Misure temporanee nel settore della protezione internazionale: intervento in Plenaria

Progetto di risoluzione del Parlamento Europeo sulla proposta di decisione del Consiglio che istituisce misure temporanee nel settore della protezione internazionale a beneficio dell’Italia e della Grecia (dibattito prima del voto)

Intervento di Barbara Spinelli

I trattati mentono, su quel che siamo: non siamo un faro di civiltà, non abbiamo una comune politica d’asilo e migrazione. Non siamo stati solidali con la Grecia. Non lo siamo con i migranti. Ricordo qui una sola cifra: l’85 per cento dei rifugiati si trovano nei paesi poveri del mondo. Non da noi. Domani voteremo il rapporto della collega Ska Keller, che propone una modesta, giusta ripartizione dei profughi. Il Consiglio sta già cominciando a corroderlo. Ieri il sito Statewatch ha scritto: se il Parlamento non impone a Commissione e Consiglio misure vincolanti e permanenti, è insensato indire future elezioni europee. Sono d’accordo. Penso che il Parlamento dovrà licenziare la Commissione, se entro l’anno non organizza vie legali d’accesso in Europa e non dichiara morto il sistema di Dublino. E deve minacciare il taglio dei fondi di funzionamento al Consiglio: il più colpevole di incompetenza, il più incapace di azione collettiva.

Un primo passo verso l’abbattimento del muro dell’acqua

COMUNICATO STAMPA

Strasburgo, 9 settembre 2015

 

Barbara Spinelli (Gue/Ngl) esprime la più viva soddisfazione per il voto del Parlamento europeo in favore del rapporto di iniziativa presentato l’8 settembre dalla collega irlandese Lynn Boylan (Sinn Fein) in seguito all’Iniziativa di cittadinanza europea L’acqua è un diritto (Right2Water).

“Gli eurodeputati si sono pronunciati a grande maggioranza perché l’accesso all’acqua venga considerato un diritto umano. In nome della società civile, è stato chiesto alla Commissione europea di guardare all’acqua come a una risorsa vitale e necessaria per la dignità, un bene esente da accordi commerciali e regole di mercato. Questo implica che l’acqua dovrà essere esclusa dal Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (TTIP) e dal Trade In Service Agreement (TISA).

«Affermare che l’acqua non è una merce, “non è un prodotto di scambio, ma un bene pubblico essenziale per la vita e la dignità umana”, come si legge nella risoluzione, significa fermare la spinta alla privatizzazione impressa agli Stati membri dalle politiche della troika. L’enorme mobilitazione promossa dal movimento europeo mostra che i cittadini possono prendere la parola e spingere le istituzioni a decidere sull’inappropriabilità dei beni comuni.

«Secondo la risoluzione, inoltre, la Commissione “non dovrebbe in nessun caso promuovere la privatizzazione delle aziende idriche nel quadro di un programma di aggiustamento economico o nell’ambito di qualsiasi altra procedura in materia di coordinamento della strategia economica dell’UE”. Si tratta di una vittoria della democrazia in tutta l’Unione, dove nel 2013 vennero raccolte 1 milione 884.790 firme, e in Italia, dove nel 2011 oltre 27 milioni di persone votarono al referendum per l’acqua pubblica.

«Esprimo soddisfazione anche per l’invito rivolto a Stati membri e Commissione a “ripensare e rifondare la gestione della politica idrica sulla base di una partecipazione attiva, intesa come trasparenza e apertura al processo decisionale dei cittadini”. Quella sull’acqua è stata la prima ICE discussa e approvata dal Parlamento europeo, promossa in seguito alla partecipazione attiva dei cittadini europei.

«Certamente non si tratta di una battaglia conclusa, e non solo perché la parola sta ora alla Commissione. La risoluzione si rifà all’affermazione dell’Onu circa l’accessibilità economica dell’acqua, ma studiosi come Riccardo Petrella sostengono giustamente che i costi dell’acqua – bene comune – dovrebbero esser coperti dalla fiscalità generale, non da prezzi chiesti ai consumatori. Ma è stato segnato un passo di grande importanza su una strada che dovrà continuare, e giungere sino a quello che il prof. Petrella chiama l’abbattimento del Muro dell’acqua».

Dichiarazione sulla lotta contro la criminalità organizzata

DICHIARAZIONE SCRITTA

presentata a norma dell’articolo 136 del regolamento sulla lotta contro la criminalità organizzata

Laura Ferrara (EFDD), Marco Valli (EFDD), Petri Sarvamaa (PPE), Bart Staes (Verts/ALE), Barbara Spinelli (GUE/NGL), Ingeborg Gräßle (PPE), Michael Theurer (ALDE), Dennis de Jong (GUE/NGL), Monika Hohlmeier (PPE), Benedek Jávor (Verts/ALE), Sergio Gaetano Cofferati (S&D), Ignazio Corrao (EFDD), Fabio Massimo Castaldo (EFDD)

7.12.2015

0044/2015

Dichiarazione scritta, presentata a norma dell’articolo 136 del regolamento, sulla lotta contro la criminalità organizzata [1]

