Tortura in Arabia Saudita

27 febbraio 2015

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-003382/2015
alla Commissione (Vicepresidente / Alto rappresentante)
Articolo 130 del regolamento

Kostas Chrysogonos (GUE/NGL), Lola Sánchez Caldentey (GUE/NGL), Barbara Spinelli (GUE/NGL), Igor Šoltes (Verts/ALE), Molly Scott Cato (Verts/ALE), Takis Hadjigeorgiou (GUE/NGL), Paloma López Bermejo (GUE/NGL), Ivo Vajgl (ALDE), Emmanouil Glezos (GUE/NGL), Miroslav Poche (S&D), Kostadinka Kuneva (GUE/NGL), Sofia Sakorafa (GUE/NGL), Tamás Meszerics (Verts/ALE), Ricardo Serrão Santos (S&D), Elly Schlein (S&D), Marisa Matias (GUE/NGL), Josep-Maria Terricabras (Verts/ALE), Curzio Maltese (GUE/NGL), Merja Kyllönen (GUE/NGL), Lara Comi (PPE), Angel Dzhambazki (ECR), Tanja Fajon (S&D), Barbara Lochbihler (Verts/ALE), Fernando Maura Barandiarán (ALDE), Alfred Sant (S&D), José Inácio Faria (ALDE), Jørn Dohrmann (ECR), Ulrike Lunacek (Verts/ALE), Ana Gomes (S&D), Pier Antonio Panzeri (S&D), Nessa Childers (S&D), Pavel Telička (ALDE), Petr Ježek (ALDE) e Marc Tarabella (S&D)

Oggetto:  VP/HR – Tortura in Arabia Saudita

Nel maggio 2014 la corte penale di Gedda ha condannato Raif Badawi alla pena corporale – ovvero alla tortura (1000 frustate) – in quanto colpevole di aver aperto un sito Internet in cui ha criticato il clero e dove avrebbe quindi offeso l’Islam.

Nel gennaio 2015 Raif Badawi ha ricevuto le prime 50 frustate in pubblico. Le ferite erano talmente profonde che, secondo il medico del carcere, Badawi non sarebbe stato in grado di sostenere un altro ciclo di frustate previsto dalla decisione della corte dopo una settimana.

Nel mese di gennaio, inoltre, ha avuto luogo la 10a decapitazione nella città santa della Mecca, quando una donna è stata trascinata per strada e decapitata in pubblico con una spada. Queste e altre “punizioni” simili sono ancora previste nel diritto saudita, sebbene il paese abbia ratificato la Convenzione dell’ONU contro la tortura.

Poiché l’UE dovrebbe contribuire, nelle sue relazioni con il resto del mondo, alla tutela dei diritti umani e alla rigorosa osservanza del diritto internazionale (articolo 3, paragrafo 5, del TUE), quali misure ha adottato il vicepresidente/alto rappresentante o quali misure prevede di adottare per esercitare pressioni sull’Arabia Saudita in merito all’umanizzazione del suo diritto penale?

L’apatia della democrazia

Articolo pubblicato su «Il Sole 24 Ore», 27 febbraio 2015

Nel 1998 il presidente della Bundesbank Hans Tietmeyer descrisse i due «plebisciti» su cui poggiano le democrazie: quello delle urne, e il «plebiscito permanente dei mercati». La coincidenza con l’adozione di lì a poco dell’euro è significativa.

La moneta unica nasce alla fine degli anni ’90 senza Stato: per i mercati il suo conclamato vizio d’origine si trasforma in virtù. Le parole di Tietmeyer e i modi di funzionamento dell’euro segnano l’avvio ufficiale del processo che viene chiamato decostituzionalizzazione – o deparlamentarizzazione – delle democrazie.
Il fenomeno si è acutizzato con la crisi cominciata nel 2007, ma già nel 1975 un rapporto scritto per la Commissione Trilaterale denunciava gli «eccessi» delle democrazie parlamentari postbelliche e affermava il primato della stabilità e della governabilità sulla rappresentatività e il pluralismo, giungendo sino a esaltare l’apatia degli elettori: «Il funzionamento efficace di un sistema democratico necessita di un livello di apatia da parte di individui e gruppi. In passato ogni società democratica ha avuto una popolazione di dimensioni variabili che stava ai margini, che non partecipava alla politica. Ciò è intrinsecamente anti-democratico, ma è stato anche uno dei fattori che ha permesso alla democrazia di funzionare bene».
Oggi viviamo all’ombra di quel plebiscito dei mercati mondiali, che non conosce scadenze o prove di falsificazione. Un po’ come la guerra permanente al terrorismo. Ambedue producono un continuo stato di eccezione, dove gli equilibri delle democrazie costituzionali saltano per ricomporsi in maniera accentrata. Dominano gli esperti monetari, le élite finanziarie internazionali, i grandi istituti di credito, i complessi militari-industriali, e pochi Stati a torto considerati onnipotenti. L’efficienza e la rapidità delle decisioni economiche prevalgono su processi democratici ritenuti troppo lenti e incompetenti.

Gli effetti di questa decostituzionalizzazione li tocchiamo con mano in Italia. Il Piano di rinascita democratica di Gelli (redatto forse non a caso in concomitanza con il rapporto della Trilaterale) è stato fatto proprio da Craxi, poi da Berlusconi, infine da Matteo Renzi. Conta più che mai la governabilità, a scapito della rappresentatività e degli organi intermedi che aiutano la società a non cadere nell’apatia e nell’impotenza. È rivelatore anche l’uso di certe terminologie. Le riforme strutturali o di “efficientamento”, si tratta non di deliberarle attraverso discussioni democratiche, ma di “portarle a casa”. Portare a casa le riforme rimanda all’immagine di una caccia predatoria. Si parte verso territori infestati da nemici che possono intralciare la scorreria (contropoteri, organi intermedi, sindacati, spazi pubblici) per mettere in salvo il bottino nel fortilizio chiuso, e soprattutto privato, che è la “casa”. (Notiamo en passant che economia nei primordi è proprio questo: la legge, nòmos, della casa, oîkos. Saranno la politica e poi la democrazia a oltrepassare il perimetro casalingo.)
Sotto il plebiscito permanente dei mercati globali, la politica di per sé non scompare; si adatta, mutando natura. Ma scompare l’essenza della democrazia costituzionale, e cioè l’obbligo di separare le decisioni, nella consapevolezza che qualsiasi potere, se non controbilanciato da poteri altrettanto forti e autonomi, tende a divenire assoluto.
Il prosciugamento della democrazia colpisce anche le istituzioni europee, indebolendo radicalmente la funzione dell’Unione, che dovrebbe servire da filtro fra politica e mercati, fra Stati sempre meno padroni di sé e finanza globale sempre più sregolata e invadente. L’approdo temuto da Habermas è il «federalismo degli esecutivi»: una rivoluzione dall’alto, compiuta su ambedue i piani, nazionale ed europeo. Il dato tecnico-contabile prevale su ogni altra considerazione, svuotando anche nell’Unione organi di controllo quali il Parlamento europeo o la Corte di giustizia.

Da pochi mesi sono deputato europeo, e constato come quotidianamente vengano disattese promesse, violati articoli del Trattato di Lisbona e soprattutto della Carta dei diritti fondamentali, che pure dovrebbe essere vincolante per i ventotto Stati membri. Ricordo la sostituzione di Mare Nostrum con la missione europea Triton: in pratica si è deciso di rinunciare alle operazioni di ricerca e soccorso in mare dei migranti, contravvenendo a precisi regolamenti del Consiglio e del Parlamento europeo emanati nel 2014, alla Carta dei diritti e perfino al diritto del mare.
Ma oltre a Triton, molti altri articoli della Carta sono violati: sempre parlando di migranti, la proibizione delle espulsioni collettive e in particolare del rimpatrio laddove esista un rischio serio di subire la pena di morte o la tortura (art. 19); il diritto di asilo ai rifugiati sulla base della convenzione di Ginevra del 1951 (art. 18); il diritto alla vita (art. 2). Quanto alla politica economica e sociale, sono calpestati i diritti europei che tutelano le azioni collettive in difesa dei propri interessi (compreso lo sciopero), la tutela in caso di licenziamento ingiustificato, il diritto a condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose (articoli 28, 30, 31), oltre al diritto dei giovani ammessi al lavoro di beneficiare di «condizioni lavorative appropriate alla loro età» e di essere «protetti contro lo sfruttamento economico o contro ogni lavoro che possa minarne la sicurezza, la salute, lo sviluppo fisico, mentale, morale o sociale o che possa mettere a rischio la loro istruzione» (art. 32).

Lo stesso trattato di Lisbona è aggirato. Non è rispettato l’art. 2 che esige il rispetto delle minoranze (si pensi ai Rom). È tolta la garanzia contenuta nel preambolo di «attuare politiche volte a garantire che i progressi compiuti sulla via dell’integrazione economica si accompagnino a paralleli progressi in altri settori». Evapora anche l’impegno, ribadito nell’art. 3, a fare in modo che la competitività «miri alla piena occupazione e al progresso sociale» e si basi «su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente».
Questi e altri diritti sono sospesi, accampando come pretesto la crisi economica e le sue emergenze. È in questo quadro che il magistrato Giuseppe Bronzini parla di diritto emergenziale dell’Unione europea, divenuto cogente a seguito dell’introduzione di una serie di norme e accordi inter-statali stipulati sulla scia del dissesto economico del 2007-2008: un reticolato di leggi e normative che non si incardinano né nel diritto nazionale né in quello europeo, e che vengono così sottratte al controllo sia dei Parlamenti nazionali sia del Parlamento europeo. Sono state adottate dal direttorio degli esecutivi, gestite in comune da Commissione, Banca Centrale e l’organo estraneo all’Unione che è il Fondo monetario, e danno corpo, dentro l’Unione, a una zona di non-diritto. La Grecia è stata la vittima e lo spettacolare laboratorio della creazione deliberata di un limbo giuridico dentro l’Europa, tale da decostituzionalizzare al tempo stesso l’Unione che impone l’austerità e lo Stato membro che riceve l’ordine di applicarla. Lo ha ammesso il commissario Jyrki Katainen il 17 settembre 2014 in risposta a una domanda in merito agli effetti del programma di austerità sui diritti fondamentali garantiti dalla Carta: «I documenti del programma non sono legge europea, ma strumenti concordati tra la Grecia e i suoi creditori: pertanto la Carta non può essere usata come riferimento, e spetta alla Grecia assicurare che i propri obblighi sui diritti fondamentali siano rispettati».

In Italia, l’acme è stato raggiunto con la lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto 2011. Essa conferma in pieno l’esistenza del diritto emergenziale: lo Stato membro è giudicato incapace di autogovernarsi e di ristabilire la fiducia degli investitori, ed è così che l’istituzione sovranazionale (in tal caso la Bce) interviene entrando nei dettagli di politiche che legalmente non dovrebbero pertenerle. È trasmodando che essa fissa non solo gli obiettivi ma anche le modalità per raggiungerli, reclamando: più efficienza del mercato del lavoro; piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali, tramite privatizzazioni su larga scala; accordi a livello di impresa che soppiantino i contratti collettivi; revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti; interventi ulteriori nel sistema pensionistico; abbassamento significativo dei costi del pubblico impiego anche riducendo gli stipendi; tagli orizzontali alle spese pubbliche; uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell’istruzione). Per evitare lungaggini democratiche, ciascuna di queste misure va presa «il prima possibile per decreto legge». Abbiamo quindi ad opera dell’Unione una decostituzionalizzazione della democrazia, e contestualmente una sua deparlamentarizzazione.
Non sorprende che la lettera sia stata vissuta come un colpo di mano, se non di Stato, compiuto dalle oligarchie al comando in Europa. Non servono la presenza fisica della troika o i memorandum per imporre dall’alto un comando che agisce allo stesso modo. La cosa apparve evidente agli addetti ai lavori, e nei giorni in cui la Bce mandava la sua missiva Mario Monti scrisse che l’Italia era stata di fatto commissariata da un “podestà forestiero” («Corriere della sera», 7 agosto 2011).

Un discorso a parte merita la corruzione. La sua incidenza sullo sviluppo economico e sul debito pubblico è macroscopica. Ma è segno dei tempi che né il Fiscal Compact, né i memorandum, né le troike, né le lettere della Bce giudichino opportuno soffermarsi su quello che Alexis Tsipras ha chiamato il «patto fra cleptocrazie nazionali, mercati internazionali ed élite europee». È segno dei tempi che non figurino nelle raccomandazioni di queste élite la lotta all’evasione fiscale né quella alle mafie, come se non esistesse un rapporto fra finanza e malavita. Avendo ormai un raggio d’azione e poteri globali, corruzione e criminalità organizzata contribuiscono allo svuotamento delle democrazie europee. Giocano un ruolo essenziale, ma che sistematicamente viene occultato.
In un saggio del magistrato Roberto Scarpinato (La legalità materiale, «Micromega», ottobre 2014) si denuncia la «decostruzione progressiva dello Stato liberal-democratico di diritto», e un «complesso processo di reingegnerizzazione del potere, che trasferisce le sedi decisionali strategiche fuori dai parlamenti e dagli esecutivi nazionali, prima trasmigrandole all’interno di organi sovranazionali non elettivi, privi di rappresentatività democratica – quali la Bce e la Commissione europea – e poi da questi in organizzazioni internazionali come la troika, proiezioni istituzionali delle oligarchie finanziarie globali». Asservire la giustizia, e renderla inerme di fronte a una criminalità mondializzata, fa parte di questa reingegnerizzazione.

