Papa Francesco, pietra d’inciampo in Occidente

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 22 aprile 2025

“Vorrei che tornassimo a sperare e a avere fiducia negli altri, anche in chi non ci è vicino o proviene da terre lontane con usi, modi di vivere, idee, costumi diversi da quelli a noi più familiari, poiché siamo tutti figli di Dio. Vorrei che tornassimo a sperare che la pace è possibile”. Lo ha detto Papa Francesco il giorno di Pasqua, già agonizzante, nell’Urbi et Orbi letto in sua vece dall’arcivescovo Rovelli. Non è la prima volta che invoca la pace, ma forse intuisce che questa è l’ultima. E come sempre da più di tre anni denuncia la frenesia che sta accecando le menti dei governi europei, primi fra tutti quelli dell’Unione europea: “Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo. L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo”.

Apparentemente è meno impetuoso di altre volte – forse qualcuno in Vaticano ha smussato il testo – ma il suo pensiero si precisa: perché la pace sia possibile occorre che si eviti il riarmo e che al tempo stesso la politica cambi natura, che i governi e i popoli imparino a convivere con “terre lontane e usi, modi di vivere, idee, costumi diversi da quelli a noi più familiari”. La coesistenza con popoli e regimi diversi si chiama multipolarismo: un sistema internazionale che metta fine al predominio del cosiddetto “Occidente collettivo” a guida Usa, che si comporta come vincitore della guerra fredda e continua mentalmente e materialmente a confezionare guerre di civiltà, sempre a difesa dei “modi di vivere a noi familiari”, della nostra way of life.

Per il Vaticano, che nonostante l’universalismo cattolico si è quasi sempre identificato con l’Occidente, l’idea di una pace basata sulla coesistenza pacifica tra potenze di natura diversa non è la normalità. Ha fatto apparizione con Bergoglio, e non poteva che venire da un Pontefice venuto in Europa da un altro continente. Non è detto che il successore farà propria l’idea rivoluzionaria che Bergoglio si è fatto della pace, e che la svilupperà con la stessa intensità. Il clima nel mondo sta cambiando e non è un cambiamento favorevole alle idee di Papa Francesco.

L’Europa soprattutto sta cambiando. Più Washington si disimpegna – un disimpegno accentuato da Trump – più gli europei si riarmano, e si ripromettono di dar vita a un’alleanza militare contro la Russia. Europa e Nato non sono più entità distinte. Sono un’entità unica, detta atlantica solo perché compreremo in Usa armi, connessioni internet e gas liquefatto.

Papa Bergoglio ha visto quel che sta accadendo e ripetutamente ha negato il proprio consenso. È stato una pietra d’inciampo, un po’ come Benedetto XV che definiva “inutile strage” la Prima guerra mondiale. D’altronde il presente ha tante somiglianze con lo scivolamento europeo nel conflitto seminale del 1914-’18.

Prima sulla guerra in Ucraina, poi sull’offensiva israeliana a Gaza e in Cisgiordania – dopo il massacro del 7 ottobre a opera di Hamas – il Pontefice ha pronunciato parole mai ascoltate, e tuttavia molto potenti per la traccia lasciata nella vita delle singole persone. È la “potenza disarmata della vita” che ha evocato nel suo ultimo messaggio Urbi et Orbi.

È così che per le classi dominanti – in politica, nei media occidentali, in Israele – Francesco è diventato Papa scomodo e più volte scandaloso (Gesù non cessa di scandalizzare, nei Vangeli). Sconcertare e denunciare sono stati al centro della sua missione durante le guerre in Ucraina e Palestina, e ogni volta il suo agire scandaloso consisteva nell’andare alle radici dei conflitti, nel dar loro nomi sempre più precisi.

Poco più di due mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il Pontefice getta una luce di verità sulla genealogia della guerra: è stato “l’abbaiare della Nato alla porta della Russia”, che ha indotto il capo del Cremlino a reagire male e a scatenare il conflitto. “Un’ira (russa) che non so dire se sia stata provocata, ma facilitata forse sì”.

Anche sull’efferata vendetta israeliana per il massacro di Hamas il Papa si è pronunciato con durezza, pur ricorrendo a formule dubitative. Nel libro La speranza non delude mai ha scritto: “A detta di alcuni esperti, ciò che sta accadendo a Gaza ha le caratteristiche di un genocidio. Bisognerebbe indagare con attenzione per determinare se s’inquadra nella definizione tecnica formulata da giuristi e organismi internazionali”. Nel novembre 2024 accolse una delegazione di Palestinesi di Gaza. “Il Papa ha riconosciuto che viviamo un genocidio”, ha dichiarato Shrine Halil, cristiana di Betlemme, citando altre parole che aveva udito: “Siamo andati oltre le guerre. Questo non è guerreggiare, questo è terrorismo”.

Dice il «Corriere della Sera» che Francesco passerà nella storia ed era “dentro lo spirito del tempo”. Il commento quasi si appropria della sua persona, come si fa spesso con i morti amati dai popoli: troppo amato forse, perché “la rivolta di Francesco contro establishment e élite… porta con sé il rischio del populismo”. È il verdetto dei benpensanti in quest’Europa che, a furia di abbaiare, perde il senno, smussa le pietre d’inciampo. Bergoglio passerà alla storia, certo, ma è assai dubbio che fosse “dentro lo spirito del tempo”.

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Groenlandia, grande gioco nell’artico

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 3 aprile 2025

L’avvenire della Groenlandia e delle popolazioni Inuit che la abitano non sembra smuovere oltre misura l’Unione europea, nonostante l’importanza crescente che l’isola sta acquisendo a causa dei minerali preziosi, del petrolio, del gas naturale, che lo scioglimento dei ghiacci renderà estraibili. E nonostante il suo rapporto di dipendenza dalla Danimarca.

Trump vorrebbe accaparrarsi l’isola, la più grande del pianeta, pensando a quel che gli Stati Uniti potrebbero ricavarne: non solo terre rare e fonti energetiche ma anche la possibilità di una via di passaggio tra America e Asia, tale da rendere meno rilevante il Canale di Suez (viene in mente la bellissima serie televisiva The Terror, con la sua catastrofica navigazione coloniale nell’Artico).

Trump fantasticò l’annessione o acquisto già nel 2019, entrando in competizione con altre potenze, grandi e medie, mosse dagli stessi interessi: Russia, Cina, Canada. Un Grande Gioco geopolitico attorno all’Artico, che potrebbe anche degenerare in scontri violenti e ulteriori dissesti climatici. In Terrore, appunto.

Intanto l’Unione europea tace, incredula. Anche la grande stampa europea dedica poca attenzione al Grande Gioco Artico: si limita a dissennatamente trasecolare e sorprendersi, giudica assurdo il progetto di Trump. Non così Mosca, che da decenni pensa alla penetrazione dell’Artico. Il 27 marzo Putin si è soffermato sulla questione, parlando a Murmansk nel Foro Artico Internazionale e ricordando a chi non se ne fosse accorto che le ambizioni statunitensi hanno “radici storiche lontane”, che “vanno prese sul serio”, e che anche Mosca ha interessi da difendere nella regione.

Contrariamente a quello che affermano alcuni, Mosca non appoggia le mire statunitensi. Si limita a prenderne atto, nella qualità di potenza rivale ma non contraria a cooperare: “Purtroppo, anche la competizione geopolitica e la lotta per le posizioni in questa regione si stanno intensificando (…) È un grave errore considerare (gli interventi di Trump) come discorsi assurdi dell’amministrazione Usa. Niente di tutto questo. Washington aveva piani simili già nel 1860. Già allora, l’amministrazione valutava la possibilità di annettere Groenlandia e Islanda”.

Putin aggiunge che la guerra in Ucraina e l’aggressività della Nato impediscono una cooperazione internazionale sull’Artico che permetta lo sviluppo della Groenlandia senza fatalmente danneggiare il clima, già molto compromesso. Nel 2022 la Russia è stata esclusa dal Consiglio Artico creato nel 1996, pur essendo il paese più artico della terra e partner cruciale per le ricerche scientifiche e il monitoraggio dei fondali. Solo l’Islanda ha deciso, saggiamente, di proseguire i lavori di ricerca iniziati con Mosca.

Gli Stati europei sanno poco di quest’isola, che fa parte della Danimarca pur avendo ottenuto in due fasi, nel 1979 e nel 2009, un’autonomia molto estesa (politica estera e difesa restano nelle mani danesi). Ignorano il carattere indipendente e ribelle del suo popolo, per l’89 per cento composto di Inuit, e il legame che esso ha – come in Canada, nel Nord degli Stati Uniti, nel Nord Ovest della Russia – con la natura e con miti ancestrali.

