Scambio di opinioni con Frans Timmermans

AFCO – Riunione ordinaria di commissione del 3 dicembre 2015

Punto in agenda:

Scambio di opinioni con Frans Timmermans, primo Vicepresidente della Commissione europea, competente per il programma “Legiferare meglio”, le relazioni interistituzionali, lo Stato di diritto e la Carta dei diritti fondamentali

Buongiorno Vice-Presidente, grazie per l’introduzione.

Le vorrei porre una domanda su un tema che mi interessa particolarmente in quanto Rapporteur di un Relazione di Iniziativa sull’implementazione della Carta dei diritti. È una domanda che le pongo in seguito ai terribili attacchi terroristici a Parigi, nel Mali, in Tunisia. Mi ha molto preoccupato la decisione del Governo francese – oltre alla scelta di dare l’avvio ad uno stato di emergenza, sicuramente comprensibile, ma molto lungo – di richiedere l’attivazione della clausola derogatoria prevista dall’articolo 15 della Convenzione europea sui diritti umani. [1] Nel frattempo assistiamo alla sospensione della libertà di circolazione nello spazio Schengen, che si estende nell’Unione, e in precedenza Parigi aveva adottato una legge molto controversa sulla sorveglianza, che avrà implicazioni sui diritti dei cittadini. Considerato il rapporto che c’è tra i diritti sanciti nell’European Convention on Human Rights e le disposizioni della Carta dei diritti fondamentali, quello che le vorrei chiedere è se questa decisione di invocare la clausola derogatoria avrà influenza anche sull’applicazione del diritto primario dell’Unione. E che cosa significhi in sostanza questo continuo riferimento a uno stato di guerra e a cambiamenti costituzionali dovuti allo stato di guerra. Lo stato di guerra è una condizione nuova, in grado di sospendere i diritti umani. Mi piacerebbe avere una sua opinione a riguardo.

Grazie

[1] http://www.coe.int/en/web/secretary-general/home/-/asset_publisher/oURUJmJo9jX9/content/france-informs-secretary-general-of-article-15-derogation-of-the-european-convention-on-human-rights?_101_INSTANCE_oURUJmJo9jX9_viewMode=view

Cooperazione sulla migrazione nel Corno d’Africa

Bruxelles, 9 novembre 2015

Vertice di La Valletta sulla migrazione: una prospettiva sul Corno d’Africa

Audizione pubblica organizzata da Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL – Francia) in collaborazione con Europe External Policy Advisors (EEPA)

SESSIONE
Cooperazione sulla migrazione nel Corno d’Africa

Intervento di apertura

Ringrazio Marie-Christine Vergiat per aver organizzato questa audizione e per il suo costante impegno a fianco di chi combatte per la democrazia in Eritrea e nei paesi del Corno d’Africa, e contro la logica del processo di Khartoum, e ringrazio i rappresentanti della diaspora eritrea che oggi sono con noi.

Guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti umani, calamità naturali e crimini ambientali hanno costretto due milioni di cittadini del Corno d’Africa a lasciare le proprie case, in questi primi quindici anni del Duemila. Chi non è diventato profugo interno ha cercato di raggiungere l’Europa affrontando il deserto, le bande criminali, i campi in Libia, la traversata del Mediterraneo.

Queste persone d’ora in avanti troveranno ad accoglierli i cosiddetti hotspot, voluti da Commissione e Consiglio Europeo, dove si deciderà a quale categoria appartengono: se sono profughi titolati a presentare la domanda di protezione internazionale, o se sono migranti economici da rimpatriare. Ricordo che la maggior parte dei responsabili europei si ostina a parlare di “questione immigrati”, anziché di questione rifugiati. La distorsione semantica serve a sbarazzarsi delle proprie responsabilità. Ormai sappiamo bene che la stragrande maggioranza degli arrivi in Europa è composta di rifugiati. Comunque, la frontiera fra migrante e rifugiato è più che esile.

