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Violenze in Italia contro i migranti: richiesta ufficiale di procedura di infrazione

Interrogazione scritta

According to a circular diffused by the Italian Ministry of Interior on 25.09.2014 irregular migrants refusing to be identified commit a crime and police forces should “obtain pictures and fingerprints even with the use of force, if necessary”.

Following the diffusion of these instructions Italian media have circulated photographs of migrants’ bruised and wounded bodies and their declarations to have been beaten, threatened and segregated because of their refusal to comply with this circular.

According to the Commission does the Italian circular comply with the European Charter of Fundamental Rights standards of necessity, proportionality and right to dignity (Art.1)?

Should Italian authorities be reminded that according to
– Art.8 of Directive 2008/115/EC coercive measures must “be used as a last resort”, be proportionate and “not exceed reasonable force”,
– Art.8 of Council Regulation 2725/2000 the collection of fingerprints shall be in accordance with the safeguards laid down in the ECHR and the UN Convention on the Rights of the Child?

Will the Commission initiate infringement proceedings and in any case invite Italy to urgently modify the circular – or any other systemic violation promoted by the Italian state towards migrants?

Signatures/Firme

Barbara Spinelli, Lista Tsipras, GUE/NGL
Gabriele Zimmer, Die Linke, GUE/NGL
Iosu Juaristi Abaunz, EH Bildu, GUE/NGL
Javier Couso Permuy, Izquierda Unida, GUE/NGL
Sabine Lösing, Die Linke, GUE/NGL
Martina Anderson, Sinn Fein, GUE/NGL
Marina Albiol Guzmán, Izquierda Unida, GUE/NGL
Merja Kyllönen, Vasemmistoliitto, GUE/NGL
Lola Sánchez Caldentey, Podemos, GUE/NGL
Georgios Katrougkalos, Coalition of the Radical Left, GUE/NGL
Helmut Scholz, Die Linke, GUE/NGL
Malin Björk, Vänsterpartiet, GUE/NGL
Lidia Senra Rodríguez, Alternativa galega de esquerda en Europa, GUE/NGL
Teresa Rodriguez-Rubio, Podemos, GUE/NGL
Neoklis Sylikiotis, Progressive Party of Working People – Left – New Forces, GUE/NGL
Patrick Le Hyaric, Front de Gauche, GUE/NGL
Eleonora Forenza, Lista Tsipras-L’Altra Europa, GUE/NGL
Marisa Matias, Bloco de Esquerda, GUE/NGL
Tania González Peñas, Podemos, GUE/NGL
Paloma López Bermejo, Izquierda Unida, GUE/NGL
Pablo Echenique, Podemos, GUE/NGL
Pablo Iglesias, Podemos, GUE/NGL
Fabio De Masi, Die Linke, GUE/NGL
Cornelia Ernst, Die Linke, GUE/NGL
Curzio Maltese, Lista Tsipras-L’Altra Europa, GUE/NGL
Younous Omarjee, L’union pour les Outremer, GUE/NGL
Marie-Christine Vergiat, Front de Gauche, GUE/NGL
Ángela Vallina, Izquierda Unida, GUE/NGL
Anja Hazekamp, Partij voor de Dieren, GUE/NGL
Laura Ferrara, Movimento 5 Stelle, EFDD
Cécile Kashetu Kyenge, Partito Democratico, S&D
Elly Schlein, Partito Democratico, S&D
Cécile Kashetu Kyenge, Partito Democratico, S&D
Elly Schlein, Partito Democratico, S&D


Interrogazione scritta Conformità al diritto dell’Unione e al rispetto dei diritti fondamentali di una circolare italiana e dei suoi allegati sul rilevamento delle impronte digitali dei migranti irregolari, registrata il 27 novembre

Sullo stesso tema:
Circolare del Viminale e maltrattamenti a danno di migranti: richiesta alla Commissione di attivare procedure di infrazione
Depositata interrogazione scritta alla Commissione

Rassegna stampa:

Identificazioni e violenze, richiesto l’avvio di una procedura d’infrazione contro l’Italia
Immigrazione: eurodeputati contro violenze in Italia
Immigrazione: Spinelli (Gue) chiede infrazione contro Italia
Immigrati, alleanza, Pd-M5S-Lista Tsipras per chiedere procedura d’infrazione contro l’Italia
«Violenze ingiustificate sugli stranieri»: 32 parlamentari Ue contro l’Italia
La politica migratoria europea viola los Derechos Humanos

