Libia, le responsabilità dell’Unione

di mercoledì, settembre 12, 2018 0 Permalink

Strasburgo, 11 settembre 2018. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo. 

Punto in agenda:

La situazione di emergenza in Libia e nel Mediterraneo

  • Dichiarazione del Vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza

Presenti al dibattito:

  • Federica Mogherini – Vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza

Domani il Presidente Juncker proporrà di federalizzare la difesa delle frontiere UE: non per metter fine ai morti in mare con una politica comune di salvataggi e reinsediamenti, ma per facilitare i rimpatri. Mi rivolgo dunque alla Commissione. Vorrei sapere quanti morti sono necessari perché vi accorgiate che ne siete corresponsabili, avendo estromesso le ONG senza diminuire le fughe. Il push-factor è ben più forte dei pull-factor che volete neutralizzare. Vorrei che ricordiate i rapporti ONU: da due anni dicono che la Libia non è paese sicuro, che esistono Lager. Lo dite a volte anche voi, ma allora perché finanziare carcerieri travestiti da guardie di frontiera, perché appoggiare una politica italiana di respingimenti iniziata ben prima di Salvini, e già condannata sei anni fa dalla Corte di Strasburgo. L’unica cosa che non potrete dire è: non sapevamo il prezzo mortifero degli arrivi diminuiti che continueremo a presentare come un successo.

Lettera ai ministri Salvini e Toninelli

COMUNICATO STAMPA

Barbara Spinelli chiede ai ministri Salvini e Toninelli “di indicare con precisione le disposizioni giuridiche su cui si fonda il c.d. divieto di sbarco dei migranti soccorsi dalla nave Diciotti e di esibire il relativo atto amministrativo”.

Bruxelles, 23 agosto 2018 

Barbara Spinelli (eurodeputata del GUE/NGL) si rivolge ai ministri dell’Interno Matteo Salvini e delle Infrastrutture e Trasporti Danilo Toninelli per chiedere chiarimenti giuridici sulla crisi umanitaria provocata dal blocco dalla nave militare italiana Diciotti nel porto di Catania dal 20 agosto 2018, tenuta in ostaggio insieme ai migranti soccorsi in mare “allo scopo di ottenere una generica disponibilità di altri Stati Membri sulla loro eventuale ricollocazione”.

“Il divieto di sbarco imposto dal Ministro Salvini, nonostante il permesso concesso nel frattempo a 27 minori non accompagnati, impedisce l’esame individuale della posizione dei restanti 150 migranti soccorsi e una piena valutazione delle eventuali esigenze di assistenza di ciascuno di loro”, spiega la parlamentare europea, rivolgendosi per conoscenza anche al Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al Presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker, alla Commissaria per i Diritti umani del Consiglio d’Europa Dunja Mijatović e al Rappresentante speciale del Segretariato generale per le migrazioni e i rifugiati del Consiglio d’Europa Tomáš Boček.

“Secondo la legge, una nave militare italiana ha diritto di approdare in un porto italiano, e le persone che si trovano a bordo devono essere sbarcate ai fini dell’esame della loro situazione di salute psico-fisica e delle questioni non-SAR che le concernono (tra cui la presentazione di domande di asilo o la loro sottoposizione a eventuali procedure di rimpatrio che rispettino integralmente le norme italiane, UE e internazionali applicabili). L’imposizione di un divieto di sbarco deve avere un chiaro fondamento giuridico, e nell’attuale quadro normativo non risulta esistente una disposizione che contempli motivi legali per rifiutare lo sbarco fondati sulla previa ripartizione delle persone soccorse con altri Stati sovrani membri dell’Unione. In aggiunta all’obiezione di natura giuridico-formale, appare del tutto inappropriato che una nostra unità navale e i migranti soccorsi siano tenuti in ostaggio allo scopo di ottenere una generica disponibilità di altri Stati Membri sulla loro eventuale ricollocazione”.

Per questo, dopo aver espresso gratitudine alla nave Diciotti della Guardia costiera italiana,  l’europarlamentare chiede ai Ministri Matteo Salvini e Danilo Toninelli “di indicare con precisione le disposizioni giuridiche su cui si fonda il c.d. divieto di sbarco dei migranti soccorsi dalla nave Diciotti e di esibire il relativo atto amministrativo”.

Di seguito il testo integrale della lettera:

 

Alla cortese attenzione di:

Matteo Salvini

Ministro dell’Interno 

Danilo Toninelli

Ministro delle infrastrutture e dei trasporti

c.c.:

Sergio Mattarella

Presidente della Repubblica Italiana

Giuseppe Conte

Presidente del Consiglio dei Ministri

Jean-Claude Juncker

Presidente della Commissione Europea

Dunja Mijatović

Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa

Tomáš Boček

Rappresentante speciale del Segretario generale per le migrazioni e i rifugiati del Consiglio d’Europa

Bruxelles 23/08/2018

Gentili Onorevoli Matteo Salvini e Danilo Toninelli,

Dal 20 agosto 2018 la nave militare italiana Diciotti è approdata nel porto di Catania. Il divieto di sbarco imposto dal Ministro Salvini, nonostante il permesso concesso nel frattempo a 27 minori non accompagnati, impedisce l’esame individuale della posizione dei restanti 150 migranti soccorsi e una piena valutazione delle eventuali esigenze di assistenza di ciascuno di loro: è così in corso l’ennesima emergenza umanitaria. Il ministro dell’Interno Salvini ha dichiarato che sarà consentito lo sbarco solo dopo aver ricevuto risposte concrete dai paesi membri dell’Unione per una suddivisione equa delle persone soccorse.

