Risposta di Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione, alla lettera di sostegno agli intellettuali turchi (pubblicata su questo sito con il titolo 103 firme per un fondo di sostegno agli accademici licenziati in Turchia)
Stato di diritto in Spagna: risposta del presidente della Commissione europea
Risposta del presidente Juncker alla lettera sullo stato diritto in Spagna (pubblicata su questo sito con il titolo Difendere lo stato di diritto nell’Unione europea)
Stato di diritto in Polonia: il perché di una nuova risoluzione
Bruxelles, 14 novembre 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Riunione del Gruppo GUE/NGL.
Punto in agenda:
Scambio di opinioni sulla situazione in Polonia
Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatore, per il Gruppo GUE/NGL, della Proposta di Risoluzione del Parlamento europeo sulla situazione dello Stato di diritto e della democrazia in Polonia.
Questa risoluzione nasce da una constatazione: dopo una serie di raccomandazioni della Commissione, dopo i moniti della Commissione di Venezia, la Polonia governata dal PiS continua a violare la rule of law in maniera palese. Per rule of law non intendiamo il “governo attraverso le leggi” – la rule-by-law, la pura legalità – ma la legalità che ha come fondamento normativo il rispetto dei diritti fondamentali. È l’intreccio di legalità e diritti a essere violato. Dico subito che quest’accezione larga della rule of law non è scontata, anche se in punto di diritto lo è nella legge europea grazie alla congiunzione del Trattato con la Carta dei diritti fondamentali. I diritti delle donne alla contraccezione e all’aborto ad esempio fa pienamente parte della rule of law, e rientra perfettamente in una risoluzione dedicata alla violazione dello Stato di diritto.
In questa risoluzione, il Parlamento si concentra sull’indipendenza della giustizia e sulla separazione dei poteri, e nessuno dei paragrafi che riguardano questi temi è criticabile. Devo dire che il contributo del nostro gruppo è stato decisivo, nel salvaguardare la parte diritti della rule of law. Con l’aiuto fondamentale di Amandine, con il contributo di Malin, siamo riusciti a immettere alcuni punti a nostro parere cruciali, e per questo ho consigliato l’adesione alla mozione congiunta. Ve li riassumo, suddividendoli in otto categorie:
Comincio dai diritti delle donne. Non abbiamo ottenuto tutto quello che ci ripromettevamo, e per questo presenteremo cinque emendamenti insieme con i Verdi e i Socialisti. A fatica, abbiamo ottenuto comunque che i diritti delle donne siano annoverati come costitutivi della rule of law, per quanto riguarda sia l’erogazione di fondi alle associazioni femminili, sia la salute riproduttiva – cioè il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza e alla libera contraccezione (presentato in un recital come diritto umano garantito dalla Carta e dalla Convenzione dei diritti dell’uomo), sia le proteste di massa dell’ottobre 2016 (la protesta delle donne in nero) che ha impedito l’approvazione di una nuova legge sull’aborto. Un’ultima osservazione a questo proposito: su nostra domanda è stato inserito il riferimento all’ultimo rapporto di Human Rights Watch, che nell’elencare i diritti violati dedica ampio spazio alla legge che vieta la vendita senza prescrizione della pillola del giorno dopo, e alla necessità di emendare la legge sull’aborto adottata dai governi precedenti: una delle più restrittive e punitive d’Europa. Chi si batte per questi diritti in Polonia potrà appellarsi a questo rapporto, che sia pure in maniera indiretta e allusiva è fatto proprio dal Parlamento europeo.
Passo ora ai paragrafi o Recital dove i risultati ottenuti sono a mio parere tangibili. Ne ho contati almeno sette:
1) la libertà di riunione pacifica e quella di associazione, messe in pericolo dalla legge che dà priorità assoluta alle cosiddette “manifestazioni cicliche”, dedicate a eventi patriottici o religiosi, e che mette al bando ogni sorta di contromanifestazione. In quest’ambito viene denunciata ogni incriminazione di manifestanti pacifici;
2) la libertà di espressione, evidenziata in un recital e un articolo: si tratta dell’invito ad assicurare in pieno il pluralismo dell’informazione e dei media;
3) la condanna delle misure di respingimento collettivo dei migranti alla frontiera con la Bielorussia, e l’invito a rispettare due provvedimenti ad interim adottati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che chiedono l’interruzione immediata dei rimpatri. In Bielorussia manca un sistema d’asilo funzionante ed è elevato il rischio che richiedenti asilo provenienti dalla Cecenia o da paesi dell’Asia centrale possano essere rimandati nei luoghi di partenza, dove potrebbero subire torture;
4) le leggi antiterrorismo e il cosiddetto “police act”, con uno specifico riferimento alle misure che permettono la sorveglianza poliziesca dell’opposizione e di personalità rappresentative della società civile (quest’articolo è stato introdotto da Alde, con il nostro pieno consenso);
5) la legge che permette al nuovo Centro di sviluppo della società civile di negare fondi alle associazioni poco gradite;
6) il riferimento all’articolo 7 del Trattato, e al ruolo promotore che il Parlamento europeo può svolgere nell’iniziarne l’attivazione, in base al paragrafo 1 dell’articolo 7;
7) l’invito a metter fine al taglio degli alberi nella foresta di Bialowieza, che è un patrimonio dell’umanità tutelato dall’UNESCO oltre che una delle più antiche d’Europa. A fine luglio la Corte di giustizia europea, su ricorso della Commissione, aveva ordinato ai polacchi di bloccare il taglio, ma il governo ha ignorato l’ordine della Corte. Attualmente il taglio procede al ritmo di circa mille alberi al giorno.
