L’irrealtà europea tra Kiev e Mosca

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 21 agosto 2025

In attesa del vertice trilaterale fra Trump, Putin e Zelensky, o di precedenti incontri bilaterali Mosca-Kiev come preferirebbe Putin, occorrerà distinguere con precisione quel che separa l’apparenza dalla realtà.

L’accordo di cui Trump ha discusso lunedì a Washington – con Zelensky, i capi di Stato o di governo di cinque paesi europei, la Nato, la presidente della Commissione Ue – sembrerebbe chiaro: cessione alla Russia di gran parte dei territori perduti da Kiev (Donbass soprattutto), compresa la Crimea annessa nel 2014 quando Washington organizzò lo spodestamento del presidente Yanukovich, giudicato troppo filo-russo; solide garanzie di sicurezza, con una presenza di soldati francesi e inglesi in quel che resta dell’Ucraina, con eventuale copertura aerea e satellitare Usa; “riarmo forte” dell’Ucraina; fine degli aiuti militari Usa ma acquisto di armi statunitensi destinate a Kiev da parte degli Stati europei, per un totale di ben 100 miliardi di dollari (le spese sociali saranno ancora più tagliate); impegno a difendere l’Ucraina in caso di attacchi, “sul modello articolo 5” della Nato (l’attacco a un Paese è un attacco contro tutti) ma senza adesione alla Nato.

Tema preminente è stato la garanzia di sicurezza per l’Ucraina, com’è naturale. Ma neanche un cenno è stato fatto alle garanzie di sicurezza chieste da Mosca: garanzie non solo militari, ma concernenti i cittadini russi e russofoni, la cui lingua deve tornare a essere lingua ufficiale accanto a quella ucraina, secondo Putin. Mosca chiede anche la riabilitazione della Chiesa ortodossa canonica, illegalmente messa al bando da Zelensky nel 2024.

È su tutti questi punti che occorre distinguere fra apparenze, frasi pompose e realtà. In effetti Putin non sembra essere affatto favorevole allo spiegamento di soldati di paesi Nato e al simil-articolo 5. Lo ha ribadito martedì il ministro degli Esteri Lavrov, che accusa i leader europei di arroganza e di baby talk, “chiacchiere infantili”. In Alaska, Putin ha ammesso che “la sicurezza ucraina deve assolutamente essere garantita” (l’avverbio ‘assolutamente’ scompare nella traduzione inglese del discorso) ma non è andato oltre. Una posizione ufficiale russa sulla questione ancora non esiste. Intanto si parla della Cina come co-garante.

Alla fine dell’incontro di lunedì, Macron è apparso trionfante: l’Ucraina deve avere un esercito forte e gli europei dovranno addestrarlo e assistere Kiev “schierando propri soldati in Ucraina” per opporre alla Russia un “deterrente robusto”. Ma solo Londra si associa. Merz vorrebbe ma non può: Berlino ha già schierato soldati in Lituania, e per i socialdemocratici al governo l’invio di truppe in Ucraina è ancora una linea rossa. Troppo presto Trump ha aggiunto Berlino a Parigi e Londra. La stampa russa sottolinea il rifiuto italiano e cita compiaciuta la domanda di Meloni a Macron, prima dei colloqui a Washington: “Quante truppe occidentali dovrebbero essere schierate, visto che Mosca ha 1,3 milioni di soldati?”.

Gran parte dell’Europa – compreso il governo polacco, molto antirusso – non vuole schierare soldati, tanto più che secondo Macron non si tratterebbe solo di mantenimento della pace (peacekeeping), ma anche di combattere se i russi attaccano. A tutt’oggi, Mosca non accetta la presenza militare di Paesi Nato prospettata da Parigi: 200.000 soldati, aveva detto Zelensky a gennaio, cioè una guerra potenzialmente infinita. Né accetta il cessate il fuoco perché vuole “un accordo che affronti le radici del conflitto”. Nulla deve somigliare, per Putin, all’armistizio lungo il 38º parallelo che concluse la Guerra di Corea nel 1953 ma che ancor oggi non ha prodotto la pace. È uno dei tanti esempi storici che dovrebbero far riflettere gli europei: basti ricordare Cipro, paese membro Ue, che 51 anni dopo il cessate il fuoco resta in parte occupato dalla Turchia, paese membro Nato.

Merz e Macron sono stati gli unici, nell’incontro a Washington, a sostenere che l’accordo di pace è impossibile senza preventivo cessate il fuoco: cosa per l’appunto respinta da Putin e negli ultimi giorni anche da Trump. Significativa la defezione di Starmer, che dopo Anchorage ha subitamente cambiato idea, e capito che il cessate il fuoco rischia di congelare il fronte come in Corea. Questo significa che non esiste unità europea sul cessate il fuoco, nemmeno tra i cosiddetti Volonterosi.

Altra inconsistenza europea: subito dopo il vertice di Alaska, il 16 agosto, i Volonterosi (Italia compresa) avevano dichiarato che “Mosca non può opporre un veto al cammino ucraino verso l’Ue e la Nato”. Due giorni dopo, a Washington hanno completamente dimenticato la pomposa sfida lanciata a Putin e Trump. Di adesione alla Nato non hanno detto più nulla. Si sono genuflessi come sui dazi: ingoiando il 15% imposto da Trump, Ursula von der Leyen promise acquisti di gas naturale americano (il GNL costa il doppio del gas acquistato dalla Russia) e massicci investimenti e acquisti di armi dagli Stati Uniti. La presidente della Commissione Ue è giunta sino a suggerire, pochi mesi fa, di sostituire completamente il GNL russo con quello statunitense.

Per quanto riguarda la Nato, Putin non si accontenterà né di assicurazioni verbali né di protocolli confutabili. Non ha dimenticato come Mosca fu gabbata, quando l’Occidente promise a Gorbačëv, verbalmente e per iscritto, di non estendere la Nato “nemmeno di un pollice”, nel 1990 dopo la riunificazione tedesca. Il Cremlino vorrà una dichiarazione ufficiale della Nato, e se necessario la cancellazione di tutti gli emendamenti introdotti nel 2019 nella Costituzione ucraina, nei quali l’adesione della Nato è un impegno vincolante.

Infine i territori. Gli europei continuano a parlare di integrità territoriale, illudendosi che la Russia restituisca quel che ha annesso nel 2014 pacificamente (Crimea) e nel 2022 in guerra (le province di Donetsk e Lugansk che formano il Donbass. Secondo fonti inglesi potrebbero esserci concessioni su parti di Zaporižžja e Kherson). La situazione è impervia per Kiev, visto che la Costituzione le impedisce di cedere territori. È tecnicamente problematica anche per la Russia, che ha annesso quattro province, oltre alla Crimea, e le ha inserite nella propria Costituzione.

Singolare è l’impressione che si è avuta seguendo la conferenza del presidente Usa con Zelensky, alcuni europei, la Nato rappresentata da Rutte, la Commissione Ue. Trump è apparso questa volta più preparato del solito, più al corrente dei punti salienti della questione da risolvere e anche dei bisogni strategici di Mosca. Non era sempre sicuro di sé, tanto che ha telefonato a Putin nel mezzo dei colloqui.

Invece gli europei sono apparsi sicuri di sé e del tutto impreparati. Non solo perché non rappresentano una potenza globale e perché sono divisi. Ma perché in questa guerra non si sono mai preoccupati di capire qualcosa della Russia avviando colloqui diplomatici con Putin. Hanno solo pensato a insultarlo e sanzionarlo. Quando l’arroganza s’accoppia a ignoranza abissale i danni sono certi, e per forza si diventa vassalli di Washington.

Dal vassallaggio potranno uscire solo se ricominceranno a pensare la sicurezza europea come la Casa Comune che Gorbačëv propose fin dal 1988, prima che cadesse il Muro di Berlino, e di cui torna a parlare Putin quando chiede di “ristabilire un giusto equilibrio di sicurezza in Europa”. Della Casa Comune la Russia dovrà un giorno o l’altro far parte, visto che sarà nostro paese limitrofo per centinaia di generazioni a venire.

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Trump-Putin, l’accordo c’è anche se non si vede

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 17 agosto 2025

Dicono i media statunitensi, compresi quelli vicini a Trump, che il vertice con Putin in Alaska non ha prodotto il successo immaginato dalla Casa Bianca, anche se l’evento è stato spettacolare: era la prima volta che le due potenze nucleari si parlavano, dall’inizio della guerra per procura in Ucraina che Joe Biden e Boris Johnson vollero proseguisse anche quando Kiev accettò una bozza d’intesa con Mosca, poche settimane dopo l’invasione del febbraio 2022. In realtà l’accordo fra i due presidenti c’è, anche se entrambi non intendono per ora formalizzarlo. “Nessun accordo fino a quando l’accordo c’è”, riepiloga Trump. Adesso tocca a Zelensky prendere la decisione che metta fine alla guerra, o almeno produca una tregua duratura. Zelensky recalcitra, ma dovrà valutare prestissimo: Trump l’ha convocato a Washington fin da domani. E tocca decidere agli Stati europei, che per tutto questo tempo hanno boicottato i tentativi di Washington, senza mai provare vie diplomatiche alternative e limitandosi a insistere sugli aiuti militari a Kiev, sulle sanzioni a Mosca e sul proseguimento della guerra. I cosiddetti “europei volenterosi” si dicono convinti che entro un decennio Mosca aggredirà il resto del continente. Quanto agli ucraini, la maggioranza chiede “pace subito”: ma che importa, sono loro a morire, mica noi. Infine la decisione spetta alla Nato, che dovrà ammettere una disfatta monumentale. Se Kiev e i volenterosi capiranno che la palla è nel loro campo, e che la sconfitta è ingiusta ma ineludibile, l’accordo potrebbe culminare in un incontro fra Putin, Trump e Zelensky.