Da anni assistiamo a una politica italiana di gestione sui generis delle migrazioni, incentrata sulla lotta contro scafisti e ONG (etichettate in maniera del tutto arbitraria quali “traghettatori di migranti”), che ignora in primis la Costituzione italiana nonché il diritto del mare e le norme europee e internazionali in materia, relative tanto all’asilo e all’immigrazione, quanto al controllo delle frontiere esterne. Tanto più grati siamo alla nave Diciotti, per il soccorso che ha messo in opera.

Negli ultimi anni sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo hanno accertato le responsabilità italiane concernenti il respingimento di migranti e richiedenti asilo provenienti dalla Libia e nuove azioni, con le stesse accuse, sono state avviate nei mesi scorsi per i fatti che hanno coinvolto la Guardia costiera italiana e l’imbarcazione della ONG Sea-Watch (S. S. and Others v. Italy, ricorso n. 21660/18).

Perplessità e preoccupazioni sulle scelte italiane nella gestione dei flussi migratori in accordo con la Libia furono espresse dall’ex Commissario per i diritti umani Nils Muižnieks il 28 settembre 2017 in una lettera indirizzata all’ex Ministro dell’Interno italiano Marco Minniti, in cui si ricordavano le condizioni disumane in cui vivono i migranti bloccati in Libia e la condanna inflitta all’Italia dalla Corte europea dei diritti umani nel 2012 proprio per i respingimenti verso la Libia (caso Hirsi Jamaa e altri). Quella sentenza è diventata un punto di riferimento per la protezione dei diritti umani dei migranti intercettati in mare, spiegava il Commissario, rilevando il principio che l’aveva animata: “la Corte ha stabilito che le difficoltà degli Stati membri di fronte all’aumento dei flussi migratori dal mare non può esimere uno Stato dai suoi doveri contenuti nell’articolo 3 della Convenzione, che proibisce di esporre le persone alla tortura o a trattamenti inumani e degradanti”.

Contrariamente a quanto avvenuto nei mesi scorsi, quando i destinatari di divieti di approdo e di sbarco furono – tranne in un caso – le navi appartenenti a ONG che avevano effettuato i soccorsi, o navi pubbliche straniere, si assiste in questi giorni al divieto di sbarco di migranti indirizzato a una nave militare italiana. Secondo la legge, una nave militare italiana ha diritto di approdare in un porto italiano, e le persone che si trovano a bordo devono essere sbarcate ai fini dell’esame della loro situazione di salute psico-fisica e delle questioni non-SAR che le concernono (tra cui la presentazione di domande di asilo o la loro sottoposizione a eventuali procedure di rimpatrio che rispettino integralmente le norme italiane, UE e internazionali applicabili). L’imposizione di un divieto di sbarco deve avere un chiaro fondamento giuridico, e nell’attuale quadro normativo non risulta esistente una disposizione che contempli motivi legali per rifiutare lo sbarco fondati sulla previa ripartizione delle persone soccorse con altri Stati sovrani membri dell’Unione. In aggiunta all’obiezione di natura giuridico-formale, appare del tutto inappropriato che una nostra unità navale e i migranti soccorsi siano tenuti in ostaggio allo scopo di ottenere una generica disponibilità di altri Stati Membri sulla loro eventuale ricollocazione.

Con la presente lettera chiedo pertanto ai Ministri Matteo Salvini e DaniloToninelli di indicare con precisione le disposizioni giuridiche su cui si fonda il c.d. divieto di sbarco dei migranti soccorsi dalla nave Diciotti e di esibire il relativo atto amministrativo.

In attesa di un Vostro gentile riscontro in merito.

Distinti saluti,

Barbara Spinelli – Deputata al Parlamento Europeo

Salvati e sommersi in Mediterraneo

Intervento (interrotto dalla presidenza) di Barbara Spinelli in apertura delle votazione nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo:

«Una mozione d’ordine su una questione di vita o di morte. Abbiamo avuto notizia che la nave militare USA Trenton ha salvato 41 persone da un naufragio presso la Libia, chiedendone il trasbordo su SeaWatch3, l’unica nave che fa salvataggi in Mediterraneo. Operazione impossibile perché SeaWatch3 deve poter sbarcare in un porto sicuro, ma il centro di coordinamento italiano, contattato tre volte da SeaWatch3 e Trenton, lo ha negato non avendo coordinato il salvataggio.