Come dicevo all’inizio, per tutti questi motivi sono convinta che valga la pena aderire alla risoluzione. Mi piacerebbe conoscere la vostra posizione in proposito.
La questione sociale non appartiene ai secoli scorsi
Strasburgo, 13 novembre 2017. Strasburgo, 13 novembre 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione straordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO).
Punto in agenda:
Il dibattito sul futuro dell’Europa
- Esame di documenti di lavoro
Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di responsabile, in collaborazione con Fabio Massimo Castaldo (Gruppo EFDD – M5S), del documento di lavoro “Social Dimension of Europe”.
È positivo che la questione sociale torni al centro delle preoccupazioni europee, sia pure timidamente, dopo esser stata liquidata per decenni come questione appartenente ai due secoli scorsi.
Mi auguro dunque che il Summit Sociale di Göteborg, venerdì prossimo, non si limiti a semplici frasi declamatorie, ma prefiguri un impegno concreto nell’affermazione della centralità della dimensione sociale e rappresenti al contempo una chiara svolta nell’azione politica: che si passi dalla filosofia del contenimento degli effetti collaterali della crisi a una filosofia dello sviluppo sociale (e dunque anche economico) che vada oltre la lotta alla povertà e lo status quo. Le misure adottate per affrontare la crisi del 2007-2008 rientrano nella vecchia filosofia (la questione sociale appartiene al mondo di ieri), nella misura in cui hanno dato priorità assoluta a politiche fiscali devastanti sul piano sociale, come ormai riconosciuto dai massimi esperti dello stesso Fondo Monetario.
Il documento elaborato da me e dal collega Castaldo si pone come obiettivo quello di riscoperchiare e affrontare la questione sociale come si presenta oggi. Non mi addentrerò nelle specifiche proposte che facciamo – proposte cui vanno aggiunte le precise domande formulate proprio in questi giorni dalla Confederazione europea dei sindacati, in vista di Göteborg – e vi ringrazio sin d’ora per i commenti che vorrete offrire. Mi soffermerò piuttosto sulle motivazioni che sono alla base del documento.
Il rafforzamento della dimensione sociale dell’Unione presuppone, a mio modo di vedere, il riconoscimento – in primo luogo – che ci troviamo di fronte a diritti della persona, come riconosciuto nella Carta europea dei diritti. La questione sociale connessa alla seconda rivoluzione industriale aveva al proprio centro il proletariato: un blocco relativamente compatto. Oggi urgono criteri diversi, perché il blocco è divenuto una nebulosa eterogenea, priva di efficace rappresentanza, e attratta dall’estrema destra proprio in ragione di tale crisi della rappresentanza classica.
Nonostante l’evidente interdipendenza con le altre politiche dell’Unione – economiche e finanziarie – una politica sociale concreta dovrebbe rappresentare un obiettivo indipendente da condizionalità. Per questo ci siamo richiamati, nel documento, alla richiesta – contenuta nella relazione del Parlamento sul Pilastro sociale, approvata a gennaio – di introdurre un Protocollo sociale ai Trattati, al fine di metter fine allo squilibrio esistente nei trattati fra diritti sociali fondamentali e libertà economiche: squilibrio che tende ad avvantaggiare le libertà economiche anche in molte Costituzioni nazionali che hanno incorporato il pareggio di bilancio.
Il Protocollo è un primo passo verso l’indipendenza dei diritti sociali che Castaldo e io auspichiamo. Per lo stesso motivo abbiamo dato particolare risalto alla Carta sociale europea, preconizzando la sua integrazione nell’acquis dell’Unione. Attraverso questo decalogo sociale, gli Stati Membri si sono impegnati a rispettare una vasta gamma di diritti e principi, conferendo loro portata vincolante. È senza senso la riluttanza mostrata dall’Unione nel proseguire un percorso di adesione alla Carta già iniziato dagli Stati Membri.
Perché il Pilastro Sociale funzioni, è necessario che a esso sia conferita autonoma dignità. Che non costituisca un mero strumento ancillare a “superiori” obiettivi di carattere macro-economico concernenti la competitività. Lo stesso si dica per lo schema di reddito minimo, che è una delle nostre principali proposte. È molto preoccupante, in questa prospettiva, che il Pilastro sia stato “ideato precipuamente per l’area euro” – cito quanto comunicato dalla Commissione [1] – come se una nuova centralità sociale non fosse necessaria nell’insieme dell’Unione. Non meno importante è che l’autonoma dignità sia conferita allo sviluppo dei diritti che ne rappresentano l’ossatura, affinché il Pilastro non sia un mero contenitore di principi astratti.
Attraverso le proposte contenute nel documento il nostro scopo è quello di fornire al legislatore europeo una possibile traiettoria per dare infine attuazione ad un impegno formale assunto nei confronti dei propri cittadini, in occasione del discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato da Jean-Claude Juncker il 9 settembre 2015.
[1] Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale e al Comitato delle Regioni, “Istituzione di un pilastro europeo dei diritti sociali”, 26.4.2017, “Il pilastro stabilisce una serie di principi e diritti fondamentali per sostenere mercati del lavoro e sistemi di protezione sociale equi e ben funzionanti. Come sottolineato nella relazione dei cinque presidenti dal titolo “Completare l’Unione economica e monetaria dell’Europa”4, ciò è essenziale anche per costruire strutture economiche più resistenti. Per questo motivo il pilastro è destinato a servire da bussola per un nuovo processo di convergenza verso migliori condizioni di vita e di lavoro negli Stati membri partecipanti. Benché sia stato ideato precipuamente per l’area euro, possono parteciparvi tutti gli Stati membri dell’UE”.
