I cittadini davanti ai poteri di Frontex

Bruxelles, 10 novembre 2015. Intervento di Barbara Spinelli in occasione della Riunione congiunta delle Commissioni Petizioni e Libertà civili, giustizia e affari interni.

Punto in Agenda:
Rapporto di iniziativa relativa a Frontex, a seguito della Relazione speciale del Mediatore europeo (Emily O’Reilly).

Relatori: Roberta Metsola (PPE – Malta), Ska Keller (Verdi/ALE – Germania)

  • Esame del progetto di relazione
  • Fissazione del termine per la presentazione di emendamenti

Desidero evidenziare due tematiche, a mio avviso importanti, che dovrebbero essere inserite nella Relazione in esame.

Il primo punto, su cui non mi soffermerò in quanto già esaustivamente considerato prima di me dalla collega Laura Ferrara (Movimento Cinque Stelle), concerne il diritto al ricorso dei migranti, di cui questi ultimi devono potersi avvalere soprattutto se provenienti dai cosiddetti “paesi sicuri”.

Riguardo al secondo punto, ritengo sia essenziale che la Relazione richiami l’articolo 263 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, il quale prevede che la Corte di Giustizia eserciti un controllo di legittimità sugli atti degli organi o organismi dell’Unione (Frontex, in questo caso) destinati a produrre effetti giuridici nei confronti di terzi.

L’applicazione dell’articolo 263 permette in effetti di salvaguardare e rafforzare un principio fondamentale della democrazia costituzionale: quello secondo cui più poteri vengono istituiti, più il cittadino è tutelato. In tal caso, un potere supplementare di controllo e monitoraggio viene attribuito al giudice.

Sulla gestione della crisi dei rifugiati

di mercoledì, Novembre 11, 2015 0 , , , Permalink

Bruxelles, 10 novembre 2015

Intervento di Barbara Spinelli in occasione della Riunione della Commissione Libertà civili, giustizia e gli affari interni.

Punto in Agenda:

COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL PARLAMENTO EUROPEO, AL CONSIGLIO EUROPEO E AL CONSIGLIO “Gestire la crisi dei rifugiati: stato di attuazione delle azioni prioritarie intraprese nel quadro dell’agenda europea sulla migrazione”

  • Presentazione a cura di Matthias Ruete, direttore generale, Commissione europea, DG Migrazione e affari interni (sostituito da Marta Cygan, direttrice della Direzione A – Strategia e Affari Generali, DG Migrazione e affari interni)

Desidero porre alla Signora Cygan una domanda in merito alla questione hotspot in Italia, di cui all’allegato 3 della Comunicazione in esame, ma prima di ciò, vorrei richiamare l’attenzione della Commissione su una situazione molto grave che riguarda l’assistenza alla Grecia.

La Commissione pretende di aver dato il via all’erogazione di aiuti – a un paese, ricordiamo, sotto una pressione di flussi migratori che tutti noi conosciamo – ma le condizioni previste per il loro stanziamento sono tali per cui l’uso effettivo del denaro diviene pressoché impossibile.

Le autorità greche, infatti, vengono invitate ad anticipare le spese dei servizi – spese per il cibo, la pulizia dei centri d’accoglienza, l’affitto dei centri stessi, ecc. – e solo successivamente queste saranno rimborsate.

Sembra quasi che la Commissione ignori totalmente la situazione di crisi economica in cui versa il paese dopo anni di austerità. La Grecia non è semplicemente in grado di anticipare tale denaro.

Naturalmente le soluzioni ci sarebbero e sono soluzioni molto realistiche. Basterebbe, infatti, che la Grecia potesse disporre delle somme in un conto bancario, ad uso immediato, quando si determina il bisogno di un servizio. È evidente che il governo greco dovrà rendere conto delle spese sostenute e che vi sarà un controllo continuo da parte della Commissione.

Si tratta evidentemente di una questione urgente e su questo vorrei avere una risposta precisa e altrettanto urgente.

Riguardo alla questione hotspot: la Commissione raccomanda agli Stati di garantire l’immediata disponibilità di esperti, se richiesti da Frontex e da EASO, e specifica che tali esperti – cito – “devono essere disponibili per distaccamenti di lungo periodo, per essere quanto più possibile operativi”.