Tutto questo si deduce in maniera non subito decifrabile dalle dichiarazioni dei due leader dopo il vertice, e molto più chiaramente dall’intervista che Trump ha rilasciato a Sean Hannity di Fox News, dopo l’incontro. Putin aveva ammesso poco prima che “su tanti punti” c’era identità di vedute, e che “la sicurezza dell’Ucraina deve assolutamente essere garantita”, al pari di quella russa: “Ma speriamo che Kiev e le capitali europee non oppongano ostacoli e non tentino, con provocazioni o intrighi dietro le quinte, di silurare i progressi che si profilano”. Nell’intervista Trump non ha detto cose diverse: “Non dico in pubblico tutti i punti d’intesa con Putin perché l’Ucraina deve ancora dare il consenso. La conclusione della trattativa spetta ora a Zelensky. Gli europei devono essere un po’ coinvolti (‘a little bit’), ma tutto dipende da Zelensky. Per parte mia gli dirò: Concludi un accordo!”. Né durante il vertice né nell’intervista si è accennato ai territori annessi da Mosca e alle garanzie di sicurezza per Kiev. È il motivo per cui alcuni giudicano il vertice “vuoto”. Putin avrebbe soggiogato Trump ripetendo quanto sostiene (legittimamente, ma inascoltato) da decenni: “Occorre affrontare le radici della crisi, tener conto delle nostre preoccupazioni, stabilire un giusto equilibrio di sicurezza in Europa”. E occorrerà riabilitare la lingua russa in Ucraina.

Invece è più che probabile che il problema dei territori sia stato affrontato, ma che i due abbiano deciso per prudenza diplomatica di non menzionarli prima dell’incontro Trump-Zelensky e dell’eventuale vertice fra Putin, Trump e Zelensky. Secondo una fonte presente ai colloqui di Anchorage, Putin vorrebbe tenere il Donbass (Doneck, Lugansk), ma accetterebbe il “congelamento” della linea del fronte nelle province, anch’esse annesse, di Kherson e Zaporizhzhya. Mosca non conferma.

Scrivono molti commentatori occidentali: è stato un trionfo per Putin, perché due giorni prima del vertice Trump aveva minacciato “conseguenze severe” in assenza di un accordo di tregua al vertice in Alaska, e adesso esalta le “relazioni fantastiche” tra Usa e Russia. Ha perfino apprezzato un “brillante consiglio” di Putin in tema di democrazia: “Le elezioni per email sono per forza disoneste. Il presidente Carter era dello stesso parere!”. Ma forse il Presidente Usa sta piano piano apprendendo l’arte dei silenzi diplomatici, e per questo non fornisce dettagli? In effetti ancora non sappiamo in cosa consista “lo scambio di territori” che ha prospettato giorni fa, e che riempie di paure Zelensky. Né chi garantirà la sicurezza dell’Ucraina, visto che Putin respinge lo schieramento di soldati di paesi Nato: un altro punto su cui Trump si dice “largamente d’accordo”, nell’intervista a Fox.

Probabilmente si è anche parlato di neutralità dell’Ucraina e della domanda principale di Mosca: la non adesione alla Nato, che Putin esige sotto forma di garanzia ufficiale, non verbale come ai tempi di Gorbacëv. È una delle questioni più spinose dei prossimi incontri al vertice, perché la Nato dovrà ammettere che questa guerra europea, da cui si aspettava lo smembramento della Federazione russa e la caduta di Putin, l’ha davvero perduta.

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Alaska, i due sogni e l’incubo Nato

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 15 agosto 2025

“Dormono nello stesso letto ma hanno sogni diversi”: l’antico proverbio cinese sembra adattarsi perfettamente al vertice fra Putin e Trump, oggi in Alaska.

Si adatta anche alle consultazioni preparatorie che il Presidente ha avuto mercoledì in video-conferenza con Zelensky e i Volonterosi europei (Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Polonia, Finlandia, Commissione Ue). Trump sogna di essere beatificato come costruttore di pace. Gli europei e Zelensky sognano una tregua seguita da ritirata russa, e soldati occidentali in Ucraina che mantengano la pace. Putin sogna la fine dell’aggressività Nato ai propri confini. Dietro questo guazzabuglio di sogni la dura realtà dei fatti, indigesta per gli Occidentali: la Nato ha perduto questa guerra europea, e ora tocca gestire la disfatta fingendo che non sia tale.

Fino all’ultimo i governi europei hanno provato a sabotare l’incontro, anche se ieri si sono detti molto soddisfatti e rassicurati da Trump. Ma le idee che si fanno della fine della guerra sono incoerenti e non coincidono con le realtà militari. Nel comunicato del 9 agosto, la Coalizione dei Volonterosi afferma che il negoziato dovrà svolgersi “a partire dalla linea di contatto” fra i due eserciti. Dunque dovrà tener conto dell’avanzata russa nel Sud-Est ucraino, e del controllo di Mosca sulle quattro province annesse dalla Federazione russa. Nelle grandi linee è il cavilloso compromesso suggerito il 10 agosto da Mark Rutte, segretario generale della Nato: alcuni territori resteranno legalmente ucraini, ma sotto il controllo di Mosca. Rutte ha precisato che l’accordo potrebbe includere il “riconoscimento effettivo” delle annessioni, ma “non il loro riconoscimento politico e giuridico”. Steve Witkoff, inviato diplomatico di Trump, crede di aver capito che Putin vuole tenere il Donbass – gli oblast Luhansk e Doneck – ma potrebbe negoziare lo statuto delle due altre province incamerate (Zaporižžja e Kherson). Mosca per ora non conferma.

Per confondere ancora più le acque e accentuare il divario tra sogni, cavilli e realtà, i governi Ue e i sei Volonterosi non esitano a contraddirsi. Bisogna tener conto della linea di contatto militare (cioè delle vittorie russe) ma i confini prebellici non si toccano. È quanto sostengono i leader Ue nella dichiarazione del 12 agosto: urge fornire ancora armi all’Ucraina, e piegare la Russia con misure restrittive sempre più pesanti (il 18° pacchetto di sanzioni risale al 17 luglio). Quindi è piuttosto insensato affermare che si negozia “a partire dalla linea di contatto”. Nel sogno di Zelensky l’Ucraina non deve apparire perdente: come se la guerra non fosse avvenuta o addirittura Kiev l’avesse vinta.

Solo l’ungherese Viktor Orbán si oppone all’esercizio illusionista dell’Unione europea: “Stiamo parlando come se la situazione fosse aperta. Non lo è. Gli Ucraini hanno perso questa guerra e la Russia l’ha vinta”. E ancora: “Se non siete al tavolo dei negoziati vuol dire che sarete mangiati”. Sembra ci sia solo Orbán, a dire come effettivamente stiano le cose. “Un parere molto interessante”, lo ha elogiato Trump. Alla vigilia del vertice, l’esercito russo ha sfondato la linea del fronte nel Donbass.

Sicuro dell’appoggio apparentemente incondizionato degli Europei, anche Zelensky ha cercato di sabotare l’incontro di Anchorage. Ha ribadito che mai potrà rinunciare ai territori, non fosse altro perché la costituzione glielo vieta. Ha ripetuto che la Russia va punita con sanzioni e l’Ucraina remunerata con armi più efficaci. Ancora di recente, ha detto che Kiev insisterà nel chiedere l’adesione non solo all’Unione europea ma anche alla Nato. Cosa che neanche i Volenterosi dicono più di volere, e che Trump ha da tempo escluso.

Le ragioni di Zelensky si possono capire: perdere una guerra è terribile, soprattutto se si tiene a mente che fu lui a negoziare con Mosca un accordo che ancora non includeva cessioni di territori, poche settimane dopo l’Operazione Speciale di Putin, e che furono i governi di Stati Uniti e Gran Bretagna a opporre il veto a qualsiasi trattativa e a imporre il proseguimento della guerra.

Zelensky nel frattempo non ha più il paese alle spalle e neanche soldati a sufficienza. Un sondaggio Gallup degli inizi di luglio dice che il 69% degli Ucraini chiede “la fine alla guerra al più presto”, e il 24% preferisce la sua continuazione “fino alla vittoria”. All’inizio della guerra, il 73% voleva la guerra fino alla vittoria.