  1. Secondo i dati forniti da Europol, in Europa sono attivi migliaia di gruppi criminali organizzati, gruppi che si infiltrano e influenzano i mercati legali nonché i processi politici e istituzionali, minando lo stato di diritto e i diritti fondamentali.
  2. Il Consiglio e la Commissione ritengono la criminalità organizzata, la corruzione e il riciclaggio di denaro questioni politiche di elevata priorità. L’UE ha recentemente ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale.
  3. Per quanto riguarda la lotta contro la criminalità organizzata, il 23 ottobre 2013 il Parlamento ha approvato una risoluzione sulla criminalità organizzata, la corruzione e il riciclaggio di denaro: raccomandazioni in merito ad azioni e iniziative da intraprendere, la quale contiene diverse raccomandazioni che non sono ancora state attuate.
  4. Al fine di prevenire e ostacolare in modo efficiente a livello europeo la corruzione e la criminalità organizzata e garantire un’effettiva tutela dei diritti fondamentali e degli interessi finanziari dell’UE, la Commissione è quindi invitata a esprimere un chiaro impegno volto a creare un meccanismo di controllo regolare negli Stati membri, incoraggiare la condivisione di informazioni e di buone pratiche, individuare nuovi strumenti idonei e applicare quelli esistenti.
  5. Si trasmette la presente dichiarazione, con l’indicazione dei nomi dei firmatari al Consiglio, alla Commissione e alla Corte dei conti europea.

 

[1] Ai sensi dell’articolo 136, paragrafi 4 e 5, del regolamento del Parlamento, qualora una dichiarazione raccolga la firma della maggioranza dei deputati che compongono il Parlamento, essa è pubblicata nel processo verbale con i nomi dei firmatari ed è trasmessa ai destinatari senza tuttavia impegnare il Parlamento.

Uso illegale della forza nei centri di accoglienza di Pozzallo e Lampedusa

Bruxelles, 2 settembre 2015

Il commissario europeo per l’immigrazione Dimitris Avramopoulos ha risposto a nome della Commissione all’interrogazione depositata il 13 maggio 2015 dall’eurodeputata Barbara Spinelli, congiuntamente ai colleghi Elly Schlein, Laura Ferrara, Ignazio Corrao, Eleonora Forenza e Curzio Maltese. Nell’interrogazione si chiedevano chiarimenti sulle violenze subite da numerosi richiedenti asilo nei centri di primo soccorso e accoglienza di Lampedusa e Pozzallo. Fonti diverse e concordanti avevano infatti documentato l’uso illegittimo della forza per costringere i migranti, anche minori, all’identificazione attraverso il prelievo delle impronte digitali. Un comportamento in palese violazione delle salvaguardie previste dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo. Vari cittadini stranieri, anche minori, dichiararono di aver subito percosse con manganelli elettrici.

La risposta della Commissione è allarmante. Pur preannunciando l’intenzione di intraprendere le azioni necessarie per indagare su tutti i casi in cui vi siano elementi che indichino l’adozione di misure illegali da parte delle autorità nazionali, la Commissione mantiene la più grande ambiguità sull’uso della violenza, anche sui minori. In effetti, nella risposta, la Commissione evidenzia che “eventuali misure coercitive adottate dagli Stati membri devono essere proporzionate, giustificate e rispettose della dignità e dell’integrità fisica della persona interessata” e che “ai bambini di età inferiore ai 14 anni non devono essere rilevate le impronte digitali”: destando con ciò il sospetto che l’uso di misure coercitive sia da considerarsi legittimo, se applicato a minori dai 14 ai 18 anni.

La Commissione fa riferimento ai propri orientamenti, pubblicati nel maggio 2015, in materia di rilevamento delle impronte digitali ai migranti irregolari e ai richiedenti protezione internazionale. In tali orientamenti, la Commissione propone – al paragrafo 7 – che “gli Stati membri possano considerare che non sia mai opportuno utilizzare la coercizione per costringere la rilevazione delle impronte digitali di alcune persone vulnerabili, come minori o donne in stato di gravidanza. Se un certo grado di coercizione viene utilizzato per persone vulnerabili, occorre garantire che la procedura utilizzata sia specificamente adattata a tali persone.


Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-007777/2015

alla Commissione
Articolo 130 del regolamento

Barbara Spinelli (GUE/NGL), Eleonora Forenza (GUE/NGL), Curzio Maltese (GUE/NGL), Elly Schlein (S&D), Laura Ferrara (EFDD) e Ignazio Corrao (EFDD)

Oggetto: Uso illegale della forza nei centri di accoglienza di Pozzallo e Lampedusa, Italia, per l’acquisizione delle impronte digitali dei migranti, comprese quelle dei minori, a fini di identificazione

Dal 28 aprile 2015 70 minori non accompagnati sono stati rinchiusi per oltre due settimane in un Centro di primo soccorso e accoglienza (CPSA ) sull’isola italiana di Lampedusa. Dal 25 aprile 2015 113 siriani e palestinesi sono stati detenuti per una settimana in un CPSA a Pozzallo, Sicilia. Varie fonti e documenti attestano l’uso illegale della forza al CPSA di Pozzallo per il rilevamento delle impronte digitali dei migranti – comprese quelle dei minori – a fini di identificazione, in violazione delle norme di salvaguardia sancite dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo. Inoltre, i cittadini stranieri detenuti al CPSA di Pozzallo, compresi i minori, hanno dichiarato di essere stati colpiti con dispositivi tipo Taser.

Intende la Commissione far luce su questi recenti avvenimenti e valutare se ciò che accade a Lampedusa e al CPSA di Pozzallo costituisca una violazione dell’articolo 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, degli articoli 3 e 5, paragrafo 4, della CEDU, degli articoli 14, lettera b), 17 e 19 della direttiva sull’accoglienza (2003/9/CE) e dell’articolo 8 del regolamento (CE) n. 2725/2000 (regolamento” Eurodac”)?

Intende altresì la Commissione chiarire quali misure pensa di adottare per impedire la detenzione di bambini migranti, vietata dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo?