La Groenlandia fu conquistata attorno al 1720 dalla Danimarca, e gli Inuit furono colonizzati, cristianizzati, assimilati, “modernizzati” con la forza. Per secoli Copenaghen ha occultato la violenza del proprio colonialismo, descrivendolo come specialmente mite, inclusivo. Da qualche anno tuttavia sta emergendo una verità più cupa. Crescono di conseguenza le spinte indipendentiste, nei vari partiti groenlandesi, e il desiderio di seguire l’esempio dell’Islanda, che nel 1944 votò l’indipendenza dalla Danimarca occupata dai nazisti. Anche la Groenlandia prese allora le distanze dall’Europa, e fu temporaneamente attratta da un’alleanza con gli Stati Uniti. L’indipendentismo di Nuuk, capitale dell’isola, cominciò a affiorare nel 1982, con un referendum che sancì la sua uscita dalla Comunità europea.

Proprio perché lungamente negata, la violenza degli ex colonizzatori si è protratta fino agli anni 70 del secolo scorso. Non solo è sempre esistita una diseguaglianza salariale, tra nativi e coloni danesi. Non solo le tre varianti della lingua inuit furono per molto tempo vietate, e le tradizioni religiose precristiane represse. Quel che pesa di più, nelle memorie groenlandesi, è stata la politica danese di riduzione forzata della natalità inuit, applicata fino a pochi decenni fa.

In particolare va ricordata la campagna sui contraccettivi, applicata su larga scala fra il 1966 e il 1970. Spirali intrauterine venivano inserite nelle donne in età fertile, molto spesso a loro insaputa e comunque senza chiedere il loro consenso: circa la metà delle donne groenlandesi fu sottoposta al trattamento. Lo scrittore Peter Harmsen evoca in un articolo per la Bbc l’accusa formulata lo scorso dicembre dal premier groenlandese Múte Egede: “Fu un palese genocidio, quello attuato dallo Stato danese”.

Altra ferita inferta da Copenaghen tra gli anni 50 e 70 del Novecento: il sequestro di circa 1600 bambini, sottratti alle madri e affidati a genitori adottivi danesi. “Forgiamo una nuova élite”, ci si vantava nei palazzi del potere. Ne parla in più romanzi lo scrittore francese Mo Malø. In alcuni casi le sottrazioni avvenivano senza il consenso delle madri biologiche. In altri, le madri non venivano informate del fatto che il legame con i figli sarebbe stato completamente tagliato. Solo da qualche anno la Danimarca comincia a fare i conti col proprio passato.

Questo non significa che la Groenlandia sia pronta a passare sotto il controllo degli Stati Uniti, che dispongono nell’isola di una potente base antimissili (Thule). L’85% della popolazione è contraria, solo il 6% è favorevole. “La Groenlandia non è in vendita”, ripetono i partiti politici. Ma soprattutto, gli isolani vorrebbero preservare lo Stato Sociale di cui godono grazie al rapporto difficile ma proficuo con la Danimarca, e alle cospicue sovvenzioni versate da Copenaghen: 520 milioni all’anno. Un buco che Usa, Russia e Cina prometterebbero di riempire con forti investimenti, ma che Nuuk guarda non senza diffidenza.

La Groenlandia non vorrebbe dipendere da nessuno, al momento. Si barcamena nel Grande Gioco dell’Artico. Ma una cosa è certa. Le sue popolazioni sono estremamente allarmate per il disastro climatico e lo scioglimento della calotta artica. Non vogliono che l’estrazione dei minerali preziosi e del petrolio intossichi la loro terra. Nel 2021, il governo ha bloccato l’estrazione di uranio e terre rare a Kvanefjeld, su pressione della popolazione. Nonostante le ferite inflitte dagli ex colonizzatori, gli europei potrebbero proteggerli dal dissesto naturale più efficacemente di Russia, Cina e Stati Uniti. Se solo smettessero la frenesia bellica e riavviassero la cooperazione artica con Mosca, Pechino e Washington, potrebbero divenire l’alleato meno infido della Groenlandia, perché più sensibile al collasso del pianeta.

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La nuova supremazia della Germania

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 28 marzo 2025

Andrebbe fatta un po’ di chiarezza sul Piano Riarmo-Europa, che è stato ribattezzato Prontezza 2030 per volontà dell’italiana Meloni e del socialista spagnolo Sánchez e che nella sostanza resta quello che è: l’instaurazione di un’economia di guerra, grazie alla quale gli Stati europei mobilitano 800 miliardi di euro contro i due “nemici strategici” che sono Russia e Cina, oltre a Corea del Nord, Iran, parti imprecisate dell’Africa.

La parola ReArm scompare dal titolo, ma non dal testo, scritto da due baltici: l’estone Kaja Kallas, Alto rappresentante per la politica estera, e il lituano Andrius Kubilius, commissario alla Difesa.

Le minacce russe e cinesi sono molteplici, stando al Libro Bianco Ue: è in pericolo “la libertà d’azione nell’aria e nello spazio”; crescono le “minacce ibride con attacchi informatici, sabotaggi, interferenze elettroniche nei sistemi di navigazione e satellitari, campagne di disinformazione, spionaggio politico e industriale, armamento della migrazione”. Armamento della migrazione è orrenda traduzione di Weaponisation of Migration, migrazione usata come arma dai summenzionati nemici.

Come ai tempi della guerra antiterrorista globale scatenata dopo l’attentato al Qaeda del 2001 (ma pensata anni prima), il nemico esistenziale “minaccia il nostro stile di vita e la capacità di scegliere il nostro futuro attraverso processi democratici”. Quale stile? Se è lo stile basato sulla giustizia sociale e il pluralismo delle idee, il Riarmo lo squassa: il Welfare sarà ancor più decurtato e agli apparati militari-industriali sarà affidata la cosiddetta way of life.

Quanto all’uso russo e cinese della disinformazione, converrebbe andarci piano. Si descrive una “Cina autoritaria che estende il potere sulle nostre economie e società”, e si sottace l’immenso reticolato di influenze/ingerenze occidentali nel mondo. Per i sostenitori di ReArm Europe – termine insensato: lo Stato europeo non c’è, dunque ognuno farà da sé – l’interferenza russa o cinese è guerra ibrida, mentre la planetaria ingerenza occidentale si chiama soft power, “potere soffice”, anche quando rovescia governi come in Ucraina nel 2014, con soldi e violenza, o delegittima esiti elettorali non allineati alla Nato, come quello in Romania del dicembre 2024.

L’ordine da difendere è quello “basato sulle regole” (rules-based order) che dalla fine della Guerra fredda ha violato ogni legge internazionale in difesa di una sola regola: il dominio unipolare Usa sul pianeta, peraltro fallito. Le difficoltà che abbiamo davanti – migrazioni, disinformazioni – non nascono mai a casa nostra. Sono bombe lanciate dall’esterno contro l’immacolato, mite Occidente. Le “fabbriche russe sfornano milioni di fake news al giorno”, ammonisce gridando Roberto Benigni.

Ma la questione centrale è un’altra. Il Piano Riarmo disgregherà l’Unione in modi non subito percepibili, ma fin d’ora evidenti: infatti c’è un solo Stato che può oggi estendere il debito oltre misura, facendosi carico delle ingenti somme destinate a riarmo e infrastrutture (1.000 miliardi di euro): ed è la Germania. Gran parte degli altri, tra cui Roma e Parigi, sono talmente indebitati che l’Ue, sbilanciandosi, rischia la bancarotta. La rischia anche ostinandosi ad armare la guerra di Kiev, proprio mentre Trump tenta la pace, ingiusta come tutte le paci, con Zelensky e Putin.

Macron promette di proteggerci con le atomiche, ma ne ha poche: con 290 testate contro le 6.000 russe non crei gli equilibri della deterrenza. Inoltre il presidente non sa quello che dice, vende la pelle dell’orso senza averlo preso: il prossimo capo dello Stato, nel 2027, sarà un nazionalista. Marine Le Pen, se vince, vuole iscrivere la sovranità inalienabile dell’atomica nella Costituzione.

Dunque la Germania, che nell’originario atlantismo postbellico andava imbrigliata (“Americani dentro, Russia fuori, Tedeschi sotto”), riemerge con serie mire egemoniche. Il cancelliere in pectore Merz non ha aspettato i colleghi Ue per annunciare il proprio piano di riarmo, nel discorso al Parlamento del 18 marzo, e per opporlo a un’aggressività russa data per certa e imminente, contro i tedeschi e il resto d’Europa. Sono d’accordo gli alleati socialdemocratici e i Verdi, che sono i primi spregiatori della Russia di Putin. Nel voto più delicato, il 21 marzo alla Camera dei Länder, la Linke (“Sinistra”) ha votato a favore, con la scusa che parte dei fondi a debito andrà ai governi regionali cui partecipa.

Parlare di abbandono dell’austerità perché il tetto del debito viene sforato è mezza verità. La svolta tedesca frantumerà ancor più l’Europa. E intanto Merz spenderà meno per il reddito di cittadinanza (Bürgergeld) e l’integrazione dei migranti. Infine imporrà il silenzio Ue sulle guerre di sterminio di Israele in Palestina.

