L’Unione Europea e il deficit di democrazia

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Mercoledì 13 gennaio nella sede del Parlamento europeo a Bruxelles si è svolta la conferenza “The Shield of Europe: the EU Charter of Fundamental Rights”, organizzata da Barbara Spinelli con il GUE/NGL.

Intervento di Barbara Spinelli:

L’Unione Europea e il deficit di democrazia

Questo seminario è stato pensato in occasione di quella che viene comunemente soprannominata crisi del debito greco, e che sin dall’inizio sarebbe stato meglio chiamare, in osservanza del principio di realtà: crisi e addirittura tracollo dell’intero progetto di unificazione europea. Le imprecisioni linguistiche non sono mai casuali. Sono deliberatamente usate per nascondere quel che sta accadendo, per scongiurare una rimessa in questione troppo difficile o costosa per le élite dominanti. Sono gli ingredienti di una strategia di evitamento. Circoscrivere la crisi concentrandola sul debito greco neutralizza le responsabilità e gli errori dell’Unione, serve a spoliticizzare quest’ultima. Ingrandisce i poteri di una governance sempre più incontrollata e sopprime in parallelo quelli dei cittadini, che non sanno più a quale governo rivolgersi né dove sia la sovranità (governance non è governo: è potere senza imputabilità).

Il progetto europeo era nato per restaurare le democrazie costituzionali dopo due conflitti mondiali, per dare a esse basi più durevoli, per unire le forze col proposito di curare i due mali che avevano distrutto il continente nella prima metà del Novecento: l’ingiustizia sociale e l’ostilità reciproca fra Stati del continente. Oggi dobbiamo constatare che ambedue i fini non sono raggiunti: l’ingiustizia e la disuguaglianza sociale va crescendo da circa 40 anni, l’ostilità fra Stati si estende, e dalla crisi scoppiata nel 2007-2008 usciamo con un divario netto fra esigenze delle democrazie nazionali e precetti delle istituzioni europee, nonché degli innumerevoli organismi ad hoc creati fuori dai Trattati.

Quel che è accaduto dopo la vicenda greca conferma al tempo stesso la crisi del progetto e la cecità delle élite che guidano l’Europa. La mancata solidarietà sulla gestione dei rifugiati, le frontiere che si alzano ovunque e caoticamente dentro lo spazio dell’Unione, la sistematica violazione delle Costituzioni nazionali e della Carta europea dei diritti fondamentali: ecco la risposta che viene data, non si sa più in nome di quale mandato, ai fenomeni migratori, al terrorismo, alle guerre che imperversano ai confini sud ed est dell’Europa. Siamo di nuovo e più che mai in una tempesta perfetta, e sono anni che l’Unione resta impigliata in una sua presunzione fatale: che le ricette adottate durante la crisi siano l’unica e ideale soluzione, che le istituzioni comunitarie non necessitino cambiamenti radicali. O meglio: che le istituzioni vadano cambiate surrettiziamente, dall’alto, dando vita appunto a un grande potere senza imputabilità. Che l’unica vera sfida sia quella di salvare il funzionamento dei mercati e la competitività, anche se sono molti ormai gli economisti – da Paul Krugman a Martin Wolf a Robert Reich – a negare la natura indispensabile della competitività nei sistemi di tassazione o nei mercati del lavoro, e la coincidenza tra le regole che valgono per un’azienda e le regole che valgono per uno Stato. Per la verità le istituzioni non restano immobili: cambiano, e non marginalmente visto che si svuotano di democrazia.