Chiaro che urgono redistribuzioni delle responsabilità in Europa (Malta inclusa). Ma sono questioni da risolvere a terra e non in mare dove invece prevale l’imperativo umanitario immediato.

Non denuncio ma chiedo a tutta l’Unione atti concreti, ORA. E per l’Aquarius, che si apra un porto in Sardegna, le condizioni di navigazione sono estreme».

 

Apprendiamo dall’IOM che la nave Trenton si trova di fronte al porto siciliano di Augusta con i 41 sopravvissuti a bordo, tra cui una donna incinta. Tutti hanno urgente bisogno di assistenza. Chiediamo che venga consentito immediatamente l’attracco della nave e che vengano chiarite le modalità del soccorso.

Fortezza Europa, il nuovo paradigma

Intervento di Barbara Spinelli a conclusione della Conferenza EU: The current agenda – “Defence, militarization, armament industry and fortress Europe”, organizzata dal gruppo politico GUE/NGL. Tra i presenti: Oscar Camps, fondatore di Proactiva Open Arms

Bruxelles, 10 aprile 2018

A conclusione di questa conferenza vorrei richiamare la vostra attenzione su due fatti: il primo generale, il secondo concernente la recente vicenda giudiziaria di Proactiva Open Arms, che coinvolge più direttamente l’Italia.

Primo fatto, da tenere sempre in mente: i nuovi dati dell’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni dicono che a fronte di un calo negli arrivi, nel Mediterraneo centrale si muore il 75 per cento di più. Anche perché sono rimaste poche le navi di soccorso costrette a negoziare con la Guardia Costiera libica il salvataggio di centinaia persone. In realtà sono costrette a negoziare con le autorità italiane che coordinano le attività libiche, come vedremo, e con modalità diverse dal passato: l’interlocutore in Italia non è più la Guardia costiera – che dipende dal Ministero dei Trasporti e Infrastrutture – ma la Marina militare. Così scrive il 27 marzo un giornalista di «Famiglia Cristiana», Andrea Palladino, basandosi non su illazioni bensì su un decreto giudiziario, ma poche ore dopo l’articolo viene rimosso dalla rete e sostituito l’indomani da una versione in cui scompare, dal titolo, l’accenno alla Marina militare. Questa strategia dell’occultamento serve a mascherare gli obiettivi perseguiti dalla politica italiana ed europea di controllo delle frontiere: la militarizzazione crescente di tale controllo, e il nuovo paradigma di contenimento dei flussi migratori che tendono a dirigersi verso l’Europa. Paradigma che poggia secondo la studiosa Violeta Moreno-Lax su un principio base: i respingimenti preventivi devono essere operati non dal singolo Stato europeo o dalla singola agenzia dell’Unione, ma dai e nei paesi di origine o di transito. Loro è il compito, e loro è anche la responsabilità di fronte alla legge internazionale che vieta respingimenti e trattamenti inumani. Moreno-Lax parla di controlli e responsabilità esonerate dal contatto diretto col migrante. Secondo il filosofo Emmanuel Levinas è il contatto con l’Altro (più precisamente con il suo Volto) che crea automaticamente responsabilità, e questo spiega il deliberato passaggio dal ‘Contactless Control’ delle frontiere alla ‘Contactless Responsibility’ verso il rifugiato.

A ciò si aggiunga quello che è stato chiamato il “business della xenofobia”: fatto di droni, satelliti, videocamere, recinzioni, filo spinato, agenzie di sorveglianza. Secondo il report Money Trails, in quindici anni sono stati spesi 11,3 miliardi di euro per deportare i migranti nei paesi d’origine, circa 1 miliardo per le agenzie europee di contenimento e sorveglianza come Frontex e Eurosur, 230 milioni nella ricerca e 77 milioni per le fortificazioni: circa 16 miliardi in tutto.

Secondo fatto: il caso Open Arms, che ha chiarito molte cose sulle responsabilità italiane concernenti il respingimento di migranti e richiedenti asilo provenienti dalla Libia e le sue nuove modalità.

Un elemento chiave di tali modalità è costituito dalla presunta esistenza della zona libica di ricerca e soccorsi in mare (“zona SAR”). Ormai sappiamo che si tratta di un’invenzione di comodo: dal dicembre scorso è una zona che non esiste più. Lo ha confermato l’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), e lo ha ammesso tra le righe il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, rispondendo il 26 marzo a una mia domanda nella Commissione LIBE: “Non considero come acquisita la zona SAR della Libia. Ci fu una dichiarazione unilaterale nell’estate 2017 che creò una certa situazione che non riesco per la verità a qualificare”. La risposta è volutamente evasiva e il motivo è evidente: la zona SAR lungo le coste libiche fu proclamata per ridurre drasticamente le attività delle navi Ong e per scaricare sulla Libia (governo provvisorio e milizie, comprese quelle riconvertite in guardie costiere) la responsabilità giuridica connessa al rimpatrio e alla detenzione sempre più cruenta dei migranti in fuga verso l’Europa. Sotto forma di finzione tale responsabilità libica deve continuare a esistere, e infatti la Commissione europea ha preso le distanze – stando alle testimonianze di Open Arms – dalle ammissioni del direttore di Frontex.