Allo stesso modo ne fa parte la decisione di devitalizzare il welfare, piuttosto che l’evasione di massa facilitata da quella criminalità. Scrive in proposito Scarpinato: «La corruzione opera come selettore in negativo della qualità degli investimenti internazionali e veicolo di occulta colonizzazione a basso costo di larghi settori dell’economia nazionale da parte del capitale globale sovranazionale più spregiudicato». È opinione diffusa che gli investitori esteri siano scoraggiati dalle lentezze della giustizia italiana e dalla corruzione, ma «i più accreditati studi in materia evidenziano una realtà più complessa. Le aziende globali privilegiano per i loro investimenti i paesi la cui legalità debole non solo consente di minimizzare i costi di produzione (minori tutele per l’ambiente, per i diritti dei lavoratori, maggiori possibilità di evasione fiscale), ma anche di conquistare posizioni di vantaggio e di oligopolio in vari settori di mercato grazie alla permeabilità a pratiche corruttive dei ceti dirigenti locali, talora remunerati pronto cassa, talora cooptati come soci occulti».
Che fare, in simili circostanze? Dal momento che tornare alle sovranità nazionali assolute non si può (la sovranità è in larga parte e da tempo perduta, l’Europa dovrebbe servire a restaurarla), il compito consiste nel ricostituzionalizzare sia il livello nazionale che quello europeo. Consiste nel porsi il problema della sovranità, anziché eluderlo. Nell’espandere i diritti, piuttosto che ridurli. La ricetta è sempre quella di Tocqueville: uscire con più democrazia dalla crisi della democrazia.

Vorrei menzionare tre battaglie minime, da fare prima di accingersi alla grande opera di ricostituzionalizzazione. Primo: vanno estese le libertà e le tutele garantite dalle vecchie Costituzioni, adattandole a nuove figure di cittadinanza partecipativa come i whistleblower. È uno scandalo che persone come Edward Snowden o Hervé Falciani o come il giornalista tedesco Udo Ulfkotte siano descritte rispettivamente come spie, o ladri (di dati), o traditori dell’Occidente perché denunciano la sottomissione dei media a strategie di guerre illegali. Sono i cani da guardia di democrazie pericolanti, di giornali asserviti al potere. Ne abbiamo bisogno per divenire cittadini non apatici, ma informati. Urge uno statuto che aiuti i whistleblower a uscire allo scoperto in presenza di corruzione, di violazione di diritti, di disinformazione.
Seconda battaglia: evitare che l’accordo commerciale con gli Stati Uniti (il TTIP) sfoci in un collettivo atto di abiura europeo: in una consapevole ritrattazione giurata di norme che l’Unione si è data lungo i decenni a tutela della salute, dell’ambiente, del benessere dei propri cittadini, dell’autonomia delle proprie corti. È il plebiscito permanente dei mercati che, se non contrastato, ancora una volta ci schiaccia.

La terza battaglia porta sulla moltiplicazione degli strumenti di democrazia e di controllo. Il Trattato di Lisbona prescrive ad esempio, nell’articolo 6, che l’Unione aderisca alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Ma per salvaguardare le proprie competenze ed evitare incursioni nel proprio campo, la Corte europea di giustizia ha decretato nel dicembre scorso che le due Carte non sono “compatibili”. Nella sostanza, l’Unione europea si comporta come i vecchi sovrani assoluti: non riconosce autorità alcuna sopra la propria. Giunge sino all’assurdo di non accettare giudizi della Corte di Strasburgo, ossia del Consiglio d’Europa, in ambiti – la politica estera e di sicurezza, cioè la pace e la guerra – su cui lei stessa non ha, per trattato, diritto di parola.
Ecco l’Europa che abitiamo: un’Unione che infrange le regole che essa stessa si è data e ha la faccia tosta di vietare intrusioni di altre Convenzioni e altre Corti. Forse perché teme giudizi malevoli di nazioni europee ritenute inferiori, come la Russia. Di certo per scongiurare l’uscita dall’apatia – giuridica, politica, democratica – che è il principale dei nostri mali presenti.

Il Consiglio dell’Unione europea non si presenta in aula a rispondere su Mos maiorum. Barbara Spinelli: offesa la democrazia parlamentare

Bruxelles, 26 febbraio 2015

Questa mattina alle 11,15 il Consiglio dell’Unione europea era atteso alla riunione della Commissione LIBE (Libertà civili, giustizia e affari interni), dove avrebbe dovuto dare chiarimenti su due interrogazioni scritte a proposito dell’operazione congiunta di polizia Mos maiorum, la prima presentata il 9 ottobre 2014 da Barbara Spinelli e cofirmata da Kostas Chrysogonos, Malin Björk, Martina Anderson, Marie-Christine Vergiat (Gue-Ngl), la seconda presentata il 10 ottobre da Ska Keller (Verdi).

A sorpresa, il Consiglio ha mancato l’appuntamento in agenda: un comportamento che il presidente della Commissione LIBE Claude Moraes e i deputati intervenuti in aula hanno definito inaccettabile, al punto che Moares ha dichiarato la propria intenzione di scrivere immediatamente una lettera di protesta.

Tutto inizia il 10 luglio 2014, quando la Presidenza italiana invia una nota riservata alle delegazioni del Consiglio per presentare il lancio dell’operazione congiunta di polizia Mos maiorum (tenutasi tra 13 e il 26 ottobre), volta a fermare e schedare tutti i migranti non in possesso di un documento di soggiorno sull’intero territorio europeo delimitato dall’area Schengen.

Il 9 ottobre, pochi giorni dopo la pubblicazione del documento sul sito inglese Statewatch, Barbara Spinelli presenta un’interrogazione scritta in cui chiede al Consiglio se ritenga che tali operazioni “rappresentino uno strumento idoneo ad affrontare i problemi creati dalle attuali politiche migratorie e di asilo, riconducibili anzitutto alla mancanza di accesso sicuro e legale all’Ue e al sistema di Dublino”. Al tempo stesso, l’interrogazione di Spinelli – così come quella di Ska Keller – indica il rischio di incorrere in schedature e fermi basati sul racial profiling, con “l’effetto di alimentare gli stereotipi xenofobi e di rafforzare le reti dei trafficanti, anziché contrastarle”.

Il Consiglio risponde solo il 10 dicembre, affermando che “l’operazione congiunta di polizia Mos maiorum è condotta sotto la responsabilità dello stato italiano, con il sostegno degli stati membri che hanno deciso di parteciparvi. Il Consiglio quale istituzione non ha pertanto preso decisioni riguardo alla sua istituzione né è in grado di pronunciarsi sulle modalità di gestione”.

“Una risposta che non è una risposta”, commenta Barbara Spinelli, “perché se è vero che l’operazione fu lanciata dalla presidenza italiana, allora a capo del semestre di presidenza del Consiglio dell’Unione europea, è altrettanto vero che gli stati membri avevano confermato la propria partecipazione al Segretariato generale del Consiglio, e l’accordo era stato raggiunto nel Law Enforcement Working Party del Consiglio, il che implica il pieno coinvolgimento dell’istituzione europea”.  D’altra parte, continua l’eurodeputata del Gue-Ngl, “sappiamo che operazioni analoghe a Mos maiorum – come Perkunas, Aphrodite, Hermes, Mitras, Demeter e Balder – si sono verificate all’incirca per ogni presidenza di turno del Consiglio dell’Unione. Scaricare la responsabilità sui singoli stati ha un grave significato politico. Quella del Consiglio è una dichiarazione di non responsabilità che avvalora il principio per cui il Paese che assicura la presidenza del semestre europeo non rappresenterebbe l’Unione, ma solo se stesso”.

“La decisione del Consiglio di non presentarsi oggi davanti alla Commissione”, conclude Spinelli, “offende la democrazia parlamentare”.

Fondi UE per asilo e immigrazione: serve più trasparenza

Fondi UE per l’asilo e immigrazione – Barbara Spinelli: serve maggior trasparenza, monitoraggio e presa di responsabilità da parte dell’Unione europea

Bruxelles, 24 febbraio 2015

Durante la riunione della Commissione parlamentare LIBE (Libertà civili, Giustizia e Affari interni), tenutasi questo 24 febbraio al Parlamento europeo di Bruxelles, la Commissione europea ha presentato una relazione concernente la predisposizione dei programmi nazionali per l’asilo e l’immigrazione nell’ambito del Fondo affari interni.

Numerosi eurodeputati hanno sottolineato la necessità di maggior trasparenza e inclusione delle organizzazioni non governative nel monitoraggio dell’implementazione di questi programmi. Barbara Spinelli ha denunciato, in particolare, la malagestione dei fondi europei in Italia, dovuta a corruzione, ritardi e sprechi. “Nel 2013 si venne a sapere che 500 milioni di euro dati dall’Europa in cinque anni non erano mai stati usati per risanare, com’era stato promesso, la situazione dei CIE e CARA”, ha ricordato l’eurodeputata del GUE-NGL.

“Ora l’Italia chiede alla Commissione questa ripartizione: 50% dei fondi per il Sistema Europeo d’Asilo e 35% per l’immigrazione legale e per l’integrazione dei migranti. Quello che vorrei chiedere alla Commissione è se esigerà chiarezza, trasparenza e ulteriori garanzie per le spese effettuate in Italia con questi fondi europei; e, infine, se è previsto un serio monitoraggio sui fatti gravissimi di corruzione che avvengono sulla pelle degli immigrati”.

Non va dimenticata, secondo Spinelli, la famosa frase registrata in un’intercettazione telefonica dei Ros: a pronunciarla era Salvatore Buzzi, principale indagato nello scandalo Mafia Capitale, legato a buona parte del ceto politico italiano di destra e di sinistra: “Tu hai idea di quanto guadagno, con gli immigrati? Il traffico di droga rende meno”.

Il caso di Raif Badawi: proposta di risoluzione comune sull’Arabia Saudita

Il Parlamento ha adottato lo scorso 12 febbraio 2015 la proposta di risoluzione comune sull’Arabia Saudita e, più precisamente, sul caso di Raif Badawi con 460 voti a favore, 153 contro e 29 astensioni.

Raif Badawi, blogger e attivista dei diritti umani, è stato accusato di apostasia e condannato dal tribunale penale di Jeddah, nel maggio 2014, a 10 anni di carcere, 1 000 frustate e a una sanzione pecuniaria di 1 milione di SAR (228 000 EUR) dopo aver creato il sito web “Free Saudi Liberals”, uno spazio di discussione sociale, politica e religiosa considerato un insulto all’Islam; che la condanna prevede altresì il divieto per Raif Badawi di utilizzare qualsiasi mezzo d’informazione e di viaggiare al di fuori del paese per 10 anni dopo la sua scarcerazione.

 Il 9 gennaio 2015 Raif Badawi ha ricevuto la prima serie di 50 frustate di fronte alla moschea di al-Jafali a Gedda e ha riportato ferite tanto profonde che, quando è stato trasportato alla clinica del carcere per essere sottoposto a un controllo medico, i dottori hanno constatato che non avrebbe potuto sopportare un’altra serie di frustate.

Ho dunque co-firmato questa risoluzione comune che condanna con fermezza la fustigazione di Raif Badawi e invita le autorità dell’Arabia Saudita a porre fine a ulteriori fustigazioni di Raif Badawi e a procedere al suo rilascio immediato e incondizionato. La risoluzione inoltre invita le autorità dell’Arabia Saudita a rilasciare senza condizioni l’avvocato di Raif Badawi, nonché tutti i difensori dei diritti umani e gli altri prigionieri di coscienza detenuti e condannati solo per aver esercitato il proprio diritto alla libertà di espressione e condanna fermamente ogni forma di punizione corporale, in quanto trattamento inaccettabile e degradante, lesivo della dignità umana;

Oltre a questa risoluzione, il 4 Febbraio ho co-firmato un’interrogazione scritta rivolta a Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, nella quale con 32 colleghi del GUE/NGL, Verdi, ALDE, S&D, prendendo esempio dal caso di Raif Badawi, le chiediamo quali misure preveda di adottare per esercitare pressioni sull’Arabia Saudita in merito all’umanizzazione del suo diritto penale. L’articolo 3 paragrafo 5 del Trattato sull’Unione Europea precisa infatti che “Nelle relazioni con il resto del mondo l’Unione afferma e promuove i suoi valori e interessi, contribuendo alla protezione dei suoi cittadini. Contribuisce alla pace, alla sicurezza, allo sviluppo sostenibile della Terra, alla solidarietà e al rispetto reciproco tra i popoli, al commercio libero ed equo, all’eliminazione della povertà e alla tutela dei diritti umani, in particolare dei diritti del minore, e alla rigorosa osservanza e allo sviluppo del diritto internazionale, in particolare al rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite.”