Ogni anno ricordiamo il naufragio di Lampedusa, quando morirono 360 fuggitivi eritrei e 8 fuggitivi somali. Era il 3 ottobre 2013.

“La maniera migliore per onorare la memoria dei morti è quella di salvare i vivi”, disse a Strasburgo don Mussie Zerai – invitato in Plenaria il 29 aprile di quest’anno da me e da Marie-ChristineVergiat – a proposito dell’istituzione, il 3 ottobre, di una giornata europea per la memoria dei profughi scomparsi in mare.

Ma come vengono salvati i vivi dai governanti dell’Unione? Riducendo il soccorso in mare a Frontex e a EunavforMed, il cui compito prioritario non è ufficialmente quello della Ricerca e Soccorso in mare? Riesumando il processo di Khartoum, che – in cambio di molto denaro – consegna il governo della migrazione dall’Africa e dal Medio Oriente alle peggiori dittature, come quella di Isaias Afewerki in Eritrea e di Al Bashir in Sudan?

A luglio – quando la commissione delle Nazioni Unite presieduta dall’avvocato Mike Smith aveva da pochi giorni presentato al Consiglio per i Diritti umani un Rapporto sull’Eritrea – l’Unione Europea ha prospettato un pacchetto di 300 milioni di euro in aiuti allo sviluppo, in favore di quel paese: un regalo al regime di Afewerki. L’obiettivo dichiarato a Bruxelles: “fermare la fuga di migliaia di migranti dal paese”.

Sono rimaste inascoltate, a Bruxelles come a Roma, le proteste della diaspora e l’appello lanciato da numerosi docenti universitari, uomini di cultura, giornalisti, esuli, ex diplomatici, attivisti che denunciavano come il nuovo flusso di denaro dall’Europa avesse l’effetto di legittimare e rafforzare la dittatura che da anni combattono, proprio mentre sta attraversando una fase di grave difficoltà.

La Commissione ONU sta valutando la possibilità di portare Afewerki davanti alla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità. Ma l’Eritrea è stata invitata dal Consiglio europeo al Summit di La Valletta, l’11 e 12 novembre, e il ministro degli esteri di Afewerki – assieme al ministro degli esteri del presidente del Sudan Omar al-Bashir, accusato di crimini di guerra – siederà con gli altri leader africani.

So che una delegazione della diaspora eritrea e il coordinamento dell’Eritrea democratica saranno a Malta, in quei giorni, a far sentire la propria voce. È una voce che parla in nome nostro, che siamo orgogliosi di ospitare oggi a Bruxelles, e che vogliano continuare a rappresentare.

Come salvare l’Iniziativa cittadina europea

Sessione Plenaria di Strasburgo, 26 ottobre 2015.

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di Relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione sull’Iniziativa dei Cittadini Europei

Punto in Agenda: Discussione sulla Relazione sull’Iniziativa dei Cittadini Europei

Relatore: György Schöpflin (PPE – Ungheria)

Presenza ed intervento per conto della Commissione europea: Frans Timmermans, Primo Vicepresidente della Commissione/Commissario per Qualità della legislazione, relazioni interistituzionali, Stato di diritto e Carta dei diritti fondamentali

Come salvare l’Iniziativa cittadina europea (ICE)

L’Unione ha scoperto la democrazia partecipativa dopo una crisi: il No dell’Irlanda al Trattato di Nizza. L’Iniziativa cittadina, iscritta ora nei Trattati, fu una risposta a quella crisi. Oggi la crisi s’è aggravata, e la democrazia partecipativa è moribonda: nessuna Iniziativa che ha raccolto le firme necessarie è stata seguita da azioni legali.

Il rapporto Schöpflin non è perfetto, non permette purtroppo di modificare i Trattati, ma ha raccolto l’unanimità della Commissione AFCO perché facilita di molto il follow-up giuridico delle Iniziative.