La tendenza a nascondere le tracce e a occultare la verità domina l’intera operazione controllo delle frontiere e abbiamo visto come si sia rivelata nella vicenda di Open Arms: quel che in tal caso si vuol dissimulare è il ruolo italiano – avallato e protetto dall’Unione – nella gestione dell’area chiamata tuttora, abusivamente, zona SAR della Libia. Se ne è avuta certezza definitiva in occasione del sequestro della nave di ProActiva Open Arms. Nel decreto di convalida della confisca, il giudice per le indagini preliminari di Catania ha detto come stanno le cose in maniera difficilmente equivocabile: “La circostanza che la Libia non abbia definitivamente dichiarato la sua zona SAR non implica automaticamente che le loro navi non possano partecipare ai soccorsi, soprattutto nel momento in cui il coordinamento è sostanzialmente affidato alle forze della Marina militare italiana, con propri mezzi navali e con quelli forniti ai libici”. L’affermazione è cruciale, perché per la prima volta si dice che è l’Italia a coordinare le cosiddette guardie costiere libiche (il più delle volte miliziani ed ex trafficanti che l’Unione pretende di combattere).

Le indagini giudiziarie sulle attività di ProActiva OpenArms diventano a questo punto non tanto secondarie quanto pretestuose. La vera questione riguarda l’attività del governo italiano e le intese tra quest’ultimo e il governo di Accordo Nazionale nonché le milizie libiche, intese appoggiate dall’Unione europea. E quando dico governo italiano dico Ministero della Difesa: l’operazione sequestro di Open Arms e il salvataggio più respingimento in Libia dei migranti non sono più gestiti dalla Guardia costiera italiana – che dipende dal Ministero dei Trasporti e Infrastrutture – ma dalla Marina Militare, come ammesso dagli stessi magistrati. La nave militare italiana, di stanza a Tripoli, già impegnata nella operazione italiana NAURAS e riattivata con l’avvio della missione europea Themis, obbedisce agli ordini delle autorità militari italiane. A giudizio del giornalista Palladino, il cui articolo è stato rimosso dal web pur limitandosi a riportare quanto scritto nel decreto dei giudici, le modalità di azione del governo italiano – e dell’Unione europea, nella misura in cui essa continua a fingere l’esistenza di una zona SAR libica – sono drasticamente cambiate dopo il 2 febbraio, data di avvio della nuova operazione navale Themis. (Sia detto per inciso, il direttore di Frontex Leggeri ha ricordato che Themis, nome della nuova operazione Frontex nel Mediterraneo, è la dea greca della giustizia e anche del law enforcement, cioè della polizia: notizia clamorosa che non ho ritrovato nei dizionari della mitologia greca).

Ne consegue che l’Italia ha una responsabilità diretta nella decisione di respingere migranti e richiedenti asilo verso la Libia o altri paesi africani, e di esporli a grave rischio umanitario. È fuori dubbio  che l’Italia, intervenendo con propri mezzi, uomini e risorse, anche se al di fuori del territorio nazionale, eserciti sulla zona una propria giurisdizione, con tutte le conseguenze che ne conseguono, soprattutto rispetto alla Convenzione europea dei diritti. Si ripetono così i respingimenti che già una volta, nel caso Hirsi del 2012, spinsero la Corte europea per i diritti umani a condannare l’Italia quando governava Berlusconi: per i respingimenti collettivi operati nel 2009 e per aver esposto i rimpatriati forzati al “rischio serio di trattamenti inumani e degradanti”. Vero è che le autorità italiane si limitano oggi a “gestire” le guardie costiere libiche anziché intervenire di persona, ma il coordinamento fa capo a loro e l’obiettivo è raggiunto proprio grazie al nuovo paradigma del “contactless refoulement”.

La via scelta dalle autorità italiane e da quelle dell’Unione è quella di perseguire gli operatori umanitari che si assumono l’onere di portare le persone soccorse in mare non nei luoghi “più vicini” bensì in luoghi sicuri (place of safety), come prescritto dalla Convenzione SAR del 1979. È una scelta – quella italiana – fatta in violazione del diritto internazionale, come affermato da 29 accademici europei in un appello che chiede al Consiglio di sicurezza dell’Onu e al Tribunale penale internazionale di occuparsi del caso Italia-Libia.

Una denuncia simile era già venuta il 1 marzo dal relatore speciale Onu sulla tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, Nils Melzer: “Gli Stati devono smettere di fondare le proprie politiche migratorie sulla deterrenza, la criminalizzazione e la discriminazione. Devono consentire ai migranti di chiedere protezione internazionale e di presentare appello giudiziario o amministrativo contro ogni decisione concernente la loro detenzione o deportazione”.