Ecco il testo della risoluzione comune:

Il Parlamento europeo, –   viste le sue precedenti risoluzioni sull’Arabia Saudita, in particolare quelle concernenti i diritti umani e, segnatamente, la risoluzione dell’11 marzo 2014 sull’Arabia Saudita, le sue relazioni con l’UE e il suo ruolo in Medio Oriente e Nord Africa(1)–   vista la dichiarazione del portavoce del vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, del 9 gennaio 2015,

–   vista la dichiarazione dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Ra’ad Al Hussein, che fa appello alle autorità saudite affinché sospendano la punizione di Raif Badawi,

–   visti l’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 e l’articolo 19 del patto internazionale relativo ai diritti civili e politici del 1966,

–   vista la convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti,

–   vista la Carta araba dei diritti dell’uomo, ratificata dall’Arabia saudita nel 2009, il cui articolo 32, paragrafo 1, garantisce il diritto all’informazione e la libertà di opinione e di espressione, e il cui articolo 8 vieta la tortura fisica o psicologica e ogni trattamento crudele, degradante, umiliante o disumano,

–   visti gli orientamenti dell’Unione europea sulla tortura e altri maltrattamenti e gli orientamenti sui difensori dei diritti umani,

–   visti l’articolo 135, paragrafo 5, e l’articolo 123, paragrafo 4, del suo regolamento,

A. considerando che Raif Badawi, blogger e attivista dei diritti umani, è stato accusato di apostasia e condannato dal tribunale penale di Jeddah, nel maggio 2014, a 10 anni di carcere, 1 000 frustate e a una sanzione pecuniaria di 1 milione di SAR (228 000 EUR) dopo aver creato il sito web “Free Saudi Liberals”, uno spazio di discussione sociale, politica e religiosa considerato un insulto all’Islam; che la condanna prevede altresì il divieto per Raif Badawi di utilizzare qualsiasi mezzo d’informazione e di viaggiare al di fuori del paese per 10 anni dopo la sua scarcerazione;

B. considerando che il 9 gennaio 2015 Raif Badawi ha ricevuto la prima serie di 50 frustate di fronte alla moschea di al-Jafali a Gedda e ha riportato ferite tanto profonde che, quando è stato trasportato alla clinica del carcere per essere sottoposto a un controllo medico, i dottori hanno constatato che non avrebbe potuto sopportare un’altra serie di frustate;

C. considerando che le sentenze giudiziarie che impongono punizioni corporali, inclusa la fustigazione, sono rigorosamente vietate dal diritto internazionale in materia di diritti umani, compresa la convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani e degradanti, che l’Arabia Saudita ha ratificato;

D. considerando che il 6 luglio 2014 l’avvocato di Raif Badawi e attivista di primo piano nella difesa dei diritti umani, Waleed Abu al-Khair, è stato condannato dal tribunale penale specializzato a 15 anni di carcere, seguiti da un divieto di viaggio per altri 15 anni, dopo aver costituito l’organizzazione per i diritti umani “Monitor of Human Rights in Saudi Arabia”;

E. considerando che quello di Raif Badawi è uno dei numerosi casi in cui sono state applicate condanne severe ed esercitate vessazioni nei confronti degli attivisti dei diritti umani sauditi e di altri promotori delle riforme perseguiti per aver espresso le loro opinioni, molti dei quali sono stati condannati nell’ambito di procedimenti non conformi alle norme internazionali in materia di giusto processo, come confermato dall’ex Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani nel luglio 2014;

F. considerando che l’Arabia Saudita vanta una vivace comunità di attivisti online e il più alto numero di utenti di Twitter in Medio Oriente; che tuttavia Internet è sottoposto a una pesante censura e che migliaia di siti web sono bloccati e i nuovi blog e siti web necessitano di una licenza del ministero dell’Informazione; che l’Arabia Saudita figura nell’elenco dei “Nemici di Internet” di Reporter senza frontiere in ragione della censura dei media sauditi e di Internet e delle punizioni inflitte a chi critica il governo o la religione;

G. considerando che la libertà di espressione e la libertà di stampa e dei mezzi d’informazione, sia online che offline, sono requisiti indispensabili e catalizzatori cruciali della democratizzazione e delle riforme e costituiscono controlli essenziali del potere;

H. considerando che, nonostante l’introduzione di caute riforme durante il governo del defunto re Abdullah, il sistema politico e sociale saudita rimane profondamente antidemocratico, rende le donne e i musulmani sciiti cittadini di seconda classe, discrimina gravemente la nutrita forza lavoro straniera presente nel paese e reprime duramente ogni voce di dissenso;

I.   considerando che il numero e la frequenza delle esecuzioni sono motivo di grave preoccupazione; che nel 2014 sono state giustiziate oltre 87 persone, la maggior parte delle quali è stata decapitata pubblicamente; che dall’inizio del 2015 sono state giustiziate almeno 21 persone; che, stando alle notizie, tra il 2007 e il 2012 avrebbero avuto luogo 423 esecuzioni; che la pena di morte può essere imposta per un’ampia serie di reati;

J.   considerando che il Regno dell’Arabia Saudita è un attore politico, economico, culturale e religioso influente in Medio Oriente e nel mondo islamico nonché un fondatore e membro di primo piano del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) e del G20;

K. considerando che nel novembre 2013 l’Arabia Saudita è stata eletta membro del Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani per un periodo di tre anni;

L. considerando che il cosiddetto Stato islamico e l’Arabia Saudita prevedono punizioni pressoché identiche per una moltitudine di reati, tra cui la pena di morte in caso di blasfemia, omicidio, atti omosessuali, furto o tradimento, la lapidazione a seguito di adulterio e l’amputazione di mani e piedi in caso di banditismo;

M. considerando che l’Arabia Saudita svolge un ruolo di primo piano nel finanziamento, nella diffusione e nella promozione a livello mondiale di un’interpretazione dell’Islam particolarmente estremista; che la visione alquanto settaria dell’Islam è stata fonte di ispirazione per organizzazioni terroristiche quali il cosiddetto Stato islamico e al-Qaeda;

N. considerando che le autorità saudite affermano di essere un partner degli Stati membri dell’Unione, in particolare nel quadro della lotta mondiale al terrorismo; che una nuova legge antiterrorismo, adottata nel gennaio 2014, contiene disposizioni che consentono di interpretare ogni espressione di dissenso o associazione indipendente come un reato di stampo terroristico;

1. condanna con fermezza la fustigazione di Raif Badawi quale atto crudele e scioccante per mano delle autorità saudite; invita le autorità dell’Arabia Saudita a porre fine a ulteriori fustigazioni di Raif Badawi e a procedere al suo rilascio immediato e incondizionato, dal momento che è considerato un prigioniero di coscienza, detenuto e condannato unicamente per aver esercitato il proprio diritto alla libertà di espressione; invita le autorità saudite a provvedere all’annullamento del suo verdetto di colpevolezza e della sua condanna, ivi compreso il divieto di viaggio;

2. sollecita le autorità saudite a garantire che Raif Badawi sia tutelato dalla tortura e da altre forme di maltrattamento, riceva tutte le cure mediche eventualmente necessarie e abbia contatti immediati e regolari con la sua famiglia e gli avvocati di sua scelta;

3. invita le autorità dell’Arabia Saudita a rilasciare senza condizioni l’avvocato di Raif Badawi, nonché tutti i difensori dei diritti umani e gli altri prigionieri di coscienza detenuti e condannati solo per aver esercitato il proprio diritto alla libertà di espressione;

4. condanna fermamente ogni forma di punizione corporale, in quanto trattamento inaccettabile e degradante, lesivo della dignità umana; esprime preoccupazione circa il ricorso alla fustigazione da parte degli Stati e ne chiede con forza l’assoluta abolizione; invita le autorità saudite a rispettare la proibizione della tortura in quanto sancita nello specifico dalla convenzione ONU contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, firmata e ratificata dall’Arabia Saudita; invita l’Arabia Saudita a firmare il patto internazionale relativo ai diritti civili e politici;

5. pone l’accento sul processo di riforma del sistema giudiziario avviato dall’Arabia Saudita al fine di rafforzare la possibilità di una migliore tutela dei diritti individuali, ma resta seriamente preoccupato per la situazione dei diritti umani in Arabia Saudita, che continua ad essere considerato uno dei paesi più repressivi al mondo; ritiene che il caso di Raif Badawi sia un simbolo dell’attacco alla libertà di espressione e di dissenso pacifico nel paese e, più in generale, delle politiche distintive del Regno dell’Arabia Saudita improntate all’intolleranza e all’interpretazione estremista della legge islamica;

6. esorta le autorità saudite ad abolire il tribulane penale specializzato istituito nel 2008 con l’obiettivo di giudicare i casi di terrorismo, ma sempre più spesso usato per perseguire i dissidenti pacifici con accuse, a quanto pare, di matrice politica nell’ambito di procedimenti che violano il diritto fondamentale a un giusto processo;

7. invita le autorità saudite a consentire l’indipendenza della stampa e dei media e a garantire la libertà di espressione, associazione e riunione pacifica per tutti i cittadini del paese; condanna la repressione degli attivisti e dei dimostranti che manifestano pacificamente; sottolinea che la difesa pacifica dei diritti giuridici fondamentali o la formulazione di osservazioni critiche tramite i social media sono espressioni di un diritto indispensabile;

8. rammenta alla leadership saudita l’impegno di “mantenere i più elevati standard di promozione e tutela dei diritti umani”, assunto nel 2013 in occasione della presentazione della domanda di adesione al Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani, che ha avuto esito positivo;

9. ritiene che l’Arabia Saudita sarebbe un partner più credibile ed efficace nella lotta contro le organizzazioni terroristiche, come il cosiddetto Stato islamico e al Qaeda, se non applicasse pratiche anacronistiche ed estremiste quali decapitazioni pubbliche, lapidazioni e altre forme di tortura analoghe a quelle commesse dall’IS;

10. invita il Servizio europeo per l’azione esterna e la Commissione a sostenere, in modo attivo e creativo, i gruppi della società civile e le persone che difendono i diritti umani in Arabia Saudita, anche organizzando visite nelle carceri, monitorando i processi e rilasciando dichiarazioni pubbliche;

11. incarica la sua delegazione per le relazioni con la penisola arabica di sollevare il caso di Raif Badawi e degli altri prigionieri di coscienza durante la sua prossima visita in Arabia Saudita e di riferire successivamente alla sottocommissione per i diritti dell’uomo;

12. invita l’UE e i suoi Stati membri a riconsiderare il loro rapporto con l’Arabia Saudita in modo tale da garantire il perseguimento dei propri interessi economici, energetici e di sicurezza, senza tuttavia compromettere la credibilità dei suoi principali impegni in materia di diritti umani;

13. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, al Servizio europeo per l’azione esterna, al Segretario generale delle Nazioni Unite, all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, a Sua Maestà il Re Salman bin Abdulaziz, al governo del Regno dell’Arabia Saudita, nonché al segretario generale del Centro per il dialogo nazionale del Regno dell’Arabia Saudita.

Risoluzione sulle misure antiterrorismo

Il Parlamento ha adottato lo scorso 11 febbraio 2015 la proposta di risoluzione comune sulle misure anti-terrorismo con 532 voti a favore, 136 contrari e 36 astensioni. Come vuole la procedura della plenaria, vista l’adozione della risoluzione comune, le risoluzioni dei singoli gruppi sono tutte cadute senza essere sottoposte al voto.

Sono stata nominata, insieme alla mia collega Cornelia Ernst, relatrice ombra su questo dossier qualche settimana prima. Abbiamo steso (in stretta cooperazione con i Verdi, con i Liberali (ALDE), con i Socialisti (S&D) e con il gruppo dei 5 Stelle) un progetto di risoluzione comune molto buono ma molto criticato dalla destra (ECR, PPE). I suddetti partiti di destra hanno dunque proposto il proprio testo di compromesso co-firmato in seguito da EFDD, S&D e ALDE. Siamo riusciti con l’aiuto dei Verdi, del Movimento 5 Stelle, dei Liberali e dei Socialisti ad inserire comunque alcuni buoni emendamenti in questo testo finale, ma il senso del testo era comunque troppo securitario e poco centrato sulla prevenzione. Per tale ragione ho votato insieme al mio gruppo politico contro la proposta di risoluzione comune e restiamo convinti che la proposta iniziale dei gruppi di sinistra su cui avevo lavorato era decisamente migliore e mandava un messaggio di inclusione, tolleranza e prevenzione cui l’Europa ha bisogno in questo momento.

Ecco dunque il testo della risoluzione del GUE (che non è stato votato in plenaria dato che la risoluzione comune è passata).