È la conferma della rivoluzione mentale iniziata da Scholz con il “cambio epocale” annunciato nel 2022 in tema di difesa (100 miliardi di euro, tre giorni dopo l’assalto all’Ucraina) e dilatato al massimo da Merz. Si conclude così una lunga epoca della nazione tedesca e in particolare della sua socialdemocrazia, che torna alle origini weimariane pre-naziste, quando il ministro della Difesa socialdemocratico Gustav Noske represse varie insurrezioni sociali e seminò migliaia di morti comunisti, tra cui Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht (“Se c’è bisogno di un segugio sanguinario, un Bluthund, eccomi qua”). Il riarmo di Merz è il culmine di un lungo processo iniziato con la supremazia economico-finanziaria tedesca che impose nel 1997 i vincoli del Patto di stabilità, poi si accanì contro la Grecia, umiliando un Paese membro come mai era avvenuto nell’Ue. L’evento è tuttora descritto come “gran successo dell’euro” e del whatever it takes. I greci si pronunciarono in un referendum contro il rigore dell’Ue (privatizzazioni e tagli sociali). Furono tacitati come se non avessero votato.

La regressione tedesca è spettacolare, rispetto agli anni 60 e 70 del secolo scorso. Viene sepolta l’esperienza di Willy Brandt, che dopo anni di arroccamento antisovietico costruì la distensione – la Ostpolitik – e sfociò nel 1973-1975 nella Conferenza sulla sicurezza europea di Helsinki. L’Atto finale della Conferenza obbligava i firmatari, tra cui Usa e Urss, al rispetto dei confini, alla soluzione pacifica dei conflitti, alla non ingerenza nei reciproci affari interni, alla difesa dei diritti umani.

Se l’Atto fosse durato avrebbe sostituito la Nato, quando nel 1991 furono sciolti Patto di Varsavia e Urss. Gli occidentali avrebbero protetto le minoranze russe nell’Europa post-sovietica (nei Baltici, in Ucraina, in Georgia). Non lo fecero. La lingua e i diritti dei russi sono oggi calpestati da Kiev come nei Baltici: il 25% della popolazione lettone è russa e così si dica per il 24% degli estoni e il 4,5% dei lituani.

Se la questione della diaspora russa non sarà risolta, sarà difficile far finta che Mosca abbia attaccato nel 2022 senza mai esser stata provocata, dopo 14 allargamenti della Nato e otto anni di guerra di Kiev contro russi e russofoni del Donbass (14.000 morti).

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Chi usa Ventotene e chi ne abusa

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 22 marzo 2025

Mercoledì alla Camera Giorgia Meloni ha lanciato una bomba che più sporca non potrebbe essere, contro chi sabato scorso ha manifestato per l’Europa.

Ha citato alcuni passaggi del Manifesto di Ventotene in cui si afferma che lo Stato federale europeo sarà di natura socialista, e potrà nascere solo tramite una rivoluzione che aggiri (temporaneamente) le volontà nazionali. Ha trascurato il resto del Manifesto, dedicato alla natura democratica, economica, sociale che secondo i suoi autori (Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni) avrebbe dovuto avere la Federazione.

Meloni ha omesso il luogo in cui il Manifesto fu scritto: il confino a Ventotene dove il regime relegò circa 800 antifascisti (“Mussolini mandava la gente a far vacanza al confino”, Berlusconi 2003). Una parte dei confinati aveva già fatto anni di carcere: dieci nel caso di Spinelli. I padri fondatori di Fratelli d’Italia sono eredi di quel crimine. Meloni ripete che “è nata dopo”, negando che i neo-fascisti postbellici, con trame nere e golpe falliti, avessero qualcosa a che vedere col Ventennio. Perfino Helmut Kohl, che post-nazista non era, disse un giorno che era venuto al mondo dopo la guerra, ma subito dopo si corresse e ammise che tutti i “nati dopo” erano “corresponsabili” della storia nazista.

Almeno due elementi del discorso governativo andrebbero chiariti. Primo: il bellicismo solo parziale che Meloni può adottare in presenza dell’opposizione della Lega, e dunque l’uso che viene fatto di Ventotene come silenziatore dei dissidi e distrazione parlamentare (a conferma: il leghista Giorgetti ha sorriso contento, in aula). Secondo: le frasi rivoluzionarie estrapolate dal Manifesto, “spaventose” per la presidente del Consiglio.

Primo elemento: Meloni ha usato Ventotene per sgangherare ogni discussione seria sul Piano Riarmo che la presidente della Commissione Von der Leyen ha annunciato il 4 marzo (ieri ribattezzato Readiness 2030: cioè “Pronti alla guerra”). Elly Schlein cerca con lodevole fatica di contrastare la chiamata alle armi, cara ai capitribù del Pd (Gentiloni, Bonaccini, ecc), ma quel che suggerisce non è una linea politica alternativa. È un cambio di vocabolario, non di sostanza: meglio Difesa europea anziché 27 eserciti nazionali, dice, se ci si vuole “preparare alla guerra” come reclamato da Von der Leyen.

Sia Meloni sia Schlein sanno che nelle condizioni attuali è del tutto inconcepibile una Difesa comune gestita da un’autorità unica come avviene per l’euro. Né è possibile la deterrenza: fortunatamente non abbiamo 6000 testate atomiche come Mosca, per dissuaderla. Manca uno Stato europeo, manca una comune politica estera, manca un Parlamento vero. Alcune politiche militari potranno essere coordinate e lo saranno, ma coordinamento non è unità di politiche e di intenti. Il Manifesto di Ventotene è disatteso da tutti, in questo campo. Già l’euro fu costruito senza creare anticipatamente uno Stato unico, ed è il motivo per cui mente chi parla di grandioso successo senza ombre.

L’umiliazione della Grecia e le disuguaglianze sociali innescate negli anni dell’austerità sono la conferma che la vittoria è come minimo monca.

La difesa europea e l’autonomia dell’Unione sarebbero certo utili, per rendere gli europei meno dipendenti dal dispositivo militare statunitense e dalle sue attuali involuzioni fascistoidi, visibili nelle politiche di immigrazione, nella repressione delle dissidenze universitarie, nell’appoggio alle guerre di Israele.

Ma visto che i fautori della difesa europea si richiamano al Manifesto di Ventotene occorre che sappiano l’essenziale: quel testo nacque nell’agosto 1941, nel mezzo della Seconda guerra mondiale, e aspirava a un’unità politica – un governo federale – non per fare le guerre ma per sormontare gli Stati nazione e dar quindi vita a una potenza di pace. E con chi edificarla? Con la Germania, che nel ’41 stava occupando mezza Europa e aveva iniziato l’invasione della Russia.

Oggi se si vuole un’Europa che superi la bellicosità congenita degli Stati nazione è con la Russia che urge mettere in piedi una sicurezza comune. Lo prospettò Gorbacëv negli anni 90 del secolo scorso: si rese conto della sconfitta dell’Urss, propose una Casa Comune Europea, e chiese agli occidentali – Usa in testa – di non comportarsi da vincitori e di instaurare assieme a Mosca una pace che escludesse l’espansione atlantica sino ai confini russi. Non fu ascoltato e la Nato s’allargò fino a promettere, nel 2008, l’ingresso di Ucraina e Georgia. Nessun leader russo può accettarlo, e Trump sembra prenderne atto. Non così gli Stati europei, tranne Ungheria e Slovacchia, e lo si può capire.

La sconfitta non solo di Zelensky, ma dell’intero Occidente è fenomenale, e gli europei sono paralizzati, avendo criminalizzato chiunque parlasse con Mosca. Di qui la continuazione degli aiuti all’Ucraina, caldeggiata dal Consiglio europeo e anche dalla Piazza per l’Europa del 15 marzo. Così c’è solo Trump a parlare con Putin. Nel suo Parlamento il Cancelliere Merz dichiara che la Russia minaccia la Germania e l’Europa e dunque urge un formidabile riarmo. L’attore Benigni racconta Ventotene con efficacia, in eurovisione, ma d’un tratto grida che “in Russia esistono fabbriche che sfornano milioni di fake news ogni giorno”. Su «Repubblica» lo scrittore Antonio Scurati lamenta la svanita combattività delle genti europee e constata che da questo punto di vista il nostro sviluppo postbellico “è stato un avanzare regressivo” (che c’entra con Ventotene?). Nel Parlamento solo 5 Stelle e Sinistra Avs si oppongono a invii di armi e chiedono negoziati. Sabato in piazza sventolavano bandiere ucraine e georgiane, non palestinesi. Quelle palestinesi sventolavano in un’altra piazza romana. Tre giorni dopo Netanyahu ricominciava lo sterminio a Gaza con le armi Usa e nostre.

Passiamo al secondo elemento: la rivoluzione che nel Manifesto fa nascere la Federazione. Meloni cita passaggi sconfessati da Spinelli fin dal 1943 e ignora i brani in cui si spiega che vuol dire Europa socialista: “La rivoluzione europea […] dovrà essere socialista, proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione di condizioni più umane di vita”. O passaggi tuttora invisi a destra sul reddito minimo: “La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi non con le forme caritative, sempre avvilenti, e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori”.

