L’emergenza rifugiati che emargina il Parlamento

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di Relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “sulla ricollocazione di richiedenti asilo da Grecia e Italia verso il resto dell’Unione Europea”, nel corso della Sessione Plenaria del Parlamento europeo. Strasburgo, 14 settembre 2016.

La Risoluzione è stata votata dal Parlamento europeo il 15 settembre 2016.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, condivido la relazione di Ska Keller sulla proposta della Commissione.

Vorrei tuttavia richiamare l’attenzione sulla base giuridica della proposta. Non è la prima volta che la Commissione tende a escludere il Parlamento, adducendo come pretesto l’emergenza legata a improvvisi afflussi di rifugiati; l’altro esempio è l’accordo con la Turchia. Da tempo però gli afflussi non sono improvvisi, sicché non c’è motivo alcuno per cui il Parlamento non sia coinvolto a pieno titolo come co-legislatore.

Invito dunque a considerare il mio emendamento. Esso evidenzia come la base giuridica della proposta – articolo 78, paragrafo 3, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea – vada sostituita dall’articolo 78, paragrafo 2, che coinvolge il Parlamento a pieno titolo. Mi sembra un buon metodo per mettere fine al poco democratico stato di emergenza in tema di rifugiati.

Intervento in plenaria sulla Polonia

di martedì, Settembre 13, 2016 0 , Permalink

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di Relatore per il Gruppo GUE/NGL della Risoluzione “sui recenti sviluppi in Polonia e loro impatto sui diritti fondamentali sanciti dalla Carta da dei diritti fondamentali dell’Unione europea”, nel corso della Sessione Plenaria del Parlamento europeo. Strasburgo, 13 settembre 2016.

La Risoluzione sarà votata dal Parlamento europeo il 14 settembre 2016.

Non è la prima volta che l’Unione richiama all’ordine i suoi Stati, quando la rule of law è in pericolo. È già successo con l’Ungheria. Successe nel 2004 con l’Italia. Oggi ci pronunciamo – di nuovo – sulla democrazia costituzionale in Polonia. Parlo di democrazia costituzionale e non di democrazia, perché non basta ottenere la maggioranza alle urne per evitare regressioni. In Polonia tali involuzioni si moltiplicano: la Corte costituzionale non è messa in grado di esercitare a pieno la propria indipendenza, nuove leggi sui media e l’antiterrorismo riducono il pluralismo e la protezione dati.

Il mio gruppo sosterrà la proposta di risoluzione comune, ma presenterà emendamenti: critichiamo in particolare alcune posizioni governative offensive dell’Islam e – con i Verdi – una proposta di legge sull’aborto presentata al Sejm e appoggiata dal governo: già difficilissima, l’interruzione di gravidanza rischia di esser vietata perfino in presenza di stupri o malformazioni gravi del feto.

È stato detto che non abbiamo il diritto di immischiarci negli affari interni dei Paesi membri, ma a me pare che non stiamo interferendo. Stiamo ricordando che esistono norme che ciascuno ha sottoscritto firmando i Trattati, e che sono nostra legge comune.

I governanti d’Ungheria e Polonia hanno annunciato giorni fa una “contro-rivoluzione culturale”: che esalti la Cristianità come unica radice d’Europa, le immaginarie identità etniche degli Stati, le loro sovranità semi assolute. Tanto più importante è replicare con questa risoluzione: per dire cos’è che ci fa stare insieme in Europa. Se solo il mercato, o anche la rule of law e la democrazia costituzionale: riconquistate ambedue dopo le dittature del Novecento.

Risoluzione sulle violazioni dello Stato di diritto in Polonia

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Riunione del Gruppo GUE/NGL – Bruxelles, 9 settembre 2016

Punto in Agenda:

  • Situazione in Polonia

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatrice, per il Gruppo GUE/NGL, della Risoluzione “sui recenti sviluppi in Polonia e loro impatto sui diritti fondamentali sanciti dalla Carta da dei diritti fondamentali dell’Unione europea” che sarà discussa e votata nel corso della Sessione Plenaria di settembre (Strasburgo, 12-15 settembre 2016)

La prossima settimana, nella sessione plenaria di Strasburgo, si discuterà nuovamente della situazione della rule of law e del rispetto dei diritti umani in Polonia, e si voterà su una risoluzione. Come ricorderete, nell’ultima plenaria la questione fu “congelata” in attesa di conoscere gli sviluppi del dialogo avviato dalla Commissione con il governo polacco, nell’ambito del rule of law Framework, ossia del meccanismo predisposto dalla Commissione che ha come scopo quello di far fronte a eventuali minacce allo Stato di diritto che si verifichino all’interno di uno degli Stati Membri.