PROPOSTA DI RISOLUZIONE2.2015

PE547.529v01-00

B8-0124/2015

presentata a seguito di una dichiarazione della Commissione

a norma dell’articolo 123, paragrafo 2, del regolament0

sulle misure antiterrorismo (2015/2530(RSP))

Cornelia Ernst, Barbara Spinelli, Marie-Christine Vergiat, Marina Albiol Guzmán a nome del gruppo GUE/NGL

Il Parlamento europeo,
– vista la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea,– visti gli articoli 2, 3 e 6 del trattato sull’Unione europea (TUE),– visti gli articoli pertinenti del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE),– vista la sua risoluzione del 14 dicembre 2011 sulla strategia antiterrorismo dell’UE: principali risultati e sfide future(1),– vista la sua risoluzione del 10 ottobre 2013 sui presunti casi di trasporto e detenzione illegale di prigionieri in paesi europei da parte della CIA(2),

– vista la sua risoluzione del 27 febbraio 2014 sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione europea (2012)(3),

– vista la risoluzione del 12 marzo 2014 sul programma di sorveglianza dell’Agenzia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, sugli organi di sorveglianza in diversi Stati membri e sul loro impatto sui diritti fondamentali dei cittadini dell’UE, e sulla cooperazione transatlantica nel campo della giustizia e degli affari interni(4),

– vista la direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 ottobre 2012, che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato e che sostituisce la decisione quadro 2001/220/GAI(5),

– vista la relazione dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA) del 27 ottobre 2010 dal titolo “Esperienze di discriminazione, marginalizzazione sociale e violenza: studio comparativo della gioventù musulmana e non musulmana in tre Stati membri dell’UE”,

– vista la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE), dell’8 aprile 2014, che annulla la direttiva in materia di conservazione dei dati,

– visto il suo recente deferimento alla CGUE dell’accordo PNR UE-Canada,

– visti l’articolo 115, paragrafo 5, e l’articolo 110, paragrafo 4, del suo regolamento,

– visto l’articolo 123, paragrafo 2, del suo regolamento,

A. considerando che il rispetto dei diritti fondamentali e delle libertà civili è un elemento fondamentale per il successo delle politiche antiterrorismo;

B. considerando che il recente aumento del razzismo, compresa l’islamofobia e l’antisemitismo, è estremamente preoccupante e non alimenta un dibattito costruttivo improntato all’inclusione ma contribuisce solamente a un’ulteriore polarizzazione;

C. considerando che la ricerca ha dimostrato che la discriminazione e la marginalizzazione sociale sono tra i principali fattori che scatenano comportamenti violenti; che studi recenti indicano che l’appartenenza religiosa non contribuisce a spiegare i comportamenti violenti(6);

D. considerando l’urgente necessità di una definizione giuridica chiara del concetto di “profilazione” sulla base dei pertinenti diritti fondamentali e delle norme in materia di protezione dei dati, onde ridurre le incertezze su quali siano le attività vietate e quali quelle non vietate;

E. considerando che la CGUE ha recentemente dichiarato nulla la direttiva in materia di conservazione dei dati per mancanza di proporzionalità, precisando nella sua sentenza le condizioni chiare a cui deve attenersi qualsiasi raccolta di dati su larga scala e qualsiasi misura di conservazione affinché soddisfino il criterio della legalità;

1. condanna tutti gli attacchi terroristici commessi nel mondo; esprime profondo cordoglio alle vittime dei recenti attacchi terroristi a Parigi, alle loro famiglie e alle vittime del terrorismo nel mondo;

2. esorta tutti gli Stati membri ad attuare adeguatamente la direttiva 2012/29/UE, del 25 ottobre 2012, che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato;

3. ribadisce il proprio impegno per il rispetto della libertà di espressione, dei diritti fondamentali, della democrazia, della tolleranza e dello Stato di diritto nonché degli altri principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite e dal diritto internazionale;

4. invita tutti gli Stati membri a sospendere il loro sostegno politico, economico o militare a regimi o gruppi terroristici che si impegnano in attività terroristiche o che le approvano; sottolinea in particolare la necessità che l’Unione europea, i suoi Stati membri e i suoi paesi partner fondino la propria strategia di lotta al terrorismo internazionale, al pari di qualsiasi altra forma di criminalità, sul rispetto dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali; sottolinea inoltre che le azioni esterne dell’Unione di lotta al terrorismo internazionale dovrebbero essere in primo luogo mirate alla prevenzione e a una politica che si opponga a qualsiasi intervento militare, con un ripensamento totale del ruolo dell’UE nei negoziati internazionali; sottolinea la necessità di promuovere il dialogo, la tolleranza e la comprensione tra diverse culture e religioni;

5. osserva che, come nel caso di attacchi precedenti, gli autori degli attacchi di Parigi erano già conosciuti dalle forze dell’ordine ed erano stati oggetto di indagini e di misure di controllo; ribadisce che ciò induce a chiedersi se le autorità avrebbero potuto fare un uso migliore dei dati già in loro possesso riguardanti tali individui;

6. rinnova l’invito alla Commissione e al Consiglio a effettuare una valutazione globale delle misure antiterrorismo e di sicurezza in vigore nell’UE, in particolare per quanto riguarda il loro rispetto dei diritti umani e delle libertà civili, come sancito dai trattati, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, avvalendosi della procedura di cui all’articolo 70 TFUE, e a pubblicare tale valutazione insieme al programma europeo sulla sicurezza;

7. ribadisce la sua ferma richiesta di un controllo democratico e giudiziario e di meccanismi di responsabilità relativi alle politiche antiterrorismo, sottolineando che occorre abrogare le misure che, in retrospettiva, si sono dimostrate non necessarie, efficaci e proporzionali nella lotta antiterrorismo; sottolinea inoltre che occorre indagare sui casi di violazione dei diritti fondamentali e porvi rimedio nonché mettere a punto nuove forme di controllo democratico, sulla base dei poteri conferiti dal trattato di Lisbona al Parlamento europeo e ai parlamenti nazionali;

Un approccio globale alla lotta contro la radicalizzazione e il terrorismo

8. è convinto che, onde prevenire la radicalizzazione violenta, l’obiettivo principale di qualsiasi società debba essere quello di lavorare a favore dell’inclusione e della comprensione reciproca delle convinzioni culturali, etniche e religiose, promuovendo in tal modo una tolleranza radicata;

9. esorta gli Stati membri a investire in sistemi d’istruzione che rispettino le pari opportunità, riducendo la discriminazione sociale sin dalle prime fasi della scolarizzazione, anche formando gli insegnanti a trattare le problematiche sociali e la diversità;

10. avverte che l’assenza di prospettive a lungo termine causata dalla povertà, dalla disoccupazione, dalla ghettizzazione nelle periferie e dall’isolamento di intere aree suburbane può portare alcune persone a un senso di impotenza e persino spingerle a comportamenti di auto-affermazione distruttivi e all’adesione a organizzazioni jihadiste o a movimenti di estrema destra; invita gli Stati membri a intensificare gli sforzi volti a ridurre la povertà, migliorare le prospettive occupazionali, riconoscere i diritti della persona e rispettarla e porre fine ai tagli alla protezione sociale e ai servizi pubblici, che hanno avuto gravi ripercussioni sulla capacità delle autorità locali, regionali e statali di lavorare per la risocializzazione, nonché a fornire un’adeguata assistenza sociale alle persone e alle famiglie che vivono nelle aree suburbane più degradate;

11. sottolinea che la discriminazione rafforza i modelli di radicalizzazione e violenza; rimarca che le norme in materia di parità e non discriminazione devono essere integrate da specifiche strategie volte a combattere ogni forma di razzismo, compresi l’antisemitismo e l’islamofobia;

12. respinge qualsiasi uso della profilazione razziale, etnica e religiosa per individuare gruppi specifici nel quadro delle misure antiterrorismo, in quanto tale uso è contrario ai basilari principi democratici di uguaglianza di fronte alla legge e di non discriminazione; sottolinea le ripercussioni sproporzionate sulle comunità musulmane delle pratiche adottate dopo l’11 settembre;

13. esprime sostegno ai programmi finanziati dagli Stati in cooperazione con le associazioni locali della società civile che riconoscono i diritti delle minoranze etniche e religiose e contribuiscono a migliorare lo status socioeconomico delle rispettive comunità a medio e lungo termine;

Misure di sicurezza ben mirate che rispettano lo Stato di diritto

14. respinge la falsa dicotomia tra sicurezza e libertà; è del parere che la libertà individuale e il rispetto dei diritti fondamentali costituiscano il fondamento e il presupposto della sicurezza in ogni società;

15. ricorda che qualsiasi misura di sicurezza, comprese le misure antiterrorismo, dovrebbe essere concepita con l’intento di garantire la libertà individuale, deve essere pienamente conforme allo Stato di diritto nonché soggetta agli obblighi in materia di diritti fondamentali, compresi quelli relativi alla vita privata e alla protezione dei dati, e deve sempre garantire la possibilità di ricorso in sede giudiziaria;

16. sottolinea che i criteri della necessità e della proporzionalità delle misure che limitano le libertà e i diritti fondamentali assumono la forma di obblighi di legge imposti dalla Carta; si oppone, in tale contesto, alla tendenza a una giustificazione senza sfumature di qualsiasi misura di sicurezza con un riferimento generale alla sua “utilità” nella lotta al terrorismo o alle forme gravi di criminalità;

17. ribadisce che tutte le misure per la raccolta di dati devono basarsi unicamente su un quadro giuridico coerente di protezione dei dati, che offra norme di protezione dei dati personali giuridicamente vincolanti, segnatamente per quanto riguarda la limitazione delle finalità, la riduzione al minimo della quantità di dati, l’informazione, l’accesso, la rettifica, la cancellazione e il ricorso in sede giudiziaria;

18. si oppone all’attuale clima che fa leva sulla paura paranoica per accelerare l’adozione di altre misure antiterrorismo, come quelle sui PNR dell’UE, prima di aver valutato la loro necessità giuridica o l’insieme attuale delle misure antiterrorismo; sottolinea che esiste già un insieme significativo di norme e relativi provvedimenti antiterrorismo in ogni Stato membro, segnatamente:

– la verifica dei dati riportati sul passaporto dei passeggeri, che vengono messi a confronto con le banche dati dei criminali noti e delle persone inammissibili;

– l’accesso da parte delle autorità di contrasto ai dati relativi ai passeggeri e ai dati telefonici di sospettati o persino di gruppi di sospettati legati a una minaccia concreta;

– il sistema d’informazione Schengen, che consente la sorveglianza e la rapida cattura ed estradizione delle persone che rappresentano una minaccia per la sicurezza o che intendono commettere un reato;

19. sottolinea pertanto la necessità che le autorità di contrasto sfruttino le opportunità già esistenti e rafforzino in via prioritaria la loro cooperazione;

20. ritiene che combattere il traffico di armi da fuoco debba essere una priorità dell’Unione nella lotta alla criminalità organizzata internazionale e alle forme gravi di criminalità internazionale; reputa in particolare che occorra rafforzare ulteriormente la cooperazione per quanto concerne i meccanismi per lo scambio di informazioni come pure la tracciabilità delle armi proibite e la loro distruzione; sottolinea a tal proposito la deprecabile applicazione di due pesi e due misure da parte di diversi Stati membri, che vendono armi e attrezzature militari a gruppi specifici in alcune zone di conflitto e condannano al contempo l’uso della forza;

21. chiede una rapida messa in atto della direttiva antiriciclaggio, recentemente approvata;

22. sottolinea che è già possibile effettuare controlli mirati su persone che beneficiano del diritto alla libera circolazione nel momento in cui attraversano i confini esterni in determinati periodi, su certe rotte o per determinati valichi di frontiera, a seconda del livello di minaccia; ribadisce che gli Stati membri dovrebbero utilizzare il quadro Schengen in vigore in modo più completo ed efficace, in luogo di cercare di reintrodurre controlli alle frontiere ulteriori rispetto alle possibilità esistenti;

23. esorta la Commissione a rivedere formalmente la proposta sui dati dei passeggeri (PNR) dell’Unione alla luce dei criteri di necessità e proporzionalità definiti dalla Corte di giustizia dell’Unione europea nella sentenza sulla direttiva in materia di conservazione dei dati; incarica il suo servizio giuridico di svolgere un riesame analogo entro sei settimane dall’approvazione della presente risoluzione;

24. rammenta a questo proposito che non esiste una definizione comune di terrorismo e che ciò non fa che aumentare l’ambiguità delle misure antiterrorismo proposte;

Sicurezza informatica

25. ricorda che le misure intese a limitare i diritti fondamentali su Internet a fini di antiterrorismo devono essere necessarie e proporzionate; pone in evidenza che la rimozione di presunti contenuti illeciti dovrebbe essere effettuata esclusivamente sulla base di criteri definiti esplicitamente per legge, previa autorizzazione giudiziaria e nel rispetto delle garanzie procedurali applicabili, e non nel quadro di interventi di sorveglianza privata da parte dei fornitori di servizi Internet; rammenta in tale contesto il diritto alla libertà di espressione previsto dalla Carta e il pericoloso ricorso alla censura nei paesi terzi e negli Stati membri, che produce verosimilmente un effetto inibitore sulla partecipazione democratica libera e aperta dei cittadini;

26. sottolinea che l’utilizzo della crittografia da parte di governi, imprese e cittadini costituisce un pilastro fondamentale della sicurezza informatica europea; esorta la Commissione, il Consiglio e gli Stati membri ad astenersi da qualsiasi tentativo di indebolire la sicurezza informatica regolamentando l’utilizzo della crittografia; pone in evidenza che il divieto dell’uso della crittografia rischia di far diminuire la sicurezza e di aumentare la nostra vulnerabilità agli attacchi informatici;

27. sottolinea l’importanza di software liberi e aperti nel quadro della sicurezza informatica, laddove i codici sorgente accessibili al pubblico possono essere controllati in maniera agevole e indipendente;

28. ricorda l’impegno dell’UE e dei suoi Stati membri per l’applicazione del principio della tutela della vita privata fin dalla progettazione (“privacy by design”) nella normativa in materia di protezione dei dati;

29. chiede una rapida adozione del pacchetto sulla protezione dei dati, anche attraverso l’adozione di un approccio generale all’interno del Consiglio che sia coerente con le norme minime stabilite nella direttiva 95/46/UE;

Dimensione giudiziaria

30. esorta gli Stati membri a intensificare la loro cooperazione giudiziaria sulla base degli strumenti dell’UE disponibili, come il Sistema europeo di informazione sui casellari giudiziari (ECRIS), il mandato d’arresto europeo e l’ordine europeo di indagine penale, nel rispetto della proporzionalità e dei diritti fondamentali; chiede agli Stati membri di trovare al più presto un accordo su tutte le misure proposte in conformità della tabella di marcia sui diritti procedurali e ad affrontare quindi le questioni delle decisioni relative alla custodia cautelare e delle condizioni di detenzione;

31. è convinto che la finalità del nostro sistema di giustizia penale debba essere la riabilitazione delle persone affinché non rappresentino più un rischio al loro reintegro nella società; esorta gli Stati membri a mobilitare le risorse umane necessarie per contribuire alla riabilitazione e alla risocializzazione degli ex detenuti;

32. invita gli Stati membri e la Commissione a istituire o rafforzare sistemi di protezione degli informatori, in particolare nel settore della sicurezza nazionale e delle attività di intelligence;

Dimensione esterna

33. mette in guarda dalla tentazione di ripristinare le miopi e inefficaci prassi del passato caratterizzate dalla collusione con regimi autoritari in nome della sicurezza, della stabilità e della lotta contro l’estremismo violento;