Volutamente uso il termine coniato da Friedrich Hayek per definire il progetto sovietico e socialista: la presunzione fatale – fatal conceit – è quella che caratterizza i difensori dei dogmi e delle svolte autoritarie, e non stupisce che aumentino nell’Unione i politici e governanti attratti da modelli più efficaci e rapidi di quelli sin qui difesi dall’Unione. Modelli come quello del Pc cinese, o dello statista di Singapore Lee Kuan Yew. L’allargamento a Est dell’Unione ha rafforzato il fascino nemmeno molto segreto esercitato dall’autoritarismo. Ricordo che una parte consistente di Solidarnosc, sul finire del regime comunista, tesseva l’elogio delle ardite e competitive strategie economiche di Pinochet. L’allargamento è stato fatto senza che questi equivoci siano stati fugati, sempre che di equivoci si sia trattato. La svolta antidemocratica è più diffusa di quanto ammettano i detrattori di Budapest e Varsavia.

Come fautori del vecchio progetto europeo, possiamo reagire al presente sfacelo in due modi: alla maniera di Cicerone, come lo racconta Shakespeare nel Giulio Cesare (“Buona notte Casca, questo cielo turbato sconsiglia di andare in giro” – “this disturbed sky 
is not to walk in”). Ma sarebbe rispondere alla strategia dell’evitamento con un comportamento di eguale natura: Cicerone è saggio ma alla lunga non avrà influenza perché semplicemente “si tira fuori”. Oppure si può entrare nella tempesta, denunciare a chiare lettere chi prima ha voluto il predominio disordinato dei mercati poi ne ha profittato per diluire il patrimonio democratico delle nazioni europee, e cercare di influenzare gli eventi chiedendo che l’Unione si dia una costituzione democratica, vincolante non solo per i cittadini e gli Stati ma anche per le istituzioni. E non solo: che rispetti le costituzioni democratiche delle nazioni, spesso più avanzate non solo del Trattato di Lisbona ma anche della Carta europea dei diritti. È l’alternativa di Albert Hirschman che vorrei qui riproporvi: o la strategia dell’exit o quella del voice, della presa di parola critica all’interno della costruzione europea. [1]

Le due strategie non sono opposte, nelle teorie di Hirschman, anche se possono naturalmente diventarlo. La minaccia dell’exit può essere utile e feconda, per risvegliare il desiderio, la forza e l’udibilità della “presa di parola” attiva. Dunque è utile denunciare quel che si è rotto, compreso quel che si è rotto irrimediabilmente, e a questo serve anche il nostro incontro: a connettere la tensione verso l’uscita con il voice, ovvero la presa di parola, la contestazione, e la proposta.

Chi chiede l’exit infatti ha le sue ragioni, e anche se corre dietro una non recuperabile sovranità nazionale assoluta è da molti punti di vista più vicino alla realtà di chi vive nella presunzione fatale di un’Unione funzionante, da correggere ai margini o surrettiziamente. Sono le oligarchie che dominano oggi l’Europa e i singoli governi ad aver perso il rapporto sia con le realtà vissute dai cittadini (basti pensare alla disorganizzazione degli Stati di fronte ad atti di terrorismo o a violenze come quelle accadute in varie città tedesche a Capodanno) sia con il progetto europeo in quanto tale. Sono le oligarchie a ignorare che non si può continuativamente violare i diritti delle persone e le Carte approvate dall’Unione, che non si può sprezzare sistematicamente i verdetti elettorali e le volontà dei popoli senza poi, un giorno, pagare tutto intero un prezzo molto alto e distruttivo.

Quel che dobbiamo sapere, è che i custodi dei dogmi dell’austerità neoliberale e della sorveglianza di massa non sono più al servizio della democrazia costituzionale, fin dagli anni ’70 sono tentati da Costituzioni che accentrano tutti i poteri negli esecutivi, e per quanto riguarda l’establishment di Bruxelles sono già nella logica dei regimi autoritari. Basti qui ricordare la risposta che Cecilia Malmström, commissario responsabile del commercio, ha dato alle domande critiche che John Hilary, direttore esecutivo dell’associazione inglese War on Want, ha mosso al TTIP, il 15 ottobre scorso su “The Independent”. A cosa sono servite le petizioni contro il Trattato transatlantico in vari Paesi europei (circa 4 milioni di firme)? A cosa servono le manifestazioni, spesso spettacolari? La replica della Malmström è stata: “Non ricevo il mio mandato dal popolo europeo”.