Quel che chiedo alla rappresentante della Commissione è se il concetto di “lungo periodo” sia compatibile con il carattere di temporaneità che gli hotspot dovrebbero possedere in quanto misure d’emergenza adottate sulla base dell’articolo 78(3) del Trattato, o se tale inciso preluda invece a un processo di regolamentazione permanente di situazioni emergenziali. Chiaramente gli hotspot diverranno centri di detenzione, per l’appunto, permanenti, ma senza perdere formalmente la loro natura emergenziale. Questo significa che avendo formalmente tale natura, qualsiasi decisione che li riguarda verrà presa nell’inosservanza della procedura ordinaria di co-decisione con il Parlamento europeo. Qualunque proposta della Commissione verrà perciò adottata in assoluta solitudine dal Consiglio, al di fuori di ogni controllo democratico.

Cooperazione sulla migrazione nel Corno d’Africa

Bruxelles, 9 novembre 2015

Vertice di La Valletta sulla migrazione: una prospettiva sul Corno d’Africa

Audizione pubblica organizzata da Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL – Francia) in collaborazione con Europe External Policy Advisors (EEPA)

SESSIONE
Cooperazione sulla migrazione nel Corno d’Africa

Intervento di apertura

Ringrazio Marie-Christine Vergiat per aver organizzato questa audizione e per il suo costante impegno a fianco di chi combatte per la democrazia in Eritrea e nei paesi del Corno d’Africa, e contro la logica del processo di Khartoum, e ringrazio i rappresentanti della diaspora eritrea che oggi sono con noi.

Guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti umani, calamità naturali e crimini ambientali hanno costretto due milioni di cittadini del Corno d’Africa a lasciare le proprie case, in questi primi quindici anni del Duemila. Chi non è diventato profugo interno ha cercato di raggiungere l’Europa affrontando il deserto, le bande criminali, i campi in Libia, la traversata del Mediterraneo.

Queste persone d’ora in avanti troveranno ad accoglierli i cosiddetti hotspot, voluti da Commissione e Consiglio Europeo, dove si deciderà a quale categoria appartengono: se sono profughi titolati a presentare la domanda di protezione internazionale, o se sono migranti economici da rimpatriare. Ricordo che la maggior parte dei responsabili europei si ostina a parlare di “questione immigrati”, anziché di questione rifugiati. La distorsione semantica serve a sbarazzarsi delle proprie responsabilità. Ormai sappiamo bene che la stragrande maggioranza degli arrivi in Europa è composta di rifugiati. Comunque, la frontiera fra migrante e rifugiato è più che esile.

Ogni anno ricordiamo il naufragio di Lampedusa, quando morirono 360 fuggitivi eritrei e 8 fuggitivi somali. Era il 3 ottobre 2013.

“La maniera migliore per onorare la memoria dei morti è quella di salvare i vivi”, disse a Strasburgo don Mussie Zerai – invitato in Plenaria il 29 aprile di quest’anno da me e da Marie-ChristineVergiat – a proposito dell’istituzione, il 3 ottobre, di una giornata europea per la memoria dei profughi scomparsi in mare.

Ma come vengono salvati i vivi dai governanti dell’Unione? Riducendo il soccorso in mare a Frontex e a EunavforMed, il cui compito prioritario non è ufficialmente quello della Ricerca e Soccorso in mare? Riesumando il processo di Khartoum, che – in cambio di molto denaro – consegna il governo della migrazione dall’Africa e dal Medio Oriente alle peggiori dittature, come quella di Isaias Afewerki in Eritrea e di Al Bashir in Sudan?

A luglio – quando la commissione delle Nazioni Unite presieduta dall’avvocato Mike Smith aveva da pochi giorni presentato al Consiglio per i Diritti umani un Rapporto sull’Eritrea – l’Unione Europea ha prospettato un pacchetto di 300 milioni di euro in aiuti allo sviluppo, in favore di quel paese: un regalo al regime di Afewerki. L’obiettivo dichiarato a Bruxelles: “fermare la fuga di migliaia di migranti dal paese”.

Sono rimaste inascoltate, a Bruxelles come a Roma, le proteste della diaspora e l’appello lanciato da numerosi docenti universitari, uomini di cultura, giornalisti, esuli, ex diplomatici, attivisti che denunciavano come il nuovo flusso di denaro dall’Europa avesse l’effetto di legittimare e rafforzare la dittatura che da anni combattono, proprio mentre sta attraversando una fase di grave difficoltà.