Nel 1941 parlare di rivoluzione era d’obbligo: c’era il fascismo. Ma anche oggi le conseguenze logiche del Manifesto (Stato federale, Stato sociale per tutti, Casa Comune con la Russia, disarmo) implicherebbero una rivoluzione delle menti e della politica. Nessuno si sente di farla.

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Come salvare Kiev dopo la sconfitta

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 23 febbraio 2025

Prima di accusare Giuseppe Conte di tradimento dei valori occidentali, e di sottomissione a Trump e alle estreme destre, converrebbe analizzare l’andamento della guerra in Ucraina negli ultimi tre anni e chiedersi come mai l’illusione di una vittoria di Kiev sia durata così a lungo e apparentemente duri ancora.

Come mai non ci sia alcun ripensamento, nella Commissione UE e nel Parlamento europeo, sulla strategia di Zelensky e sull’efficacia del sostegno militare a Kiev. La prossima consegna di armi, scrive il «Financial Times», dovrebbe ammontare a 20 miliardi di dollari.

Non è solo Conte a dire che Trump e i suoi ministri smascherano un’illusione costata centinaia di migliaia di morti ucraini oltre che russi: l’illusione che Kiev potesse vincere la guerra, e che per vincerla bastasse bloccare ogni negoziato con Putin e addirittura vietarlo, come decretato da Zelensky il 4 ottobre 2022, otto mesi dopo l’invasione russa e sette dopo un accordo russo-ucraino silurato da Londra e Washington.

Smascherando illusioni e propaganda, Trump prende atto dell’unica cosa che conta: non la politica del più forte, come affermano tanti commentatori, ma la realtà ineluttabile dei rapporti di forza. Realtà dolorosa, ma meno dolorosa di una guerra che protraendosi metterebbe fine all’Ucraina. Trump agisce senza cultura diplomatica e alla stregua di un affarista senza scrupoli: come già a Gaza dove si è atteggiato a immobiliarista che spopola terre non sue immaginando di costruire alberghi sopra le ossa dei Palestinesi, oggi specula sulle rovine ucraine e reclama minerali preziosi in cambio degli aiuti sborsati dagli Usa. Ma al tempo stesso dice quel che nessuno osa neanche sussurrare: Mosca ha vinto questa guerra, e Kiev l’ha perduta. La resistenza ucraina non è vittoriosa perché l’Occidente pur spendendo miliardi non voleva che lo fosse.

Fingere che la realtà sia diversa, che non sia grottesco l’ennesimo pellegrinaggio di Ursula von der Leyen a Kiev, in sostegno di Zelensky, è pensiero magico allo stato puro, invenzione di ologrammi paralleli. I vertici dell’Ue fingono di rappresentare l’intera Unione e giungono sino a reinserire nella propria cabina di comando la Gran Bretagna che dall’Unione pareva uscita.

Riconoscere la sconfitta di Kiev e Zelensky non è sacrificare l’Ucraina. Trump sacrifica il patto bellicoso con Zelensky – nella tradizione statunitense molla spudoratamente l’alleato – ma salva quel che resta dello Stato ucraino prima che cessi di esistere del tutto (i Russi hanno riconquistato il 20, non il 100% del Paese).

Così come stanno le cose militarmente, l’indignazione dei principali governi europei contro la tregua di Trump non implica la pace giusta, ma l’estinzione dell’Ucraina. Questa è la verità dei fatti tenuta nascosta durante la presidenza Biden: una bolla che Trump ha bucato con inaudita violenza verbale. Non si capisce come mai l’establishment giornalistico e politico in Europa parli di valori occidentali violati, di resistenza ucraina tradita, di Occidente sotto ricatto e attacco russo. L’Europa si è sfasciata, la Germania che va oggi al voto è il secondo grande perdente di questa guerra dopo l’Ucraina, e la bugia secondo cui Mosca può aggredire l’Europa se vince in Ucraina è irreale e antistorica.

A ciò si aggiunga che non sono i francesi, né i tedeschi, né gli italiani, né gli inglesi, a morire sul fronte. È un’intera generazione di ucraini che è perduta. Anche questo viene occultato: i giovani ucraini da tempo disertano in massa il campo di battaglia. Fuggono come possono. Il sociologo ucraino Volodymyr Ishchenko narra di giovani ripetutamente “bussificati”, spediti senza formazione a morire: il termine fa riferimento ai minibus che con violenza prelevano per strada i riluttanti. “Ogni mese si registrano casi di coscritti forzati che nelle stazioni di mobilitazione vengono picchiati a morte”. Sono soprattutto i poveri a disertare, subire violenze e morire: non hanno soldi per corrompere le autorità e strappare l’esonero dal servizio militare. “In dicembre, inchieste giornalistiche hanno rivelato torture sistematiche ed estorsioni nei ranghi dell’esercito” (Peter Korotaev e Volodymyr Ishchenko, “Why is Ukraine struggling to mobilise its citizens to fight?”, Al Jazeera 23.1.2025).

Non meno occultata, perché incompatibile col pensiero magico: la destra estrema ucraina, i neonazisti che dal 2014 ispirano la guerra di Kiev contro i separatisti del Donbass. Si parla molto di neonazisti putiniani a Ovest. Di quelli ucraini non si parla più, eppure Zelensky è diventato il loro prigioniero. Anche il suo predecessore Porošenko lo era, quando nel 2012 declassò per legge la lingua russa e boicottò gli accordi di Minsk che garantivano autonomia al Donbass e ai russofoni. Preferì la guerra civile fra il 2014 e il 2022, prima del massiccio intervento dell’esercito russo. Di questa guerra si parla poco. Fu cruenta (più di 14 mila morti) e andrebbe anch’essa condannata. Cosa diremmo se Parigi bombardasse i separatisti della Corsica?

Anche se non parla da statista, Trump ha in mente soluzioni sensate: ritornare alla promessa fatta a Gorbacëv di non allargare la Nato fino alle porte russe; riammettere Mosca nel Gruppo degli Otto (oggi Gruppo dei Sette) come era usanza alla fine della guerra fredda, prima che Obama facilitasse lo spodestamento di un governo ucraino troppo filorusso e Mosca reagisse riprendendosi la Crimea. Trump annuncia infine che europei e non europei potranno garantire militarmente l’Ucraina, ma senza gli Stati Uniti.

La Nato sopravviverà forse per qualche tempo, ma è un meccanismo spezzato. Quanto agli europei, mentono sapendo di mentire. Dicono che spenderanno molto più per la difesa, ma che per custodire la tregua invieranno truppe in Ucraina a condizione che si impegnino pure gli Stati Uniti, cosa rifiutata appunto da Trump. Non potranno inoltre riarmarsi senza tagliare lo stato sociale, e anche questo è un freno.

L’unica cosa che gli europei potrebbero fare, ma non fanno, è concepire una politica estera che ricominci da zero: cioè da quando è finita la guerra fredda, e Gorbacëv propose un sistema di sicurezza comune (la “Casa comune europea”). Forse è troppo tardi: tanto grande è il fossato che si è aperto tra Europa e Russia. Tanto forte è ancora l’ideologia neoconservatrice, che sembra spegnersi a Washington (non si sa per quanto tempo) ma persiste immutata nelle élite europee. È neocon il Presidente Mattarella, quando paragona Putin a Hitler nel momento in cui si negozia una tregua. Quando mai la Russia ha assaltato Germania, Francia, Italia, Inghilterra?

Particolarmente rattristanti sono i partiti come il Pd, che si dicono di sinistra. Oggi si ritrovano a destra di Trump, a difendere un’Europa fortino e a dimenticare la distensione di Willy Brandt negli anni 60 del secolo scorso. Al posto della Ostpolitik si piangono oggi nebbiosi valori occidentali, euroatlantici. Si auspicano negoziati, ma senza mai ammettere la sconfitta di Kiev e la necessaria sua neutralità. Forse nel pensiero magico Trump passerà presto.

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Trump e il riarmo Ue contro la Russia

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 26 gennaio 2025

Ristabilire un ordine internazionale regolato, che eviti l’esplodere bellico dei nazionalismi, il ripetersi dei genocidi, il respingimento dei rifugiati, l’impunità della tortura: questo l’impegno che gli Stati europei e gli Stati Uniti presero dopo la Seconda guerra mondiale e il genocidio degli ebrei.

Nacque un reticolato di leggi internazionali (tra cui la Convenzione sul genocidio, la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, la Corte internazionale di giustizia, l’Organizzazione Mondiale della Sanità). Gli organismi erano emanazioni dell’Onu, cui era affidato il compito di scongiurare l’impotenza mostrata dalla Società delle Nazioni dopo il 1914-18, con l’avvento del nazifascismo.

Nacque subito dopo anche l’Unione Europea, per riconciliare i due nemici secolari che erano Francia e Germania. L’idea di una federazione europea si rafforzò durante l’ultimo conflitto, nei primi anni Quaranta, quando ancora Hitler occupava mezzo continente. Fraternizzare con la Germania liberata e frenare le guerre divenne obiettivo primario della Comunità europea.