Difendere lo stato di diritto nell’Unione europea
Albena Azmanova, Barbara Spinelli e 190 intellettuali, accademici e parlamentari europei chiedono il rispetto dello stato di diritto in Spagna e sollecitano una mediazione europea in una lettera aperta al Presidente della Commissione Juncker, al Presidente del Consiglio europeo Tusk e per conoscenza al Primo vice presidente Frans Timmermans
English version with the list of co-signatories
3 novembre 2017
Caro presidente Juncker, caro presidente Tusk,
siamo accademici, politici, intellettuali, eurodeputati, e ci rivolgiamo a Voi per esprimere le seguenti preoccupazioni:
L’Unione ha proclamato che lo stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali sono vincolanti per gli Stati membri (articoli 2 e 6 del Trattato di Lisbona). La leadership UE è stata il custode di queste norme, da ultimo nel contrastare gli attacchi del governo polacco all’indipendenza dei giudici e le limitazioni delle libertà della società civile e dei media in Ungheria.
Tuttavia, siamo profondamente preoccupati dal modo in cui le istituzioni UE stanno condonando la violazione dello stato di diritto in Spagna, in particolare per quanto riguarda l’atteggiamento delle autorità spagnole verso il referendum del 1 ottobre sull’indipendenza catalana. Non prendiamo posizione sulla sostanza della disputa concernente la sovranità territoriale, e siamo coscienti dei difetti procedurali nell’organizzazione del referendum. La nostra preoccupazione centrale riguarda l’applicazione dello stato di diritto in uno Stato membro dell’UE.
Il governo spagnolo ha giustificato le proprie azioni invocando la difesa o il ripristino dell’ordine costituzionale. L’Unione ha dichiarato che si tratta di affari interni alla Spagna. In effetti, nelle democrazie liberali le questioni di sovranità nazionale sono interne. Tuttavia, il modo in cui le autorità spagnole hanno trattato la domanda di indipendenza espressa da una parte significativa dei catalani costituisce una violazione dello stato di diritto, e precisamente:
1/ Il Tribunale costituzionale spagnolo ha proibito il referendum sull’indipendenza indetto per il 1 ottobre, così come la sessione del Parlamento catalano programmata per il 9 ottobre, denunciando la violazione dell’articolo 2 della Costituzione che stabilisce l’unità indissolubile della nazione, e rendendo dunque illegale la secessione. Tuttavia, applicando in tal modo l’articolo 2, il Tribunale ha violato precise disposizioni costituzionali sulla libertà di riunione pacifica e di parola – i due principii incarnati dai referendum e dalle deliberazioni parlamentari, indipendentemente dalla materia su cui si esplicano. Senza interferire nelle controversie costituzionali in Spagna o nel suo codice penale, notiamo che applicare una disposizione costituzionale violando i diritti fondamentali è una caricatura della giustizia. Le sentenze del Tribunale, e le azioni governative alle quali queste sentenze hanno fornito una base legale, violano quindi sia lo spirito sia la lettera dello stato di diritto.
2/ Nei giorni che hanno preceduto il referendum le autorità spagnole hanno attuato una serie di azioni repressive contro funzionari pubblici, parlamentari, sindaci, media, società e cittadini. L’oscuramento di Internet e altre reti di comunicazione durante e dopo la campagna referendaria hanno avuto conseguenze gravi sulla libera espressione.
3/ Nel giorno del referendum, la polizia spagnola è ricorsa all’uso eccessivo della forza e della violenza contro votanti e dimostranti pacifici, secondo Human Rights Watch. Si tratta di un incontrovertibile abuso di potere nell’applicazione della legge.
4/ L’arresto e l’incarcerazione il 16 ottobre di Jordi Cuixart e Jordi Sànchez (presidenti rispettivamente dell’Assemblea Nazionale Catalana e di Omnium Cultural) con l’accusa di sedizione è un esempio di mala giustizia. I fatti all’origine dell’incriminazione vanno qualificati non come sedizione, ma come libero esercizio del diritto di manifestazione pacifica, sancito nell’articolo 21 della Costituzione spagnola.
Il governo spagnolo, nello sforzo di salvaguardare la sovranità dello Stato e l’indivisibilità della nazione, ha violato diritti e libertà basilari, garantiti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dagli articoli 2 e 6 del Trattato di Lisbona. In nessun Paese membro la violazione dei diritti e delle libertà tutelati dalla legge internazionale ed europea può essere un affare interno. Il silenzio dell’UE e il suo rifiuto di mediazioni inventive è ingiustificabile.
Le misure del governo spagnolo non possono giustificarsi come azioni volte a proteggere lo stato di diritto, anche se basate su specifiche disposizioni legali. Contrariamente al “governo per mezzo della legge” (rule-by-law), applicata in forza di norme emanate attraverso una corretta procedura legale o emesse da un’autorità pubblica, lo stato di diritto (rule of law) implica la contemporanea salvaguardia dei diritti e delle libertà fondamentali – una legge è vincolante non semplicemente perché proceduralmente corretta, ma perché rappresenta al tempo stesso la giustizia. È quest’accezione di stato di diritto a conferire legittimità alle autorità pubbliche nelle democrazie liberali.
