Sulla guerra la Russia ha due linee diverse. E anche l’Europa

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 27 maggio 2022

Intervistato più volte da Paolo Valentino per il «Corriere della Ser»a, oltre che dalla trasmissione Piazza Pulita, Dmitrij Suslov è stato chiaro. Nella qualità di direttore del Centro studi europei e internazionali presso la Scuola superiore di Economia di Mosca, ha confermato l’esistenza di due linee al Cremlino: una favorevole alla guerra a oltranza, che punta alla cattura di Odessa e della provincia prorussa della Transnistria in Moldavia, l’altra che vorrebbe fermarsi al Donbass e ad alcune città conquistate tra cui Mariupol. Suslov appartiene alla cerchia di Putin e si dichiara favorevole alla seconda linea, il cui obiettivo è scongiurare il più possibile la mobilitazione generale: una scelta che i russi digerirebbero male, specie nelle regioni più lontane e indifferenti ai destini europei. È il motivo per cui Putin parla di “operazione militare speciale” e non di guerra, per evitare uno scontento che potrebbe sfociare nella disintegrazione della Federazione russa in caso di sconfitta. La guerra a oltranza diverrà inevitabile se Kiev non farà concessioni territoriali e se insisterà sulla restituzione della Crimea, incorporata dalla Russia nel 2014.

La linea minimalista di Suslov parte dall’idea che Mosca ha perso la prima battaglia – un regime meno atlantista a Kiev – ma non può perdere le regioni del Donbass e dintorni che al momento controlla militarmente: sarebbe in gioco non solo la stabilità della Federazione russa, ma anche il funzionamento dell’atomica come deterrente, cioè come strumento che dissuade le potenze atomiche da una terza guerra mondiale.

Sempre secondo Suslov, le condizioni di un cessate il fuoco (e più in là nel tempo della pace) sono grosso modo tre, indicate a suo tempo da Putin. Primo: neutralità dell’Ucraina (Zelensky l’ha promessa, ma un impegno scritto non c’è). Neutralità significa non solo rinuncia alla Nato, ma abolizione delle milizie neonaziste tipo Azov. Secondo: riconoscimento della Crimea come regione integrata nella Federazione russa. Terzo: riconoscimento dell’autonomia del Donbass. A volte Suslov parla di autonomia, altre di indipendenza. Non sempre lo statuto finale del Donbass è omologato a quello della Crimea.

Una soluzione era a portata di mano nel febbraio 2015, quando furono negoziati gli accordi di Minsk-2 fra Mosca, Kiev, Berlino e Parigi. Suslov afferma che “se gli accordi fossero stati attuati la guerra odierna non ci sarebbe stata”. Il fatto è che l’intesa di Minsk fu prima boicottata poi insabbiata, per volontà non solo di Kiev o di Mosca ma – in prima linea – degli Stati Uniti e della Nato. Per questo si parla oggi di guerra per procura, non di guerra russo-ucraina.

Piazza Pulita, Suslov ha ricordato punti precisi degli accordi di Minsk-2: il punto 10 (ritiro di mercenari e combattenti stranieri dall’Ucraina) e il punto 11 (riforma costituzionale e nuova Costituzione ucraina che sancisca il decentramento, con particolare riferimento a Donetsk e Lugansk). Il punto 11 fa riferimento a un addendum che prevede nei due distretti il diritto all’autodeterminazione linguistica e ampie autonomie economiche, politiche e giudiziarie, compreso il “diritto a cooperazioni transfrontaliere con regioni della Federazione russa”. Sono i due punti cui Kiev si è opposta, negli otto anni di guerra nel Donbass che hanno preceduto l’odierna invasione russa (la guerra civile ha fatto 14 mila morti fra separatisti e governativi).

Ma non è stata solo Kiev a opporsi. Gli accordi di Minsk sono stati negoziati fra Ucraina, Russia, Germania e Francia. Furono pensati come risposta all’invio massiccio di armi a Kiev, fortemente promosso da Washington, ma osteggiato dalla Merkel.

Lo scontro fra Merkel e i rappresentanti Usa avvenne nell’annuale Conferenza di Monaco sulla sicurezza, il 7 febbraio 2015, ed è importante rievocare quel che avvenne allora se vogliamo non giustificare, ma capire la guerra di oggi. “Il progresso di cui l’Ucraina ha bisogno non può essere raggiunto con più armi (…) Sono convinta che i mezzi militari aumenteranno le vittime”, disse la Merkel, che pure aveva approvato sanzioni contro Mosca, dopo l’annessione della Crimea, giudicate da lei stessa “generalmente inefficaci”. Ma questa posizione fu aspramente contestata dai rappresentanti britannici e statunitensi. Joe Biden, allora vicepresidente di Obama, dichiarò che “il popolo ucraino ha il diritto di difendersi”, in sintonia con repubblicani neoconservatori presenti a Monaco come John McCain e Lindsey Graham. Intanto il presidente ucraino Poroshenko chiese assistenza militare alla Nato e la ottenne: “Più forte sarà la nostra difesa, più convincente sarà la nostra voce diplomatica”.

