La solitudine del maratoneta

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 30 marzo 2021

La popolarità di Giuseppe Conte, anche dopo la caduta del suo governo, continua a essere un enigma strano e dunque incomprensibile per gran parte dei giornali. Possibile che susciti tanti consensi, questo dilettante buttatosi in politica pur essendo sprovvisto di Visione e addirittura di Anima?

Il conformismo retorico, l’incredulità, la mancanza di curiosità regnano sovrani nella grande stampa italiana, e trasfigurando Mario Draghi lo usano e ne abusano. I commentatori spesso fanno politica invece di esplorare. Tanto più prezioso il libro di Rita Bruschi e Gregorio De Paola, che racconta quel che si conosce poco, dell’ex presidente del Consiglio: le letture, le convinzioni con cui è entrato in politica, il banco di prova che è stato il Covid e l’enigma, appunto, della sua persistente popolarità (Giuseppe Conte – Il carattere di una politica, ETS).

Mi soffermo su due momenti decisivi nel cammino di Conte, che sono stati la pandemia e l’Europa. Sono momenti che possono essere ricostruiti passo dopo passo nel libro, anche grazie ai numerosi link indicati in nota. E ricostruirli vale la pena, tanto grande è stata e continua a essere la disinformazione.

Il Covid innanzitutto, e cioè la parte più disconosciuta e inesplorata della sua popolarità. Conte è infatti divenuto popolare nonostante abbia inflitto sofferenze enormi agli italiani, con il lockdown (il primo in Europa) e le chiusure mirate che hanno tenuto a bada la pandemia. Proprio in occasione di quest’esperienza frastornante – la protezione della vita, unita a restrizioni della libertà mai viste nella storia repubblicana – tanti italiani hanno visto in Conte “l’avvocato del popolo”. Hanno apprezzato la sua straordinaria empatia, e la costante adesione ai pareri dei principali tecnici e scienziati: un’attitudine umile e feconda che lo distingue da Emmanuel Macron e che ci ha risparmiato gli innumerevoli, letali errori del capo di Stato francese. Hanno stimato le sue conferenze stampa e i suoi discorsi, che i giornalisti mainstream ricordano con irritazione, mettendoli a confronto con le abitudini oratorie di Mario Draghi. L’empatia non andava a caccia di “consenso sui social”, come affermò Matteo Renzi quando sfasciò il governo, ma era il laccio che teneva legati governanti e governati in un terribile momento della storia mondiale. Abissale e niente affatto machiavellica è l’ignoranza di questo momento mostrata dal capo di Italia Viva.

Il secondo momento è quello europeo. Secondo la vulgata, oggi abbiamo un presidente del Consiglio che può “battere i pugni sul tavolo” nell’Ue, visto che per anni ha presieduto la Banca centrale europea. La storia è ben diversa, se ripercorriamo il cammino di Conte nell’anno del Covid. Il piano Next Generation non è nato improvvisamente il 18 maggio scorso, quando Macron e Merkel hanno annunciato la messa in comune dei debiti nazionali. Si dimentica quel che ha preceduto il cruciale vertice franco-tedesco: l’ostinato, indefesso sforzo di Conte per convincere la Germania a superare l’antica avversione per il debito comune e gli eurobond, ad abbandonare la strategia dell’austerità che aveva piegato e umiliato la Grecia.

Le tappe di questo sforzo sono documentate con minuzia nel libro: dapprima la consapevolezza – già presente nel Conte 1 – che l’austerità era stata una strategia rovinosa per l’Unione. Poi il tentativo di far capire in Europa che i cosiddetti populismi andavano esplorati e capiti (compreso quello dei Gilet gialli, aggiungerei), perché esprimevano malcontenti dei cittadini cui bisognava dare risposte non ortodosse. Poi il dialogo con Angela Merkel e lo sforzo di spiegarle come mai l’Italia non chiedeva il Mes, ma il superamento – tramite il comune debito europeo – dei dogmi neoliberisti. “Il Mes è lo strumento che abbiamo – replicò la Cancelliera in uno dei vertici – “non capisco perché tu voglia minarlo”. Al che Conte: “State guardando alla realtà di oggi con gli occhiali di dieci anni fa. Il Mes è stato disegnato nella crisi dell’euro per Paesi che hanno commesso errori”. La pandemia colpiva tutti, veniva da fuori ed era simmetrica: doveva finire nell’Ue lo scontro distruttivo fra creditori e debitori, tra “frugali” e “spreconi”.

Mentre rifiutava i prestiti del Mes, Conte tesseva dunque la sua tela. Anzi, li rifiutava per meglio tessere l’alternativa: come Spagna e Portogallo, solo che questi Paesi non sono stati colpiti come in Italia dalla marea retorica pro-Mes. All’inizio era solo. Poi il 25 marzo 2020 convinse sette governi europei a firmare una lettera a Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, in cui si chiedeva un nuovo strumento per fronteggiare i disastri del Covid e preparare insieme “il giorno dopo”. La lettera può essere letta come manifesto programmatico del Recovery Plan e fu firmata da Francia, Spagna, Belgio, Grecia, Portogallo, Irlanda, Lussemburgo, Slovenia. “Non stiamo scrivendo una pagina di un manuale di economia – così Conte – stiamo scrivendo una pagina di un libro di storia”. Alla fine la pagina fu scritta, e Berlino accettò quello che non aveva mai accettato, e che ancor oggi purtroppo crea problemi: la messa in comune del debito, di nuovo contestata – nei giorni scorsi – dalla Corte costituzionale tedesca. Il Recovery Plan e i 209 miliardi di euro per l’Italia (prestiti e sovvenzioni a fondo perduto), sono stati decisi il 21 luglio 2020.