Dopo una prima Opinione della Commissione datata 1°giugno 2016, purtroppo mai ufficialmente pubblicata, tali sviluppi ci sono in effetti stati: sia nelle posizioni della Commissione, sia in Polonia.

Sviluppi nell’Unione: il 27 luglio la Commissione ha adottato una Raccomandazione – si tratta della seconda fase del meccanismo adottato nel 2014 – in cui si riconosce esplicitamente l’esistenza di una minaccia sistemica della rule of law, aprendo con ciò le porte a un ricorso all’articolo 7 del Trattato (TUE).

Sviluppi in Polonia: si è assistito negli ultimi mesi alla formale adozione di provvedimenti legislativi di dubbia compatibilità con la tutela dei diritti umani, che si aggiungono a quelli dell’anno in corso. Tra questi ultimi ricordo gli emendamenti alla legge sul Tribunale costituzionale, invalidati dallo stesso Tribunale e oggetto di specifico Parere negativo da parte della Commissione di Venezia; il Police Act, anch’esso oggetto di Parere della Commissione di Venezia che ne ha evidenziato le carenze in termini di protezione dei dati personali e dei diritti alla privacy; o ancora la legge sui media, che mina l’indipendenza dell’informazione e accentua il controllo governativo su di essa.

Per quanto concerne gli ultimi sviluppi, il 22 giugno il Presidente della Repubblica polacco ha firmato una legge anti-terrorismo che consente un controllo indiscriminato nei confronti degli stranieri e, più in generale, un’ingerenza massiccia nei diritti alla privacy e restrizioni alla libertà di riunione. Il 22 luglio è stata emanata una nuova legge sul Tribunale costituzionale che, pur risolvendo alcune questioni sollevate dalla Commissione di Venezia, mantiene forti profili di incostituzionalità, come sancito dallo stesso Tribunale costituzionale con sentenza dell’11 agosto e riconosciuto dalla Commissione europea nella propria Raccomandazione.

A ciò si aggiunga la questione dell’aborto. Si tratta di una proposta legislativa cittadina che è stata depositata in Parlamento, ed è fortemente approvata dal governo. La proposta contiene un divieto praticamente totale dell’interruzione di gravidanza, e sostituisce con straordinaria brutalità l’attuale legge sull’aborto, che è già tra le più restrittive esistenti nell’Unione. Quel che si chiede è che l’aborto sia vietato anche in caso di stupro, di malformazione grave del feto, e perfino se la vita della donna è in pericolo (anche se in questo caso il procuratore deve esprimersi sulla liceità dell’interruzione di gravidanza).

Contemporaneamente si assiste a una crescente chiusura delle frontiere, in linea con altri Paesi dell’Unione, e all’adozione di pratiche illegali che negano l’ingresso a richiedenti protezione internazionale, come denunciato da organizzazioni della società civile tra cui la Helsinki Foundation for Human Rights. Cito quanto affermato dal Ministro degli Interni Mariusz Blaszczak in un’intervista a TVN24. A suo parere, il multiculturalismo, la “correttezza politica” e la migrazione di massa sono responsabili degli attacchi terroristici in Europa, e l’Unione sarebbe più sicura con meno Musulmani: primo perché questi ultimi sono “incapaci di integrarsi nelle società europee”; secondo perché “la base dei valori e della cultura europei è la Cristianità”, e spazio per l’Islam non c’è.

A peggiorare il quadro vi è la totale paralisi dell’azione del Tribunale costituzionale polacco dovuta alla decisione delle autorità di non procedere alla pubblicazione delle sue sentenze, e perciò a renderle pienamente effettive. Decisione che rende impossibile il lavoro di revisione della costituzionalità dei provvedimenti sopra descritti e, quindi, dell’osservanza stessa dei diritti fondamentali.

