Relazioni tra Ue e Arabia Saudita

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-015299/2015

alla Commissione (Vicepresidente/Alto rappresentante)

Articolo 130 del regolamento

Marietje Schaake (ALDE), Max Andersson (Verts/ALE), Petras Auštrevičius (ALDE), Beatriz Becerra Basterrechea (ALDE), Brando Benifei (S&D), Izaskun Bilbao Barandica (ALDE), José Bové (Verts/ALE), Lynn Boylan (GUE/NGL), Cristian-Silviu Buşoi (PPE), Reinhard Bütikofer (Verts/ALE), Enrique Calvet Chambon (ALDE), Ignazio Corrao (EFDD), Peter van Dalen (ECR), Karima Delli (Verts/ALE), Pascal Durand (Verts/ALE), Angel Dzhambazki (ECR), Bas Eickhout (Verts/ALE), Jill Evans (Verts/ALE), Tanja Fajon (S&D), Arne Gericke (ECR), Juan Carlos Girauta Vidal (ALDE), Ana Gomes (S&D), Takis Hadjigeorgiou (GUE/NGL), Marian Harkin (ALDE), Hans-Olaf Henkel (ECR), Sophia in ‘t Veld (ALDE), Yannick Jadot (Verts/ALE), Eva Joly (Verts/ALE), Jude Kirton-Darling (S&D), Ulrike Lunacek (Verts/ALE), Ernest Maragall (Verts/ALE), David Martin (S&D), Stefano Maullu (PPE), Valentinas Mazuronis (ALDE), Louis Michel (ALDE), Matthijs van Miltenburg (ALDE), Javier Nart (ALDE), Morten Helveg Petersen (ALDE), Miroslav Poche (S&D), Laurenţiu Rebega (ENF), Michel Reimon (Verts/ALE), Frédérique Ries (ALDE), Michèle Rivasi (Verts/ALE), Bronis Ropė (Verts/ALE), Marielle de Sarnez (ALDE), Judith Sargentini (Verts/ALE), Molly Scott Cato (Verts/ALE), Alyn Smith (Verts/ALE), Csaba Sógor (PPE), Igor Šoltes (Verts/ALE), Renato Soru (S&D), Barbara Spinelli (GUE/NGL), Bart Staes (Verts/ALE), Jean-Luc Schaffhauser (ENF), Hannu Takkula (ALDE), Keith Taylor (Verts/ALE), Michael Theurer (ALDE), Ivo Vajgl (ALDE), Bodil Valero (Verts/ALE), Julie Ward (S&D) e Cecilia Wikström (ALDE)

Oggetto: VP/HR – Relazioni tra l’UE e l’Arabia Saudita

L’Arabia Saudita è stata accusata di crimini di guerra durante le sue operazioni militari nello Yemen e rifiuta di avviare un’indagine in merito alla perdita di vite umane tra la popolazione civile del luogo. Inoltre, solo nell’anno in corso in Arabia Saudita sono state decapitate più di 150 persone e il paese continua a finanziare predicatori, moschee e madrase in tutto il mondo, compresa l’Europa, esportando così opinioni ultraconservatrici che costituiscono un terreno fertile per la radicalizzazione in Europa e altrove. In tale contesto, la costante vendita di armi all’Arabia Saudita viola i criteri 2, 4 e 6 della posizione comune 2008/944/PESC del Consiglio dell’8 dicembre 2008. Gli Stati membri dell’UE continuano a ignorare il codice di condotta.

  1. Intende il vicepresidente/alto rappresentante avviare un’iniziativa volta all’istituzione di un embargo europeo sulle armi contro l’Arabia Saudita? In caso di risposta negativa, può indicarne i motivi?
  2. Considerato che i donatori dell’Arabia Saudita costituiscono un’importante fonte di finanziamento per i gruppi terroristici sunniti in tutto il mondo, come valuta il VP/HR l’attuazione delle risoluzioni 2161 e 2199 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite da parte dell’Arabia Saudita al fine di garantire che i suoi cittadini o altri individui nel suo territorio non mettano a disposizione risorse a beneficio di ISIL, Al-Qaeda e gruppi affiliati?

IT
E-015299/2015
Risposta della Vicepresidente Mogherini
a nome della Commissione
(9.2.2016)

Conformemente al quadro giuridico dell’UE che disciplina le esportazioni di armi (posizione comune 2008/944/PESC), gli Stati membri devono valutare le domande di autorizzazione all’esportazione di armi in base agli otto criteri stabiliti nella posizione comune, fra cui rientrano anche il rischio di violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario, l’incidenza sulla stabilità della regione e il comportamento del paese importatore per quanto riguarda il rispetto del diritto internazionale. Spetta agli Stati membri decidere, una volta eseguita questa valutazione del rischio, se concedere o negare l’autorizzazione di esportazione. Le autorizzazioni concesse possono inoltre essere subordinate a determinate condizioni riguardanti, ad esempio, l’uso finale e la riesportazione. Per quanto concerne le misure restrittive, come l’embargo sulle armi, l’attuale quadro giuridico dell’UE richiede una decisione del Consiglio che deve essere adottata all’unanimità.

Lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL) è designato come affiliato di Al-Qaeda in Iraq dal comitato per le sanzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (CSNU) ed è oggetto di sanzioni a norma della risoluzione 1267 (1999) del CSNU e di tutte le risoluzioni successive. Le sanzioni imposte dal CSNU comprendono un’ampia gamma di misure volte a contrastare il finanziamento del terrorismo e a vietare di mettere fondi o risorse economiche a disposizione dell’ISIL. Le sanzioni disposte dal CSNU sono vincolanti per tutti gli Stati membri dell’ONU, che devono applicarle nella loro giurisdizione.

L’UE esorta tutti gli Stati ad applicare integralmente le risoluzioni del CSNU e a conformarsi alle raccomandazioni del Gruppo di azione finanziaria internazionale sul finanziamento del terrorismo. L’Arabia Saudita ha l’obbligo di applicare il regime di sanzioni imposto dall’ONU contro Al-Qaeda, le risoluzioni 2161, 2170, 2178, 2199, 2249 e 2253 del CSNU e tutte le altre risoluzioni pertinenti volte a combattere il terrorismo.

 

Ricominciare dall’economia sociale e solidale

Barbara Spinelli ha tenuto un discorso di inaugurazione del Forum europeo dell’Economia Sociale e Solidale organizzato a Bruxelles il 28 gennaio 2015 dal gruppo GUE-NGL. A dare il benvenuto ai partecipanti erano presenti i deputati Miguel Urbán Crespo (Podemos), Kostadinka Kuneva (SYRIZA) e Luke “Ming” Flanagan (Gue/NGL Indipendente), il vicepresidente di Social Economy Europe Alain Coheur, Josette Combes di RIPESS e Agnès Mathis di Cooperatives Europe. Il Forum europeo dell’Economia Sociale e Solidale è stato organizzato da nove delegazioni del GUE/NGL: Die Linke (Helmut Scholz), SYRIZA (Stelios Kouloglou e Kostadinka Kuneva), Bloco de Esquerda (Marisa Matias), Front de Gauche (Marie-Christine Vergiat), l’Altra Europa con Tsipras (Eleonora Forenza), Luke “Ming” Flanagan (Gue/NGL Indipendente), Podemos (Miguel Urban Crespo), Barbara Spinelli (Gue/NGL Indipendente), Eh Bildu (Josu Juaristi).

Intervento di Barbara Spinelli

Sessione plenaria di apertura

Cos’è l’economia Sociale e Solidale (ESS)? È al tempo stesso un rimedio alla crisi in cui siamo immersi da quasi dieci anni e un rivelatore di “grandi trasformazioni” – penso alle grandi trasformazioni di cui parlava Karl Polanyi. Continuiamo a parlare infatti di crisi, ma dobbiamo affrontarla sapendo, grazie a Polanyi, che di trasformazione si tratta.

Fu così nella rivoluzione industriale, quando per la prima volta apparve il termine “economia sociale”, intorno al 1830, e già prima, nella seconda metà del Settecento, quando nacquero organizzazioni di “aiuto e sostegno mutualistico” che davano voce e spazio ai gruppi sociali più colpiti dalle nuove condizioni lavorative.

Fu così all’inizio del secolo. Esperienze simili erano diffuse in Gran Bretagna, Spagna, Francia, Italia, fin dall’800. La Germania le conobbe dopo la prima guerra mondiale e negli anni della recessione che, non essendo combattuta, sfociarono nella vittoria di Hitler.

Ora ci troviamo in una situazione simile: alla recessione, l’establishment europeo reagisce esaltando la competitività nei sistemi fiscali e nel mercato del lavoro – una competitività che attizza i nazionalismi e fa crescere precise imprese ma non l’insieme della società, come spiegano economisti di prestigio come Martin Wolf, Paul Krugman, Robert Reich. Ancora una volta, manca una vera lotta alla recessione.

La questione sociale e la lotta di classe non sono defunte, come pretende il neo-liberalismo quando dice che la storia è finita. Sono vive più che mai. Ed è bene che sia così, se si vuole sostituire una democrazia inclusiva alla “democrazia di mercato” teorizzata da Clinton nel ’93, dopo la fine della guerra fredda. La lotta di classe d’altronde, anche se oggi assume aspetti diversi dal passato, è intrinseca al capitalismo, non al comunismo.