Chiedo solennemente a questo Parlamento di non votare l’emendamento 4 al paragrafo 30, che trasformerebbe l’ICE in un arco senza frecce. Lo chiedo specialmente ai socialisti, che l’hanno presentato. L’emendamento esige che la Commissione proponga un atto legislativo a favore di un’ICE coronata di successo, ma solo dopo aver emesso un parere positivo. Fino ad oggi 29 iniziative su 49 sono state ammesse, tre hanno superato la soglia delle firme, solo il diritto all’acqua ha ottenuto un vago parere positivo, nessuna ha avuto seguito.

Il Commissario Malmström ha risposto alle petizioni contro il TTIP: ”Non ricevo il mio mandato dal popolo europeo”. Vorrei sapere a questo punto, e lo chiedo al vicepresidente Timmermans che è qui con noi, da chi la Commissione riceva il proprio mandato.


Si veda anche

Open letter from ECI organisers to the European Parliament

Le insidie della difesa comune

Bruxelles, 13 ottobre 2015. Intervento di Barbara Spinelli in occasione dell’Audizione pubblica organizzata dalle Commissioni Affari Esteri (AFET) e Affari Costituzionali (AFCO) “Politica estera e di sicurezza comune nel quadro del trattato di Lisbona: come sbloccare il suo pieno potenziale”.

Barbara Spinelli ha co-presieduto tale riunione (in sostituzione del Presidente della Commissione AFCO Danuta Maria Hübner (PPE- Polonia)) con il Presidente della Commissione AFET Elmar Brok (PPE – Germania).

Relatori:

  • Panos Koutrakos, Professor of European Law, London City University
  • Nicolai von Ondarza, Deputy Head of Research Division, Stiftung Wissenschaft und Politik (German Institute for International and Security Affairs)
  • Stefano Silvestri, Scientific advisor at the International Affairs Institute (IAI)
  • Mr Olivier de France, Research director, French Institute for International and Strategic Studies (IRIS)

Le insidie della difesa comune

È opinione diffusa, e lo dimostrano le reazioni positive alle proposte di Jean-Claude Juncker sulla creazione di un esercito europeo, che l’Unione debba accelerare i tempi, in questo campo: usando le possibilità offerte dai Trattati, come le cooperazioni rafforzate o i voti a maggioranza. Da decenni, la politica estera e di difesa comune è stata parola d’ordine ricorrente, nel discorso europeista o federalista. Non dimentichiamo che la comunità dimezzata che abbiamo oggi, quasi esclusivamente economica, nasce dal fallimento della Comunità di difesa (CED) nel ’54.

Il caos e le guerre antiterroriste che hanno caratterizzato il dopoguerra fredda ci obbligano tuttavia a ripensare da capo questi obiettivi, e ad affinarli. La spregiudicatezza con cui l’Alleanza atlantica è stata di fatto estesa al di là delle frontiere orientali dell’Unione, la miriade di Stati falliti scaturiti dalle guerre euro-americane e della Nato, l’enorme flusso di migranti che di questo caos sono la conseguenza: sono tutti fattori che non possiamo non mettere nei calcoli, quando auspichiamo una difesa comune senza mettere in questione le vecchie alleanze con Stati Uniti e Nato. Il Presidente Juncker parla di un esercito europeo capace di dissuadere la Russia in Ucraina, ma proprio qui è il problema: è la dimostrazione che né Stati Uniti né Europa hanno ancora una politica russa costruttiva, coerente con i rispettivi e molto divergenti interessi.