La frase è significativa perché se la Commissione non ha ricevuto un mandato dal popolo, da chi lo riceve? Chi controlla il sempre più potente controllore, se non un insieme di lobby e di grandi banche e multinazionali? E da chi ricevono il mandato la Banca centrale europea, la trojka, l’eurogruppo che è una struttura completamente fuori da ogni controllo parlamentare e che nemmeno tiene i verbali delle proprie riunioni, e Frontex che sempre più presidierà le frontiere europee attivandosi anche nei paesi terzi? Cosa sono queste istituzioni, custodi di uno spazio di non diritto nell’Unione, dove non valgono né le regole della Carta, né gli articoli sociali del Trattato, né le costituzioni nazionali? L’ottimismo panglossiano ha sempre fatto dire, ai responsabili dell’Unione: “L’Unione politica che farà funzionare l’euro e legittimerà i vari organi tecnici dell’attuale governance verrà, perché necessaria”. Non è venuta e non viene. Il presidente della Bundesbank già dice, senza esitare, che non ce n’è più bisogno.

Per questo all’inizio ho menzionato il caso greco, nel mio tentativo di diagnosi. Perché in quell’occasione si è sperimentata e poi consolidata una sorta di diritto emergenziale permanente, uno stato di eccezione che sfigura ormai in maniera aperta, senza più pudore, il progetto europeo, e non i valori astratti ma i diritti iscritti nella Carta e gli obiettivi fissati negli articoli 2 e 3 del Trattato (pluralismo, non discriminazione, tolleranza, giustizia, solidarietà, parità tra donne e uomini, e piena occupazione, progresso sociale, sviluppo sostenibile). Tra questi obiettivi e i bisogni dello stato d’emergenza, tra elezioni nazionali e politiche decise a Bruxelles si è creato un divario che tende a divenire incompatibilità fondamentale. Si è creata incompatibilità tra le misure imposte alla Grecia nel memorandum anti-crisi e precisi articoli del Trattato e della Carta, che cessano di essere vincolanti senza che i cittadini ne siano informati. Penso per fare un esempio al titolo IV della Carta – quello sulla solidarietà – e in quest’ambito agli articoli 28, 30, 34, 35, che prevedono il diritto a concludere contratti collettivi, alla tutela contro ogni licenziamento ingiustificato (art. 18 in Italia), alla sicurezza sociale e all’assistenza abitativa, a un livello elevato di protezione della salute. Penso, per quanto riguarda i rifugiati, al diritto alla vita e al non respingimento collettivo.

Vorrei chiedervi in queste quattro sessioni come siamo arrivati a questo punto, e soprattutto come può essere riempito il divario tra proclami e politiche concrete. E vorrei richiamare anche la vostra attenzione sull’aspetto internazionale del problema. Il diritto emergenziale si applica in tempi di guerra, e i leader europei dopo gli ultimi attacchi terroristi non esitano a proclamare proprio questo: lo stato di guerra. Alle frontiere c’è un caos che le nostre politiche estere hanno spesso acceso, e che non sanno come spegnere. L’Europa ha subappaltato agli Stati Uniti la gestione della pace e della guerra, ma gli Stati Uniti hanno mostrato di essere non una potenza creatrice di ordine internazionale, ma un impotente artefice di caos globale. In questo senso, l’Europa deve darsi subito una politica razionale e seria verso la Russia: tra le tante sue mancanze, questa è oggi la più vistosa.