Il ruolo dell’Italia sta divenendo sempre più oscuro, anche alla luce del caso, denunciato lo scorso 27 marzo dal «Libya Observer», secondo cui le autorità libiche avrebbero delegato un cittadino italiano appartenente alla Missione di assistenza alla gestione integrata delle frontiere in Libia (Eubam Libia) a rappresentare ufficialmente la Libia in una conferenza internazionale. Questo in violazione della sovranità e dell’indipendenza della Libia, secondo la denuncia presentata dal delegato libico presso l’Organizzazione mondiale delle dogane Yousef Ibrahim al ministero degli Esteri di Tripoli, al direttore generale delle dogane e all’incaricato d’affari libico a Bruxelles. Il direttore di Eubam-Libia ha nel frattempo chiesto scusa.

Il governo italiano si sta comportando come se la Libia fosse un suo governatorato (la storia si ripete, e non è una farsa), ma senza assumersi responsabilità rispetto alla legge internazionale e allo specifico divieto del refoulement e dei trattamenti inumani.

Che fare?

Quel che potremmo fare è appoggiare i tentativi che si stanno attuando per portare il governo italiano e l’Unione europea davanti alla Corte penale internazionale e/o alla Corte di Strasburgo, per via di una precisa responsabilità nel refoulement dei migranti e nella loro esposizione al rischio di trattamenti inumani o degradanti (violazione dell’ art.4 Protocollo n.4 e dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo). Un altro fatto da tenere presente, già evocato nella sentenza Hirsi: la Libia non ha ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 e il Paese non è attrezzato per serie procedure di asilo. Allora come oggi, la presenza dell’UNHCR non può considerarsi una garanzia sufficiente, considerato che le autorità libiche (oggi peraltro indefinite) non attribuiscono alcun valore allo status di rifugiato.

Iniziative in questo senso ci sono, a cominciare dall’appello dei 29 accademici lanciato in occasione del sequestro di Proactiva Open Arms. L’appello, in particolare, è volto ad attivare la Corte penale internazionale per violazione del diritto del mare e dei diritti dell’uomo, per trattamenti inumani e per refoulement di migranti e richiedenti asilo.

Sui migranti decide tutto l’Italia: la Libia non esiste

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 31 marzo 2018

È ora di fare chiarezza sulla politica italiana e dell’Unione europea concernente i rifugiati provenienti dalla Libia. I fatti, innanzitutto.

La zona libica di ricerca e soccorsi in mare (zona Sar) è un’invenzione di comodo: dal dicembre scorso non esiste più. Lo ha confermato l’Organizzazione Marittima Internazionale, e lo ha ammesso tra le righe il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, rispondendo il 26 marzo a una mia domanda nella Commissione libertà pubbliche del Parlamento europeo: “Non considero come acquisita la zona Sar della Libia. Ci fu una dichiarazione unilaterale nell’estate 2017 che creò una certa situazione che non riesco per la verità a qualificare”. La risposta è volutamente evasiva e il motivo delle ambiguità europee è evidente: la zona Sar lungo le coste libiche fu proclamata per ridurre drasticamente le attività delle navi Ong e per scaricare sulla Libia (governo provvisorio e milizie) la responsabilità giuridica connessa al rimpatrio e alla detenzione sempre più cruenta dei migranti in fuga verso l’Europa. Sotto forma di finzione tale responsabilità libica deve continuare a esistere, e infatti la Commissione si è guardata dal far proprie le ammissioni del direttore di Frontex.

Quel che invece appare sicuro è il ruolo italiano – e dell’Unione – nella gestione dell’area chiamata tuttora, abusivamente, zona Sar della Libia. Se ne è avuta certezza definitiva in occasione del sequestro della nave dell’Ong spagnola ProActiva Open Arms. Nel decreto di convalida della confisca, il giudice per le indagini preliminari di Catania ha detto come stanno le cose in maniera difficilmente equivocabile: “La circostanza che la Libia non abbia definitivamente dichiarato la sua zona Sar non implica automaticamente che le loro navi non possano partecipare ai soccorsi, soprattutto nel momento in cui il coordinamento è sostanzialmente affidato alle forze della Marina militare italiana, con propri mezzi navali e con quelli forniti ai libici” (il corsivo è mio). L’affermazione è cruciale, perché per la prima volta si dice che è l’Italia a coordinare le cosiddette guardie costiere libiche (il più delle volte miliziani ed ex trafficanti non controllabili). Le indagini giudiziarie sulle attività di ProActiva OpenArms diventano a questo punto non tanto secondarie quanto pretestuose. La vera questione riguarda l’attività del governo italiano e le intese tra quest’ultimo e il governo di Accordo Nazionale nonché le milizie libiche, intese appoggiate dall’Unione europea.

