La legge sull’aborto e il degrado polacco

di mercoledì, Ottobre 5, 2016 0 , , Permalink

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo. Strasburgo, 5 ottobre 2016.

Punto in agenda:

I diritti delle donne in Polonia

  • Dichiarazione della Commissione

Presenti al dibattito: Vĕra Jourová – Commissario europeo per la giustizia, consumatori e parità di genere

La proposta di legge polacca preoccupa, perché vieta l’interruzione di gravidanza in quasi tutte le circostanze. Preoccupa a tal punto che un grande movimento di donne ha frastornato il governo, il quale pensa forse a un’altra legge, magari escludendo dal divieto gli stupri. Ma sarà una legge non meno punitiva. Leggi del genere non miglioreranno perché rientrano in una vasta regressione, cui Kaczyński dà il nome di “controrivoluzione culturale”, incentrata sulla totale fusione tra Stato e Chiesa e la deliberata violazione di precise norme europee sull’accesso non discriminatorio alla salute. La competenza dunque non è solo nazionale.

Anche se restasse la legge vigente, non sarebbe certo un progresso: è tra le più punitive d’Europa. È ora di sostenere la battaglia delle donne che si oppongono. Le loro rappresentanti sono oggi qui con noi in plenaria, e vi invito a salutarle. [applausi]

Il secolo dei rifugiati ambientali?

di domenica, Settembre 25, 2016 0 , Permalink

Convegno internazionale
Il secolo dei rifugiati ambientali?
Milano, 24 settembre 2016 | Palazzo Reale

Promosso da: Barbara Spinelli – GUE/NGL

Co-promotori: Costituzione Beni Comuni | Diritti e Frontiere – ADIF | Laudato si’ – Credenti e non credenti per la casa comune

Patrocinio: Consiglio Comunale di Milano, Milano in Comune | Università degli Studi, Centro d’eccellenza Jean Monnet

Di seguito l’intervento di Barbara Spinelli; una versione abbreviata è apparsa su «Il Fatto Quotidiano» del 24 settembre 2016 con il titolo “Il futuro è dei profughi e la colpa sarà solo nostra” (file .pdf)

Il titolo del convegno può apparire a molti una provocazione, e certamente lo è. Già l’Europa non riesce ad accogliere i profughi di guerra e di persecuzioni che approdano ai nostri confini (e su questo si sta disfacendo), anche se i fuggitivi rappresentano solo lo 0,2 per cento delle nostre popolazioni, ed ecco che lanciamo un nuovo allarme: ben più ampio, anzi cataclismico. Si tratta della fuga in massa provocata dai cambiamenti climatici, e dalle politiche in particolare – fatte dall’uomo – che sempre più costringeranno le popolazioni ad abbandonare le proprie terre. Saskia Sassen parla appropriatamente di politiche di espulsioni. Una parte della popolazione umana sarà semplicemente estromessa da quella che Slavoj Žižek chiama la “casa di vetro” dentro la quale crediamo di poterci proteggere, e in cui crediamo di veder riflessa la cosiddetta, inesistente “comunità internazionale”. Stiamo oltrepassando categorie come quella dell’emarginazione, dell’esclusione sociale, dello sradicamento.

Se queste cifre creano confusione e sembrano una provocazione, è perché non siamo ancora abituati mentalmente a una visione globale dei fenomeni di fuga e migrazione. Perché confondiamo le parole senza analizzare nel loro insieme i fenomeni, perché separiamo le guerre e le persecuzioni dagli effetti del modello di sviluppo globale adottato in primis da Occidente e Cina. Questa confusione non è alimentata solo da governanti politici. Lo è anche dalle sinistre e dalle Ong. Tutti siamo chiamati a divenire più chiari, e non solo a vedere le cose da un punto di vista globale ma anche a legare vari fenomeni tra loro e al tempo stesso a distinguerli nettamente, e a vedere non solo le insufficienze del diritto internazionale ma le difficoltà del suo mutamento.

Le parole innanzitutto: quando si parla di 200-250 milioni di rifugiati ambientali previsti entro il 2050 (dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni, OIM), dobbiamo subito chiarire e appunto distinguere. Le cifre spaventano perché sono spesso gettate al pubblico per allarmare (o anche per riscaldare i cuori, cosa che qui non vorremmo fare). Nella maggior parte, le persone colpite non sono veri e propri rifugiati, così come li intende la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati e richiedenti asilo. Sono Internally Displaced People, sfollati interni ai Paesi dove avviene il disastro ambientale. Meglio sarebbe dunque dire migranti interni o sradicati forzati, e i migranti interni sono già fortunati perché una parte non riesce nemmeno a spostarsi ed è aggrappata al territorio devastato, a meno che il territorio non sia sprofondato nell’acqua come le isolette di Kiribati, la cui popolazione si trova alle prese con la riluttante accoglienza di Nuova Zelanda e Australia.

Di loro bisogna prioritariamente occuparsi, non solo di quella parte di sfollati che alla fine, non trovando più protezione nei Paesi di origine, proveranno a varcare le frontiere avvalendosi delle labili regole del diritto internazionale. I più sono concentrati in Africa, dove vive la maggior parte di rifugiati del mondo (su 65 milioni, l’85 per cento), sotto forma appunto di sfollati interni. L’Africa è il continente più colpito dal cambiamento climatico, pur non essendo di certo il maggiore colpevole del degrado. Nel 2015, gli sfollati africani sono stati 27,8 milioni: l’equivalente di New York, Londra, Parigi e il Cairo messi insieme.

Quel che occorre cominciare a capire è come e quando avviene la congiunzione fra lo sfollato interno e il rifugiato che varca le frontiere, e cosa si possa fare per individuare la congiunzione e prevenire il catastrofico precipitare delle crisi.

Propongo tre tracce di riflessione che riassumo con schematismo estremo per mancanza di tempo:

1) Studiare i processi di espulsione nel loro insieme, che dal disastro ambientale conducono allo stato di guerra e/o persecuzione, e dunque al bisogno di trovare risposte d’emergenza all’insorgere della questione rifugiati internazionali;

2) Studiare lo sviluppo economico e la politica sul clima che permettono questo fenomeno aggrovigliato;

3) Individuare gli strumenti legali del diritto internazionale e fare eventuali proposte.


1) Vedere il processo nella sua globalità
.

Gli esempi che si possono fare sono molti, ma vorrei cominciare dalla crisi siriana, perché è un caso paradigmatico. Tra il 2006 e il 2010, il Paese ha conosciuto una siccità record, dovuta a sfruttamento di terre e irrigazioni eccessive che hanno ingigantito la scarsità dell’acqua e la desertificazione (sono i fenomeni di landgrabbing e watergrabbing: attività sistematicamente perseguite nel Terzo Mondo dalle grandi multinazionali, con la complicità di regimi locali). Quasi un milione e mezzo di siriani ha perso i mezzi di sussistenza ed è stato sradicato, l’85 per cento del bestiame è morto, sono del tutto scomparse culture essenziali tra cui il grano, l’orzo, il famoso peperoncino di Aleppo. Gli agricoltori senza più terre sono fuggiti in massa nelle città (a Daraa soprattutto) con problemi di occupazione e di scarsità d’acqua che crescevano esponenzialmente. A ciò si sono aggiunte le dighe costruite dalla Turchia sul Tigri e l’Eufrate, che hanno privato di acqua la Siria oltre che l’Iraq. Le prime rivolte siriane nascono da questi eventi, e l’islamismo ne ha approfittato scatenando una guerra per l’accaparramento delle risorse (petrolio soprattutto). L’oppressione politica non è la sola causa delle guerre. Il cambiamento del clima causato dall’uomo ha svolto nel caso della Siria caso un ruolo ancora maggiore. In questo processo si è inserito il conflitto geostrategico – un ennesimo regime change promosso dall’Occidente, che ha decretato lo Stato fallito in Siria – e gli sfollati interni sono in parte divenuti popoli in fuga da guerre e violenze generalizzate. Lo stesso fenomeno avviene in regioni dell’India o in Indonesia. Clima, sviluppo economico, terrorismo, guerre: tutto è legato. Si potrebbe dire che se la temperatura media sale di 2 gradi celsius, l’esplodere di terrorismi e guerre è inevitabile.

