Le Ong, Lord Jim e i soliti sospetti

Articolo pubblicato su «Il Fatto Quotidiano», 30 aprile 2017

La settimana scorsa ho partecipato a una missione di ricognizione della politica sui migranti, a Roma e in Sicilia, insieme ad altri deputati europeidella Commissione parlamentare per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Il 19 aprile, a Catania, ho incontrato il procuratore Carmelo Zuccaro, che rispondendo a una mia specifica domanda ha ripetuto le preoccupazioni già espresse il 22 marzo in un’audizione alla Camera, sull’attività di alcune Ong che fanno Ricerca e Salvataggio spingendosi se necessario nelle acque territoriali libiche. Preoccupazioni più prudenti erano apparse in dicembre in un rapporto dell’agenzia Frontex. Le Ong che il procuratore sospetta di collusione con i trafficanti sono sei: cinque di origine tedesca (Sos Méditerranée, Sea Watch Foundation, Sea-Eye, Lifeboat, Jugend Rettet), una spagnola (Proactiva Open Arms). Nell’audizione il procuratore ha escluso dai sospetti Medici senza frontiere e Save the Children.

Alcune premesse sono indispensabili.

– La prima riguarda il linguaggio. Quando affermo che le Ong intervengono “se necessario”, e che le operazioni includono la ricerca oltreché il salvataggio, è perché questo prescrive la legge. Soccorrere una barca a rischio naufragio è una necessità. E chi svolge tale compito deve non solo assistere la barca casualmente incrociata, ma anche mettersi in ascolto (cioè cercare) chiunque lanci Sos di soccorso, anche da lontano. I due termini sono accostati nella Convenzione Onu di Amburgo sulla Ricerca e il Soccorso in mare adottata nel 1979.

– Seconda premessa: quando incombe il naufragio non è possibile distinguere tra le motivazioni dei fuggitivi. A chi affonda non puoi chiedere se stia cercando un lavoro o se scappi da guerre o oppressioni. Non puoi salvare il richiedente asilo e lasciare affogare chi subodori non lo sia, e non solo perché non hai gli “strumenti” che facilitino la distinzione. Puoi lasciare affogare o no. La prima opzione viola la legge del mare.

– La terza premessa riguarda la Libia. C’è stata una guerra, cui l’Italia ha partecipato, che con la scusa di eliminare una dittatura ha creato violenze incontrollabili da qualsivoglia autorità interna. Risultato: esistono sufficienti prove che la Libia non è più solo un Paese di transito, ma un Paese da cui si evade in massa (penso agli ex immigrati del Bangladesh nel Paese di Gheddafi). Nei centri dove vengono rinchiusi e a volte uccisi, i fuggitivi vivono “in condizioni peggiori che nei campi di concentramento”, ha confermato a gennaio una lettera dell’ambasciatore tedesco in Niger al proprio ministero degli Esteri. Esiste poi una vasta rete di commercio di persone sequestrate, torturate, vendute come schiave, come denunciato il 9-10 aprile dall’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (Oim), legata all’Onu.

Non le Ong ma ancora una volta l’Onu, attraverso un rapporto del 13 dicembre 2016 dall’Alto commissariato per i diritti umani, ha dichiarato che la Libia non è un Paese sicuro. Conseguenza: le persone soccorse lungo le sue coste “non devono essere sbarcate” nella terra più vicina, in Libia.

A queste premesse ne aggiungo altre due, che valgono per qualsiasi Paese abusivamente chiamato sicuro (Eritrea, Sudan, Turchia);

– Chiunque fugga da uno Stato che non garantisce gli elementari diritti della persona ha diritto a ottenere protezione internazionale sulla base di un esame personale delle proprie richieste (Convenzione di Ginevra del 1951).

– La legge internazionale contempla sia il diritto per l’imbarcazione in difficoltà a lanciare un Sos di salvataggio, sia il dovere, per le navi che ricevono il messaggio, di attivarsi soccorrendo. Oggi la chiamata avviene con i telefoni satellitari, il che estende il perimetro della ricerca e del salvataggio. La Ricerca implica per forza l’uso di telefoni sempre accesi, perché l’Sos possa essere inteso in tempo utile.

Queste realtà sono così evidenti che Frontex stesso ha precisato di non aver parlato di “collusione” fra Ong e trafficanti. Ancora più chiara la messa a punto del vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans. Ai parlamentari europei, il 26 aprile a Bruxelles, ha detto: “Non c’è alcun tipo di prova che esista una collusione fra le Ong e le reti criminali di smuggler per aiutare i migranti a entrare in Europa”. Dubito che il procuratore Zuccaro abbia prove che l’Unione e Frontex non possiedono. Nell’incontro che ho avuto a Catania, lui stesso ha ammesso di non averle: “È il motivo per cui non abbiamo aperto un fascicolo”. È molto singolare che appena una settimana dopo, il 27 aprile su Rai3, torni sulla vicenda accusando alcune Ong non solo di intrattenere rapporti con i trafficanti ma anche di destabilizzare l’economia italiana. Sono d’accordo con quanto detto da Erri De Luca il 27 aprile: simili accuse non sono che “insinuazioni”, incompatibili con il mestiere di procuratore.