L’Europa è nata come un progetto politico di pace tra le nazioni, e anche questa missione è scomparsa, sempre che sia mai nata. Se non fosse così, non assisterebbe passivamente alla politica di distruzione dei curdi operata dal regime turco, per non parlare dell’abbattimento dell’aereo russo avvenuto nel novembre scorso. Abbiamo bisogno della Turchia per tenere a bada e diminuire l’afflusso di rifugiati, e in cambio – come fossimo ricattati – siamo disposti a chiudere tutti e due gli occhi verso le politiche destabilizzanti di Erdogan in Siria e in Iraq. Se Erdogan rimpatria i rifugiati nelle zone di guerra riceve addirittura ricompense, sotto forma di un aiuto di “assistenza” pari a 3 miliardi di euro.

Anche su questi punti chiedo vostre meditazioni e vostre idee. Penso che il nostro incontro dovrebbe essere il primo di una serie. Regolarmente dovremmo incontrarci per vedere a che punto siamo. E se sia possibile evitare, almeno da parte nostra, quella strategia difensiva dell’evitamento che permette all’Europa di non entrare in contatto con ciò che ha suscitato al suo interno prima l’ansia, poi la paura, poi la propensione ad autodistruggersi.

[1]     Otto Albert O. Hirschman, Exit, Voice and Loyalty, 1970.


 

 Si veda anche:

Le promesse tradite dell’Europa che uccide anche con le parole (file .pdf), sintesi dell’intervento pubblicata in forma di articolo su «Il Fatto Quotidiano» del 13 gennaio 2016

Lettera di denuncia in seguito al rimpatrio forzato di venti donne nigeriane

COMUNICATO STAMPA

Barbara Spinelli, eurodeputata al Parlamento Europeo GUE/NGL, denuncia l’operazione di rimpatrio di venti donne nigeriane potenziali vittime di tratta effettuata il 17 settembre a Roma.

Bruxelles, 15 ottobre 2015

Dopo il rimpatrio forzato di circa venti donne nigeriane vittime di tratta, avvenuto il 17 settembre a Roma, Barbara Spinelli ha inviato una lettera di denuncia al Viminale, all’agenzia europea Frontex e, per conoscenza, all’Ombudsman e al sottocomitato Onu contro la tortura.

Le donne soggette a procedura di rimpatrio facevano parte di un gruppo di sessantanove nigeriane soccorse in mare, sbarcate a Lampedusa e Pozzallo e condotte nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria (Roma) il 23 luglio scorso. Tutte avevano dichiarato di aver subito violenza dall’organizzazione Boko Haram, o di essere state comprate da trafficanti per poi essere vendute sul mercato europeo della prostituzione. Tutte avevano subito ricatti psicologici e molte portavano il segno di cicatrici, ustioni e torture inflitte dai loro aguzzini per essersi ribellate.

Dichiarazione di Barbara Spinelli ed Eleonora Forenza contro lo sgombero del campo rom della Bigattiera a Pisa

Bruxelles, 28 settembre 2015

Apprendiamo con preoccupazione le notizie relative all’imminente sgombero del campo rom della Bigattiera, nel Comune di Pisa. Il Sindaco della città ha firmato in queste ore l’ordinanza DD-08 / 12 del 25/09/2015, Codice identificativo 1190162, con la quale ordina «l’allontanamento di tutte le persone presenti e/o dimoranti abusivamente nell’area entro tre giorni». L’ordinanza non dispone alcuna alternativa per gli abitanti del campo – tra i quali vi sono numerose famiglie con bambini anche molto piccoli – e in pratica si limita a buttare in mezzo a una strada centinaia di persone.

Si tratta dell’esito di una politica del Comune di Pisa volta a ridurre le presenze rom nel territorio, come dichiarato esplicitamente dall’amministrazione nel Dicembre 2014. Più volte la Giunta municipale ha parlato di un “carico eccessivo” di persone rom, la cui presenza andava diminuita con drastiche politiche di contenimento numerico: evidentemente un intero gruppo etnico, in quanto tale, rappresenta agli occhi del Comune un “problema”.

