Il Consiglio d’Europa richiama l’Italia sulla protezione di vittime di tratta e minori non accompagnati

Il Consiglio d’Europa richiama l’Italia sulla protezione di vittime di tratta e minori non accompagnati. Barbara Spinelli: «Un successo nato dalla collaborazione tra società civile e istituzioni europee»

Bruxelles, 30 gennaio 2017

Barbara Spinelli si congratula per il rapporto pubblicato in data odierna dal Gruppo di esperti sulla lotta contro la tratta degli esseri umani del Consiglio d’Europa (GRETA) che denuncia le gravi carenze registrate in Italia riguardo la protezione delle vittime di tratta e dei minori non accompagnati.

«Accolgo positivamente – ha dichiarato l’eurodeputata del gruppo GUE/NGL – il rapporto del gruppo di esperti anti-tratta incaricato dal Consiglio d’Europa di monitorare l’attuazione della Convenzione sulla lotta contro la tratta degli esseri umani nel nostro Paese. Benché l’Italia abbia ratificato la Convenzione, permangono gravi lacune e violazioni verificate dal GRETA durante una visita effettuata a settembre dello scorso anno negli hotspot e nei centri di accoglienza.

Il procedimento d’urgenza avviato nel 2016 sull’Italia ha messo in luce preoccupanti falle nell’accoglienza, nella detenzione e nel rimpatrio delle vittime di tratta e una grave situazione di incuria nei riguardi dei minori non accompagnati. Oltre che alle denunce delle ong che con competenza e determinazione si occupano di vittime di tratta e minori non accompagnati, la visita ha fatto seguito a una mia lettera inviata a Frontex, al Ministero dell’Interno italiano e per conoscenza all’Ombudsman il 14 ottobre 2015, e a un’interrogazione scritta alla Commissione europea del 10 novembre 2015, in cui criticavo il rimpatrio forzato di venti donne nigeriane dal CIE romano di Ponte Galeria, e a un’interrogazione scritta alla Commissione europea del 13 maggio 2015 in cui denunciavo l’uso del manganello elettrico nel CPA di Pozzallo per il rilascio forzato delle impronte, anche di minori.

Entrambe le denunce sono state possibili grazie a una stretta collaborazione con attivisti e associazioni della società civile, tra cui BeFree, Terre des Hommes, Campagna Lasciatecientrare e Clinica legale dell’Università Roma3.

Unendomi alla richiesta del Consiglio d’Europa affinché il governo italiano metta al più presto in atto le misure necessarie per proteggere adeguatamente i migranti e i rifugiati in balia dei trafficanti di esseri umani e agisca con determinazione per combattere il fenomeno della tratta in Italia, auspico che la collaborazione tra rappresentanti della società civile e istituzioni – che ha prodotto questo importante risultato – venga sostenuta e incoraggiata nelle democrazie dell’Unione come un elemento chiave per la tutela dei diritti, anziché subire crescenti e preoccupanti limitazioni.

Verità e giustizia per Giulio Regeni

di mercoledì, Gennaio 25, 2017 0 , Permalink

COMUNICATO STAMPA

Barbara Spinelli e cinque eurodeputati italiani chiedono verità e giustizia per Giulio Regeni

Bruxelles, 25 gennaio 2017

Nell’anniversario dell’omicidio di Giulio Regeni, Barbara Spinelli e cinque eurodeputati italiani hanno inviato un messaggio alla famiglia, ad Amnesty International Italia, al ministro dell’Interno Marco Minniti e al ministro degli Affari esteri Angelino Alfano per esprimere, ancora una volta, la più profonda vicinanza e solidarietà, e avanzare la ferma richiesta di verità e giustizia sul sequestro, la tortura e l’assassinio di Giulio.

Nel giorno dell’anniversario della scomparsa di Giulio Regeni al Cairo, desideriamo esprimere la nostra vicinanza alla famiglia di Giulio e ai molti attivisti che si stanno mobilitando per chiedere ancora una volta, con forza, la verità sulla sua morte.

Sosteniamo la necessità che si continui a ricercare la verità, per quanto scomoda possa essere: quella che ci dica chi ha ordinato, chi ha eseguito, chi ha coperto e chi ha finora reso impunite la tortura e l’uccisione di Giulio.

