E Trump diventò il pirata dei Caraibi

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 8 gennaio 2026

La reazione dell’Unione europea all’assalto Usa in Venezuela e al sequestro di Maduro e della moglie Cilia Flores era prevedibile, ma è particolarmente nauseante.

A denunciare subito la violazione del diritto internazionale è stato ancora una volta lo spagnolo Sánchez, che già si era distinto durante lo sterminio a Gaza definendolo un genocidio. Macron si è appiattito quasi più di Giorgia Meloni: ha esultato per la “liberazione dalla dittatura”, prima di correggere qualche virgola e criticare il “metodo”. Il tedesco Merz si riserva di “valutare la complessa situazione”. Il più realistico è l’ungherese Orbán: “L’ordine mondiale liberale è in stato di collasso, ma il nuovo ordine ancora deve emergere. Ci attendono anni instabili, imprevedibili e pericolosi”.

Nelle vesti di furba vassalla, Meloni ritiene che “l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per metter fine ai regimi totalitari”, ma considera “legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano il narcotraffico”. L’autodifesa statuale diventa preventiva e copre il narco-traffico, battezzato guerra ibrida. L’uso della forza per difendersi è permesso dalla Carta Onu, solo per attacchi esterni. Ora le guerre “autodifensive” si travestono da operazioni di polizia, aggirando il diritto internazionale e il controllo dei Parlamenti. Il sequestro ieri della petroliera russa nell’Atlantico è parte di tali operazioni.

L’Unione europea è cieca a simili collassi, dunque irrilevante. Come se ci fosse ancora qualcosa da salvare, nelle relazioni transatlantiche e in particolare nel dispositivo Nato. Come se le guerre Usa fossero problematiche solo a partire da Trump. Non è più l’America che amavamo, si lamentano intellettuali e giornalisti mainstream, come se l’assalto al palazzo presidenziale di Caracas non fosse stato preceduto da guerre di regime change scatenate in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria nel dopo-Guerra fredda: tutte foriere di caos e morte. Come se Trump il “pacificatore” non avesse già ordito aggressioni militari su sette fronti – Somalia, Iran, Yemen, Siria, Nigeria, Iraq, oggi Venezuela – a dispetto degli sforzi fatti per un accordo di pace con Mosca e per scaricare sull’Europa la disfatta atlantica in Ucraina, dopo un’invasione russa che tutto l’Occidente ha provocato con gli allargamenti a Est della Nato.

Trump non pare propenso a fermarsi qui. L’ondata dei neo-conservatori lo trascina, la politica in America Latina è affidata per intero a un figlio di rifugiati cubani piuttosto sinistro, il ministro degli Esteri Marco Rubio, che da una vita cova rivincite e sogna una seconda invasione della Baia dei Porci, non più fallimentare come quella di Kennedy. Rubio incita Trump a punire Cuba, Colombia, Messico. John Bolton, neo-conservatore influente ai tempi di Bush jr e nel primo mandato Trump, smette le critiche al presidente ed elogia il sequestro terroristico di Maduro.

Comincia a Caracas l’offensiva contro i Brics, l’associazione che riunisce Cina, Russia, Brasile, India, Sud Africa: i non allineati. Il Venezuela ha chiesto di farne parte. Obiettivo della Casa Bianca: prendere il controllo dei minerali preziosi e del petrolio venezuelano (la più grande riserva nel mondo) e venderlo con la moneta egemonica nel commercio energetico – il dollaro – che Trump vede minacciata dai propositi e dalle pratiche dei Brics.

La novità è che diversamente dai suoi predecessori, Trump non dissimula le mire coloniali, non le presenta come Esportazione della Democrazia o difesa dell’“ordine internazionale basato sulle regole”. È del tutto indifferente alle regole, promuove più selettivamente le Rivoluzioni Colorate alimentate ieri da Usa e Ue. Non gli importa chi governa il Venezuela: il regime madurista gli va bene se si allinea e permette a Washington di riprendersi il “petrolio rubato alle compagnie Usa” a seguito delle prime nazionalizzazioni degli anni 70 e poi di quelle di Chávez che hanno aiutato il Venezuela a uscire dalla povertà e dalla dipendenza.

Quando Washington adopera gli argomenti del regime change e definisce Maduro un presidente illegittimo, è perché solo così può processarlo a New York e negargli l’immunità cui ha diritto. Lo stesso avvenne con l’invasione di Panama e l’incriminazione di Manuel Noriega, prima asservito alla Cia e poi condannato per narcotraffico negli Stati Uniti. Anche Chávez temeva la cattura.

In realtà neanche il traffico di droga è in cima ai pensieri di Trump: altrimenti non avrebbe graziato – il 28 novembre mentre tramava il sequestro di Maduro – l’ex presidente dell’Honduras Hernández, condannato per commercio di stupefacenti a 45 anni di carcere da una Corte Usa. Il presidente non ignora che il Venezuela ha un ruolo secondario nel narcotraffico, come spiegato su questo giornale da Pino Arlacchi. Nell’incriminazione di Maduro non figura l’accusa d’aver diretto il Cartel de los Soles, l’inesistente entità denunciata dalla Cia e anche dal Parlamento europeo.