Lista L’Altra Europa, motivi del voto di astensione sulla mozione di censura a Jean-Claude Juncker il 27 novembre 2014

«Juncker e la sua Commissione meritano di essere censurati. Il gruppo GUE/NGL ha fatto il possibile per avere una propria mozione di censura in plenaria. Purtroppo non ci siamo riusciti, perché Verdi e S&D si sono rifiutati di sostenerla. Tuttavia non possiamo votare a favore della mozione EFDD, che accusa giustamente il paradiso fiscale lussemburghese ma tace su altri paradisi fiscali nell’Unione Europea, a cominciare da quelli del Regno Unito, e che non mette in questione un sistema di cui gli offshore e la deregolamentazione del sistema finanziario sono parti costitutive. Manca inoltre qualsiasi accenno a una maggiore armonizzazione fiscale europea, che la nostra delegazione auspica con forza. Abbiamo firmato la domanda fatta dal gruppo dei Verdi di costituire una commissione di inchiesta sui paradisi fiscali in Lussemburgo e in Europa.»

Barbara Spinelli, Eleonora Forenza, Curzio Maltese

eurodeputati dell’Altra Europa con Tsipras/gruppo GUE-NGL


Il testo della mozione di censura presentata da 76 deputati del gruppo EFDD e dei Non iscritti

Perché l’Europa deve riconoscere lo Stato della Palestina

di mercoledì, Novembre 26, 2014 0 , , Permalink
Israele, Giordania, Libano, Siria e Palestina in una fotografia scattata da un membro dell'equipaggio della Stazione spaziale internazionale. Image credit: NASA

Israele, Giordania, Libano, Siria e Palestina in una fotografia scattata dalla Stazione spaziale internazionale. Image credit: NASA.

Strasburgo, 26 novembre 2014. Intervento in plenaria di Barbara Spinelli in occasione della Dichiarazione del Vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza*

Perché l’Europa deve riconoscere lo Stato della Palestina? Non per indebolire Israele, ma per sanare le sue ferite e restituirgli una forza politica condannata a perire, se è solo forza militare. Perché nessuno Stato può sopravvivere come democrazia se occupa terre non sue. Penso che Israele abbia bisogno di darsi infine frontiere non solo legali ma legittime. Penso che non si possa chiedere ai palestinesi l’assoggettamento senza fine e la rinuncia alla statualità. Anche in Europa le cose andarono così. L’unificazione fu possibile quando le frontiere non furono più contese. Solo frontiere non più contese sono sormontabili.

Israele deve la sua nascita a capitoli neri della storia d’Europa. Ne siamo co-responsabili. Per questo è così importante che sia l’Unione – non solo una serie di suoi Stati – a compiere il gesto simbolico ma decisivo: riconoscere ai Palestinesi il riscatto d’una statualità.

Se il gesto non viene compiuto, i governi israeliani proveranno un sollievo breve. Ricadranno in sempre nuove guerre, come i sonnambuli governi nazionalisti che distrussero l’Europa in nome di un’etnia o una terra colpevolmente sacralizzata.

 

* il voto sulla mozione era previsto per oggi, 26 novembre. È stato rinviato a dicembre, su pressioni del Partito Popolare.

L’inizio di un possibile crimine contro la civiltà europea

Lampedusa. Image credit:  Sara Prestianni; Noborder Network

Lampedusa. Image credit: Noborder Network

Strasburgo, 25 novembre 2014. Intervento in plenaria di Barbara Spinelli durante il dibattito sul tema “Situazione del Mediterraneo e bisogno di un approccio olistico dell’Unione Europea alla migrazione” (“Situation in the Mediterranean and the need for a holistic EU approach to migration”)*

Vorrei richiamare l’attenzione su due recenti dichiarazioni sull’immigrazione dal Mediterraneo. Quella del ministro dell’Interno italiano Alfano, secondo cui il primo novembre Mare Nostrum s’è chiuso, e dopo un intervallo, grazie a Frontex, “non si spenderà più un euro” per salvataggi in mare. La seconda dichiarazione è del ministro inglese dell’immigrazione, James Brokenshire. I salvataggi nel Mediterraneo – ha detto testualmente quest’ultimo – “vanno fermati al più presto”, dal momento che “incoraggiano” i fuggitivi e i richiedenti asilo.