Ricordiamo all’Unione europea e ai suoi Stati membri che non è possibile, date le condizioni attuali dei diritti umani all’interno del Paese, normalizzare completamente i rapporti con l’Egitto. Ci troviamo infatti di fronte al rischio che, dopo mesi di depistaggi e insabbiamenti, ci si possa accontentare di una verità di comodo che chiuda la vicenda al solo fine di favorire il ripristino di normali relazioni tra Italia ed Egitto. Una verità di comodo di cui accontentarsi per stanchezza o per la constatazione che è impossibile ottenere di più. Questo non deve accadere.

Barbara Spinelli, Membro del Parlamento europeo (gruppo GUE/NGL)
Sergio Cofferati, Membro del Parlamento europeo (gruppo S&D)
Eleonora Forenza, Membro del Parlamento europeo (gruppo GUE/NGL)
Curzio Maltese, Membro del Parlamento europeo (gruppo GUE/NGL)
Pier Antonio Panzeri, Membro del Parlamento europeo (gruppo S&D)
Elly Schlein, Membro del Parlamento europeo (gruppo S&D)

 

Profughi. Lettera aperta al commissario Ue Avramopoulos

L’Agenzia Habeshia per la cooperazione allo sviluppo scrive una lettera aperta – cofirmata da Barbara Spinelli e da altri europarlamentari – al Commissario europeo alla migrazione, denunciando una politica di chiusura e respingimento. Qui il testo in inglese.

Gentile commissario,

le scriviamo a nome dell’Agenzia Habeshia che, come forse saprà, si occupa della tragedia dei profughi e dei migranti e che, dunque, vorrebbe vedere in lei un alleato nel difficile cammino teso a dare libertà, dignità e sicurezza ai milioni di persone costrette ad abbandonare la propria terra.

Partiamo da una delle ultime, drammatiche richieste di aiuto. Certamente conoscerà il rapporto dell’Onu che appena poche settimane fa ha denunciato che oltre 400 mila bambini sono vittime della carestia, in Nigeria, a causa della situazione provocata dai miliziani fondamentalisti di Boko Haram. Anzi, secondo l’Unicef, 75 mila rischiano di morire di fame nei prossimi mesi, al ritmo di 200 al giorno. Senza contare le uccisioni, i rapimenti, i saccheggi che investono interi villaggi, gli attentati, le stragi e tutto il nord del paese precipitato da anni sotto il controllo diretto dei fondamentalisti fedeli all’Isis. E allora qualcosa non torna se ripensiamo alle sue dichiarazioni, diffuse da tutti i media europei, secondo cui non occorre cambiare i criteri delle nazionalità dei rifugiati da accogliere e “ricollocare” in qualcuno degli Stati dell’Unione.

“Se confrontiamo Italia e Grecia, vediamo che fino all’80 per cento dei migranti che attraversano l’Egeo sono profughi, mentre la maggioranza di quelli che arrivano in Italia dal Mediterraneo centrale, anche in questo caso l’80 per cento, sono irregolari. Non intendiamo cambiare i criteri…”: questa è la dichiarazione che le ha attribuito la stampa, in risposta a chi le chiedeva se non pensasse a qualche modifica per le nazionalità da ridistribuire, visto che in Italia non ci sono “abbastanza siriani ed eritrei”. Ecco, già questa idea delle nazionalità come “requisito a priori” sembra a dir poco assurda. Se non altro perché – lei lo sa bene – secondo il diritto internazionale e la Convenzione di Ginevra, le richieste di asilo vanno esaminate caso per caso, ascoltando le storie individuali di ciascuno e non, invece, espletate in base a criteri di “appartenenza nazionale” come purtroppo si sta ormai facendo, tanto da accogliere solo coloro che fuggono dalla Siria sconvolta dalla guerra o dall’Eritrea schiavizzata dalla dittatura di un regime autoritario.

Se proprio vuole, tuttavia, parliamo pure di nazioni e paesi. Abbiamo detto della Nigeria, dove per migliaia di persone l’alternativa è morire sotto i colpi di Boko Haram o di fame. Andiamo oltre: ad esempio, prendiamo il Sud Sudan. Anche in questo caso, lei è troppo ben informato, per il ruolo che riveste, per non sapere che la guerra civile che sta devastando il paese da tre anni, tanto da provocare almeno 10 mila morti e 3 milioni di profughi, rischia di trasformarsi in un vero e proprio genocidio, con le fazioni in lotta pronte ad ammazzare e a fare strage in base all’etnia, seguendo la logica perversa della pulizia etnica. Lo denuncia un rapporto dell’Onu pubblicato all’inizio di dicembre, in aggiunta all’ormai “abituale” corollario di uccisioni, rapimenti, villaggi saccheggiati e incendiati, incursioni persino all’interno dei campi profughi posti sotto le insegne dell’Unhcr. Per non dire della “carestia provocata”: già, a parte i cambiamenti climatici e la siccità, da almeno due anni non si fanno più le semine a causa della guerra e, dunque, non ci sono raccolti per soddisfare almeno in parte i bisogni alimentari della popolazione.