IT

E-007777/2015

Risposta di Dimitris Avramopoulos

a nome della Commissione

(1.9.2015)

La Commissione non è a conoscenza dei presunti fatti citati dall’onorevole parlamentare, né di alcun elemento di prova di questo tipo. La Commissione intraprenderà le azioni necessarie per indagare su tutti i casi in cui vi siano elementi che indichino l’adozione di misure illegali da parte delle autorità nazionali.

Nell’ambito del pacchetto di misure introdotte nell’agenda europea sulla migrazione nel maggio 2015, la Commissione ha proposto degli orientamenti per gli Stati membri in materia di rilevamento delle impronte digitali ai migranti irregolari e ai richiedenti protezione internazionale [1]. Tali orientamenti prevedono un approccio comune basato sulle migliori prassi in materia di rilevamento delle impronte digitali, conformemente al regolamento Eurodac e al diritto dell’UE. Le eventuali misure coercitive adottate dagli Stati membri devono essere proporzionate, giustificate e rispettose della dignità e dell’integrità fisica della persona interessata. Inoltre, ai bambini di età inferiore ai 14 anni non devono essere rilevate le impronte digitali.

La Commissione sostiene pienamente i diritti dei bambini, come definiti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, compreso il diritto alla libertà. Il diritto dell’UE pone dei limiti precisi alla detenzione amministrativa per i bambini, che dovrebbe essere utilizzata solo in ultima istanza, ove si ritenga impossibile applicare in maniera efficace misure meno coercitive. Ciò è stabilito all’articolo 11 della direttiva 2013/33/UE sulle condizioni di accoglienza, che si applica a decorrere dal 20 luglio 2015.

[1]     SWD(2015)150 final.

Violazione del diritto europeo nell’Organizzazione europea dei brevetti

26 maggio 2015

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-008382/2015
alla Commissione
Articolo 130 del regolamento

Kostadinka Kuneva (GUE/NGL), Lynn Boylan (GUE/NGL), Martina Anderson (GUE/NGL), Pablo Iglesias (GUE/NGL), Lola Sánchez Caldentey (GUE/NGL), Stelios Kouloglou (GUE/NGL), Paloma López Bermejo (GUE/NGL), Barbara Spinelli (GUE/NGL), Fabio De Masi (GUE/NGL), Tania González Peñas (GUE/NGL), Helmut Scholz (GUE/NGL), Neoklis Sylikiotis (GUE/NGL), Kostas Chrysogonos (GUE/NGL), Matt Carthy (GUE/NGL) e Miloslav Ransdorf (GUE/NGL)

Oggetto:  Violazione dei diritti del lavoro e sindacali nell’Organizzazione europea dei brevetti (EPO)

La Corte d’appello olandese ha recentemente stabilito (causa 200.141.812 / 01 / 17-2-2015) che l’Organizzazione europea dei brevetti (OEB) ha violato i diritti del lavoro di cui i lavoratori sono titolari in virtù dei trattati UE e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Di conseguenza la corte olandese, in via eccezionale, non ha riconosciuto l’immunità di cui l’OEB gode in quanto organizzazione internazionale, dal momento che tale immunità non può consentire violazioni dei diritti umani. Ciononostante l’OEB ha dichiarato che ignorerà la decisione eccependo l’ immunità dall’esecuzione.

Ciò premesso, si domanda:

– la Commissione concorda con questa sentenza, secondo cui, in materia di garanzia dei diritti fondamentali, i trattati UE e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea prevalgono sugli accordi bilaterali e multilaterali, inclusi quelli che assicurano l’immunità a organizzazioni quale l’OEB?

–  In caso affermativo, che cosa intende fare per impedire l’abuso dei diritti d’immunità e per difendere i diritti dei cittadini e dei lavoratori dell’UE nonché l’acquis comunitario all’interno di organizzazioni come l’OEB, che, mentre da una parte esercita funzioni giudiziarie, al tempo stesso viola le norme dell’ordinamento giuridico europeo?

–  In che modo la Commissione controlla che le posizioni che i rappresentanti degli Stati membri dell’UE adottano nell’amministrazione dell’OEB siano compatibili con i diritti sanciti dai trattati UE e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea – tenendo conto del fatto che in tale organizzazione gli Stati membri dell’UE costituiscono la maggioranza?


IT
E-008382/2015
Risposta del Vicepresidente Frans Timmermans
a nome della Commissione
(24.8.2015)

La Commissione prende atto della sentenza della Corte d’appello dell’Aia del 17 febbraio 2015 nella causa 200.141.812/01. Tuttavia, è sua prassi non esprimersi sulle sentenze pronunciate dagli organi giurisdizionali degli Stati membri.

Alla Commissione sembra che la sentenza della Corte d’appello dell’Aia si basi sulle disposizioni della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, della Carta sociale europea e delle convenzioni 87 e 98 dell’OIL. Non sembra che la Corte d’appello abbia fatto valere i trattati UE e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, come suggerito dagli onorevoli deputati nella loro interrogazione. La Carta, ai sensi del suo articolo 51, paragrafo 1, si applica solo alle istituzioni e agli Stati membri (nell’attuazione del diritto dell’Unione) e non ad altre organizzazioni internazionali.

Aiutare la Grecia al più presto

di mercoledì, Agosto 26, 2015 0 , , Permalink

Lettera di Barbara Spinelli a Jean-Claude Juncker, Presidente della Commissione Europea, Dimitris Avramopoulos, Commissario per Migrazione, affari interni e cittadinanza e Christos Stylianides, Commissario per Aiuti umanitari e gestione delle crisi.