Conte era solo quando si batté per un’Europa solidale: “Si è mosso bene dentro un consesso di lupi”, scrisse lo storico Marco Revelli, che è tra gli ispiratori del libro. Era solo quando decise (contro il parere di chi gli era vicino), di andare a Taranto per parlare con chi lavora all’Ilva e al tempo stesso soffre gli effetti tossici dell’acciaieria. Era solo quando aprì alla Via della Seta cinese e rifiutò la guerra fredda con Mosca (forse paga anche per questo). Era solo in occidente quando annunciò il lockdown, il 20 marzo 2020. Parlando alla Bbc, spiegò il ritardo: l’Italia non è la Cina, “da noi limitare libertà costituzionali è stato un passaggio fondamentale che abbiamo dovuto ponderare, valutare attentamente. Se avessi proposto un lockdown o la restrizione delle libertà costituzionali all’inizio, quando avevo i primi focolai, mi avrebbero preso per pazzo”.

Questa somma di solitudini non è piaciuta ai poteri mediatici, che si son fatti portavoce di altri poteri, nazionali e transnazionali. Ma lo si deve a lui, se l’Italia piagata dal Covid sarà aiutata e non sarà sola, “il giorno dopo”.

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Articolo sulla crisi italiana per «Il Fatto quotidiano»

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 4 febbraio 2021

Si dirà che alla fine Matteo Renzi ha ottenuto quello che voleva e cui aspirava da quasi un anno: il siluramento di Giuseppe Conte, uno dei Presidenti del Consiglio più popolari nell’Italia degli ultimi decenni. Troppo popolare per risultare gradito a poteri forti che Renzi vuol rappresentare e favorire. Mario Draghi era sin da principio l’uomo provvidenziale che Renzi proponeva o meglio adulava, nei giorni stessi in cui ha fatto finta di negoziare un rinnovato governo Conte con i partiti dell’ex maggioranza.

È per silurare tale negoziato che Renzi gonfiava sempre più le condizioni e gli attacchi, ben sapendo che non potevano essere digeriti tutti insieme da Pd, 5Stelle e LeU. Quel che praticamente chiedeva era la sconfessione di un governo e di un Presidente del Consiglio che avevano mostrato di combattere la pandemia con determinazione, ricoperto le proprie cariche con disciplina e serietà, ottenuto un cambio fondamentale nell’Ue (l’accettazione d’indebitarsi in comune, le somme del Recovery per l’Italia).

Era un vero piano distruttore quello che Renzi aveva in mente, una specie di golpe bianco attuato bendandosi occhi e orecchie. Prima chiedeva quattro ministeri invece di due e sindacava perfino sui dicasteri Pd e 5Stelle. Contemporaneamente snocciolava ossessivamente i punti del suo piano: approvazione del Mes e dell’Alta velocità, smantellamento del Reddito di cittadinanza, del cashback, delle riforme della giustizia, della campagna di vaccinazione. Poi s’infiammava sulla scuola, ignorando i rischi di contagio ormai riconosciuti e riducendo il delicato capitolo all’insulsa questione dei banchi a rotelle, secondo una sinistra fraseologia umoristica del tutto identica a quella sistematicamente adottata da Salvini e Meloni. Contestualmente, il piano renziano prevedeva lo spodestamento di personalità particolarmente esecrate, anche se avevano fatto bene o proprio perché avevano fatto bene: dal ministro Gualtieri al Commissario anti-Covid Domenico Arcuri – oltre ai presidenti di Inps e Anpal. I vizi e misfatti di cui veniva accusato Conte (giustizia e prescrizione, efficacia delle vaccinazioni e Arcuri, crisi sanitaria ed economia), davano vita a un tessuto di menzogne ben smascherato l’altroieri sul «Fatto» da Salvatore Cannavò.

Draghi avrà a che fare con un’immensa crisi economico-sanitaria ma anche con Renzi, quando costituirà una maggioranza e governerà. Si vedrà, allora, quale sia la sua perspicacia, quanto esteso il suo intuito. Se si renderà conto della pericolosità di un personaggio che ha regolarmente rotto i patti divenendo un liquidatore seriale di politici e alleanze da lui stesso propugnate (prima dell’alleanza 5 Stelle-Lega, poi di quella giallo-rosa). Se capirà che la crisi è stata freddamente scatenata per ottenere quello che in fin dei conti è un commissariamento dell’Italia, e se asseconderà la vulgata diramata dai giornalisti che più frequentano i notiziari Tv e i talk show: la presunta “morte” della politica e dei partiti bollati in blocco come populisti, la “salvezza” ultra-terrena che verrebbe da Draghi, il Recovery Plan riscritto da capo dopo che già era stato migliorato con il concorso di tutti, di Gualtieri, Speranza e Bonafede, e non solo di Renzi.

La politica fu considerata morta anche quando l’Italia venne una prima volta commissariata dopo la lettera della Bce del 5 agosto 2011, in cui si chiedeva “una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala” e una riforma radicale del “sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione”.

La lettera era firmata dal presidente della Bce Jean-Claude Trichet e dal suo successore Mario Draghi. Venne poi il disastro greco: un ulteriore e ancor più umiliante commissariamento imposto da Bce, Commissione europea e Fondo Monetario. Alcuni indizi lasciano supporre che l’irruzione del Covid-19 abbia mutato alcuni dogmi di Draghi, sul ruolo dello Stato nell’economia e le privatizzazioni che gli erano care nella lunga epoca neoliberista, ma la distinzione operata oggi fra “debito buono” e “cattivo” non mi sembra sufficiente.