La Commissione ONU sta valutando la possibilità di portare Afewerki davanti alla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità. Ma l’Eritrea è stata invitata dal Consiglio europeo al Summit di La Valletta, l’11 e 12 novembre, e il ministro degli esteri di Afewerki – assieme al ministro degli esteri del presidente del Sudan Omar al-Bashir, accusato di crimini di guerra – siederà con gli altri leader africani.

So che una delegazione della diaspora eritrea e il coordinamento dell’Eritrea democratica saranno a Malta, in quei giorni, a far sentire la propria voce. È una voce che parla in nome nostro, che siamo orgogliosi di ospitare oggi a Bruxelles, e che vogliano continuare a rappresentare.

Contro gli accordi di rimpatrio in Turchia

(Discorso previsto ma non pronunciato per chiusura del dibattuto)

Strasburgo, 27 ottobre 2015

KEY DEBATE: Conclusions of the European Council meeting of 15 October 2015, in particular the financing of international funds, and of the Leaders’ meeting on the Western Balkans route of 25 October 2015, and preparation of the Valletta summit of 11 and 12 November 2015.

Presenti per la Commissione: Jean-Claude Juncker, Frans Timmermans, Federica Mogherini, Dimitris Avramopoulos.

Presente per il Consiglio Europeo: Donald Tusk

Temo gli accordi con la Turchia, perché rischiano di esser conclusi con il solo obiettivo di allontanare dai nostri confini il dramma dei rifugiati. Temo che venga avallato, con il nostro consenso, un regime che sta reprimendo la minoranza curda. Che rinchiuderà i rifugiati in campi per anni, magari mandando a scuola i bambini come ci garantisce Jean Claude Juncker, ottenendo il nostro silenzio sui diritti fondamentali violati in Turchia. Temo infine sia avallata – nella guerra in Siria – una linea turca intesa a colpire i curdi più che l’Isis. Il Presidente del Consiglio Europeo Tusk è stato esplicito: “La Turchia ci sta chiedendo di sostenere la formazione di una safe zone nel Nord della Siria, opzione che Mosca rifiuta”. Dovremmo rifiutarla anche noi: la safe zone serve solo a controllare e intrappolare i curdi in Siria.

Caro Presidente Juncker, Lei minaccia: “No registration, no right”. Sono formule del tutto inappropriate, oltre che pericolose. Ci sono diritti (a non subire violenze nelle registrazioni e nel rilevamento delle impronte digitali, al non refoulement) che sono incondizionati.

Pablo Iglesias denuncia le larghe intese che umiliano la democrazia in Europa

Un discorso di addio al Parlamento europeo che vale la pena ricordare. Pablo Iglesias, che riprende la battaglia politica in Spagna dopo quindici mesi di lavoro a Bruxelles, condanna la grande coalizione parlamentare che blocca e umilia la democrazia in Europa. Condanna il compromesso parlamentare che ha permesso a Jean-Claude Juncker di restare al suo posto nonostante le accuse di frode fiscale che lo hanno coinvolto in Lussemburgo. Condanna la falsa retorica di Gianni Pittella, presidente del gruppo socialista, che cita Dante e intanto avalla tutte le regressioni  delle larghe intese tra popolari, socialisti e liberali. Diffida Manfred Weber, capogruppo dei Popolari, dall’interferire nell’esito delle elezioni portoghesi con giudizi simili a quelli, indecenti, espressi nei giorni scorsi dal Presidente del Portogallo Aníbal Cavaco Silva contro un possibile accordo di governo tra socialisti e sinistre radicali («Devo fare di tutto, e rientra nei miei poteri costituzionali, per prevenire l’invio di falsi segnali alle istituzioni finanziarie, agli investitori e ai mercati»).