Vi invito a meditare queste parole, perché segnano l’inizio di un possibile crimine contro la civiltà europea. La legge del mare, il diritto alla vita, all’asilo: sono lettera morta. Insostenibile non è provocare annegamenti in massa, nel nostro mare comune. Non è lasciare soli centinaia di siriani che in queste ore sono in sciopero della fame a Piazza Syntagma a Atene. Insostenibile è “spendere euro” per salvare i naufraghi. Gli applausi di stamattina a papa Bergoglio potevamo risparmiarceli. Sono ipocriti se questo Parlamento non cambia rotta, a cominciare dal regolamento di Dublino che ha portato a questa regressione formidabile.

 

* La mozione sarà votata a dicembre.

Enrico Calamai: giustizia per i nuovi desaparecidos

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Giornate di studio del GUE/NGL

Firenze, 18-20 novembre 2014

Intervento di Enrico Calamai durante la sessione del 19 novembre, dedicata al tema “Reframing migration and asylum policies: from border surveillance to migrants and asylum seekers rights approach”.

La logica di quello che nei fatti è un aberrante dumping di vite umane sembra essere: ne colpisci uno, ne educhi cento o mille. Ma il fatto sorprendente è che anche se ne colpisci cento, continuano a tentare di arrivare perché privi di alternative, in fuga come sono da dittature, terrorismo, catastrofi ecologiche e miseria estrema e crisi troppo spesso da noi stessi provocate. E allora, ecco che le frontiere vengono spinte sempre più in là, fino a renderli impercettibili nella tragedia del loro respingimento, dispersi nell’ambiente, impensabili e inesistenti perché quod non est in actis, non est in mundo.

Sono, in una parola, i nuovi desaparecidos, e il riferimento non è retorico e nemmeno polemico, è tecnico e fattuale perché la desaparición è una modalità di sterminio di massa, gestita nel cono d’ombra di un sistema mediatico ormai prevalentemente iconografico, in cui si dà per scontato che tutto ciò che esiste viene rappresentato e ciò che non viene rappresentato non esiste, in maniera che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza, o possa almeno dire di non sapere.

Vale la pena soffermarsi un momento sul rapporto visibità/invisibilità. La strage di Lampedusa dell’ottobre 2013, in cui persero la vita circa 350 persone, tra cui una giovane madre col figlioletto nato e morto tra le fiamme, fece un tale scalpore da costringere le autorità italiane e quelle di Bruxelles a recarsi sul posto, a vedere di persona quel mostruoso spiegamento di bare. Ne conseguì l’avviamento di Mare Nostrum, che pur con tutti limiti inerenti a un’operazione che agisce a valle delle scelte politiche che causano il problema, ha ridato dignità alla Marina militare italiana, permettendole di salvare 130mila vite umane in un anno, ma che, trascorso per l’appunto un anno, viene cancellato per asserite ragioni di bilancio, come se fosse possibile e lecito porre un prezzo alle vite umane.

Inutile illudersi, Frontex e Triton rappresentano il ritorno a misure di polizia, non di salvataggio, facendo affidamento sulla stanchezza dell’opinione pubblica di fronte al periodico riaffiorare della sinusoide delle stragi, che, in ogni caso, riflette soltanto per difetto il numero delle vittime. Pur senza addentrarsi troppo in una contabilità evidentemente approssimativa, sorge comunque un dubbio: se in un anno di attività di Mare Nostrum ne sono stati salvati 130mila e ne sono comunque morti 3000 circa, quanti ne saranno morti negli ultimi vent’anni di cui 19 senza Mare Nostrum? Quanti ne seguiranno?

C’è, in tutto questo, qualcosa che rientra nella categoria dell’intollerabilità del diritto ingiusto, secondo la formula elaborata dal giurista tedesco Radbruch al termine della II guerra mondiale.

A noi della Campagna “Giustizia per i nuovi desaparecidos” sembra sia il caso di parlare di crimini di lesa umanità e che occorra intervenire con ogni possibile urgenza per porre fine allo stillicidio di morti, presumibilmente destinato a subire una nuova impennata con la chiusura di Mare Nostrum.

In occasione del semestre di Presidenza italiana, abbiamo presentato un appello al nostro Governo chiedendo che vengano intrapresi i passi necessari a smantellare la situazione di fatto e di diritto che è causa di tali crimini. E ci proponiamo di attivare tutte le vie legali, a livello nazionale e internazionale, a partire da un tribunale internazionale d’opinione, per porre fine all’impunità di coloro che risultino coinvolti, sia in passato che attualmente, nella formulazione e nell’attuazione della politica di morte sopra tratteggiata.