Allora, che dire? Chi fugge da questo inferno non deve essere accolto in Europa come rifugiato?

Ma l’elenco di situazioni come questa è lunghissimo. La Somalia implosa e in preda alla guerra civile, con i miliziani di Al Shabaab, affiliata ad Al Qaeda, che mettono a segno una media di oltre 900 attentati l’anno, con centinaia, migliaia di morti e, anche qui, una siccità e una carestia che investono milioni di uomini e donne. Il Mali dove, contrariamente a quanto si continua a dire in Europa, la guerra esplosa con la rivolta del 2012 nelle regioni del nord, il cosiddetto Azawad, non è mai finita, come dimostra la lunga, quotidiana catena di attacchi, attentati, agguati, uccisioni. Il calvario del Darfur, la martoriata regione del Sudan che non conosce pace da anni e che alimenta, appunto, un flusso costante di profughi che vedono nella fuga l’unica via di salvezza dalle violenze di ogni genere perpetrate dalla polizia del regime di Al Bashir, i famosi “diavoli a cavallo”. Lo Yemen, travolto dalla guerra tra sciiti e sunniti: anche qui migliaia di morti e milioni di profughi o sfollati, disperati scacciati dalle loro case e dalle loro città anche dalle bombe e dalle armi che l’Europa (e l’Italia in particolare) vende, insieme agli Stati Uniti, ad una delle fazioni in lotta. O, ancora, il Gambia, soggiogato per anni da una dittatura feroce, che speriamo sia stata davvero scacciata dalle elezioni di qualche giorno fa. O la Repubblica Centrafricana. O lo stesso Niger, scelto dall’Europa per farne un grande “hub” di smistamento per i profughi ma che sembra tutt’altro che sicuro, in seguito alla crescente escalation di attacchi terroristici da parte di Boko Haram dalla Nigeria e di jihadisti di Aqim e dell’Isis dal Mali, tanto che nel giugno scorso il coordinatore delle Nazioni Unite, Fode Ndiaye, si è appellato alla comunità internazionale parlando senza mezzi termini di “crisi umanitaria”…

Si potrebbe continuare – lei lo sa – per chissà quanto ancora. Con l’Afghanistan, ad esempio, dove l’Unione Europea vuole “rimpatriare” 80 mila profughi, come se il paese fosse diventato all’improvviso “pacifico e sicuro”. Purtroppo i media parlano poco di queste tragedie e l’opinione pubblica ne sa poco. Ma che si tratti, appunto, di tragedie lo denunciano i profughi che continuano a bussare alle porte dell’Europa, in fuga dalla Nigeria, dal Sud Sudan, dal Sudan, dalla Somalia, dal Gambia e così via: basta scorrere l’elenco delle nazionalità dei tanti giovani sbarcati in Italia. Però, stando alle sue dichiarazioni, a quanto pare queste situazioni non sarebbero “sufficienti” ad aprire le porte della solidarietà in Europa. Non bastano a garantire – come pure prevede il diritto internazionale – aiuto e accoglienza.

Perché questa scelta? Habeshia non riesce a spiegarselo. A meno che il motivo non sia che questi Stati da cui si è costretti a fuggire sono in buona parte proprio gli stessi con cui l’Unione Europea ha stretto tutta una serie di trattati per fermare i profughi prima ancora che arrivino alle sponde del Mediterraneo. Ci riferiamo ai Processi di Rabat e Khartoum, agli accordi firmati a Malta nel novembre 2015, al patto con la Turchia da lei esaltato e che, in effetti, funziona benissimo come “barriera” posta al di là dell’Egeo: peccato che funzioni sulla pelle dei profughi. Già, perché accordi e patti di questo genere servono all’Europa per esternalizzare le sue frontiere addirittura al di là del Sahara o comunque lontano dalla sponda meridionale del Mediterraneo, delegando ad altri il lavoro sporco di sorvegliarle, queste frontiere, e renderle invalicabili. E le sue dichiarazioni, ora, rischiano di dare voce ulteriore a chi vuole alzare ancora di più le barriere dell’egoismo e dell’indifferenza e si appella da sempre a una politica di chiusura e respingimento.