2) Rivedere le teorie dello sviluppo.

Parliamo di teorie che continuano a essere difese secondo modalità immutate nonostante i disastri manifesti che provocano. Penso in particolare agli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals) lanciati dall’Onu nel 2005 e al loro rapporto molto ambiguo con sostenibilità e diritti. Lo scopo continua a essere la crescita, quale che sia il costo, senza concentrarsi su quella che è ormai in gran parte del mondo un’economia di sussistenza o sopravvivenza. Gli Obiettivi sottolineano il legame tra sviluppo e rule of law, ma i diritti sono di fatto al servizio di uno sviluppo la cui insostenibilità non è messa in questione. L’accrescersi di sfollati e migranti (essenzialmente interni) è in grandissima parte il risultato di quest’agenda dello sviluppo e del commercio, patrocinata dall’Onu o dai piani di risanamento di Fondo Monetario o Banca Mondiale, perseguiti senza badare alla resilienza locale.

3) La legge internazionale.

È il punto dolente del fenomeno in questione, delicatissimo da affrontare. La Convenzione ONU sui rifugiati è stata ideata nel ’51 dopo due guerre mondiali, e non è ancora adattata al terzo fenomeno che è quello degli sfollati o rifugiati causati dalla globalizzazione e dal degrado climatico. L’articolo A,2 della Convenzione è molto esplicito e limitativo. Sono titolati a chiedere asilo coloro che hanno un “valido motivo fondato su timore giustificato” di essere perseguitati per cinque ragioni (razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale, opinioni politiche). Lo sfollato o il potenziale profugo ambientale non fugge una persecuzione, anche se esistono responsabilità evidenti di sfruttamento coloniale delle risorse e delle terre. Né fugge un genocidio o un crimine contro l’umanità – nonostante varie denunce in questo senso – perché dal un punto di vista legale le corporazioni o multinazionali responsabili di landgrabbing o watergrabbing non sono colpevoli del dolus specialis – o intento specifico – implicito nell’imputazione di sterminio. Per il momento esistono alcune convenzioni ad hoc. Penso ai Principi guida dell’Onu del 1998 sugli Internally Displaced People, alla Convenzione dell’Organizzazione dell’Unità Africana del 1969, alla Dichiarazione di Cartagena sui rifugiati dell’84. Tutte queste convenzioni affrontano le responsabilità di disastri climatici causati dall’uomo e dalle agende globali di sviluppo, ma sono miglioramenti di facciata: il più delle volte non sono vincolanti e sono state ratificate solo da un numero esiguo di Stati. Inoltre – e non è questione minore – l’assistenza agli sfollati interni deve tener conto della questione della sovranità, come prescritto dal diritto internazionale.

In altre parole, perché possano scattare meccanismi di protezione internazionale occorre spesso arrivare fino all’acme del processo distruttivo, quando il disastro climatico è ormai già sfociato in guerre e/o persecuzioni e la Convenzione di Ginevra può, ma con estrema difficoltà, essere invocata. È importante proporre innovazioni in questo campo, e tanti ci provano da decenni. Diciamoci che non è una cosa semplice.

Per questo dico che siamo interpellati come sostenitori dei diritti dell’uomo, e anche le Ong sono interpellate, perché spesso il loro sguardo è concentrato su un unico segmento del processo di devastazione: l’ultimo. Non so se avremo tempo di affrontare questa questione, ma il problema c’è e non possiamo nascondercelo.

Il problema è quello dell’ambiguità dei diritti che giustamente difendiamo. Il rischio che si corre infatti – come sinistra che invoca frontiere aperte e come Ong – è quello di divenire gli infermieri di disastri che debbono essere risolti a monte, molto prima. Ed è quello di non capire che la protezione delle frontiere non è parola scandalosa, se specifichiamo che l’obiettivo deve essere la protezione di frontiere che possano aprirsi in maniera non caotica, ordinata.

Avanzare richieste concernenti un segmento soltanto di questi processi (quello dei rifugiati internazionali) rischia non solo di andare contro un muro dal punto di vista legale, ma di divenire complice del fenomeno, non occupandosi delle sue cause. È un difetto che ritroviamo anche nelle Ong. Penso in particolare a quelle legate alla Fondazione Soros: a parole Soros sostiene i diritti dei popoli colpiti da disastri ambientali, ma poi lui stesso ha fatto investimenti di enormi proporzioni nel carbone, acquisendo nell’estate 2015 azioni dei giganti Peabody Energy and Arch Coal. Ecco come l’ONG interviene per riparare le falle di qualcosa che non ha intenzione alcuna di aggiustare.

Bisogna insomma pensare l’intera catena del disastro ambientale, diritti compresi, che vanno disgiunti dall’agenda dominante concernente lo sviluppo, perché non diventino semplici ausiliari del suo pervertimento. Vorrei concludere con quanto affermato da Oscar Wilde nel 1891, nell’Anima dell’uomo sotto il socialismo: “È tanto facile aver simpatia per la sofferenza, e tanto difficile aver simpatia per il pensiero”.

Noi siamo vicini ai sofferenti, ma il nostro dovrebbe essere il tentativo di pensare meglio quel che ci accade. Non di dire: “Ce la faremo ad accogliere tutti i rifugiati”, per confortare le nostre certezze morali ma senza prospettive reali di successo.

Naturalmente è essenziale proteggere le vittime ambientali, ma suonando l’allarme occorre misurare i rischi di un irrigidirsi delle posizioni xenofobe sulla migrazione in generale, in Europa. E dobbiamo sapere che se l’attenzione si fissa sulla fuga finale, vorrà dire che avremo fallito. La doverosa accoglienza dei fuggitivi non deve quindi distoglierci dal compito prioritario, che è quello di rimettere in questione il modello di sviluppo che fonda la mondializzazione dagli anni ’70. È un modello neocoloniale che produce espropriazioni, urbanizzazioni di massa, fame, povertà, guerre: incentrato su investimenti nel commercio, ha distrutto le agricolture locali. Per questo ho detto che bisogna concentrarsi sull’economia della sopravvivenza, ripartire da essa: sopravvivenza di popoli minacciati che devono – ove ancora possibile – potersi riappropriare dei loro territori e anche essere risarciti, che devono – sempre dove ancora possibile – poter contare sulla messa in salvo dei territori stessi, e tornare a produrre il cibo e a trovare l’acqua di cui abbisognano, nei luoghi e nelle terre da cui sono espulsi. Se ci limiteremo a fare dell’accoglienza, non li avremo veramente salvati ma avremo solo suggellato il loro sradicamento.