Come parlamentari europee, vorremmo ricordare che queste politiche sono in evidente contrasto con tutte le normative dell’Unione. Già nel 2011, infatti, la Commissione – con la propria Comunicazione n. 173, recepita anche dal Governo italiano – aveva richiamato gli Stati Membri a promuovere politiche di inclusione nei confronti delle popolazioni rom e sinte, superando la pratica illegale degli sgomberi forzati.

Ricordiamo inoltre che gli sgomberi forzati sono vietati dalle Nazioni Unite (risoluzione n. 1993/77) e dalla Carta Sociale Europea: gli strumenti di diritto internazionale obbligano le autorità a fornire un congruo preavviso, a predisporre soprattutto soluzioni abitative per tutte le persone e le famiglie coinvolte, e in generale a garantire un’ampia partecipazione degli interessati ai programmi di superamento dei campi: queste regole valgono anche per gli insediamenti cosiddetti “abusivi”, e a prescindere dallo status giuridico delle persone (dalla regolarità del loro soggiorno).

Il Comune di Pisa sta agendo in aperta violazione di tali norme: cosa che appare tanto più grave in quanto il Consiglio comunale stesso, due anni fa, aveva indicato una strada diversa per superare l’insediamento della Bigattiera, e per garantire alle famiglie un alloggio dignitoso.

Oggi invece l’amministrazione sceglie di violare le normative europee e internazionali, adducendo come motivazione problemi igienico-sanitari che sono stati creati dalla stessa azione amministrativa. In tal modo il Sindaco di Pisa si assume una responsabilità gravida di conseguenze. Come parlamentari europee, ci rivolgereremo alla Commissione per chiedere che siano presi immediati provvedimenti ed eventuali sanzioni, affinché siano rispettati e garantiti i diritti umani e civili delle persone che abitano alla Bigattiera.

Barbara Spinelli

Eloonora Forenza

 

Atene, Europa

Atene, Giornate di studio GUE/NGL, 2-4 giugno 2015

Intervento di Barbara Spinelli (English version here)

Da quando la crisi ha colpito l’Europa, siamo abituati a dire che l’Unione ha usato la Grecia come cavia. L’animale da esperimento andava sottoposto a una terapia intensiva di austerità, e la cura doveva essere somministrata da un potere oligarchico – la trojka – che in parte si spacciava per europeo e addirittura federale, in parte includeva il Fondo monetario ed era quindi inter-nazionale. L’esistenza di un laboratorio greco è pienamente confermata dal negoziato che Syriza ha avviato con l’Unione e il Fondo monetario da quando ha vinto le elezioni del 25 gennaio.

È venuto tuttavia il momento di andare più a fondo nell’analisi. Dobbiamo capire la genesi dell’esperimento in corso da 5 anni, e quel che ci dice sull’Europa e sulle finalità del test. Lo scopo comincia infatti a essere chiaro: un’oligarchia tecnico-politica sta usando la Grecia per accrescere il proprio potere disciplinatore nell’Unione, e ciò avviene collaudando un preciso modello di democrazia, de-costituzionalizzata e de-parlamentarizzata. Di questa de-costituzionalizzazione vorrei parlare, altrimenti non capiremo come mai gli sperimentatori continuino ad affermare che l’esperimento è stato non solo necessario ma addirittura efficace, pur sapendo che l’efficacia è più che dubbia e che l’Unione è in frantumi. Il Fondo monetario per primo ha confessato nel 2013 di aver mal calcolato gli effetti dell’austerity su crescita e occupazione.