Chiediamo l’aiuto delle forze politiche di sinistra presenti a livello europeo per abbattere il muro di gomma dell’inconsapevolezza dell’opinione pubblica e avviare fin da subito un percorso di verità e giustizia.

Dobbiamo interrompere questa catena infame, porre al più presto fine a un meccanismo che costantemente rimescola vittime e benessere, trasformandoci in collettività subalterna e silenziosa di una democrazia, che non può essere altro che forma vuota ove non accompagnata da autentico rispetto dei diritti umani.

Annamaria Rivera: militarizzazione delle frontiere, retoriche del rifiuto e incremento del razzismo

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Giornate di studio del GUE/NGL

Firenze, 18-20 novembre 2014

Intervento di Annamaria Rivera durante la sessione del 19 novembre, dedicata al tema “Reframing migration and asylum policies: from border surveillance to migrants and asylum seekers rights approach”.

1. Il fatto che l’Unione Europea coltivi una sorta di sovra–nazionalismo armato, a difesa delle proprie frontiere, non solo è causa d’una strage di migranti e potenziali rifugiati di proporzioni mostruose, di cui dirò dopo, ma ha anche contribuito indirettamente, a mio avviso, a incoraggiare i nazionalismi “nazionalitari” o etnici, quindi al successo delle destre, anche estreme, in tutta Europa. Oltre che economica, la crisi europea è anche politico-ideologica, come ci ricorda da alcuni anni Slavoj Žižek.

Non per caso, nell’intero continente, a occupare il primo posto nella scala del rifiuto e del disprezzo sono rom, sinti e camminanti, le popolazioni che più di altre incarnano, almeno simbolicamente, il rifiuto di confini e frontiere.

Secondo un sondaggio recente (2014) sulle attitudini nei confronti di rom, musulmani ed ebrei, realizzato dal Pew Research Center, comparando l’Italia, la Francia, la Spagna, il Regno Unito, la Germania, la Grecia e la Polonia, per antiziganismo è l’Italia, seguita dalla Francia, a collocarsi in testa alla classifica. L’84% del campione intervistato esprime ostilità o paura per la presenza di appena 180mila fra rom e sinti (70mila dei quali cittadini italiani) corrispondenti a un magro 0,23% della popolazione totale [1].

In realtà, essi continuano a svolgere un ruolo vittimario assai simile a quello storicamente attribuito agli ebrei, a tal punto che sugli “zingari”, come un tempo sugli ebrei, tutt’oggi fioriscono e si propalano voci, leggende e “false notizie”, per dirle alla Marc Bloch: anche le più arcaiche, come quella della propensione al rapimento di bambini, pur smentita da dati e lavori scientifici (v. Tosi Cambini, 2008).

Insomma, fra le politiche di militarizzazione delle frontiere e il dilagare delle retoriche del rifiuto c’è un legame assai stretto, se non un circolo vizioso.

In gran parte dei paesi europei va diffondendosi sempre più l’uso politico e ideologico di tali retoriche: i cliché dell’“invasione”, dei migranti come fonte d’insicurezza e impoverimento dei “nazionali”, della “clandestinità” come sinonimo di criminalità sono ampiamente utilizzati perfino da istituzioni, talvolta anche da partiti di centro–sinistra, soprattutto da formazioni populiste, di destra e di estrema destra, che in Europa conoscono oggi un’ascesa impressionante. In particolare, quella dell’”invasione” e della “marea montante” è una tipica falsa evidenza: come è ben noto, la quota preponderante dei flussi migratori parte dai paesi del Sud del mondo per dirigersi verso altri paesi del Sud.

Sul versante delle istituzioni, in una parte dei paesi dell’Unione Europea prevale un approccio di tipo emergenzialista, conseguenza, fra le altre cose, del fatto che, in realtà, migrazioni ed esodi non sono stati integrati –starei per dire “elaborati”– come tendenze strutturali del nostro tempo.

Anche questo spiega perché il razzismo tenda a diventare “ideologia diffusa, senso comune, forma della politica” (Burgio, 2010). E non si tratta del ritorno in superficie dell’arcaico, bensì di una delle fasi del riemergere ricorrente del lato oscuro della modernità europea.