Noi speriamo davvero, come Habeshia, di essere smentiti. Ma – a meno di smentite, appunto – proprio questo emerge dalle sue parole riferite dai media. Parole che sembrano dimenticare che lasci la casa solo quando la casa non ti lascia più stare [1]

Cordiali saluti,

Don Mussie Zerai, presidente dell’Agenzia Habeshia
Emilio Drudi, portavoce dell’Agenzia
Barbara Spinelli, Gruppo GUE/NGL
Patrick Le Hyaric , Gruppo GUE/NGL
Ana Maria Gomes, Gruppo S&D
Dimitrios Papadimoulis, Gruppo GUE/NGL
Josu Juaristi Abaunz, Gruppo GUE/NGL
Marie-Christine Vergiat, Gruppo GUE/NGL
Rina Rojna Kari, Gruppo GUE/NGL

[1] Giuseppe Cederna, Home. I versi successivi dicono: Nessuno lascia la casa a meno che la casa non ti cacci fuoco sotto i piedi, sangue caldo in pancia, qualcosa che non avresti mai pensato di fare, finché la falce non ti ha segnato il collo di minacce…

Do increased deportations mean more orderly migration?

di mercoledì, Dicembre 7, 2016 0 , , Permalink

Bruxelles, 6 dicembre  2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Conferenza “Do increased deportations mean more orderly migration?” organizzata da The Platform for International Cooperation on Undocumented Migrants (PICUM) e dall’eurodeputata Birgit Sippel (S&D).

First, I would like to thank Birgit Sippel and PICUM for organizing this important conference.

To the question you ask – “Do increased deportations mean more orderly migration?” – my answer is clearly negative. Increased deportations to countries like Turkey, Libya, Eritrea, Sudan and Afghanistan are deliberately ignoring the reasons of mass flights. They seem to forget that wars, conflicts, State failures which push millions of people out of their country are the consequences of European and US military and foreign policy choices, for which we bear a special responsibility.

It’s an externalisation of European asylum and migration policy, and when I say externalisation I mean de-responsabilisation and something more: EU governments and institution are increasingly falling prey to fear: to be precise, fear of the fear felt by a growing number of EU citizens and voters, incapacity to lead and explain them that the affluence of refugees in our countries represents a mere 0,2 per cent of the EU populations. Roosevelt used to say: “The only thing we have to fear is fear itself”. But we are experiencing something more vicious. The governments themselves are frightened by the fear of their own citizens and voters. Externalization is part of a politics of fear, and that’s the reason why we often have the impression that the EU agenda of migration is de facto in the hands of the extreme rights, and of special private interests representing the security industries.

European governments and institutions are trying to be reassuring, repeating that refugees are returned in safe countries. But the opposition coming from judicial authorities and researchers is growing: their conviction is that readmission agreements, whether bilateral or managed by the EU, infringe the rules of international law on asylum, in particular the principle of non-refoulement recognized in the Refugee Convention and the European Convention on Human Rights. The rules are equally infringed when the migrant is returned to transit states, where he risks being exposed to inhuman and degrading treatment and to a second return to his origin country. Some readmission agreements, also at national level, have been criticized by the EU Courts.

I am thinking in particular of the agreement between Italy and Libya concluded in 2001 (between Berlusconi and Qaddafi) that gave rise to the European Court of Human Rights’ case “Hirsi Jamaa and Others v. Italy”, in which the Court found Italy guilty of violating several articles of the European Convention of Human Rights.

The list of migrant’s returns is long. I personally followed two grave cases: the Italian decision last year to return 20 Nigerian women victims of trafficking, and the deportation of 40 Sudanese migrants to Sudan, last summer: in this case, the forced deportations were prepared and facilitated by an agreement signed on Aug. 3 between Sudan and Italy.