Chiediamo dunque alla Commissione di esaminare la situazione in Spagna nel quadro dello stato di diritto, come ha fatto per altri Stati membri.
La leadership UE ha ribadito che la violenza non può essere uno strumento in politica, eppure ha implicitamente condonato le azioni della polizia spagnola, considerando le azioni del governo di Madrid in linea con lo stato di diritto. Tale versione riduzionista e menomata dello stato di diritto non deve diventare il nuovo senso comune politico in Europa. È pericoloso e rischia di causare danni a lungo termine nell’Unione. Chiediamo perciò al Consiglio europeo e alla Commissione di fare il necessario per restaurare il principio dello stato di diritto quale fondamento della democrazia liberale in Europa, contrastando ogni forma di abuso di potere commesso dagli Stati membri. In assenza di ciò, e di seri sforzi di mediazione, l’UE rischia di perdere la fiducia dei suoi cittadini.
Nel frattempo la crisi si è approfondita (il governo catalano in detenzione, un mandato di arresto spiccato nei confronti di Puigdemont). Seguiamo da vicino la situazione, avendo in mente gli inseparabili interessi della democrazia in Catalogna, in Spagna, in Europa, e insistiamo più che mai sull’importanza che l’UE eserciti vigilanza, affinché le libertà fondamentali siano rispettate da tutte le parti.
Co-firmatari (a titolo personale):
Etienne Balibar, université Paris Nanterre and Kingston University London
David Gow, editor, Social Europe
Kalypso Nicolaidis, Oxford University, Director of the Center for International Studies
Mark Davis, University of Leeds, Founding Director of the Bauman Institute
Cristina Lafont, Northwestern University (Spanish citizen)
Ash Amin, Cambridge University
Yanis Varoufakis, DiEM25 co-founder
Rosemary Bechler, editor, openDemocracy
Gustavo Zagrebelsky professor of constitutional law, University of Turin
Antonio Negri, Philosopher, Euronomade platform
Costas Douzinas, Birkbeck, University of London
Robert Menasse, writer, Austria
Dimitrios Papadimoulis, Vice President of the European Parliament (GUE-NGL)
Ulrike Guérot, Danube University Krems, Austria & Founder of the European Democracy Lab, Berlin
Judith Butler, University of California, Berkeley and European Graduate School, Switzerland
Philip Pettit, University Center for Human Values, Princeton University (Irish citizen)
Josep-Maria Terricabras, Member of European Parliament (Greens/EFA)
Hauke Brunkhorst, University of Flensburg
Judit Carrera, Centre for Contemporary Culture of Barcelona
Gabriele Zimmer, Member of European Parliament (President, GUE/NGL)
Philippe Schmitter, European University Institute, Florence
Bart Staes, Member of European Parliament (Flemish Greens)
Marie-Christine Vergiat, Member of European Parliament (GUE-NGL)
Jón Baldvin Hannibalsson, former minister for foreign affairs and external trade of Iceland
Diana Wallis, former Vice President of the European Parliament
Craig Calhoun, President, Berggruen Institute; Centennial Professor at the London School of Economics and Political Science (LSE)
Jane Mansbridge, Kennedy School of Government, Harvard University
Josu Juaristi Abaunz, Member of European Parliament (GUE-NGL)
Alyn Smith, Member of the European Parliament (Greens/EFA)
Thor Gylfason, University of Iceland and Research Fellow at CESifo, Munich/former member Iceland Constitutional Council 2011
Jordi Solé, Member of European Parliament (Greens/EFA)
Judith Revel, Université Paris Nanterre
Seyla Benhabib, Yale University; Catedra Ferrater Mora Distinguished Professor in Girona (2005)
Arjun Appadurai, Institute for European Ethnology, Humboldt University, Berlin
Susan Buck-Morss, CUNY Graduate Center and Cornell University
Ramon Tremosa i Balcells, Member of European Parliament (Alde)
Anastasia Nesvetailova, Director, City Political Economy Research Centre, City University of London
Nancy Fraser, The New School for Social Research, New York (International Research Chair in Social Justice, Collège d’études mondiales, Paris, 2011-2016)
Jill Evans, Member of the European Parliament (Greens/EFA)
Regina Kreide, Justus Liebig University, Giessen
Jodi Dean, Hobart and William Smith Colleges, Geneva NY
Tatjana Zdnoka, Member of the European Parliament (Greens/EFA)
Wendy Brown, University of California, Berkley
Roberta De Monticelli, University San Raffaele, Milan.