Ora questo reticolato di leggi è a pezzi: Israele può sterminare e affamare decine di migliaia di palestinesi; Meloni può restituire alla Libia un famigerato torturatore di migranti, Najeem Almasri. Rischioso arrestarlo come chiede la Corte Penale Internazionale, visto che Italia e Ue pagano la Libia perché i torturatori blocchino le partenze dei richiedenti asilo.

Da quando si è allargata ai Paesi dell’Est l’Unione Europea ha cessato di essere unione, e questo ben prima che il presidente Trump minacciasse le sue economie, incoraggiasse ogni sorta di nuovo nazionalismo etnico, denunciasse l’eccesso di regole Ue soprattutto in tema ambientale e sociale, e la mettesse davanti alla drammatica scelta: o vassallaggio completo o dazi; o spese militari europee che salgano al 5% del Pil o uscita degli Usa dalla Nato; e chissà quale altro flagello. Dopo quattro anni, il nazionalismo neoliberista che generò la Brexit s’estende e s’impone, sotto guida statunitense.

Trump e Musk si scagliano contro l’Europa unita per sfaldarla e favorire le sue destre estreme (neonazisti compresi), ma la loro offensiva rompe quel che era già rotto. Trump è uno dei sintomi della sua disgregazione, come è stata un sintomo di frantumazione l’ottusità mentale europea sulla guerra russo-ucraina.

L’ingresso dei paesi dell’Est nell’Unione Europea ha reintrodotto nella costruzione comunitaria i tre veleni contro i quali una serie di Stati del continente si erano accomunati negli anni Cinquanta: l’intenso nazionalismo etnico; il disprezzo delle leggi internazionali; l’ostilità famelica, insaziabile, verso una Russia percepita accanitamente, a Est, come erede del dominio sovietico. L’edificio si è dislocato con l’adesione dei nazionalismi orientali anche perché l’Unione è un ibrido: in piccola parte è federale (Banca Centrale in primis), in gran parte è confederazione di Stati fintamente sovrani ma con diritto di veto, specie in politica estera e di difesa.

Questo spiega come mai, contrariamente a Trump che sembra volere una tregua in Ucraina, l’Europa insiste nel fornire armi a Kiev e nell’infliggere sanzioni a Mosca. Il congelamento alla coreana della guerra sarebbe la soluzione preferita di Washington ma Putin la respinge per motivi comprensibili (equivarrebbe a tener non congelato ma caldo il conflitto, nato per frenare ulteriori allargamenti della Nato a Est: le due Coree non hanno ancora stipulato un trattato di pace, a 71 anni dalla fine della guerra). Ma nemmeno il congelamento sembra accontentare gli Europei orientali, se si escludono i governi d’Ungheria e Slovacchia. Quel che cercano è un regolamento dei conti con la Russia, una sconfitta che sia per Mosca triste, solitaria e finale (da Osvaldo Soriano).

Tutte le istituzioni europee sono oggi egemonizzate dai Nordici appena entrati nella Nato e dagli Orientali (finlandesi, svedesi, polacchi e i tre Baltici). Lo confermano i fatti e i comportamenti. Subito dopo la fine dell’Urss, l’Unione negoziò l’allargamento fingendo d’ignorare la massima ingiustizia commessa negli Stati baltici: quella che colpì le forti minoranze russe (tra il 20 e il 30% delle popolazioni in Estonia e Lettonia, quasi il 10% in Lituania), che erano discriminate e penalizzate, dal punto di vista linguistico, culturale e politico, esattamente come accadde in Ucraina dopo l’indipendenza. Le condizioni presentate da Bruxelles non menzionavano specificamente le minoranze russe. Il culmine è stato raggiunto dall’Unione il 24 dicembre scorso: il nuovo Alto Commissario per la politica estera e la sicurezza è l’estone Kaja Kallas, nota in patria e fuori come esponente di una assodata linea russofobica. Non era meno bellicoso il predecessore Josep Borrell, ma Kallas è un’autentica provocazione lanciata da Bruxelles.

Detto questo, la differenza fra Trump e europei è in larga parte fittizia. In primo luogo, non risponde del tutto al vero che l’Ue voglia proseguire la guerra per procura in Ucraina mentre Trump sarebbe pronto ad ammettere la neutralità di Kiev e l’epocale sconfitta della Nato. Chiedere poi che gli europei della Nato alzino le spese militari fino al 5% del prodotto nazionale lordo vuol dire riarmare il vecchio continente e trasformare la Nato in un formidabile dispositivo di guerra: si giustifica solo se la Russia continua a rappresentare un nemico esistenziale degli Stati occidentali.

Andrebbe sfatato, dunque, il luogo comune che dipinge Trump come clandestinamente pacifico e l’Europa come guerrafondaia. Sono guerrafondai tutti e due, fino a prova del contrario. L’America del Nord non abbandona per ora l’aspirazione al predominio unilaterale del mondo, che ha caratterizzato le sue politiche da quando si è compiaciuta nel ruolo di vincitrice della Guerra fredda.

Passiamo infine alla minaccia di Trump di lasciare la Nato, che tanto impaurisce i governi europei di destra e sinistra, le istituzioni Ue, e soprattutto il fantasma residuale della Guerra fredda che è il Parlamento europeo. In realtà sarebbe una manna per i cittadini europei, se l’Alleanza atlantica finalmente si sciogliesse. Non ha più senso e ha costi proibitivi, dopo lo scioglimento nel 1991 del Patto di Varsavia che legava militarmente l’Europa orientale a Mosca. Lo stesso Stoltenberg, ex segretario generale dell’Alleanza atlantica, ha ammesso nel settembre 2023 che l’invasione russa non era immotivata: a provocarla non era stato l’espansionismo russo ma la promessa occidentale di accogliere Ucraina e Georgia nella Nato. Da quindici anni Mosca ripeteva che non avrebbe tollerato la presenza militare dell’Alleanza lungo i propri confini.

L’abbandono Usa della Nato sarebbe un evento frastornante ma lascerebbe libera l’Europa di determinare il proprio destino. Potrebbe scegliere la bellicosità della Kallas. Ma potrebbe anche sperimentare un comune sistema di sicurezza con la Russia, resuscitando la “Casa Comune Europea” proposta da Gorbacëv nel luglio 1989. A questo punto l’Europa diverrebbe sì una potenza: ma pacifica, capace di finanziare il proprio Stato sociale. È quello che le amministrazioni Usa, Trump compreso, temono di più.

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I censori dei social

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 10 gennaio 2025

Si sono subito levate grida di sdegno, martedì scorso nei media scritti e parlati, quando Mark Zuckerberg ha annunciato la fine, nello spazio Usa, della collaborazione di Meta con siti di fact checking esterni, incaricati di verificare i contenuti Facebook, Instagram e Thread (la verifica/censura resta per reati specifici).

La mossa è stata immediatamente bollata come omaggio servile al Presidente eletto Trump e a Elon Musk, che impossessandosi di Twitter e ribattezzandolo X ha eliminato i verificatori/censori terzi.
L’argomentazione di Zuckerberg in favore della libertà di espressione e contro le censure eccessive praticate nell’Unione europea andrebbe meditata con cura, e invece è giudicata eretica. Ecco “riaperta la porta alle bugie messe sistematicamente in circolazione (…) per compromettere il processo democratico”, si legge su «Repubblica»Ecco che “Mark s’inginocchia” davanti a Trump. Facebook e Instagram adotteranno il metodo delle community notes sperimentato con successo da Musk per X: saranno gli utenti, con una complessa procedura collaborativa, a aggiungere contestualizzazioni e precisazioni quando ritengono scorretto un post.

Gli utenti non sono i poveri imbecilli descritti da chi nella stampa scritta o parlata si ritiene maestro di pensiero, castigatore non criticabile, geneticamente veritiero. La diffamazione dei social si è fatta così enorme, a cominciare dai tempi del Covid, che prima o poi doveva venire qualcuno e chiedere: ma chi controlla i controllori? Che bisogno c’è di una Congregazione del Sant’Uffizio che concede imprimatur preventivi e davanti a cui occorre inginocchiarsi, con la scusa che gli utenti cadrebbero così facilmente in tentazione? Gli utenti sono appaiati agli elettori: se non votano come vogliamo noi, devono avere un baco nel cervello.
La battaglia dei verificatori contro la disinformazione ha i suoi siti internet, e i suoi sponsor e finanziatori. Bbc Verify, a esempio, ha rapporti stretti con l’Istituto di Studi Strategici della Nato e non solo verifica ma fa propaganda e censura. Chiunque critichi la politica occidentale sulla guerra in Ucraina o sullo sterminio perpetrato da Israele a Gaza diventa bersaglio delle campagne contro la disinformazione. I verificatori sono numerosi ovunque.