Ne consegue che l’Italia ha una responsabilità diretta nella decisione di respingere migranti e richiedenti asilo verso la Libia o altri paesi africani, e di esporli a grave rischio umanitario. Come sostiene Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi): “Sembra fuori discussione il fatto che le azioni poste in atto dall’Italia, intervenendo con propri mezzi, uomini e risorse, anche se al di fuori del territorio nazionale, costituiscano esercizio della propria giurisdizione con tutte le conseguenze che ne conseguono, in primis il fatto che l’Italia risponde alla Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo”. Si ripetono così i respingimenti che già una volta, nel caso Hirsi del 2012, spinsero la Corte europea per i diritti umani a condannare l’Italia di Berlusconi: per i respingimenti collettivi operati nel 2009 e per aver esposto i rimpatriati forzati al “rischio serio di trattamenti inumani e degradanti”. Vero è che le autorità italiane si limitano oggi a “gestire” le guardie costiere libiche anziché intervenire di persona, ma il coordinamento fa capo a loro.

La via scelta dalle autorità italiane e da quelle dell’Unione è quella di perseguire gli operatori umanitari che si assumono l’onere di portare le persone soccorse in mare non nei luoghi “più vicini” bensì in luoghi sicuri (place of safety), come prescritto dalla Convenzione Sar del 1979. È una scelta – quella italiana – fatta in violazione del diritto internazionale, come affermato da 29 accademici europei in un appello che chiede al Consiglio di sicurezza dell’Onu di occuparsi del caso Italia-Libia.

Una denuncia simile era già venuta il 1 marzo dal relatore speciale Onu sulla tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, Nils Melzer: “Gli Stati devono smettere di fondare le proprie politiche migratorie sulla deterrenza, la criminalizzazione e la discriminazione. Devono consentire ai migranti di chiedere protezione internazionale e di presentare appello giudiziario o amministrativo contro ogni decisione concernente la loro detenzione o deportazione”.

Il ruolo dell’Italia sta divenendo sempre più oscuro, anche alla luce del caso, denunciato lo scorso 27 marzo dal «Libya Observer», secondo cui le autorità libiche avrebbero delegato un cittadino italiano appartenente alla Missione di assistenza alla gestione integrata delle frontiere in Libia (Eubam Libia) a rappresentare ufficialmente la Libia in una conferenza internazionale. Questo in violazione della sovranità e dell’indipendenza della Libia, secondo la denuncia presentata dal delegato libico presso l’Organizzazione mondiale delle dogane Yousef Ibrahim al ministero degli Esteri di Tripoli, al direttore generale delle dogane e all’incaricato d’affari libico a Bruxelles.

Il governo italiano si sta comportando come se la Libia fosse un suo governatorato (la storia si ripete, e non è una farsa), ma senza assumersi responsabilità rispetto alla legge internazionale e allo specifico divieto del refoulement e dei trattamenti inumani.

© 2018 Il Fatto Quotidiano

Themis, la nuova missione di Frontex, restringe il limite operativo delle responsabilità italiane

di martedì, marzo 27, 2018 0 , , , , Permalink

COMUNICATO STAMPA

Barbara Spinelli: Frontex restringe il limite operativo delle responsabilità italiane, con la nuova missione Themis, ben sapendo che la zona di ricerca e soccorso libica non esiste

Bruxelles, 26 marzo 2018

L’eurodeputata Barbara Spinelli (GUE/NGL) è intervenuta nel corso della riunione della Commissione per le Libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento europeo dedicata alla presentazione dell’operazione congiunta “Themis” di Frontex – Agenzia europea della Guardia di frontiera e costiera, e questioni riguardanti i diritti fondamentali.

Presenti in aula Fabrice Leggeri, direttore esecutivo di Frontex, e Inmaculada Arnaez Fernandez, responsabile dei diritti fondamentali di Frontex

Di seguito l’intervento:

«Ringrazio il dottor Leggeri e in particolare la dottoressa Fernandez per il lavoro che svolge. Alla dottoressa Fernandez vorrei chiedere se ha l’impressione di avere risorse e staff adeguati al grande lavoro che sta facendo.

Ho poi alcune domande per il dottor Leggeri, sulla Libia e sull’operazione Themis che fa seguito all’operazione Triton.

Da quanto mi risulta, la zona SAR libica non esiste. Si tratta di un’affermazione confermata in maniera ufficiale dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO). I requisiti richiesti per il search and rescue non sono stati soddisfatti e la Libia si è dunque ritirata dalla zona SAR. Questo pone un problema di non poco conto, perché la zona SAR era stata istituita principalmente per depotenziare l’attività delle Ong, e affidare ai libici un controllo che non erano in grado di esercitare.

La seconda domanda, già avanzata dalla collega Roberta Metsola, riguarda le regole relative agli sbarchi: si tratta di sbarchi in luoghi sicuri, in places of safety, secondo la Convenzione SAR, oppure di sbarchi in “luoghi più vicini”? Fa una grande differenza.

Infine vorrei una spiegazione sugli elementi di discontinuità dell’operazione Themis rispetto all’operazione Triton. In Triton, l’area operativa era di 35 miglia, poi fu eccezionalmente estesa nel 2015. Adesso, con Themis, siamo alle 24 miglia. Quello che mi domando, e le domando, è: quando mai arriverà un gommone – perché ormai non esistono più le barche – fino alle 24 miglia dove inizia l’area di responsabilità italiana, visto che questi gommoni affondano ben prima?»