L’economia sociale e solidale ci restituisce esperienze apparentemente sepolte, che risalgono al ‘700, all’800, al ‘900. Nel suo essere rivelatore di grandi trasformazioni si comporta come un fiume carsico che a tratti si inabissa diminuendo la propria portata: quando nel secondo dopoguerra si affermò un Welfare forte, l’economia sociale vide il proprio peso diminuire. È ripartita con forza non appena – nella seconda metà degli anni ’70 – il Welfare cominciò a essere smantellato. [1]

Nel nostro primo incontro, dissi che l’economia sociale e solidale somiglia al minority report di Spielberg. Una parte della nostra storia resta regolarmente minoranza. Si tratta di farla divenire maggioritaria e governante, come chiedeva Pablo Echenique (Podemos) che tra i primi pensò questo Forum.

L’economia sociale e solidale va oltre il tutto-Stato, oltre il tutto-mercato. Per quanto mi riguarda, la parola che la riassume meglio è empowerment: dare potere a chi non ce l’ha, come suggerisce Amartya Sen nei suoi scritti. Penso che l’ora di reagire sia adesso, perché veniamo da quarant’anni di progressiva demolizione del Welfare e di politiche fallimentari, se guardiamo alle diseguaglianze che hanno creato e di cui sono espressione.

Questa economia si è comportata spesso come un settore di nicchia, che fatica a trovare i propri spazi. Penso che oggi debba presentarsi con aspirazioni maggioritarie, mettere “in rete” le esperienze, inventare nuove forme di produzione e distribuzione solidali.

Per concludere vorrei dire che il nuovo, se è rivelatore di una trasformazione e non una disperata reazione alla crisi, deve includere oggi i rifugiati. Si tratta di predisporre una politica che liberi quelli che saranno milioni di nuovi cittadini europei da forme schiavistiche di sfruttamento – in Italia gestite da mafie e caporalati – e di inserirli sempre più in settori come agricoltura, edilizia, energie rinnovabili, riassetto del territorio, assistenza delle persone in difficoltà. In altre parole, elementi centrali della trasformazione dovrano essere la rule of law, la legalità, il rispetto dei diritti sociali e civili. Tutelando diritti e legalità, penso che si darà un primo contributo alla democrazia inclusiva che ci si prefigge come obiettivo.

[1] Come documenta il Ciriec International (l’istituto che analizza e classifica il settore) il 6,5 per cento dell’occupazione nei paesi dell’Unione europea (che sale al 40 per cento se si considera il solo settore privato), pari a 14 milioni di lavoratori e al 10 per cento delle imprese, è attribuibile all’economia sociale e solidale, volontari esclusi. Otto nazioni hanno già legiferato in materia (Gran Bretagna, Belgio, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Romania, Lussemburgo), così come alcune regioni come la Catalogna e, in Italia, in attesa che il Senato sblocchi la legge delega per la riforma del Terzo settore, l’Emilia Romagna, il Trentino, la Puglia e il Lazio.
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Libia: un disastro bellico annunciato

Strasburgo, 3 febbraio 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Sessione Plenaria.

Punto in agenda: situazione in Libia.

Presenti: Bert Koenders, ministro degli affari esteri dei Paesi Bassi, in rappresentanza della Vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Intervento di Barbara Spinelli.

Sono meno ottimista di lei, Signor Koenders. Temo l’ennesima guerra in Libia, perché conosciamo ormai i disastri delle guerre antiterroriste dell’Occidente. Non dimentichiamo che i rifugiati sono il frutto del caos che da anni seminiamo ovunque. I foreign fighters parlano confusamente di Islam, ma pensano soprattutto se stessi come War Generation.

Non avete saputo sciogliere il nodo siriano ed evidentemente non lo volete, visto che alla Conferenza di Ginevra accettate il diktat turco: niente rappresentanti curdi ai negoziati, per ora. L’unico a volerli è Putin: forse il solo che sa l’indispensabilità dei Curdi ai fini di una vittoria contro l’Isis.

Stessa cecità in Libia: il fallito intervento del 2011, più il caos siriano, hanno finito con l’aprire le porte libiche all’Isis, e ora preparate altri interventi militari senza preoccuparvi che in quel Paese vi sia di nuovo uno Stato, cioè il monopolio sull’uso della violenza legittima.

Non per ultimo: penso che il governo italiano non debba mettere i piedi in Libia, per difendere interessi economici o di prestigio, a causa del suo passato coloniale.

GUE/NGL MEPs condemn Denmark’s proposal to delay family reunification and seize assets from refugees

PRESS RELEASE

Brussels 25 January 2015

During a heated debate in the European Parliament’s Committee on Civil Liberties, Justice and Home Affairs this afternoon, GUE/NGL MEPs condemned a controversial draft law* proposed by the Danish government to empower the authorities to seize valuable assets from refugees in order to pay for their stay when applying for asylum in Denmark, and postpone the right to family reunification for refugees under temporary protection.

On the eve of its expected adoption in the Danish Parliament tomorrow, the draft law was debated this afternoon by Civil Liberties Committee MEPs with Danish Foreign Affairs Minister Kristian Jensen and Minister for Immigration, Integration and Housing Inger Støjberg.