34. critica fortemente il ruolo che i vari interventi occidentali degli ultimi anni hanno svolto nel fomentare la radicalizzazione dei singoli, soprattutto in Medio Oriente e nei paesi del vicinato meridionale; sottolinea che tali politiche promuovono – non combattono – il terrorismo e andrebbero pertanto abbandonate;

35. esprime preoccupazione per l’accento posto, nell’ambito delle politiche antiterrorismo dell’UE, sulle “soluzioni” militari, che si traducono in numerosi programmi di assistenza militare rivolti a regimi autoritari e intesi a rafforzare le capacità militari di questi ultimi, sostenendone così le politiche repressive;

36. fa notare che diversi Stati membri vietano in maniera generale il dispiegamento di forze militari sul proprio territorio; sottolinea che la clausola di solidarietà (articolo 222 TFUE) non deve in alcun caso essere invocata al fine di eludere tali restrizioni nazionali; segnala il pericolo che la clausola di solidarietà possa inoltre essere sfruttata per dispiegare soldati all’interno di uno Stato membro con il pretesto della lotta al terrorismo per combattere “catastrofi di origine umana”, che potrebbero potenzialmente comprendere anche le manifestazioni di protesta ecc.; sottolinea che una tale interpretazione della clausola di solidarietà deve essere respinta con fermezza;

37. ritiene che l’Unione dovrebbe rivedere radicalmente la propria politica esterna, e in particolare la sua strategia per il Mediterraneo meridionale, nel quadro della revisione in corso della politica europea di vicinato – dato il suo insuccesso; invita l’Unione europea a istituire un nuovo quadro per le relazioni con questi paesi e regioni, che sia basato sulla non ingerenza nei loro affari interni e sul rispetto della loro sovranità e sia volto a sostenere lo sviluppo delle regioni limitrofe e a promuovere l’occupazione e l’istruzione, piuttosto che essere basato sulla conclusione di “accordi di associazione” destinati principalmente a definire zone di libero scambio a vantaggio degli interessi delle imprese europee;

38. ribadisce che gli Stati membri e, se del caso, l’Unione, dovrebbero affrontare le cause profonde dell’estremismo violento trattando l’estremismo religioso secondo un approccio che sia compatibile con i diritti umani e il diritto internazionale, piuttosto che incoraggiare o sostenere i gruppi o i regimi repressivi di questi paesi;

39. insiste sul fatto che la cooperazione in materia di sicurezza – dalla condivisione dell’intelligence allo Stato di diritto, dalla riforma della giustizia e dei programmi di giustizia penale all’esternalizzazione della politica di asilo, come nel quadro del processo di Khartoum – deve essere rigorosamente conforme al diritto internazionale;

40. è convinto che, nel settore della sicurezza, l’UE dovrebbe limitarsi ai programmi di cooperazione incentrati sulla deradicalizzazione e sulla lotta all’estremismo violento, ove ritenuto opportuno, ma astenersi dall’imporre le proprie idee economiche o politiche a Stati sovrani attraverso le proprie politiche esterne;

41. ricorda in questo contesto la propria opposizione all’accordo di associazione UE-Israele, considerato che l’UE e molti dei suoi Stati membri giocano nel conflitto israelo-palestinese un doppio ruolo, che continua ad alimentare l’impressione che vengano applicati due pesi e due misure e a fomentare programmi anti-musulmani/anti-arabi;

42. chiede maggiore trasparenza e responsabilità nelle decisioni di politica estera in materia di antiterrorismo; sottolinea la necessità di disporre di procedure giudiziarie adeguate affinché le singole persone o le organizzazioni possano chiedere il riesame giudiziario di eventuali decisioni di politica estera e di sicurezza comune (PESC) che le riguardano;

43. si oppone fermamente all’impiego di droni nelle esecuzioni extragiudiziali di persone sospettate di terrorismo e chiede che l’uso dei droni finalizzato alla sorveglianza e al controllo dei civili sia proibito;

44. chiede che la Commissione e gli Stati membri indaghino più approfonditamente sulla partecipazione europea al programma di torture e consegne elaborato dagli Stati Uniti e permettano all’opinione pubblica di venire a conoscenza del livello di coinvolgimento e di complicità dei loro governi in tali ignobili pratiche illegali, seguendo l’esempio dato dalla relazione di intelligence del Senato degli Stati Uniti;

45. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio e alla Commissione nonché ai governi e ai parlamenti degli Stati membri.

Ed ecco il testo della risoluzione comune adottata dal Parlamento Europeo:

Evidenziate in verde, le proposte riprese dall’iniziale progetto di risoluzione comune (presentato da me e il mio gruppo GUE/NGL, dal Movimento5stelle, da S&D, ALDE e Verdi) nella proposta dell’ECR e PPE, prima dei negoziati a Strasburgo.

Evidenziate in giallo, le proposte inserite da me, il mio gruppo GUE/NGL, dal Movimento5stelle, S&D, ALDE e Verdi durante i negoziati con l’ECR e il PPE a Strasburgo e in rosso invece gli elementi eliminati.

 

Il Parlamento europeo,

– visti gli articoli 2, 3, 6, 7 e 21 del trattato sull’Unione europea (TUE) e gli articoli 4, 16, 20, 67, 68, 70, 71, 72, 75, 82, 83, 84, 85, 86, 87 e 88 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE),

– vista la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, in particolare gli articoli 6, 7 e 8, l’articolo 10, paragrafo 1, e gli articoli 11, 12, 21, da 47 a 50, 52 e 53,

– vista la comunicazione della Commissione del 20 giugno 2014 intitolata «Relazione finale sull’attuazione della strategia di sicurezza interna dell’UE per il periodo 2010-2014» (COM(2014)0365),

– vista la relazione di Europol sulla situazione e le tendenze del terrorismo nell’UE (TE-SAT) per il 2014,

– vista la risoluzione adottata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 24 settembre 2014 sulle minacce alla pace e alla sicurezza internazionali causate da atti terroristici (risoluzione 2178(2014)),

– vista la strategia di sicurezza interna dell’UE adottata dal Consiglio il 25 febbraio 2010,

– vista la sua risoluzione del 14 dicembre 2011 sulla strategia antiterrorismo dell’UE: principali risultati e sfide future(1) ,

– vista la sua raccomandazione, del 24 aprile 2009, destinata al Consiglio sul problema di definire un profilo, in particolare sulla base dell’origine etnica o della razza, nelle operazioni antiterrorismo, di applicazione della legge, di controllo dell’immigrazione, dei servizi doganali e dei controlli alle frontiere(2),

– vista la sua risoluzione del 12 settembre 2013 sulla seconda relazione sull’attuazione della strategia di sicurezza interna dell’UE(3),

– vista la valutazione, a cura di Europol, della minaccia sul crimine organizzato a mezzo Internet (iOCTA) per il 2014,

– vista la valutazione, a cura di Europol, della minaccia rappresentata dalla criminalità organizzata e dalle forme gravi di criminalità (SOCTA) per il 2013,

– vista la sua discussione in Aula del 28 gennaio 2015 sulle misure antiterrorismo,

– visto il Consiglio informale Giustizia e affari interni (GAI) tenutosi a Riga il 29 e 30 gennaio 2015,

– vista la sua risoluzione del 17 dicembre 2014 sul rinnovo della strategia di sicurezza interna dell’UE(4) ,

– vista la dichiarazione del Consiglio informale GAI dell’11 gennaio 2015,

– viste le conclusioni del Consiglio GAI del 9 ottobre e del 5 dicembre 2014,

– vista la relazione del coordinatore antiterrorismo dell’UE destinata al Consiglio europeo del 24 novembre 2014 (15799/14),

– visto il programma di lavoro della Commissione per il 2015 pubblicato il 16 dicembre 2014 (COM(2014)0910),

– vista la comunicazione della Commissione del 15 gennaio 2014 dal titolo «Prevenire la radicalizzazione che porta al terrorismo e all’estremismo violento: rafforzare la risposta dell’UE» (COM(2013)0941),

– visto il parere del Gruppo dell’articolo 29 per la tutela dei dati, sull’applicazione dei principi di necessità e proporzionalità e la protezione dei dati nell’azione di contrasto (parere 01/2014),

– visti la sentenza della Corte di giustizia dell’8 aprile 2014 nelle cause riunite C-293/12 e C-594/12, Digital Rights Ireland ltd e Seitlinger e a ., e il parere del Servizio giuridico del Parlamento sull’interpretazione della sentenza,

– visto l’articolo 123, paragrafi 2 e 4, del suo regolamento,

A. considerando che il radicalismo terrorismo e l’estremismo violento sono tra le principali minacce alla nostra sicurezza e alla nostra libertà;

B. considerando che i recenti tragici eventi di Parigi hanno ricordato che l’Unione europea sta affrontando una minaccia terroristica costante e in continua evoluzione che, nello scorso decennio, ha colpito gravemente vari suoi Stati membri con attacchi mirati non solo alle persone, ma anche ai valori e alle libertà sulle quali si fonda l’Unione;

C. considerando che la sicurezza è uno dei diritti garantiti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE, ma che i diritti fondamentali, le libertà civili e la proporzionalità costituiscono elementi essenziali per il successo delle politiche antiterrorismo;

D. considerando che le strategie preventive di lotta al terrorismo dovrebbero affidarsi ad un approccio poliedrico volto a contrastare direttamente la preparazione di attacchi sul territorio UE, ma anche ad integrare la necessità di affrontare le cause alla radice del terrorismo; che il terrorismo è una minaccia globale che deve essere affrontata a livello locale, nazionale, europeo e mondiale, nell’ottica di rafforzare la sicurezza dei nostri cittadini, difendere i valori fondamentali della libertà, della democrazia e dei diritti umani e far rispettare il diritto internazionale;

E. considerando che diversi gravi attacchi terroristici avvenuti sul territorio dell’Unione dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, i più recenti dei quali risalgono a gennaio di quest’anno, hanno avuto un impatto notevole sul senso di sicurezza tra i cittadini e i residenti dell’UE; che negli ultimi anni la situazione della sicurezza in Europa è cambiata radicalmente a causa di nuovi conflitti e sconvolgimenti nell’immediato vicinato dell’UE, del rapido sviluppo di nuove tecnologie e della crescente e allarmante radicalizzazione che sfocia nella violenza e nel terrorismo, sia all’interno dell’UE sia nei paesi limitrofi;

F. considerando che la diffusione della propaganda terroristica è facilitata dall’uso di Internet e dei social media; che il ciberterrorismo permette ai gruppi terroristici di tessere e intrattenere legami senza l’ostacolo fisico delle frontiere, riducendo pertanto l’esigenza di disporre di basi o rifugi nei vari paesi;

G. considerando che l’UE si trova dinanzi alla grave e crescente minaccia costituita dai cosiddetti «combattenti stranieri dell’UE», ossia singoli individui che si spostano in uno Stato diverso da quello di residenza o cittadinanza al fine di perpetrare o preparare atti terroristici o per impartire o ricevere addestramento terroristico, anche in connessione a conflitti armati; che, secondo le stime, tra i 3 500 e i 5 000 cittadini dell’UE hanno lasciato le proprie case per diventare «combattenti stranieri» a seguito dello scoppio della guerra e della violenza in Siria, Iraq e Libia, il che costituisce una gravissima minaccia per la sicurezza dei cittadini dell’Unione;

1. condanna con la massima fermezza le atrocità commesse a Parigi ed esprime nuovamente il suo profondo cordoglio alla popolazione francese e alle famiglie delle vittime, ribadendo la sua unità nella lotta mondiale contro il terrorismo e l’attentato ai nostri valori e alle nostre libertà democratiche;

2. condanna con forza e in modo categorico tutti gli atti terroristici, la promozione del terrorismo, la celebrazione di coloro che sono coinvolti in atti di terrorismo e il sostegno alle ideologie violente estremiste, ovunque abbiano luogo o siano promossi nel mondo; sottolinea che non vi è libertà senza sicurezza e non vi è sicurezza senza libertà;

3. osserva con preoccupazione il numero in rapida crescita di cittadini dell’UE che si recano in aree di conflitto per unirsi a organizzazioni terroristiche e successivamente tornano nel territorio dell’UE, con conseguenti rischi per la sicurezza interna dell’Unione e la vita dei suoi cittadini; chiede alla Commissione di proporre una definizione, armonizzata chiara e comune, di «combattenti stranieri dell’UE» allo scopo di accrescere la certezza giuridica;

4. evidenzia la necessità di misure maggiormente specifiche volte ad affrontare il problema dei cittadini dell’Unione che partono per andare a combattere al fianco di organizzazioni terroristiche all’estero; afferma che, sebbene in alcuni casi sia possibile avviare procedimenti giudiziari, è opportuno applicare altre misure per prevenire la radicalizzazione che sfocia in estremismo violento, interrompere il viaggio dei combattenti europei e di altre nazionalità e occuparsi di quelli che ritornano; invita gli Stati membri e la Commissione a elaborare migliori prassi sulla base di quelle degli Stati membri che hanno adottato strategie, piani d’azione e programmi efficaci in tale ambito;

Combattere le cause alla radice del terrorismo e la radicalizzazione che porta all’estremismo violento

5. sottolinea che per far fronte alla minaccia costituita dal terrorismo in generale occorre una strategia antiterrorismo basata su un approccio articolato in vari livelli, che affronti in modo esauriente i fattori alla base della radicalizzazione che porta all’estremismo violento, ad esempio dando impulso alla coesione sociale, all’inclusione e alla tolleranza politica e religiosa, impedendo la ghettizzazione, analizzando e controbilanciando l’istigazione online a compiere atti terroristici, contrastando gli espatri mirati all’adesione a organizzazioni terroristiche, prevenendo e bloccando il reclutamento e la partecipazione a conflitti armati, smantellando il sostegno finanziario alle organizzazioni terroristiche e agli individui che intendono aderirvi, assicurando una risoluta azione giudiziaria, ove del caso, e mettendo a disposizione delle autorità preposte all’applicazione della legge strumenti appropriati affinché assolvano ai loro compiti nel pieno rispetto dei diritti fondamentali;