A ciò si aggiunga un deficit ulteriore, rivelatosi nel negoziato su euro e Grecia: la comune politica estera e di difesa cui si aspira soffre, come quella economica e monetaria, di una mancanza grave di un’accountability democratica. Chi si batte per un’unificazione delle politiche difensive tende a ignorare la questione della legittimità democratica, se non della legalità. Non sarà forse il tema affrontato dagli oratori che prenderanno la parola in questa sessione, ma mi piacerebbe sapere cosa ne pensino. Parlo della conformità alle Costituzioni nazionali e anche al Trattato di Lisbona, visto che esso prescrive, nell’articolo 21,1-2, l’inserimento dei diritti dell’uomo e delle libertà negli obiettivi della Politica estera e di sicurezza comune (PESC). Manca, nell’Unione, un articolo simile all’articolo 11 della Costituzione italiana, che ripudia la guerra e ammette trasferimenti di sovranità solo se gli obiettivi perseguiti sono la pace e la giustizia. Quasi tutte le Costituzioni nazionali degli Stati membri prevedono controlli parlamentari sulle scelte di pace e di guerra. Non l’Unione né la sua Carta dei diritti fondamentali.

Questo vuoto non resta vuoto, tuttavia. Viene sempre più riempito da ridondanti discorsi sui “valori etici”: ben meno stringenti di una Costituzione. Discorsi che hanno prodotto le guerre umanitarie e l’esportazione delle democrazie: altrettante operazioni fallimentari, che hanno ridotto il peso dell’Europa e l’hanno profondamente screditata.

Credo che le lacerazioni attorno alla tenuta dell’euro debbano farci riflettere. Quel che mi domando, è se una difesa comune e lo stesso voto a maggioranza non siano dei rischi, in assenza di un governo e di un Parlamento che controllino e validino le scelte che verrebbero fatte in materia. La spaccatura sulla Grecia ci lascia in eredità questa questione, a mio parere non risolta. Ricordo che nel trattato CED, su richiesta di Altiero Spinelli e Alcide De Gasperi, c’era un articolo, il nr. 38, secondo cui sarebbe stato impossibile creare una Comunità di difesa senza integrarla immediatamente, non step by step, in una Comunità politica dotata di una democrazia costituzionale (di uno “statuto”, come si disse allora).


Risposta a un’obiezione di Jo Leinen, Eurodeputato del gruppo S&D (“Non c’è rapporto fra un controllo democratico più stringente della futura difesa europea e il presunto rischio dei voti a maggioranza”):

La rinuncia al voto a maggioranza complica certamente il processo decisionale dell’Unione, minacciandola in alcuni casi di paralisi e inazione. Ma gli eventi recenti stanno a mostrare come il diritto di veto possa divenire, per alcuni Stati, l’unico modo per far valere gli articoli delle proprie costituzioni e rispettare il funzionamento della propria democrazia.


Si veda anche

Si fa presto a dire esercito europeo: una riflessione di Barbara Spinelli

eunews: Le insidie della difesa comune

Il negoziato TISA e la sentenza Schrems

Bruxelles, 12 ottobre 2015. Intervento di Barbara Spinelli in occasione della Riunione della Commissione Parlamentare per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Punto in Agenda:  

  • Raccomandazioni alla Commissione europea sui negoziati relativi all’Accordo sugli scambi di servizi (TiSA)
    Esame del progetto di parere
    Relatore per parere Commissione LIBE – Jan Philipp Albrecht (Verdi/ALE – Germania)
    Commissione competente nel merito: Commercio Internazionale (INTA) – Relatore Viviane Reding (PPE – Lussemburgo)

Il negoziato TISA e la sentenza Schrems

Trovo l’opinione di Jan Philipp Albrecht eccellente, e vorrei chiedere al relatore come la sentenza Schrems appena emessa dalla Corte Europea di Giustizia possa essere inserita nel contesto degli attuali negoziati sul TISA e, soprattutto, quali specifici aspetti del verdetto debbano essere integrati, al fine di garantirne una reale applicazione.

Vorrei anche porre una domanda su una questione particolarmente controversa: la partecipazione dei paesi emergenti a tali negoziati. Come ritiene il relatore di poter rispondere alle questioni cruciali sollevate da tali paesi e che ne impediscono la partecipazione o, eventualmente, l’adesione? Mi riferisco alle limitazioni poste ai paesi in via di sviluppo in virtù delle clausole di Standstill, Most Favoured Nation e Ratchet.