Fatte queste premesse, la conclusione mi pare chiara. Se è vero che la Libia non è un Paese sicuro (così come non lo sono Eritrea o Sudan, con cui Roma ha negoziato un accordo di rimpatrio di migranti lo scorso agosto), se è vero che i migranti rischiano torture, schiavizzazione e morte nei campi libici, lo smuggler non può essere l’esclusivo avversario da contrastare, tanto più che gli scafisti sono spesso scelti tra i migranti, minorenni compresi. A partire dal momento in cui esistono fughe da condizioni esistenziali invivibili, e mancano vie legali di fuga, gli smuggler sono inevitabili. Non a caso il loro nome muta nella storia. Gli smuggler che aiutarono a fuggire antifascisti, antinazisti ed ebrei erano evidentemente pagati. Non si chiamavano trafficanti ma passeur in francese, schlepper o Helfer (aiutanti) in tedesco. Lo stesso dicasi dei boat people in fuga dal Vietnam, nel 1978-79. Nessuno in Occidente se la prese con i trafficanti: si era in Guerra fredda e ai boat people venne offerto un santuario incondizionatamente.

Nessun profugo fugge senza soffrirne, e i più muoiono nei deserti prima di arrivare in Europa. Il loro è un esilio forzato. Come tutti noi, sono marionette di “grandi giochi” geopolitici ed economici che hanno militarmente devastato o desertificato le loro terre. Da questa realtà occorre partire. Ricordo anche che il soccorso in mare è sempre più equiparato a un atto sospettabile, nelle decisioni dell’Unione: per questo fu abolito Mare Nostrum, nel 2014. Nello stesso momento in cui la Ricerca e il Salvataggio sono definiti un pull factor (un fattore di attrazione), viene volutamente oscurato l’essenziale che è il fattore che spinge alla fuga (il push factor).

Su due punti il procuratore ha ragione. Le Ong riempiono – al pari dei trafficanti – un vuoto: intervengono perché non esistono vie legali di fuga e scelte europee su Search and Rescue. E non le preture ma i politici sono i responsabili di tali storture. A una risposta, tuttavia, il procuratore non risponde: che fare, se la politica non si muove? Cosa si ripromette, screditando non solo alcune piccole Ong che vivono di donazioni private ma anche la Guardia costiera italiana che agisce coordinandosi con loro?

Invito il M5S a usare un altro vocabolario (la parola “taxi” dei migranti è fuori luogo e sbadata). Invito il procuratore a leggere Lord Jim di Joseph Conrad. Consegnare le persone al naufragio è una scelta che macchia. Il capitano Jim sa di aver perso la sua grande occasione, abbandonando la nave disastrata. Nel resto della vita dovrà trovare la sua seconda occasione, per riparare al peccato di omissione.

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L’ignoranza militante sulle Ong

di sabato, aprile 29, 2017 0 , , , , Permalink

«Svolta a destra del M5S, sulle Ong ignoranza militante»

Intervista di Rachele Gonnelli a Barbara Spinelli, «il manifesto», 29 aprile 2017

Barbara Spinelli è eurodeputata indipendente del gruppo Gue-Ngl e membro della commissione Libe (Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni) del Parlamento europeo dove si occupa in maniera particolare di tutta la partita dei rifugiati, degli accordi con i paesi terzi e delle politiche sulle migrazioni.

I politici italiani e il giudice di Catania continuano a dire che le accuse alle ong vengono dall’agenzia Frontex ma nel rapporto Risk Analysis 2017 non se ne trova traccia.

Infatti. In quel rapporto non c’è soprattutto l’accusa più infamante, quella di collusione con i trafficanti. Ce n’è una meno grave anche se grave lo stesso: quella che descrive le ong come pull factor cioè come fattore di attrazione per i migranti. Un’accusa che fu rivolta anche alla missione italiana Mare Nostrum, che perciò fu chiusa. La Ue e Frontex continuano a pensare che le attività di search and rescue alimentino le fughe dei migranti verso l’Europa ma voglio ricordare che nell’ultima plenaria del Parlamento europeo lo stesso vice presidente della Commissione Frans Timmermams ha detto chiaro che non c’è nessuna prova di collusione tra i trafficanti e le ong.

Perché allora si contina a cavalcare questa fake news?

È il clima generale che porta a colpevolizzare le organizzazioni umanitarie che si occupano di salvataggi. E questo clima nasce dalle politiche europee di esternalizzazione dell’asilo e di accordi di riammissione con paesi dittatoriali o pericolosi. Poi c’è il gioco politico di chi su questo punta ad accentuare la xenofobia e la chiusura delle frontiere.

Salvini, Le Pen, ma anche Di Maio e M5S, non c’è una grande differenziazione, mi pare.

Sì, mi è molto dispiaciuto quel post di denuncia delle ong scritto a nome di tutto il Movimento, poi Di Maio ha parlato anche di taxi e questo è stato non meno deludente, anche perché al Parlamento europeo i deputati M5S invece hanno posizioni più elaborate e serie sui diritti, sulle migrazioni. È una brutta svolta, spero che si ricredano.

Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa, ha detto ieri a Di Maio: “Se pensate che l’arrivo dei migranti sia aumentato per la presenza delle ong, non siete in grado di governare il paese”. Lei è d’accordo?