Strasburgo, 27 ottobre 2015

KEY DEBATE: Conclusions of the European Council meeting of 15 October 2015, in particular the financing of international funds, and of the Leaders’ meeting on the Western Balkans route of 25 October 2015, and preparation of the Valletta summit of 11 and 12 November 2015

Pablo Iglesias, en nombre del Grupo GUE/NGL. – Señor Presidente, la primera vez que intervine aquí fue hace quince meses, en representación de este Grupo. Fue un honor hacerlo y fue un honor competir con usted por la presidencia de este Parlamento. Dije entonces que aspirábamos a una Europa diferente, a una Europa que fuera un poco menos dura con los débiles y un poco menos complaciente con los poderosos. Creo que, por desgracia, esa afirmación de hace quince meses sigue siendo y sigue estando vigente hoy.

Recordé, en aquel discurso de hace quince meses, a los combatientes españoles que lucharon contra el fascismo y contra el horror como la mejor contribución de mi patria al progreso de Europa, como la mejor contribución de mi patria a una Europa social, una Europa democrática y una Europa respetuosa de los derechos humanos. Cuando oigo gritos xenófobos en esta Cámara recuerdo que, en mi patria, a aquellos que insultaban, a aquellos que atemorizaban, se les decía «No pasarán». Pero también me molesta escuchar cierta hipocresía en esta Cámara en algunos que lloran lágrimas de cocodrilo y defienden —dicen defender— los derechos humanos.

Señor Weber, ha hablado usted de extremismos para referirse a lo que puede ocurrir en Portugal. Aprendan ustedes a respetar la democracia. Aprendan ustedes que, a veces, los ciudadanos votan cosas distintas a lo que representan ustedes.

(Aplausos)

El señor representante del Grupo liberal —me va a perdonar que, después de quince meses practicando todas las mañanas frente al espejo, siga siendo incapaz de pronunciar su apellido— ha dicho que esto no es un problema de socialdemócratas, de liberales o de populares. Sí, efectivamente. Efectivamente, ustedes han estado de acuerdo en los elementos fundamentales que han implicado una política exterior europea que ahora estamos pagando y que tiene que ver con la situación de miseria y humillación que están viviendo millares de familias a las puertas de Europa.

Hoy hablamos, otra vez, de guerra y de desolación a las puertas de Europa, de familias a las que se está respondiendo con alambradas. Y yo digo que los europeos no podemos olvidar lo que significa una guerra, no podemos olvidar lo que significan el horror y la pobreza y tener que huir del horror y de la pobreza. Y no podemos humillar a esa gente, porque humillar a esa gente es humillar a Europa. Como es humillar a Europa, señor Weber, acabar con el Estado del bienestar. Como es humillar a Europa acabar con los derechos sociales. Es humillar a Europa entregar a los Gobiernos a la arrogancia de los poderes financieros y atacar la soberanía. Es humillar a Europa favorecer el fraude fiscal, como usted, señor Juncker. Como usted, que favoreció —cuando era ministro de Hacienda— negocios secretos, tratos secretos con multinacionales para que tuvieran que pagar impuestos al 1 %, mientras los ciudadanos europeos tienen que pagar impuestos. Y luego hablan ustedes de presupuestos. Y usted se sienta ahí, señor Juncker, porque gente como usted, señor Pittella, ha permitido que el señor Juncker esté sentado ahí; porque ustedes, los socialistas, han mantenido una gran coalición con los populares en esta Cámara.

Así que, menos citar a Dante, señor Pittella, y más ponerse del lado de la gente y acabar de una vez con esta maldita gran coalición.

(Aplausos)

Vuelvo a mi país para que no haya, para que no siga habiendo en España gente como ustedes en el Gobierno, pero quiero pedirles algo antes de marcharme: cambien su política. La crisis de los refugiados no se resuelve con alambradas. La crisis de los refugiados no se resuelve con policía. Se resuelve con una política responsable. Dejen de jugar al ajedrez con los pueblos del Mediterráneo. Trabajen por la paz en lugar de fomentar guerras. Ayuden a las personas que están huyendo del horror. No sigan destruyendo la dignidad de Europa, señor Juncker.

(Aplausos)

Tortura in Arabia Saudita: risposta dell’Alto Rappresentante

IT

E-003382/2015

Risposta dell’alta rappresentante/vicepresidente Federica Mogherini all’interrogazione con richiesta di risposta scritta E-003382-15 del 27 febbraio 2015

(30.10.2015)

L’Alta rappresentante/vicepresidente è a conoscenza del caso di Raif Badawi. Il SEAE segue da vicino, sia a Bruxelles che localmente tramite la delegazione dell’UE a Riyadh, questo caso e quelli di altri attivisti di spicco, tra cui Abu Al-Khair.