26 agosto 2015

Caro Presidente,
Cari Commissari,

Sono numerosi i paesi bisognosi di solidarietà nell’Unione, davanti al forte afflusso di migranti e richiedenti asilo, ma la Grecia – da anni in profonda crisi recessiva –  fatica più di ogni altro e in misura intollerabile nella gestione dell’accoglienza dei profughi: 160.000 tra gennaio e metà agosto 2015. L’incremento rispetto al 2014 è del 750%. Migliaia di migranti sono bloccati sul confine tra Grecia ed ex Repubblica jugoslava di Macedonia, violentemente respinti dalle autorità di Skopje.

Il direttore europeo dell’Unhcr descrive la situazione dei migranti in Europa come “la peggiore” che abbia visto in trent’anni di esperienza umanitaria. Papa Francesco ha equiparato i respingimenti dei migranti ad atti di guerra.

La Commissione europea ha deciso nell’agosto 2015 uno stanziamento di fondi speciali per assistere i Paesi in maggiore difficoltà, sulla base dell’articolo 79 dei trattati. Per il 2014-2020, la Grecia dovrebbe ricevere 260 milioni di euro dal Fondo per la migrazione, integrazione e asilo, e 195 milioni di euro dal Fondo di sicurezza interna [1].

Sembra tuttavia che i primi versamenti tardino a venire, come ammesso il 17 agosto dal Commissario Avramopoulos [2] in un’intervista a “Repubblica”.

Chiediamo:

  • La Commissione è cosciente della gravità di ogni ritardo nei versamenti, vista la drammatica situazione di abbandono in cui versano i rifugiati nelle isole greche?
  • La Commissione ritiene sufficienti le cifre stanziate, di fronte ad aumenti così ingenti dei flussi migratori?
  • Come sarà organizzata la ricollocazione di 16.000 richiedenti asilo dalla Grecia in altri Paesi dell’Unione, decisa dal Consiglio europeo il 25-26 giugno?

[1] http://europa.eu/rapid/press-release_IP-15-5483_en.htm.

[2] Dimitris Avramopoulos: “Arrivano i soldi Ue per i profughi ma dopo averli salvati fate di più”


 

Barbara Spinelli
Molly Scott Cato
Fabio De Masi
Marie Christine Vergiat
Martina Michels
Tania Gonzalez Penas
Kuneva Kostadinka
Kostas Chrysogonos
Julie Ward
Raymond Finch
Liliana Rodrigues
Ernest Maragall
Bronis Ropė
Tanja Fajon
Alfred Sant
Nessa Childers
Soraya
 Post
Ana Maria Gomes
Beatriz 
Becerra Basterrechea
Nicola Caputo
Miguel Urban Crespo
Aldo Patriciello
Tatjana Ždanoka
Eleonora Forenza
Edouard Martin
Elena Valenciano
Knut Fleckenstein
Eleftherios Synadinos
Bilbao Barandica Izaskun
Sylikiotis Neoklis
Lola Sánchez Caldentey
Monika Vana
Jude Kirton-Darling
Maite Pagazaurtundúa Ruiz
Josep-Maria Terricabras
Lynn Boylan
Matt Carthy
Liadh Ní Riada
Martina Anderson
Fredrick Federley
Igor Šoltes
Elly Schlein
Karima Delli
Michèle Rivasi
Marita Ulvskog
Jens
 Nilsson
Anna Hedh
Dario Tamburrano
Ignazio Corrao
Caterina Chinnici
Manolis Kefalogiannis
Margrete Auken
Claude Rolin
Maria Heubuch
Helmut Scholz
Dietmar Köster

Avanzo delle partite correnti in Germania

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-006514/2015 alla Commissione

Articolo 130 del regolamento

Kostas Chrysogonos (GUE/NGL), Fabio De Masi (GUE/NGL), Javier Couso Permuy (GUE/NGL), Barbara Spinelli (GUE/NGL), Lola Sánchez Caldentey (GUE/NGL), Marina Albiol Guzmán (GUE/NGL), Ángela Vallina (GUE/NGL), Pablo Iglesias (GUE/NGL), Stelios Kouloglou (GUE/NGL), Cornelia Ernst (GUE/NGL), Marisa Matias (GUE/NGL), Neoklis Sylikiotis (GUE/NGL) e Lidia Senra Rodríguez (GUE/NGL)

Oggetto: Avanzo delle partite correnti in Germania

In Germania l’avanzo delle partite correnti è in costante crescita dal 2000, che coincide approssimativamente con l’unione monetaria. Nel 2013, l’economia tedesca ha registrato un avanzo delle partite correnti pari a 206 miliardi di EUR, che corrispondono al 7,5 % del prodotto interno lordo (PIL), [1] mentre i dati mostrano che per il 2014 e il 2015 l’avanzo potrebbe essere ancora più alto. [2] A tale eccedenza, che viola la soglia massima del 6% raccomandata dalla Commissione, [3] viene imputata la ragione degli oneri aggiuntivi imposti agli Stati membri che stanno lottando per uscire dalla crisi finanziaria. Se un paese registra un’eccedenza, un altro dovrà registrare un deficit, in quanto l’eccedenza dei risparmi/delle esportazioni del paese che registra un avanzo deve essere assorbita da un altro paese sotto forma di investimenti, consumi o importazioni. [4]

Può la Commissione rispondere ai seguenti quesiti:

  1. Quali misure intende adottare, e quali proposte è disposta a proporre, per attenuare l’onere trasferito agli altri Stati membri attraverso i surplus eccessivi della Germania?
  2. Condivide la tesi secondo cui la Germania dovrebbe aumentare le retribuzioni, modernizzare le sue strutture e creare stimoli per rilanciare gli investimenti e i consumi? [5] A tale fine, quali sono le misure che la Commissione intende chiedere alla Germania?