La favola del regime change è una tenda dietro la quale stanno in agguato gli appetiti reali dell’amministrazione Usa: la predazione e il saccheggio coloniale delle risorse venezuelane, il dominio sull’intero emisfero occidentale, Groenlandia compresa, e l’estromissione della Cina e della Russia da nazioni che Trump e neocon ritengono loro proprietà, dal Sud America fino alle porte dell’Artico. Il motto rapace di Trump è: “Ci serve”. Anni di sanzioni preparano in Sud America il colpo finale e imprimono un marchio sui puniti: è una politica che accomuna Stati Uniti e Ue, e si applica a Stati e singole personalità dissidenti (Francesca Albanese, l’ex colonnello svizzero Jacques Baud).

Se le cose stanno così, si capisce la riluttanza del Cremlino a scendere a patti sull’Ucraina, in assenza di trattati vincolanti che escludano irrevocabilmente ogni minaccia al proprio territorio, e con Parigi e Londra decise a schierare soldati dopo la tregua. Le mosse Usa in America Latina sono un segnale inviato a Pechino e anche a Mosca, specie per quanto riguarda la Groenlandia (“ci serve!”). La Strategia di Sicurezza Nazionale del 4 dicembre parla chiaro: non saranno tollerate nel continente panamericano, Groenlandia compresa, presenze che scalfiscano il dominio statunitense. Viene rievocata proditoriamente la Dottrina Monroe. Allora il colonialismo rivale in Sud America era europeo, ma Monroe prometteva in cambio la non ingerenza in Europa.

Quel che impressiona, in Europa, è il tetro perdurare di una fede atlantista che muore a Washington, e che impedisce la costruzione paziente di un sistema di sicurezza europeo non contro, ma assieme alla Russia. Intanto Trump s’allontana da Kiev e Medio Oriente, perché gli Usa in quegli scacchieri sono perdenti. Hanno l’avamposto israeliano in Medio Oriente, dunque accettano la continuazione del genocidio a Gaza e non escludono altri attacchi all’Iran scosso dai tumulti. Ma prima o poi Teheran si doterà dell’atomica: nel caos mondiale è l’unica via per divenire inattaccabili.

Invece di far rinascere le proprie grandi tradizioni diplomatiche, i Volonterosi europei proclamano, compiaciuti: la Groenlandia è nella Nato, l’articolo 5 la difenderà. Ma l’articolo scatta solo se c’è l’unanimità, dunque son balle: cos’è la Nato, senza e anzi contro gli Stati Uniti? E chi ha detto che la Groenlandia, colonizzata nel ’700 dalla Danimarca e uscita dall’Ue nell’85, invocherà i soldati degli ex colonizzatori?

La nuova Cina, l’Europa e il deserto dei tartari

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 7 settembre 2025

Nel giro di quattro giorni Xi Jinping ha inaugurato un ordine multipolare non più centrato sul predominio statunitense e occidentale. Assieme a Russia, India, Iran e altri 22 capi di stato o governo riuniti per un vertice dell’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (Sco) ha dato vita all’Iniziativa di Governance Globale. Obiettivo: la cooperazione pacifica fra Stati e un “futuro condiviso dell’umanità”. Assieme al gruppo Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) gli Stati congiunti dallo “spirito di Shanghai” si proteggono così dalla brama di predominio e sanzioni che anima l’Occidente. Non sono tutti democratici, ma il pianeta non è tutto democratico.

È il primo argine costruito per far fronte ai disastri del dopo Guerra fredda: trentacinque anni contrassegnati da fallimentari guerre occidentali di regime change, dall’estensione della Nato per debilitare la Russia, dalle minacce contro Pechino, dall’erosione dell’Onu cui l’Organizzazione di Shangai e i Brics vogliono restituire peso. La micidiale e illusoria pretesa degli Stati Uniti di dominare da soli il pianeta, iniziata negli anni 90, s’inceppa. La parata del 3 settembre a Pechino è stata organizzata da Xi per mostrare spettacolarmente che anche la Cina celebra la fine della Seconda guerra mondiale, avendo partecipato al conflitto con due parallele resistenze all’invasore giapponese (soldati nazionalisti di Chiang Kai-shek e guerriglieri di Mao). Parlando di “Resistenza Mondiale Antifascista”, il Presidente cinese entra nella nostra storia come attore paritario, chiamato a correggere la sciagurata, caotica gestione del dopo Guerra fredda.