Sono d’accordo su un punto: le dichiarazioni del M5S sono fondate su una profondissima ignoranza, oltretutto volontaria perché non è possibile che non si conosca cosa rischiano le persone che salgono sui barconi e sui gommoni per raggiungere l’Italia e l’Europa. Una ignoranza militante che rende i Cinque Stelle vicini di fatto alle destre e non del tutto credibili come forza di governo, anche se non è che i due ultimi governi italiani, Renzi e Gentiloni, abbiano avuto un comportamento esemplare e positivo su queste tematiche. Proprio questi governi hanno stipulato accordi di rimpatrio prima segretamente con il Sudan e poi, da ultimo, con la Libia. E questo è ancora più grave perché siamo di fronte non a qualche post su un blog o a qualche dichiarazione ma ad atti che violano la Convenzione di Ginevra e la legge internazionale dividendo e applicando il diritto all’asilo su basi etniche mentre ogni migrante ha diritto ad un esame individuale della sua richiesta di asilo. No, certamente non mi sento più sicura con questi governi.

Quali rischi in più vede con questa campagna?

A livello europeo Frontex si tiene distante dai luoghi più esposti a possibili naufragi e non ha un vero mandato di ricerca e salvataggio. Continua a prendere sempre più finanziamenti europei al solo scopo di sigillare le frontiere e vede con fastidio le attività di search and rescue in acque internazionali o nei pressi della Libia. Bisogna ricordare che search vuol dire ricerca, cioè ascolto degli Sms che invocano aiuto. E rescue vuol dire soccorso, obbligatorio per le leggi internazionali. Le due cose vanno insieme. E poi temo che questo fango sulle ong possa indebolirle finanziariamente, soprattutto le più piccole. Qualcuno potrebbe decidere di non dare più contributi per timore di finanziare mafie e trafficanti.

Contro la criminalizzazione dell’aiuto umanitario

Barbara Spinelli e l’eurodeputato di Podemos Miguel Urbán Crespo hanno appena inviato la seguente dichiarazione congiunta, sottoscritta da 23 membri del Parlamento europeo, al Commissario europeo per la protezione civile e le operazioni di aiuto umanitario Christos Stylianides, al Commissario europeo per la Migrazione, gli affari interni e la cittadinanza Dimitris Avramopoulos e al Mediatore europeo Emily O’Reilly.
Qui il testo inglese della dichiarazione con l’elenco dei firmatari.

Dichiarazione congiunta sulla criminalizzazione delle operazioni umanitarie di ricerca e soccorso nel mar Mediterraneo 

Il mar Mediterraneo è la più grande fossa comune del periodo postbellico. Nel 2016, più di cinquemila persone sono annegate nel tentativo di fuggire da guerra, povertà e persecuzione, in cerca di una vita dignitosa. La rotta mediterranea non è solo la più pericolosa, ma anche la più letale.

Anziché rispondere secondo i dettami del Diritto internazionale, dei Diritti umani e dei Diritti fondamentali, le istituzioni europee hanno optato per una deliberata inazione nel mar Mediterraneo. La decisione di porre fine all’operazione di ricerca e soccorso “Mare nostrum” ne è un chiaro esempio. Da allora è stato messo in atto un processo di militarizzazione degli operatori del “soccorso” e del controllo delle frontiere.

La risposta data dalla società civile mostra la crescente distanza tra istituzioni e cittadini europei. Molte Ong, sostenute da piccole donazioni e contributi dei cittadini, hanno iniziato a mettere in opera una vera missione di search and rescue nel Mediterraneo, raggiungendo quelle zone dove le istituzioni non arrivano. [1]

Chiediamo la modifica della Direttiva 2002/90/CE del Consiglio, volta a definire il favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegali, perché si metta termine all’ambiguità in essa contenuta e alle conseguenti discordanze nelle sue interpretazioni. Il fatto che più del 40 per cento delle operazioni di soccorso siano condotte da Ong dimostra l’urgente bisogno di venire a capo dell’ambigua retorica della direttiva.

Vogliamo anche esprimere la nostra profonda preoccupazione per la dichiarazione resa il 15 febbraio 2017 dal direttore esecutivo di Frontex Fabrice Leggeri, che ha accusato le Ong di collaborare con i trafficanti che lucrano sui pericolosi attraversamenti del Mediterraneo. [2] Consideriamo inaccettabile tale dichiarazione, in quanto promuove discorsi insidiosi, permeati da una politica della paura. Le Ong si trovano in una situazione di completa vulnerabilità e impotenza, perché non sono state avanzate accuse formali né sono stati avviati procedimenti legali, il che implica che non vi sono luoghi deputati in cui difendersi da simili dichiarazioni tendenziose. Chiediamo dunque che il dott. Leggeri rettifichi pubblicamente queste dichiarazioni.

I continui attacchi e le accuse infondate mosse da diversi responsabili, tra cui il direttore esecutivo di Frontex e rappresentanti della sfera politica – attacchi che hanno condotto all’apertura di indagini conoscitive da parte dei procuratori di Catania, Palermo e Trapani – sono stati rigettati con una dichiarazione congiunta delle Ong impegnate in operazioni di search and rescue nel Mediterraneo centrale.