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Si veda anche:

I rifugiati fantasma senza diritto d’asilo. “Salviamo chi fugge dai disastri naturali”, «La Repubblica», 12 settembre 2012.

Ogni anno 6 milioni di rifugiati a causa dei disastri ambientali, «il manifesto», 25 settembre 2016.

Risoluzione sulla Polonia

di mercoledì, Settembre 14, 2016 0 , , , Permalink

Strasburgo, 14 settembre 2016

Oggi il Parlamento europeo ha votato la Proposta di Risoluzione comune presentata dai gruppi politici PPE, S&D, ALDE, GUE/NGL e Verdi/ALE “sui recenti sviluppi in Polonia e il loro impatto sui diritti fondamentali sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea”. La Risoluzione è stata adottata con 510 voti favorevoli, 160 contrari e 29 astensioni.  (Qui l’edizione provvisoria della Risoluzione.)

Dopo il voto Barbara Spinelli, in qualità di Relatore per il Gruppo GUE/NGL, ha dichiarato:

«È senz’altro positivo che il Parlamento abbia accolto, a larga maggioranza, questa Proposta di Risoluzione, frutto del lavoro congiunto di 5 diversi gruppi politici. Non si è trattato del tentativo di interferire negli affari interni di uno Stato Membro, o di adottare un atteggiamento punitivo nei confronti di una specifica maggioranza politica ma, come già nel 2004 per l’Italia o più recentemente nei riguardi dell’Ungheria, il Parlamento europeo ha voluto riaffermare che esistono norme comuni che ciascuno ha sottoscritto firmando i Trattati e che rappresentano la nostra legge comune. Questo, quanto meno, è il principio che ha guidato il lavoro mio e del mio Gruppo politico.  In Polonia stiamo assistendo ad una profonda erosione della democrazia costituzionale e dello stato di diritto: siamo testimoni del protrarsi della paralisi del Tribunale costituzionale e di continue minacce alla sua indipendenza, di leggi di recente adozione – come la legislazione sui media, anti-terrorismo, polizia – che minano il pluralismo e la protezione dei dati personali, e più in generale, il rispetto dei diritti fondamentali.

Deploro tuttavia che il Parlamento europeo abbia deciso di votare contro tutti i nostri emendamenti, volti a denunciare ulteriori criticità non affrontate nel testo presentato congiuntamente. Avevamo richiesto un ruolo più vigile della Commissione sul rispetto dello stato di diritto anche in altri paesi dell’Unione: richiesta – vorrei qui ricordarlo – che era presente nella risoluzione del 13 aprile 2016 [1] e che allora era stata approvata a grande maggioranza. Avevamo inoltre criticato le recenti posizioni islamofobe espresse dal Governo. Insieme al Gruppo dei Verdi/ALE avevamo chiesto una protezione maggiore della libertà di espressione e dalla discriminazione, soprattutto nei confronti di persone LGBTI, di rimuovere gli ostacoli posti all’accesso alle procedure di asilo, ed espresso tutta la nostra opposizione a una proposta di legge sull’aborto presentata al Parlamento polacco e appoggiata dal governo. Già difficilissima, l’interruzione di gravidanza rischia di esser vietata perfino in presenza di stupri o malformazioni gravi del feto. È motivo di grande preoccupazione constatare come all’interno di questo Palazzo la tutela e la promozione di determinati diritti fondamentali siano ancora considerate un tabù.»


[1]
Risoluzione del Parlamento europeo del 13 aprile 2016 sulla situazione in Polonia (2015/3031(RSP)), paragrafo 11 “si attende che la Commissione vigili su tutti gli Stati membri nello stesso modo per quanto riguarda il rispetto della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali, evitando così disparità di trattamento, e riferisca al Parlamento in merito”.

Foreign fighters, burkini e Consiglio di Stato francese

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE). Bruxelles, 31 agosto 2016

Punto in agenda:

Lotta al terrorismo e recenti attacchi negli Stati membri

  • Scambio di opinioni con la Commissione europea, la presidenza del Consiglio e Gilles de Kerchove, coordinatore antiterrorismo dell’UE

Ringrazio la Commissione e il Consiglio per aver messo in evidenza il fatto che ci troviamo di fronte ad un mutamento dei modelli di radicalizzazione, riscontrabile negli attacchi terroristici che hanno colpito recentemente l’Europa.

Su questo punto vorrei porre alcune domande. Vivendo in Francia, ho avuto modo di leggere alcuni dati che ritengo estremamente interessanti, e che vorrei sottoporre alla vostra attenzione.

Prima di tutto vorrei chiedere quale sia stato il peso dei foreign fighters negli ultimi attentati terroristici, avendo riscontrato che il loro ruolo sta diminuendo, mentre va intensificandosi l’uso, da parte dell’ISIS, di cellule più o meno dormienti presenti nei Paesi europei, nonché di persone che possono genericamente esser definite “disturbate” ma le cui azioni non hanno legami evidenti e continuativi con la religione musulmana, anche se l’Isis tende a mettere il suo cappello sugli attentati, una volta compiuti, e ad appropriarsene. In Francia, l’ISIS ritiene ad esempio di non aver bisogno dell’intervento di foreign fighters provenienti dall’estero, nella convinzione che vi sia un numero sufficiente di terroristi già presenti sul territorio. (http://www.nytimes.com/2016/08/04/world/middleeast/isis-german-recruit-interview.html?_r=0)

La seconda domanda è legata alla difesa dello stato di diritto, una volta appurato che la radicalizzazione avviene dentro i Paesi dell’Unione. Citando ancora una volta la Francia, vorrei chiedere alla Commissione come intenda rispondere alla tendenza sempre più diffusa a stigmatizzare in simultanea migranti e Islam, e a mescolare le questioni di sicurezza con i principi dello Stato francese legati alla laicità. Mi riferisco in particolare al caso del “burkini”, definito dal capo di governo francese come un’offensiva ideologica dell’Islam radicale. Mi chiedo se la Commissione non abbia interesse valutare meglio la situazione in questo campo, coordinando le proprie azioni non solo con i governi e i responsabili dei Ministeri degli Interni, ma anche con i giudici delle corti nazionali. La recente sentenza del Consiglio di Stato francese sulla questione “burkini” è sicuramente di grande interesse perché mette in questione il divieto del “burkini” separando nettamente le questioni concrete legate alla sicurezza dai principi fissati nella legge francese sulla laicità del 1905.

Infine, pongo un’ultima domanda che, sebbene sia già stata fatta, considero di grande importanza. Come intende rispondere la Commissione alla richiesta, avanzata dai Governi di Francia e Germania, di abolire le modalità di cifratura (encryption) utilizzate da alcune applicazioni, quali ad esempio whatsapp e telegram, considerando che si tratta di tecniche volte a proteggere la privacy e, più in generale, le libertà individuali e di impresa? In particolare, vorrei sapere se la Commissione intenda dare un seguito positivo alla domanda franco-tedesca di un regolamento o di una direttiva europei in tal senso.

Sentenza del Consiglio di Stato francese sul divieto del burkini

 

Convegno internazionale: il secolo dei rifugiati ambientali?

di venerdì, Settembre 2, 2016 0 , , Permalink

convegno


Il secolo dei rifugiati ambientali?