6. invita gli Stati membri a investire in sistemi che affrontino le cause alla radice della radicalizzazione, prevedendo anche programmi educativi che promuovano l’integrazione, l’inclusione sociale, il dialogo, la partecipazione, l’uguaglianza, la tolleranza e la comprensione tra diverse culture e religioni, nonché programmi di riabilitazione;

7. mette in evidenza con profonda preoccupazione il fenomeno della radicalizzazione nelle carceri e invita gli Stati membri a procedere ad uno scambio delle migliori prassi in materia; chiede di riservare particolare attenzione alle condizioni carcerarie e di detenzione, con misure mirate volte a contrastare la radicalizzazione in questo contesto; invita gli Stati membri a impegnarsi maggiormente al fine di migliorare i sistemi amministrativi carcerari, in modo da facilitare l’individuazione dei detenuti coinvolti nella preparazione di atti terroristici, monitorare e prevenire i processi di radicalizzazione e impostare programmi specifici di disimpegno, riabilitazione e deradicalizzazione;

8. sottolinea l’urgente necessità di intensificare la prevenzione della radicalizzazione e di promuovere programmi di deradicalizzazione coinvolgendo le comunità e la società civile a livello nazionale e locale e potenziandone le capacità onde porre fine alla diffusione di ideologie estremiste; invita la Commissione a rafforzare la Rete di sensibilizzazione al problema della radicalizzazione (RAN), che riunisce tutti gli attori coinvolti nello sviluppo di campagne contro la radicalizzazione e nella creazione di strutture e processi di deradicalizzazione per i «combattenti stranieri» che rientrano nel paese di origine, e a sfidare direttamente le ideologie estremiste fornendo alternative positive;

9. sostiene l’adozione di una strategia europea volta a contrastare la propaganda terroristica, le reti radicali e il reclutamento online, che sviluppi gli sforzi già in atto e le iniziative già adottate su base intergovernativa e volontaria, al fine di garantire ulteriori scambi delle migliori prassi e metodi efficaci in tale settore;

10. chiede l’adozione di una raccomandazione del Consiglio riguardante le strategie nazionali per la prevenzione della radicalizzazione, che affronti l’ampia gamma di fattori alla base della radicalizzazione e rivolga raccomandazioni agli Stati membri per l’istituzione di programmi di disimpegno, riabilitazione e deradicalizzazione;

Attuazione e riesame delle misure di applicazione della legge esistenti

11. invita gli Stati membri a sfruttare in modo ottimale le piattaforme, le banche dati e i sistemi di allerta esistenti a livello europeo, come il sistema di informazione di Schengen (SIS) e il sistema di informazione anticipata sui passeggeri (APIS);

12. sottolinea che la libera circolazione nello spazio Schengen costituisce una delle libertà fondamentali dell’Unione europea ed esclude quindi di prendere in considerazione proposte volte a sospendere il sistema Schengen, incoraggiando invece gli Stati membri a rendere più severe le regole vigenti, che già prevedono la possibilità di introdurre temporaneamente controlli dei documenti, e ad applicare meglio il sistema SIS II; rileva che è già possibile effettuare alcuni controlli mirati sulle persone che attraversano le frontiere esterne;

13. si impegna ad adoperarsi per la finalizzazione di una direttiva PNR dell’UE entro la fine dell’anno; esorta pertanto la Commissione a illustrare le conseguenze della sentenza della Corte di giustizia dell’UE sulla direttiva in materia di conservazione dei dati(5) e le sue possibili ripercussioni sulla direttiva PNR dell’UE; incoraggia il Consiglio a far avanzare i lavori sul pacchetto relativo alla protezione dei dati affinché i triloghi sullo stesso e sulla direttiva PNR dell’UE possano eventualmente svolgersi in parallelo; sollecita la Commissione a invitare esperti indipendenti facenti capo alle comunità dell’applicazione della legge, della sicurezza e dell’intelligence come pure rappresentanti del gruppo dell’articolo 29 a fornire opinioni e orientamenti, alla luce delle esigenze in materia di sicurezza, sulla necessità e la proporzionalità del PNR;

14. chiede alla Commissione di procedere a un’immediata valutazione degli attuali strumenti, da ripetere quindi su base periodica, e di condurre un corrispondente esame delle lacune ancora esistenti nella lotta contro il terrorismo, mentre il Consiglio è chiamato a valutare regolarmente le minacce cui è confrontata l’Unione onde consentire all’UE e agli Stati membri di adottare misure efficaci; invita la Commissione e il Consiglio a promuovere una nuova tabella di marcia per la lotta al terrorismo che fornisca un’efficace risposta alle attuali minacce e assicuri un’effettiva sicurezza per tutti, garantendo nel contempo i diritti e le libertà che costituiscono i principi fondanti dell’Unione europea;

15. sottolinea che un aspetto essenziale della lotta contro il terrorismo deve consistere nell’introduzione di politiche volte a proteggere e sostenere le vittime e le loro famiglie; invita pertanto tutti gli Stati membri ad attuare correttamente la direttiva 2012/29/UE del 25 ottobre 2012 che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato;

16. ritiene che combattere il traffico di armi da fuoco dovrebbe essere una priorità dell’UE nella lotta alla criminalità organizzata internazionale e alle forme gravi di criminalità internazionale; reputa in particolare che occorra rafforzare ulteriormente la cooperazione per quanto concerne i meccanismi per lo scambio di informazioni come pure la tracciabilità delle armi proibite e la loro distruzione; invita la Commissione a valutare con urgenza le norme dell’UE vigenti in materia di circolazione di armi da fuoco illegali, ordigni esplosivi e traffico di armi collegato alla criminalità organizzata;

17. si compiace dell’imminente adozione a livello europeo di un quadro giuridico aggiornato in materia di lotta al riciclaggio di denaro, quale passo decisivo che dovrà essere attuato a tutti i livelli per garantirne l’efficacia e contrastare così una fonte significativa di finanziamento delle organizzazioni terroristiche;

18. invita gli Stati membri a intensificare la loro cooperazione giudiziaria sulla base degli strumenti dell’UE disponibili, come ECRIS, il mandato d’arresto europeo e l’ordine europeo di indagine penale;

Sicurezza interna dell’UE e capacità di applicazione della legge dell’UE e delle agenzie

19. invita gli Stati membri a prevenire la circolazione di sospettati terroristi rafforzando i controlli alle frontiere esterne, procedendo a controlli più sistematici ed efficaci dei documenti di viaggio, contrastando il traffico illegale di armi e l’uso fraudolento dell’identità nonché individuando i settori a rischio;

20. rileva con preoccupazione l’uso crescente di Internet e della tecnologia delle comunicazioni da parte di organizzazioni terroristiche per comunicare, pianificare attacchi e diffondere propaganda; chiede che le imprese operanti nel campo di Internet e dei social media cooperino con i governi, le autorità preposte all’applicazione della legge e la società civile per combattere tale fenomeno, garantendo nel contempo il rispetto in ogni circostanza dei principi generali della libertà di espressione e della tutela della vita privata; sottolinea che le misure volte a limitare l’utilizzo e la diffusione di dati su Internet a fini di antiterrorismo devono essere necessarie e proporzionate;

21. ribadisce che tutte le attività di raccolta e condivisione dei dati, anche ad opera di agenzie dell’UE come Europol, dovrebbero essere svolte nel rispetto del diritto dell’UE e nazionale ed essere basate su un quadro coerente in materia di protezione dei dati, che preveda norme di protezione dei dati personali giuridicamente vincolanti a livello di Unione europea;

22. sollecita con forza un migliore scambio di informazioni tra le autorità nazionali preposte all’applicazione della legge e le agenzie dell’UE; sottolinea inoltre l’esigenza di migliorare, intensificare e accelerare la condivisione globale delle informazioni nell’ambito dell’applicazione della legge; chiede una cooperazione operativa più efficace tra gli Stati membri e i paesi terzi attraverso il maggiore l’utilizzo dei validi strumenti esistenti, come le squadre investigative comuni, il programma di controllo delle transazioni finanziarie dei terroristi e accordi sui dati del codice di prenotazione (PNR), nonché una condivisione più rapida ed efficiente di dati e informazioni pertinenti, con garanzie appropriate in materia di protezione dei dati e della vita privata;

23. invita la Commissione e il Consiglio a svolgere una valutazione d’insieme delle misure antiterrorismo dell’UE e delle misure correlate, in particolare per quanto riguarda la loro attuazione nella legge e nella pratica negli Stati membri e la misura in cui gli Stati membri cooperano con le agenzie dell’Unione in materia, segnatamente con Europol ed Eurojust, nonché ad effettuare una corrispondente valutazione delle lacune che permangono ricorrendo alla procedura di cui all’articolo 70 TFUE e a includere tale processo di valutazione insieme al nel quadro dell’Agenda europea sulla sicurezza;

24. sottolinea la necessità che le agenzie europee e le autorità nazionali preposte all’applicazione della legge lottino contro le principali fonti di finanziamento delle organizzazioni terroristiche, tra cui riciclaggio di denaro, tratta di esseri umani e commercio illegale di armi; sollecita al riguardo la piena attuazione della legislazione dell’UE in materia, onde pervenire a un approccio coordinato su scala dell’UE; osserva che solo il 50% delle informazioni riguardanti il terrorismo e la criminalità organizzata sono fornite dagli Stati membri a Europol ed Eurojust;

25. invita gli Stati membri a utilizzare meglio le capacità uniche offerte da Europol, garantendo che le loro unità nazionali forniscano a Europol le informazioni pertinenti in maniera più sistematica e regolare; sostiene inoltre la creazione di una piattaforma europea antiterrorismo all’interno di Europol, così da ottimizzare le sue capacità operative, tecniche e di scambio di intelligence;

26. sottolinea la necessità di rafforzare l’efficacia e il coordinamento della risposta della giustizia penale attraverso Eurojust, di armonizzare in tutta l’UE la qualificazione penale dei reati connessi ai combattenti stranieri per creare un quadro giuridico e di facilitare la cooperazione transfrontaliera, onde evitare lacune dell’azione penale e far fronte alle difficoltà pratiche e giuridiche nella raccolta e ammissibilità delle prove nei casi di terrorismo, aggiornando la decisione quadro 2008/919/GAI;

27. chiede un solido controllo democratico e giudiziario delle politiche antiterrorismo e dell’attività di intelligence all’interno dell’UE, assicurando il pieno controllo democratico indipendente, e insiste sul fatto che la cooperazione nell’ambito della sicurezza dovrebbe essere rigorosamente conforme al diritto internazionale;

Adozione di una strategia esterna dell’UE per la lotta al terrorismo internazionale

28. chiede che l’UE promuova in modo più attivo un partenariato globale contro il terrorismo e cooperi strettamente con interlocutori regionali come l’Unione africana, il Consiglio di cooperazione del Golfo e la Lega araba, e segnatamente con i paesi che confinano con la Siria e l’Iraq e con quelli che risentono maggiormente delle conseguenze del conflitto come Giordania, Libano e Turchia, nonché con le Nazioni Unite e in particolare con il suo comitato antiterrorismo; chiede al riguardo un dialogo più intenso tra gli esperti nei settori dello sviluppo e della sicurezza dell’UE e di tali paesi;

29. sottolinea in particolare la necessità che l’Unione europea, i suoi Stati membri e i paesi partner fondino la propria strategia di lotta contro il terrorismo internazionale sul rispetto dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali; sottolinea inoltre che le azioni esterne dell’Unione per combattere il terrorismo internazionale dovrebbero essere innanzitutto finalizzate a prevenire, contrastare e perseguire il terrorismo;

30. invita il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) ad adottare una strategia esterna dell’UE per la lotta contro il terrorismo internazionale, al fine di affrontare le cause di tale fenomeno e integrare l’antiterrorismo; sollecita la Commissione e il SEAE a sviluppare una strategia di cooperazione antiterrorismo con i paesi terzi, garantendo nel contempo che siano rispettate le norme internazionali in materia di diritti umani;

31. esorta l’Unione europea a rivedere la propria strategia per il Mediterraneo meridionale nel quadro del riesame della politica europea di vicinato attualmente in corso e ad adoperarsi per sostenere i paesi e gli attori realmente impegnati a favore di valori condivisi e del processo di riforma;

32. sottolinea la necessità di porre l’accento sulla prevenzione e sul contrasto della radicalizzazione nei piani d’azione e nei dialoghi politici tra l’UE e i paesi partner, tra l’altro rafforzando la cooperazione internazionale, ricorrendo ai programmi e alle capacità esistenti e cooperando con gli attori della società civile nei paesi interessati per combattere la propaganda terroristica e radicale attraverso Internet e altri mezzi di comunicazione;

33. sottolinea che una strategia globale dell’UE in materia di misure antiterrorismo deve avvalersi pienamente anche della politica estera e della politica di sviluppo dell’Unione, al fine di lottare contro la povertà, la discriminazione e l’emarginazione, di combattere la corruzione e promuovere la buona governance nonché di prevenire e risolvere i conflitti, poiché tutti questi problemi contribuiscono all’emarginazione di alcuni gruppi e settori della società rendendoli più vulnerabili alla propaganda dei gruppi estremisti;

34. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio e alla Commissione nonché ai parlamenti degli Stati membri.