Ritengo che il Parlamento europeo abbia il dovere di pronunciarsi ed esprimere una condanna di questa situazione. Non si tratta di ingerenza in affari interni di uno Stato Membro ma del puro e semplice riconoscimento che vi sono questioni imprescindibili che non ammettono deroghe. La tutela dei diritti fondamentali ne rappresenta il culmine. Penso sia importante che la sinistra, in primis, ponga al centro dell’attenzione tale questione, nell’ottica dello sviluppo di un modello diverso di Europa e di integrazione europea che si fondi innanzitutto sul rispetto del diritto e dei diritti fondamentali e che metta al centro della propria azione strumenti differenti: non il Fiscal Compact o il Meccanismo Europeo di Stabilità, ma la Carta dei Diritti Fondamentali e la Carta Sociale Europea.

Per queste ragioni, consiglierò di votare in favore della Mozione Comune di Risoluzione presentata dai Gruppi S&D-PPE e ALDE. Si tratta di un testo che non contiene parti negative, anche se punti per noi essenziali non vengono inclusi (aborto e migrazione). Su questi punti ho presentato in nome del nostro gruppo emendamenti specifici. Li cito di nuovo: il tema dell’aborto, la discriminazione verso le persone LGBTI, la chiusura e discriminazione verso migranti e rifugiati – soprattutto musulmani – e infine il riferimento al deterioramento della rule of law anche in altri Stati membri, al fine di evitare un doppio standard di valutazione che rischia di avvantaggiare i gruppi politici più forti nel Parlamento (mi riferisco alla differenza tra i governanti ungheresi rappresentati dal PPE e quelli polacchi rappresentati dall’ECR, gruppo assai meno influente politicamente).

Le devastazioni del Brexit

Strasburgo, 5 luglio 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo. 

Punto in agenda: Discussione Prioritaria – Conclusioni del Consiglio europeo del 28 e 29 giungo 2016

Dichiarazioni del Consiglio europeo e della Commissione.

Presenti al dibattito:

Donald Tusk – Presidente del Consiglio Europeo

Jean-Claude Juncker – Presidente della Commissione Europea

 

Il Brexit potrebbe essere più devastante per noi che per il Regno Unito. C’è xenofobia nel voto inglese, ma c’è dell’altro: e se fingiamo di ignorarlo, la xenofobia si impadronirà dell’Europa. La nemesi del Brexit non cade dal cielo: prima venne il disprezzo con cui l’Unione seppellì il referendum greco anti-austerità. Avevamo un anno per riconoscere che era una vittoria di Pirro. Un anno sprecato. Ora che ci inventeremo? Delegare più sovranità? I Paesi restanti non l’accetteranno. Colpevolizzare il suffragio universale? Ci punirà ancora di più. La guerra di classe non è finita. Le vecchie classi impoverite, e le nuove che abbiamo privato di un nome, ci dicono, come il Commendatore nel Don Giovanni: “Ah, tempo più non v’è”. Delegare poteri crescenti a un’oligarchia sempre più sorda al suffragio universale non serve. Solo cambiare radicalmente le politiche, e democratizzarle, può servire a qualcosa.

Intervento sullo stato di diritto in Polonia

Strasburgo, 4 luglio 2016. Intervento di Barbara Spinelli, per conto del Gruppo GUE/NGL, in apertura dei lavori della Sessione Plenaria.

Punto in agenda: Ordine dei lavori – Richiesta del Gruppo GUE/NGL di reintrodurre nell’agenda dei lavori di martedì 5 luglio 2016 il seguente dibattito: “Recent developments in Poland and their impact on fundamental rights as laid down in the Charter of Fundamental Rights of the European Union (Council and Commission statements)“.

La richiesta del Gruppo GUE/NGL è stata respinta dall’aula con 116 voti a favore, 169 contrari e 70 astensioni.

L’aula ha invece accolto la proposta avanzata del Gruppo ALDE di sottoporre una richiesta alla Conferenza dei Presidenti affinché decida sulla possibilità di fissare tale dibattito nel corso della Sessione Plenaria di settembre (276 voti a favore, 52 contrari, 18 astensioni). 

Cari colleghi, come già deciso nella Conferenza dei presidenti, chiedo in nome del mio gruppo di discutere martedì una seconda risoluzione sullo stato di diritto in Polonia: perché nel frattempo la Commissione ha espresso un’opinione preoccupata sul rispetto del rule of law, così come, di nuovo, la Commissione di Venezia; perché il Tribunale costituzionale continua a essere paralizzato; perché nuove leggi sono in via di adozione – su antiterrorismo, sorveglianza Internet, media, aborto. Era stato deciso di verificare la loro coerenza con le leggi europee in una seconda risoluzione, dopo quella dello scorso aprile.