Analisi, proposte, politiche

Milano, 24 settembre 2016

Il 24 settembre si terrà a Milano, nella Sala delle conferenze di Palazzo Reale, un convegno internazionale organizzato e promosso da Barbara Spinelli e dal gruppo GUE/NGL del Parlamento europeo, che si propone di riflettere su una figura generalmente trascurata sul piano giuridico: quella del rifugiato per motivi ambientali.

Secondo le stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), entro il 2050 i profughi ambientali saranno tra 200 e 250 milioni, con una media di 6 milioni di persone costrette ogni anno a lasciare la propria abitazione e spesso il proprio Paese. Lo straordinario aumento di sfollati interni e di profughi è in gran parte dovuto a conflitti scatenati da politiche diffuse e sistematiche di appropriazione di risorse. Dal dopoguerra a oggi, ben 111 conflitti nel mondo avrebbero tra le proprie radici cause ambientali: 79 sono tuttora in corso e, tra questi, 19 sono considerati di massima intensità. [1]

Nonostante le misure fin qui prese per contenere i cambiamenti climatici e l’aggressione alle risorse naturali, l’espulsione dal proprio habitat di ampie quote della popolazione mondiale a causa del deterioramento ambientale è considerata inevitabile dalla maggior parte della comunità scientifica, in assenza di provvedimenti più radicali di quelli presenti. Eppure il fenomeno resta di fatto invisibile alle legislazioni e alla politica. Nemmeno la Convenzione di Ginevra e il Protocollo aggiuntivo del 1967 riconoscono lo status giuridico di chi fugge da catastrofi ambientali, specie se originate da azioni e interventi umani sulla natura.

Sono rifugiati ambientali quelli che scappano da conflitti per l’accaparramento delle risorse idriche o energetiche, come lo sono coloro che fuggono dalla desertificazione e dal collasso delle economie di sussistenza in seguito a crisi dell’ecosistema, dovute a cause naturali o attività umane: land grabbing, water grabbing, processi di “villaggizzazione” forzata (che negli anni Ottanta causarono la morte di un milione di persone per carestia, in Etiopia), inquinamento ambientale, smaltimento intensivo di rifiuti tossici o radioattivi, scorie radioattive risultanti da bombardamenti.

Questi flussi si aggiungono a quelli causati da guerre e persecuzioni politiche, religiose o etniche, e talvolta vi si sovrappongono in modo inestricabile. É pretestuoso e miope considerare popolazioni in fuga da condizioni invivibili alla stregua di migranti economici, tuttavia è esattamente ciò che fa la Commissione europea con il cosiddetto “approccio hotspot”, che istituisce due categorie di migranti: i profughi di guerra, ai quali viene riconosciuto il diritto di chiedere protezione internazionale, e i migranti economici, da rimpatriare – con ciò violando il diritto d’asilo.

Obiettivi del convegno:

  • Analizzare il concetto di rifugiato ambientale e le sue implicazioni giuridiche.
  • Dare un quadro della situazione ambientale nei Paesi dai quali provengono i profughi.
  • Denunciare le politiche di accaparramento di suolo e di risorse attuate da aziende occidentali e multinazionali in accordo con i governi locali.
  • Individuare strumenti di monitoraggio dell’uso dei fondi europei o nazionali per la cooperazione e lo sviluppo destinati a regimi che non rispettano i diritti umani.
  • Mostrare che la separazione tra profughi di guerra e migranti economici applicata nel cosiddetto “approccio hotspot” rischia di essere è lesiva dell’impianto stesso del diritto d’asilo e che l’attuale politica europea dei rimpatri va rigettata nella sua forma attuale.
  • Promuovere un’azione a livello parlamentare europeo per l’introduzione legislativa della figura del rifugiato (interno ed esterno) costretto alla fuga da una massiccia perdita di habitat.
  • Mostrare che è conveniente, oltre che rispettoso del diritto internazionale, sviluppare al massimo, e modificare, le politiche europee di accoglienza e integrazione di profughi e migranti.

Il convegno ha il patrocinio e la partecipazione di:

Università degli studi di Milano, Centro Europeo di eccellenza Jean Monnet,

Associazione Costituzione Beni Comuni

Associazione Diritti e frontiere

Associazione Laudato Si’

Gruppo consiliare Milano in Comune, Comune di Milano.

Tra i relatori spiccano figure di rilievo scientifico come Roger Zetter e François Gemenne, l’ex ministro del Mali Aminata Traoré, il responsabile Unhcr per l’Europa meridionale Stéphane Jaquemet, le eurodeputate Ana Gomes, Marie-Christine Vergiat, Elly Schlein.

[1] Dati del report commissionato dai paesi del G7 all’istituto tedesco Adelphi con il sostegno del ministero degli Esteri tedesco.

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Per la registrazione al convegno: rifugiatiambientali@gmail.com

Materiali scaricabili (file .pdf):

Programma

Locandina A3

Locandina A3 con relatori

Il Manifesto di Ventotene e la crisi dell’Unione

Ventotene, 27 agosto 2016 – Incontro tra Laura Boldrini, Presidente della Camera, con i Presidenti di Parlamento firmatari della dichiarazione ‘Per una maggiore integrazione europea: l’unica via possibile’, promossa da Laura Boldrini, in occasione dell’apertura del XXXV Seminario dei Giovani Federalisti Europei.

Saluto di Barbara Spinelli, europarlamentare del gruppo GUE-NGL

Non posso essere con voi in quest’occasione, ma spero che accoglierete il mio saluto e il mio augurio. Ringrazio il Presidente Laura Boldrini per aver concepito quest’incontro così importante, e soprattutto per aver messo al centro dell’incontro non i capi di Stato e di governo, non le istituzioni europee, ma i Parlamenti nazionali. Laura Boldrini non è potuta venire: la sciagura del terremoto che ha colpito il Centro Italia non glielo permette. Ma la sua idea spero che resti viva: perché è dai Parlamenti nazionali, e non solo dal Parlamento europeo, che deve ripartire una nuova idea di unione europea, e più precisamente: dai cittadini e dai popoli che i Parlamenti sono chiamati a rappresentare.

Immagino che nel seminario dei prossimi giorni parlerete prevalentemente di Brexit, ma il Brexit è solo la conseguenza di un processo disgregativo cominciato da tempo. Se l’Europa è stata respinta da gran parte della Gran Bretagna, se in tanti paesi dell’Unione si rafforzano il disgusto, la delusione, la voglia di uscita, non è a causa di una particolare cattiveria nazionalista. L’Europa non cade dal cielo, diceva Altiero Spinelli, ma neppure il nazionalismo cade dal cielo. Sono i poteri costituiti dell’Unione ad aver voluto e a volere questo generale degrado: degrado e pervertimento autoritario delle democrazie costituzionali e delle sovranità popolari, umiliazione e impoverimento monumentale della Grecia con la pretesa di salvare l’euro, ineguaglianze sociali in crescita, inettitudine a fronteggiare un afflusso di rifugiati che pure rappresenta solo lo 0,2 per cento delle nostre popolazioni. E degrado in politica estera: è strano che per celebrare il Manifesto di Ventotene tre capi di Stato e di governo si siano riuniti, a largo di quest’isola, sulla nave ammiraglia dell’operazione Sophia, impegnata non nel salvataggio dei profughi minacciati da naufragio, com’era Mare Nostrum, ma nella lotta contro gli scafisti nel Mediterraneo: come se fossero gli scafisti ad aver cacciato i profughi dai propri paesi d’origine e non le guerre che noi stessi abbiamo scatenato o favorito.