 

Relazione del Senato USA sul ricorso alla tortura da parte della CIA: proposta di risoluzione comune

Il Parlamento ha adottato lo scorso 11 febbraio 2015 la proposta di risoluzione comune sulla relazione del Senato USA sul ricorso alla tortura da parte della CIA con 363 voti a favore, 290 contro e 48 astensioni.

Ho co-firmato e votato a favore di questa importante risoluzione che riconosce, fra l’altro, la sentenza del tribunale italiano che ha condannato in contumacia 26 cittadini americani (tra cui un ufficiale dell’Aeronautica e 25 della Cia – 5 erano diplomatici cui è stata negata qualsiasi immunità), e due agenti italiani per il loro coinvolgimento, nel 2003, nel sequestro dell’imam di Milano, Abu Omar, grazie alle indagini condotte dai procuratori aggiunti Armando Spataro e Ferdinando Enrico Pomarici.

La risoluzione, inoltre, incarica la commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE), in associazione con la commissione per gli affari esteri (AFET) e, in particolare, la sottocommissione per i diritti dell’uomo (DROI), di riprendere l’indagine sui “presunti casi di trasporto e detenzione illegale di prigionieri in paesi europei da parte della CIA” e di riferire in merito all’Aula del Parlamento entro un anno (Paragrafo 8 della Risoluzione).

La risoluzione, inoltre, incarica la commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE), in associazione con la commissione per gli affari esteri (AFET) e, in particolare, la sottocommissione per i diritti dell’uomo (DROI), di riprendere l’indagine sui “presunti casi di trasporto e detenzione illegale di prigionieri in paesi europei da parte della CIA” e di riferire in merito all’Aula del Parlamento entro un anno (Paragrafo 8 della Risoluzione).

Ecco il testo della risoluzione comune:

Il Parlamento europeo,

–  visto il trattato sull’Unione europea (TUE), in particolare gli articoli 2, 3, 4, 6, 7 e 21,

– vista la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, in particolare gli articoli 1, 2, 3, 4, 18 e 19,

– vista la Convenzione europea sui diritti dell’uomo e i relativi protocolli,

– visti i pertinenti strumenti delle Nazioni Unite in materia di diritti umani, in particolare il patto internazionale relativo ai diritti civili e politici del 16 dicembre 1966, la convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti del 10 dicembre 1984 e i relativi protocolli nonché la convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate del 20 dicembre 2006,

– viste le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo nelle cause al-Nashiri contro Polonia, Abu Zubaydah contro Lituania, Husayn (Abu Zubaydah) contro Polonia, El-Masri contro ex Repubblica jugoslava di Macedonia, Nasr e Ghali contro Italia, e al-Nashiri contro Romania,

– vista la sentenza del tribunale italiano che ha condannato in contumacia 22 agenti della CIA, un pilota dell’aeronautica e due agenti italiani per il loro coinvolgimento, nel 2003, nel sequestro dell’imam di Milano, Abu Omar,

– vista la sua risoluzione del 6 luglio 2006 sul presunto utilizzo di paesi europei da parte della CIA per il trasporto e la detenzione illegali di persone, adottata in una fase intermedia dei lavori della commissione temporanea(1),

– vista la sua risoluzione del 14 febbraio 2007 sul presunto uso dei paesi europei da parte della CIA per il trasporto e la detenzione illegali di prigionieri(2),

– vista la sua risoluzione dell’11 settembre 2012 sui presunti casi di trasporto e detenzione illegale di prigionieri in paesi europei da parte della CIA: seguito della relazione della commissione TDIP del Parlamento europeo(3),

– vista la sua risoluzione del 10 ottobre 2013 sui presunti casi di trasporto e detenzione illegale di prigionieri in paesi europei da parte della CIA(4),

– visto lo studio della commissione ad hoc del Senato degli Stati Uniti per i servizi segreti sul programma di detenzione e interrogatori della CIA e il suo ricorso a varie forme di tortura sui detenuti tra il 2001 e il 2006,

– viste le sue risoluzioni su Guantánamo, compresa la più recente, del 23 maggio 2013, su Guantánamo: sciopero della fame dei prigionieri(5),

– viste le conclusioni del Consiglio sui diritti fondamentali e lo Stato di diritto e sulla relazione della Commissione del 2013 sull’applicazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (Lussemburgo, 5 e 6 giugno 2014),

– vista la sua risoluzione del 27 febbraio 2014 sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione europea (2012)(6),

– vista la comunicazione della Commissione, del 19 marzo 2014, intitolata “Un nuovo quadro dell’UE per rafforzare lo Stato di diritto” (COM(2014)0158),

– vista la relazione della Commissione, del 3 febbraio 2014, intitolata “Relazione dell’Unione sulla lotta alla corruzione” (COM(2014)0038),

– vista la sua risoluzione del 12 marzo 2014 sul programma di sorveglianza dell’Agenzia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, sugli organi di sorveglianza in diversi Stati membri e sul loro impatto sui diritti fondamentali dei cittadini dell’UE, e sulla cooperazione transatlantica nel campo della giustizia e degli affari interni(7),

– vista la direttiva 2012/29/UE, del 25 ottobre 2012, che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato e che sostituisce la decisione quadro 2001/220/GAI del Consiglio,

– visto l’articolo 123, paragrafo 2, del suo regolamento,

A. considerando che il rispetto dei diritti fondamentali e dello Stato di diritto è un elemento essenziale di politiche antiterrorismo efficaci;

B. considerando che il Parlamento ha ripetutamente condannato il programma di detenzioni segrete e consegne straordinarie della CIA, che ha comportato molteplici violazioni dei diritti umani, compresi l’uso della tortura e di altri trattamenti disumani o degradanti, sequestri, detenzioni segrete, detenzioni senza processo, nonché violazioni del principio di non respingimento;

C. considerando che, nonostante la loro peculiare natura, le politiche di sicurezza nazionale e antiterrorismo non sono esenti dal principio di responsabilità e che le violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani non possono restare impunite;

D. considerando che l’assunzione di responsabilità in relazione alle consegne straordinarie, ai sequestri, alle detenzioni segrete illegali e alla tortura è essenziale per proteggere e promuovere efficacemente i diritti umani nelle politiche interne ed esterne dell’UE e assicurare politiche di sicurezza legittime ed efficaci fondate sullo Stato di diritto;

E. considerando che il Parlamento ha più volte ribadito la necessità di indagini a tutto campo sulla collaborazione degli Stati membri al programma di detenzioni segrete e consegne straordinarie della CIA;

E. considerando che il precedente Parlamento, nella sua risoluzione del 10 ottobre 2013(8), invita l’attuale Parlamento a proseguire nell’adempimento ed esecuzione del mandato conferitogli dalla commissione temporanea sul presunto utilizzo dei paesi europei da parte della CIA per il trasporto e la detenzione illegale di prigionieri e, di conseguenza, ad assicurare che sia dato seguito alle sue raccomandazioni, a esaminare i nuovi elementi che possono emergere, nonché a utilizzare appieno e sviluppare ulteriormente i propri diritti d’inchiesta;

G. considerando che la relazione della commissione ad hoc del Senato degli Stati Uniti per i servizi segreti rivela nuovi fatti che rafforzano le accuse secondo cui alcuni Stati membri dell’UE, le loro autorità, nonché funzionari e agenti dei loro servizi di sicurezza e intelligence sarebbero stati complici nel programma di detenzioni segrete e consegne straordinarie della CIA, talvolta mediante pratiche di corruzione basate sull’offerta di ingenti somme di denaro da parte della CIA in cambio della loro collaborazione;

H. considerando che la relazione della commissione ad hoc del Senato degli Stati Uniti per i servizi segreti confuta le dichiarazioni della CIA secondo cui grazie alla tortura sarebbero state rivelate informazioni che non sarebbe stato possibile ottenere mediante tecniche di interrogatorio tradizionali e non violente;

I. considerando che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama si era impegnato a chiudere entro gennaio 2010 Guantánamo Bay, una struttura nella quale sono detenute 122 persone che non sono state formalmente accusate dinanzi a un tribunale penale, inclusi 54 detenuti che hanno ufficialmente ottenuto l’autorizzazione al rilascio;

1. si compiace della decisione della commissione ad hoc del Senato degli Stati Uniti per i servizi segreti di pubblicare una sintesi della sua relazione sul programma di detenzioni e interrogatori della CIA; incoraggia la pubblicazione integrale della relazione, senza eccessive e inutili revisioni;

2. esprime il suo orrore e la sua ferma condanna per le raccapriccianti pratiche di interrogatorio che hanno caratterizzato tali operazioni antiterroristiche illegali; sottolinea la conclusione fondamentale del Senato degli Stati Uniti, secondo cui i metodi violenti applicati dalla CIA non hanno permesso di ottenere le informazioni necessarie a prevenire nuovi attacchi terroristici; ribadisce la sua condanna assoluta della tortura;

3. ritiene che il clima di impunità concernente il programma della CIA abbia favorito il protrarsi delle violazioni dei diritti fondamentali, come evidenziato anche dai programmi di sorveglianza di massa dell’Agenzia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e dai servizi segreti di vari Stati membri dell’UE;

4. invita gli Stati Uniti a indagare sulle molteplici violazioni dei diritti umani causate dai programmi di consegne straordinarie e detenzioni segrete della CIA e a perseguirne gli autori, nonché a cooperare con tutte le richieste degli Stati membri dell’UE in materia di informazione, estradizione o mezzi di ricorso efficaci per le vittime in relazione al programma della CIA;

5. ribadisce il suo invito agli Stati membri affinché indaghino sulla presunta esistenza, sul loro territorio, di prigioni segrete che avrebbero ospitato detenuti nell’ambito del programma della CIA e affinché perseguano le persone coinvolte in tali operazioni, tenendo conto di tutti i nuovi elementi di prova emersi;

6. esprime preoccupazione in merito agli ostacoli posti alle indagini parlamentari e giudiziarie a livello nazionale relative al coinvolgimento di alcuni Stati membri nel programma della CIA, all’abuso del segreto di Stato e all’indebita classificazione di documenti, con la conseguente cessazione dei procedimenti penali e l’impunità di fatto dei responsabili delle violazioni dei diritti umani;

7. chiede l’adozione di una strategia interna dell’UE sui diritti fondamentali e invita la Commissione a proporre l’adozione di tale strategia e di un relativo piano d’azione;

8. incarica la commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, in associazione con la commissione per gli affari esteri e, in particolare, la sottocommissione per i diritti dell’uomo, di riprendere l’indagine sui “presunti casi di trasporto e detenzione illegale di prigionieri in paesi europei da parte della CIA” e di riferire in merito all’Aula entro un anno:

– dando seguito alle raccomandazioni formulate nella sua risoluzione dell’11 settembre 2012 sui presunti casi di trasporto e detenzione illegale di prigionieri in paesi europei da parte della CIA: seguito della relazione della commissione TDIP del Parlamento europeo(9),

– facilitando e sostenendo l’assistenza giuridica e la cooperazione giudiziaria reciproche nel rispetto dei diritti umani tra le autorità responsabili delle indagini nonché la cooperazione tra gli avvocati coinvolti nella determinazione delle responsabilità negli Stati membri;

– organizzando un’audizione alla quale partecipino i parlamenti nazionali e i professionisti per fare un bilancio di tutte le inchieste parlamentari e giudiziarie passate e in corso;

– organizzando una missione d’inchiesta parlamentare che coinvolga tutti i gruppi politici interessati degli Stati membri dell’UE che presumibilmente ospitavano siti di detenzione segreta;

– raccogliendo tutte le informazioni e gli elementi di prova pertinenti su possibili tangenti o altri atti di corruzione in relazione al programma della CIA;

9. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio e alla Commissione nonché ai governi e ai parlamenti degli Stati membri.

 

MEPs urge European leaders to secure the future of Greece

di sabato, febbraio 14, 2015 0 , , Permalink

In a letter entitled “Greece, a new opportunity for Europe”, several Members of the European Parliament, from different Member States and different Political Groups (GUE/NGL, GREENS/EFA and S&D), urge European leaders to “secure the future of Greece within the European family, with full respect for democracy, social justice and solidarity.” The MEPs stress that “failing to do so will put the whole European project at risk.”

MEPs stated that “the Greek elections in January have opened up the possibility for change in Europe,” and they believe that “the cry for hope coming from the Greek people is the impetus we need for our continent to change course.”

The MEPs maintain that “EU institutions and national governments now face the failures of their response to the historically severe economic downturn in Greece, as well as in the development of economic policies that have widened inequalities and hampered the European project”. They “sincerely believe that solidarity should prevail and that we should make every effort to change the catastrophic course that has been set for Greece in recent years. If this is done effectively, then the whole of Europe will benefit.”

The signatories of this letter urge the European institutions and Member States to seize this opportunity and change course, learning from past mistakes.

The first signatories are (in alphabetical order):

Marina Albiol (GUE/NGL, ES)
Guillaume Balas (S&D, FR)
Sergio Cofferati (S&D, IT)
Pablo Iglesias (GUE/NGL, ES)
Eva Joly (Greens/EFA, FR)
Ska Keller (Greens/EFA, DE)
Edouard Martin (S&D, FR)
Marisa Matias (GUE/NGL, PT)
Liliana Rodrigues (S&D, PT)
Molly Scott Cato (Greens/EFA, UK)
Barbara Spinelli, (GUE/NGL, IT)
Marc Tarabella, (S&D, BE)
Ernest Urtasun (Greens/EFA, ES)

Mos Maiorum, in carcere 19mila migranti innocenti

Damiano Aliprandi, «Il Garantista», 13 febbraio 2015

Ora abbiamo i numeri. L’operazione Mos Maiorum è stata una terribile, e senza precedenti, maxi retata nei confronti degli immigrati. La vasta operazione poliziesca europea capitanata dall’Italia, avvenuta nelle due settimane dell’ottobre scorso, ha provocato ben 19000 arresti.