Solidarietà a Rosy Bindi

Il branco attacca su comando, da «Il Fatto Quotidiano», 31 maggio 2015

In queste ultime ore di campagna elettorale abbiamo assistito a una sorta di linciaggio politico di Rosy Bindi, colpevole di avere indicato sedici personalità che sulla base di accurate disamine sono ritenute dalla Commissione Antimafia politicamente impresentabili: personalità appartenenti alla destra, al centro destra, al Pd. Abbiamo visto parlamentari, governanti, giornalisti avventarsi sul Presidente della Commissione e far quadrato a difesa di un sistema di selezione di classe dirigente che offende la Costituzione, e in particolare i criteri di disciplina e onore richiesti dall’articolo 54. Il loro comportamento è quello di una muta, che agisce d’istinto su comando. Disabituata a essere eletta, la muta che attacca Rosy Bindi eviterebbe anche il voto locale, se potesse. Il vero scandalo di un Paese commissariato è l’uso e l’abuso che i suoi dirigenti fanno delle urne. Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi dice di non aver “mai visto dibattito così autoreferenziale e lontano dalla realtà”, e per meglio isolare il Presidente della Commissione Antimafia denuncia un “regolamento dei conti dentro il Pd”. Se la realtà gli stesse veramente a cuore, vedrebbe la propria autoreferenzialità, e il degrado di un partito divenuto completamente indifferente alla questione morale. Di un Paese sotto tutela cui non è più permesso di votare rappresentanti non indagati, degni della carica cui aspirano.

Esprimo la mia solidarietà a Rosy Bindi, che ringrazio anche per la sua battaglia nel Parlamento europeo in favore di leggi stringenti di lotta alla mafia e alla corruzione, e dell’estensione dei compiti che verranno sperabilmente affidati al futuro Procuratore europeo. Per quanto mi riguarda fa parte di questa battaglia la difesa dei magistrati che, specie nel processo di Palermo, si sforzano di fare chiarezza sui patti Stato-mafia che hanno alimentato le epoche più torbide della Repubblica italiana.

Il federalismo postnazionale degli esecutivi

Parigi, «Forum européen des alternatives», 30-31 maggio 2015.

Atelier dedicato alla questione della democrazia europea. Con Etienne Balibar, filosofo; Francis Wurtz, ex Presidente del gruppo GUE-NGL al Parlamento europeo; Jean-Marc Roirant, presidente di “Civil Society Europe”; Gustave Massiah, militante dell’altermondialismo; Christophe Ventura, “Mémoire des luttes”; Natasha Theodorakopoulou, responsabile di Syriza.

Intervento di Barbara Spinelli:

J’aimerais parler ici de la crise de l’Union européenne du point de vue des droits fondamentaux et de l’état de droit, donc de la citoyenneté européenne, suite aux politiques d’austérité. En d’autres termes, il m’intéresse de discuter avec vous de la nature du gouvernement de la crise de la dette – gouvernement assuré par la Troïka, composée de représentants de la Commission européenne, de la Banque centrale et du Fond Monétaire international.

Ce gouvernement a reçu une nouvelle appellation – elle s’appelle gouvernance, pas gouvernement, et pour cause: ce n’est pas un gouvernement du point de vue constitutionnel, tout en ayant la force caractéristique d’un pouvoir exécutif. Mais puisque dans les démocraties constitutionnelles chaque pouvoir est limité par d’autres pouvoirs – pour en éviter les abus – on préfère astucieusement le mot très ambigu, insaisissable et apparemment effacé, de gouvernance. C’est-à dire que le pouvoir exécutif demeure, qu’il est même renforcé, mais sans être contrebalancé par un pouvoir législatif et judiciaire également fort et efficace. C’est un formidable avantage pour ce que Habermas nomme «le fédéralisme postnational des executifs».

Comunicato a sostegno delle Altre regioni

Bruxelles, 26 maggio 2015

L’Altra Europa nacque come progetto di superamento dei piccoli partiti di sinistra per rivolgersi a un elettorato deluso dal Pd, dal M5S e dal voto stesso e come elaborazione di una nuova visione dell’Unione Europea capace di restituire reale rappresentanza ai cittadini attraverso il suo Parlamento. Un’Europa in grado di proporre un modello di sviluppo che coniughi lavoro e conversione ecologica dell’economia, metta al centro gli interessi dei cittadini europei anziché quelli della finanza globale e degli Stati più potenti, per porre così fine ai nazionalismi xenofobi che l’austerità ha scatenato.