Di quest’ultima temo inoltre gli effetti potenzialmente irreversibili che, in via generale, può dispiegare, cristallizzando nel tempo qualsiasi forma di privatizzazione. Nelle attuali condizioni di crisi economica è necessario garantire reversibilità e non correre il rischio di restare prigionieri dello status quo.


 

Si veda, in proposito, il Progetto di parere del relatore (file .pdf)

La sentenza Schrems: una rivoluzione

Bruxelles, 12 ottobre 2015. Intervento di Barbara Spinelli in occasione della Riunione della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni.

Punto in Agenda:

  • Sentenza nella causa C-362/14 – Maximillian Schrems contro Commissario per la protezione dei dati
    Presentazione a cura del Servizio giuridico del PE della sentenza del 6 ottobre della Corte (“Approdo sicuro”- “Safe Harbour”)

La sentenza Schrems: una rivoluzione

Grazie Presidente.

Come già emerso in questa sala, ammetto di essere anch’io molto sorpresa dallo stupore sollevato dalla sentenza in esame. Questa rivoluzione dei diritti digitali, che ha portato, ad esempio, l’Italia ad approvare dopo quindici anni di discussioni una Dichiarazione dei diritti in internet, dimostra una cosa ormai evidente: ancora una volta, sono i giudici ed è l’azione di alcuni cittadini coraggiosi a salvare l’Europa. Cito Max Schrems ovviamente, ma anche Edward Snowden prima di lui. Sono loro a salvarci dalla nostra inerzia nel dare attuazione alla Carta dei diritti fondamentali, nel promuovere il Better Law Making – come già evidenziato dalla collega Sophie Int’Veld – e nel difendere il rule of law in Europa. Sono loro a ricordarci che i dati personali non trovano effettiva protezione negli Stati Uniti.

Anch’io parlerei dunque di una rivoluzione: la sentenza infatti si pone nel solco tracciato dalle precedenti due pronunce del 2014 (Digital Rights Ireland e Google Spain SL), con cui la Corte di giustizia riaffermava la centralità della protezione dei dati personali e rafforzava il diritto all’oblio su internet. Tale rivoluzione deve a questo punto avere effetti sui vari negoziati: su Safe Harbour, sospendendolo, ma anche su TTIP, su TISA, su PNR, su tutte le trattative in corso con gli Stati Uniti. Bisogna andare verso un Habeas Corpus Digitale, ovvero una Carta europea dei diritti digitali.

Vorrei soffermarmi su due punti in particolare che sono stati messi in risalto dalla sentenza:

1) Il ruolo della Commissione europea: i giudici hanno stabilito che le decisioni della Commissione europea non possono in alcun modo precludere il potere d’indagine delle autorità nazionali riguardo al livello di protezione offerto dal Paese in cui i dati siano trasferiti; essa non ha tale competenza. E questo, a mio parere, è ancora più vero a fronte di Stati Membri la cui normativa nazionale possa offrire un livello di tutela più elevato.

2) L’applicabilità dei principi safe harbour negli stessi Stati Uniti: la Corte ha chiarito che tali principi non trovano applicazione nei confronti delle autorità pubbliche ed anche le imprese private sono tenute a disapplicarli laddove possano entrare in conflitto con esigenze di sicurezza nazionale e di pubblico interesse che dovessero prevalere sul regime dell’approdo sicuro. Come affermato dai giudici, ci troviamo dunque di fronte a possibili ingerenze senza limiti.

Vorrei infine concludere ringraziando il Presidente di questa Commissione, Claude Moraes, per i suoi richiami ad una maggiore cooperazione, in materia, tra Commissione europea e Parlamento, per aver messo in luce i difetti comunicativi della Commissione europea, e sull’insistenza con cui ha sottolineato, in particolare, la necessità di una più proficua collaborazione con la Commissione parlamentare LIBE.