Il problema ora è di vedere se Trump e Putin escogiteranno qualche intesa iniziale. L’incontro è già un progresso, visto che Putin era trattato da Biden come criminale e macellaio. Ma c’è da dubitare che sia decisivo, e Trump stesso parla prudentemente di un “test”.

Se lo scopo sognato dai due leader fosse identico, accordarsi sarebbe difficilissimo – toccherà a un certo punto ottenere l’assenso di Kiev – ma non impossibile. I confini in Europa sono stati già illegalmente cambiati per volontà occidentale, nella guerra in Jugoslavia.

Ma gli scopi restano diversi. Trump punta a un accordo di breve periodo, basato su “scambi di territori” che sanciscano l’appartenenza alla Russia del Donbass separatista (Luhansk e Donetsk) e della Crimea annessa nel 2014. Putin è interessato al lungo periodo: non si limita a rivendicare territori, ma esige la fine delle sanzioni, accordi sull’Artico, la rinuncia ucraina a entrare nella Nato. E non si accontenterà di dichiarazioni: occorre che Kiev cancelli dalla propria costituzione gli emendamenti che nel 2019 hanno reso vincolante l’impegno a entrare nell’Alleanza Atlantica. Sarà tutt’altro che semplice, ma son quasi trent’anni che Mosca teme i fortilizi Nato alle porte di casa.

Nel febbraio 2022 il Cremlino ha iniziato la guerra perché gli Occidentali hanno ignorato i suoi interessi di sicurezza, violando le promesse fatte in passato a Gorbačëv. Lo stesso Stoltenberg, ex segretario generale della Nato, lo ammise il 7 settembre 2023 : “Nell’autunno 2021 Putin inviò alla Nato una bozza di trattato in cui dovevamo promettere di cessare gli allargamenti dell’Alleanza, come precondizione per non invadere l’Ucraina. Naturalmente non firmammo. Per questo Putin andò in guerra: per evitare la Nato ai propri confini. Ottenne l’esatto contrario”.

Rifiutando “naturalmente” di firmare la bozza, l’Occidente ha mandato a morire decine di migliaia di Ucraini, per ritrovarsi ora catapultato indietro nel tempo, quando gli fu chiesto di abbandonare l’espansionismo Nato. Mosca non ha ottenuto l’“esatto contrario”, ma sta ottenendo quel che voleva. Ha conquistato quattro province e l’Ucraina è ora uno Stato fallito. Kiev è perdente non malgrado il sostegno euro-americano, ma a causa di esso.

Trump non lo ammetterà mai ma è alle prese con il declino della supremazia globale americana. “Trump non è l’uomo della pace – scrive Orsini su questo giornale – è l’uomo che gestisce la sconfitta strategica della Nato in Ucraina per mano della Russia”. Di qui i dazi usati come arma ricattatoria nei confronti di Brasile, India, Sud Africa, per frenare l’ascesa del gruppo Brics che include Russia e Cina. Perdere l’India è un’immane disfatta. Di qui il profondo disprezzo per l’Europa. Di qui l’appoggio scriteriato a Netanyahu e alla liquidazione finale dei palestinesi, che mina la credibilità Usa nel mondo. Intervistato a giugno da «The Atlantic» Trump s’è pavoneggiato: “Governo l’America e il mondo”. Ecco il sogno d’onnipotenza con cui Putin farà oggi i conti.

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La “diplomafia” di Trump: i dazi

di domenica, Luglio 20, 2025 0 , , , , Permalink

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 20 luglio 2025

Diplomafia: così viene chiamata dal giornale israeliano «Haaretz» l’offensiva globale che Donald Trump ha scatenato sui dazi.

A sorreggere la politica statunitense non ci sono ragionamenti commerciali, né economico-finanziari, e neanche geopolitici, contrariamente a quanto affermano alcuni esperti. La geo-politica presuppone una mente fredda, analitica, mentre quel che quotidianamente va in scena ai vertici degli Stati Uniti è uno spirito di vendetta ben conosciuto e praticato nel mondo dei gangster e dei mafiosi.

Contemporaneamente Trump è sempre più impelagato nelle losche vicende di Jeffrey Epstein, suscitando rancore in un elettorato cui aveva promesso la fine del connubio fra politica, affari, malavita e uso sessuale delle minorenni che lo Stato Profondo custodiva e copriva. Chi conosce la serie The Penguin avrà l’impressione di vedere Gotham City. Non è infranto solo il diritto internazionale e non sono esautorati solo gli organismi delle Nazioni Unite. Trump ostenta ammirazione per i Presidenti protezionisti ed espansionisti dell’Ottocento (William McKinley, James Polk, Andrew Jackson, famosi per la liquidazione dei nativi americani e per le annessioni delle Hawaii, della California, di parte del Messico). Ma essendo figlio del Novecento e delle sue guerre calde e fredde immagina che in quanto padrone della terra tutto gli sia permesso, e interferisce nei procedimenti giudiziari di Stati sovrani – amici e nemici– ergendosi a giudice supremo di un inesistente governo universale.

Gli esempi più clamorosi di questa soverchieria capricciosa e imperiale sono il Brasile e Israele. Nel primo caso si tratta di punire l’esecrato Presidente Lula; nel secondo di proteggere dai giudici Netanyahu, il servo che perversamente s’ingegna a asservire Washington, con l’aiuto inalterabile dei cristiani sionisti e delle lobby israeliane. Altri casi non meno gravi: il castigo tariffario promesso agli Stati che non rispettano le sanzioni contro Mosca e ai Paesi del gruppo Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa).

La ragione economica per cui Trump ha annunciato dazi del 50% contro Rio de Janeiro è introvabile. Da 17 anni il Brasile importa dagli Stati Uniti più di quello che esporta (il surplus americano ammonta a 7,4 miliardi di dollari nel 2024, un aumento del 33% rispetto al 2023). Unico motivo che spiega la ghigliottina del 50% è il procedimento giudiziario contro Jair Bolsonaro, detto anche Jair Messias Bolsonaro e accusato di tentato golpe militare dopo le elezioni del 2022 vinte da Lula. Il modello imitato dall’ex Presidente era l’assalto al Congresso Usa che Trump favorì il 6 gennaio 2021, molto più raffazzonato di quello brasiliano ma inteso, anch’esso, a rovesciare il risultato elettorale. Trump è chiaro, nella lettera sui dazi inviata il 9 luglio al Presidente brasiliano: il processo contro Bolsonaro è “una farsa”, e Lula “sta intraprendendo una caccia alla streghe che deve finire IMMEDIATAMENTE!”. Qualche giorno prima aveva scritto sulla sua piattaforma social che Bolsonaro “non è colpevole di nulla, tranne di aver combattuto per IL POPOLO!”. La risposta di Lula è stata immediata e drastica: “Il Brasile è una nazione sovrana con istituzioni indipendenti e non accetterà alcuna forma di tutela… Non si fa ricattare, e non prenderà mai ordini da un gringo”.

Pur non essendo legato ai dazi, il caso Israele è simile. Da cinque anni Netanyahu è sotto processo per corruzione, frode e violazione della fiducia. Lo sterminio a Gaza, la pulizia etnica in Cisgiordania e le guerre in vari Paesi del Medio Oriente (Libano, Iran, Yemen, e sempre più apertamente Siria) puntano a un Grande Israele dominante nella regione, alla “soluzione finale” della questione palestinese, e simultaneamente a rallentare il processo. Anche in questo caso Trump non ha esitato a violare la sovranità di Israele e dei suoi poteri giudiziari. Sola differenza con il Brasile: Netanyahu non reagisce con l’audacia di Lula ma si felicita per le generose intromissioni del compare alla Casa Bianca, ringraziandolo e candidandolo addirittura al premio Nobel per la pace. Intervenendo sulla piattaforma Truth, Trump ha parlato ancora una volta, come nel caso brasiliano, di “caccia alle streghe” contro il compagno annessionista Netanyahu. Le accuse sono “basate sul nulla”, ha garantito al posto dei giudici, ed è giunto fino a minacciare “la sospensione degli aiuti militari se il processo non sarà annullato” (magari fosse vero). Il culmine della spudoratezza è stato toccato il 16 luglio dall’ambasciatore Usa in Israele Mike Huckabee, che ha visitato Netanyahu durante una sessione del processo a Tel Aviv. Huckabee è un esponente degli evangelicali che appoggiano tutte le guerre e gli stermini israeliani, e anch’egli ha chiesto pubblicamente che il processo sia “annullato”, aggiungendo che le udienze mettono in pericolo i negoziati sugli ostaggi detenuti da Hamas. L’ambasciatore si è presentato davanti alle telecamere, al processo, tenendo in mano un pupazzo di Bugs Bunny vestito da Superman. Trump aveva già sbandierato il pupazzo, a giugno, quando aveva denunciato la “caccia alle streghe” contro il Premier israeliano e aveva spiegato che il suo complice-amico era perseguitato per inezie, come per l’appunto il maxi-pupazzo chiesto dalla moglie Sara al produttore cinematografico statunitense Arnon Milchan: “Il processo contro Netanyahu è una dissennatezza inscenata da procuratori fuori controllo”.