Le organizzazioni firmatarie della dichiarazione congiunta, che con serietà e dedizione sopperiscono alla mancanza di una vera missione europea di search and rescue, e che agiscono sotto il coordinamento del Comando generale della Guardia costiera italiana e del Maritime Rescue Coordination Centre con sede a Roma (MRCC), non solo rigettano con fermezza ogni accusa, ma denunciano l’esistenza di una campagna mirata a gettare discredito su di loro e sulla stessa attività umanitaria e di testimonianza che esse svolgono nel Mediterraneo centrale.

Intendiamo dare il nostro fermo sostegno alla dichiarazione. Chiediamo una ritrattazione pubblica delle accuse da parte del dott. Leggeri e invochiamo un’azione decisa nei confronti di chi, per disinformazione o in mala fede, cerca di screditare e danneggiare le Ong e la loro attività nel Mediterraneo centrale.

Con questa dichiarazione, intendiamo anche allertare il Mediatore europeo perché protegga la funzione essenziale e insostituibile delle Ong, che proteggono gli interessi della società civile.

[1] Lo scopo di questi sforzi volontari è dar vita a un approccio umanitario coordinato e globale delle missioni SAR delle Ong operanti nel Mediterraneo. https://www.humanrightsatsea.org/wp-content/uploads/2017/03/20170302-NGO-Code-of-Conduct-FINAL-SECURED.pdf

[2] Si veda anche: https://www.theguardian.com/world/2017/feb/27/ngo-rescues-off-libya-encourage-traffickers-eu-borders-chief

Le accuse rivolte alle Ong che fanno soccorso umanitario nel Mediterraneo rispondono a direttive politiche degli Stati membri?

COMUNICATO STAMPA

Bruxelles, 22 marzo 2017

Barbara Spinelli (GUE/NGL) è intervenuta nello scambio di opinioni con Fabrice Leggeri, direttore esecutivo di Frontex, nel corso del “Dibattito congiunto sulle attività volte a rendere pienamente operativa la guardia di frontiera e costiera europea” che si è svolto oggi a Bruxelles, nella Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni del Parlamento europeo.

«C’è un punto specifico del Rapporto Risk Analysis for 2017 che mi preoccupa e mi è poco chiaro. Mi riferisco al paragrafo 6.1 a pagina 32, dedicato alle operazioni di Ricerca e Salvataggio nel Mediterraneo centrale, in cui le Ong vengono indicate come elementi di pull factor nelle migrazioni. Secondo Frontex, le loro operazioni di Search and Rescue aiuterebbero, pur in maniera non intenzionale, i trafficanti e i criminali. Questa affermazione mi preoccupa e vorrei sapere se ci sono direttive politiche degli Stati membri in tal senso, dal momento che in Italia la Procura di Catania sta facendo indagini sulle Ong basandosi sullo stesso tipo di considerazioni, e in Belgio il ministro della migrazione Theo Francken ha accusato Medici Senza Frontiere di causare morti nel Mediterraneo».

Qualche domanda a Frontex

Bruxelles, 17 novembre 2016

Oggi al Parlamento europeo, in una riunione della Commissione Libertà civili, Giustizia e Affari interni (LIBE) si è tenuto un interessante dibattito tra Fabrice Leggeri, direttore esecutivo di Frontex (divenuta Guardia Costiera e di Frontiera europea) e i membri della Commissione parlamentare.

Barbara Spinelli ha posto diverse domande al dottor Leggeri a proposito degli incidenti in mare e della violazione dei diritti umani verificatisi negli ultimi mesi e denunciati da diverse ONG:

«Grazie, dottor Leggeri, per la presentazione. Ho alcune domande su episodi specifici di uso della forza. Il primo è quello citato da Ska Keller sul pushback illegale dalla Grecia alla Turchia alla presenza di due navi Frontex, denunciato dalla rete «Watch the Med Alarm Phone» l’11 giugno scorso. Siccome Frontex ha reagito affermando che la decisione è stata presa dal centro di coordinamento regionale greco in linea con la legislazione Search and Rescue sulla base di una “valutazione approfondita”, quello che vorrei chiederle è qual è la responsabilità, comunque, di Frontex, e che cosa, in questa valutazione approfondita, vi ha convinti a considerare legale questa espulsione?

«La seconda domanda riguarda la denuncia di Amnesty International sull’uso della violenza e anche della tortura in una serie di hotspot italiani. Le autorità italiane responsabili tacciono e sicuramente sono responsabili in via prioritaria, ma la questione di fondo è che Frontex assiste i funzionari addetti al prelievo delle impronte digitali, e chi assiste ha una responsabilità, almeno secondo me, ma forse lei ha un’altra opinione?

«L’ultima domanda riguarda l’uso delle armi da fuoco su imbarcazioni di migranti in Grecia, denunciato da “The Intercept” nell’agosto di quest’anno. A una mia lettera, lei ha risposto che «non c’erano navi Frontex», e può darsi che abbia ragione, ma il giornalista che ha indagato per poter salire sulle navi che erano presenti ha dovuto chiedere il permesso a Frontex. Quindi c’erano navi Frontex o non c’erano? Grazie».

Dalle risposte di Fabrice Leggeri si evince che, nell’ambito dei rimpatri, l’agenzia opera secondo la normativa europea, ovvero la Direttiva rimpatri, e adempie gli obblighi del regolamento Schengen.