These kind of agreements are extremely dangerous, because they link development aid to migration control. In the Italian-Sudanese deal, they also tend to be secretly negotiated between law enforcement authorities and not by Foreign ministries, excluding the national Parliament from any decision. The same happens in the EU institutions, as we have seen with the EU-Turkey agreement: it has been renamed “statement”, and the scrutiny by European Parliament was avoided. The EU-Turkey agreement has become a role model, imitated in the consecutive Migration compact proposed by the Italian government last April. Exactly the same happened last October 2 with the Joint Way Forward Agreement of the EU with Afghanistan, rebaptised “declaration” to avoid – again – scrutiny by this Parliament. There is a method, in European madness.

Let us consider this last agreement, which allows  Member States to deport an unlimited number of asylum seekers to Afghanistan. Amnesty International and many human rights groups were appalled to see that EU has put the condition for development aid in return for Afghan citizens.

It’s time to stop lying and fearing. Migrants and refugees returned to Afghanistan or Sudan or Eritrea face greatest dangers, these countries are not safe and that’s all. It’s not true that Afghanistan is safe and stable, as pretended by the US administration. The suffering of the people is increasing, the control of entire provinces by the Taliban has never be so extended since 2001. Isis is controlling  parts of the country. It’s simply untrue  what has been guaranteed last march in a non-paper written by the Commission and the European External Action Service: that there are “safe zones” in Afghanistan where migrants can be returned notwithstanding the general insecurity of the country.

Lettera a Juncker sulla rule of law

di venerdì, Novembre 25, 2016 0 , , Permalink

Mr Juncker, be Bob the Builder

By Frank Engel, György Schöpflin, Birgit Sippel, Sophie in ‘t Veld, Barbara Spinelli, Ulrike Lunacek

The European Commission’s repeated admonishments of the Polish government for not respecting EU standards on the rule of law have done little this year.

Warning at the end of July of a systemic threat to the rule of law in Poland, the commission gave the Polish government three months to respond, or else.

But there’s the rub.

The Polish government has no intention of taking the measures required by the commission.

But that leaves the only tool left in the toolbox for making member states uphold democracy, the rule of law and fundamental rights, the all or nothing “nuclear” option, of triggering the Article 7 procedure, that may ultimately lead to sanctions, such as suspension of voting rights.

The commission has the power to propose the activation of Article 7, which will be decided by four-fifths of the council, after obtaining the European Parliament’s consent by a two-thirds majority.

Given the seriousness of the conclusion of the commission: a “systemic threat to the rule of law,” you would expect the commission to take the biggest of the few instruments available.

Although Poland is currently in the sights of the commission, “systemic threats” to the rule of law are not confined to Poland alone.

There is nothing like inconsistency in the application of rules to undermine trust and respect for the rule of law.

There isn’t even a lack of capacity to monitor member states evenhandedly.


Two ways of looking at a problem

A recent interview with Belgian newspaper Le Soir, commission president Jean-Claude Juncker shows he’s thrown in the towel.

He says, “things have slipped in a number of countries and we do not know where they would take us. In the European treaties, Article 7 provides possible sanctions against countries which would go awry with respect to the EU’s universal principles.”

“It is a ‘nuclear option’. But there are already some member states which are saying that they will refuse to use it. This a priori refusal cancels de-facto Article 7,” he went on to say,

“I note this with sadness and disappointment. I hope that people will not give free rein to those who will, in the end, harm them”.

But at last month’s plenary, first vice president Timmermans gave a very different message when debating a proposal of the parliament for an EU pact on democracy, the rule of law and fundamental rights (DRF Pact).

He was confident the existing toolkit is sufficient to tackle serious threats and breaches of the core values and standards of the EU.

“We have a range of existing tools and actors that already provide a set of complementary and effective means to address rule of law issues,” he said.

“The existing treaties give us the tools, so let us use them. At the end of the day, this is a very political process.”

In essence, Juncker says: we have no more tools.

Timmermans, on the other hand, says: we have all the tools we need.

This makes the two out to be more Laurel and Hardy, than Bob the Builder.


Juncker has the power

But Juncker is not as helpless and empty-handed as he thinks himself.

He has the right and the duty, as custodian of the treaties, to use Article 7 if his commission notes a serious threat to the rule of law in one of the member states, independently of the positions in council or parliament.

He should embrace the proposal put forward by the parliament for a DRF Pact.

The DRF Pact foresees the monitoring of all member states on an equal footing, on an ongoing basis, rather than crisis-driven.

The annual “DRF health check” will closely involve the national parliaments, consult with a variety of independent experts and civil society and make use of a wide range of sources.