Discusso a Tianjin prima della parata, il multipolarismo è l’ambizione dei Ventisei. L’idea centrale è che un ordine internazionale sarà possibile solo se si rispetta la diversità di culture e civiltà, se tutti gli Stati sono uguali, se il metodo è multilaterale, se la pace è la stella polare. La cooperazione pacifica avverrà nei settori in cui Pechino è all’avanguardia: industrie indipendenti dai combustibili fossili, intelligenza artificiale, tecnologia, infrastrutture (linee ferroviarie, gasdotti, strade, ponti). Il multipolarismo è stato accelerato prima dalle guerre di esportazione della democrazia, poi dalla guerra russa in Ucraina provocata dagli allargamenti a Est della Nato, infine dall’offensiva dei dazi che Trump ha scatenato credendosi re del mondo.

Nel frattempo Stati Uniti ed Europa sono in altre sconclusionate faccende affaccendati. Martedì Trump ha affondato con navi di guerra una piccola imbarcazione venezuelana accusata di narcotraffico (impossibile verificare, l’imbarcazione è in fondo al mare con le 11 persone dell’equipaggio). Il Venezuela è un attore del tutto marginale nel narcotraffico internazionale, come spiegato da Pino Arlacchi su questo giornale (30 agosto). Il governo Maduro è sotto attacco per via delle immense riserve petrolifere di cui Trump è avido. Non meno sconclusionate le mosse dei principali Stati europei, dentro e fuori un’Unione definitivamente soppiantata da altri gruppi decisionali: volonterosi e cosiddetto gruppo E-3 (Germania, Gran Bretagna, Germania), tutti lì ad affilare coltelli contro invasioni dei Tartari che non verranno. Gli ospedali francesi si preparano già ad aumentare i posti letto per curare feriti di guerra, rivela il «Canard enchainé». Gli E-3 intendono anche riattivare le sanzioni contro l’Iran, facilitando i nuovi attacchi a Teheran cui aspira Netanyahu.

Uno dei quattro accordi fra Russia e Cina concerne l’energia: ogni anno Gazprom fornirà a Pechino 106 miliardi di metri cubi di gas naturale. Prima dell’invasione dell’Ucraina e del sabotaggio degli oleodotti Nord Stream, Mosca esportava in Europa più di 150 miliardi di metri cubi l’anno. Il centro di gravità economico si sposta verso Cina-India, e l’Europa s’impoverisce comprando gas liquido Usa, ben più costoso. Ma il culmine dell’insipienza europea l’ha raggiunto giovedì scorso Kaja Kallas, rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, commentando la parata cinese e ostentando un’ignoranza abissale. In una conferenza ha chiesto, con frasi masticate e intercalate da sogghigni beffardi, cosa mai si siano messi in testa Pechino e Mosca, con la “falsa narrativa secondo cui Cina e Russia sarebbero vincitori della Seconda guerra mondiale… è una novità!” (link). Pechino entrò in guerra contro Tokyo nel 1937. A partire dal 1941 partecipò con Usa e Russia alla Resistenza antifascista mondiale (30 milioni di morti cinesi). Kallas evidentemente ignora che Pechino è fra i cinque membri permanenti nel Consiglio di Sicurezza Onu proprio perché vincitore della guerra. Le istituzioni Ue dovrebbero sfiduciarla per maleducazione storica aggravata. Forse Kallas finge l’ignoranza. Ma se non fingesse?

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Gli anni bellissimi del Presidente Conte

COMUNICATO STAMPA

Strasburgo, 12 febbraio 2019. Barbara Spinelli (GUE/NGL) è intervenuta nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo nella “Discussione con il Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica italiana Giuseppe Conte sul futuro dell’Europa”, alla presenza del Commissario europeo Jyrki Katainen.

Di seguito l’intervento:

Ho una domanda, caro Presidente Conte.

Siccome non vedo l’Unione capace allo stato attuale di divenire una Comunità solidale e non discriminatoria, né sulla migrazione né sulle regole di bilancio. Siccome non credo che il reddito di cittadinanza, pure indispensabile in Italia, sia in grado di superare i difetti del sussidio Harz IV, ormai riconosciuti nella stessa Germania. Siccome vedo che la destra estrema sta prendendo il sopravvento sui Cinque Stelle, imponendo la propria agenda su punti cruciali, vorrei chiederle – e la domanda è seria perché temo il momento in cui la Lega abbraccerà forze di destra che vogliono la caduta del suo governo, porti ancora più chiusi e strategie di regime change in Venezuela: sulla base di quali previsioni, di quale studio della realtà, di quali dati di fatto ritiene, come ha detto il primo febbraio in un’intervista, che quest’anno e gli anni successivi saranno “bellissimi”?

Letter in defence of a political dialogue in Venezuela

di martedì, Febbraio 5, 2019 0 Permalink
Lettera firmata da 39 deputati e diretta al Presidente del Consiglio Europeo (Donald Tusk), alla Presidenza del Consiglio dell’Ue (Romania, attuale primo ministro Vasilica Viorica Dăncilă) e ai rappresentanti permanenti degli Stati Membri dell’Ue:

Letter in defence of a political dialogue in Venezuela, guaranteeing that Latin America and the Caribe remains a Zone of Peace