[1]     http://www.bundesbank.de/Redaktion/EN/Downloads/Topics/2014_03_21_german_economys_account_surplus.pdf?__blob=publicationFile

[2]     http://www.economist.com/blogs/freeexchange/2014/09/europes-current-account-surplus

[3]     http://www.reuters.com/article/2014/01/14/us-germany-economy-trade-ifo-idUSBREA0D0MU20140114

[4]     http://www.theguardian.com/business/2014/jul/24/germany-surplus-part-blame-eurozone-stagnation

[5]     http://www.cer.org.uk/sites/default/files/publications/attachments/pdf/2013/bulletin_93_js_st_article2-8164.pdf


 

IT
E-006514/2015
Risposta di Pierre Moscovici
a nome della Commissione
(5.8.2015)

Nella relazione per paese 2015 relativa alla Germania [1] la Commissione mette in luce l’esistenza di squilibri macroeconomici che richiedono un’azione politica risoluta e un monitoraggio. La Commissione arguisce che l’elevato e persistente avanzo delle partite correnti della Germania riflette la bassa domanda interna (compresi gli investimenti), le ingenti entrate nette in conto capitale derivanti dagli investimenti all’estero del settore privato e una forte competitività.

L’aggiustamento all’interno della zona euro è in corso e l’avanzo delle partite correnti della Germania rispetto al resto della zona euro si è significativamente ridotto a partire dal 2007. È di particolare importanza intervenire per ridurre il rischio di ripercussioni negative sull’economia tedesca e, considerate le sue dimensioni, sull’Unione economica e monetaria.

Le constatazioni esposte nella relazione per paese trovano riscontro nella proposta di raccomandazioni specifiche per paese rivolte alla Germania, [2] in particolare nel settore degli investimenti e della tassazione, delle pensioni e del mercato del lavoro nonché nei servizi.

[1]     Commissione europea (2015), “Country Report Germany 2015 including an In-Depth Review on the prevention and correction of macroeconomic imbalances”, SWD(2015) 25 final/2.

[2]     COM(2015) 256 final. Cfr.: http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:52015DC0256&rid=1

Ancora manca un Mare Nostrum

Bruxelles 16 luglio 2015. Intervento di Barbara Spinelli in occasione della Riunione della Commissione Parlamentare per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Punto in Agenda: Situazione nel Mediterraneo e necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione

Co-relatori: Roberta Metsola (PPE – Malta), Kashetu Kyenge (S&D – Italia)

  • Esame dei documenti di lavoro sulla solidarietà e sull’accesso sicuro e legale (“working papers” dei relatori ombra Cecilia Wikström [ALDE – Svezia] e Judith Sargentini  [Greens/EFA – Paesi Bassi])

 

Cari colleghi,

ringrazio gli autori per il lavoro svolto su questi importanti working documents. Come stabilito, invierò a breve le raccomandazioni del mio gruppo a riguardo.

Vengo ora ai temi del dibattito.

Innanzitutto, il working document sulle vie di accesso sicure e legali per i richiedenti asilo. Ritengo che queste ultime siano l’unico strumento possibile per rendere del tutto impotente il fenomeno dello smuggling.

Tenuto conto della riforma in corso del codice dei visti, vorrei venissero incluse forti garanzie per i richiedenti asilo: mi riferisco in particolare alle condizioni di ammissibilità, di rilascio del visto, al diritto di appello e, soprattutto, a un cospicuo rafforzamento delle clausole attinenti i visti umanitari. Sono consapevole del fatto che è in corso un negoziato difficile con Commissione e Consiglio, ma ritengo comunque importante – come ricordato da Judith Sargentini – che tali visti diano accesso a tutto lo spazio Schengen.

Per quanto attiene al working document sulla solidarietà, considero di prioritaria importanza che le procedure di riconoscimento dello status di beneficiario di protezione internazionale abbiano, come criterio portante, la volontà dei richiedenti asilo riguardo alla scelta dello Stato di accoglienza, e solo secondariamente le loro eventuali qualifiche. Questo dovrebbe avvenire anche per le procedure di reinsediamento, di ricollocamento e per la normale procedura d’asilo.

Parlando di solidarietà, non possiamo dimenticare i tanti morti dello scorso 18 aprile. In molti abbiamo chiesto che venisse intensificata l’attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale. Abbiamo chiesto all’Unione di modificare il mandato della missione Triton e il limite di 30 miglia marine posto ai soccorsi. Pareva che navi tedesche, inglesi e irlandesi avessero dato vita a una missione umanitaria – una sorta di Mare Nostrum europeo – ma i tempi d’impegno erano circoscritti a poche settimane. Dall’inizio di luglio stanno riprendendo a poco a poco le morti in mare. Stando a quanto ci hanno riportato alcune nostre fonti in Italia, sono già avvenuti due nuovi naufragi a distanza di pochi giorni, davanti al confine tra Libia e Tunisia, e a soccorrere i naufraghi c’erano solo le unità della Guardia costiera italiana.

Combattenti stranieri e terrorismo: critiche a Rachida Dati

Bruxelles, 16 luglio 2015. Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di Relatore ombra, in occasione della Riunione della Commissione Parlamentare per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Punto in Agenda: Prevenzione della radicalizzazione e del reclutamento di cittadini europei da parte di organizzazioni terroristiche

Relatore: Rachida Dati (PPE – Francia)

Grazie alla collega Rachida Dati per il lavoro delicato e difficile che sta svolgendo.