Per quanto riguarda gli incidenti in mare e i casi di uso delle armi da fuoco – ha specificato il direttore esecutivo di Frontex – gli incidenti hanno portato al ferimento anche delle guardie costiere, e nei casi riportati da diversi reportage, avvenuti in Grecia nel 2015, Frontex ha agito secondo le leggi greche e per motivi di legittima difesa rispondendo al fuoco aperto dai trafficanti (fatto, questo, smentito dal reporter di “The Intercept”).

Circa il rapporto di Amnesty International che denuncia violazioni dei diritti umani negli hotspot italiani, Leggeri comunica di non aver mai ricevuto rapporti di denuncia in proposito da parte di agenti di Frontex.

Risposta del Direttore esecutivo di Frontex sull’uso di armi da fuoco da parte della guardia costiera

È giunta oggi la risposta alla lettera inviata il 23 settembre scorso da Barbara Spinelli e altri 41 eurodeputati al Direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, e per conoscenza alla mediatrice europea Emily O’Reilly e al Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muižnieks. La lettera, scaturita da un rapporto pubblicato da The Intercept il 22 agosto scorso, denunciava l’uso ricorrente di armi da fuoco da parte della guardia costiera degli Stati membri, con lo scopo di fermare imbarcazioni guidate da presunti trafficanti nel quadro delle operazioni di Frontex.

La lettera dei 42 parlamentari europei

La risposta del Direttore esecutivo di Frontex

Si veda anche:

Shooting revelations clouds EU border guard launch

Profughi, confini blindati a raffiche di mitra, di Emilio Drudi, Associazione diritti e frontiere

Frontex e l’uso di armi da fuoco

di lunedì, settembre 26, 2016 0 , , Permalink

Barbara Spinelli e 41 deputati del Parlamento Europeo chiedono a Frontex di mettere fine all’utilizzo di armi da fuoco per fermare imbarcazioni con rifugiati a bordo

Barbara Spinelli, insieme a 41 deputati del Parlamento europeo, lo scorso 23 settembre ha inviato una lettera al Direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, e per conoscenza alla mediatrice europea Emily O’Reilly e al Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muižnieks.

La lettera, scaturita da un rapporto pubblicato da The Intercept il 22 agosto scorso, denuncia l’uso ricorrente di armi da fuoco da parte della guardia costiera degli Stati membri, con lo scopo di fermare imbarcazioni guidate da presunti trafficanti nel quadro delle operazioni di Frontex. In simili operazioni, la vita e l’incolumità dei rifugiati a bordo è pericolosamente messa a rischio.

«Considero estremamente grave che tra le regole di ingaggio per fermare imbarcazioni in mare sia previsto l’uso di armi da fuoco. Vorrei ricordare che nel 2014, in un’operazione di Frontex nei pressi di Chios, diversi migranti furono feriti e un minore venne ucciso dopo che le guardie costiere greche aprirono il fuoco», ha dichiarato l’eurodeputata.

Per questo motivo, Barbara Spinelli domanda al Direttore esecutivo di Frontex se l’Agenzia intenda continuare l’uso di armi da fuoco durante le proprie operazioni, e chiede chiarimenti su chi abbia il potere decisionale e dunque la responsabilità di emettere l’ordine dell’utilizzo di armi da fuoco nel caso di operazioni congiunte con Stati terzi.

Voto contrario al parere della Commissione LIBE sul Budget dell’Unione per il 2017

di mercoledì, agosto 31, 2016 0 , , Permalink

Bruxelles, 31 Agosto 2016

 Il 31 agosto, la Commissione Libertà, Giustizia e Affari Interni (LIBE) del Parlamento Europeo riunita a Bruxelles ha adottato il parere sul progetto di bilancio generale dell’Unione europea per l’esercizio 2017. La Commissione Bilancio (BUDG) del Parlamento Europeo negozierà nelle prossime settimane col Consiglio dei ministri il bilancio dell’Unione basandosi sulle raccomandazioni dell’opinione della Commissione LIBE.

Relatore ombra per il gruppo GUE/NGL: Barbara Spinelli.

Dopo il voto, Barbara Spinelli ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«Oggi la Commissione LIBE ha adottato il parere sul progetto di bilancio generale dell’Unione europea per l’esercizio 2017.

Il rapporto presenta numerose debolezze a mio parere gravi. Sono infatti passati, malgrado il voto negativo del mio gruppo, paragrafi a favore dell’ulteriore rafforzamento delle politiche securitarie dell’Unione e dei controlli delle frontiere esterne. È stato proposto anche l’aumento del budget di Frontex (chiamato ora “Guardia Costiera Europea”) ed Europol.

Accolgo invece con piacere l’adozione di una serie di miei emendamenti riguardanti in particolare la necessità di equità, trasparenza e pubblicità dei fondi Europei. Un emendamento invita la Commissione a separare, in tutti i futuri progetti di bilancio, le spese per il rafforzamento di strategie di rimpatrio eque ed efficaci dalle spese per la migrazione legale e la promozione di un’effettiva integrazione dei cittadini di paesi terzi; un altro sottolinea la necessità di aumentare il bilancio destinato alle politiche contro la discriminazione e a favore dell’uguaglianza e chiede che sia destinato un finanziamento specifico per contrastare la crescita di antisemitismo, islamofobia, afrofobia e antiziganismo negli Stati membri e che l’Unione sostenga i progetti volti all’emancipazione delle donne delle comunità interessate. Una serie di emendamenti evidenziano che i fondi dell’Unione non devono essere usati in progetti che possono ledere i diritti  delle persone, ragion per cui ho chiesto e ottenuto che gli aiuti allo sviluppo non siano condizionati ad accordi di riammissione dei migranti e che i fondi europei non vengano distribuiti a regimi dittatoriali.»