Sophie Wahnich, directrice de recherche CNRS, Paris
Christoph Menke, University of Potsdam, Germany
Tanja Fajon, Member of the European Parliament (S&D)
Robin Celikates, University of Amsterdam
Eric Fassin, Université Paris-8 Vincennes – Saint-Denis
Paul Molac, Member of the French Parliament (écologiste)
Alexis Cukier, Université Paris Nanterre
Diogo Sardinha, university Paris/Lisbon
Luke Ming Flanagan, Member of the European Parliament (GUE-NGL)
Dario Castiglione, University of Exeter
Hamit Bozarslan, EHESS, Paris
Frieder Otto Wolf, Freie Universität Berlin
Gerard Delanty, University of Sussex
Boaventura de Sousa Santos, Coimbra University and University of Wisconsin-Madison
Sandro Mezzadra, Università di Bologna
Camille Louis, University of Paris 8 and Paris D
Philippe Aigrain, writer and publisher
Yann Moulier Boutang and Frederic Brun, Multitudes journal
Anne Querrien and Yves Citton, Multitudes journal
Bruce Robbins, Columbia University
Michèle Riot-Sarcey, université Paris-VIII-Saint-Denis
Zeynep Gambetti, Bogazici University, Istanbul (French citizen)
Andrea den Boer, University of Kent, Editor-in-Chief, Global Society: Journal of Interdisciplinary International Relations
Moni Ovadia, writer and theatre performer
Merja Kyllönen, Member of the European Parliament (GUE/NGL)
Guillaume Sibertin-Blanc, Université Paris 8 Saint-Denis
Peter Osborne, Centre for Research in Modern European Philosophy, Kingston University, London
Ilaria Possenti, University of Verona
Nicola Lampitelli, University of Tours, France
Yutaka Arai, University of Kent
Enzo Rossi, University of Amsterdam, Co-editor, European Journal of Political Theory
Petko Azmanov, journalist, Bulgaria
Etienne Tassin, Université Paris Diderot
Lynne Segal, Birkbeck College, University of London
Danny Dorling, University of Oxford
Maggie Mellon, social policy consultant, former executive member Women for Independence
Vanessa Glynn, Former UK diplomat at UKRep to EU
Alex Orr, exec mbr, Scottish National Party/European Movement in Scotland
Bob Tait, philosopher, ex-chair Langstane Housing Association, Aberdeen
Isobel Murray, Aberdeen University
Grahame Smith, general secretary, Scottish Trades Union Congress
Igor Šoltes, Member of the European Parliament (Greens/EFA)
Pritam Singh, Oxford Brookes University
John Weeks, SOAS, University of London
Jordi Angusto, economist at Fundació Catalunya-Europa
Leslie Huckfield, ex-Labour MP, Glasgow Caledonian University
Ugo Marani, University of Naples Federico II and President of RESeT
Gustav Horn, Scientific Director of the Macroeconomic Policy Institute of the Hans Böckler Stiftung
Chris Silver, journalist/author
François Alfonsi, President of EFA (European Free Alliance)
James Mitchell, Edinburgh University
Harry Marsh, retired charity CEO
Desmond Cohen, former Dean, School of Social Sciences at Sussex University
Yan Islam, Griffith Asia Institute
David Whyte, University of Liverpool
Katy Wright, University of Leeds
Adam Formby, University of Leeds
Nick Piper, University of Leeds
Matilde Massó Lago, The University of A Coruña and University of Leeds
Jim Phillips, University of Glasgow
Rizwaan Sabir, Liverpool John Moores University
Pablo Ciocchini, University of Liverpool
Feyzi Ismail, SOAS, University of London
Kirsteen Paton, University of Liverpool
Stefanie Khoury, University of Liverpool
Xavier Rubio-Campillo, University of Edinburgh
Joe Sim, Liverpool John Moores University
Paul Molac, Member of the French Parliament
Hannah Wilkinson, University of Keele
Gareth Dale, Brunel University
Robbie Turner, University of St Andrews
Will Jackson, Liverpool John Moores University
Louise Kowalska, ILTUS Ruskin University
Alexia Grosjean, Honorary member, School of History, University of St Andrews
Takis Hadjigeorgiou, Member of the European Parliament (GUE-NGL)
Paul McFadden, York University
Matthias E. Storme, Catholic University of Leuven
Phil Scraton, Queen’s University Belfast
Oscar Berglund, University of Bristol
Michael Lavalette, Liverpool Hope University
Owen Worth, University of Limerick
Ronnie Lippens, Keele University
Zoë Dingwall, political adviser EFA (European Free Alliance)
Andrew Watterson, Stirling University
Steve Tombs, The Open University
Emily Luise Hart, University of Liverpool
David Scott, The Open University
Anders Eriksson, bureau EFA (European Free Alliance), European Parliament
Bill Bowring, Birkbeck College, University of London
Sofa Gradin, King’s College London
Michael Harrison, University of South Wales
Ana Manzano-Santaella, University of Leeds
Noëlle McAfee, Emory University
Peter J. Verovšek, University of Sheffield
Peter Dews, University of Essex
Martin Matuštík, Arizona State University
Camil Ungureanu, Pompeu Fabra University, Barcelona
Dafydd Huw Rees , Cardiff University
Patrick Le Hyaric, Member of the European Parliament (GUE-NGL)
Hans-Peter Krüger, University of Potsdam
Loren Goldman, University of Pennsylvania
Federica Gregoratto, University of St.Gallen
Rurion Soares Melo, Universidade de São Paulo
Pieter Duvenage, Cardiff University and editor, Journal for Contemporary History
Chad Kautzer, Lehigh University
Peter A. Kraus, University of Augsburg
David Ingram, Loyola University of Chicago
Alain-G. Gagnon, Université du Québec à Montréal
Peter Bußjäger, Institut für Föderalismus, Innsbruck
Nelly Maes, Former Member of the European Parliament, former President of European Free Alliance
Helmut Scholz, Member of the European Parliament (GUE/NGL)
Michel Seymour, Université de Montréal
Simon Toubeau, University of Nottingham
Georg Kremnitz, Universität Wien
Keith Gerard Breen, Queen’s University Belfast
Alan Price, Swansea University
Fernando Ramallo, Universidade de Vigo
Nicolas Levrat, University of Geneva, Director of the International Law Department
Jordi Matas, Professor of Political Science, University of Barcelona
Simon Toubeau, University of Nottingham