È soprattutto urgente sapere se Draghi abbia veramente chiari i poteri di riferimento dell’ex sindaco di Firenze. Da questo punto di vista il viaggio di Renzi in Arabia Saudita, nel mezzo della crisi da lui attizzata, getta una luce sinistra sui probabili aspetti geopolitici del suo piano. Incensare il regime saudita e considerarlo un baluardo neorinascimentale contro il terrorismo internazionale è più di una cantonata: fa balenare il lecito sospetto che Renzi sia un lobbista al servizio di poteri non tanto italiani o europei quanto extra-europei. Corteggia le nuove alleanze tra potentati del Golfo e regime Netanyahu in bellicosa funzione anti-Teheran, proprio nel momento in cui Biden potrebbe, con gli europei, resuscitare gli accordi con l’Iran. La visita di Renzi non è solo scandalosa per gli emolumenti elargiti da Riyad a un senatore che rappresenta l’Italia. Getta ombre sui suoi legami politici e le sue fedeltà, nonché sui suoi seriali assassinii politici in patria.

L’Italia sarà meno pericolante il giorno in cui Renzi verrà davvero neutralizzato. Cosa che quasi sicuramente avverrebbe se andassimo a votare, anche se le preoccupazioni di Mattarella sui rischi sanitari ed economici di un voto a primavera sono più che comprensibili. In assenza di elezioni non c’è che da sperare nella perspicacia di Draghi, ma anche nella riluttanza di Pd e 5Stelle a fare promesse sconsiderate al nuovo alleato Berlusconi.

La crisi “disfattista” nel caos del virus

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 26 gennaio 2021

Può darsi che alla fine andremo a votare, perché Conte non sarà riuscito ad allargare la maggioranza dopo la defezione di Renzi. Si sta installando l’idea che sia Conte a dover riaprire a Italia Viva, e non i renziani che hanno teso l’agguato. Può darsi che vinceranno gli apparati e i poteri che non hanno mai sopportato il Presidente del Consiglio: troppo indipendente, troppo lontano dai palazzi, troppo attento ai pareri dei virologi. Nel dibattito al Senato l’opposizione è giunta sino a rivolgersi a Conte chiamandolo avvocato, quasi fosse un usurpatore. La crisi viene presentata come un ennesimo episodio della lunga storia italiana di governi precari: una storia di normale instabilità.

Così ragionando si dimentica il contesto in cui è avvenuta la rottura di Renzi: una pandemia che scuote il mondo e mette in ginocchio le sue economie. Un virus che non solo corre ma nelle sue mutazioni incattivisce con spaventosa velocità, rischiando l’inefficacia dei vaccini. Una campagna di vaccinazioni che in Italia è cominciata bene – siamo tra i primi nel continente – e d’un tratto viene paralizzata dai Big Pharma (Pfizer, AstraZeneca) che violano i contratti con l’Europa diminuendo le consegne pur di vendere magari le fiale ad altri, a prezzi più lucrosi (Arcuri e Conte hanno deciso di portare in tribunale Pfizer e AstraZeneca, e ora a Bruxelles Von der Leyen e Michel seguono l’esempio). E ancora, sullo sfondo: una tragica mancanza di terapie che curino definitivamente i malati gravi ed evitino il moltiplicarsi dei morti (in Inghilterra oltre mille al giorno). Terapie più che mai necessarie visto che ormai lo sappiamo: non si arriverà quest’anno all’immunità collettiva, la ricerca farmacologica va intensificata al massimo. Al momento si può solo sperare nel funzionamento dei confinamenti differenziati, tanto vilipesi ma che proteggono l’Italia più di altrove.

Ci si ricorderà di questo contesto il giorno in cui si faranno i conti, e si enumereranno i responsabili del disastro. Quel giorno i disfattisti pronti a spezzare la legislatura dovranno spiegare come mai hanno fatto di tutto per raggiungere un unico obiettivo: il caos. Il caos che sta di fronte al virus: inutile dire chi uscirà vittorioso da simile faccia a faccia. Forse non sarebbe inopportuno che Draghi – invocato da tanti – dica qualcosa in proposito.

Gli italiani in primis sono spaventati e si ostinano a non capire quel che succede. Un governo li ha guidati durante il primo lockdown e i confinamenti mirati, e del capo di governo hanno deciso di fidarsi, autodisciplinandosi con un impeto solidale e responsabile niente affatto scontato, anche se triste. “Non si caccia l’uomo più popolare per fare un favore a quello più impopolare”, è stato detto, e allo stupore di D’Alema Renzi risponde che la politica è una cosa seria, perbacco, mica è facebook! Al signor Renzi e soprattutto a Italia Viva mi piacerebbe chiedere: ”Ma sanno quel che stanno vivendo gli italiani, e si sono domandati perché Conte sia popolare e come lo sia divenuto, in questi tempi del tutto anomali, contrassegnati da sofferenza, solitudine, deprivazione e morte? Sanno l’enorme, mai vista violenza del Covid? Si chiedono cosa significhi mettere il caos e l’esclusiva volontà di nuocere davanti alla corsa di un virus incanaglito?”

Tuttavia il duello Renzi-Conte non spiega tutto. Dietro Renzi ci sono l’opposizione, la stragrande maggioranza dei giornali, i notiziari TV, alcuni talk (tra i più esagitati Non è l’Arena). È un coro quasi unanime che narra di un Presidente del consiglio incapace, responsabile di 85.000 morti. Che va a caccia di voltagabbana nei quali, cieco com’è, cerca sostegni contro Covid, recessione e povertà. E che li cerca tramando tenebrosamente con servizi segreti, vescovi, arcivescovi (parola del direttore de «La Stampa»). Che spreca soldi comprando inutili banchi a rotelle. Che non ha il coraggio di sconfessare i ministri più odiati dai disfattisti: non tanto Lucia Azzolina quanto il ministro della giustizia Bonafede. Perfino l’America di Biden è perversamente usata contro Conte, reo di inesistenti complicità con Trump (ogni leader europeo ha dovuto trattare con Trump, e la vittoria di Biden oggi osannato non cicatrizza lo sconquasso americano).