Capisco la difficoltà di tale lavoro. Io stessa, in qualità di relatore ombra del mio gruppo, ho chiesto il parere a 14 ONG e ne ho esaminato i relativi rapporti. Dalla maggior parte di essi emergono le stesse preoccupazioni, focalizzate su tre punti cruciali.

Primo punto sottolineato dalle Ong: il Rapporto Dati è incentrato su misure di carattere repressivo piuttosto che preventivo;

Secondo punto: un gran numero di attacchi non proviene da combattenti stranieri, come lascia intendere il Rapporto, ma nasce nel cuore delle nostre società e delle nostre periferie urbane;

Terzo punto: il Rapporto riguarda quasi esclusivamente i cosiddetti “radicalizzati religiosi”, con il rischio che questo possa condurre, anche involontariamente, a forme di stigmatizzazione religiosa.

Vorrei ricordare, a tale proposito, due recenti rapporti redatti da Europol sugli attacchi terroristici violenti perpetrati nel 2013 e 2014. Secondo Europol, nel 2013 solo 2 attacchi su 152 erano motivati da “radicalizzazione” o estremismo religioso. Lo stesso vale per il 2014: la maggior parte degli attacchi non è stata di natura religiosa.

È il motivo per cui la mia preferenza anche linguistica – su questo sono completamente d’accordo con quanto detto prima di me dalla collega Sophie Int’ Veld [Alde, NdR] – va a termini più precisi, anche se apparentemente generici. Meglio parlare di “estremismo violento” piuttosto che, genericamente, di radicalismo o fondamentalismo: il fondamentalista o “radicale” può anche essere non violento e non dovrebbe, quindi, essere stigmatizzato solo sulla base delle sue convinzioni.

Ho concentrato la mia attenzione e gli emendamenti che ho proposto a nome mio e del mio gruppo sul ruolo che l’esclusione sociale e la ghettizzazione urbana hanno nel marginalizzare persone tendenzialmente vulnerabili, facendole sentire estranee alla società, se non addirittura reiette in questa “nostra” Unione europea.

Mi sono inoltre opposta alla segregazione nelle prigioni, suggerita nel Rapporto di iniziativa. Prendo atto che il relatore ha idee meno punitive e più sofisticate in materia, come ribadito in una precedente sessione di questa Commissione parlamentare e ancora una volta oggi. Fatto sta che in tutte le lingue in cui il suo Rapporto viene tradotto la parola è segregazione o isolamento. Quindi bisogna veramente, secondo me, trovare un termine più preciso e inequivocabilmente diverso da quello impiegato (segregazione carceraria, celle di isolamento). Il lessico ha la sua rilevanza e sarebbe quindi necessario trovare un accordo su una parola di compromesso.

Mi sono inoltre opposta a controlli estesi o censura dei contenuti internet. Il nostro gruppo è particolarmente sensibile in materia e, a nostro parere, ogni meccanismo di controllo e/o censura andrebbe esaminato con riferimento alle sue conseguenze sul diritto alla libertà di espressione e di informazione.

Nel settore dell’educazione ho raccomandato la promozione di corsi sulla tolleranza e sul rispetto della diversità.

Per quel che riguarda una questione che mi sta specialmente a cuore, cioè la cooperazione giudiziaria con Stati terzi, ho chiesto che qualsiasi accordo abbia quale condizione irrinunciabile il rispetto da parte degli Stati in questione degli standard europei in materia di diritti fondamentali, se non di standard più alti di quelli europei.

Infine, ho chiesto di eliminare qualsiasi sovrapposizione tra migrazione e terrorismo, e mi sono opposta a ogni profiling etnico o razziale.

Mi auguro naturalmente che qualche compromesso possa essere raggiunto, quantomeno sul piano lessicale, e spero in ogni caso che i miei emendamenti, o almeno una gran parte di essi, siano presi in considerazione.

Compte rendu de la visite de Barbara Spinelli au centre fermé pour étrangers «127bis »

Compte rendu de la visite de Barbara Spinelli au centre fermé pour étrangers «127bis » et de la rencontre avec des représentants de la Coordination des sans-papier dans le centre occupé “La Voix des Sans-papiers”, à Molenbeek.

Le 14 Juillet 2015 à Bruxelles

Ce mardi 14 juillet Barbara Spinelli et son collègue Miguel Urbán Crespo (cofondateur de Podemos) ont rencontré des travailleurs du monde associatif et des militants pour les droits des personnes migrantes et ils ont visité le centre fermé pour étrangers « 127bis » de Steenokkerzeel, près de l’aéroport Zaventem à Bruxelles. La visite était précédée d’une rencontre et d’un échange de vues avec les représentants de la Coordination des sans-papiers (mouvement composé de différents collectifs de migrants bruxellois) dans le centre occupé “La Voix des Sans-papiers”, 184 Boulevard Leopold II à Molenbeek-Saint-Jean.

Voici un compte rendu de la visite.

Il a été écrit par Chiara De Capitani – assistante accréditée de Barbara Spinelli – qui a accompagné les deux euro-parlementaires dans leur visite-enquête.

Les noms ont été changés afin de préserver les personnes concernées.

“La Belgique a été gentille avec moi”, nous dit la première femme sans-papier que nous rencontrons dans l’immeuble occupé du 184 Boulevard Léopold II  assise sur un matelas sans couvertures, “Qu’est-ce que tu attends de ce pays?” “Je souhaiterais un travail, et des papiers en règle”. L’ordre des revendications semble tout à fait casuel mais on ne peut ne pas remarquer que sa première requête est de contribuer à la société, avant d’avoir elle-même les mêmes droits des réfugiés et autres résidents en règle. Pulchérie vient de Guinée et a demandé l’asile en Belgique en 2011, la procédure est toujours en cours et, en attendant, elle réside avec 6-7 autres personnes dans une chambre d’environ 14m² à « L’occupation de La Voix des Sans-papiers » au Boulevard Léopold II à Molenbeek, commune de Bruxelles. Tabitha, qui dort sur un matelas double avec ses deux enfants dans la même chambre de Pulchérie nous raconte que bien que n’ayant pas de papiers, son enfant aîné va quand même à la crèche et apprend le néerlandais.