Si veda anche:

Comunicato stampa della Corte di giustizia dell’Unione Europea (file .pdf)

Testo della sentenza (in inglese)

Conseguenze della sentenza della CGUE che invalida la decisione “Approdo sicuro” con gli Stati Uniti

Intervento di Barbara Spinelli in occasione della Sessione Plenaria di Bruxelles, 14 ottobre 2015

  • Punto in Agenda:
    Conseguenze della sentenza della CGUE che invalida la decisione “Approdo sicuro” con gli Stati Uniti
    Dichiarazioni del Consiglio e della Commissione (Consiglio: Nicolas Schmit – Ministro del lavoro, dell’occupazione e dell’economia sociale e solidale del Lussemburgo / Commissione: Věra Jourová – Commissario europeo per la giustizia, i consumatori e la parità di genere)

Di fronte al verdetto della Corte di giustizia, che invalida la decisione della Commissione sul trasferimento dati verso gli Stati Uniti, constatiamo due fatti incoraggianti. Primo: c’è un giudice a Lussemburgo, a far prevalere l’Europa dei diritti sugli arbìtri dei mercati. Secondo: ci sono semplici cittadini, a difenderci dai soprusi e a ottenere ciò che il Parlamento non ha ottenuto con tante risoluzioni. Il giovane Schrems è uno di questi. La sua battaglia a tutela del diritto l’ha condotta sul solco di Snowden, nominato dal nostro gruppo per il Premio Sacharov assieme ad altri whistleblower. Dopo ben tre sentenze della Corte sulla protezione dati, ritengo sia più che mai necessario rivedere tutti gli attuali negoziati in materia e promuovere un bill of rights digitale dell’Unione, fondato sui principi già contenuti nella Carta, simile al marco civil adottato in Brasile nel 2014.

Audizione sugli sgomberi forzati contro i rom

Bruxelles, 14 ottobre 2015

Nella sede del Parlamento Europeo di Bruxelles si è tenuta un’audizione promossa dai parlamentari europei Soraya Post, Péter Niedermüller, Damian Dräghici, Sirpa Pietikäinen, Fredrick Federley, Barbara Spinelli, Terry Reintke, Benedek Jávor, e dal direttore dell’Open Society European Policy Institute Neil Campbell.

Intervento di Barbara Spinelli (versione inglese)

In Italia la Strategia nazionale di inclusione dei rom prevista dalla Commissione europea nel 2011 non ha mai avuto inizio. L’Italia è invece il solo paese europeo ad aver fatto dei “campi” per i rom e i sinti un sistema istituzionalizzato, gestito dalle pubbliche amministrazioni con il denaro dei contribuenti. A peggiorare questa già gravissima situazione, vengono le speculazioni mafiose e clientelari. «Noi quest’anno abbiamo chiuso con quaranta milioni di fatturato, ma tutti i soldi e gli utili li abbiamo fatti sui zingari, sull’emergenza alloggiativa e sugli immigrati, tutti gli altri settori finiscono a zero», ha detto Salvatore Buzzi, capo della cooperativa 29 giugno, nella famosa intercettazione telefonica che ha dato il via all’inchiesta denominata Mafia capitale.

Nel solo 2014, il governo italiano ha allocato 1.315.000 euro al Comune di Roma per politiche che finiscono con l’alimentare un sistema che rendere rom e sinti un capro espiatorio mentre si avvantaggia della loro segregazione.

A questo si aggiunga che stiamo assistendo a una politica di sgomberi forzati, attuata da giunte di destra e di sinistra come strategia elettorale in vista delle scadenze amministrative.