I pericoli della Guardia costiera e di frontiera dell’Unione

COMUNICATO STAMPA

Bruxelles, 21 aprile 2016

Barbara Spinelli, deputata del gruppo GUE/NGL, ha presentato emendamenti al Regolamento della Commissione europea sulla Guardia costiera e di frontiera europea

«Ritengo che questa Agenzia rappresenti un pericolo perché riorganizza Frontex riproducendone tutti i difetti», ha affermato Barbara Spinelli, «e ne estende risorse e competenze senza alcuna garanzia di controllo democratico, affidandole compiti di controllo e chiusura delle frontiere esterne europee: compiti che l’Agenzia è chiamata ad assolvere – dentro l’Unione e perfino in Paesi Terzi – con propri funzionari di collegamento, “anche contro la volontà degli Stati membri».

«Ho co-firmato emendamenti che rifiutano la proposta e ho presentato al contempo vari emendamenti correttivi», ha continuato la deputata del GUE/NGL, «nella speranza di limitare sia i poteri sia le competenze della Guardia costiera e di frontiera europea. Tra gli altri, ho presentato emendamenti che non permettono all’agenzia di intervenire senza il consenso dello Stato membro, che si oppongono alla possibilità per la Guardia costiera e di frontiera di ricoprire un ruolo attivo nella cooperazione con i Paesi terzi (in sostanza, di occuparsi di politica estera) e contro i forti poteri di rimpatrio che le vengono riconosciuti dalla proposta della Commissione».

«Ho inoltre proposto di rafforzare i paragrafi che riguardano la responsabilità civile dell’Agenzia per i danni causati durante le operazioni, e chiesto il rafforzamento delle disposizioni sulla creazione di un meccanismo di denuncia indipendente, efficace e accessibile per ogni persona che abbia subito una violazione dei diritti da parte dell’Agenzia. Ho infine domandato il rafforzamento del ruolo del responsabile Frontex per i diritti fondamentali e del forum consultivo cui partecipano varie ONG, e chiesto che un ruolo speciale sia affidato al Mediatore Europeo, ufficio che indaga sui diversi casi di cattiva amministrazione».

«La proposta di regolamento, che dovrebbe essere sottoposta al voto nei prossimi mesi presso la Commissione Libertà, Giustizia e Affari Interni e votata in plenaria prima dell’estate, ha ricevuto ampio sostegno politico dai partiti maggioritari nel Parlamento, ragione per cui ho ritenuto che il lavoro di emendamento fosse necessario per limitare i danni», ha concluso Barbara Spinelli.


Si veda anche:

Il documento contenente i 100 emendamenti presentati da Barbara Spinelli (file .doc)

Death by (Failure to) Rescue

Il 18 aprile 2016 è stato pubblicato lo studio Death by Rescue, The Lethal Effects Of The EU’s Policies Of Non-assistance At Sea (“Morte per soccorso: gli effetti letali delle politiche marittime di non assistenza dell’Ue”) realizzato dai ricercatori Charles Heller e Lorenzo Pezzani del Forensic Oceanography – Goldsmiths, University of London – in collaborazione con WatchTheMed all’interno del progetto sostenuto dall’Economic and social research Council ESRC “Precarious Trajectories”.

La prefazione è a cura di Barbara Spinelli. La versione inglese è apparsa anche su openDemogracy. Ne riportiamo qui la versione italiana.

Morti per mancato soccorso

Il 2016 sarà ricordato come l’anno in cui l’Unione europea avrà definitivamente rotto il patto di civiltà su cui fu fondata dopo la seconda guerra mondiale. Per anni, dopo il grande naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013, ha consentito tacitamente alla morte in mare di migliaia di profughi in fuga verso le coste europee, non essendo stata capace di organizzare vie sicure e legali di accesso all’Unione. Quest’anno, nel 2016, ha compiuto un ulteriore passo verso la barbarie: non solo ha chiuso le frontiere interne, smantellando lo spazio Schengen, ma ha coscientemente deciso di rispedire i rifugiati nelle zone di guerra da cui erano precipitosamente fuggiti e da cui fuggono ancora. Non può essere interpretato in altro modo l’accordo stipulato con il governo turco il 20 marzo 2016, che consente il rimpatrio in massa di profughi che riescono a raggiungere la Grecia.  Migliaia di questi rimpatriati vengono rispediti dal regime Erdogan nelle zone di guerra siriane da cui erano inizialmente scappati: una deportazione che viola le leggi nazionali, europee e internazionali.  Il lavoro sporco viene affidato all’alleato turco, ma è l’Europa in prima persona che si rende responsabile del refoulement collettivo, dando vita alla mortifera triangolazione dei rimpatri.