Domanda supplementare

«Mi rivolgo ancora una volta al direttore Leggeri. Forse non ho ben colto tutte le sue risposte. Vorrei sapere se conferma che la zona SAR libica non esiste, visto che nella sua presentazione iniziale ha dato invece per scontata la sua esistenza».

Risposta di Fabrice Leggeri alla domanda sulla zona SAR libica

Trascrizione:

Je ne considère pas comme acquise la zone SAR de la Lybie. Il a eu une déclaration unilatérale à l’été 2017 qui a créé une certaine situation que je n’arrive pas vraiment à qualifier. En tous cas, nous avons dans cette zone, nous voyons qu’il y a certains jours des garde-côtes libyens qui font des secours en mer, mais sur le plan opérationnel il n’y a pas des contacts entre Frontex et les garde-côtes libyens pour ces secours en mer, mais je ne considère pas (la zone SAR) comme quelque chose d’acquis et définitif. Nous savons tous qu’il y a un projet européen de construire un centre de coordination du secours maritime à Tripoli et ce centre de secours est un projet financé par la Commission Européenne. L’Italie travaille à cela avec des fonds européens et l’Italie a souhaité que Frontex puisse travailler avec l’Italie en termes d’expertise de garde-côtes ainsi que la mission EUBAM-Libye – la mission civile de l’Union européenne est également associée à ce projet qui est financé par la Commission Européenne.

http://web.ep.streamovations.be/index.php/event/stream/20180327-0900-committee-libe

Tre domande alla Commissione sugli accordi con la Libia

Strasburgo, 12 dicembre 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo.

Punto in agenda:

Situazione dei migranti in Libia. Dichiarazione del Vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza

Presenti al dibattito:

Federica Mogherini – Vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza

Dimitris Avramopoulos – Commissario responsabile per la migrazione, gli affari interni e la cittadinanza, Commissione europea

Vorrei fare tre domande al Commissario Avramopoulos.

Primo: la sentenza della Corte europea del 2012 sul caso Hirsi. Ho riletto attentamente il verdetto che condannò l’Italia per respingimenti collettivi in Libia e il contesto è identico: la convenzione europea è di nuovo violata, e la Libia resta inaffidabile non avendo ratificato la convenzione di Ginevra. Dove sta la differenza fra il 2009 e oggi?

Secondo: la decisione presa ad Abidjan di evacuare i campi dove avvengono violenze, di attivare un gran numero di rimpatri volontari di migranti, di reinsediarne alcuni. Vorrei conoscere le procedure che saranno adottate, perché il rimpatriato chiamato a esprimere la sua volontà non si trovi a dover scegliere tra la peste e il colera. E vorrei sapere il numero delle evacuazioni: Cochetel, inviato speciale dell’UNHCR, ha dichiarato che la maggior parte dei luoghi di tortura è sconosciuta. Che Serraj controlla un territorio minimo. Ha detto ancora: “Le decisioni di Abidjan sono illusorie (they fool themselves). Ogni volta che abbiamo liberato qualcuno dai campi di detenzione, qualcun altro ha subito preso il suo posto”.

Ultima domanda: a che punto è la ridefinizione del concetto di non-refoulement, che l’Unione si propose in febbraio a La Valletta? Il proposito fu prudentemente cancellato dal comunicato; chiedo se sia tuttora all’ordine del giorno.

Insufficiente risposta della Commissione a due interrogazioni sulla Libia

È giunta la risposta della Commissione all’interrogazione scritta presentata da Elly Schlein, Barbara Spinelli e altri eurodeputati riguardante i finanziamenti alle milizie libiche per bloccare l’arrivo di rifugiati in Europa, nonché a un’interrogazione scritta presentata da Laura Ferrara e cofirmata anche da Barbara Spinelli.

Di seguito il testo della risposta:

IT
E-005531/2017
P-005567/2017

Risposta di Johannes Hahn
a nome della Commissione

(7.11.2017)

La Commissione non è nella posizione di verificare e commentare in merito alle affermazioni cui fanno riferimento gli onorevoli deputati.

Considerata la complessità e la fluidità della situazione in Libia, sono state adottate diverse misure volte a garantire la corretta attuazione e l’adeguato monitoraggio della realizzazione di tutti i programmi. A titolo di esempio, nell’ambito del monitoraggio periodico e degli obblighi di comunicazione applicabili alle organizzazioni che beneficiano del sostegno dell’UE, il programma avente una dotazione finanziaria di 46 milioni di EUR adottato per la Libia, sarà monitorato dal Ministero italiano degli interni, al primo livello di controllo, che sarà integrato da un secondo livello a cura di terzi, incaricati distintamente che effettueranno un monitoraggio indipendente in loco. Un ulteriore livello di controllo può essere costituito dalla sorveglianza rafforzata delle attività mediante un monitoraggio ad hoc. Qualora tali valutazioni periodiche dovessero far concludere che le condizioni in loco non consentono la realizzazione delle predette attività, esse fungeranno da base per una decisione di sospendere i programmi.

