei Balcani e del Mediterraneo, del Medioriente e di altre regioni del mondo che condividono le nostre preoccupazioni, lanciamo un appello d’emergenza ai nostri concittadini, ai governi, ai rappresentanti nei parlamenti nazionali e al Parlamento europeo, oltre che alla Corte europea dei diritti dell’uomo e all’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i Rifugiati:

Bisogna salvare e accogliere i rifugiati dal Medioriente
Da anni, i migranti del sud del Mediterraneo che fuggono dalla miseria, dalla guerra e dalla repressione annegano o si scontrano contro le barriere. Quando riescono ad attraversare, dopo essere stati vittime delle filiere di trafficanti, vengono respinti, messi in carcere o obbligati a vivere nella clandestinità da stati che li designano come dei «pericoli» e come dei «nemici». Tuttavia, coraggiosamente, si ostinano e si aiutano a vicenda per salvare le loro vite e ritrovate un avvenire.
Ma dopo che le guerre in Medioriente e soprattutto in Siria si sono trasformate in massacro di massa senza una prevedibile fine, la situazione ha cambiato dimensione. Popolazioni intere, prese in ostaggio tra i belligeranti, bombardate, affamate, terrorizzate, sono gettate in un esodo pericoloso che, a costo di migliaia di morti supplementari, precipita uomini, donne e bambini verso i paesi vicini e bussa alle porte dell’Europa.

Siamo di fronte a una grande catastrofe umanitaria. Ci mette di fronte a una responsabilità storica da cui non possiamo sfuggire.
L’incapacità dei governi di tutti i paesi a mettere fine alle cause dell’esodo (quando non contribuiscono ad aggravarlo) non li esonera dal dovere di soccorrere e di accogliere i rifugiati rispettando i loro diritti fondamentali, che con il diritto d’asilo sono inscritti nelle dichiarazioni e convenzioni che fondano il diritto internazionale.
A parte alcune eccezioni – l’iniziativa esemplare della Germania, non ancora sospesa a tutt’oggi, di aprire le porte ai rifugiati siriani; lo sforzo gigantesco della Grecia per salvare, accogliere e scortare migliaia di naufraghi che ogni giorno sbarcano sulle sue rive, mentre l’economia del paese è crollata in un’austerità devastatrice; la buona volontà dimostrata dal Portogallo per raccogliere una parte dei rifugiati che stazionano in Grecia – i governi europei si sono rifiutati di valutare con realismo la situazione, di spiegarla alle opinioni pubbliche e di organizzare la solidarietà superando gli egoismi nazionali. Al contrario, da est a ovest e da nord a sud, hanno respinto il piano minimo di ripartizione dei rifugiati elaborato dalla Commissione o hanno cercato di sabotarlo. Peggio ancora, hanno scelto la repressione, la stigmatizzazione, la violenza contro i rifugiati e i migranti in generale. La situazione della «giungla» di Calais, a cui adesso fa seguito lo smantellamento forzato, senza tener conto né dello spirito né della lettera di un sentenza giudiziaria, ne è l’illustrazione scandalosa, ma non è la sola.
All’opposto, sono i semplici cittadini d’Europa e d’altrove – pescatori e abitanti di Lampedusa e di Lesbos, militanti di associazioni di soccorso ai rifugiati e delle reti di sostegno ai migranti – che hanno salvato l’onore e mostrato la strada per una soluzione.
Ma si scontrano tuttavia con la mancanza di mezzi, l’ostilità a volte violenta dei poteri pubblici, e devono far fronte, come gli stessi rifugiati e migranti, alla rapida crescita di un fronte europeo della xenofobia, che va da organizzazione violente, apertamente razziste o neo-fasciste, fino a dei leader politici «rispettabili» e a governi sempre più preda dell’autoritarismo, del nazionalismo e della demagogia. Due Europe totalmente incompatibili si fanno così fronte, tra le quali bisogna ormai scegliere.

Questa tendenza xenofoba, ad un tempo micidiale per gli stranieri e rovinosa per l’avvenire del continente europeo come terra di libertà, deve immediatamente rovesciarsi.
Nel mondo ci sono 60 milioni di rifugiati, il Libano e la Giordania ne accolgono un milione ciascuno (rispettivamente il 20% e il 12% delle loro popolazioni), la Turchia 2 milioni (3%). Il milione di rifugiati arrivati nel 2015 in Europa (una delle più ricche regioni del mondo, malgrado la crisi) rappresenta solo lo 0,2% della popolazione! Non soltanto i paesi europei, presi nel loro insieme, hanno i mezzi per accogliere i rifugiati e trattarli in modo dignitoso, ma hanno il dovere di farlo per poter continuare a fare riferimento ai diritti dell’uomo come fondamento della loro costituzione politica. È anche nel loro interesse, se vogliono cominciare a ricreare, con tutti i paesi dello spazio mediterraneo che da millenni condividono la stessa storia e le stesse eredità culturali, le condizioni di una pacificazione e di una vera sicurezza collettiva. È questa la condizione per far indietreggiare al di là dell’orizzonte lo spettro di una nuova epoca di discriminazioni organizzate e di eliminazione di esseri umani «indesiderabili».
Nessuno può dire quando e in quali proporzioni i rifugiati rientreranno «a casa loro» e non si deve neppure sotto-stimare la difficoltà del problema da risolvere, le resistenze che suscita, gli ostacoli, persino i rischi, che comporta. Ma nessuno deve neppure ignorare la volontà di accoglienza delle popolazioni e la volontà di integrazione dei rifugiati. Nessuno ha il diritto di definire insolubile il problema, per meglio sfuggirvi.