The proposal for an EU pact on democracy, rule of law and fundamental rights has the support of a broad and solid majority in the parliament (405 Members in favour, 171 against and 39 abstained).

In addition, the council is discussing options for strengthening the council rule of law dialogue.

Its deliberations reflect many of the principles underlying the parliament proposal.

There is even a group of 13 member states, dubbed “Friends of the Rule of Law group”, taking a lead role in the evaluation.

So far from being helpless, Juncker has a more complete toolkit within reach and support in parliament and council.

All he needs to do is follow the momentum, put forward a proposal in response to the parliament’s report, and give us new and effective ways to uphold democracy, the rule of law and fundamental rights.

Jean-Claude Juncker, you can fix it!

Lettera sulla situazione dei bambini rifugiati in Turchia

COMUNICATO STAMPA

Barbara Spinelli e 54 deputati del Parlamento europeo denunciano l’incapacità della Turchia di offrire protezione ai rifugiati

Bruxelles, 14 novembre 2015

Barbara Spinelli, insieme a 54 deputati del Parlamento europeo, ha inviato in data odierna una lettera al Vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans, all’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini, al Commissario responsabile per il Mercato interno, l’industria, l’imprenditoria e le PMI Elżbieta Bieńkowska, e al  Commissario per la Politica di vicinato e i negoziati per l’allargamento dell’Ue Johannes Hahn, in cui si denuncia lo sfruttamento del lavoro minorile in Turchia dei bambini rifugiati siriani.

La lettera è nata da un reportage effettuato dai giornalisti Valentina Petrini e Gabriele Zagni (“La7”) dal quale emerge lo sfruttamento del lavoro minorile nella produzione di scarpe e di abbigliamento in Turchia, tramite l’impiego di bambini rifugiati dalla Siria.

L’obiettivo è denunciare non solo il dilagante fenomeno dello sfruttamento del lavoro minorile in Turchia ma anche lo stato di abbandono e degrado cui sono consegnati i rifugiati siriani che vivono fuori dai campi adibiti a trattenerli, senza alcun sostegno socio-economico.

Solo il 15% dei bambini siriani frequenta la scuola, il restante essendo impiegato come manodopera sottopagata e sfruttata nelle fabbriche del distretto tessile turco. Considerando che, in media, un lavoratore adulto guadagna 30 lire turche al giorno, i proprietari delle fabbriche preferiscono impiegare i bambini. Questi ultimi lavorano in condizioni dolorose, in stretto contatto con una vasta gamma di prodotti chimici tossici e altre sostanze pericolose, come l’acido cloridrico. I loro corpi mostrano segni di sfruttamento e gravi maltrattamenti fisici: le mani sono danneggiate da queste sostanze e la pelle assume il colore degli abiti che producono a causa dei coloranti tossici che maneggiano ogni giorno.

Alla luce di quanto è emerso, la Turchia non è stata in grado di offrire accesso all’istruzione ai bambini e di garantire standard di vita dignitosi alle famiglie rifugiate. Per questo motivo Barbara Spinelli e i cofirmatari della lettera ritengono che il governo turco non sia in grado di proteggere i diritti e gli interessi dei rifugiati – in particolare delle categorie più vulnerabili – e chiedono che siano interrotti i rimpatri dei migranti verso la Turchia, Paese evidentemente non “sicuro”.

Testo della lettera con l’elenco dei firmatari (file .pdf)

Rapporto di Amnesty International: la verità sui maltrattamenti negli hotspot italiani

Bruxelles, 7 novembre 2016

Barbara Spinelli ha appena inviato una lettera al Presidente del Consiglio Matteo Renzi – e per conoscenza al Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e al ministro dell’Interno Angelino Alfano, chiedendo la verità sui maltrattamenti negli hotspot italiani denunciati nel rapporto di Amnesty International pubblicato lo scorso 3 novembre. La traduzione della lettera in inglese è disponibile sul sito Statewatch a questo indirizzo.