La maggior parte degli arrestati sono immigrati clandestini che non hanno commesso nessun reato. A denunciarlo è stata l’associazione umanitaria londinese Statewatch. Secondo l’associazione, che ha messo a confronto i report finali delle ultime operazioni, il numero dei fermati è raddoppiato rispetto alla precedente operazione Perkunas (10.459 fermi in due settimane), e addirittura quadruplicato in confronto all’operazione del 2012, Aphrodite (5.298 fermi in due settimane).

Proprio nel report finale dell’operazione Mos Maiorum, redatto dal Consiglio d’Europa, si evidenzia che «i cittadini siriani sono stati quelli maggiormente identificati (5088 persone), seguiti da afghani (1466 persone), serbi (in particolare kosovari, 1196) ed eritrei».

Poco più di 11mila le richieste di protezione internazionale presentate dopo l’intercettazione dagli stranieri controllati. Il report non esplicita invece, esattamente come i documenti relativi alle precedenti operazioni, il numero degli agenti coinvolti. Piuttosto, sottolinea che «per motivi sconosciuti Mos Maiorum ha catturato l’attenzione dei mass media, che hanno etichettato l’operazione come un’azione finalizzata all’arresto dei migranti, nonostante gli obiettivi fossero l’individuazione di reti criminali coinvolte nel favoreggiamento dell’immigrazione irregolare e il monitoraggio dei percorsi usati dai trafficanti.  Un obiettivo raggiunto, visto che sono stati fermati 257 trafficanti», si legge sempre nel report.

Il dato parla da solo: sui 19000 arrestati, chi ha commesso reati sono solo 257. Del resto, lo stessoStatewatch sottolinea che nel documento di avvio dell’operazione di polizia uno degli obiettivi dichiarati era proprio «arrestare i migranti irregolari». Inoltre, un’altra critica mossa dai media all’avvio di Mos Maiorum  riguardava il rischio di incorrere in quello che in inglese viene definito racial profiling, di fatto una schedatura su base etnica.

Un rischio che almeno sulla carta si era cercato di evitare: con l’avvio dell’operazione si raccomandava agli Stati partecipanti – tutti i membri dell’Unione Europea, ad eccezione di Croazia, Grecia e Irlanda – di «portare avanti le attività nel pieno rispetto della dignità umana, mantenendo i più alti standard di professionalità e rispetto dei diritti umani, evitando ogni trattamento discriminatorio e avendo cura dei bisogni speciali dei gruppi vulnerabili».

Raccomandazioni che, stando a quanto riportato da Statewatch, non sembrano essere particolarmente servite: riprendendo alcune delle segnalazioni raccolte tramite la campagna Map Mos Maiorum, l’associazione evidenzia che nelle operazioni di controllo e fermo ci sarebbe stata una forte presenza, da parte delle forze dell’ordine, di comportamenti discriminatori e stigmatizzanti.

Un gruppo di europarlamentari, tra cui l’italiana Barbara Spinelli, ha scritto una lettera aperta criticando«lo scaricamento di responsabilità messo in atto dal Consiglio d’Europa»: alle richieste di chiarimento su Mos Maiorum, il Consiglio avrebbe risposto che l’operazione è stata condotta sotto la responsabilità del governo italiano. In realtà, come ricordato dagli europarlamentari, l’operazione di polizia europea fu lanciata a ottobre dalla presidenza italiana, allora a capo del semestre di presidenza del Consiglio d’Europa, e l’operazione Mos Maiorum fu concordata durante la definizione del programma di lavoro del Consiglio.

Infine, come sottolineato anche da Asgi – che definì l’operazione «un’azione miope e disumana» – secondo quanto contenuto nella proposta trapelata lo scorso 10 luglio gli Stati membri dovevano confermare la propria partecipazione anche al Segretariato generale del Consiglio: un aspetto che conferma il coinvolgimento dell’istituzione europea in questa operazione.

Ricordiamo che sempre la Spinelli della Sinistra unitaria europea, aveva denunciato in particolare che Mos Maiorum si trattava di un’operazione in cui vengono “profilati” gli immigrati irregolari procedendo alla loro identificazione «con l’autorizzazione anche a usare la violenza se necessario», secondo documenti della polizia di cui l’europarlamentare ha detto di essere in possesso. «È difficile non chiamarla per quello che è, una retata». E la denuncia dell’associazione Statewatch lo ha confermato: si è trattato di una vera e propria retata.

Ricordiamo che dopo questa operazione, a novembre si è dato il via ad una nuova missione europea, sempre sotto la guida italiana, con effetti disastrosi. Si chiama ”Triton”, altro nome calssicheggiante per dare vita al controllo delle frontiere e la lotta all’immigrazione irregolare. L’operazione Triton, attualmente operativa, è ben spiegata da un documento visionabile dove delinea ”Triton” come un rinforzo di Hermes,dispositivo lanciato il 1 marzo 2014 finalizzato a controllare e combattere l’immigrazione irregolare proveniente da Algeria, Egitto,Grecia, Libia e Tunisia. Nel concreto, il “rinforzo” è costituito da due aerei, un elicottero, due motonavi, due imbarcazioni leggere, sette team di esperti dell’agenzia europea, per un totale di 2.300.000 euro al mese. A

La preoccupazione espressa da vari organismi umanitari, compresa Amnesty International, è quella della sostituzione di Mare Nostrum con l’operazione Triton. L’Europa non sembra dunque intenzionata a portare avanti «l’immenso lavoro fatto dall’Italia con l’operazione Mare Nostrum salvando migliaia di persone», come dichiarava la commissaria Ue Cecilia Malmstrom. Anzi: il documento dell’operazione Triton sottolinea come le navi dell’operazione Mare Nostrum abbiano potuto incoraggiare l’arrivo di migranti.

La soluzione? Secondo le linee guida del documento, consisterebbe nel limitare l’aria di intervento dell’Unione: i mezzi navali di Triton si fermeranno a 30 miglia dalle coste italiane, cioè oltre 100-140 miglia più a nord dell’attuale pattugliamento condotto da Mare Nostrum. Solo i mezzi aerei si spingeranno più a sud, potendo così fornire informazioni sulle barche eventualmente avvistate. A chi? Ai mezzi di Mare Nostrum che non ci sono più. Ed ecco spiegata la tragedia del mare che ha provocato oltre 300 morti. Non a caso numerose associazioni umanitarie evocano il ripristino dell’unica operazione europea positiva: quella del Mare Nostrum.

 

Greece, a new opportunity for Europe

di giovedì, febbraio 12, 2015 0 , , , , Permalink

Version française

The Greek elections in January have opened up the possibility of change in Europe. After years of oppressive austerity and a misguided economic policy that has undermined our political and social stability, we believe that the cry for hope coming from the Greek people is the impetus we need for our continent to change course.

In recent years Greece has suffered from being the weakest link of a failed chain of events that have brought the eurozone to the brink of disaster and expelled millions of Europeans from our common project. The clear indication from the Greek people that they wish to reject these failed policies is a wakeup call to Europe as a whole.

The social and humanitarian crisis facing our continent has no precedent in Europe: widespread poverty, rampant unemployment and massive budgetary cuts in the most essential public services. Greece has lost 25% of its gross domestic product, and today thousands of people cannot meet their most basic needs.

In this situation, Europe, its institutions and its Member States cannot continue to blindly hide behind the program of the memorandum and the Troika, which failed in its actions and targets. Some voices in Europe try to convince us that Greece is the problem, but the true problems facing EU are unemployment, social inequality and debt. These are common European problems that demand a shared solution.

EU institutions and national governments face in Greece these days the failure of adequate answers to an historic severe economic downturn and the development of economic policies that have widened inequalities and hampered the European project.

This is why we sincerely believe that solidarity should prevail and that we should make every effort to change the catastrophic course that had been set for Greece in recent years. If this is done effectively then the whole of Europe will benefit.

Greece offers us the opportunity to put our citizens back at the core of the European project, reclaiming human dignity and placing it at the centre of our policies, as well as formulating responsible and timely solutions to the problems we are facing.

The threats made to the new Greek government in recent days are not acceptable; rather the EU institutions should respect the outcome of the latest elections and begin constructive negotiations with the new government.

Greece deserves some respite from the pressure on its public finance in order to respond to its humanitarian crisis, reduce its primary surplus target and restructure its massive debt. We urge governments and European institutions to reach an early agreement with the Greek government, allowing the country to meet its immediate financial needs and to have the time necessary to reach a new agreement.

In the crucial days to come, we urge European leaders to secure the future of Greece within the European family with full respect to democracy, social justice and solidarity. Failing to do so will put the whole European project at risk.

Greece offers a democratic and social opportunity to Europe. We urge the European institutions and Member States to seize this opportunity and to no longer persist in past mistakes.

First signatures:

Marina Albiol (GUE/NGL, ES)
Guillaume Balas (S&D, FR)
Sergio Cofferati (S&D, IT)
Pablo Iglesias (GUE/NGL, ES)
Eva Joly (Greens/EFA, FR)
Ska Keller (Greens/EFA, DE)
Edouard Martin (S&D, FR)
Marisa Matias (GUE/NGL, PT)
Liliana Rodrigues (S&D, PT)
Molly Scott Cato (Greens/EFA, UK)
Barbara Spinelli, (GUE/NGL, IT)
Marc Tarabella, (S&D, BE)
Ernest Urtasun (Greens/EFA, ES)


Grèce, une opportunité nouvelle pour l’Europe

Le résultat des élections grecques a ouvert la voie au changement en Europe. Après des années d’austérité inefficace et une politique économique qui n’a cessé d’aggraver la situation politique et sociale, nous considérons que les demandes exprimées par la Grèce peuvent aider le continent à changer le cours des choses.

Ces dernières années, la Grèce a fait l’objet de décisions inadaptées qui se sont traduites par une série d’échecs successifs retentissants. Ces politiques ont amené la zone euro au bord du gouffre et exclu plusieurs millions d’Européens de notre projet commun.

La crise sociale et humanitaire à laquelle est confronté notre continent est sans précédent en Europe: pauvreté qui explose, chômage endémique et coupes budgétaires massives dans les services publics de base. La Grèce a perdu plus de 25% de son Produit Intérieur Brut (PIB) et plusieurs milliers de personnes ne peuvent satisfaire à leurs besoins essentiels.

Dans ce contexte, l’Europe, ses institutions et ses Etats membres ne peuvent continuer à se cacher honteusement derrière le programme de la troïka qui s’est soldé par un échec et n’a atteint aucun de ses objectifs. Certaines voix en Europe essaient de nous faire croire que la Grèce serait le problème, alors que le chômage, les inégalités sociales et la question de la dette sont les vrais défis à relever pour l’Union européenne.

Les institutions européennes et les gouvernements nationaux sont actuellement confrontés au résultat de réponses inadéquates apportées à la crise économique la plus grave depuis celle de 1929. Or les politiques menées ont accru les inégalités et mis en danger le projet européen.

La Grèce lance un appel au sursaut à l’Europe entière.

C’est pourquoi nous estimons que la solidarité doit prévaloir et que tous les efforts doivent être entrepris pour parvenir à un accord avec le gouvernement Grec afin de mettre un terme aux errements qui ont conduit à la situation catastrophique du pays. Toute l’Europe profiterait de ce changement politique.

La Grèce est aujourd’hui notre chance de replacer les citoyens au cœur du projet européen en repositionnant la dignité humaine au centre de nos politiques tout en apportant des réponses concrètes et crédibles aux problèmes qui nous sont posés.

Les menaces proférées ces derniers jours à l’encontre du gouvernement Grec ne sont pas acceptables: les institutions européennes doivent respecter le résultat des dernières élections et entamer des négociations constructives avec le gouvernement nouvellement élu.

La Grèce doit pouvoir bénéficier d’un allègement de sa dette publique pour faire face à la crise humanitaire qui sévit actuellement, à travers une réduction des objectifs assignés en termes de surplus de son solde budgétaire primaire et une restructuration de sa dette. Nous appelons les gouvernements et les institutions européennes à s’engager en faveur d’un accord rapide avec le gouvernement Grec afin de permettre au pays d’assumer ses besoins financiers immédiats avant d’envisager dans un second temps les modalités d’un accord plus global.

Les jours à venir s’avéreront cruciaux, nous demandons aux dirigeants européens de garantir l’avenir de la Grèce au sein de la famille européenne en respectant pleinement la démocratie, la justice sociale et la solidarité. Nous n’avons pas le droit à l’échec: la survie du projet européen est en jeu.

La Grèce offre une opportunité démocratique et sociale à l’Europe. Nous appelons les responsables européens à saisir cettechanceen tournant définitivement le dos aux erreurs passées et à l’impasse de l’austérité.

Premières signatures:

Marina Albiol (GUE/NGL, ES)
Guillaume Balas (S&D, FR)
Sergio Cofferati (S&D, IT)
Pablo Iglesias (GUE/NGL, ES)
Eva Joly (Greens/Efa, FR)
Ska Keller (Greens/EFA, DE)
Marisa Matias (GUE/NGL, PT)
Edouard Martin, (S&D, FR)
Liliana Rodrigues (S&D, PT)
Molly Scott Cato (Greens/EFA, UK)
Barbara Spinelli, (GUE/NGL, IT)
Marc Tarabella, (S&D, BE)
Ernest Urtasun (Greens/EFA, ES)