Credo che questo Parlamento riconoscerà che, proprio nel dopo-Brexit, la democrazia sia il primo bene da difendere e promuovere, dentro l’Unione, e intendo tutti e tre i pilastri della democrazia costituzionale: il suffragio universale, e anche la rule of law e la separazione dei poteri.

Non è un’ingerenza negli affari interni di uno Stato membro, ma il richiamo a principi e leggi comuni che ciascuno ha sottoscritto firmando i trattati, specie gli articoli 2 e 6.

Se il governo polacco o altri governi presenti o futuri – penso all’Ungheria o alle nuove presidenziali in Austria – ritengono che questi principi infrangano la propria sovranità, è l’intero impianto costituzionale dell’Unione che andrebbe ridiscusso.


 

Si veda anche:

EPP alliance with far-right stops Parliament from addressing deterioration of human rights in Poland

Radicalizzazioni nate in casa

Bruxelles, 22 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli (GUE/NGL) nel corso della sessione Plenaria di Bruxelles.

Punto in agenda: Prevenire la radicalizzazione che conduce all’estremismo violento e al terrorismo

  • Presenti in aula Tibor Navracsics, Commissario europeo per l’istruzione, la cultura, il multilinguismo e la gioventù, e Bert Koenders, ministro degli esteri dei Paesi Bassi, in rappresentanza del Consiglio.

In Francia come in Nord America, siamo di fronte a una mutazione del terrorismo, dunque anche della radicalizzazione. Spesso l’Isis ci mette il cappello, ma gli atti che subiamo nascono in casa: sono nostri concittadini a deciderli, soli. La scelta dell’assassino di Jo Cox di difendere le proprie idee col coltello è stoffa delle nostre città, della nostra cultura. La partecipazione politica è giudicata strumento morto, freddo. Il male violento si banalizza. «Avevo bisogno di riconoscimento», ha detto l’assassino di poliziotti a Magnanville.

Dobbiamo cercare di capire come è avvenuto questo passaggio, senza concentrarci ossessivamente su singoli fattori scatenanti: internet, le prigioni, le scuole. Ancora più deleterio è rispondere con democrazie sempre più sorvegliate, con l’islamofobia, con le guerre ad atti violenti che non sono bellici, ma legati a sradicamenti difficilmente decifrabili.

L’omicidio di Jo Cox ricorda l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando nel giugno 1914. Lo sparo contro un impero multietnico non cade dal cielo: è il risultato di decenni di diserzione politica delle élite. Se al terrorismo si risponde con la politica della paura, avendo paura dei conflitti o di internet o dello straniero, sarà il terrorismo a vincere.

I piani 2.0 di Renzi e Orbán e la nuova proposta della Commissione

Strasburgo, 7 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Riunione del Gruppo GUE/NGL –

Accordo Renzi-Orbán su “Migration Compact”

Dibattito straordinario sulla nuova proposta della Commissione

Trascrizione

Il piano della Commissione nasce da una fusione molto singolare e poco rassicurante tra due programmi, ambedue esibiti con il moderno, allettante attributo di 2.0: uno del Presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi,  l’altro del Presidente ungherese Viktor Orbán. Il primo si chiama “Migration Compact 2.0” , il secondo “Schengen 2.0”. Grosso modo dicono la stessa cosa, specie sui punti concernenti il controllo delle frontiere, il rimpatrio dei rifugiati nei Paesi d’origine o di transito, l’esternalizzazione delle politiche d’asilo.

Il modello cui ambedue si ispirano è l’accordo sottoscritto tra Unione Europea e Turchia, che, come abbiamo avuto modo di constatare nuovamente oggi nel corso della discussione tenutasi in sessione plenaria, la Commissione considera non solo un ottimo esempio, ma, soprattutto, un esempio di grande successo. Sia l’Alto Rappresentante Federica Mogherini che il Vice Presidente Timmermans l’hanno presentato come uno strumento che ha permesso di ridurre drasticamente i morti in mare, nonché di “smantellare il modello degli smuggler”. Una controverità, visto che si continua a morire in mare: non più nell’Egeo ma di certo nel Mediterraneo centrale.

A mio avviso, un’ulteriore ispirazione è il modello australiano di gestione dei migranti e rifugiati. Penso alla proposta di hotspot galleggianti, e all’esternalizzazione sistematica della politica di asilo.