Meno di un mese fa è stato sgomberato il campo rom della Bigattiera a Pisa, senza che fosse predisposta alcuna soluzione abitativa per i suoi abitanti: ho cercato di bloccarlo, insieme alle associazioni della società civile, ma senza successo. Il sindaco di Pisa è un politico di sinistra. Uno sgombero del campo era già stato programmato a Natale dello scorso anno, e quella volta riuscimmo a fermarlo rivolgendoci al Prefetto. Allo stesso modo, il 18 marzo 2015 riuscimmo a impedire lo sgombero dei campi rom di Lungo Stura Lazio, a Torino, e di Torre del Lago Puccini, a Viareggio.

Il Giubileo è imminente. Il tasso di sgomberi forzati di famiglie rom nella città di Roma è aumentato in modo impressionante: 7 sgomberi nei due mesi e mezzo precedenti l’annuncio del Giubileo, 64 sgomberi nei sette mesi successivi. Ma proprio il Giubileo può diventare l’occasione per chiedere l’adozione delle politiche di inclusione e sicurezza sociale prescritte dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea nell’ambito di un più ampio progetto da sviluppare con le popolazioni interessate.

L’Unione dovrebbe promuovere un approccio olistico di inclusione sociale che vada oltre le attuali raccomandazioni non vincolanti agli Stati membri, nel rispetto dell’Articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali – che vieta qualsiasi forma di discriminazione fondata sull’origine etnica o sociale o sull’appartenenza a una minoranza nazionale.

Migrazione: indecenze del Consiglio

Bruxelles, 16 settembre 2015. Intervento di Barbara Spinelli durante la mini plenaria sulle conclusioni del Consiglio Giustizia e Affari Interni sulla migrazione (14 settembre 2015).

Le conclusioni del Consiglio sono indecenti. L’85 per cento dei rifugiati vive nei paesi poveri, e gli Stati membri decidono di ricollocarne appena 32.000 entro la fine del 2017. Una maggioranza accoglie la proposta della Commissione di distribuirne altri 120.000 (da Italia, Grecia, Ungheria), ma si fa bloccare da alcuni Stati. Risultato: la ricollocazione è approvata solo “in linea di principio”, non è  vincolante né permanente. Quest’Europa chiacchiera di valori, dimenticando che l’asilo e la solidarità fra Stati membri sono diritti e leggi, non astratti valori. Le sole misure che sa decidere sono inefficaci, e impaurite: muri; interventi militari in Libia che aumenteranno il numero dei fuggiaschi; lotta agli smuggler che esistono perché mancano vie legali di fuga; e liste di “paesi sicuri” dove rispedire i profughi, col rischio di discriminarli secondo le nazioni e di violare il diritto internazionale.


Si veda anche: EU leaders must take more responsibility in migration crisis

Misure temporanee nel settore della protezione internazionale: intervento in Plenaria

Progetto di risoluzione del Parlamento Europeo sulla proposta di decisione del Consiglio che istituisce misure temporanee nel settore della protezione internazionale a beneficio dell’Italia e della Grecia (dibattito prima del voto)

Intervento di Barbara Spinelli

I trattati mentono, su quel che siamo: non siamo un faro di civiltà, non abbiamo una comune politica d’asilo e migrazione. Non siamo stati solidali con la Grecia. Non lo siamo con i migranti. Ricordo qui una sola cifra: l’85 per cento dei rifugiati si trovano nei paesi poveri del mondo. Non da noi. Domani voteremo il rapporto della collega Ska Keller, che propone una modesta, giusta ripartizione dei profughi. Il Consiglio sta già cominciando a corroderlo. Ieri il sito Statewatch ha scritto: se il Parlamento non impone a Commissione e Consiglio misure vincolanti e permanenti, è insensato indire future elezioni europee. Sono d’accordo. Penso che il Parlamento dovrà licenziare la Commissione, se entro l’anno non organizza vie legali d’accesso in Europa e non dichiara morto il sistema di Dublino. E deve minacciare il taglio dei fondi di funzionamento al Consiglio: il più colpevole di incompetenza, il più incapace di azione collettiva.