Ampie misure d’emergenza vanno prese quindi immediatamente
Il dovere di assistenza ai rifugiati del Medioriente e dell’Africa nel quadro di una situazione d’emergenza deve venire proclamato e messo in atto dalle istanze dirigenti della Ue e declinato in tutti gli stati membri. Deve ricevere l’approvazione delle Nazioni unite e fare oggetto di una concertazione permanente con gli stati democratici di tutta la regione.
Forze civili e militari devono venire impegnate, non per fare una guerriglia marittima contro i passeurs, ma per portare soccorso ai migranti e fermare lo scandalo degli annegati. È solo in questo quadro che potrà essere possibile reprimere i traffici e condannare le complicità di cui godono. La proibizione dell’accesso legale è difatti all’origine delle pratiche mafiose, non il contrario.
Il fardello dei paesi di prima accoglienza, in particolare la Grecia, deve essere immediatamente alleggerito. Il loro contributo all’interesse comune deve venire riconosciuto. Il loro isolamento deve venire denunciato e ribaltato in solidarietà attiva.
La zona di libera circolazione di Schengen deve essere preservata, ma gli accordi di Dublino che prevedono il rinvio dei migranti verso il paese d’entrata devono venire sospesi e rinegoziati. L’Ue deve fare pressione sui paesi del Danubio e balcanici perché riaprano le frontiere, e negoziare con la Turchia perché cessi di utilizzare i rifugiati come alibi politico-militare e moneta di scambio.
Contemporaneamente, devono venire messi a disposizione mezzi di trasporto aerei e marittimi per trasferire tutti i rifugiati recensiti come tali nei paesi del «Nord» dell’Europa che possono oggettivamente riceverli, invece di lasciare che si intasino in un piccolo paese che rischia di diventare un immenso campo di ritenzione per conto dei vicini.
A più lungo termine, l’Europa – che deve far fronte a una grande sfida, di quelle che cambiano il corso della storia dei popoli – deve elaborare un piano democraticamente controllato di aiuto a chi è sfuggito al massacro e a coloro che portano loro soccorso: non soltanto delle quote di accoglienza, ma aiuti sociali per la scuola, per la costruzione di case decenti, quindi un finanziamento speciale e disposizioni legali che garantiscano nuovi diritti per inserire degnamente e pacificamente le popolazioni sfollate nei paesi d’accoglienza.
Non c’è altra alternativa: ospitalità e diritto d’asilo, o la barbarie!

Primi firmatari:
Michel AGIER (Francia)
Horst ARENZ (Germania)
Athéna ATHANASIOU (Grecia)
Chryssanthi AVLAMI (Grecia)
Walter BAIER (Austria)
Etienne BALIBAR (Francia)
Sophie BESSIS (Tunisia)
Marie BOUAZZI (Tunisia)
Hamit BOZARSLAN (Francia, Turchia)
Judith BUTLER (Stati Uniti)
Claude CALAME (Francia)
Marie-Claire CALOZ-TSCHOPP (Svizzera)
Dario CIPRUT (Svizzera)
Patrice COHEN-SEAT (Francia)
Edouard DELRUELLE (Belgio)
Matthieu DE NANTEUIL (Belgio)
Meron ESTEFANOS (Eritrea)
Wolfgang-Fritz HAUG (Germania)
Ahmet INSEL (Turchia)
Pierre KHALFA (Francia)
Nicolas KLOTZ (Francia)
Justine LACROIX (Belgio)
Amanda LATIMER (Regno Unito)
Camille LOUIS (Francia)
Giacomo MARRAMAO (Italia)
Roger MARTELLI (Francia)
Sandro MEZZADRA (Italia)
Toni NEGRI (Italia)
Maria NIKOLAKAKI (Grecia)
Josep RAMONEDA (Spagna)
Judith REVEL (Francia)
Vicky SKOUMBI (Grecia)
Barbara SPINELLI (Italia)
Bo STRÅTH (Svezia)
Etienne TASSIN (Francia)
Mirjam VAN REISEN (Olanda)
Hans VENEMA (Olanda)
Marie-Christine VERGIAT (Francia)
Frieder Otto WOLF (Germania)
Mussie ZERAI (Eritrea)

Per firmare: 
baier@transform-network.net

steiner@transform-network.net


Versione inglese:

Welcome refugees to Europe – A moral and political necessity