Ce n’est qu’une des nombreuses chambres occupées de cette maison de maître qui, malgré la taille insuffisante, abrite jusqu’à 200 personnes sans papier en contemporaine. Tout le monde se sent comme part d’une grande famille, les locaux sont très propres et l’espace est partagé avec solidarité, malgré les conditions de vie extrêmement difficiles. Le bâtiment n’a pas d’eau courante, toutes ces personnes doivent se doucher grâce à des seaux d’eau, ni le gaz ni le chauffage marchent: pendant l’hiver un four à micro-ondes sert à la fois comme cuisine que comme chauffage pour les 5 personnes résidantes dans une autre chambre d’environ 11 m².

La maison occupée par les résidents est de propriété d’un particulier qui semble avoir accepté bon gré mal gré la présence des résidents abusifs (la plus part de fois à cause d’un héritage en indivision). Même attitude transigeante, mais arbitraire, chez la police et le bourgmestre : ce dernier peut d’un moment à l’autre commander l’évacuation. Les factures d’électricité ont été payées, dans le cas que nous examinons, par des syndicats.

Les résidents, tous sans papiers, viennent principalement de Mauritanie, Sénégal, Côte d’Ivoire, Mali et Niger. Ils travaillent où aimeraient travailler, se sentent déjà partie de cette société qui tient leur vie dans un limbe, et à laquelle ils ne peuvent contribuer pleinement tant qu’on ne leur laissera une chance. En effet, “comment une société défendant les valeurs d’égalité, de fraternité, de justice et de liberté, peut‐elle accepter que 150.000 personnes vivent sans aucun droit ?” revendique le Front d’Action des Migrants [1].

La solution serait la régularisation du statut de résident: il arrive que la Belgique régularise ses résidents irréguliers pour des raisons humanitaires, médicales, de travail, où parce que les demandeurs sont sujets à une procédure d’asile excessivement longue. Les régularisations sont toutefois très sporadiques, et les résidents ainsi que le Front d’Action des Migrants demandent un cadre juridique intégrant une procédure de régularisation qui soit basée sur 5 critères permanents, inscrits dans la loi, et qui puisse se dérouler devant une commission indépendante.

Les cinq critères devraient être à leur avis les suivants:

  1. L’existence d’une procédure d’asile de longue durée (3 ans, compris la durée de la procédure auprès du Conseil d’Etat),
  2. L’impossibilité d’être rapatrié dans le pays d’origine,
  3. Le fait d’avoir des attaches sociales durables dans le pays d’accueil, ou des circonstances humanitaires à faire valoir
  4. Le fait de disposer d’un projet de contribution socio-économique en Belgique
  5. Le fait d’être gravement malade ou handicapé

Après cette visite et ces rencontres, on s’est dirigé vers le centre fermé pour étrangers « 127bis » de Steenokkerzeel.

Barbara Spinelli avait déjà visité le 19 Décembre 2014 un centre italien d’identification et expulsion (CIE) à Rome (1, 2), centre qu’elle a dénommé “un zoo pour êtres humains”, où les besoins plus primaires étaient niés où sévèrement rationnés. La visite au « 127bis » a été une expérience très différente: on pourrait y voir un hôtel low cost avec de nombreux services primaires que le centre en Italie n’offrait point. Ceci étant dit, c’est un hôtel encerclé de trois grillages d’affilée de 4 mètres de haut, que les “hôtes” ne peuvent quitter et où ils ne peuvent se promener librement. Qui limite leur vie, leurs plaisirs, leur promenades dans la cour du Centre, même leurs lectures. C’est une prison avec les murs couleur rose saumon et une télévision écran plat pour ses détenus.

Ce centre – comme pour rappeler visuellement la privation de liberté de mouvement qu’il organise –  se trouve tout près de l’Aéroport de Bruxelles-National: quelle terrible ironie, pour des « condamnés aux transferts » voulus par le Règlement de Dublin, d’assister en permanence au décollage d’avions allant partout en Europe sans aucune restriction pour les passagers de citoyenneté européenne. En effet, la majeure partie des détenus est enfermée au 127bis dans le cadre du système prévu par le Règlement de Dublin, et attendent d’être renvoyés dans le premier État Membre par lequel ils sont rentrés dans le territoire de l’Union.

Nous rencontrons la nouvelle directrice du centre, qui travaille pour la “détention humaine des migrants illégaux “: combien d’oxymores en une phrase d’à peine 5 mots ! Elle nous semble bienveillante et vouloir contribuer à rendre cet espace plus viable, mais c’est le système même à être par sa nature concentrationnaire: l’idée même que des personnes qui n’ont commis aucun crime se retrouvent privées de liberté est un concept cruel, insensé, et pourtant il fait partie de la quotidienneté des États Membres de l’Union Européenne. Même ce centre qui essaye de répondre à nombreux besoins de ses résidents n’arrive à cacher sa nature carcérale. On s’en souvient vite en visitant la cellule d’isolation: 8m carrés en pierre avec un matelas, un WC, une minuscule fenêtre qui s’entrouvre à peine.