Le discriminazioni istituzionali, l’allarmismo dei media nonché la cattiva gestione dell’accoglienza, almeno in alcuni Stati–membri, non fanno che produrre ondate ricorrenti di moral panic, alimentando anche violenza razzista ‘popolare’ nei confronti degli indesiderabili, spesso usati come capri espiatori, particolarmente in questa fase.

In non pochi paesi europei la crisi economica si coniuga con una crisi, altrettanto grave, della democrazia e della rappresentanza, talché la distanza fra i cittadini e il potere si fa siderale e la cittadinanza va trasformandosi sempre più in sudditanza (v. Balibar, 2012). Non sorprende affatto, quindi, che gli effetti sociali della crisi e delle politiche di austerità, coniugati con la condizione e il senso soggettivo di sudditanza, alimentino frustrazione, spaesamento, risentimento sociale, e conseguente ricerca del capro espiatorio. Una buona parte di cittadini penalizzati dalla crisi finisce così per identificare il proprio nemico negli immigrati “che rubano il lavoro” o nei rom che degraderebbero il loro già degradato quartiere di periferia. Sicché si potrebbe sostenere che il razzismo ‘popolare’ sia perlopiù rancore socializzato.

Illustra bene questa tendenza ciò che è accaduto di recente a Tor Sapienza, un sobborgo dell’hinterland romano. In questa “periferia composta da insediamenti casuali e frammentari, di enclave vissute nella cultura dell’emergenza e mai messe in condizione di poter comunicare o interagire, di crescere insieme per diventare società” (Goni Mazzitelli, 2014), una frazione di residenti ha compiuto ripetuti raid contro un centro di accoglienza che, oltre ad alcune famiglie di rifugiati, ospitava poche decine di minori non accompagnati, provenienti da Egitto, Bangladesh, Etiopia e altri paesi subsahariani. Dopo alcuni giorni di assalti violenti, istigati dall’estrema destra, i minori sono stati allontanati da quel centro – che ormai sta per chiudere – e separati in diverse strutture provvisorie.

Etichettare questo caso, come altri simili, secondo la formula abusata di “guerra tra poveri” è, a mio avviso, un’espressione di quel “pensiero debole in un mondo complesso” di cui ha parlato qui Carlo Freccero. Infatti, ammesso sia opportuno usare la metafora della guerra, questa è tutt’altro che simmetrica: è, semmai, una guerra contro i più vulnerabili tra i poveri.

2. In assenza d’itinerari sicuri e legali per raggiungere l’Europa, i rifugiati in cerca di protezione e i migranti che aspirano a una vita migliore sono sottoposti dall’Unione Europea a un’autentica prova di sopravvivenza. Non tutti la superano.

Si tenga conto che nel corso del 2013 il 68% delle persone che hanno tentato di raggiungere l’Europa illegalmente per via marittima proveniva dalla Siria, Eritrea, Afghanistan e Somalia, paesi devastati da conflitti, persecuzioni e violenze (Amnesty International, Des vies à la dérive, 2014).

Secondo Fatal Journeys, il recente rapporto dell’OIM (l’Organizzazione internazionale per le migrazioni), nonostante la missione Mare Nostrum della Marina Militare Italiana, che pure, dal 18 ottobre 2013, ha salvato 115.000 migranti, nei primi otto mesi di quest’anno sono morte nel Mediterraneo almeno 3.072 persone. Cioè il 75% di tutte le vittime di migrazioni illegali su scala mondiale, nello stesso periodo.

Basta scorrere i grafici del Rapporto per constatare che l’Europa è largamente in testa alla classifica delle aree migranticide, per usare un neologismo. E ciò non solo per ovvie ragioni geografiche e per l’aumento vertiginoso di migranti e potenziali rifugiati che cercano di raggiungerla, ma soprattutto perché le politiche proibizioniste europee rendono i viaggi sempre più pericolosi. Al punto che il tentativo di raggiungere il nostro continente è costato la vita a ben 22.400 migranti in soli 14 anni.

I cosiddetti “trafficanti di esseri umani” rappresentano soltanto gli “utilizzatori finali” del sistema di frontiere e muri che l’Europa ha eretto intorno alla sua fortezza. Sono le politiche proibizioniste ad avere creato le condizioni perché si sviluppasse l’offerta di attività irregolari e dunque un aumento spaventoso delle stragi in mare.