I poteri costituiti nazionali ed europei sono responsabili di questo cumulo di disastri ma ritengo che anche per i federalisti sia giunta l’ora di un ripensamento. Molti anni sono passati dalla morte di Spinelli, e non sono stati anni minori: è crollata l’alternativa sovietica e con essa il mondo bipolare, sono entrati nell’Unione Stati che hanno conosciuto solo gli aspetti dispotici della cessione di sovranità, e insieme all’America l’Europa si è gettata da ben quindici anni in guerre continue e sistematicamente fallimentari contro il terrorismo. Un rapporto normale con la Russia post-sovietica non è stato ancora trovato, né con il Medio Oriente, con Israele, con il Nord Africa. Su ambedue i fronti, Est e Sud, siamo ancora a rimorchio di un alleato statunitense che non sa più proiettare verso l’esterno la propria potenza senza generare caos, violenze, fughe in massa di popoli.

A tutti questi disastri non si può continuare a rispondere con il solito slogan: cedere sovranità ad autorità superiori, federali. La sovranità può e deve essere ceduta solo se questa è la via per ottenere più efficacemente democrazia, giustizia, pace, come tra l’altro è scritto nell’articolo 11 della Costituzione italiana. Un ministero unico dell’Economia – o dell’Interno, o degli Esteri, o della Difesa – potrebbe essere proposto, solo se esistesse la volontà concreta e dichiarata di fare una politica diversa da quella adottata finora: in economia, nelle finanze, nella politica sociale, nel Medio Oriente, nei rapporti con la Russia. Non si delega sovranità se la politica è sempre quella: guerra fredda fuori casa, e in casa Fiscal Compact, austerità punitiva, impoverimento dei popoli. Il fine cui tendere deve essere un piano Roosevelt di rilancio delle economie, una solidarietà sociale e tra Stati, una Costituzione sottoscritta dai popoli. Il federalismo funziona se si mette al servizio di tutto questo. Se è una via, un mezzo. Se diventa fine in sé, a prescindere dalle politiche che si adottano, degenera nell’Unione oligarchica e anticostituzionale che già esiste, e cui Habermas ha dato il nome di “federalismo degli esecutivi”.

Questo vorrei dirvi, come augurio e speranza.  Il Manifesto di Ventotene lo si rispetta se la rotta cambia radicalmente, se i cittadini avranno la certezza che vale la pena cedere sovranità, se si esce dalla dittatura del neoliberalismo e da una politica estera che ha fatto fallimento. Trasformato in idolo, non è utilizzabile nessun libro e nessun Manifesto.

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L’intervento è stato pubblicato su «Il Fatto Quotidiano» del 1° settembre 2016 con il titolo “Contro il federalismo dei governi” (file .pdf).

Lettera aperta sul contro-golpe in Turchia

di domenica, Luglio 24, 2016 0 , , Permalink

Versione inglese, su OpenDemocracy: An open letter on the attempted coup in Turkey
Versione francese, su Libération: « Nous demandons à l’UE d’exiger de la Turquie un retour à l’Etat de droit »

Bruxelles, 23 luglio 2016

A: Federica Mogherini, Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e Vicepresidente della Commissione

A: Thorbjørn Jagland, Segretario generale del Consiglio d’Europa

Gentile Alto Rappresentante /Vice Presidente Federica Mogherini,

Gentile Segretario Generale Thorbjørn Jagland,

Venerdì 15 luglio la Turchia è stata vittima di un tentativo di colpo di Stato che ha provocato più di 200 vittime, per la maggior parte civili, e più di 1400 feriti. Subito dopo, il Governo turco ha avviato un’epurazione su larga scala e del tutto sproporzionata in seno all’apparato statale. Dal giorno in cui ha avuto luogo il fallito colpo di Stato, fino al 20 luglio 2016, il numero complessivo di epurazioni (sospensione dagli incarichi e arresti) nel servizio pubblico ammonta a più di 61.000 persone. Le purghe hanno colpito in particolare i seguenti settori: ministero della Giustizia (2.875 giudici e pubblici ministeri); Ufficio del Primo ministro (257 dipendenti); ministero degli Affari interni (8.777 agenti di Polizia, Gendarmeria, governatori di distretti provinciali, governatori locali e personale); ministero dell’Istruzione nazionale (21.738 dipendenti sospesi); Consiglio dell’Educazione Superiore (116 professori, compresi 4 rettori, più 1.577 presidi di facoltà cui è stato chiesto di dimettersi); ministero della Famiglia e delle Politiche sociali (393 impiegati statali); ministero delle Finanze (1.500 dipendenti); Agenzia di Intelligence nazionale (100 dipendenti); Autorità di Regolamentazione del Mercato energetico (25 dipendenti); ministero dello Sviluppo (16 dipendenti); ministero delle Foreste e delle Risorse idriche (197 dipendenti); ministero dell’Energia e delle Risorse naturali (300 dipendenti); ministero dello Sport e della Gioventù (245 dipendenti); ministero dell’Ambiente e dell’Urbanizzazione (70 dipendenti); Consiglio supremo per Radio e Tv (29 dipendenti); Agenzia di Regolazione e Supervisione bancaria (86 dipendenti); ministero del Commercio e delle Dogane (176 dipendenti); Autorità garante della Concorrenza (8 dipendenti); Corte militare d’Appello (35 dipendenti); ministero della Difesa (7 dipendenti); Borsa di Istanbul (51 dipendenti).

È stata revocata la licenza di insegnamento a 21.000 docenti di scuole private.

È probabile che i prossimi saranno gli accademici. Migliaia di universitari erano già sotto inchiesta, con l’accusa di “dare sostegno” alle attività terroristiche, per aver difeso la popolazione curda nel Sud-Est della Turchia, sottoposta nel corso dell’ultimo anno a un attacco esteso e letale da parte delle forze regolari turche.

Secondo numerose fonti – tra queste il Commissario europeo per la Politica di vicinato e i Negoziati per l’allargamento Johannes Hahn – la lista delle persone da ar1restare era già pronta prima che iniziasse il colpo di Stato. Alcune di queste fonti asseriscono che il colpo di stato è stato messo in atto come extrema ratio contro tali liste.

Il Primo ministro turco ha sospeso le ferie di più di tre milioni di dipendenti pubblici in tutto il Paese, e ai dipendenti del settore pubblico è stato vietato di viaggiare all’estero. Inoltre, secondo un’intervista rilasciata alla CNN il 18 luglio 2016, il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan non ha escluso la possibilità di ripristinare la pena di morte nel Paese. Nel frattempo, il Governo ha dichiarato lo stato d’emergenza e la sospensione temporanea della Convenzione europea dei Diritti umani, come consentito dall’articolo 15 CEDU. Questo articolo non permette però di venir meno al rispetto dei principi fondamentali sanciti dalla Convenzione.

Non esiste più, in conclusione, un sistema di pesi e contrappesi. Secondo alcuni resoconti, le persone messe sotto custodia non riescono a trovare avvocati difensori, perché nessuno si esporrebbe al rischio di difenderle e di entrare così a far parte della lista delle epurazioni.