Prima che Conte annunciasse le dimissioni, era prevista una sessione parlamentare scabrosissima. Nessuno aveva letto la relazione preparata da Bonafede in risposta ai solleciti di Bruxelles per il Recovery Fund, e già i disfattisti avevano chiesto la testa del giustizialista che aveva osato bloccare la prescrizione.

Infine c’è l’accusa di appoggiarsi a tecnici e virologi. Appena Conte nomina un consiglio scientifico o un commissario speciale spuntano politici e poteri che si sentono esautorati. Sono gli stessi politici che esecrano task force indipendenti per gestire il Recovery Fund, come raccomandato dall’UE per evitare sprechi e tangenti. L’inaudito malloppo risveglia inconfessati appetiti che il caos può sfamare.

I disfattisti usano malamente la parola di Mattarella: “costruttori”. Pensano che il caos sarà di qualche aiuto e creerà – come spesso accade – un nuovo ordine che noi mortali non possiamo ancora decifrare. Ma non sarà così. Quello cui assisteremo, se dovesse aprirsi una lunga campagna elettorale, è un marasma sanitario di proporzioni incalcolabili. Già oggi, dopo mesi di attacchi logoranti a Conte e a ministri capaci ed esigenti come Speranza, Azzolina, Bonafede, Gualtieri, la situazione vacilla: a causa delle vaccinazioni sospese da Big Pharma o degli attacchi al Commissario Arcuri. Perfino i tecnici si fanno un po’ meno veritieri davanti a uno scenario certo migliorato ma pur sempre altalenante, infido. Non dicono che il virus può minacciare ristoranti o teatri ma anche le scuole. In genere, che si tratti di ristoranti, teatri, scuole, andrebbe detto chiaramente che le regole potrebbero cambiare a fronte dell’alta circolazione del virus. Le scuole sono sicuramente più importanti dei ristoranti, ma il problema è che abbiamo a che fare con un virus e con future/eventuali varianti efficientissime, che potrebbero far salire il famoso indice R a 3.

Alcune timidezze del Cts favoriscono i disfattisti, che chiamiamo così perché nel momento peggiore disfano non tanto il governo Conte, quanto la fiducia degli italiani nelle proprie istituzioni e le responsabilità che ogni cittadino si è assunto accettando di chiudersi in casa, smettere contatti e amicizie, dilatare – per proteggerli – la solitudine degli anziani.

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Va sottolineato ancor di più: è criminoso perdere tempo adesso

di Barbara Spinelli

Una versione più breve di questo testo è stata pubblicata su «Il Fatto Quotidiano» il 19 gennaio 2021

Senza mai nominare Renzi, Conte ha descritto dettagliatamente gli effetti della rottura voluta dal leader di Italia Viva: sgomento dei cittadini davanti a una crisi “senza alcun plausibile fondamento”, rischio per l’intera classe politica di “perdere contatto con la realtà”. Nel frattempo Renzi ha infittito ancor più la nebbia di cui son fatti i suoi discorsi: ripete che un accordo ci sarebbe se il governo prendesse i 37 miliardi del Mes, ben sapendo che in Parlamento non esiste una maggioranza pronta a chiederli. Il Mes è dunque una scusa condita con parole sconclusionate.

Conte ha evocato le “scelte di portata tragica” che il governo ha dovuto compiere per fronteggiare il Covid. A mio parere ha insistito troppo poco sulla tragedia pandemica. Perché se le vaccinazioni dovessero rallentare, c’è il rischio che il virus muti al punto di divenire resistente ai vaccini. Se questa è la prospettiva, e questi i pericoli, è criminoso perdere tempo con crisi che indeboliscono il prezioso ma fragile patto anti-Covid fra cittadini e governo.

Andare alle urne col Covid ancora vivo sarebbe una catastrofe

di Barbara Spinelli

Una versione più breve di questo testo è stata pubblicata su «Il Fatto Quotidiano» il 5 gennaio 2021

Andare al voto dopo una letale conta al Parlamento sarebbe un incubo, per gli italiani d’ogni colore politico. Per molti politici e giornali non è così, ma chi ordisce Mezzogiorni di Fuoco non sa la storia tragica che noi tutti stiamo vivendo. Non è bene farsi guidare dalla paura che vinca la destra, scrivono Gad Lerner e Franco Monaco, ma la paura oggi è un’altra: che cada il governo mentre il Covid muta e s’incattivisce, nel mezzo di una macchinosissima campagna di vaccinazione, con oltre 75.000 morti alle spalle. Renzi il picconatore non è la bolla sgonfiata descritta da Occhetto. È un piccolo uomo smanioso che pensa a fatti suoi, tratta le proprie ministre come birilli e forte dell’appoggio di qualche lobby guarda ai soldi europei. Prodi che si conta in Parlamento non c’entra. Erano altri tempi: imparagonabili. Spero che Conte ci risparmi il voto. Non tanto perché vincerebbe la destra, ma perché il suo governo sta affrontando a testa bassa, e con il consenso di una maggioranza di italiani, una prova mai vista.

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Il premier non si faccia logorare: sfidi le bugie di Renzi

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 12 dicembre 2020

 

Non essendo esperta in consigli al Principe, e non sapendo quel che Renzi abbia esattamente in mente, temo di non averne da dare al presidente del Consiglio. Temo che la condotta di Renzi sarà la stessa – boicottare, ricattare, distruggere – quali che siano le iniziative più o meno inclusive di Giuseppe Conte.