A tutte le persone che continuano a combattere le grandi intese, il consolidarsi di un “Partito della Nazione”, l’ortodossia delle riforme strutturali, la decostituzionalizzazione della nostra democrazia, lo scempio e la rapina del nostro territorio e dei nostri mari, va il mio immutato sostegno.

Guardo con particolare attenzione a quei laboratori, come Altra Liguria, Altro Veneto, Altra Puglia, che hanno l’ambizione di riformare il concetto stesso di politica e rappresentanza per renderle realmente partecipative e orizzontali, e a tutte le liste che, prendendo le mosse da Altra Europa, si presentano alle prossime regionali impegnandosi in una battaglia di simile natura.

A loro e ai comitati territoriali va il mio immutato appoggio, così come a suo tempo andò ad Altra Emilia Romagna e Altra Calabria.

barbara spinelli

Messaggio all’Assemblea nazionale del movimento “Blocca lo Sblocca Italia”

Pescara 24 maggio 2015

Cari amici, desidero anzitutto congratularmi con voi per la forte manifestazione alla quale avete dato vita ieri a Ombrina Mare. Una resistenza, è stato detto dal palco, capace di mostrare che non tutto può essere fatto: non una torre che raffina petrolio in mezzo al mare Adriatico; non pozzi di estrazione che producono fanghi tossici e radioattivi; non un attentato alla salute dei cittadini e alla biodiversità delle acque e del suolo; non uno sfregio insanabile a un patrimonio naturale che è cultura comune e bene pubblico.

Solo una logica dimentica dei diritti della terra può concepire la trasformazione di una regione magnifica come l’Abruzzo in un distretto minerario. Sono con voi, convinta che la vostra sia una formidabile e pacifica forma di resistenza. Insieme con voi dico no al decreto chiamato Sblocca Italia, alle politiche che vedono la cementificazione, l’immiserimento, l’offesa dei nostri territori e della vita stessa come un omaggio reso a poteri che malgovernano l’Europa.

So che più di 400 associazioni ed enti locali hanno aderito al vostro appello e che le vostre battaglie sono fatte proprie dall’intera comunità abruzzese. È da iniziative come queste che si potrà costituire, in Italia e in Europa, una risposta alle politiche di privatizzazione e di rapina del suolo, dell’aria, dell’acqua, e dei diritti, delle libertà e della democrazia. Lo Sblocca Italia ci toglie la possibilità di decidere dei territori che abitiamo, cancella la possibilità di espressione degli Enti locali. Si tratta di una politica globale che vede la democrazia come un fastidio da ridurre e imbrigliare. È per questo che la vostra risposta è tanto importante. Da questa resistenza – e dai comitati che continuano a sorgere in tutta Italia, contro le devastazioni ambientali e le grandi opere – potrà nascere un’alternativa capace di governare in maniera diversa, nel rispetto degli uomini e del pianeta, uno sviluppo economico che sia finalmente sostenibile.

barbara spinelli

 

Lettera aperta a L’Altra Europa con Tsipras

18 aprile 2015

Abbiamo condiviso e continuiamo a condividere l’appello iniziale L’Europa a un bivio, che alcuni di noi hanno contribuito a redigere e che altri hanno sostenuto con la propria candidatura e con la propria militanza, ma – nonostante molte mediazioni – non possiamo condividere il percorso che l’attuale gruppo dirigente dell’Altra Europa sta perseguendo.

Durante l’ultima assemblea nazionale di Bologna, il 18 e 19 gennaio, non è stato definito alcun programma, dato che quell’assemblea era stata messa nell’impossibilità di esprimere un voto.

Non votare e non contarsi significa sempre eludere la sostanza: cioè i temi politici fondamentali su cui non c’è eventualmente accordo.