Una delle principali collaborazioni italiane di Meta è stato per anni Open, il sito di fact checking fondato da Enrico Mentana nel 2018. È stato anche il più controverso, nella guerra di Ucraina. È noto per aver più volte diramato false notizie diffuse dai fedeli di Zelensky e per aver demonizzato Putin, ignorando le preoccupazioni del Cremlino fin dai primi allargamenti a Est della Nato. Le Congregazioni di fact checking scoprono certo notizie false, ma ne producono anche in proprio, come quando accusano giornalisti indipendenti, professori universitari e intellettuali di essere di volta in volta filo-putiniani o antisemiti.
Si può supporre che non mancherà la consueta presa di posizione del Parlamento europeo, su queste vicende: per condannare l’allineamento di Zuckerberg a Musk e Trump, per sottolineare ancora una volta – come in varie risoluzioni sulla libertà dei media – il divario di qualità, correttezza, affidabilità che separerebbe il selvaticissimo e pericoloso mondo dei social dalla stampa scritta e parlata, dipinta come immacolato rifugio del giornalismo sano, adulto, controllato magari da proprietari perniciosi ma pur sempre superiore moralmente al nefasto social network.

Sono anni che tale divario viene denunciato, non sempre a sproposito. Ma andrebbe detto che la disinformazione non è nata con l’avvento dei social. La stampa scritta, e la radio e televisione, sono stati e sono tutt’ora i massimi divulgatori di notizie distorte e di omissioni, di autocensura e censura, specie in tempi di tensioni internazionali e di guerre.
Tanto per limitarci al secondo dopoguerra, basti ricordare la maniera in cui fu narrato e continua a esser narrato l’intervento nucleare statunitense a Nagasaki e Hiroshima – non come crimine contro l’umanità, ma come conclusione tecnicamente accelerata della guerra contro il Giappone. O la maniera in cui fu raccontata la guerra di Corea, fra il 1950 e il 1953 in piena era maccartista: come giusta lotta contro il comunismo nordcoreano e mondiale, e non come eccidio delle popolazioni civili (2,5 milioni di morti) e torture di nordcoreani nelle carceri del Sud.

Molti decenni dopo si seppe che il comandante in capo delle truppe occidentali, generale Douglas MacArthur, aveva ripetutamente chiesto al Presidente Truman l’uso dell’atomica in Corea del Nord (anche l’atomica nord-coreana ha una sua genealogia). Solo pochi si ersero allora contro un conflitto che aprì la strada a tutte le successive guerre fatte per cambiare regimi, e esportare democrazia e “valori occidentali”. Tra i rari protestatari ci furono artisti come Picasso e il regista Samuel Fuller, e giornalisti come Robert Miller, Wilfred Burchett e Alan Winnington. La guerra di Corea è tra le più dimenticate, non in Oriente ma di certo negli Stati Uniti e ai vertici dell’Onu, manomessa da Washington.
Dopo di allora tutte le guerre occidentali hanno visto la stampa mainstream, detta anche legacy media, allinearsi alla propaganda Usa e diffondere fake news a palate, anche se non mancarono – specie in Vietnam – reporter che tennero viva la memoria delle crudeltà e inanità cui assistettero. Sono tutte guerre perse dagli occidentali: in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Somalia, Yemen, ecc.

Oggi la situazione è diversa e peggiore. I grandi giornali e le principali reti Tv non hanno più soldi per pagare inviati di guerra come ai tempi del Vietnam. A ciò si aggiunga, non meno grave, l’impossibilità di raccogliere notizie su tutti gli Stati combattenti. Difficile sapere quel che si pensa e si dice in Russia sul conflitto in Ucraina e a Kursk, dopo l’oscuramento in Europa delle Tv russe. Impossibile scrivere reportage su Gaza perché l’ingresso dei giornalisti nella Striscia è proibito da Israele, che anche in questo caso viola il diritto internazionale. Ogni servizio Tv su Gaza e Cisgiordania dovrebbe ricordare il divieto, e ringraziare i giornalisti palestinesi e Al Jazeera per i loro reportage e per i pericoli mortali che corrono (più di 220 uccisi a Gaza). Se si vogliono notizie è solo ai social che ci si può rivolgere: in particolare a Telegram, per quanto riguarda sia l’Ucraina sia Gaza e Cisgiordania. E anche quando i media tradizionali hanno notizie più approfondite, meno rozze, c’è un muro che ostacola l’accesso online, un paywall: è il prezzo proibitivo dell’abbonamento annuale.
A questo punto si capisce come mai i media tradizionali siano i primi a esercitare pressioni perché resti in piedi, almeno in Europa e in Italia, il fact checking che Elon Musk e Mark Zuckerberg hanno abolito (tranne per specifici reati). Ne va della sopravvivenza dell’establishment giornalistico, e del suo bisogno di proteggersi dalla marea spesso indistinta, ma gratuita, dei social.

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Errata corrige
La frase “Una delle principali collaborazioni italiane di Meta è stato per anni Open, il sito di fact checking fondato da Enrico Mentana nel 2018” è inesatta, e deve essere così corretta: “Una delle principali collaborazioni italiane di Meta è stato per anni Open, il sito giornalistico fondato da Enrico Mentana nel 2018, con la sua sezione fact checking”.

Il sonno ipnotico della sinistra

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 3 dicembre 2024

Invece di brancolare costantemente nella nebbia, e negare che nel Parlamento europeo si esprimono e votano assieme alle destre di Meloni su questioni cruciali come la nuova Commissione, e anche la pace e la guerra, il Partito democratico ed Elly Schlein potrebbero sospendere almeno per un po’ l’abitudine di proclamare una cosa per farne un’altra e provare a dire quel che pensano dell’Europa e se magari hanno qualche idea su come cambiarla.

Se sono d’accordo oppure no con i piani di pace o di tregua che prevedono la neutralità dell’Ucraina e la cessione di territori russofoni a Mosca. Se sono favorevoli o contrari a iniziative europee autonome nei rapporti con Mosca (gli abboccamenti tentati dall’ungherese Orbán e dal tedesco Scholz sono stati bocciati dagli eurodeputati Pd, non si sa perché).

Deve anche dire, il Pd, se ha capito oppure no che l’ambizione di entrare nell’Unione europea è drasticamente diminuita nei paesi che confinano con la Russia (Georgia e in buona parte Moldavia), e che l’esito di un’elezione non diventa automaticamente illegittimo se la maggioranza degli elettori non vota come vorrebbero l’Ue, la Nato e Washington. L’adesione all’Unione europea suscita ben più sospetti di vent’anni fa, e una parte consistente di elettori georgiani e anche moldavi guardano spaventati il cumulo di morti in Ucraina e sentono che chi entra oggi in Europa aderisce per forza alle strategie belliche della Nato e di Washington. Aderisce alla nuova guerra fredda e alla corsa al riarmo che Usa, Nato e Ue vogliono, incoraggiano e pagano. Non stupisce che nelle risoluzioni dell’Europarlamento compaiano sempre più spesso termini come Comunità euro-atlantica e Ordine internazionale basato sulle regole (le regole sono statunitensi).

Per la verità i Democratici hanno già fornito una risposta a questi interrogativi, anche se regolarmente la dissimulano. Da quando è iniziata l’aggressione di Putin – dopo otto anni di guerra civile nel Donbass russofono e in parte russofilo – i deputati europei hanno votato più di 30 risoluzioni intese a finanziare una guerra inasprita ed estesa alla Russia e sempre il Pd si è allineato, con Letta e Schlein. Si può dunque presumere che la scelta decisiva sia stata fatta: in favore di una guerra sempre meno fredda con Mosca e di un’Unione che finge di integrarsi più efficacemente divenendo avamposto armato della Nato.

Torna perfino in auge Draghi, incensato dagli europarlamentari Pd con lo stesso vuoto entusiasmo esibito da Enrico Letta nelle ultime elezioni politiche. Stavolta l’Agenda Draghi n. 2 prescrive un comune indebitamento europeo come quello ottenuto da Conte dopo il Covid: non per salvare lo Stato sociale, non per far fronte al collasso climatico del pianeta, ma per finanziare l’Europa della Difesa – nuovo gioiello – e prepararsi a guerre ritenute incombenti oltre che ineluttabili.

Sarebbe un passo avanti se il Pd ammettesse queste verità, invece di ingarbugliarsi e assicurare che non cederà mai alle destre meloniane che sono ormai parte della maggioranza europarlamentare. “Nessun cedimento”, assicura Nicola Zingaretti, eurodeputato che il 28 agosto aveva annunciato: “La destra in Europa non conta perché non esiste!”. E Schlein, non meno sconclusionata: “Non cediamo di un millimetro”.

Sembrano le frasi fatte che vengono inculcate durante il sonno nello Splendido Mondo Nuovo di Huxley, con tecniche ipnotiche che fin dall’embrione bloccano ogni sorta di risveglio mentale durante il giorno, e allenano al pensiero positivo in qualunque circostanza. Frasi che non dicono nulla di fattuale, ripetute più volte a pappagallo.

La frase fatta che ricorre con più frequenza è “Siamo Responsabili”, e sempre vuol dire: ci va bene il perenne status quo, e ci comprometteremo sull’essenziale (pace/guerra, economia dell’austerità, ecc.). C’è voluto Conte e la sua denuncia del “grave errore politico” commesso mercoledì scorso dai Democratici (“Votare la Commissione Von der Leyen non è stato un infortunio”) perché i dirigenti Pd si svegliassero un attimo dall’ecolalia e capissero che come minimo dovevano spiegare il voto in favore della Commissione allargata a destra, avendo inveito per settimane contro tale prospettiva.