María do Carme García Negro, University of Santiago de Compostela
Francisco Rodríguez, writer
Carme Fernández Pérez-Sanjulián, University of Coruña
Patrice Poujade, Université de Perpignan
Colin H Williams, Cardiff and Cambridge University
Nicolas Berjoan, Université de Perpignan
Joan Peitavi, Université de Perpignan
Alà Baylac-Ferrer, Université de Perpignan
Guglielmo Cevolin, University of Udine, Italy
Robert Louvin, Professor of Comparative Law, University of Calabria
Günther Dauwen, Secretary General of the Centre Maurits Coppieters
Bart Maddens, Catholic University of Leuven
Alan Sandry, Swansea University
Justo Serrano Zamora, Bavarian School of Public Policy
Ivo Vajgl, Member of the European Parliament (Alde)
Alberto Aziz Nassif, Centro de Investigaciones y Estudios Superiores en Antropología Social, México
Sandrina Antunes, University of Minho, Portugal
Pablo Beramendi, Duke University
Nico Krisch, Graduate Institute of International and Development Studies, Geneva
Miguel Urbán Crespo, Member of the European Parliament (GUE/NGL)
Yasha Maccanico, University of Bristol and “Statewatch”
Richard Norton-Taylor, writer on defence and security, trustee of Liberty
Thierry Dominic, Université de Bordeaux
Paola Pietrandrea, Université François Rabelais de Tours, and DiEM25
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Si veda anche:
Catalogna, l’appello a Junker e Tusk: “Il silenzio della Ue sulla crisi mette in pericolo l’Europa”, «Il Fatto Quotidiano»
Catalogne: Défendre l’État de droit dans l’Union européenne, Mediapart
Upholding the Rule of Law in the European Union, openDemocracy
Rifugiati e terrorismo: i criteri infermieristici della Commissione Ue
Bruxelles, 11 ottobre 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.
Punto in agenda.
Discussione comune
- Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA)
Presentazione della relazione annuale sui diritti fondamentali 2016 a cura di Michael O’Flaherty, direttore dell’Agenzia per i diritti fondamentali
- Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni – Relazione 2016 sull’applicazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea
Presentazione a cura di un rappresentante della DG JUST, Commissione europea
Ringrazio il dottor O’Flaherty per il lavoro che svolge, e senz’altro sono favorevole a un rafforzamento del mandato dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali (FRA). Avrei alcune domande su due punti specifici, concernenti la migrazione e il terrorismo:
I rifugiati: a mio avviso bisogna mettere l’accento sulla tendenza, crescente negli Stati Membri e molto forte in questo momento in Germania, a stabilire tetti per l’ammissione dei migranti, in contraddizione con il diritto dei richiedenti asilo di ricevere un esame individuale delle proprie domande. Inoltre, come si evince da rapporto FRA, il ricongiungimento familiare è sempre più ostacolato: mi chiedo in che modo si possa agire visto che le informazioni a disposizione non sono sufficienti. Un’altra domanda che riguarda i rifugiati è a proposito del lavoro svolto dalla FRA non solo negli hotspot in Grecia e Italia, ma anche in Libia e in Tunisia. Mi piacerebbe chiedere al dottor O’Flaherty cosa la FRA ha scoperto in questi paesi.
Terrorismo: L’altro punto importante riguarda le azioni nell’ambito delle politiche antiterrorismo. La mia visione in proposito è molto pessimista. Negli ultimi tempi assistiamo alla tendenza degli Stati membri di incorporare una serie di leggi di emergenza nelle leggi ordinarie. Molti diritti vengono in tal modo sospesi a tempo indeterminato. Il fenomeno è particolarmente evidente nelle politiche sulla sicurezza della presidenza Macron in Francia.
Un’ultima domanda vorrei porla alla rappresentante della Commissione: cosa significa la promessa della Commissione di intervenire ex post in difesa dei diritti dell’uomo, quando è la Commissione stessa a essere responsabile dell’implementazione di politiche che hanno prodotto violazioni del diritto o della Carta dei diritti fondamentali? Non vorrei che le Istituzioni europee divenissero gli infermieri che arrivano dopo avere esse stesse causato disastri dal punto di vista dei diritti.
Le Ong non sono un pull factor in Libia
Bruxelles. 11 ottobre 2017 . Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.
Punto in agenda:
Scambio di opinioni con il Direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, su:
- Relazione annuale di attività 2016
- Relazione annuale 2016 sull’attuazione pratica del regolamento (UE) n. 656/2014 recante norme per la sorveglianza delle frontiere marittime esterne nel contesto della cooperazione operativa coordinata da Frontex
- Informazioni annuali (2017) sugli impegni degli Stati membri nei confronti delle squadre della guardia di frontiera e costiera e il parco attrezzatura tecnica
- Conti annuali definitivi di Frontex 2016
- Progetto di programmazione pluriennale 2018 – 2020
Trascrizione dell’intervento:
Ringrazio il dott. Leggeri per essere qui a presentare il lavoro di Frontex. I punti che vorrei affrontare sono due e riguardano le ONG e l’Afghanistan.
Sulle ONG, so che lei stesso ha preso le distanze dalle dichiarazioni che le sono state attribuite nello scorso dicembre dal Financial Times, secondo cui esisterebbe una complicità tra le ONG attive nelle operazioni di Ricerca e Salvataggio e i trafficanti. Naturalmente ha avuto anche lei notizie sul fatto che esistono Stati membri e non ONG che sono in collusione con i trafficanti, ma di questo Frontex non parla. Sono notizie che circolano da molte settimane e mi riferisco in particolare all’Italia, che avrebbe finanziato alcune milizie che si presentano come guardie costiere libiche ma che in realtà sono trafficanti. E siccome l’Italia finanzierebbe solo una parte di tali falsi guardie costiere, lungo le coste libiche sarebbe in corso una guerra fra le milizie che hanno ricevuto soldi dal governo italiano e milizie che non li hanno ricevuti.