Queste sono destinate a un incremento ulteriore, dal momento che si è deciso di abbandonare Mare Nostrum in favore dell’operazione Triton, uno degli avatar di Frontex. Come insiste Amnesty International nel rapporto che ho citato, Triton non è affatto un’operazione di ricerca e salvataggio. Privarsi di un Mare nostrum, magari « riformato » e sostenuto concretamente da altri Stati–membri, è da cinici o irresponsabili, in presenza –rimarca Amnesty International– di una crisi concernente i rifugiati che si configura come la più grave dopo la Seconda guerra mondiale.

Ricordo che il nuovo regime delle frontiere affermatosi in Europa ha prodotto non solo un’autentica ecatombe, ma anche la proliferazione e perfino l’esternalizzazione dei centri di detenzione per migranti, nei quali, in certi casi, sono rinchiusi finanche richiedenti–asilo e minori; e talvolta anche per responsabilità di Frontex. Le condizioni di tali lager –spesso muniti di gabbie e filo spinato, e controllati da forze dell’ordine e militari armati– sono state condannate dalla stessa Corte di Strasburgo. In alcuni paesi, come l’Italia, sono istituzioni del tutto abusive, in quanto violano la Costituzione e lo stato di diritto.

Questo sistema si è rafforzato anche grazie agli accordi bilaterali con paesi dell’altra sponda del Mediterraneo, cui si delega una parte del “lavoro sporco”. L’Italia ha perpetuato fino a ieri gli accordi di cooperazione perfino con un paese devastato qual è la Libia, il quale, oltre tutto, non ha leggi sull’asilo, pratica gravissime violazioni dei diritti umani, non ha sottoscritto neppure la Convenzione di Ginevra del ’51. Come è ben noto, la Libia, tappa ineludibile soprattutto per i migranti e i profughi sub–sahariani, è un vero e proprio inferno. Come e peggio che al tempo di Gheddafi, pratiche tuttora correnti sono gli arresti arbitrari, il lavoro forzato e lo sfruttamento schiavile, le deportazioni, i taglieggiamenti, le torture, gli stupri: orrori la cui apoteosi è l’inferno della prigione di Kufra. L’unica differenza è che oggi sono le milizie armate a “dirigere” i centri di detenzione e a compiere le nefandezze cui ho fatto cenno.

È necessario, dunque, modificare radicalmente la legislazione europea (per non dire di quella italiana), nel senso indicato dai relatori/trici che mi hanno preceduta. Ma soprattutto occorre che tra le nostre stesse fila si affermi la consapevolezza che decisiva è la battaglia contro il razzismo e per i diritti dei migranti e dei rifugiati. Da essa non si può prescindere se si vuole scongiurare il lato oscuro della modernità europea, in favore della prospettiva di un’Europa della democrazia, della giustizia sociale, dell’uguaglianza dei diritti.

[1] Pew Reserch Center’s Global Attitudes Project: EU Views of Roma, Muslims, Jews, 12 maggio 2014.


Approfondimenti:

Annamaria Rivera: militarizzazione delle frontiere, retoriche del rifiuto e incremento del razzismo

 

Migranti – L’era dei torbidi

Giornate di studio del GUE/NGL

Firenze, 18-20 novembre 2014

Intervento di Barbara Spinelli durante la sessione del 19 novembre, dedicata al tema “Reframing migration and asylum policies: from border surveillance to migrants and asylum seekers rights approach”.

Vorrei condividere qui con voi l’idea che mi sono fatta in questi anni, e in maniera più precisa da quando sono al Parlamento europeo, su migranti, accoglienza, diritti, asilo, esilio.

L’idea che mi sono fatta è che la questione migrazione s’intorbida sempre di più. Da un lato continua a essere percepita come fenomeno principalmente economico, quando buona parte dei migranti è oggi costituita da chi fugge guerre o disastri climatici. Qualsiasi ragionamento geopolitico, di politica estera, viene liquidato. Il caos che abbiamo scatenato con le guerre antiterroriste, e anche con quelle umanitarie, viene sistematicamente sconnesso dai ragionamenti sui nuovi flussi migratori.

Dall’altro lato i governi europei tendono a intervenire aggirando le proprie Costituzioni e la comune Carta dei diritti fondamentali e invocando un diritto emergenziale, con l’alibi che a nuove sfide occorra rispondere con nuovi metodi. In realtà l’emergenza conferisce legittimità a uno stato di eccezione divenuto permanente, grazie al quale i poteri vengono accentrati negli esecutivi e le Costituzioni vengono svuotate: finita l’emergenza, finito quel che viene vissuto come imprevedibile, i governi ci promettono un fantasmatico ritorno allo status quo ante. Ma di fatto il diritto emergenziale diventa diritto ordinario, con conseguenze nefaste sia sulle politiche che vengono adottate, sia sul linguaggio usato per descriverle o anche contrastarle.