Messaggio ai comitati territoriali de L’Altra Europa

Testo del messaggio di Barbara Spinelli al Seminario dei comitati territoriali de L’Altra Europa, svoltosi a Bologna il 14 marzo 2015

Cari amici,

oggi sono idealmente con voi, in questo Seminario dei comitati territoriali dell’Altra Europa – aperto ad associazioni e movimenti della società civile – e al tempo stesso sono idealmente nella sede della Fiom nazionale, dove sta nascendo la coalizione sociale, “fatta di sindacalisti, associazioni, reti, movimenti”.

È una coincidenza secondo me significativa e piena di promesse.

Ho già avuto modo di dire, in una lettera aperta indirizzata a Landini e a Rodotà, con quanto favore io veda l’inizio di una simile coalizione. Proprio per questo, d’altronde, era nata l’Altra Europa. Per combattere la corruzione, il malaffare, le mafie, e i loro alleati occulti e non occulti. La ricchezza nazionale che viene sequestrata da queste cosche e caste, anche attraverso un’evasione fiscale di enormi proporzioni, è ai cittadini che va restituita, perché si possa far fronte ai mali che più distruggono sia le società sia la costruzione europea: le diseguaglianze sociali, l’insicurezza e la precarietà del lavoro giovanile, il disastro climatico che incombe, lo svuotamento mortale delle nostre Costituzioni antifasciste, di cui le oligarchie nazionali ed internazionali vorrebbero disfarsi in nome di una governabilità palesemente fittizia.

Una coalizione, quella sociale di Landini e Rodotà,  fatta di persone: libera, aperta, con una  vocazione progettuale ben definita e soprattutto non minoritaria. Capace, oggi, di costruire una forte opposizione alle politiche adottate dal governo,  e in contemporanea alla gestione europea della crisi. Capace, domani, di alternative di governo non solo in Italia ma anche in Europa.

Un messaggio voglio inviare, da qui, ai compagni e alle compagne riuniti in Corso Trieste, a Roma:

“Consideratemi a disposizione del progetto di coalizione sociale, per quel che riguarda il mio ruolo di parlamentare. Dobbiamo, oggi più che mai, pensare ai nostri territori e all’Europa come a un solo organismo. Dobbiamo cambiare radicalmente gli uni e l’altra, perché questo siamo stati e intendiamo ancora essere: europeisti, sì, ma europeisti insubordinati e anche rivoluzionari se necessario. Europeisti che puntano a restituire piena sovranità ai cittadini, nel momento in cui gli Stati la delegano – aggirando i popoli – ad autorità internazionali o sovranazionali”.

E un messaggio invio a tutti voi, in questo luogo dove la nostra lista ha mostrato non solo di poter produrre una politica fondata sulla partecipazione, sullo scambio di esperienze, sul radicamento tra le persone e i movimenti, ma ha dimostrato anche di poter vincere e governare.

Abbiamo davanti molta strada, ma non partiamo da zero: in quest’anno abbiamo maturato conoscenza, legami, pratiche di lavoro e di partecipazione. Abbiamo elaborato strategie di lotta alle diseguaglianze, abbiamo dedicato il nostro tempo a combattere le nuove xenofobie in Europa. Abbiamo pensato che alla povertà e alla perdita di dignità del lavoro si deve rispondere con l’introduzione di un reddito minimo  e con la riconquista di un nuovo Statuto del lavoratori, visto che quello che avevamo è stato smantellato. Anche questo è sovranità del popolo e dei popoli: l’unica sovranità che conti davvero, e che deve unire i cittadini di tutta l’Unione europea.

L’Altra Europa non è stata un’occasione sprecata. Ma è in pericolo, inutile nasconderselo. Sta a noi non disperdere quello che resta un patrimonio, e tenere uniti tutti i movimenti, i comitati cittadini che non si sentono rappresentati in Parlamento e che rischiano di non sentirsi rappresentati neanche in “Altra Europa”, se quest’ultima si trasforma in un aggregato non sempre democratico di mini apparati di potere.