Cosa propone il Migration Compact della Commissione? Riproducendo per l’appunto l’esperienza che si sta facendo con la Turchia, prospetta una serie di accordi di rimpatrio con 16 Paesi africani, cui si promettono vasti aiuti allo sviluppo e cooperazione. Un’iniziativa che sarebbe senz’altro positiva, se non fosse per due aspetti altamente pericolosi. Primo, gli aiuti vengono offerti a Paesi evidentemente dittatoriali o altamente instabili, come l’Eritrea, il Sudan o la Libia. Secondo, sono fondati su uno scambio indecente. Cooperazione economica e aiuto allo sviluppo cambiano infatti natura e diventano una sorta di “regalo”, dato in cambio di quella che viene esplicitata dall’Unione come priorità europea assoluta: il controllo delle frontiere e il blocco di chiunque voglia fuggire da quei paesi in direzione del nostro continente. I rifugiati già oggi sono maggioritariamente concentrati in Africa: che non si azzardino ad avvicinarsi all’Europa! Per questo gli accordi hanno aspetti vergognosi, essendo lesivi di diritti fondamentali come il diritto a lasciare i proprio paese e a sottoporre in Europa o altrove le proprie richieste di asilo.

Per concludere, vorrei sollevare alcune questioni che si pongono per il nostro gruppo. A mio avviso, dobbiamo avversare tale piano e continuare le battaglie critiche che da tempo stiamo conducendo contro accordi di questa natura (i cosiddetti processi di Rabat e di Khartoum).

Emerge inoltre un problema di narrativa – è la parola usata oggi da Federica Mogherini  – che è apparso con tutta evidenza nel corso della sessione odierna della plenaria. Quando ho fatto presente che comunque continuiamo ad assistere a naufragi e morti in mare (1000 nel solo mese di maggio), l’Alto Rappresentante ha replicato che non sono più i siriani a morire: cosa che non avevo affatto affermato nel mio intervento. Strana risposta: come se i morti eritrei o afghani o di altri Paesi avessero d’improvviso meno dignità. Sono paradossi, questi, che dobbiamo sempre evidenziare.

La questione della narrativa si pone, inoltre, sul tema dell’aiuto allo sviluppo. In quanto gruppo, tendiamo ormai essere presentati come contrari agli aiuti allo sviluppo, mentre ci siamo sempre dichiarati favorevoli ad essi. Si tratta dunque di spiegare esattamente quel che vogliamo: un diverso modello di aiuto allo sviluppo, che non sia ricattatorio e in cui i Fondi europei per la Cooperazione non vengano sviati verso la gestione e il controllo delle frontiere. E’ oltretutto un modello che va rivisto radicalmente, perché nei decenni ha profondamente distrutto le economie di molti Paesi africani: ha intensificato forme di sfruttamento, a cominciare dai danni inflitti dal crescente accaparramento delle terre africane (land grabbing) da parte delle imprese occidentali.

Si veda anche:

Quanto c’è di marcio nel Migration compact 2.0 di Renzi

La versione inglese dell’articolo è apparsa su openDemocracy: Something rotten in the Migration Compact 2.0 of Matteo Renzi?

Il Governo italiano pensa di avere le mani pulite come Lady Macbeth

COMUNICATO STAMPA

Strasburgo, 7 giugno 2016

Barbara Spinelli (GUE/NGL) ha preso la parola durante la seduta plenaria del Parlamento europeo che si è tenuta questo pomeriggio a Strasburgo, a seguito delle comunicazioni della Commissione “Sull’attuazione degli aspetti esterni dell’agenda europea sulla migrazione: verso un nuovo Migration compact”, fatte dal vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans e dall’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione Federica Mogherini.

«Nel Migration compact citate ben sei volte i diritti fondamentali», ha detto Barbara Spinelli, «ma l’intera vostra proposta li contraddice, li mischia a controverità, è espulsione mal mascherata.

Dite che l’accordo con la Turchia ha salvato vite, ma i morti semplicemente si spostano: sono mille, a maggio, nel Mediterraneo centrale. Dite che bisogna aiutare i fuggitivi nei loro Paesi, annunciate piani di aiuto a sedici Paesi africani, ma condizionate ogni cooperazione economica ai rimpatri e al controllo delle frontiere. L’aiuto promesso è un diktat: o relegate i profughi in vostri campi-prigioni, o niente aiuti! Chi subisce guerre non lasci la Siria, lo Yemen, la Libia, l’Afghanistan. Non si azzardi più a fuggire le dittature in Sudan, Eritrea: Stati cui l’Unione prospetta accordi munifici come quello con la Turchia».