La condotta del capo di Italia Viva è stata la stessa fin dall’inizio della pandemia: fin da quando accusò il governo di mettersi al servizio degli scienziati, sostenendo che il loro potere fosse abusivo al pari di quello esercitato dai magistrati negli anni 90.

Di certo non consiglierei al presidente del Consiglio di farsi logorare senza batter ciglio, né tantomeno – in piena pandemia, con quasi 1000 morti al giorno– di mandarci alle urne.

Renzi si può sperare di sfidarlo solo smontando le sue bugie, e dicendo a lui e a chi lo sostiene che abbiamo bisogno di esperti e task force capaci di gestire i fondi Ue con acutezza e integrità, perché la pandemia per forza cambia gli equilibri classici della politica e perché l’anno che ci sta di fronte sarà molto più nero di quanto possiamo immaginare.

È evidente che con l’arrivo dei vaccini sarà più che mai difficile far capire agli italiani la necessità delle misure di protezione (mascherine, distanziamento fisico, igiene): la crescente insofferenza verso scienziati allarmati come Andrea Crisanti o Massimo Galli è già un pessimo segnale. Varrà la pena farsi forti del loro giudizio, essendo quest’ultimo il più aderente alla realtà dei fatti.

Eviterei ogni trionfalismo sui vaccini, pur insistendo sul progresso scientifico che essi rappresentano. Punterei il massimo sforzo, finanziariamente, sulla contemporanea ricerca di protocolli e terapie risolutivi del Covid-19.

Il Sud dell’Europa deve diffidare delle trappole Ue

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 22 ottobre 2020

Dice Gentiloni, Commissario europeo per gli affari economici, che la discussione sui prestiti del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) “è un duello italo-italiano, dal quale cerco di stare lontano”. Farebbe invece bene ad avvicinarsi un po’ perché il duello, se proprio vogliamo scegliere questa fuorviante definizione, non è affatto italo-italiano ma inter-europeo.

Lo spiega correttamente Enrico Letta su «El País»: perché il Sud Europa cessi di diffidare del Mes occorre che il Meccanismo muti radicalmente. Deve cambiare il nome che porta, le condizioni che impone, e sostituire con la solidarietà comunitaria il dominio intergovernativo che esercita.

Quel che è accaduto nei giorni scorsi è infatti molto significativo, e vede coinvolti nella ridiscussione del Mes ben tre Paesi del Fronte Sud: Italia, Spagna e Portogallo. Un giorno potrebbe aggiungersi Parigi, se il Fronte si rafforzerà.

In altre parole, stiamo assistendo a una nuova tappa nel negoziato tra Ue e Paesi membri sui fondi di ricostruzione. Non bisogna dimenticare che l’Unione ha una costituzione complicatissima, perché ibrida: in parte è federale (ha una moneta unica) in parte è fatta di Stati che custodiscono meticolosamente le proprie sovranità, agendo da soli o – da qualche tempo – in gruppi separati. Dopo l’accordo di luglio sul Recovery Fund hanno fatto sentire la propria voce due fronti distinti: i Frugali (Austria, Olanda, Danimarca, Svezia, Finlandia) e il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia). I primi restano ostili agli aiuti a fondo perduto, pur avendoli approvati a luglio. I secondi chiedono che non vi siano, nell’uso dei fondi Ue, condizioni legate al rispetto dello Stato di diritto.

Adesso esce allo scoperto il Fronte mediterraneo, cioè i Paesi più colpiti dal Covid. Sono gli stessi che nel primo decennio del secolo hanno maggiormente sofferto l’austerità, costretti a tagliare spese sanitarie e Welfare con forbici spietate. Nel Fronte ritroveremmo sicuramente la Grecia, se ancora governasse la sinistra: la nazione fu devastata dai cosiddetti “aiuti” dell’Ue e del Fondo monetario.

Gentiloni deve dunque essersi accorto, se non dorme, di quel che sta succedendo in Sud Europa. Domenica, il premier spagnolo Pedro Sánchez, in sintonia con Roma e Lisbona, fa sapere a «El País» che del Fondo di Ricostruzione prenderà per ora solo gli aiuti a fondo perduto, escludendo in un primo tempo i prestiti (prenderà 72,700 miliardi invece di 140). La quota prestiti non è respinta ma semplicemente posposta, “visto che la Commissione europea permette che le richieste di prestiti siano presentate entro il luglio 2023: ricorreremo ai prestiti, se ne avremo bisogno, per il bilancio 2024-2026”.

I motivi che inducono Sánchez alla prudenza (non al duello) sono identici a quelli indicati nella stessa domenica da Conte: il problema centrale, nel caso Recovery Fund come per il Mes, sono le condizionalità che un giorno saranno comunque imposte a fronte di debiti eccessivi. Vero è che le condizioni capestro legate ai prestiti Mes (i parametri del Fiscal Compact) sono state sospese a causa del Covid, ma sospeso non significa abolito né rivisto. Sánchez teme l’ora in cui le condizioni saranno reintrodotte, per il Mes come per il Recovery Fund, e che lo siano “troppo presto”. Se non fa nemmeno accenno al Mes è perché in Spagna, Portogallo, Irlanda, Grecia il ricordo della troika resta traumatico (la Grecia doveva “ricevere una lezione” ed essere crushed – schiantata – dissero i leader europei al ministro del Tesoro Usa Geithner nel febbraio 2010). A questo si riferisce probabilmente Conte, quando sostiene che “i prestiti Mes, dovendo essere restituiti, andranno a incrementare il debito pubblico”, comportando per forza “aumenti delle tasse e tagli” al welfare.