L’ecolalia è la ripetizione inebetita di frasi pronunciate e imposte da altri, ed è questa l’abitudine contratta dalla sinistra in Italia e in gran parte d’Europa da circa trent’anni. Oggi Schlein ricomincia a parlare di diseguaglianze sociali, di Stato sociale, di battaglie sindacali, di transizione ecologica, ma da Bruxelles gli eurodeputati Pd l’impallinano (tranne gli indipendenti Tarquinio e Strada) e comunque la segretaria non può garantire alcunché visto che con il suo consenso le principali spese andranno a difesa e armi. Si parla di transizione verde, ma come salvare la Terra se le guerre in corso e quelle pronosticate impediscono ogni negoziato e accordo tra i primi paesi inquinatori (Usa, Russia, Cina, India, Ue). E difesa da chi? Dalla Russia? Dalla Cina? Perché? Per sempre?

La sinistra naufraga in realtà da quando crollò il comunismo, e prima ancora da quando, nel 1979 e 1981, fu travolta dalla possente onda neo-liberista e antistatalista di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Si pensò che il socialismo non sarebbe precipitato assieme al comunismo, dopo l’89, invece è accaduto proprio questo, dato che tante loro idee erano comuni. La sinistra venuta dopo fu una finzione, per non dire una frode. Si presentò come molto “responsabile”, pronta a riarmare l’Europa e a trasformarla in “comunità euro-atlantica”, contro le volontà di gran parte dei cittadini e gli interessi del continente. La lista dei trasformatori è lunga: Blair, Hollande, Macron, Veltroni, Renzi, Gentiloni+Minniti, Letta, e Starmer dopo la decapitazione politica di Jeremy Corbyn, oggi deputato indipendente).

Molti sostengono, specie in Francia, che la sinistra dovrebbe diventare socialdemocratica per essere del tutto accettabile (accettabile da chi?). Ma la socialdemocrazia del dopoguerra è stata ben altro, almeno in Germania. Essere socialdemocratici voleva dire, negli anni 50 e durante la Distensione negli anni 60, costruire una sicurezza europea assieme all’Urss, come propose poi Gorbaciov nell’89. Queste le convinzioni di Willy Brandt ed Egon Bahr, contrari alla guerra fredda e ai riarmi Nato.

La socialdemocrazia di allora considerò “serie”, “da valutare”, le Note di Stalin del marzo 1952, che offrivano la riunificazione delle due Germanie in cambio della neutralità tedesca e della non adesione alla Nato. Oggi si potrebbero cercare soluzioni analoghe per l’Ucraina, tanto più che Putin non è Stalin e la Russia non è l’Urss. Ma a differenza di allora, la vera socialdemocrazia non c’è. Ci sono frammenti di partiti progressisti, che potrebbero aiutare il Pd a svegliarsi dalle sonnolente frasi fatte in cui è immerso. Un po’ di pensiero woke non ci sta male, e per questo forse i neoconservatori hanno in odio tutto quel che dipingono come woke, e è solo “risveglio”.

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Le due facce di Trump in Ucraina e a Gaza

di domenica, Novembre 10, 2024 0 , , , , Permalink

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 10 novembre 2024

È probabile che Trump Presidente non voglia iniziare nuove guerre, e che quelle cominciate voglia finirle. Almeno così dice. Allo stesso tempo non vorrebbe entrare nella storia come perdente: cosa accaduta a Biden quando lasciò l’Afghanistan dopo gli accordi che il predecessore stipulò con i Talebani. Trump lasciò a Biden il lavoro caotico della ritirata.

Lo stesso si può dire per la guerra russa in Ucraina che Biden e l’inglese Boris Johnson hanno voluto durasse fino ad oggi – anziché concluderla con un trattato già pronto poche settimane dopo l’invasione – e che è ancora una guerra indiretta Stati Uniti-Russia. Trump vorrebbe finirla o almeno congelarla perché attribuisce una razionalità alla potenza russa e perché ritiene che gli Stati Uniti abbiano fornito troppi miliardi e armi a Zelensky.

L’ingresso di Kiev nella Nato lo considera un impaccio, visto che l’Alleanza comunque lo infastidisce, specie se entra in gioco il famoso articolo 5: Trump vuole intervenire quando e dove e per i motivi che decide lui. Non lascerà decidere a una tecnocrazia (Nato o Onu che sia) quel che è legale o non lo è. Quand’era Presidente, Trump ha sanzionato la Russia e super-armato l’Ucraina. Potrebbe ora auspicare la sua neutralità, ma non è detto. L’isolazionismo con gli alti dazi è sicuro in economia. Il resto è imprevedibile.

Lo scenario muta radicalmente, per il momento, quando dall’Ucraina si passa a Israele. Anche qui Trump vuole che le guerre finiscano, per via dello spazio che occupano nei media e nelle università. Ma intende adoperarsi perché Netanyahu raggiunga quel che si è prefisso: una guerra di riconquista delle terre bibliche, una Grande Israele senza più palestinesi se non schiavizzati.
Questo intende il nuovo Presidente quando invita Netanyahu a “finire la bisogna” (finish the job) sia in Palestina (Gaza e Cisgiordania), sia in Libano, sia soprattutto contro Iran e alleati in Yemen, Iraq, Siria. Nei mesi scorsi ha criticato Biden per aver “troppo frenato Netanyahu” (in realtà il freno era finto) e per questo il Premier israeliano ha glorificato la vittoria di Trump, cui sono andate le sovvenzioni più copiose delle lobby israeliane in Usa. Riassumendo: mentre lo Stato israeliano sta inghiottendo impunemente l’intera Palestina, Trump vuole accattivarsi gli Stati petroliferi sunniti e abbattere il secolare nemico iraniano e i suoi seguaci in Medio Oriente.

Qui conviene fare un salto indietro nel tempo, se si vuol capire la genesi delle due guerre in Ucraina e Medio Oriente. In ambedue i casi siamo alle prese con potenze nucleari (Usa, Russia, Israele dotata di oltre 100 testate) e sia Trump sia il consigliere Elon Musk rispettano solo gli Stati atomici detti “santuari”.
Secondo molti studiosi statunitensi, come Branko Marcetic, Michael Galant o Mehdi Hasan di origine araba, l’eccidio del 7 ottobre 2023 – quando Hamas abbatté la recinzione di Gaza e uccise in Israele 1.139 persone (di cui 695 civili) catturandone circa 250 – non è affatto un’ora zero della storia, un secondo genocidio che annulla gli anni in cui gli indigeni arabi furono scacciati o soggiogati, ma è la conseguenza, atroce e forse non più evitabile, di oltre mezzo secolo di umiliazioni ed espulsioni anti-palestinesi, accentuate in particolare dalla prima presidenza Trump.

Fu Trump nel 2018 a smettere le sovvenzioni Usa all’Agenzia Onu per l’assistenza dei rifugiati palestinesi UNWRA, su spinta di Netanyahu. Nello stesso anno uscì dall’accordo sul nucleare con l’Iran, aumentò gli assassinii con i droni (del generale iraniano Qasem Soleimani e dell’iracheno al-Muhandis nel 2020) e intensificò il contributo, iniziato da Obama, alla guerra saudita in Yemen. Fu il suo ministro degli Esteri Pompeo a giudicare “perfettamente in linea col diritto internazionale” le colonie in Cisgiordania, nel 2019, e fu ancora Trump, sempre nel 2019, a riconoscere la sovranità israeliana sulle alture occupate del Golan ai confini con la Siria, suscitando l’ira degli abitanti drusi. Una delle colonie porta il nome di “Trump Heights”.
Infine, fu lui a spostare l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo di fatto la sovranità israeliana sull’intera città, compresa Gerusalemme Est occupata. Fu lui ad architettare gli accordi di Abramo tra Israele, Emirati e Bahrein nel 2020. Obiettivo: il depotenziamento dell’Iran e della questione palestinese, e l’estensione della sovranità israeliana sul 30% della Cisgiordania.

È a partire dalla prima presidenza Trump che i Palestinesi, scoraggiati come mai, rappresentati ormai efficacemente solo da Hamas e Jihad, sono stati sopraffatti da collera e disperazione, smettendo di credere nella soluzione dei due Stati che l’Occidente infruttuosamente continua a declamare. Si è così giunti al culmine efferato della protesta: l’evasione dal recinto di Gaza e l’assalto del 7 ottobre, simile per alcuni versi alla nemesi dell’11 settembre 2001 o all’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022: invasione che ha alle spalle anch’essa una storia lunga, visto che dal 2008 Mosca ha ripetutamente definito un pericolo esistenziale l’allargamento Nato a Ucraina e Georgia, ai propri confini.
Ma se Trump ha avuto più voti musulmani di Kamala Harris, se molti voti arabi sono andati all’ecologista Jill Stein, che denuncia la “colonizzazione e il genocidio dei Palestinesi”, è perché il cosiddetto campo progressista è vuoto. L’enorme errore di Kamala Harris, dopo quasi tre anni di guerra per procura in Ucraina e dopo uno sterminio già in parte compiuto a Gaza e ora in Libano, è stato di restare aggrappata alla presidenza Biden, senza accennare la minima rottura (“non c’è una sola politica di Biden che io disapprovi”), e di spostare a destra il proprio partito, vietando ai protestatari filopalestinesi di prender la parola alla Convenzione democratica e blandendo i responsabili di aggressioni e torture in Afghanistan e Iraq (famiglia Cheney).