GUE/NGL Coordinator on the LIBE Committee, Cornelia Ernst, said: “Making people wait for three years before they can even apply for family reunification effectively means denying them their right to family life for three years, for no good reason. We are talking about a human right that is very broadly recognised, in Denmark, all over Europe and beyond.”

Danish MEP, Rina Ronja Kari, expressed opposition from within Denmark: “The proposed changes to the Danish asylum legislation are in breach of international conventions and the Danish government has in no way convinced the Parliament otherwise. It is disgraceful that the Danish government does not listen to the Council of Europe when they express their deep concern over the amendments, and their conduct in today’s exchange of views does not suggest that they will listen to the criticism from the Parliament either.”

Italian MEP, Barbara Spinelli, added: “Confiscating jewellery and goods ‘without sentimental value’ is immoral and grotesque: who will define whether an object is of sentimental value to a refugee or not, when it’s not a wedding ring? I also believe it’s unfair to compare an asylum-seeker to an unemployed Dane or EU citizen: a refugee has nothing, not even a bed. In order to receive a return on our ‘investment’ in the reception of migrants, we should instead invest in integrating them as quickly as possible into our labour market.”

Spanish MEP, Marina Albiol Guzmán: “Measures like having to wait for over six years in order to gain permanent residence or making asylum seekers pay for staying at the centres where they’re forced to live are aimed at closing the door to refugees and all migrants.”

“This legislation is racist and xenophobic, and goes against the European Convention on Human Rights, the United Nations’ Convention on the Rights of the Child, the Geneva Convention, and many other European and international treaties. It also goes against all the solidarity compromises of the EU and therefore we expect a strong position from the Parliament and the European Commission to counter this bill that goes against human rights”.

Swedish MEP, Malin Björk, expressed the possibility of an alternative policy: “The Nordic left parties have presented an alternative solution to these repressive measures. A new Nordic Model with better cooperation between our countries, more pressure for a humanitarian EU refugee policy and a dismantling of fortress Europe.”

*Background
The draft law to be passed tomorrow by the Danish Parliament has several different components that will all have a devastating impact on the lives of asylum-seekers, including a 3-year waiting period to access family reunification for beneficiaries of temporary protection, tightening of criteria to obtain permanent residence permits, tightening of rules for revoking refugees’ residence permits, search by police of asylum-seekers and their belongings with a view to confiscating money and valuables to cover the costs of asylum-seekers’ stay, reduction of economic benefits by 10% and the obligation to be housed in asylum centres.

This draft law has been condemned by the UNHCR and Danish NGOs including the Danish Refugee Council. The Council of Europe Commissioner for Human Rights sent a letter to the Danish government on January 9, 2016 condemning these restrictive changes as ‘raising serious concerns of conformity with human rights standards’ asking the Danish government to reconsider these changes to ‘ensure that law and practice fully comply with Denmark’s obligation to uphold refugee protection standards’.  

This new proposal must also be read in conjunction with the amendments to the Aliens Act introduced last November which increased the possibilities of detaining asylum-seekers under ‘special circumstances’ and weaken the judicial review of detention. 

During the debate, the Danish Minister for Immigration insisted despite reference to criticism from the CoE and UNHCR that their proposals ‘live up to all conventions’ and reminded the Committee that the four largest groups of the European Parliament will vote in favour of the law tomorrow.

Turchia, un massacro deliberato e pianificato

Strasburgo, 20 gennaio 2016. Intervento di Barbara Spinelli in plenaria.

TITOLO: Situazione nella Turchia sudorientale

Commissario presente in rappresentanza del vicepresidente Federica Mogherini: Johannes Hahn, Commissario per l’allargamento e la politica di vicinato

Ho co-firmato l’appello dei 1820 accademici turchi, e confermo che una solidarietà mondiale s’è creata con il popolo curdo, colpito da un massacro deliberato e pianificato. In decine di città della Turchia sud-orientale il coprifuoco è permanente da mesi. Mancano cibo, medicine, ambulanze. Sono assalite anche città senza alcuna barricata. A centinaia di uccisi si nega la sepoltura. I firmatari dell’appello sono considerati complici del terrorismo e subiscono vessazioni. Sono violate la Costituzione turca e le leggi internazionali.

La lotta al terrorismo è puro pretesto. Lo scopo è spezzare un popolo che aspira solo a essere riconosciuto come parte del proprio paese. Migliaia di turchi sperano in una mediazione dell’Alto Rappresentante e dell’Onu: per ottenere che si riapra il negoziato tra governo e ribelli curdi che Erdogan ha interrotto. Perché cessi l’eccidio subito.

Rispondendo proprio oggi a una mia interrogazione scritta, la Signora Mogherini dice che Erdogan è nostro alleato sui migranti e contro l’Isis, L’argomentazione non tiene neanche un minuto.