Non per ultimi vanno annoverati i dazi minacciati da Trump come rappresaglia iraconda contro i governi che si azzardano a aggirare le sanzioni che colpiscono la Russia, e contro le iniziative del gruppo Brics specie per quanto concerne la centralità del dollaro: “Ogni Paese che si allineerà con le politiche antiamericane dei Brics sarà colpito da tariffe maggiorate del 10%”, ha tuonato il 6 luglio.

In apparenza questi comportamenti sembrano indicare una supremazia globale degli Stati Uniti, simile a quella pretesa dopo la fine dell’Urss. Ma non è così, e Trump sta in realtà gestendo il disfacimento dell’egemonia statunitense. Disfacimento teatrale, volubile, e mortifero: il padrone è divenuto padrino. Per questo Pechino e la rinata potenza russa non riescono a fidarsi della sua parola. È quello che gli Stati europei, abituati a servire da quasi un secolo, faticano a capire. Si riarmano contro Mosca scimmiottando il predominio militare statunitense durante la Guerra fredda. Nemmeno si sono allarmati o adombrati, quando Trump ha paragonato il bombardamento delle centrali nucleari iraniane alle atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki, e ha ricordato come in ambedue i casi – Iran e Giappone – la guerra si fosse conclusa presto e bene. Solo Tokyo si è irritata. I principali media europei continuano a inveire ossessivamente contro sovranismi e populismi, senza accorgersi che il sovranismo di Lula da Silva è il solo linguaggio decente con cui i popoli indipendenti e gli elettori possono identificarsi e forse conciliarsi.

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Le vere origini del caos bellico

«Il Fatto Quotidiano», 25 giugno 2025

Pubblichiamo l’intervento integrale di Barbara Spinelli di cui ieri è stata letta una sintesi durante la manifestazione organizzata dal M5S all’Aja.

Si ripete che il riarmo UE è la conseguenza dell’intervento russo in Ucraina, nel febbraio 2022. Un intervento che ha radici molto precise, e che né i governi occidentali né la Commissione hanno mai in questi anni riconosciuto e neanche lontanamente pensato. Alla sua radice: la minaccia di un’estensione delle forze e dei missili Nato fino alle porte della Russia, intollerabile per Mosca come lo sarebbe l’installazione di basi militari russe o cinesi alle porte degli Stati Uniti.

La vera svolta, se siamo interessati alla genealogia del conflitto ucraino e del riarmo europeo, è avvenuta dopo la guerra fredda e in concomitanza con l’allargamento dell’Unione all’Est Europa. L’Occidente si comportò da vincitore, e gli Stati Uniti decisero che a quel punto se l’Urss era morta tutto era permesso, a partire dalle sue basi che sono 750 in almeno 80 Paesi nel mondo. Anche la creazione di un “nuovo Medio Oriente” egemonizzato dall’unica potenza atomica della regione, Israele, nacque in quel periodo, quando nel 1996 andò al governo Netanyahu: ben prima dell’11 settembre 2001. Il diritto internazionale è stato messo in questione non nel 2022 ma negli anni Novanta del secolo scorso.

Il risultato è stato che non solo la Nato è restata in piedi (retrospettivamente penso che sarebbe stato saggio scioglierla fin dal 1991, in contemporanea con la fine dell’Urss e del patto di Varsavia) ma è divenuta protagonista di una serie di guerre di regime change, tutte fallite ma sempre ricominciate.

L’Europa ha seguito servilmente quest’operazione di egemonia unilaterale dell’occidente. L’errore più madornale lo ha compiuto con un allargamento all’Europa orientale che è andato di pari passo con l’allargamento a Est della Nato, senza mai distinguere nettamente i due processi. L’Europa si è riunificata sotto l’egida atlantica, e con l’andare del tempo è diventata un unico corpo con la Nato, soprannominato nel frattempo comunità euro-atlantica.

La guerra in Ucraina nasce da questi mancati distinguo, che portano oggi i governi europei a essere più atlantisti degli Stati Uniti: a boicottare i confusi sforzi negoziali di Trump in Ucraina, e a respingere l’idea stessa di una mediazione russa nella guerra contro l’Iran come ventilato dal Presidente al G7. Nessun appoggio europeo, infine, all’appello rivolto a Teheran e soprattutto, con queste parole irritate,  a Israele: “Ritirate i vostri piloti subito!”.

Putin non aveva intenzione d’incamerare tutta l’Ucraina, e tanto meno intende invadere questo o quel pezzo d’Europa, come temuto dall’istinto russofobico di Ursula von der Leyen, di Berlino, Londra, Varsavia, Parigi, capitali baltiche. L’invasione dell’Ucraina nel 2022 era un mezzo per forzare una decisione cruciale per Mosca da vent’anni: l’ammissione che la neutralità di Kiev è necessaria alla pace europea e che la promessa di adesione ucraina alla Nato è stata una provocazione irrealistica oltre che arrogante.

Nel 1990 un’alternativa pacificatrice e profondamente nuova esisteva, e fu offerta da Gorbachev: la creazione di un sistema di sicurezza europeo negoziato con Mosca, una “Casa comune europea” consapevole della divergenza crescente fra interessi geopolitici europei e statunitensi.

A mio parere, quest’alternativa frantumata dalle espansioni Nato resta la più fedele non solo alla domanda di pace espressa oggi dai cittadini europei ma anche alla visione che i fondatori avevano dell’unità fra i popoli e gli Stati europei durante la seconda guerra mondiale e subito dopo. Era un’unità che puntava al superamento dei nazionalismi aggressivi che avevano per secoli trascinato gli Stati del continente in guerre fratricide, e fu concepita perché l’Europa dedicasse tutta la sua attenzione e le sue forze alla creazione di un modello sociale che avrebbe reso più improbabili le guerre. Il Welfare fu pensato dall’inglese William Beveridge durante la guerra, come fu pensato durante la guerra il Manifesto di Ventotene. È pura invenzione non statunitense o atlantica ma dell’antifascismo e antinazismo europeo.

Una delle frasi più raccapriccianti ma sintomatiche pronunciate ultimamente in Europa è quella di Friedrich Merz, dopo la guerra israeliana in Iran e poco prima del raid di Trump: “Israele sta facendo il lavoro sporco per noi tutti. Ho massimo rispetto per Israele che ha avuto questo coraggio”. Poco tempo prima, il 15 maggio, aveva promesso al Bundestag che il suo Paese avrebbe costruito l’”esercito più potente d’Europa”, che la Germania aumenterà le spese militari fino al 5 per cento del prodotto nazionale lordo e che la Russia era una minaccia per Berlino. Merz dice queste cose senza scomporsi, come se nella testa avesse della paglia e non qualche vago ricordo dei 27 milioni di russi morti per liberare il continente da Hitler. La socialdemocrazia che governa con lui governa tace e acconsente.

È come se parlando di Iran il Cancelliere pensasse solo agli affari delle industrie militari: nessuna parola sul genocidio a Gaza, sui centri israelo-americani di avara distribuzione del cibo trasformati in killing fields dove si spara sui Palestinesi affamati e assetati, in un quotidiano videogioco horror. E poi che significa aver rispetto per un lavoro sporco? Se il lavoro è sporco è sporco per chiunque, anche per l’Europa che arma Israele.

Non meno raccapricciante la dichiarazione con cui Mark Rutte, segretario generale Nato, ha perorato il riarmo: “La Nato è l’alleanza difensiva più potente nella storia mondiale, più potente dell’impero romano, più potente dell’impero Napoleone (…) Va trasformata in un’Alleanza più forte e più letale”. Per decenni il dispositivo militare ha finto di essere difensivo, da decenni è offensivo in maniera esplicita. “Smembrare la Russia in tanti piccoli staterelli” era, secondo Kaja Kallas Premier estone, l’obiettivo da raggiungere attraverso la guerra per procura Nato-Federazione russa. Entrata nelle istituzioni UE non l’ha smentito.

Sia chiaro, qui non si tratta di difesa europea, come pretendono UE e la Nato. La difesa comune sarebbe possibile solo se esistesse un esercito che risponde a un unico Stato, oggi lungi dall’esistere. Si tratta di acquistare armi Usa, di partecipare alle guerre decise da Washington. E soprattutto: si tratta di smembrare potenze o Stati attori del nuovo ordine multipolare, uno dopo l’altro: dalla Siria all’Iran alla Cina.

Oggi Trump annuncia tregue nella guerra contro l’Iran, fa capire che vorrebbe distanziarsi da Netanyahu, ma non cambia idea sul diktat israeliano: l’arricchimento dell’uranio ridotto a zero, domanda assente nell’accordo Obama-Teheran che rinnegò nel primo mandato su pressione di Tel Aviv.