«Voi dite: i fuggitivi devono divenire “più resilienti, autosufficienti”, restando nei paesi d’origine o di transito. Mi chiedo se sappiate di cosa parlate, quando psicologizzate  sfacciatamente sulla resilienza.

Chi ha inventato tutto questo – e accuso il governo italiano in primis – pensa di avere le mani pulite e il cuore bianco, come Lady Macbeth prima di accorgersi di quel che ha fatto. Le ha sporche di violazioni sistematiche del diritto internazionale, e di un accordo vergognoso con la Turchia. Signor Timmermans, Signora Mogherini: state facendo già ora le politiche chieste in Europa dalle destre più estreme».

 

Occorre ricostituire il G8 e ridiscutere le politiche di Washington

di mercoledì, Maggio 25, 2016 0 , , , Permalink

Bruxelles 25 maggio 2016

Barbara Spinelli (GUE/NGL) è intervenuta nel corso della discussione in sessione plenaria sulla preparazione del vertice del G7. Presenti in aula Frans Timmermans, Vice Presidente della Commissione europea, e Bert Koenders, ministro degli esteri dei Paesi Bassi.

Vorrei concentrarmi sulla ricostituzione del G8, e sulla riapertura – economica, politica – alla Russia. Ritengo urgente rivedere i rapporti con gli Stati Uniti, alla vigilia del referendum inglese e delle presidenziali Usa. Meglio prepararsi prima, che dopo. Meglio prevedere le nostre disgregazioni sia col Brexit, sia col non-Brexit.

Quanto a Mosca, mi chiedo se l’Europa abbia interesse a una presenza militare quadruplicata di Usa e Nato, lungo i nostri confini dell’Est, che estranierà più che mai la Russia.

Washington s’allontanerà dall’Europa, con Trump. O l’userà – se vince Hillary Clinton – come passivo strumento di politiche fallite in Medio Oriente, Siria, Libia, Afghanistan. Prepararsi vuol dire ridiscutere tali politiche, averne una propria. Da quelle politiche sono nati l’Isis, le guerre, e quella che chiamiamo questione rifugiati quando è nostra questione e nostra débacle.

Intervento in apertura dei lavori della Sessione plenaria di Strasburgo

Strasburgo, 9 maggio 2016. Intervento di Barbara Spinelli, per conto del Gruppo GUE/NGL in apertura dei lavori della Sessione Plenaria.

Punto in agenda: Ordine dei lavori – Richiesta del Gruppo GUE/NGL di introdurre nell’agenda dei lavori di mercoledì 11 maggio 2016 il seguente dibattito: “Progressi compiuti dalla Turchia per soddisfare i requisiti della tabella di marcia per la liberalizzazione dei visti (Dichiarazioni del Consiglio e della Commissione)”.

La richiesta del Gruppo GUE/NGL è stata approvata dall’aula con 181 voti a favore, 92 contrari e 11 astensioni.

Chiedo a nome del mio Gruppo l’inserimento di un dibattito sui “Progressi compiuti dalla Turchia per soddisfare i requisiti della tabella di marcia per la liberalizzazione dei visti” da tenersi mercoledì pomeriggio come terzo punto di discussione, posticipando la chiusura dei lavori alle 24:00. La Commissione proporrà tale liberalizzazione senza essersi assicurata che alcuni parametri fondamentali siano pienamente soddisfatti. Penso in modo prioritario a due requisiti: alla revisione delle leggi antiterrorismo e a progressi veri sulla questione di Cipro. Il dibattito è tanto più necessario dopo le dichiarazioni del Presidente Erdoğan di venerdì: “Ankara non ha alcuna intenzione di rivedere le leggi antiterrorismo in cambio delle liberalizzazione dei visti”. Ricordo che in Turchia sono oggi accusati e incarcerati per terrorismo giornalisti, accademici e politici per il solo fatto di aver criticato il regime. I viaggiatori turchi non devono certo pagare per le politiche del proprio governo, ma liberalizzare i visti oggi equivarrebbe a cedere a un ricatto formulato in maniera esplicita. Erdoğan, infatti, minaccia di bloccare l’accordo sui rimpatri dei rifugiati, se la liberalizzazione dei visti non passerà.