Si veda anche:

1128 accademici turchi contro i crimini di Erdogan in Kurdistan

Interrogazione scritta: violazioni dei diritti umani ai danni del popolo curdo da parte delle forze turche

 

Situazione nel Mediterraneo e necessità di un approccio globale in materia di immigrazione

Strasburgo, 18 gennaio 2016. Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra, nel corso della riunione straordinaria della commissione Libertà civili, giustizia e affari interni.

Punto in agenda:

Situazione nel Mediterraneo e necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione

  • Esame del progetto di relazione
  • Fissazione del termine per la presentazione di emendamenti

Co-Relatori: Roberta Metsola (PPE – Malta), Kashetu Kyenge (S&D – Italia)
Relatore per Gruppo GUE/NGL: Barbara Spinelli

Ringrazio innanzitutto le relatrici per l’importante lavoro che hanno svolto.

Tuttavia, avendo ricevuto il progetto di relazione abbastanza tardi, posso reagire solo con un’opinione parziale, per punti.

C’è sicuramente una base solida da cui partire ed elementi che trovo apprezzabili. Penso alla necessità, come avete sottolineato nella Relazione, di dotarsi di un sistema permanente e robusto di search and rescue; alle vie legali di accesso all’Unione, tra cui la possibilità di rivedere la direttiva del 2001 sulla protezione temporanea in modo da stabilire corridoi umanitari veri; e alla proposta di un meccanismo permanente e vincolante di resettlement. Ritengo giusto che abbiate evidenziato come le differenti forme di aiuto umanitario non debbano essere criminalizzate, anche se non sono molto d’accordo sul fatto che lo smuggling continui a essere giudicato secondo criteri troppo sommari, dunque negativi.

Per quel che riguarda la mancanza di solidarietà tra Stati membri, personalmente proporrei il rafforzamento delle sanzioni agli Stati che non applicano il diritto europeo o si rifiutano di collaborare sulla base dell’articolo 80 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea.

Ci sono invece alcuni punti su cui sono in totale disaccordo: sui rimpatri, sul rapporto con i Paesi terzi e soprattutto sulla questione Turchia e, di conseguenza, sulla lista dei “Stati d’origine sicuri”. Ancora, non condivido il ruolo attribuito a Frontex e il giudizio sugli “hotspot”. In quest’ultimo caso, il punto di vista della Commissione mi sembra sia stato accolto troppo acriticamente.

Il problema della democrazia in Polonia

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Sessione Plenaria di Strasburgo, 19 gennaio 2016

Punto in agenda:

Situazione in Polonia

  • Dichiarazioni di Consiglio e Commissione

Presenti:

  • Bert Koenders, ministro degli affari esteri dei Paesi Bassi, in rappresentanza della Presidenza del Consiglio.
  • Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione e Commissario per la qualità della legislazione, relazioni interistituzionali, Stato di diritto e Carta dei diritti fondamentali.
  • Beata Szydło, Primo Ministro della Repubblica di Polonia.

Condivido la preoccupazione di molti colleghi. Il neonazionalismo che il partito di governo lusinga, i provvedimenti che secondo tanti polacchi limitano i poteri della Corte costituzionale e dei media: tutto ciò è in contrasto con i principi che fondano il progetto europeo. Al tempo stesso vorrei ricordare questo: se la Polonia ha votato un governo così critico dell’Unione, è perché l’Unione stessa, con le sue politiche di austerità, ha creato in quel paese disuguaglianze gravissime, e un risentimento sociale che solo la destra ha saputo intercettare. Anche la giustizia sociale è un diritto europeo, iscritto nei Trattati.

Invito infine l’Unione a non usare criteri diversi in Ungheria, in Polonia. I governi vanno trattati allo stesso modo, e la Polonia non deve pagare un prezzo più alto solo perché il partito al governo fa parte di un gruppo meno potente del Partito popolare.

Grazie.

Interrogazione scritta: violazioni dei diritti umani ai danni del popolo curdo da parte delle forze turche

Interrogazione con richiesta di risposta scritta P-012088/2015
alla Commissione (Vicepresidente / Alto rappresentante)
Articolo 130 del regolamento
Barbara Spinelli (GUE/NGL), Martina Anderson (GUE/NGL), Lynn Boylan (GUE/NGL), Liadh Ní Riada (GUE/NGL), Matt Carthy (GUE/NGL), Elly Schlein (S&D), Stelios Kouloglou (GUE/NGL) e Tania González Peñas (GUE/NGL)

Oggetto: VP/HR – Violazioni dei diritti umani ai danni del popolo curdo da parte delle forze turche