Non meravigliamoci se gli Stati che più temono la strategia dello smembramento e le guerre di regime change decideranno – per non esser mai più aggrediti dall’Occidente – di dotarsi dell’atomica che ancora non possiedono.

L’Europa dei due pesi per Netanyahu e per Putin

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 22 giugno 2025

Gli Stati europei hanno reagito scandalizzati, al vertice del G7 il 15-17 giugno, quando Trump ha accennato a possibili mediazioni russe nel conflitto Israele-Iran, considerata la vicinanza di Putin non solo a Teheran, con cui esiste un accordo di cooperazione (senza clausola di assistenza militare), ma anche a Israele, dove vive una forte minoranza russa: 1,3 milioni, il 15% della popolazione.

Il presidente Usa ha aggiunto, non senza ragione, che se Mosca non fosse stata espulsa dal G8 nel 2014 – quando scoppiò il conflitto civile in Ucraina, seguìto dall’annessione russa della Crimea – le guerre in Ucraina e in Iran potevano forse esser evitate.

Di tutt’altro parere l’Ue. Affinché nulla cambi e in vista di un vertice Nato che benedirà il riarmo europeo avversato solo da Madrid, occorre che le figure del dramma restino ferme come statue: Putin è il criminale, l’Iran è l’aggressore terrorista, Israele è l’eterna “vittima invincibile”. I governi europei sperano probabilmente che Trump non entri in guerra e che Israele “finisca il lavoro”. Ma non si può escludere che accettino, nelle prossime ore o giorni, un attacco mirato degli Stati Uniti sul sito nucleare iraniano di Fordow.

Intanto alcuni media anche italiani cominciano ad ammettere l’evidenza: l’aggressore è Israele, non l’Iran. Per mantenere ferma la linea anti-Putin, tuttavia, l’ammissione s’accompagna al paragone con l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022. I due conflitti sarebbero di eguale natura. Se si afferma che la guerra israeliana non è stata provocata visto che l’atomica non c’è – questo il ragionamento – allora anche l’operazione di Putin di tre anni fa era unprovoked.

Fermo restando che in ambedue i casi c’è stata violazione delle sovranità altrui, esistono almeno quattro differenze che conviene precisare prima di azzardare paragoni sbrigativi e piuttosto oziosi.

Primissima differenza: Mosca non sta attuando un eccidio di massa, in concomitanza con la guerra in Ucraina, come sta facendo Netanyahu dall’ottobre 2023. Chi si informa sui canali arabi può vedere quel che accade a Gaza: i centri israelo-americani di distribuzione del cibo dove si spara a vista su affamati e assetati (tra 50 e 80 morti al giorno), le città e gli ospedali annientati, i giornalisti palestinesi uccisi. Non viene chiamato genocidio a caso: gli Stati complici che armano Israele dovranno risponderne.

In secondo luogo va ricordato che il conflitto in Ucraina è cominciato come guerra civile nel 2014 (non fu scontro russo-ucraino come scritto su Wikipedia), e ha visto contrapposte le forze governative di Kiev finanziate dall’Occidente e le popolazioni separatiste russe nel Donbass finanziate da Mosca. A partire dal 2015 Kiev violò gli accordi di Minsk-2 (Mosca, Kiev, Berlino, Parigi) che aveva appena sottoscritto e rifiutò di varare la promessa riforma costituzionale sullo statuto speciale che doveva garantire vasta autonomia al Donbass e la non discriminazione della lingua russa, oggi proibita nelle scuole e nell’amministrazione. L’Onu ha calcolato che i morti nella guerra civile 2014-2022 furono 14.200-14.400, in maggioranza ucraini di origine russa.

Nelle elezioni vinte da Zelensky nel 2019, le regioni del Sudest lo votarono con entusiasmo perché prometteva di finire la guerra civile del predecessore Petro Porošenko. Promessa non mantenuta: Zelensky sposò il nazionalismo etnico e vietò ogni negoziato con Mosca. Nel marzo ’22 ha poi bandito gli 11 partiti di opposizione, accusati di essere putiniani anche quando non lo sono: i russi in Ucraina sono 9 milioni, il 30% della popolazione. E i dirigenti della Federazione sono molto sensibili alla questione delle minoranze russe rimaste fuori dai confini quando fu smantellata l’Urss. Il nazionalismo ucraino, irrobustito dalla guerra, è divenuto russofobia, politica e culturale. La russofobia pervade anche parecchi governi Ue: Baltici, Polonia, Gran Bretagna.

Neanche da questo punto di vista sta dunque in piedi il parallelo fra guerra israeliana e russa. È come se si dicesse che in Iran esiste una corposa minoranza, discriminata anche linguisticamente e combattuta in guerre civili interetniche, che Netanyahu si sente in dovere di proteggere in quanto israeliano. La sua “guerra preventiva” somiglia piuttosto a quella occidentale del 2003 contro Saddam Hussein, spronata da Israele sulla base di false informazioni sulle armi di distruzione di massa in Iraq (Parigi e Berlino non parteciparono). Rafael Grossi, capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), ha certificato che l’Iran non sta per dotarsi dell’atomica. Se fosse sul punto di averla, Israele non avrebbe attaccato.

Il terzo elemento che invalida il parallelo Israele-Russia è lo scenario euroatlantico del dopo Guerra fredda, quando la promessa fatta a Gorbačëv di non spostare i confini della Nato fu violata, prima da Clinton poi dai presidenti successivi: la Nato è stata estesa a 16 Paesi, e nel 2008 promise a Ucraina e Georgia l’adesione. Questo nonostante Mosca avesse sciolto il Patto di Varsavia, che fino al 1991 fronteggiava l’Alleanza Atlantica. Il Cremlino digerì male i primi allargamenti, ma Putin fu chiaro su un punto: l’adesione di Ucraina e Georgia, ai propri confini, era una “minaccia esistenziale”.

Nel 1919 l’Ucraina iscrisse l’adesione alla Nato nella sua Costituzione, in piena guerra civile nel Sudest. La dichiarazione d’indipendenza del 1991 aveva sancito la “neutralità permanente” e il “non allineamento” del Paese. Per poter abolire quest’impegno fu destituito nel 2014 il presidente eletto Janukovyc, giudicato filorusso e antieuropeo, tramite un colpo di Stato diretto e finanziato da Washington assieme alle destre estreme e neonaziste che avevano infiltrato la rivolta di Piazza Maidan. Anche in questo caso, il paragone con Israele non regge. Israele non è minacciato esistenzialmente dall’Iran e dallo spostamento ai propri confini di un dispositivo stile Nato: le milizie filo-iraniane come Hamas, Hezbollah e Houthi non possiedono una forza d’urto comparabile. Teheran minaccia la distruzione di Israele, vero. Ma anche l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina si riprometteva tale distruzione, fino a quando Arafat l’eliminò dalla Carta dell’Olp: non sotto minaccia dei cannoni, ma in seguito ai negoziati sulla creazione di uno Stato palestinese nel 1993.

Quarta differenza, riassumibile in poche parole: il ministro della difesa Katz ha dichiarato pubblicamente, giovedì, che “l’Ayatollah Khamenei non può continuare a esistere”. Non si conoscono frasi simili di Putin su Zelensky.

In preda alla cecità, gli occidentali ripetono che l’Ucraina ha diritto di difendersi. Ma si guardano dal concedere lo stesso diritto all’Iran, compreso il diritto al nucleare civile. Le buone intenzioni negoziali manifestate a Ginevra da Parigi, Londra e Berlino sono avvelenate da chi, come il cancelliere tedesco Merz, continua a pensare che Israele stia facendo il “lavoro sporco per tutti noi”. Dicono che i tedeschi espiano una colpa verso gli ebrei. Non si capisce perché i Palestinesi e gli Iraniani debbano pagarne il prezzo.

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Ucraina, l’ignavia dei 4 volenterosi

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 18 maggio 2025

Ancora non è chiaro se i negoziati fra Kiev e Mosca riprenderanno, a Istanbul, dopo un primo accordo sullo scambio di 1000 prigionieri di guerra –il più ampio dal 2022.

È invece chiaro che qualora riprendessero, ricominceranno lì dove a fine aprile 2022 erano falliti: furono interrotti non tanto a causa del massacro russo a Bucha, venuto alla luce senza che le trattative si bloccassero, ma perché Washington e Londra imposero a Zelensky la continuazione di una guerra che sembrava promettere immani sconfitte russe.

Le cose non andarono così: nel settembre 2022 le truppe russe annettono quattro province lungo il Mare di Azov e il Mar Nero e continuano ad avanzare nel Sud e Sudovest ucraino. È probabile che vogliano assicurarsi altre città ritenute cruciali prima di negoziare, come analizzato dallo studioso Alessandro Orsini. Zelensky essendo perdente ha fretta, dunque insiste sull’incontro diretto col Presidente russo. Putin non ha fretta.