La Turchia è firmataria della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo e del Protocollo n. 6 della CEDU riguardante l’abolizione della pena di morte. Come Paese candidato all’adesione all’UE, la Turchia si è anche impegnata al pieno rispetto dei criteri di Copenhagen, tra cui la presenza di istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, lo stato di diritto, i diritti umani e il rispetto e la protezione delle minoranze, oltre all’abolizione della pena capitale.

Noi, firmatari di questa lettera, condanniamo ogni tentativo di rovesciare l’ordinamento democratico attraverso colpi di stato militari. Al tempo stesso, tuttavia, condanniamo le purghe attuate dal Governo turco in violazione dei diritti umani e dello stato di diritto. Il principio di indipendenza e d’imparzialità del potere giudiziario – insieme alla libertà dei media – è alla base dello stato di diritto e della democrazia. L’indipendenza politica dei corpi insegnanti fa parte delle condizioni di esistenza di una società libera.

Chiediamo all’Alto Rappresentante / Vice Presidente Federica Mogherini, così come al Segretario generale del Consiglio d’Europa Thorbjørn Jagland, di seguire da vicino la situazione in Turchia per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto, e chiediamo di esigere l’immediata liberazione di tutti coloro che sono stati arbitrariamente arrestati e detenuti a seguito del fallito colpo di Stato militare.

Ricordiamo il recente disegno di legge adottato dal Parlamento turco che revoca l’immunità dai procedimenti giudiziari per 138 parlamentari, appartenenti per lo più al partito di opposizione HDP e alla minoranza curda. Tutto sembra suggerire che il colpo di Stato offra al Governo turco l’occasione di limitare ulteriormente il ruolo delle opposizioni e la loro funzione di vigilanza democratica. Poco dopo il suo arrivo a Istanbul, la mattina del 16 luglio, Erdogan ha affermato: “Questa insurrezione è un dono di Allah, perché ci consentirà di ripulire le forze armate”.

Chiediamo quindi all’Alto Rappresentante / Vice Presidente Mogherini di esaminare la situazione, prestando particolare attenzione alla condizione della minoranza curda e delle altre minoranze nel Paese. Esortiamo allo stesso modo il Segretario Generale Thorbjørn Jagland, perché ricordi al Governo turco l’obbligo di rispettare la Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo e tutti i suoi Protocolli, che comprendono il diritto alla vita, al giusto processo, alla protezione da arresti arbitrari.

Sollecitiamo inoltre l’Alto Rappresentante / Vice Presidente Mogherini affinché chieda al Consiglio europeo di sospendere immediatamente l’accordo UE-Turchia firmato il 18 marzo 2016, alla luce dei recenti sviluppi e in considerazione del fatto che già al momento della firma dell’accordo la Turchia non era un “paese sicuro” per rifugiati e richiedenti asilo.

Infine chiediamo a tutti gli Stati membri dell’UE di impegnarsi con forza presso il Governo turco affinché nel Paese siano pienamente ristabiliti lo stato di diritto e i principi democratici, come condizione essenziale per futuri rapporti diplomatici e per la continuazione dei negoziati di adesione.

Con i migliori saluti,

Barbara SpinelliDeputata del Parlamento europeo, Gruppo Sinistra unitaria europea/Sinistra verde Nordica (GUE/NGL)

 

Albena Azmanova Professore associato in Political and Social Thought, University of Kent, Brussels School of International Studies, UK

Étienne Balibar – Filosofo, Professore Emerito presso l’Université de Paris-Ouest, Francia, e Anniversary Chair in Modern European Philosophy, Kingston University London, UK

Seyla Benhabib Eugene Mayer Professor in Political Science and Philosophy, Yale University, USA

Sophie Bessis Storica, ricercatrice presso l’Institut de relations internationales et stratégiques di Parigi, Francia e Tunisia

Hamit Bozarslan Storico e politologo, Ecole des hautes études en sciences sociales di Parigi, Francia

Susan Buck-Morss – Filosofa politica, CUNY Graduate Center, NYC, USA

Judith Butler Maxine Elliot Professor in Comparative Literature and Critical Theory, University of California, Berkeley, USA

Claude Calame Storico e antropologo, Ecole des hautes études en sciences sociales di Parigi, Francia

Joseph H. Carens FRSC Professor in Political Science, University of Toronto, Canada

Maeve CookeMembro della Royal Irish Academy, MRIA School of Philosophy, University College Dublin, Irlanda

Vincent Duclert Storico, Ecole des hautes études en sciences sociales di Parigi, Francia

Didier Fassin – Professore in Social Sciences, Institute for Advanced Study, Princeton, USA

Éric FassinProfessore in Sociologie, Université de Paris-8, Francia

Shelley Feldman International Professor, Cornell University, USA

Peter GeschiereEmeritus professor of anthropology, University of Amsterdam and Leiden University, NL

Michael HardtProfessor, Duke University, USA

David Harvey Distinguished Professor, Graduate Center of the City University of New York, USA

Marianne Hirsch William Peterfield Trent Professor in English and Comparative Literature e Direttrice dell’Institute for Research on Women, Gender, and Sexuality, Columbia University, USA

Philip Hogh Philosophy Department, Carl von Ossietzky University Oldenburg, Germania

Jean E. HowardGeorge Delacorte Professor in Humanities, Department of English and Comparative Literature, Columbia University, USA

Julia KoenigInstitute for Social Pedagogy and Adult Education, Goethe University, Frankfurt am Main

Elena LoizidouReader in Law and Political Theory at School of Law, Birkbeck, University of London, UK

Sandro Mezzadra Professore di Teoria politica, Università di Bologna, Italia

Jennifer Nedelsky Faculty of Law and Political Science, University of Toronto, Canada

Rosalind Petchesky Distinguished Professor Emerita in Political Science, Hunter College & the Graduate Center, City University of New York, USA

Ilaria PossentiDipartimento di Scienze umane, Università di Verona, Italia

Mary Louise Pratt Silver Professor, Professor Emerita of Social and Cultural Analysis, Spanish & Portuguese, Comparative Literature, New York University, USA

Lynne SegalAnniversary Professor, Psychosocial Studies, Birkbeck College, University of London, UK

Vicky Skoumbi Caporedattore del quotidiano αληthεια (Aletheia), Grecia

Céline Spector Professore, Department de Philosophie Université Bordeaux Montaigne e membro onorario Institut Universitaire de France, Francia

Yanis Varoufakis Professore in Economic Theory presso l’Università di Atene, ex-ministro delle Finanze e deputato del Parlamento greco, Grecia

Frieder Otto WolfFreie Universität Berlin, ex-deputato del Parlamento europeo, Germania

Vladimiro Zagrebelsky ex Giudice della Corte Europea dei Diritti Umani

 

François AlfonsiPresidente dell’European Free Alliance (EFA)

Brando Benifei Deputato del Parlamento europeo, Gruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici (S&D)

José Bové Deputato del Parlamento europeo, Gruppo Verdi/ALE

Nicola Caputo Deputato del Parlamento europeo, Gruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici (S&D)

Fabio Massimo CastaldoDeputato del Parlamento europeo, Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia Diretta (EFDD- M5S)

Fabio De Masi Deputato del Parlamento europeo, Gruppo Sinistra unitaria europea/Sinistra verde Nordica (GUE/NGL)