La Turchia fa parte dei 47 membri del Consiglio d’Europa ed è uno dei paesi che hanno presentato domanda di adesione all’Unione europea. Gli attacchi contro la popolazione curda al confine con la Siria e con l’Iraq in atto dal luglio 2015 obbligano l’UE a monitorare e controllare le operazioni della Turchia alla luce degli obblighi internazionali ed europei in relazione ai diritti umani. Tali attacchi vengono condotti simultaneamente al nuovo impegno militare della Turchia nella guerra contro lo Stato islamico (Daesh), portata avanti dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti.
Il Parlamento sta rafforzando le proprie azioni in materia di diritti umani al fine di garantire che i diritti umani e la democrazia siano il punto focale degli interventi e delle politiche dell’UE.
1.    Le operazioni militari turche sono conformi a tutti gli strumenti e obblighi europei concernenti la tutela dei diritti umani, in particolare alla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo sugli articoli 1, 3 e 15 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo?
2.    La guerra contro lo Stato islamico giustifica il fatto che i curdi che combattono contro il Daesh vengano abbandonati e che ci si dimentichi completamente della battaglia che essi hanno combattuto a Kobane?
3.    Come garantisce l’Unione europea la protezione dei civili curdi nelle aree colpite?


 

P-012088/2015
Risposta della vicepresidente Mogherini
a nome della Commissione
(20.1.2016)

La Turchia è un partner chiave nella coalizione internazionale contro il Da’esh, come riconosciuto nelle conclusioni del Consiglio “Affari esteri” del 9 febbraio 2015. Il paese ora accoglie inoltre il più elevato numero di profughi al mondo, costituito da oltre 2 milioni di persone fuggite dalle zone di conflitto nella regione, compresi i curdi. Le autorità turche stimano di aver sostenuto circa 8 miliardi di dollari di costi diretti per gli aiuti ai profughi.

La situazione in Siria e in Iraq richiede maggiore dialogo e cooperazione tra la Turchia e l’UE nel campo della politica estera. L’UE incoraggia costantemente la Turchia a definire la sua politica estera in modo complementare e coordinato con l’Unione, allineandosi progressivamente alle strategie e alle posizioni dell’UE. Al vertice UE-Turchia del 29 novembre 2015, l’UE ha convenuto di ampliare e intensificare il dialogo politico in tutti i settori, compresi quelli della politica estera e di sicurezza, della migrazione e della lotta contro il terrorismo.

L’UE continuerà inoltre a erogare aiuti umanitari ai profughi e a mirare a una soluzione a lungo termine per il loro reinsediamento. Il piano d’azione comune è stato attivato e la Commissione ha adottato lo strumento per la Turchia a favore dei rifugiati, con il quale si prefigge di raccogliere fondi per un valore di 3 miliardi di euro. Inoltre, è stato annunciato lo stanziamento di un miliardo di euro, nel periodo 2015-2016, per attuare la “strategia dell’UE relativa alla Siria e all’Iraq e alla minaccia rappresentata dal Da’esh”, convenuta in occasione del Consiglio Affari esteri del 16 marzo 2015.

Risolvere la questione curda, che ha provocato decine di migliaia di vittime negli ultimi 30 anni, rappresenterebbe un punto di svolta nella storia della Turchia moderna. Saranno necessari il coraggio di tutte le parti e riforme concrete volte a rafforzare i diritti sociali, culturali e democratici. L’Unione europea ribadisce l’importanza della continuazione di tale processo ed è pronta a sostenere una strategia globale per una soluzione duratura, anche mediante assistenza finanziaria nella fase di preadesione.

Polonia, l’ascesa della destra e le responsabilità dell’Unione

di martedì, Gennaio 19, 2016 0 , , Permalink

Strasburgo, 18 gennaio 2016. Intervento di Barbara Spinelli come relatore del gruppo nella riunione del GUE/NGL

English version

È già molto tempo che discutiamo, in Parlamento, su quel che l’Unione europea possa fare di fronte a più o meno palesi violazioni dei diritti nei Paesi membri. Se ne è già discusso nel caso ungherese, e ora se ne parlerà a proposito del nuovo governo polacco. Ci si domanderà se l’Unione sia attrezzata, visto che ha ottenuto poco in passato. Se funzioni il meccanismo di verifica del rispetto della rule of law, attivato in questi giorni dalla Commissione. Se l’articolo 7 vada rivisto, perché le procedure sono complicate e difficilmente tutti gli Stati membri si pronunceranno contro uno solo di essi. Nuovi meccanismi di autocorrezione sono in discussione, a difesa della rule of law.

Tutto questo è necessario e opportuno, ma quel che vorrei qui analizzare va oltre le procedure e non entra nel loro merito. Sono le radici di questi fenomeni e di queste nuove destre che interessano. È l’assenza di una forte rappresentanza di sinistra che importa capire. Avendo speso frequentato l’Est europeo durante il comunismo e nell’epoca della transizione, proverò a esporvi qualche idea su questo tema.