Anche il secondo motivo che spinge Sánchez a diffidare dei prestiti è simile a quello segnalato da Conte: i prestiti (Mes o Recovery Fund) presentano vantaggi contenuti in termini di interessi.

Grazie agli acquisti della Banca Centrale europea, l’Italia può oggi emettere Btp decennali pagando tassi che sono al minimo storico. È quanto dice Sánchez: gli interessi sul debito pagati dai singoli Paesi sono discesi a tal punto che i prestiti dell’Unione europea non comportano vantaggi di rilievo.

In altre parole, sia Spagna che Italia e Portogallo temono l’accumularsi del debito, anche se i fondi Mes hanno come unica condizione d’accesso la loro destinazione alla sanità.

Definendo “demagogica” l’idea che i prestiti aumentino il debito, Italia Viva mente sapendo di mentire: è come se proclamasse che è demagogico sostenere che l’acqua è bagnata. Quanto a Zingaretti, sorprende il silenzio sui ragionamenti dei compagni socialisti in Spagna e Portogallo.

L’ultimo argomento usato da Conte è non meno cruciale, e condiviso in particolare da Paesi come Spagna e Portogallo che hanno subìto la troika. Il primo Paese che chiederà prestiti al Mes riceverà una sorta di stigma e verrà visto come insolvente, inaffidabile (lo puoi punire, “schiantare”). Non conviene dare quest’impressione proprio ora che gli interessi sulle emissioni di Btp sono così bassi.

Nelle stesse ore in cui si sono fatti sentire Conte e Sánchez, il premier portoghese António Costa ha espresso dubbi del tutto analoghi: la sua assoluta preferenza va agli aiuti a fondo perduto. Ai prestiti ricorrerà in un secondo momento “solo se strettamente necessario”.

Tutto questo conferma il delicato compito di Conte: trovare un accordo in Italia tra i partiti di governo, neutralizzando con argomenti forti le reticenze di Pd e Italia Viva, e lavorare al contempo a un’intesa nell’Ue, utilizzando al massimo le più che giustificate preoccupazioni dei Paesi che hanno vissuto prima la randellata dei piani di austerità, poi quella del Covid. Non sottovalutiamo le acrobazie che deve compiere Conte, nella duplice veste di presidente del Consiglio italiano e di co-governante nel non meno litigioso Consiglio europeo.

Non sottovalutiamo nemmeno l’incapacità dell’Unione di riconoscere i disastri di cui si è resa responsabile dopo la crisi del 2008. Qualche giorno fa, Vitor Gaspar, dirigente portoghese del Fondo monetario ed ex ministro delle Finanze, ha messo in guardia contro il ripetersi compulsivo di quei disastri, sostenendo sul «Financial Times» che i Paesi industrializzati “possono indebitarsi liberamente senza dover assoggettarsi a nuovi piani di austerità all’indomani della pandemia”. Manca per ora nell’Unione qualsiasi impegno in questo senso.

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Il Conte cocciuto e i “disfattisti”

di mercoledì, luglio 22, 2020 0 , , , , Permalink

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 22 luglio 2020

Alla fine l’Europa dei Ventisette ha prodotto il Recovery Fund che aveva promesso, con vantaggi cospicui non solo per Italia e Spagna ma anche per se stessa, per quest’Unione che fatica a trovare il suo “momento Hamilton”: il momento in cui di fronte alle grandi crisi (più di 100.000 morti per Covid, una recessione che rimanda al crollo del ’29) scopre di doversi unire meglio, come avvenne in America del Nord nel 1790 quando i debiti della guerra di indipendenza vennero messi in comune.

Al successo hanno contribuito Angela Merkel ed Emmanuel Macron, ma ancor più ha pesato la cocciuta insistenza di Giuseppe Conte, che trascinando altri otto Paesi si è battuto per una svolta nella politica europea sin da marzo. Si è rivelata vincente anche la sua ritrosia nei confronti del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) che offre prestiti agevolati ma è pur sempre figlio di politiche vecchie, e di un Patto di stabilità solo provvisoriamente sospeso. La preferenza tattica data al Recovery Fund ha smosso il pigro status quo nell’Unione.

Tuttavia non si dimenticherà il subbuglio delle cinque giornate di Bruxelles, e l’Unione non esce affatto guarita da questo vertice che approva il Fondo ma non senza concessioni di rilievo ai cosiddetti “frugali”. I quali hanno provato a disfare il Recovery Fund e a ridurne le novità cambiando sia la sua ripartizione (la quota delle sovvenzioni resta ma è ridotta) sia la natura dei controlli che verranno esercitati via via che si attueranno i piani di ripresa finanziati dall’Unione. Non hanno acquisito un esplicito diritto di veto sulle progressive erogazioni di fondi, ma hanno ottenuto che l’opposizione di un singolo Stato potrà temporaneamente bloccarle.

Li chiamano Paesi frugali, aggettivo sicuramente da loro assai apprezzato ma che non corrisponde a nulla. I governanti in Olanda, Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia: chiamiamoli più realisticamente, in questo frangente, i custodi del mondo di ieri, quello che sta naufragando; i fautori di una misantropica colpevolizzazione del debito; i cultori di un’austerità non solo fallita ma del tutto impresentabile in tempi di Covid e di ritorno dello Stato nell’economia. Chiamiamoli disfattisti, è aggettivo non univoco ma più pertinente. E chiamiamo l’Olanda, il cui governo ha guidato questo fronte, il Paese noto nel mondo per essere un paradiso fiscale che danneggia enormemente gli alleati. Basta già questo, specie in epoche di crisi, per inficiare la solidarietà fra europei. E bastano a inficiarla i famosi sconti, i rebates concessi in extremis ai disfattisti. Questi rimborsi parziali dei soldi versati all’Unione furono un’invenzione di Margaret Thatcher nel 1984 e sono un modo per stare nell’Ue con un piede dentro e uno fuori.