La seconda domanda che vorrei porre riguarda le sue affermazioni sulle ONG come pull factor, cioè come “facilitatrici” delle fughe dalla Libia. In questo quadro richiamo la sua attenzione su una recente dichiarazione di Vincent Cochetel, responsabile europeo per le operazioni dell’UNHCR, secondo cui le ONG non sono affatto un pull factor, dal momento che gli arrivi in Italia sono aumentati nel mese di settembre nonostante la diminuzione delle attività di Ricerca e Salvataggio da parte delle ONG. Questo contraddice le sue affermazioni sul pull factor.
Infine una domanda sui rimpatri in Afghanistan. Qui è un rapporto di Amnesty a chiedere di smettere i rimpatri immediatamente, perché la situazione bellica in Afghanistan è ancora molto intensa e dunque pericolosa per i rimpatriati. Anche su questo vorrei una sua presa di posizione. Grazie.
Lo schema delle ricollocazioni scade a settembre, e un nuovo sistema Dublino ancora non c’è
Bruxelles, 15 settembre 2017. Barbara Spinelli (GUE/NGL) ha presentato un’interrogazione scritta alla Commissione europea sull’applicazione delle Decisioni di ricollocazione di richiedenti protezione internazionale, in vista della loro scadenza il prossimo 26 settembre. L’interrogazione è stata firmata da altri 62 parlamentari europei appartenenti a diversi gruppi politici.
Di seguito il testo:
Nella sua sentenza del 6 settembre 2017, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha respinto i ricorsi presentati dalla Slovacchia e dall’Ungheria contro il meccanismo di ricollocazione, affermando che «la mancanza di cooperazione da parte di alcuni Stati membri» è la causa principale del numero ridotto di ricollocazioni di richiedenti protezione internazionale.
Il documento dell’ECRE Relocation not Procrastination nota che la resistenza politica e legale a ricollocare i richiedenti protezione internazionale include «preferenze proibitive espresse da alcuni Stati membri, e gravi ritardi nel mettere a disposizione posti per la ricollocazione, nonché nell’esaminare e accettare ricollocazioni dall’Italia e dalla Grecia».
Poiché la scadenza per l’applicazione delle Decisioni di ricollocazione 2015/1523 e 2015/1601 è prossima (26 settembre 2017) chiediamo alla Commissione:
- Intende lanciare ulteriori procedure d’infrazione contro Stati membri inadempienti?
- Rivedrà i trasferimenti da altri Stati membri verso l’Italia e la Grecia ai sensi del Regolamento di Dublino, dando invece priorità agli elementi di solidarietà delle ricollocazioni?
- Nel settembre 2015, il Presidente della Commissione Jean-Paul Juncker ha annunciato un “meccanismo permanente” di ricollocazione nel quadro del sistema Dublino. Nel maggio 2017, il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione di presentare una nuova proposta di ricollocazione in attesa della riforma del sistema Dublino. Perché il Commissario Dimitris Avramopoulos ha dichiarato invece che la Commissione non presenterà nuove proposte per la ricollocazione?
1. Barbara Spinelli (GUE/NGL)
2. Marisa Matias (GUE/NGL)
3. Sofia Sakorafa (GUE/NGL)
4. Josef Weidenholzer (S&D)
5. Bart Staes (Verdi/ALE)
6. Bronis Ropé (Verdi/ALE)
7. Alfred Sant (S&D)
8. Laura Ferrara (EFDD – M5S)
9. Josep-Maria Terricabras (Verdi/ALE)
10. Stelios Kouloglou (GUE/NGL)
11. Kostas Chrysogonos (GUE/NGL)
12. Elly Schlein (S&D)
13. Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL)
14. Eleonora Evi (EFDD – M5S)
15. Stefan Eck (GUE/NGL)
16. Sylvie Guillaume (S&D)
17. Benedek Jávor (Verdi/ALE)
18. Eva Joly (Verdi/ALE)
19. Sergio Cofferati (S&D)
20. Norica Nicolai (ALDE)
21. Eleonora Forenza (GUE/NGL)
22. Elena Valenciano (S&D)
23. Claude Rolin (PPE)
24. Josu Juaristi Albaunz (GUE/NGL)
25. Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL)
26. Fabio Massimo Castaldo (EFDD – M5S)
27. Andrejs Mamikins (S&D)
28. Tanja Fajon (S&D)
29. Hilde Vautmans (ALDE)
30. Juan Fernando López Aguilar (S&D)
31. Curzio Maltese (GUE/NGL)
32. Nessa Childers (S&D)
33. Miguel Urbán Crespo (GUE/NGL)
34. Neoklis Sylikiotis (GUE/NGL)
35. Gabriele Zimmer (GUE/NGL)
36. Ana Gomes (S&D)
37. Ernest Urtasun (Verdi/ALE)
38. Takis Hadjigeorgiou (GUE/NGL)
39. Nicola Caputo (S&D)
40. Tania González Peñas (GUE/NGL)
41. Julie Ward (S&D)
42. Nikolay Barekov (ECR)
43. Javier Nart (ALDE)
44. Ramon Tremosa i Balcells (ALDE)
45. Cornelia Ernst (GUE/NGL)
46. Jean Lambert (Verdi/ALE)
47. Malin Björk (GUE/NGL)
48. Mady Delvaux-Stehres (S&D)
49. Nathalie Griesbeck (ALDE)
50. Sabine Lösing (GUE/NGL)
51. Jordi Solé (Verdi/ALE)
52. Soraya Post (S&D)
53. Dietmar Köster (S&D)
54. Luke Ming Flanagan (GUE/NGL)
55. Molly Scott Cato (Verdi/ALE)
56. Ivan Jakovčić (ALDE)
57. Kostadinka Kuneva (GUE/NGL)
58. Barbara Lochbihler (Verdi/ALE)
59. Margrete Auken (Verdi/ALE)
60. Costas Mavrides (S&D)
61. Nikolaos Chountis (GUE/NGL)
62. Helmut Scholz (GUE/NGL)
63. José Inácio Faria (PPE)
Judgment of the Court (Grand Chamber) 6 September 2017
European Parliament resolution of 18 May 2017 on making relocation happen
Domanda scritta su ricollocamenti: sentenza della Corte di giustizia
COMUNICATO STAMPA DEL GUE/NGL
GUE/NGL MEPs call on Commission to ensure implementation of ECJ ruling on refugee relocations
GUE/NGL MEPs welcome the European Court of Justice’s ruling on refugee relocations and call for action from the Commission to ensure its implementation.