Innanzitutto, quel che accade in Polonia non è un caso isolato, né cade dal cielo come una brutta sorpresa. La crisi economica, unita a quella dei rifugiati, ha scoperchiato una realtà che le élite europee hanno per lungo tempo volutamente nascosto. L’intero fronte Est dell’Unione dà l’impressione di franare, dal punto di vista della democrazia fondata sui diritti e sulla separazione dei poteri (compreso il quarto potere, quello della stampa indipendente): penso all’Ungheria, alla Repubblica ceca, alle chiusure etniche e russofobiche nei Paesi baltici, e alla Polonia, dove la destra xenofoba e nazionalista ha vinto due volte, nel 2005 e oggi con Jarosław Kaczyński, fratello di Lech che è stato Presidente della repubblica ed è morto nell’incidente aereo del 2010.

Perché frana in questo modo? A mio parere perché la transizione dal comunismo alla democrazia costituzionale non ha funzionato, perché l’allargamento è stato del tutto mal concepito, e perché le élite liberali polacche hanno governato nell’ignoranza di quel che la propria società chiedeva o soffriva. Alcuni parlano di equivoco: i vecchi Stati membri e le istituzioni non avrebbero chiarito, nei negoziati di allargamento, che il progetto europeo non è solo un progetto economico neoliberale, che ha al suo centro il mercato senza freni. In realtà più che di equivoco si dovrebbe parlare di una strategia portata avanti deliberatamente, con una coscienza che crede di essere corretta ma non conosce i propri limiti e le proprie deficienze: cioè con quella che Marx chiama una falsa coscienza. L’Europa dell’ultimo trentennio ha volutamente promosso il trionfo di un’Unione riconfigurata come mercato unico neoliberale, con il risultato che la transizione è stata non dal comunismo allo stato di diritto e a una democrazia costituzionale e inclusiva, ma dal comunismo a quella che Clinton ha chiamato, nel 1992-93, democrazia di mercato. Secondo alcuni la vittoria di tale democrazia metteva addirittura fine alla storia, il che vuol dire: la questione sociale apparteneva ormai ai due secoli scorsi, la lotta di classe pure, la rabbia degli esclusi poteva essere ignorata.

La realtà era ed è completamente diversa. Le politiche economiche che le élite liberali polacche hanno adottato in obbedienza alla dottrina centrale dell’Unione continuano a produrre rabbia sociale. La lotta di classe è tutt’altro che morta, essendo d’altronde un fenomeno intrinseco al capitalismo, non al comunismo. Se essa viene negata, e soprattutto privata della sua natura economico-sociale, la lotta tende a esprimersi comunque, ma secondo linee di divisione deturpate e distruttive. Si esprime lungo linee di divisione nazionaliste, o religiose, o anche moralistiche, come spiega assai bene il sociologo David Ost. [1] Le diseguaglianze sociali prodotte dal neoliberismo crescono, e la rabbia trova le destre estreme ad accoglierla e a snaturarla, trasformandola in odio del diverso, in ricerca del capro espiatorio: odio del diverso etnico, razziale, religioso, morale (penso ad esempio al disoccupato descritto come moralmente condannabile perché pigro). È quello che è accaduto in tutto il fronte Est, ma non dobbiamo nasconderci che accade – da decenni – anche a ovest dell’Unione.

Perché non c’è una sinistra forte in Polonia (né in altri Paesi dell’Est), capace di rappresentare gli interessi dei lavoratori e di chi ha pagato un alto prezzo sull’altare della terapia choc (il famoso Piano Balcerowicz) decisa a Varsavia dopo l’89? Perché tra il gruppo dirigente di Solidarnosc e il Partito comunista c’era accordo di fondo soprattutto su questo: sulla transizione verso la “democrazia di mercato”. A ciò si aggiunga che gli eredi del Pc occupavano per intero l’ala sinistra in Parlamento, ed erano favorevoli in pieno alla “terapia choc”. Spazio per un’altra sinistra non c’era.

Molto prima dell’89 i dirigenti di Solidarnosc – parlo in particolare di Adam Michnik e Lech Walesa – erano convinti che il Paese aveva bisogno di riforme economiche di tipo neo-liberale, e che il pericolo più grande fosse rappresentato dalla lotta di classe e da un sindacato indipendente e rivendicativo. Vorrei citare quanto detto da Walesa nel settembre dell’89: “Non riusciremo a entrare e contare in Europa se costruiamo un sindacato forte (…) Non possiamo avere un sindacato forte fino a quando non avremo un’economia forte”. Secondo un certo numero di analisti, tra cui David Ost, la “tavola rotonda” con il Partito comunista nell’88-’89 fu possibile proprio per questo: perché il sindacato Solidarnosc aveva deciso, già da tempo, di suicidarsi come sindacato. Ricordo una serie di colloqui che ebbi con alcuni rappresentanti di Solidarnosc, prima dell’89: molti di essi non esitavano a tessere l’elogio della politica economica di Pinochet, il modello era quello. Discorsi simili sulla transizione cilena li ascoltai in quel periodo in Ungheria e nei Paesi baltici. L’élite liberale polacca è figlia di Solidarnosc, anche se Solidarnosc ha molti figli, tra cui i fratelli Kaczyński.