IL SEAE, in stretto coordinamento con gli Stati membri dell’UE, ha condotto varie iniziative di sensibilizzazione, a carattere ufficiale o non, presso le autorità saudite in merito al caso di Raif Badawi. Dal canto suo, il portavoce dell’Alta rappresentante ha rilasciato una dichiarazione nella quale viene ribadita la convinzione dell’UE che le punizioni corporali siano inaccettabili e contrarie alla dignità umana, invitando le autorità saudite a sospendere la condanna pronunciata nei confronti di Raif Badawi.

L’Arabia Saudita è un partner importante per l’UE e un attore politico, economico, culturale e religioso influente nel Medio Oriente e nel mondo islamico. L’UE continuerà a impegnarsi per convincere le autorità saudite a rafforzare il dialogo con l’Unione su questioni riguardanti i diritti umani. E continuerà anche a esprimere le proprie preoccupazioni ogniqualvolta necessario, in particolare per quanto concerne il rispetto della libertà di espressione e della libertà di religione o di credo e l’aumento del numero delle condanne a morte.

Come rilevato a più riprese dal Parlamento europeo, l’UE e l’Arabia Saudita devono rafforzare il dialogo, non ridurlo. L’UE non esiterà a difendere i diritti umani e le libertà fondamentali, ma la responsabilità dell’Arabia Saudita per la promozione del cambiamento è un aspetto altrettanto importante. Il processo di riforma giudiziaria in corso è l’opportunità, per il Regno dell’Arabia Saudita, di avanzare ancora su questa strada e, per l’UE, di impegnarsi in maniera costruttiva presso la nuova leadership saudita a favore di un maggiore rispetto dei diritti individuali. L’UE e i suoi Stati membri continueranno inoltre a partecipare attivamente al follow-up della revisione periodica universale dell’ONU concernente l’Arabia Saudita condotta nel 2015.


Si veda anche

Premio Sakharov a Raif Badawi

Ecco il Parlamento che vogliamo

Il 29 ottobre a Strasburgo, il Parlamento ha adottato con 342 voti a favore e 274 contrari la “Risoluzione Moraes” sul seguito da dare alla risoluzione del Parlamento europeo del 12 marzo 2014 sulla sorveglianza elettronica di massa dei cittadini dell’Unione. È una risoluzione che svela un Parlamento più coraggioso e audace del previsto, in primis per l’invito – rivolto agli Stati membri dell’UE – a ritirare ogni imputazione penale nei confronti di Edward Snowden, a offrirgli protezione e, di conseguenza, a evitare la sua estradizione o consegna da parte di terzi. Il suo statuto di “lanciatore di allerta” (whistleblower), e dunque di difensore internazionale di diritti fondamentali della persona, viene pienamente riconosciuto. Sostengo da sempre la necessità di difendere gli informatori e ho caldeggiato di recente, con il gruppo GUE-NGL, la candidatura di Snowden al premio Sakharov (assieme ad Antoine Deltour, whistleblower nel caso Luxleaks, e a Stephanie Gibaud, che ha rivelato pratiche di evasione e riciclaggio della banca UBS AG). È il motivo per cui l’emendamento Snowden (presentato da deputati Verdi e del GUE-NGL) era cruciale per me. È passato per pochi voti: 285 i voti a favore, 281 i contrari.

Continua a leggere

L’intollerabile intrusione dei cittadini

Mercoledì 28 ottobre il Parlamento ha votato in plenaria una risoluzione sull’Iniziativa cittadina europea (Ice), di cui ero “relatore ombra”. La risoluzione migliora in misura apprezzabile una serie di aspetti tecnici, ma purtroppo è passato un emendamento – firmato da socialisti e popolari – che lascia alla Commissione il monopolio sull’essenziale: il necessario seguito legislativo da dare alle Iniziative coronate da successo. È un emendamento che svuota del tutto questo strumento di democrazia diretta e in pratica lo uccide, confermando lo status quo: da quando l’Iniziativa è stata istituita, solo 3 ICE hanno superato la soglia di 1 milione di firme e nessuna di esse è stata presa in considerazione dalla Commissione, come promesso nei Trattati. È caduto anche l’emendamento che chiedeva di poter estendere i poteri dell’ICE alle modifiche dei Trattati esistenti. Per questo il voto che ho raccomandato al gruppo GUE-NGL è passato dal positivo all’astensione.