Shadow Rapporteur on relocation, Barbara Spinelli, comments: “In its judgement of 06/09/17, the EU Court of Justice has dismissed the actions brought by Slovakia and Hungary to challenge the relocation mechanism.”
“The judgement is certainly a positive step, but a clarification by the Commission is urgently needed.
“The expiration date of 26 September 2017 for the application of the Council’s Decisions on Relocation is approaching. Juncker had promised a permanent mechanism, but Avramopoulos has announced that the Commission will not present new proposals for relocation.
“Moreover, the relocations have been crippled by discriminatory criteria, and have been outnumbered by the returns of refugees to Greece and Italy on the basis of the Dublin system. These are the main points I stressed in a Written Question to the Commission, open on September 8 to co-signatures by members of the EP,” Spinelli explains.
“In its judgement, the European Court of Justice has dismissed the actions brought by Slovakia and Hungary to challenge the relocation mechanism.”
GUE/NGL Coordinator on the Civil Liberties, Justice and Home Affairs Committee, Cornelia Ernst, adds: “Now it has also been confirmed by the highest judicial authority: the governments in Hungary and Slovakia cannot hide beyond their racist standpoints; solidarity is a duty under the law.”
“The judges also made it clear that European refugee policy is supposed to be more than just border protection and FRONTEX.
“Now it is important to build on this, so I urge the Commission and the Council to end their blockade and to finally clear the way for a fundamentally new EU refugee policy,” Ernst concludes.
For further information:
The European Council on Refugees and Exiles’ report Relocation not procrastination: ECRE’s Assessment of the obstacles to relocation of asylum seekers from Greece and Italy and its proposals for a continuation of relocationafter September 2017.
Interrogazione scritta sui presunti accordi tra governo libico e milizie implicate nel traffico di essere umani
Gli eurodeputati Elly Schlein (S&D), Barbara Spinelli (GUE/NGL), Sergio Cofferati (S&D), Ana Gomes (S&D), Cornelia Ernst (GUE/NGL), Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL), Judith Sargentini (Verdi) ed Eleonora Forenza (GUE/NGL) hanno presentato un’interrogazione scritta alla Commissione europea per chiedere quali misure intenda assumere per assicurare che i fondi UE non finiscano nelle mani di milizie che gestiscono il traffico di esseri umani.
Ai primi firmatari si sono aggiunti Ska Keller (Verdi), Cécile Kyenge (S&D), Juan Fernando Lopez Aguilar (S&D), Ernest Urtasun (Verdi), Kathleen Van Brempt (S&D), Dietmar Köster (S&D), Ulrike Lunacek (S&D), Eva Joly (Verdi), Birgit Sippel (S&D).
Di seguito il testo dell’interrogazione (qui la versione inglese in formato Word):
“Da quanto emerso da un reportage della Associated Press, alcuni funzionari libici di sicurezza e alcuni miliziani hanno rivelato che il governo del paese di Tripoli ha presumibilmente pagato milizie che sono anche implicate nel traffico di esseri umani, per impedire il flusso di migranti verso l’Europa in cambio di attrezzature, barche e salari, dopo un accordo sostenuto dal governo italiano. Uno di questi gruppi di milizie è stato identificato anche dal panel di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia come tra i principali facilitatori del traffico di esseri umani.
Secondo le fonti della AP, questa è una delle ragioni principali dietro la diminuzione degli arrivi dalla Libia negli ultimi due mesi. La Commissione europea e il Consiglio hanno fornito un sostegno significativo al governo libico, anche attraverso il Fondo Fiduciario UE per l’Africa e con un progetto finanziato con 46 milioni di euro, destinato alla formazione della guardia costiera libica al rafforzamento delle sue frontiere e al miglioramento delle condizioni dei migranti nei centri di detenzione.
La Commissione europea è consapevole dell’esistenza di questo tipo di accordi con le milizie locali? Attraverso quali misure la Commissione europea intende assicurare che i fondi europei non finiscano nelle mani di milizie che gestiscono il traffico di esseri umani? Se queste informazioni troveranno conferma, considererà la sospensione dei finanziamenti al governo libico?”.