Nous apprenons qu’un détenu afghan du 127bis a tenté le suicide le 6 juillet dernier, et nous en discutons avec la directrice. Emmené à l’hôpital, à son retour au centre il a été menotté et placé en isolement, sans aucune possibilité de communiquer avec sa compagne: ainsi ont écrit les journaux. En général les autorités veulent imposer le silence sur ces drames, comme ce fût le cas lors d’un autre suicide, début avril, au centre fermé de Merksplas dans les Flandres.

Nous commençons notre visite dans une petite pièce où les futurs détenus laissent leurs biens: la liste des choses qu’ils ne peuvent porter à l’intérieur du centre est longue et inclut tout GSM ou appareil donnant accès à internet: la raison ne peut qu’être répressive. Nous remarquons qu’ils ne peuvent même pas porter de lecteur MP3, la directrice nous assure que l’interdiction d’entendre la musique ou d’autres enregistrements est en effet absurde : depuis le début de la nouvelle gestion, les détenus peuvent porter les appareils avec eux (mais pas dans la cellule d’isolement, dont le caractère doit évidemment rester punitif. Même les livres étaient interdit en isolement, jusqu’à une date récente).

Nous rencontrons ensuite la jeune psychologue qui travaille avec les résidents. Elle n’hésite pas à avouer qu’elle traite “des symptômes normaux à cause de leur situation anormale”. Elle voit beaucoup de détenus et peut les écouter en plusieurs langues grâce à des interprètes. On apprend aussi que la prescription de médicaments antidépressifs où de somnifères a lieu de manière contrôlée (normalement, on nous dit, un infirmier appelle le docteur qui après consulte un psychiatre avant de prescrire ces médicaments). Selon le docteur qui nous accueille, les somnifères sont donnés en général pour un maximum de 10 jours (ce qui n’est pas le cas dans la majeure partie des centres en Italie, confirme Barbara Spinelli dans l’échange avec le médecin).

Après la cellule d’isolation, nous passons à la “chambre conjugale”, où les détenus peuvent rencontrer leur conjoint(e) après un mois de détention: la salle contient un lit double et une toilette avec douche privée (autre différence par rapport aux CIE italiens). À côté de la chambre se trouve une petite salle de fitness, l’accès à cette salle n’est tout de même pas libre et on doit demander d’y avoir accès. Cela nous semble paradoxal que tout mouvement où besoin humain de personnes libres et non condamnées pénalement soient contrôlés et préfigurés dans autant de petites salles. Chaque détenu dispose de 2 heures de promenade par jour, dans une cour du centre (le temps est drastiquement limité pour les « condamnés » à l’isolement).

Nous arrivons aux “résidences” des détenus: un long couloir avec des petites chambres une à côté de l’autre, une salle pour fumer, un réfectoire avec une télévision écran plat et une autre salle avec une petite télévision. Nous visitons les locaux: les espaces sont tout petits et les chambres à coucher qu’il nous est donné de voir ont beaucoup de lits simples entassés un à côté de l’autre avec des petites armoires. Le réfectoire a des tables, des sièges et une télévision, la salle pour fumer quelques sièges et un allume-feu incorporé au mur. Le baby-foot au milieu du couloir est le seul mobilier avec quelques couleurs et est entouré de personnes.

Les murs sont toujours couleur pastel: vert petit-pois, jaune, rose saumon… Mais toutes ces jolies couleurs n’arrivent pas à cacher le désespoir et surtout le terrible ennui des résidents qui viennent nous parler. Sardar Agha, un jeune afghan sur la trentaine, est tellement habitué à être emprisonné dans des centres qu’il se limite à souligner les raisons pour lesquelles il préférait le centre fermé de Heathrow par rapport à celui-ci (les raisons premières étant l’espace, les horaires flexibles pour l’accès à la cour, ainsi que la présence d’un ordinateur avec internet).

Comme en Italie, comme en Espagne, tous les détenus demandent pourquoi ils sont là, ils ne comprennent pas, beaucoup ont vu leurs familiers mourir où disparaître. Ils aimeraient juste recommencer leur vie et se sentent au contraire suspendus dans le vide, au risque d’être refoulés dans leur pays tant que leur statut de réfugié ne leur sera pas reconnu. Difficile, minoritaires comme nous sommes au Parlement européen, leur donner une réponse encourageante.

Reza, après avoir vu son père mourir en Afghanistan a décidé de fuir et entrer en Europe en passant par la Bulgarie, où il va être transféré maintenant: que doit-il faire là-bas? Il ne connaît personne, il ne parle pas le bulgare, et sait que les conditions d’accueil et d’intégration pour les demandeurs d’asile sont mauvaises; “Il y a pas de travail pour eux, figurez-vous pour moi! Je veux juste contribuer à la société et aurait beaucoup aimé pouvoir le faire ici où j’ai un ami arrivé il y a quelques années”.

La majeure partie des détenus a pris la fuite de pays à haute reconnaissance du statut d’asile en Europe: Afghanistan, Pakistan, Somalie. Beaucoup travaillaient, étudiaient à l’Université, pensaient à former une famille. Nous sortons du centre avec l’impression d’avoir assisté à une rationalisation, un embellissement et une banalisation du mal. Peindre les locaux couleurs pastel et permettre aux gens de voir la télévision leur permettra peut-être d’oublier l’arbitraire privation de leur liberté? Nous ne le pensons pas.

Chiara De Capitani
Bruxelles, le 14 juillet 2015

[1] Le Front d’Action des Migrants (FAM) inclut: le collectif Mobilisation 2009, La Voix des Sans-papiers, groupe Ebola, collectif des Afghans, Mrax, Crer, Resf, Kids Parlement