Karima Delli Deputata del Parlamento europeo, Gruppo Verdi/ALE

Pascal DurandDeputato del Parlamento europeo, Gruppo Verdi/ALE

José Inácio Faria Deputato del Parlamento europeo, Gruppo Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (ALDE)

Eleonora Forenza Deputata del Parlamento europeo, Gruppo Sinistra unitaria europea/Sinistra verde Nordica (GUE/NGL)

María Teresa Giménez BarbatDeputata del Parlamento europeo, Gruppo Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (ALDE)

Ana Maria Gomes Deputata del Parlamento europeo, Gruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici (S&D)

Tania González PeñasDeputata del Parlamento europeo, Gruppo Sinistra unitaria europea/Sinistra verde Nordica (GUE/NGL)

Yannick JadotDeputato del Parlamento europeo, Gruppo Verdi/ALE

Benedek Jávor Deputato del Parlamento europeo, Gruppo Verdi/ALE

Eva Joly Deputata del Parlamento europeo, Gruppo Verdi/ALE

Josu Juaristi AbaunzDeputato del Parlamento europeo, Gruppo Sinistra unitaria europea/Sinistra verde Nordica (GUE/NGL)

Jude Kirton-Darling Deputata del Parlamento europeo, Gruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici (S&D)

Stelios KouloglouDeputato del Parlamento europeo, Gruppo Sinistra unitaria europea/Sinistra verde Nordica (GUE/NGL)

Merja KyllönenDeputata del Parlamento europeo, Gruppo Sinistra unitaria europea/Sinistra verde Nordica (GUE/NGL)

Patrick Le HyaricDeputato del Parlamento europeo, Gruppo Sinistra unitaria europea/Sinistra verde Nordica (GUE/NGL)

Paloma López BermejoDeputata del Parlamento europeo, Gruppo Sinistra unitaria europea/Sinistra verde Nordica (GUE/NGL)

Lorena Lopez de LacalleTesoriere della Treasurer European Free Alliance (EFA)

Marisa MatiasDeputata del Parlamento europeo, Gruppo Sinistra unitaria europea/Sinistra verde Nordica (GUE/NGL)

Stefano MaulluDeputato del Parlamento europeo, Gruppo del Partito Popolare Europeo (PPE)

Marlene Mizzi Deputata del Parlamento europeo, Gruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici (S&D)

Ulrike MüllerDeputata del Parlamento europeo, Gruppo Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (ALDE)

Javier Nart Deputato del Parlamento europeo, Gruppo Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (ALDE)

Carolina PunsetDeputata del Parlamento europeo, Gruppo Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (ALDE)

Michèle RivasiDeputata del Parlamento europeo, Gruppo Verdi/ALE

Sofia SakorafaDeputata del Parlamento europeo, Gruppo Sinistra unitaria europea/Sinistra verde Nordica (GUE/NGL)

Elly Schlein Deputata del Parlamento europeo, Gruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici (S&D)

Helmut Scholz Deputato del Parlamento europeo, Gruppo Sinistra unitaria europea/Sinistra verde Nordica (GUE/NGL)

Branislav Škripek Deputato del Parlamento europeo, Gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR)

Jordi SoleSegretario generale della European Free Alliance (EFA)

Bart Staes Deputato del Parlamento europeo, Gruppo Verdi/ALE

Dario TamburranoDeputato del Parlamento europeo, Gruppo Europa della Libertà e della Democrazia Diretta (EFDD- M5S)

Miguel Urbán CrespoDeputato del Parlamento europeo, Gruppo Sinistra unitaria europea/Sinistra verde Nordica (GUE/NGL)

Pello Urizar Segretario Generale di Eusko Alkartasuna (Basque political party)

Ernest Urtasun Deputato del Parlamento europeo, Gruppo Verdi/ALE

Monika VanaDeputata del Parlamento europeo, Gruppo Verdi/ALE

Marie-Christine VergiatDeputata del Parlamento europeo, Gruppo Sinistra unitaria europea/Sinistra verde Nordica (GUE/NGL)

Julie Ward Deputata del Parlamento europeo, Gruppo dell’Alleanza Progressista di Socialisti e Democratici (S&D)

Tatjana Ždanoka Deputata del Parlamento europeo, Gruppo Verdi/ALE

Richiesta di un intervento del Mediatore europeo in merito alla nomina di José Manuel Barroso presso la Goldman Sachs

COMUNICATO STAMPA

Barbara Spinelli e altri 52 parlamentari europei chiedono un intervento del Mediatore europeo in merito alla nomina dell’ex Presidente della Commissione José Manuel Barroso a Presidente non esecutivo della Goldman Sachs.

Bruxelles, 20 luglio 2016

53 parlamentari europei hanno sottoscritto una lettera promossa da Barbara Spinelli indirizzata al Mediatore europeo Emily O’Reilly, a seguito della nomina dell’ex Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso come Presidente non esecutivo e consulente della Goldman Sachs International.

Barroso è stato Primo Ministro del Portogallo dal 2002 al 2004 e Presidente della Commissione Europea dal 2004 al 2014. É stato alla guida della Commissione durante gli anni più caldi della crisi finanziaria ed economica del 2007-2008 e fu protagonista dei programmi di aggiustamento economico promossi dalla così detta “Troika”, come evidenziato anche nella Risoluzione del Parlamento europeo del 13 marzo 2014 “relativa all’indagine sul ruolo e le attività della troika (BCE, Commissione e FMI) relativamente ai paesi dell’area dell’euro oggetto di programmi”.

L’11 aprile 2016, il Dipartimento di Giustizia degli USA, congiuntamente ad altre agenzie federali o statali, ha annunciato il raggiungimento di un accordo con Goldman Sachs per il versamento da parte della banca d’affari statunitense di 5,06 miliardi di dollari a titolo di sanzione e riparazione di danni, per le “colpe gravi” e le “pratiche fraudolente” adottate nella presentazione falsificata, cartolarizzazione, marketing, vendita ed emissione di prodotti finanziari legati a mutui non solvibili, tra il 2005 e il 2007, ovvero nei tre anni che precedettero l’esplosione della crisi finanziaria del 2007-2008.

Con questa lettera, i parlamentari europei chiedono al Mediatore europeo di valutare se la nomina di Barroso possa essere considerata in contrasto con i doveri di onestà e delicatezza per quanto riguarda l’accettazione, dopo la cessazione dell’incarico, di determinate funzioni o vantaggi, di cui all’articolo 245 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea.

«Considerando il ruolo centrale della Commissione nel gestire le conseguenze della crisi economica e finanziaria a livello europeo, chiediamo al Mediatore europeo di valutare se la nomina dell’ex Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso a Presidente non esecutivo della Goldman Sachs International possa rappresentare una violazione del dovere di onestà e delicatezza di cui all’articolo 245 TFUE. Allo stesso tempo chiediamo di valutare se la risposta data dall’attuale Commissione a tale nomina possa costituire una violazione dell’articolo 41(2.c) della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (obbligo per l’amministrazione di motivare le proprie decisioni)».

I parlamentari hanno chiesto inoltre al Mediatore europeo di verificare se le differenti disposizioni relative al “periodo di raffreddamento” (cooling-off period) contenute nel Codice di Condotta per i Commissari (18 mesi) e nello Statuto dei Funzionari delle Comunità Europee (24 mesi) possano dar luogo ad una violazione del principio di uguaglianza e non discriminazione.