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Alluvioni e retorica dell’emergenza

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13 novembre 2014. Testo dell’intervento di Barbara Spinelli letto all’assemblea dell’Altra Europa con Tsipras, a Torino

Per la seconda volta in un mese, l’Italia è piegata da piogge che si sono mutate in alluvioni. Il 9 ottobre, a Genova, un uomo è annegato durante l’esondazione del Bisagno. L’11 novembre due anziani coniugi sono stati sepolti da una valanga di fango sulla porta di casa, nell’entroterra del Tigullio. Il giorno dopo un uomo è mortotravolto da una frana a Biella, e un altro è annegato nell’esondazione del Lago Maggiore. Questa notte, a Crema, un giovane è annegato mentre cercava di far defluire l’acqua da un mulino in stato di abbandono. Sfollati, feriti, scuole chiuse, treni bloccati, strade impraticabili, attività commerciali distrutte: è l’eccezione che continua, l’emergenza che si ripete. Ma lo stato emergenziale è ormai una retorica pericolosa, un addebitare all’imponderabilità, in questo caso della natura, responsabilità che non si vogliono assumere.

Dal 1966, anno della terribile alluvione di Firenze, a oggi, in Italia ci sono state 17.688 frane, 3656 alluvioni, danni per oltre 168 miliardi di euro (3,5 l’anno) e 4173 morti. Sono passati 44 anni dall’alluvione di Genova del 1970, in cui persero la vita 44 persone, e sono passati solo tre anni da quando, il 4 novembre 2011, sempre a Genova, morirono travolte dall’acqua sei persone, tra cui due bambine. Da ottobre, di nuovo piogge torrenziali, allagamenti, paura, danni. Di nuovo lutti, dolore, rabbia, che inevitabilmente si trasformano in profondo discredito delle istituzioni.

In tutte le regioni colpite dalle alluvioni – Liguria, Piemonte, Toscana, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Veneto – si assiste a un consumo di suolo che non ha pari in Europa, e alla mancanza di manutenzione ordinaria del territorio. Ciò che è diventato ordinario, è lo spettacolo di un’urbanizzazione incontrollata, la distruzione delle campagne e dei boschi, l’apertura di cave, la cementificazione che ha reso impermeabile il terreno, la superfetazione di grandi opere infrastrutturali, fonte di guadagno per le imprese e di corruzione einfiltrazione mafiosa negli appalti.

Fenomeni metereologici anormali che, ci spiegano gli studiosi, diventeranno la norma (conseguenza di un cambiamento climatico al quale le nostre politiche economiche globali non sono estranee) non possono essere affrontati con scelte locali dissennate. Occorre restituire terreno libero, non impermeabilizzato, alle nostre città; occorre prevedere piani di mantenimento e difesa dei torrenti e delle aree boschive. Occorrono piani casa che non consentano di costruire a pochi metri dagli argini dei corsi d’acqua, che mettano fine alla costruzione delle migliaia di box che bucano le colline come termitai, che proibiscano ogni aumento di volumetria, che liberino le zone limitrofe ai torrenti, che consentano il recupero delle aree in abbandono. Occorre rifiutare la logica che spinge a fare cassa con gli oneri di urbanizzazione.Occorre rompere lo scellerato patto di stabilità, occorre rifiutarsi di investire in grandi opere. Occorrono coraggio e scelte innovative, occorrono cittadini che partecipino attivamente, rivendicando il proprio diritto di scegliere.

Finora ben poco è stato fatto. I bacini di laminazione che, a Genova, fin dai progetti degli anni Ottanta avrebbero dovuto rallentare la portata d’acqua del Bisagno, non sono mai stati realizzati, così come non sono mai stati riforestati i suoi versanti, né è stato messo riparo alla cementificazione incontrollata che impedisce alla pioggia di essere assorbita. Si è scelto di ignorare le indicazioni di geologi e ambientalisti, e di finanziare opere costose – come i deviatori e gli scolmatori dei torrenti – peraltro mai iniziate.

A Massa Carrara, flagellata anch’essa dall’alluvione, negli scorsi giorni i cittadini hanno occupato il Comune indicendo un “presidio permanente”, in attesa delle dimissioni del sindaco e della caduta della giunta, ritenuta responsabile dell’ultima inondazione, per la precaria condizione degli argini.