Il modo di procedere dell’Unione sarà giudicato, un giorno, come crimine contro l’umanità. Sarà anche stato inutile, perché chi prende la via della fuga da guerre e dittature non smetterà di fuggire. Chiusa la rotta balcanica, per forza di cose si aprono o riaprono altre vie di fuga: a cominciare dalla rotta del Mediterraneo centrale, che porta alle coste siciliane e di Lampedusa. Le politiche europee sono al tempo stesso criminogene e del tutto dissennate: non sono i trafficanti a pagarne il prezzo, ma i profughi e l’Europa tutta intera.

L’Europa paga un prezzo alto in termini di prestigio politico e morale, e il progetto unitario nato nel dopoguerra viene spezzato. Gli incentivi a restare insieme e solidarizzare diminuiranno, le destre estreme e i razzismi profitteranno dello sconquasso.  Per l’occasione va ricordato che la Grecia, messa in ginocchio economicamente da sei anni di inane austerità, è stata lasciata sola e senza soldi anche sulla questione rifugiati. Il circolo vizioso è diabolico: se gli hotspot nelle isole greche non sono in grado di accogliere degnamente e registrare i fuggitivi, è perché l’Unione non assiste economicamente Atene, con la scusa che gli hotspot e i centri di accoglienza e registrazione non sono organizzati e funzionanti come dovrebbero essere. Ma se questi ultimi non lo sono, è perché i soldi non arrivano. È il cane che si morde la coda.  A ciò si aggiungano i muri eretti ai confini tra Grecia e Repubblica ex jugoslava di Macedonia (Idomeni) e il rifiuto di quasi tutti gli Stati Membri dell’Unione (Portogallo escluso) di ricollocare nei propri paesi i fuggitivi approdati vivi in Grecia.

Non va dimenticato in questo quadro la menzogna che circola nei paesi dell’Unione a proposito dei rifugiati. Si parla di invasione, di esodo biblico verso l’Europa, quando basta studiare le cifre per scoprire l’evidenza: su 60 milioni di rifugiati nel mondo, un milione è fin qui giunto nei paesi dell’Unione. È appena l’1,2 per cento della sua popolazione. La maggior parte dei rifugiati siriani vive oggi in Libano, Giordania e Turchia.

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Riassumo a questo punto le principali linee della mia azione politica nel Parlamento europeo. Il 3 ottobre 2014, a un anno dal naufragio di Lampedusa, andai nell’isola con una delegazione del gruppo parlamentare Gue/Ngl. Denunciai la sostituzione dell’operazione italiana Mare Nostrum con l’operazione Frontex Plus, poi rinominata Triton, che avrebbe svolto controlli e pattugliamenti, più che ricerche e salvataggi, senza avventurarsi in acque internazionali. Triton aveva l’evidente scopo di circondare l’Europa con un muro, e di ignorare le morti in mare di profughi e migranti. Si macchiò, sin dal 2013, di quello che Hermann Broch chiamò, dopo la fine del nazismo tedesco, “crimine di indifferenza”. «Vittime della guerra non sono solo gli esseri umani», dissi allora, «ma anche la verità e la legalità. Più precisamente, una serie di articoli della Carta europea dei diritti fondamentali, a cominciare dall’articolo 2 (il diritto alla vita) e dall’articolo 19 (il divieto di respingimento). Così come è violato il Trattato di Lisbona (articolo 80), che prescrive la solidarietà anche finanziaria tra Stati membri “ogni qualvolta sia necessario”».

Tuttavia Mare Nostrum non sarebbe stato sostituito né da Frontex Plus né da operazioni aggiuntive come Triton, Poseidon o Hermes. Semplicemente, non ci sarebbero più state missioni di search and rescue oltre le 12 miglia dalla costa. «Ne traggo due conclusioni» scrissi il 4 settembre 2014 rivolgendomi al direttore esecutivo di Frontex, Sig. Gil Arias-Fernandez, invitato a presentare le attività di Frontex nel Mediterraneo davanti alla Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento europeo. «Primo: l’Italia è lasciata sola. Secondo: Mare Nostrum è finito, e ci saranno di nuovo morti nel Mediterraneo. Chiedo al dottor Fernandez se siete coscienti che queste sono le conclusioni cui tocca giungere, e che due articoli dei nostri Trattati sono violati: l’articolo 80 del Trattato di Lisbona, che prescrive la solidarietà e la distribuzione delle responsabilità anche finanziarie tra Stati Membri in caso di necessità, e l’articolo 19 della Carta dei Diritti fondamentali che vieta la politica di respingimenti».[1] Non ebbi risposta, e dopo l’Italia anche la Grecia, come abbiamo visto, è stata lasciata sola, con un’economia già frantumata dai memorandum economici della trojka.

Nei primi giorni del dicembre 2014, Klaus Rosler, allora direttore della divisione operativa di Frontex, scrisse una lettera a Giovanni Pinto, direttore centrale del Dipartimento dell’Immigrazione e della Polizia delle frontiere del Viminale, di cui si venne a conoscenza da indiscrezioni giornalistiche.[2] Roesler si diceva preoccupato «per i ripetuti interventi “fuori area” nel Mediterraneo oltre le 30 miglia marine dalle coste italiane». La pietra dello scandalo era un fatto accaduto un mese prima, il 20 novembre, quando il Centro operativo di controllo di Roma, dopo aver ricevuto una serie di richieste di soccorso in mare, diede istruzioni a un’unità di Frontex di recarsi sul posto per verificare l’eventuale presenza di imbarcazioni in difficoltà.