Se le trattative riprenderanno, si dovranno ridiscutere punti patteggiati tre anni fa, ma in condizioni ben peggiori per Kiev. Allora ci si accordò sulla neutralità militare ucraina ma non si parlò di territori (se si esclude la Crimea annessa da Mosca nel 2014, che gli occidentali considerano sacrificabile di fatto se non di diritto). Oggi di territori si deve parlare, dopo l’annessione delle quattro province. Quanto alla Crimea, Trump (ma non l’UE) ha detto che riconoscerà il suo accorpamento alla Russia.

Zelensky ha provato ad avvelenare sul nascere le trattative con un gesto disperato e teatrale. Ha sfidato Putin a venire in Turchia per un faccia a faccia: se non fosse venuto, il suo rifiuto della pace sarebbe stato palese. A meno che non sia sprovvisto di comprendonio, il presidente ucraino dovrebbe tuttavia sapere che un negoziato faticoso non comincia dalla fine, e per forza deve esser preparato dai tecnici prima d’esser firmato dai capi di Stato. E doveva sapere che Mosca vuole garanzie scritte sul non ingresso di Kiev nella Nato, visto che ha iniziato la guerra proprio per questo, e che le promesse fatte a Gorbaciov nel 1990-91 furono violate perché non scritte. Tale garanzia può esser fornita non da una tregua, ma da complessivi accordi di pace.

Zelensky dovrebbe anche sapere che il Cremlino si presta di rado a vertici improvvisati e teatrali, soprattutto quando i belligeranti hanno una fiducia reciproca ridotta a zero. L’incontro fra i due Presidenti sarebbe andato a vuoto, e questo era presumibilmente l’obiettivo di Kiev e forse anche degli alleati a lui vicini: i cosiddetti Volenterosi di Germania, Francia, Regno Unito, Polonia.

La trattativa russo-ucraina è difficilissima – per quanto riguarda sia le province del Sud sia le garanzie di sicurezza chieste da Kiev– ed è sperabile che ricominci. È positivo che a negoziare per i russi ci sia lo stesso negoziatore dell’accordo quasi concluso nel ’22, Vladimir Medinsky. Che i mediatori Usa vigilino sulle due parti e che Trump non abbandoni la partita come minacciato, anche se la sua imprevedibilità e faciloneria sono temibili. Pur avendo favorito le trattative tecniche, il Presidente non nasconde infatti la sua convinzione profonda, unita all’impazienza: “Non succederà nulla fin quando Putin e io non ci incontreremo”. Ma non si può del tutto escludere che qualcosa nasca anche a Istanbul, nonostante le sospensioni. La guerra in Vietnam finì dopo trattative lunghissime e più volte interrotte: dopo i tentativi di Lyndon Johnson, sabotati dal rivale repubblicano Nixon, Kissinger negoziò in nome di Nixon per quattro anni con il nordvietnamita Le Duc Tho, fra il 1969 e il 1973, con alti e bassi e senza che la guerra americana cessasse di incattivirsi.

Quanto ai Volenterosi europei, che avevano annunciato ennesime pesanti sanzioni nel caso Mosca non avesse accettato entro il 12 maggio la tregua di 30 giorni proposta da Zelensky, lo smacco è impressionante. I quattro leader si sono fatti fotografare il 10 maggio a Kiev giusto per confermare, ancora una volta, di essere incapaci sia di lanciare ultimatum verosimili, sia di fare diplomazia (niente sanzioni il 12 maggio, anche se tuttora ventilate da UE e anche Usa). Si può capire che il presidente del Consiglio Meloni stia alla larga, per ora, dai vertici dei Quattro Ignavi d’Europa.

Capire come può nascere una trattativa su pace e guerra è impresa impossibile per chi s’ostina a rifugiarsi nell’ignoranza dei popoli coinvolti e della loro storia: è il difetto di tutte le guerre giuste, di esportazione della democrazia o delle religioni. L’ignoranza è epidemica in gran parte delle cancellerie europee, oltre che nella stampa mainstream e nei dibattiti televisivi italiani. Ignoranza di quanto accaduto nel dopoguerra fredda, caratterizzato da presunzione vittoriosa dell’Occidente e unipolarismo Usa. Ignoranza dei motivi per cui il conflitto in Ucraina è cominciato: l’allargamento Nato fino alle porte di Mosca, come esplicitamente ammesso nel settembre 2023 da Stoltenberg, allora segretario generale della Nato. Ignoranza negazionista, infine, delle ragioni per cui le trattative Mosca-Kiev di tre anni fa naufragarono.

D’un tratto, il 12 maggio scorso, un servizio del Tg La7 apriva finalmente la finestra su due nodi decisivi: le trattative del ’22 furono affossate da Londra e Washington, che volevano continuare la guerra; nessun negoziato è possibile fin quando restano soldati ucraini nella regione russa del Kursk. Il servizio, firmato dall’ottimo Adalberto Baldini, è stato smentito la sera successiva dal direttore del Tg. Sono due bufale, ripete il giornalista Paolo Mieli, che usa presentarsi come storico. Bufale le promesse di non allargamento Nato fatte a Gorbaciov e violate fin dalla presidenza Obama. Bufala l’accordo del marzo-aprile 2022, già zoppicante ma silurato da Londra e Biden.

“Spetta agli storici chiarire”, obietta Mieli, senza intuire che fin da subito occorre affrontare i due nodi, perché sia possibile non tanto una tregua che fermi temporaneamente le carneficine, quanto un accordo di lungo periodo che soddisfi i legittimi bisogni di sicurezza di ambedue i belligeranti. È avvilente che i due nodi siano misconosciuti non solo dai media, ma anche dai governi europei. Il 10 maggio, il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha confermato in un’intervista alla «Neue Osnabrücker Zeitung» (giornale accusato di putinismo) che il “cammino dell’Ucraina verso l’adesione alla Nato è irreversibile”. Il ministro finge di non capire perché c’è guerra in Ucraina.

Wadephul sembra rispecchiare l’opinione di Merz, deciso a schierare “l’armata convenzionale più forte d’Europa” e a raggiungere il 5% delle spese militari chieste da Trump (non ancora dalla Nato). Sarà Berlino a riarmarsi più di tutti gli Europei contro Mosca – assieme a Varsavia – avendo le risorse e squilibrando l’UE. Se davvero si vuole avere uno sguardo storico, e tener conto che Napoleone e Hitler non avevano l’atomica, non si può immaginare scenario più mortifero per l’Europa intera.

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Papa Francesco, pietra d’inciampo in Occidente

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 22 aprile 2025

“Vorrei che tornassimo a sperare e a avere fiducia negli altri, anche in chi non ci è vicino o proviene da terre lontane con usi, modi di vivere, idee, costumi diversi da quelli a noi più familiari, poiché siamo tutti figli di Dio. Vorrei che tornassimo a sperare che la pace è possibile”. Lo ha detto Papa Francesco il giorno di Pasqua, già agonizzante, nell’Urbi et Orbi letto in sua vece dall’arcivescovo Rovelli. Non è la prima volta che invoca la pace, ma forse intuisce che questa è l’ultima. E come sempre da più di tre anni denuncia la frenesia che sta accecando le menti dei governi europei, primi fra tutti quelli dell’Unione europea: “Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo. L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo”.

Apparentemente è meno impetuoso di altre volte – forse qualcuno in Vaticano ha smussato il testo – ma il suo pensiero si precisa: perché la pace sia possibile occorre che si eviti il riarmo e che al tempo stesso la politica cambi natura, che i governi e i popoli imparino a convivere con “terre lontane e usi, modi di vivere, idee, costumi diversi da quelli a noi più familiari”. La coesistenza con popoli e regimi diversi si chiama multipolarismo: un sistema internazionale che metta fine al predominio del cosiddetto “Occidente collettivo” a guida Usa, che si comporta come vincitore della guerra fredda e continua mentalmente e materialmente a confezionare guerre di civiltà, sempre a difesa dei “modi di vivere a noi familiari”, della nostra way of life.

Per il Vaticano, che nonostante l’universalismo cattolico si è quasi sempre identificato con l’Occidente, l’idea di una pace basata sulla coesistenza pacifica tra potenze di natura diversa non è la normalità. Ha fatto apparizione con Bergoglio, e non poteva che venire da un Pontefice venuto in Europa da un altro continente. Non è detto che il successore farà propria l’idea rivoluzionaria che Bergoglio si è fatto della pace, e che la svilupperà con la stessa intensità. Il clima nel mondo sta cambiando e non è un cambiamento favorevole alle idee di Papa Francesco.

L’Europa soprattutto sta cambiando. Più Washington si disimpegna – un disimpegno accentuato da Trump – più gli europei si riarmano, e si ripromettono di dar vita a un’alleanza militare contro la Russia. Europa e Nato non sono più entità distinte. Sono un’entità unica, detta atlantica solo perché compreremo in Usa armi, connessioni internet e gas liquefatto.

Papa Bergoglio ha visto quel che sta accadendo e ripetutamente ha negato il proprio consenso. È stato una pietra d’inciampo, un po’ come Benedetto XV che definiva “inutile strage” la Prima guerra mondiale. D’altronde il presente ha tante somiglianze con lo scivolamento europeo nel conflitto seminale del 1914-’18.