«Chiediamo perciò al Mediatore europeo di verificare se questo differente regime sia in conformità con il principio di uguaglianza e non discriminazione sancito nei Trattati e nella Carta dei Diritti Fondamentali. In caso negativo, chiediamo di valutare se la nomina del signor Barroso possa essere considerata legittima, tenuto conto del cooling-off “standard” di 24 mesi previsto nello Statuto dei Funzionari delle Comunità Europee».

«Infine, reiteriamo la richiesta, già avanzata dal Mediatore europeo, di sottoporre a revisione il Codice di Condotta per i Commissari al fine di rafforzarne la trasparenza ed allinearlo alle regole dei Trattati».


Si veda anche:

Goldman Sachs Agrees to Pay More than $5 Billion in Connection with Its Sale of Residential Mortgage Backed Securities

La riforma della Blue Card

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “Condizioni di ingresso e soggiorno di cittadini di paesi terzi ai fini di attività lavorative altamente qualificate” (Relatore: Claude Moraes – S&D, Gran Bretagna) nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE). Bruxelles, 12 luglio 2016.

Punto in agenda:

  • Esposizione della Commissione

Vorrei ringraziare il rappresentante della Commissione per l’esposizione del progetto di modifica della direttiva blue card. Ci sono vari cambiamenti proposti che ritengo senz’altro interessanti. La direttiva, come diceva in apertura Claude Moraes, sembra contemplare procedure più inclusive e flessibili. Penso, in particolare, alle semplificazioni per quanto riguarda l’accesso al permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo, alla possibilità, per chi già beneficia di protezione internazionale, di ottenere la Blue Card, e soprattutto alle facilitazioni riguardanti il ricongiungimento familiare. Ho letto tuttavia nell’explanatory memorandum della direttiva che la Commissione aveva inizialmente preso in esame la possibilità di rendere la Blue Card accessibile anche a migranti non altamente qualificati e ai richiedenti asilo. Ritengo che sarebbe stato estremamente positivo includere queste categorie nell’ambito di applicazione della direttiva. Cosa che non è stata fatta.

Ritengo inoltre che dovrebbe essere presa in considerazione l’idea di estendere, al contesto europeo, la normativa adottata in Svezia secondo cui le persone cui non è stata concessa protezione internazionale, ma che hanno ricevuto un’offerta di lavoro mentre la loro richiesta veniva esaminata, devono poter beneficiare di un permesso di soggiorno per cittadini di Paesi terzi.

Qualche settimana fa, in questa sede, è stato presentato un interessante studio della Direzione Generale delle politiche interne del Parlamento in cui si spiega come vi sia una forte carenza di manodopera in Europa, soprattutto nei settori che necessitano di lavoratori non altamente qualificati. Le cifre fornite a conferma di tale ipotesi sono davvero impressionanti. Questo d’altronde si collega strettamente alla crisi demografica dell’Unione. Ci sono mestieri – è riportato nello studio – che i vecchi in Europa non riescono più a fare e, allo stesso tempo, non ci sono abbastanza giovani per sostituirli.

Alla luce di ciò, chiedo alla Commissione come mai abbiate infine scelto di escludere i richiedenti asilo e i lavoratori non altamente qualificati dal campo di applicazione della direttiva.

Odysseus Academic Network: buone prassi nell’integrazione dei rifugiati

di martedì, Luglio 12, 2016 0 , Permalink

Intervento di Barbara Spinelli in apertura della Conferenza Refugee voices from the beneficiaries of the “Scholarhip for refugees” programme by the Odysseus Network, da lei organizzata, presso il Parlamento europeo. Bruxelles, 11 luglio 2016.

Introduzione

  • Barbara Spinelli, Eurodeputata gruppo GUE/NGL
  • Philippe De Bruycker, coordinatore dell’Odysseus Academic Network
  • Yazan Rajab, Autore di Nooit meer bang Zijin (Never be Afraid)

Presentazioni degli studenti rifugiati e scambio di opinioni

Tout d’abord, je souhaite remercier le Professeur De Bruycker, notre invité Monsieur Yazan Rajabe et tous les étudiants qui nombreux participent à cette conférence. Cette année, l’Odysseus Academic Network a organisé un appel de fonds pour consentir à 10 étudiants refugiés de prendre part à sa propre Summer School.

Il s’agit d’une expression de solidarité de la part du monde académique que je salue, parce qu’elle va à contre-courant du Zeitgeist qui règne actuellement dans les États de l’Union. Grâce à de pareilles initiatives, les étudiants refugiés pourront apprendre les notions essentielles du droit européen, étudieront le droit l’asile, la protection juridique et l’intégration des refugiés, et pourront se confronter en première personne avec les manquements, les occasions perdues mais aussi les opportunités de la politique européenne d’asile.

Mon jugement sur ces politiques est sévère : par peur de ses propres électeurs, les classes dirigeantes des État membres et des Institutions font un choix non seulement contraire la plupart des fois au droit international, mais aussi perdant en ce qui concerne la cohésion sociale et l’économie car dominé par le court terme, incapable donc de penser et de s’organiser pour le long terme.

On a décidé d’externaliser la politique d’asile, en refoulant en masse les réfugiés qui arrivent en Europe vers des Pays rebaptisés comme sûrs, alors qu’ils sont tout le contraire de cela. Je pense à la Turquie qui arrive jusqu’à refouler les Syriens en zone de guerre ou même à tirer sur eux quand ils essayent d’entrer en territoire turc. Je pense à une série de Pays africains dictatoriaux ou extrêmement instables comme l’Érythrée, le Soudan et la Libye, avec lesquels on veut conclure – et financer – des accords de rapatriement des réfugiés. Il y a pire encore : un rapport publié dans les derniers jours par le Leiden Asia Center démontre qu’il y a des pratiques qui violent d’une manière éclatante le droit européen. Je pense à l’esclavage des travailleurs nord-coréens, géré par des réseaux mafieux, en Pologne mais non seulement : des formes d’esclavage mafieux existent aussi en Italie du Sud.

J’ai mentionné au début les électeurs que les autorités nationales et européennes prétendent tranquilliser avec cette politique de fermeture des frontières. C’est la raison pour laquelle je pense que l’apprentissage de l’État de droit et de nos Constitutions démocratiques est chose précieuse pour les étudiants refugiés, mais que nous aussi, citoyens européens, devrons réapprendre la loi et le droit, si nous ne voulons pas d’un retour de l’Europe à la barbarie du siècle dernier. Rappelons que l’Union a été reconstruite contre le nationalisme ethnique qui par deux fois a précipité le continent dans des guerres mondiales et dans génocides multiples : des juifs et des peuples Rom.

Chaque bonne pratique allant en ce sens sera utile et les initiatives de l’Odysseus Academic Network pourront se transformer en source d’inspiration pour d’autres centres d’étude. Mais l’essentiel demeure le « retour sur soi » et l’autocritique des élites européennes et des populations de l’Union. L’histoire nous enseigne qu’il suffit parfois d’une petite étincelle – l’Odysseus Academic Network en est une – pour mettre fin à ce que Roosevelt considérait le plus grand danger pour la démocratie, en temps de crise économique et de récession : la peur de la peur.