Anche qui Conte è stato cocciuto e lucido, nell’evidenziare le discrasie europee che permangono: i rebates “azzoppano la solidarietà, la contrastano, la limitano, mentre il Recovery Plan realizza lo spirito di solidarietà che noi stessi abbiamo dichiarato di voler perseguire”. È stato lucido anche quando ha accusato l’olandese Rutte di miopia: “Vi state illudendo che la partita non vi riguardi […]. Tu forse sarai eroe in patria per qualche giorno, ma dopo qualche settimana sarai chiamato a rispondere pubblicamente davanti a tutti i cittadini europei per avere compromesso un’adeguata ed efficace reazione europea”. Naturalmente il disfattista ha il diritto di combattere il proprio Paese, se lo ritiene tirannico. Ma il disfattista di cui si parla qui vuole il degrado dell’Europa di cui c’è bisogno, e non smetterà di volerlo.

Il degrado è facilitato dal permanere, nelle decisioni più importanti, dell’unanimità: un solo Paese può alzare la bandiera del veto. È il motivo, tra l’altro, per cui da anni sono chiuse nei frigoriferi le riforme delle politiche di migrazione approvate dal Parlamento europeo: accordo di Dublino, rimpatri, reinsediamenti, qualifiche, accoglienza, ecc.

Il disfattista che gongola quando lo chiamano frugale è anche cieco. Gli è passato davanti un tifone – il Covid – e non se n’è accorto. In quel momento passeggiava nei giardinetti e proprio non l’ha visto, povero disgraziato. C’è un personaggio così nel Tifone di Conrad. Non avendolo visto e non vedendolo, Rutte ha chiesto quel che chiede da sempre: molto più potere agli Stati, molto meno alla Commissione che ha avuto la faccia tosta di proporre il Recovery Plan e che pensa di poter vegliare sulla sua attuazione, come chiesto dai non-disfattisti nella speranza che finiscano i rapporti di forza fra Stati cui l’Unione s’è ridotta.

In parte i disfattisti l’hanno purtroppo spuntata: il controllo dei vari piani di ripresa è nelle mani della Commissione, ma gli Stati nel Consiglio avranno l’ultima parola e un singolo Paese membro può interrompere le erogazioni per almeno tre mesi. Nei giorni scorsi Rutte è entrato nel dettaglio, ricordando quello che a suo parere l’Italia dovrebbe fare su pensioni e mercato del lavoro. Nessuna differenza, per lui, rispetto ai prestiti condizionati che hanno devastato la Grecia (anche per motivi politici: c’era un premier, Tsipras, cui bisognava dare una lezione).

A suo tempo, Conte disse che avrebbe negoziato, in Europa, avvalendosi della “forza del popolo”. Tsipras perse questa battaglia, ma l’Italia ha più peso e ha tentato il salto mortale. Nel dopo-lockdown, con l’esperienza di solitudine che hanno sperimentato i Paesi Ue, non sono più possibili ingerenze “alla greca”. L’ingerenza/punizione non è neppure più proponibile allo stesso modo di prima nei confronti dei Paesi di Visegrad, per quanto riguarda il legame tra fondi e rispetto dello Stato di diritto. Il Covid ha scosso certezze anche in questo campo.

Ultima cosa: è straordinario che la Germania, superando vecchi dogmi su sovvenzioni ed eurobond, abbia scelto l’alleanza con chi rifiuta che l’Unione abbia come unica ragion d’essere la protezione dei creditori (soprattutto bancari) dai debitori. Questa alleanza è la vera novità europea nei tempi di Covid, ma non possiamo essere sicuri che tale resterà nel dopo-Merkel.

Anche se volitiva, e più consapevole che in passato, la Germania ha faticato parecchio a imporsi. Era un egemone nascosto, ora esce dal nascondiglio ma non più egemone come prima. Ancor meno lo è la Francia, già diminuita dopo l’89 e l’allargamento a Est. È con questa realtà – la contusa egemonia tedesca, la Francia incapace di convincere durevolmente l’insieme dell’Unione, la risonanza dei disfattisti – che toccherà fare i conti.

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Mes, usciamo dai sensi di colpa e ricordiamo Atene. Come fa Conte

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 21 aprile 2020

Quel che più sconcerta, nelle discussioni italiane sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes), è lo sconcerto di molti commentatori, confortati dall’appoggio che ricevono da buona parte del Partito democratico. Possibile che Conte sia così sprovveduto o ideologico – si chiedono costoro – da respingere l’offerta di aiuti senza condizioni? Il governo Conte deve essersi ammattito, se insiste nel giudicare “inadeguata” l’assistenza del Mes e se pensa di poter ottenere quel che Germania e Olanda non concederanno, e tanto meno a noi peccatori: una messa in comune del debito nell’eurozona, attraverso l’emissione di eurobond. Ammattito due volte: perché resiste a qualcosa che può solo avvantaggiarci, e perché non si è accorto come il Mes sia mutato rispetto ai tempi in cui l’Unione, rappresentata nella Trojka da Commissione e Banca centrale, e affiancata dal Fondo Monetario, aiutò la Grecia a distruggere il proprio Stato sociale.

Chi accusa Conte di riaccendere lo scontro fra chi vuole più Europa e chi ne vuole di meno dà evidentemente per scontato che Mes sia sinonimo di buona Unione, e non-Mes sia sinonimo di non-Europa e sovranismo.