Negli stessi giorni, il 10 novembre, il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) approvava una serie di interventi strategici per la Regione Veneto, nei grandi settori dei trasporti e delle infrastrutture. Via libera al corridoio autostradale Orte-Mestre; all’alta velocità della Tav Veneto Verona-Padova; alla costruzione dell’Autostrada A31 Valdastico Nord; al completamento delle paratie mobili del Mo.S.E. di Venezia.

Fiumi di denaro pubblico destinato a opere il più delle volte inutili e spesso devastanti, quando mancano i soldi per la difesa del suolo dalle esondazioni, per la Protezione civile, per la sanità, per un abitare dignitoso,per i servizi essenziali.

Il governo, ha scritto oggi un gruppo di genitori liguri, rivolgendosi al Prefetto di Genova, “nelle ultime settimane ha varato provvedimenti che stanziano diversi miliardi di euro per opere di cementificazione, riservando al contempo poche decine di milioni all’unica vera grande opera utile nel nostro territorio: la sua messa in sicurezza”.

Mettere in sicurezza il territorio significa finanziare un piano di opere diffuse, partendo dai Piani di gestione del Rischio di Alluvione – prescritti tra l’altro dalla Direttiva EU 2007/60, così da uscire dalla logica della perenne emergenza, dei piani straordinari, dei commissari speciali, delle procedure “in deroga” e del regolare malaffare. Significa dotare il nostro Paese, come da tempo chiedono autorevoli ambientalisti e studiosi, di Piani di bacino idrogeografici, capaci di prevenire e mitigare gli effetti meteorologici del mutamento climatico.

Lo scempio edilizio e la cementificazione delle nostre regioni è una questione che riguarda l’Italia – quel “partito del cemento” reso ancora più forte dal decreto legge detto Sblocca Italia,divenuto operativo l’11 novembre– ma anche l’Europa, visto che con i finanziamenti comunitari si edificano storture come il ponte Meier di Alessandria [1] e con i fondi strutturali europei è stato finanziato il collegamento Fegino-Tortona del Terzo Valico: 6,2 miliardi di euro per un’opera non solo inutile, dal momento che i due luoghi erano già collegati, ma pericolosa, come hanno mostrato i crolli avvenuti in ottobre sulla ferrovia.

La parola “emergenza” è stata sequestrata, piegata a pratiche politiche e giuridiche di uno Stato d’eccezione che preferisce le scorciatoie, che non si presenta ai cittadini nei luoghi istituzionali deputati all’esercizio della democrazia. Non parliamo di emergenza – questo malefico diversivo usato per spaventare i cittadini e i loro rappresentanti, e render sempre più flebili la loro voce e il loro giudizio critico.Parliamo invece di provvedimenti ordinari, di buon governo delle città e dei territori, a cominciare da una seria opera di manutenzione di strade, ferrovie, scuole e ospedali – oggi in condizioni allarmanti in tutta Italia. [2]

Tutto questo costituirebbe non solo una cospicua fonte di lavoro, ma la premessa di un rinnovato legame tra istituzioni e cittadini. Uno Stato che abdica ai propri compiti (il “sacro debito” verso il proprio popolo) per consentire a privati di fare sempre nuovi ed enormi profitti, incurante delle stesse vite dei cittadini, rischia di aprire falle e smottamenti non solo nel tessuto urbano, ma nel tessuto sociale e nella democrazia del paese.

NOTE

[1] Il ponte Meier ha impegnato, con altre opere collaterali, la somma di circa 12 milioni di euro messa a disposizione dall’Unione Europea. Tale importo dovrà essere utilizzato entro il 31 dicembre 2014, ma non basta a coprire i costi complessivi, e la città dovrà impegnarsi in mutui di altri (?) milioni di euro per il completamento dell’opera.

[2] Secondo il XV Rapporto Ecosistema Scuola di Legambiente pubblicato il 12 novembre 2014, il 9,8 per cento degli edifici scolastici si trova in area a rischio idrogeologico e il 32,5 per cento necessita di interventi urgenti. Tuttavia le risorse destinate alla manutenzione straordinaria sono state ridotte, nell’ultimo anno, di circa 22mila euro in media per ogni singolo edificio, mentre le risorse per la manutenzione ordinaria sono state ridotte di quasi 2mila euro, andando a intaccare la cifra già esigua di 8808 euro.

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