Alla cortese attenzione

del Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana
Sig. Matteo Renzi

e per conoscenza:

al Ministro dell’Interno
On. Angelino Alfano

al Presidente della Commissione Europea
Sig. Jean-Claude Juncker


Bruxelles, 7 novembre 2016

Gentile Sig. Presidente del Consiglio,

mi rivolgo a Lei in merito al rapporto di Amnesty International [1], che raccoglie testimonianze coerenti e concordanti di arresti arbitrari, intimidazioni e uso eccessivo della forza su migranti e rifugiati negli hotspot e nei centri di accoglienza di Roma, Palermo, Agrigento, Catania, Lampedusa, Taranto, Bari, Agrigento, Genova, Ventimiglia e Como – al fine di costringere uomini, donne e persino bambini a rilasciare le impronte digitali. Il rapporto parla di pestaggi, scosse somministrate con bastoni elettrici, umiliazioni sessuali e dolore inflitto con pinze agli organi genitali.

Benché il rapporto certifichi che la maggior parte degli agenti di polizia conduce impeccabilmente il proprio lavoro, le testimonianze raccolte avvallano e situano in un quadro sistemico le ripetute denunce di trattamenti crudeli, disumani o degradanti, o addirittura tortura, praticati in centri di identificazione, hotspot e questure. Tali denunce cominciano a essere raccolte anche da ong di altri Stati membri, nei quali giungono migranti e rifugiati che sono riusciti a lasciare l’Italia.

«Nel cercare di raggiungere “un tasso di identificazione del 100%”, l’approccio hotspot ha spinto le autorità italiane ai limiti, e oltre, di ciò che è ammissibile secondo il diritto internazionale dei diritti umani”, si legge nelle conclusioni del rapporto. Sono consapevole che tale approccio ha aumentato anziché diminuire la pressione sugli Stati di frontiera dell’Unione. Così come sono consapevole degli sforzi compiuti dalle Guardie costiere italiane nelle operazioni di ricerca e salvataggio di migranti e profughi che rischiano il naufragio. Resta il fatto che le centosettantaquattro testimonianze raccolte da Amnesty International non sono un insieme di «cretinaggini» e «falsità» costruite a Londra, come affermato dal capo del Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del Viminale. Sono un gravissimo segnale d’allarme che riguarda noi tutti in Italia. Benché l’introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento continui a essere inspiegabilmente rinviata, l’Italia ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura nel 1988. Per questo ci attendiamo da Lei un sollecito accertamento delle responsabilità tramite indagini indipendenti.

In attesa di una gentile risposta e ringraziandoLa in anticipo, invio distinti saluti

Barbara Spinelli
Membro del Parlamento europeo

[1] Amnesty International, Hotspot Italia: come le politiche dell’Unione europea portano a violazioni dei diritti di rifugiati e migranti, 3 novembre 2016.

Una lettera di Barbara Spinelli e Marie-Christine Vergiat chiede chiarimenti alle autorità italiane sul Memorandum di intesa con il Sudan

Barbara Spinelli e Marie-Christine Vergiat scrivono ai ministri italiani dell’Interno e degli Affari esteri: «Sia fatta luce sul rimpatrio forzato di 40 profughi sudanesi e sulla natura degli accordi, anche finanziari, tra Italia e Sudan»

Bruxelles, 26 ottobre 2016

Le eurodeputate Barbara Spinelli e Marie-Christine Vergiat hanno inviato una lettera sottoscritta da 23 parlamentari europei al ministro dell’Interno italiano Angelino Alfano, al ministro degli Affari esteri Paolo Gentiloni, al capo della Polizia di Stato Franco Gabrielli – e per conoscenza all’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU e all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni – a proposito del rimpatrio forzato di 40 cittadini sudanesi avvenuto lo scorso agosto.

«Tale espulsione di massa», scrivono, «ha portato alla luce l’esistenza di un Memorandum d’intesa con il Sudan sottoscritto il 3 agosto a Roma dal capo della polizia italiana Franco Gabrielli e dal suo omologo sudanese, generale Hashim Osman Al Hussein, alla presenza di funzionari del ministero dell’Interno e del ministero degli Affari esteri. Un accordo tenuto a lungo segreto, mai discusso né ratificato dal Parlamento italiano, che prevede la collaborazione delle polizie dei rispettivi Paesi nella gestione delle migrazioni e delle frontiere».

In cambio dell’erogazione di 1,8 miliardi di euro da parte del Fondo Fiduciario per l’Africa (EUTF), cui l’Italia contribuisce con 10 milioni di euro, «dittature come quella sudanese diventano partner dell’Unione nel processo di esternalizzazione del controllo delle frontiere, ricevendo finanziamenti che mescolano in maniera molto rischiosa gli aiuti allo sviluppo e misure probabilmente repressive contro i migranti».