Da allora sono passati più di sette anni, la linea Kiev-Washington ha vinto e la voce franco-tedesca si è affievolita. L’Unione europea è adesso più che mai frantumata, con il blocco nord-orientale (Polonia, Paesi nordici, Baltici) che auspica invii di armi sempre più offensive e che nega ogni concessione territoriale da parte ucraina. Il blocco favorevole alla guerra a oltranza sa di poter contare su Washington ed è fiancheggiato dalla Commissione europea presieduta dall’ex ministro della Difesa, Ursula von der Leyen. Lo stesso ministro che nel 2016 caldeggiava l’aumento delle spese militari tedesche, per portarle al 2% del Pil raccomandato dalla Nato, e che oggi ottiene da Berlino quel che non ottenne allora.

Dopo molte professioni di fede atlantica, il governo Draghi sta tentando di associarsi al fronte – molto indebolito – di Parigi e Berlino. Ha proposto un piano di pace che prevede ampie autonomie per le regioni ucraine occupate dai russi (non è chiarita la questione Crimea). In pratica viene riproposto l’accordo di Minsk, sorvolando sul fatto che Kiev e Washington l’hanno affossato. Il ministro Di Maio auspica una “soluzione all’altoatesina” ma non sa quel che dice. Oggi è in corso una guerra per procura che l’Alto Adige non conobbe. Oggi abbiamo una potenza Usa in declino, che aspira a un ordine mondiale unipolare e non tollera né il polo russo né quello cinese (lunedì Biden ha annunciato interventi militari in caso di minacce cinesi a Taiwan).

Il piano italiano non sembra convincere Mosca. L’ex presidente russo Medvedev l’ha schernito e bocciato. Più possibilista Suslov, secondo cui il piano segnala che Roma è comunque più vicina a Parigi-Berlino che non a Varsavia-Londra. Fin dal 2014 ci sono due linee in Occidente, come ci sono due linee a Mosca. Lo spirito di Minsk è sconfitto, ma non del tutto morto.

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Gli orrori neonazisti in Ucraina e la guerra senza fine della Nato

di lunedì, maggio 9, 2022 0 , , , , Permalink

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 9 maggio 2022

Man mano che passano i giorni, i neonazisti che combattono a fianco delle truppe regolari ucraine, e in particolare quelli asserragliati nell’acciaieria Azovstal, sono chiamati con nomi più benevoli: vengono presentati come eroici partigiani, difensori ultimi dell’indipendenza ucraina. Zelensky che inizialmente voleva liberarsi dei neonazisti oggi dipende dalla loro resistenza e li elogia. La loro genealogia viene sistematicamente occultata e anche i giornalisti inviati tendono a sorvolare, ricordando raramente che nel Donbass questa maledetta guerra non è nata nel 2022 ma nel 2014, seminando in otto anni 14.000 morti. Oppure si dice che il battaglione Azov è una scheggia impazzita, certo pericolosa ma non diversa da roba tipo Forza Nuova in Italia.

Invece il battaglione Azov è tutt’altra cosa: è un reggimento inserito strutturalmente nella Guardia Nazionale ricostituita nel 2014 dopo i tumulti di Euromaidan e ha legami organici con i servizi (Sbu, succedaneo ucraino del sovietico Kgb). Così come sono tutt’altro che schegge le formazioni neonaziste o i partiti vicini al battaglione: Right Sector (Settore di Destra), Bratstvo, National Druzhina, la formazione C14, il partito Svoboda oggi in declino, e vari drappelli militarizzati. Sono i partiti su cui Washington e la Nato puntarono durante la rivoluzione colorata di Euromaidan, perché Kiev rompesse con Mosca. Sono strategicamente cruciali perché la guerra per procura Usa-Nato-Mosca continui senza scadenza. Se davvero fosse una guerra locale tra Kiev e Mosca, il segretario della Nato Stoltenberg non avrebbe respinto con tanta iattanza la rinuncia alla Crimea, prospettata qualche ora prima da Zelensky come primo passo verso una tregua.