Nulla di più lontano dalla realtà, se si perde un po’ di tempo a leggere i comunicati europei, a usare le parole con un minimo di precisione, e a osservare quel che accade fuori casa. Vero è che le condizioni per accedere agli aiuti del Mes diminuiscono – lo shock Coronavirus non è stavolta asimmetrico ma colpisce simmetricamente tutti gli Stati – ma non per questo scompaiono. Il Report approvato dall’eurogruppo in vista del vertice Ue di giovedì prossimo parla di “condizioni standard per tutti”, definite in anticipo dagli organi del Mes, e di aiuti temporanei legati solo alle spese sanitarie. La formula è vaga sull’accesso ai prestiti ma si fa più concreta sul dopo-Covid (quando verrà alla luce l’aumento del debito cui si è sobbarcato il paese richiedente). Finita l’emergenza, quest’ultimo dovrà “restare fedele all’impegno di rafforzare i fondamentali economici e finanziari, coerentemente con il quadro di coordinamento economico-fiscale e di sorveglianza dell’Unione”. Niente di nuovo in Occidente, dopo il Covid-19.

L’assistenza “senza condizioni” del Mes non è peraltro prevista dai Trattati dell’Unione, così come modificati il 25 marzo 2011 da una decisione del Consiglio europeo (quando al governo c’era Berlusconi, ha opportunamente ricordato Conte). Fu allora che l’articolo 136 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione venne corredato di un’aggiunta rilevante: “Gli Stati membri la cui moneta è l’euro possono istituire un Meccanismo di stabilità […]. La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria […] sarà soggetta a una rigorosa condizionalità”. Anche se giovedì si giungesse a un’intesa sul Mes che soddisfi l’Italia, i paesi contrari agli eurobond potranno sempre – in un secondo momento – appellarsi a quest’articolo.

Un altro punto a favore della scommessa di Conte: la sua intransigenza sul Mes ha dato forza ai paesi che chiedono un’Unione attrezzata per il disastro economico scatenato dal Covid. Disastro non paragonabile a nessun altro disastro recente o non recente. Che i meccanismi europei nella loro totalità vadano reinventati è opinione che si sta diffondendo, non solo a Sud: la lettera di nove governi in favore degli eurobond, diramata il 25 marzo, è firmata anche da Belgio, Lussemburgo, Irlanda. Si diffonde, anche, la consapevolezza che tali meccanismi poggiano su dottrine neo-liberiste che lungo gli anni, in nome di uno Stato dimagrito, hanno divorato servizi pubblici, spesa sanitaria, ricerca, e affidato al mercato globalizzato la produzione di dispositivi sanitari di prima necessità (medicine, mascherine, ventilatori). “Lo smantellamento del sistema sanitario pubblico ha trasformato questo virus in una catastrofe senza precedenti nella storia dell’umanità e in una minaccia per l’insieme dei nostri sistemi economici” (Gaël Giraud, «La civiltà cattolica», Quaderno 4075, 2020, volume II).

Non stupisce dunque che il ricorso al Mes sia ormai inviso in molti paesi dell’Unione, e non è escluso che Spagna e Francia giocheranno al rialzo, giovedì, scommettendo come Conte sul massimo che potranno ottenere, nella speranza di ottenere almeno qualcosa di concreto. Il Premier spagnolo Pedro Sánchez ha appena proposto un Fondo di Ricostruzione (1,5 trilioni di euro, pari all’1% del Pil europeo) che sia agganciato al bilancio europeo e aiuti i paesi in difficoltà con trasferimenti di risorse (“grants”) anziché con prestiti destinati ad aumentare il loro debito pubblico. Di questo “debito perpetuo” si pagherebbero solo gli interessi.

In parallelo con la Spagna sembra muoversi anche Macron, in un’intervista al «Financial Times» del 16 aprile in cui afferma che l’Italia non va abbandonata e che “gli Stati membri non hanno altra scelta se non quella di istituire un fondo per la ripresa post Covid pari a 400 miliardi di euro”, capace di emettere debito comune, garantito congiuntamente e basato sui bisogni degli Stati anziché sulla grandezza delle loro economie. “Se non lo faremo i populisti vinceranno: in Italia, Spagna, forse in Francia”. “Sarebbe un errore storico ripetere che ‘i peccatori debbono pagare’, come si fece come nel primo dopoguerra”, conclude Macron, evocando il “fatale, colossale errore della Francia che in quegli anni reclamò riparazioni dalla Germania, scatenando reazioni populiste e il successivo disastro”.

Quell’errore non si ripeté nel 1945 ma può ripetersi oggi, con la Germania che oggi colpevolizza gli indebitati (in tedesco Schuld definisce sia il debito che la colpa) e con l’Olanda che si oppone agli eurobond continuando a profittare dei propri paradisi fiscali: un punto su cui insistono Sánchez e Conte, nell’intervista alla «Süddeutsche Zeitung» pubblicata ieri su questo giornale. Dopo il ’45 l’Europa fu ricostruita grazie al Piano Marshall, e al Welfare State predisposto durante la guerra da William Beveridge in Gran Bretagna. Anche allora si fece una scommessa temeraria, giocando al rialzo come promettono oggi Italia, Spagna o Francia.

Può darsi che il vertice di giovedì produca compromessi al ribasso (Macron è volubile). Può darsi che Conte, isolato, non usi il veto. Ma darsi per sconfitti sin da ora vuol dire interiorizzare l’equivalenza debito-colpa (“Chi siamo noi, per rifiutare 37 miliardi?”). Vuol dire non aver capito la natura dell’odierna minaccia, e far finta che il Covid sia una crisi come le altre, padroneggiabile con vecchi fallimentari dispositivi.

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