Per una sintesi dei risultati del voto si veda anche:

MEPS push for simpler rules on EU quasi-referendums

How to save the European Citizens’ Initiative

COMUNICATO STAMPA GUE/NGL

How to save the European Citizens’ Initiative (ECI) – Parliament to vote on Schöpflin report

Ahead of tomorrow’s vote on the Schöpflin report on the European Citizens’ Initiative, Italian GUE/NGL MEP Barbara Spinelli outlined her views for and against the report and why it is important to save the ECI:

“The European Union discovered participatory democracy after a crisis: Ireland’s ‘No’ vote to the Treaty of Nice in 2001. The European Citizens’ Initiative, that is now part of the Treaties, was a response to that crisis. However, the crisis is getting worse and participatory democracy is moribund: no legislative proposals have followed successful Initiatives.

“Although the Schöpflin report is far from perfect, because it does not allow modifications to the Treaties, it was adopted unanimously in the Constitutional Affairs (AFCO) Committee since it greatly eases the legal follow-up to the Initiatives.

“But I call on this Parliament to reject amendment 4 to paragraph 30 which will transform the ECI into a bow without arrows. This amendment urges the Commission to start preparing a legal act on successful ECIs but only after issuing a positive opinion.

“Up until now 29 initiatives out of 49 submissions have gone through the process of registration and only three of them have reached the 1 million signature threshold. Only the ECI Right2Water received a positive – although vague – communication from the European Commission. None of the successful ECIs has led to legislative follow-up.  In addition, Commissioner Malmström, answering petitions submitted against the TTIP, stated recently: ‘I do not take my mandate from the European people’. If that is the case, I am curious to know from whom does the European Commission take its mandate?”


Si veda anche

Come salvare l’Iniziativa cittadina europea

Come salvare l’Iniziativa cittadina europea

Sessione Plenaria di Strasburgo, 26 ottobre 2015.

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di Relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione sull’Iniziativa dei Cittadini Europei

Punto in Agenda: Discussione sulla Relazione sull’Iniziativa dei Cittadini Europei

Relatore: György Schöpflin (PPE – Ungheria)

Presenza ed intervento per conto della Commissione europea: Frans Timmermans, Primo Vicepresidente della Commissione/Commissario per Qualità della legislazione, relazioni interistituzionali, Stato di diritto e Carta dei diritti fondamentali

Come salvare l’Iniziativa cittadina europea (ICE)

L’Unione ha scoperto la democrazia partecipativa dopo una crisi: il No dell’Irlanda al Trattato di Nizza. L’Iniziativa cittadina, iscritta ora nei Trattati, fu una risposta a quella crisi. Oggi la crisi s’è aggravata, e la democrazia partecipativa è moribonda: nessuna Iniziativa che ha raccolto le firme necessarie è stata seguita da azioni legali.

Il rapporto Schöpflin non è perfetto, non permette purtroppo di modificare i Trattati, ma ha raccolto l’unanimità della Commissione AFCO perché facilita di molto il follow-up giuridico delle Iniziative.

Chiedo solennemente a questo Parlamento di non votare l’emendamento 4 al paragrafo 30, che trasformerebbe l’ICE in un arco senza frecce. Lo chiedo specialmente ai socialisti, che l’hanno presentato. L’emendamento esige che la Commissione proponga un atto legislativo a favore di un’ICE coronata di successo, ma solo dopo aver emesso un parere positivo. Fino ad oggi 29 iniziative su 49 sono state ammesse, tre hanno superato la soglia delle firme, solo il diritto all’acqua ha ottenuto un vago parere positivo, nessuna ha avuto seguito.

Il Commissario Malmström ha risposto alle petizioni contro il TTIP: ”Non ricevo il mio mandato dal popolo europeo”. Vorrei sapere a questo punto, e lo chiedo al vicepresidente Timmermans che è qui con noi, da chi la Commissione riceva il proprio mandato.


Si veda anche

Open letter from ECI organisers to the European Parliament