Prima sulla guerra in Ucraina, poi sull’offensiva israeliana a Gaza e in Cisgiordania – dopo il massacro del 7 ottobre a opera di Hamas – il Pontefice ha pronunciato parole mai ascoltate, e tuttavia molto potenti per la traccia lasciata nella vita delle singole persone. È la “potenza disarmata della vita” che ha evocato nel suo ultimo messaggio Urbi et Orbi.

È così che per le classi dominanti – in politica, nei media occidentali, in Israele – Francesco è diventato Papa scomodo e più volte scandaloso (Gesù non cessa di scandalizzare, nei Vangeli). Sconcertare e denunciare sono stati al centro della sua missione durante le guerre in Ucraina e Palestina, e ogni volta il suo agire scandaloso consisteva nell’andare alle radici dei conflitti, nel dar loro nomi sempre più precisi.

Poco più di due mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il Pontefice getta una luce di verità sulla genealogia della guerra: è stato “l’abbaiare della Nato alla porta della Russia”, che ha indotto il capo del Cremlino a reagire male e a scatenare il conflitto. “Un’ira (russa) che non so dire se sia stata provocata, ma facilitata forse sì”.

Anche sull’efferata vendetta israeliana per il massacro di Hamas il Papa si è pronunciato con durezza, pur ricorrendo a formule dubitative. Nel libro La speranza non delude mai ha scritto: “A detta di alcuni esperti, ciò che sta accadendo a Gaza ha le caratteristiche di un genocidio. Bisognerebbe indagare con attenzione per determinare se s’inquadra nella definizione tecnica formulata da giuristi e organismi internazionali”. Nel novembre 2024 accolse una delegazione di Palestinesi di Gaza. “Il Papa ha riconosciuto che viviamo un genocidio”, ha dichiarato Shrine Halil, cristiana di Betlemme, citando altre parole che aveva udito: “Siamo andati oltre le guerre. Questo non è guerreggiare, questo è terrorismo”.

Dice il «Corriere della Sera» che Francesco passerà nella storia ed era “dentro lo spirito del tempo”. Il commento quasi si appropria della sua persona, come si fa spesso con i morti amati dai popoli: troppo amato forse, perché “la rivolta di Francesco contro establishment e élite… porta con sé il rischio del populismo”. È il verdetto dei benpensanti in quest’Europa che, a furia di abbaiare, perde il senno, smussa le pietre d’inciampo. Bergoglio passerà alla storia, certo, ma è assai dubbio che fosse “dentro lo spirito del tempo”.

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La follia bellica Ue e l’arma di Čechov

di mercoledì, Aprile 9, 2025 0 , , , , Permalink

«Il Fatto Quotidiano» ha chiesto a Barbara Spinelli di ampliare il suo intervento alla manifestazione dei 5Stelle contro il riarmo, tenutasi il 5 aprile a Roma. Il testo è stato pubblicato il 9 aprile 2025.

Vorrei parlare del nuovo bellicismo europeo e dei suoi fondamenti: l’ignoranza, la menzogna, l’avidità del complesso militare-industriale. L’ignoranza per prima, abissale e volontaria, di quel che vuole ed è la Russia, di quel che sono gli Stati dell’Est europeo usciti dall’Urss con un pensiero dominante: vendicarsi della Russia.

E se possibile smembrarla, come sostenuto da Kaja Kallas, Alto rappresentante della politica estera dell’Ue, ex premier nota per l’oppressione in Estonia delle minoranze russe.

E ancora: ignoranza della guerra degli ucraini, di come l’hanno persa nonostante fosse stata preparata fin dal 2014, e poi condotta, dai servizi e dai militari Usa. La verità è che Trump sta gestendo la prima grande sconfitta occidentale contro una potenza nucleare (anche la guerra dei dazi è gestione di una sconfitta). L’Occidente intero è alle prese con una disfatta, anche se l’Europa occidentale si benda gli occhi e fa finta di niente.

Certo, all’inizio fu legittima resistenza all’invasore, ma le cose sono cambiate. Si moltiplicano i reportage, anche ucraini, sulle diserzioni dei giovani, su una generazione perduta, sugli arruolamenti forzati: ti acchiappano per strada con un bus e ti sbattono al fronte o ti riempiono di botte (si chiama bussificazione). Nella Resistenza non succedeva. Infine la bugia sull’Ucraina compatta: è invece divisa, col Donbass che parla russo (lingua proibita dal 2019) e anche se non approva Putin resta etnicamente russo.

La guerra in Ucraina, come quella in Georgia del 2008, è un assalto inizialmente difensivo, dovuto a due fattori: l’allargamento provocatorio della Nato fino alle porte della Russia, voluto da Clinton, e la questione irrisolta delle minoranze russe nei Paesi staccatisi dall’Urss (25 milioni, di cui circa 8 in Ucraina).

Chi fustiga la piazza per la pace organizzata sabato a Roma dal Movimento 5 Stelle la chiama in blocco putiniana, o trumpiana, e oppone l’assurdo proverbio: se vuoi la pace prepara la guerra. Intende ben altro: se vuoi la guerra, prepara la guerra. Questa è la verità di tante risoluzioni del Parlamento europeo e del piano di Riarmo della Commissione Von der Leyen.

C’è chi garantisce che riarmarsi fa salire crescita e occupati (parola dell’ex segretario di Stato Blinken, di Draghi nel Rapporto sulla competitività). Noi Europei che ne abbiamo fatte a bizzeffe, di guerre, sappiamo che se dal ’45 abbiamo costruito welfare e diritti sociali è perché abbiamo scelto la pace. L’abbiamo scelta grazie all’ombrello statunitense, dicono. Da quale terribile aggressore ci protegge?

Visto che si parla tanto di Churchill e di Hitler (quanti sosia di Hitler s’è inventato l’Occidente negli ultimi ventiquattro anni!) vorrei ricordare che Churchill, finita l’ultima guerra contro Hitler, nel 1945, voleva ricominciarne subito un’altra, contro l’Unione sovietica. La chiamò Operazione Impensabile. Per fortuna i laburisti vinsero le elezioni e Eisenhower s’oppose alla pazzia. Ma ecco che ricominciamo: Riarmo Europa è un’altra Operazione Impensabile.

Per rassicurarci dicono che non è bellicosità: “è solo deterrenza”. La deterrenza fu Equilibrio del Terrore e parità degli armamenti Est-Ovest. Dobbiamo “pareggiare” seimila testate nucleari russe? Durante l’Equilibrio del Terrore furono avviati negoziati per il disarmo. Oggi no. Né è chiaro se Trump voglia simili negoziati – quando tenta l’accordo con Putin – dato che chiede agli Stati europei di accrescere il riarmo fino al 5% del Pil.

Contrariamente a quanto si afferma nelle piazze Pd (Roma, Bologna), non c’è differenza alcuna fra il riarmo dei singoli Stati e la difesa europea, per il semplice fatto che per una difesa europea ci vorrebbero uno Stato europeo con un esercito europeo. Né l’uno né l’altro esistono. È un’altra grande menzogna. Non solo: il piano Riarmo-Europa è realizzabile in un solo Paese: la Germania. Gli altri Stati sono troppo indebitati. Stramazzerebbero. Se questo è l’obiettivo (la supremazia tedesca sia economica sia militare) il pericolo è vicino. Possiamo immaginare quel che ne pensa la Russia, dopo 27 milioni di morti nella Seconda guerra mondiale.

La marcia della follia smantellerà lo Stato sociale su cui si fondava l’Unione. Solo le spese militari saranno esentate dai vincoli dell’austerità. Non le spese per scuola, sanità, lavoro. Il capo dell’industria militare Leonardo, Roberto Cingolani, afferma senza vergognarsene: “Se ti crolla il tetto della casa, devi ripararlo e magari mangiare meno”. Merz in Germania propone la revisione del sussidio cittadino – il nostro perduto reddito di cittadinanza. Starmer taglia i benefit per i poveri: non si sa perché lo chiamano laburista. Oppure è laburista come Blair, che promosse la Coalizione dei Volenterosi contro l’Iraq. Non so con che faccia tosta quest’indecente denominazione – Coalizione dei Volenterosi – venga resuscitata da Macron e Starmer.

C’è chi ha detto, qualche giorno fa: “L’unico modo per trattare il M5S è cancellarli”. È la Neolingua mediatica e politica: cancelliamo chi chiede la pace, cancelliamo tv e cultura russe così non sappiamo cosa si pensa in un grande Paese europeo accanto a cui vivremo migliaia di anni e con cui potremmo cooperare come nella Conferenza di Helsinki nel 1975.