Lo studioso Norman Solomon paragona Harris a Hubert Humphrey, vicepresidente di Lyndon Johnson, che quando si candidò alla Casa Bianca nel 1968 non ebbe il fegato di staccarsi da Johnson e dalla sua guerra in Vietnam. Perse rovinosamente contro Nixon.
Così Kamala Harris. Pensava di vincere demonizzando Trump e difendendo i diritti delle donne all’aborto, e la maggioranza delle donne bianche ha scelto Trump: l’economia era per loro prioritaria. Pensava di convincere gli ispanici: se li è presi Trump. Inoltre per colpa di Biden aveva poco tempo: poco più di tre mesi di campagna.
Ora i giornali dominanti se la prendono con Harris. L’accusano di aderire alla cultura woke, custode delle minoranze e della loro inclusione. Si ripropone l’annosa polemica delle destre contro il ’68. Forse in passato Harris difese le minoranze – in patria e fuori – proprio come le aveva difese Humphrey. Ma il potere e i soldi dei donatori l’hanno prima stravolta, poi affossata. L’hanno talmente accecata che in agosto definì se stessa e il vice Tim Walz due invincibili “guerrieri gioiosi” (joyful warriors).

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Perché oggi l’atomica è di nuovo possibile

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 26 settembre 2024

Si sente spesso dire, da politici e commentatori, che gli europei non sono quelli d’un tempo: hanno paura della guerra, non sanno più farla. Anche quando combattono per procura, lasciando che siano gli ucraini a morire per i cosiddetti Valori Occidentali, son pronti a vendere le armi ma non la pelle.

Degli Stati Uniti si dicono cose analoghe, anche se Washington ha uno scopo specifico: fingere un’egemonia planetaria peraltro già perduta. All’Europa apatica e invertebrata mancherebbe il coraggio: quello che ti spinge entusiasticamente al fronte e all’economia di guerra per difendere una Causa.

Queste lamentazioni apparentemente vorrebbero risvegliare, smuovere, ma sono in realtà prive di senso. Il motivo per cui la guerra e gli stermini sono visti più volentieri in Tv che guerreggiati in prima persona – ma comunque visti volentieri e caldeggiati – nasce non dalla paura di essere coinvolti e sacrificare soldati, ma da una mancanza spettacolare di paura.

Le guerre del 900 sono ricordate, non senza timori, ma stranamente c’è una guerra che non sembra suscitare autentica e durevole paura nei politici: il conflitto nucleare, scatenato magari dall’uso russo di atomiche tattiche nel teatro di guerra ucraino e seguito non improbabilmente da uno scontro nucleare tra Russia-Occidente. Per quanto riguarda le guerre dello Stato israeliano (Gaza, Libano, Cisgiordania, Siria, Yemen, in prospettiva Iran) quel che viene occultato, più che dimenticato, è il potenziale atomico di cui Israele dispone dagli anni 60: oggi tra 100 e 200 testate.

C’è da domandarsi se questo grande lamento dei politici nasca da una memoria sepolta ad arte di quel che fu il bombardamento del Giappone nel 1945, prima a Hiroshima poi a Nagasaki, nonostante Tokyo fosse già pronta alla resa. A deciderlo fu il presidente Harry Truman. Poi durante la Guerra di Corea (1950-53) l’uso dell’atomica fu nuovamente contemplato dal generale Douglas MacArthur. Il comandante delle truppe nella zona di guerra supplicò Truman di colpire Corea del Nord e Cina con 34 bombe nucleari. Per fortuna fu licenziato.

Già in Corea dunque l’atomica era banalizzata. In Europa si moltiplicavano i movimenti anti-nucleari ma l’esperienza di Hiroshima e Nagasaki finì nel dimenticatoio. Fu certamente un crimine contro l’umanità se non un genocidio, ma molti esperti e politici continuano a dire che la guerra con il suo strascico di morte sarebbe durata per anni, se non fosse stata provvidenzialmente interrotta da “Little Boy” e “Fat Man”, i due nomi scherzosi dati alle ogive. Negli anni successivi il governo giapponese preferì nascondere il fatto che Tokyo prima di agosto era disposta alla resa, e che le atomiche furono sganciate per mandare un segnale all’Unione Sovietica, in vista delle imminenti spartizioni d’Europa.

Uno dei motivi per cui la banalizzazione e gli occultamenti sono stati possibili e accettati dai vincitori del ’45, secondo lo storico di diritto internazionale Richard Falk, è la “sbalorditiva coincidenza”, nel dopoguerra, di due eventi cruciali: la decisione dei vincitori di convocare il tribunale di Norimberga contro i crimini nazisti, l’8 agosto 1945, e i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki due giorni prima e uno dopo, il 6 e 9 agosto dello stesso anno.

Non solo il Tribunale adottò una giustizia dei vincitori, mettendo appropriatamente sotto accusa la Germania di Hitler, ma sorvolando sui crimini di guerra degli alleati (distruzione totale e indiscriminata di Dresda e di molte città tedesche, lucidamente descritta da Winfried Sebald in “Storia naturale della distruzione”). Ancor più gravemente, il Tribunale fu muto sulle atomiche impiegate in Giappone.

Il misfatto dei vincitori occidentali – responsabile Usa in testa – perdura nonostante le ripetute commemorazioni, e le due bombe non ricevono la denominazione che meritano: un delitto condannabile accanto a quelli nazisti. A tutt’oggi gli Stati Uniti non sono chiamati a rendere conto, e come minimo a scusarsi, di quello che fu un inequivocabile crimine contro l’umanità: né militarmente giustificato, né legale, né legittimo. Gli uccisi dalle due esplosioni a Hiroshima e Nagasaki furono 214.000, i feriti 150.000. Negli anni successivi migliaia di sopravvissuti morirono o s’ammalarono di cancro, leucemia e altri effetti delle radiazioni.

Scrive ancora Richard Falk, a proposito dell’impunità di cui godettero, e godono ancora, le amministrazioni Usa: “Non si tratta solo di insensibilità. Si tratta di intorpidimento morale, che predispone gli attori politici – siano essi Stati, imperi o leader – ad abbracciare crimini passati e a commettere futuri crimini” («Counterpunch», 12.8.2022). Rivelatore il titolo del film di Stanley Kubrick, nel 1964: Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba. La bomba atomica si abbraccia, si ama. Così si trasforma in impiegabile mezzo di guerra.

La guerra di Israele in Medio Oriente e tra Nato e Russia in Ucraina, più quella che si prospetta con Pechino su Taiwan e sul Mar cinese meridionale, può sfociare in conflagrazione nucleare. Alla luce di questa possibilità, è dissennato svilire e denunciare la paura che pervade parte delle popolazioni. Dopo Hiroshima e Nagasaki, e da quando Israele e altri Stati si sono dotati dell’atomica, la natura della guerra è inevitabilmente cambiata. Anche il pianeta, barcollante com’è, non sopporterebbe simili disastri. Ripetere che in Ucraina l’Occidente “non sa più fare le guerre” è da scriteriati. Washington ne pare più consapevole dell’Unione europea.

Nel 1979 il filosofo Hans Jonas disse, nel libro Il principio responsabilità, che esiste un’euristica della paura, che impone di cercare e conoscere meglio noi stessi grazie alle energie racchiuse nei nostri spaventi, se si ha a cuore il futuro della terra. Esiste la possibilità di correggere politiche e comportamenti, scrisse, se non ci si affida a visioni salvifiche (esportazioni del comunismo, della democrazia) ma a visioni di possibili catastrofi.

Fa parte di questa euristica (ricerca, scoperta), la consapevolezza che le guerre in corso non solo si potevano evitare ma possono essere fermate, e che a questo scopo le parole di condanna non bastano, specie se provenienti dall’Onu e dai suoi veti. Può invece bastare l’interruzione totale dell’invio di armi sia a Israele, sia a un’Ucraina che non può vincere e per salvarsi dovrà trattare subito. La condizione è smettere la complicità dei governi con le industrie di produzione e commercio di armi, interessatissime a proseguire le guerre. Secondo il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) i primi tre fornitori di armi a Israele sono Usa, Germania e Italia. Quando se ne comincerà a parlare in Italia?

Ecco perché è davvero una controverità continuare a ignorare o insultare le paure dei cittadini, e a immaginare un’Europa bellicosa come nei “bei tempi passati”. È il coraggio della pace che ci vuole, ma unito alla volontà di prender sul serio la paura dell’atomica.

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