La cosa è particolarmente preoccupante, affermano le eurodeputate, perché «secondo numerose fonti, tra i beneficiari dei Fondi europei per la gestione dei flussi migratori ci saranno le milizie Janjawid, note per la pulizia etnica attuata nel Darfur. Quel che si teme è che simili accordi, anche con il contributo di tali milizie, abbiano come scopo non dichiarato quello di impedire ai profughi eritrei, etiopi e sudanesi di raggiungere la Libia e attraversare il Mediterraneo». Non va dimenticato che la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto contro il Presidente del Sudan Omar al-Bashir per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

I parlamentari europei co-firmatari della lettera ricordano che il mancato passaggio del Memorandum d’intesa alle Camere costituisce una violazione dell’art. 80 della Costituzione italiana e chiedono che «sia fatta luce sulla natura degli accordi, anche finanziari, con il Sudan. In questo ambito ricordiamo che il fondo fiduciario UE per l’Africa è in gran parte finanziato con fondi per lo sviluppo, e che questi ultimi non devono essere condizionati a politiche di controllo e dissuasione dei flussi migratori».

Si veda anche:

Sudan, l’accordo segreto con il governo italiano per il rimpatrio dei migranti, «La Repubblica», 26 ottobre 2016

 

Un buon rapporto di Laura Ferrara (Movimento 5 Stelle) sulla corruzione

Strasburgo, 25 ottobre 2016

Oggi il Parlamento europeo ha votato il Progetto di Relazione sulla lotta contro la corruzione e il seguito dato alla risoluzione della commissione CRIM, relatrice Laura Ferrara del Movimento 5 Stelle.

Dopo il voto, Barbara Spinelli ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Mi congratulo con la Relatrice Laura Ferrara per l’ottimo risultato ottenuto con questa relazione. In particolare, mi felicito per l’esito delle votazioni sui compromessi in cui sono stati inseriti – interamente o in parte – emendamenti da me presentati. Mi riferisco alla richiesta di una definizione comune europea del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, di una legislazione europea a tutela dei whistleblowers e dell’implementazione delle norme sui reati ambientali e sulla lotta alle ecomafie.

Purtroppo al Parlamento europeo la parola “mafia” resta ancora in larga parte un tabù, ed è per questo che nella relazione finale – ad eccezione di un riferimento nel paragrafo sulla lotta agli ecoreati-  non compare la parola mafia come da me proposto in un emendamento in cui  citando l’articolo 416 bis del codice penale italiano, che definisce il reato di associazione di stampo mafioso, chiedevo una legislazione europea specifica per questo particolare tipo di organizzazione criminale. Ma in compenso è stato accolto il contenuto dell’articolo pur senza menzionarne il riferimento.

Un altro motivo di soddisfazione è l’ampio consenso che ha ottenuto la mia proposta di implementazione della Direttiva 2008/99/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 19 novembre 2008 sulla tutela penale dell’ambiente, che propone di punire con sanzioni penali effettive ogni sorta di comportamenti illeciti, da parte degli Stati membri, aventi effetti negativi sulla salute umana o sull’ambiente. L’ecomafia è un fenomeno principalmente  italiano che affligge soprattutto il Sud Italia e ha avuto effetti nefasti sulla salute dei cittadini. È positivo che il Parlamento abbia approvato a larga maggioranza la risoluzione e spero che l’iniziativa intrapresa dal Parlamento spinga la Commissione a presentare proposte di testi legislativi al riguardo».

Risposta del Direttore esecutivo di Frontex sull’uso di armi da fuoco da parte della guardia costiera

È giunta oggi la risposta alla lettera inviata il 23 settembre scorso da Barbara Spinelli e altri 41 eurodeputati al Direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, e per conoscenza alla mediatrice europea Emily O’Reilly e al Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muižnieks. La lettera, scaturita da un rapporto pubblicato da The Intercept il 22 agosto scorso, denunciava l’uso ricorrente di armi da fuoco da parte della guardia costiera degli Stati membri, con lo scopo di fermare imbarcazioni guidate da presunti trafficanti nel quadro delle operazioni di Frontex.

La lettera dei 42 parlamentari europei

La risposta del Direttore esecutivo di Frontex

Si veda anche:

Shooting revelations clouds EU border guard launch

Profughi, confini blindati a raffiche di mitra, di Emilio Drudi, Associazione diritti e frontiere