Vorrei a questo punto dare alcuni dati sulla situazione socio-economica polacca.

La Polonia è oggi caratterizzata, anche quando cresce economicamente, da un tasso altissimo di disuguaglianza, da povertà diffusa e da una mancanza grave di protezione sociale. Meno della metà della popolazione attiva ha un impiego stabile, il 27 per cento degli occupati sono precari (10 anni fa era il 15 per cento). Il 9 per cento dei giovani sotto i 18 anni vive in povertà assoluta, il 19 per cento lavora dovendo pagare con i propri soldi le assicurazioni sociali, solo il 16 percento degli attivi riceve sussidi di disoccupazione. Nel settore privato, solo il 2 percento è sindacalizzato. Lo Stato si è ritirato da settori chiave, praticamente liquidati (Welfare, ferrovie, ospedali, poste).

Quel che colpisce, in una serie di Paesi dell’Est, è il giudizio che viene dato dalle loro élite liberali delle lotte sindacali. Sono da temere e occultare, non da ascoltare e integrare come ingredienti essenziali di un sistema sociale che diventi inclusivo. Anche in questo caso l’Europa non aiuta: il Welfare è smantellato anche qui, le rappresentanze sindacali sono viste anche qui come un intralcio. Quanto ai Paesi entrati in Europa dopo la transizione, la verità è che sono entrati praticamente sprovvisti di Welfare. È accaduto così che le destre estreme hanno sequestrato la rabbia popolare suscitata dalle politiche di austerità iniziate negli anni ’90, presentandosi come i portavoce dei cittadini più oppressi.

L’Unione europea fa mostra di preoccuparsi di queste involuzioni, ma a mio parere ha contribuito a questo sequestro e snaturamento del conflitto sociale, e l’ha anzi favorito. Essendo fautrice essa stessa di una democrazia ridotta al libero mercato, le principali condizioni che ha posto per l’adesione sono state, nella sostanza, di carattere neo-liberale. Ha chiesto, è vero, che alcune regole dello Stato di diritto venissero rispettate, nei cosiddetti criteri di Copenhagen, ma la sua visione della democrazia è stata essenzialmente procedurale.

Questo vale per una serie di Paesi dell’Est, considerati ottimi scolari perché applicano le politiche di austerità. Ora la Commissione e il Presidente del Parlamento europeo si indignano, ma hanno fatto poco per difendere un progetto europeo che abbandonasse la falsa coscienza di una fine della storia e si accorgesse che la questione sociale è più viva che mai. In altre parole, la svolta di destra in Polonia o in Ungheria non andrebbe considerata un’anomalia: “ha radici forti nella pratica e nell’ideologia che ha dominato l’Europa nell’ultimo quarto di secolo”. [2]

Altro errore dell’Unione è stato lasciare che la questione della pace e della guerra fosse pensata e in parte gestita dai propri Paesi di frontiera, a Est e nei Paesi baltici (la stessa cosa è avvenuta con la Repubblica federale durante la guerra fredda: era il baluardo dell’Occidente). Il risultato è stato che l’Ungheria ha cercato un proprio rapporto con la Russia, e tutti gli altri hanno deciso di fidarsi più degli Stati Uniti e della Nato che dell’Unione. All’origine di questo sbandamento, un grave peccato di omissione: è mancata e manca una politica seria verso la Russia, indipendente da Stati Uniti e Nato, e si è lasciato che rinascesse, a Est della nuova Unione allargata, la mentalità del baluardo – questa volta anti-russo – che aveva caratterizzato durante la guerra fredda le marche di confine della vecchia Comunità. Il più recente segnale lanciato in questo senso è la domanda, presentata nei giorni scorsi dal governo di Varsavia, di ottenere sul proprio territorio, al più presto, una base militare durevole e una difesa antiaerea permanente della Nato, per difendersi dalle minacce di Mosca.

Concludo ricordando che non mancano in Polonia forze di sinistra che avversano fortemente le politiche adottate finora, molto critiche della destra estrema come delle élite liberali che hanno governato negli anni scorsi. Penso in modo speciale al movimento Razem (“Insieme”), che si ispira a Podemos. È una forza ancora esigua, e non presente in Parlamento. Varrà la pena invitare i suoi rappresentanti a spiegare le loro posizioni e la situazione del loro Paese nel nostro gruppo, e di sostenerli se lo riterremo opportuno.

[1] David Ost, Defeat of Solidarity: Anger and Politics in Postcommunist Europe, Cornell University Press, 2006.

[2] Cfr. Gavin Rae, http://beyondthetransition.blogspot.be/2015/12/the-liberal-roots-of-polish-conservatism.html