Le Ong non sono un pull factor in Libia

Bruxelles. 11 ottobre 2017 . Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Punto in agenda:

Scambio di opinioni con il Direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, su:

  • Relazione annuale di attività 2016
  • Relazione annuale 2016 sull’attuazione pratica del regolamento (UE) n. 656/2014 recante norme per la sorveglianza delle frontiere marittime esterne nel contesto della cooperazione operativa coordinata da Frontex
  • Informazioni annuali (2017) sugli impegni degli Stati membri nei confronti delle squadre della guardia di frontiera e costiera e il parco attrezzatura tecnica
  • Conti annuali definitivi di Frontex 2016
  • Progetto di programmazione pluriennale 2018 – 2020

Trascrizione dell’intervento:

Ringrazio il dott. Leggeri per essere qui a presentare il lavoro di Frontex. I punti che vorrei affrontare sono due e riguardano le ONG e l’Afghanistan.

Sulle ONG, so che lei stesso ha preso le distanze dalle dichiarazioni che le sono state attribuite nello scorso dicembre dal Financial Times, secondo cui esisterebbe una complicità tra le ONG attive nelle operazioni di Ricerca e Salvataggio e i trafficanti. Naturalmente ha avuto anche lei notizie sul fatto che esistono Stati membri e non ONG che sono in collusione con i trafficanti, ma di questo Frontex non parla. Sono notizie che circolano da molte settimane e mi riferisco in particolare all’Italia, che avrebbe finanziato alcune milizie che si presentano come guardie costiere libiche ma che in realtà sono trafficanti. E siccome l’Italia finanzierebbe solo una parte di tali falsi guardie costiere, lungo le coste libiche sarebbe in corso una guerra fra le milizie che hanno ricevuto soldi dal governo italiano e milizie che non li hanno ricevuti.

La seconda domanda che vorrei porre riguarda le sue affermazioni sulle ONG come pull factor, cioè come “facilitatrici” delle fughe dalla Libia. In questo quadro richiamo la sua attenzione su una recente dichiarazione di Vincent Cochetel, responsabile europeo per le operazioni dell’UNHCR, secondo cui le ONG non sono affatto un pull factor, dal momento che gli arrivi in Italia sono aumentati nel mese di settembre nonostante la diminuzione delle attività di Ricerca e Salvataggio da parte delle ONG. Questo contraddice le sue affermazioni sul pull factor.

Infine una domanda sui rimpatri in Afghanistan. Qui è un rapporto di Amnesty a chiedere di smettere i rimpatri immediatamente, perché la situazione bellica in Afghanistan è ancora molto intensa  e dunque pericolosa per i rimpatriati. Anche su questo vorrei una sua presa di posizione. Grazie.

 

Libia: una lettera del Consiglio d’Europa al ministro Minniti

Bruxelles, 11 ottobre 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Punto in agenda: Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni sull’attuazione dell’agenda europea sulla migrazione

  • Presentazione a cura di Dimitris Avramopoulos, commissario responsabile per la migrazione, gli affari interni e la cittadinanza, Commissione europea

Grazie commissario Avramopoulos per la sua presentazione.  Vorrei parlarle della lettera che il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muižnieks, ha inviato il 28 settembre scorso al ministro dell’Interno italiano Minniti. Di fatto è una lettera indirizzata anche all’Unione Europea, visto che tutte le politiche italiane in questo campo sono state approvate e vengono implementate dall’Unione, e sono state espressamente elogiate nel suo discorso sullo stato dell’Unione dal Presidente Juncker, che le ha presentate come modello. La lettera riprende la sentenza Hirsi Jamaa e Altri del 2012 contro la politica italiana dei rimpatri in Libia e sottolinea 4 punti gravi:

– in primo luogo, ricorda che la situazione in Libia non è meno pericolosa che nel 2012: i rimpatriati rischiano come allora di essere sottoposti a tortura e trattamenti inumani e degradanti, in violazione dell’articolo 3 CEDU;

– secondo, il fatto che azioni riprovevoli avvengano nelle acque territoriali libiche “non assolve l’Italia da obblighi derivanti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo”;

– terzo, la lettera esprime dubbi sulle salvaguardie atte ad assicurare che le persone intercettate e salvate non siano restituite in condizioni di grave pericolo alla Libia;

–  infine sul codice di condotta per le ONG, la lettera chiede che sia assicurato che le operazioni di Search and Rescue – comprese quelle delle ONG – possano avvenire nella massima sicurezza: cosa che non avviene perché le ONG si sono praticamente ritirate dal Mediterraneo centrale a seguito dell’introduzione del codice.

Tutte queste domande vengono rivolte all’Italia ma come dicevo, il destinatario è ovviamente l’Unione nella sua interezza.