Ma siccome non siamo qui per cancellare, è uno scrittore russo che vorrei citare, Anton Čechov: “Se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari”. La pistola di Čechov è il riarmo deciso da chi vuole una pace giusta (cioè ancora guerra): non una pace possibile. Il Pd nel Parlamento europeo approva (contro il parere di Elly Schlein) e tanti lamentano l’opposizione divisa. A me pare che su pace e guerra sia difficile il compromesso. È la socialdemocrazia tedesca che ha detto: dobbiamo ridivenire “pronti alla guerra” (kriegstüchtig). Che ha reintrodotto la pistola del romanzo europeo.

I governi europei non hanno fatto nulla per capire le radici della guerra. Per distinguere l’allargamento dell’Unione da quello della Nato. Non hanno mai osato ammettere che la pace in Europa è possibile solo se Ucraina, Georgia, Moldavia sono neutrali come l’Austria nel secondo dopoguerra. Continuano ad armare Israele come Donald Trump (Germania in testa), dicendo che il 7 ottobre riecheggia l’annientamento degli ebrei, ma quel che è venuto dopo a Gaza no, niente a che vedere con lo sterminio.

Alle piazze che favoleggiano di difesa europea andrebbe chiesto: quando mai l’Europa ha lavorato per la pace, tranne negli anni della distensione di Willy Brandt o quando Francia e Germania s’opposero alla guerra in Iraq?

L’Europa di oggi elenca i nemici esistenziali: Russia, Cina, Iran, Corea del Nord. È un po’ tanto, per un continente in declino. È una marcia della follia, simile in tutto e per tutto a quella che precedette la guerra del 1914-’18, che lascerà morire al posto nostro altre migliaia di ucraini con l’idea che chissà, magari stavolta rischiamo la Terza guerra mondiale, ma avremo tenuto a bada Trump.

Groenlandia, grande gioco nell’artico

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 3 aprile 2025

L’avvenire della Groenlandia e delle popolazioni Inuit che la abitano non sembra smuovere oltre misura l’Unione europea, nonostante l’importanza crescente che l’isola sta acquisendo a causa dei minerali preziosi, del petrolio, del gas naturale, che lo scioglimento dei ghiacci renderà estraibili. E nonostante il suo rapporto di dipendenza dalla Danimarca.

Trump vorrebbe accaparrarsi l’isola, la più grande del pianeta, pensando a quel che gli Stati Uniti potrebbero ricavarne: non solo terre rare e fonti energetiche ma anche la possibilità di una via di passaggio tra America e Asia, tale da rendere meno rilevante il Canale di Suez (viene in mente la bellissima serie televisiva The Terror, con la sua catastrofica navigazione coloniale nell’Artico).

Trump fantasticò l’annessione o acquisto già nel 2019, entrando in competizione con altre potenze, grandi e medie, mosse dagli stessi interessi: Russia, Cina, Canada. Un Grande Gioco geopolitico attorno all’Artico, che potrebbe anche degenerare in scontri violenti e ulteriori dissesti climatici. In Terrore, appunto.

Intanto l’Unione europea tace, incredula. Anche la grande stampa europea dedica poca attenzione al Grande Gioco Artico: si limita a dissennatamente trasecolare e sorprendersi, giudica assurdo il progetto di Trump. Non così Mosca, che da decenni pensa alla penetrazione dell’Artico. Il 27 marzo Putin si è soffermato sulla questione, parlando a Murmansk nel Foro Artico Internazionale e ricordando a chi non se ne fosse accorto che le ambizioni statunitensi hanno “radici storiche lontane”, che “vanno prese sul serio”, e che anche Mosca ha interessi da difendere nella regione.

Contrariamente a quello che affermano alcuni, Mosca non appoggia le mire statunitensi. Si limita a prenderne atto, nella qualità di potenza rivale ma non contraria a cooperare: “Purtroppo, anche la competizione geopolitica e la lotta per le posizioni in questa regione si stanno intensificando (…) È un grave errore considerare (gli interventi di Trump) come discorsi assurdi dell’amministrazione Usa. Niente di tutto questo. Washington aveva piani simili già nel 1860. Già allora, l’amministrazione valutava la possibilità di annettere Groenlandia e Islanda”.

Putin aggiunge che la guerra in Ucraina e l’aggressività della Nato impediscono una cooperazione internazionale sull’Artico che permetta lo sviluppo della Groenlandia senza fatalmente danneggiare il clima, già molto compromesso. Nel 2022 la Russia è stata esclusa dal Consiglio Artico creato nel 1996, pur essendo il paese più artico della terra e partner cruciale per le ricerche scientifiche e il monitoraggio dei fondali. Solo l’Islanda ha deciso, saggiamente, di proseguire i lavori di ricerca iniziati con Mosca.

Gli Stati europei sanno poco di quest’isola, che fa parte della Danimarca pur avendo ottenuto in due fasi, nel 1979 e nel 2009, un’autonomia molto estesa (politica estera e difesa restano nelle mani danesi). Ignorano il carattere indipendente e ribelle del suo popolo, per l’89 per cento composto di Inuit, e il legame che esso ha – come in Canada, nel Nord degli Stati Uniti, nel Nord Ovest della Russia – con la natura e con miti ancestrali.

La Groenlandia fu conquistata attorno al 1720 dalla Danimarca, e gli Inuit furono colonizzati, cristianizzati, assimilati, “modernizzati” con la forza. Per secoli Copenaghen ha occultato la violenza del proprio colonialismo, descrivendolo come specialmente mite, inclusivo. Da qualche anno tuttavia sta emergendo una verità più cupa. Crescono di conseguenza le spinte indipendentiste, nei vari partiti groenlandesi, e il desiderio di seguire l’esempio dell’Islanda, che nel 1944 votò l’indipendenza dalla Danimarca occupata dai nazisti. Anche la Groenlandia prese allora le distanze dall’Europa, e fu temporaneamente attratta da un’alleanza con gli Stati Uniti. L’indipendentismo di Nuuk, capitale dell’isola, cominciò a affiorare nel 1982, con un referendum che sancì la sua uscita dalla Comunità europea.

Proprio perché lungamente negata, la violenza degli ex colonizzatori si è protratta fino agli anni 70 del secolo scorso. Non solo è sempre esistita una diseguaglianza salariale, tra nativi e coloni danesi. Non solo le tre varianti della lingua inuit furono per molto tempo vietate, e le tradizioni religiose precristiane represse. Quel che pesa di più, nelle memorie groenlandesi, è stata la politica danese di riduzione forzata della natalità inuit, applicata fino a pochi decenni fa.

In particolare va ricordata la campagna sui contraccettivi, applicata su larga scala fra il 1966 e il 1970. Spirali intrauterine venivano inserite nelle donne in età fertile, molto spesso a loro insaputa e comunque senza chiedere il loro consenso: circa la metà delle donne groenlandesi fu sottoposta al trattamento. Lo scrittore Peter Harmsen evoca in un articolo per la Bbc l’accusa formulata lo scorso dicembre dal premier groenlandese Múte Egede: “Fu un palese genocidio, quello attuato dallo Stato danese”.

Altra ferita inferta da Copenaghen tra gli anni 50 e 70 del Novecento: il sequestro di circa 1600 bambini, sottratti alle madri e affidati a genitori adottivi danesi. “Forgiamo una nuova élite”, ci si vantava nei palazzi del potere. Ne parla in più romanzi lo scrittore francese Mo Malø. In alcuni casi le sottrazioni avvenivano senza il consenso delle madri biologiche. In altri, le madri non venivano informate del fatto che il legame con i figli sarebbe stato completamente tagliato. Solo da qualche anno la Danimarca comincia a fare i conti col proprio passato.

Questo non significa che la Groenlandia sia pronta a passare sotto il controllo degli Stati Uniti, che dispongono nell’isola di una potente base antimissili (Thule). L’85% della popolazione è contraria, solo il 6% è favorevole. “La Groenlandia non è in vendita”, ripetono i partiti politici. Ma soprattutto, gli isolani vorrebbero preservare lo Stato Sociale di cui godono grazie al rapporto difficile ma proficuo con la Danimarca, e alle cospicue sovvenzioni versate da Copenaghen: 520 milioni all’anno. Un buco che Usa, Russia e Cina prometterebbero di riempire con forti investimenti, ma che Nuuk guarda non senza diffidenza.

La Groenlandia non vorrebbe dipendere da nessuno, al momento. Si barcamena nel Grande Gioco dell’Artico. Ma una cosa è certa. Le sue popolazioni sono estremamente allarmate per il disastro climatico e lo scioglimento della calotta artica. Non vogliono che l’estrazione dei minerali preziosi e del petrolio intossichi la loro terra. Nel 2021, il governo ha bloccato l’estrazione di uranio e terre rare a Kvanefjeld, su pressione della popolazione. Nonostante le ferite inflitte dagli ex colonizzatori, gli europei potrebbero proteggerli dal dissesto naturale più efficacemente di Russia, Cina e Stati Uniti. Se solo smettessero la frenesia bellica e riavviassero la cooperazione artica con Mosca, Pechino e Washington, potrebbero divenire l’alleato meno infido della Groenlandia, perché più sensibile al collasso del pianeta.

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