Oleksiy Arestovych è stato dirigente di primo piano di Bratsvo ed è uno dei consiglieri politici di Zelensky: attore anch’egli, esperto in propaganda, è maggiore nell’esercito ed entrò nei servizi segreti nel 1990. Nel 2014 si unì alla guerra contro i separatisti filorussi delle repubbliche di Donec’k e Luhans’k, partecipando a 33 missioni militari. Il massimo del successo, come blogger, lo raggiunse quando presidente era Porošenko, che più si adoperò per legittimare le destre russofobe e neonaziste inserendole nel sistema militare e amministrativo. Quando Zelensky vinse alle urne, Arestovych fu nominato suo consigliere speciale e portavoce del Gruppo di Contatto Trilaterale di Minsk, creato nel 2014 per negoziare con Mosca sul Donbass. Del Gruppo facevano parte Russia, Ucraina e Osce (l’Organizzazione Onu per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa).

Nel 2015, è all’Osce che la Fondazione per lo Studio della Democrazia (associazione civile russa) invia un rapporto sulle violenze perpetrate dai servizi del Sbu e da paramilitari neo-nazi non solo contro i militanti separatisti ma anche contro i russofoni non-combattenti del Donbass catturati assieme ai combattenti. Il rapporto cita e amplia un primo resoconto, pubblicato il 24 novembre 2014. Nel secondo si menzionano elettrocuzioni, torture con bastoni di ferro e coltelli, waterboarding (simulazioni di annegamento impiegate dagli Usa in Afghanistan, Iraq e a Guantanamo), soffocazione con sacchi di plastica, torture dell’unghia, strangolamenti tramite la garrota (detta anche “garrota banderista” in omaggio a Stepan Bandera, collaboratore dei nazisti nelle guerre hitleriane, eroe nazionale per l’estrema destra e occasionalmente anche per i governi ucraini).

In altri casi i prigionieri venivano sospinti a forza su campi minati o stritolati da carri armati. A ciò ci aggiungano la frantumazione di ossa, le temperature gelide delle prigioni, la sottrazione di cibo, la somministrazione di psicotropi letali. Lo Stato lasciò impuniti tali torture e trattamenti inumani, proibiti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Si trattò di azioni volutamente naziste se è vero che numerosi prigionieri ricevettero, sulla propria pelle, lo stampiglio della svastica o della parola “SEPR” (separatista) inciso con lame roventi sul petto o sulle natiche. La Costituzione ucraina, nell’articolo 37, proibisce l’esistenza di gruppi paramilitari nei partiti e nelle istituzioni pubbliche.

Torture e violenze simili sono evocate anche in documenti successivi, tra cui quello dell’associazione ucraina “Successful Guards” (14 settembre 2018). Il rapporto enumera le atrocità che vedono coinvolti partiti di estrema destra come National Druzhina, Bratstvo, Right Sector, e in particolare il gruppo C14, noto per aver stretto con numerose amministrazioni distrettuali – Kiev compresa – un Memorandum di Partnership e Cooperazione. Il C14 è responsabile non solo di azioni violente nel Donbass ma di pogrom contro i rom e di violenze contro le annuali commemorazioni di eroi antinazisti russi come Anastasia Baburova e Stanislav Markelov. Nel Donbass il C14 compie spesso azioni che il SBU non può legalmente permettersi, scrive il rapporto. Il metodo è sempre quello: l’esercito o il SBU o i ministeri dell’Interno e dei Veterani affidano i prigionieri sospetti di collaborazione con Mosca ai propri bracci torturatori: battaglione Azov o C14.

Queste violenze andrebbero rievocate, nel giorno che commemora la vittoria sovietica del ’45 e quella che Mosca chiama “grande guerra patriottica”. La chiamano così anche i commentatori occidentali, per dissimulare il fatto che fu una vittoria che liberò dal nazismo l’Europa intera, con gli alleati occidentali, e che costò alla Russia almeno 30 milioni di morti.

Da tempo si relativizza, sino a farlo scomparire, il contributo decisivo dell’armata rossa alla liberazione europea. Il contributo viene obliterato, come non fosse mai esistito, perfino dal Parlamento europeo (memorabile una risoluzione del settembre 2019 che attribuisce solo al patto Ribbentrop-Stalin le colpe della guerra e non fa menzione della Resistenza russa).

Il riarmo e l’allargamento a Est della Nato, uniti all’impudenza delle dimenticanze storiche e delle frasi di Stoltenberg, hanno creato tra Russia ed Europa un fossato quasi incolmabile, politico e anche culturale. A questo servono l’“abbaiare occidentale alle porte della Russia” denunciato dal Papa, l’oblio dello “spirito di Helsinki”, la russofobia in aumento. Sono misfatti che non giustificano la brutale aggressione russa del 24 febbraio, ma che certo l’hanno facilitata. Che spingeranno la Russia, per molto tempo, a prender congedo da un’Europa che sempre più crede di progredire confondendo i propri interessi con quelli statunitensi.

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