«Frontex ritiene che una telefonata satellitare non possa considerarsi di per sé un evento di search and rescue – si leggeva nella lettera – e raccomanda dunque che siano intraprese azioni per investigare e verificare, e solo in seguito, in caso di difficoltà, attivare un altro assetto marittimo. Frontex, inoltre, non considera necessario e conveniente sotto il profilo dei costi l’utilizzo di pattugliatori (offshore patrol vessel) per queste attività di verifica iniziale al di fuori dell’area». Una vera e propria lettera di richiamo, in cui l’allora direttore di Frontex avvisava che «le istruzioni impartite alle navi di portarsi in zone poste fuori dall’area operativa di Triton per prestare soccorso a imbarcazioni in difficoltà non sono coerenti con il piano operativo, e purtroppo non saranno prese in considerazione in futuro».

Scrissi in proposito una lettera all’appena nominato direttore di Frontex Fabrice Leggeri, mentre l’UNHCR rendeva noto che nel 2014 non meno di 3.419 persone erano morte nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa. Chiedevo spiegazioni su quanto ammesso da Gil Arias Fernández, in un’intervista al giornale spagnolo “El Diario”: l’obiettivo di Frontex era «impedire gli ingressi clandestini […] dal momento che non ha un mandato per fare salvataggio in mare».[3] Anche in questo caso, non giunse risposta.

Nel primo fine settimana dell’aprile 2015, le autorità italiane comunicarono di aver salvato circa 2800 migranti e che le operazioni di salvataggio erano state condotte per lo più dall’Italia in acque internazionali, mentre l’operazione europea Triton aveva continuato a pattugliare l’area di trenta miglia dalle coste italiane, lontano dalla zona dove le barche in pericolo necessitavano aiuto.[4] Pochi giorni dopo, il 12 aprile, un barcone si capovolse causando 400 morti. Scrissi una lettera aperta ai Commissari Avramopoulos, Mogherini e Timmermans, cofirmata da 24 colleghi di diversi gruppi parlamentari (una cifra che sarebbe stata molto maggiore, se non avessimo avuto l’urgenza di inviare subito la lettera): chiedevamo un’assunzione di responsabilità europea nelle operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo. «L’attuale situazione di emergenza continuerà a peggiorare. Nel frattempo, non una delle quattro aree che la Commissione europea ha enucleato per la prossima Agenda per la migrazione (attesa per maggio) affronta la necessità di concrete operazioni di search and rescue nel Mediterraneo».[5]

Pochi giorni dopo avvenne il naufragio del 18 aprile: più di 800 morti. Lanciai un appello firmato da numerosi intellettuali e attivisti in cui chiedevamo che la parola “urgenza” sostituisse la parola “emergenza”, dando alla realtà il nome che meritava. «Siamo di fronte a crimini di guerra e sterminio in tempo di pace. Il crimine non è episodico ma sistemico, e va messo sullo stesso piano delle guerre e delle carestie prolungate»,[6] dicemmo allora.

Dall’inizio di luglio ripresero le morti in mare. A soccorrere i naufraghi, nel Canale di Sicilia, non c’era Frontex, non c’era l’Unione europea, ma le tre navi umanitarie private di Migrant Offshore Aid Station (Moas), Medici senza frontiere e Sea-Watch, assieme alle unità della Guardia costiera e della Marina militare italiana, e alle poche navi rimaste degli Stati membri, la cui appartenenza organica alla missione Triton era tutt’altro che chiara, poiché sui rispettivi siti governativi risultavano essere messe a disposizione dei singoli Stati, sotto il coordinamento della Guardia costiera italiana. Lo stesso valeva per la nave irlandese LÉ Niamh, per la cui opera di salvataggio non si faceva riferimento all’operazione Triton-Frontex ma a «operazioni congiunte con la Marina italiana».

Guardando indietro – come il rapporto di Oceanografia forense impone di fare – si ha la misura di come in soli due anni e mezzo si sia passati dalle dichiarazioni ipocrite su Lampedusa all’indifferenza di fronte ai 350 bambini affogati in mare dopo Aylan, quasi si trattasse di una catastrofe naturale che non tocca la sfera della politica. Quanto più le istituzioni europee hanno parlato di diritti e di umanità, tanto più hanno proceduto verso una sottrazione di mezzi, uomini, assistenza finanziaria per il soccorso in mare, impegnandosi invece in accordi con Paesi terzi non affidabili dal punto di vista del rispetto dei diritti fondamentali (processi di Rabat e Karthoum), e nell’esternalizzazione del respingimento culminata con l’accordo UE-Turchia.

Vie alternative esistono, per affrontare la questione rifugiati e migranti. Occorre aprire corridoi umanitari sicuri e legali, capire che trafficanti e mafie proliferano in assenza di tali corridoi. Occorre mobilitare l’immaginazione politica per superare la gabbia imposta dal Regolamento di Dublino, assistere i paesi più esposti come Italia e Grecia, non criminalizzare i fuggitivi, i migranti, e le tante associazioni che cercano di garantire la loro incolumità e il loro diritto a fuggire da paesi resi invivibili da guerre e devastazioni di cui gli Europei, con l’amministrazione Usa, sono in buona parte responsabili, nell’ “arco del caos” che dall’Africa del Nord si estende sino all’Afghanistan. Occorre infine mettere in movimento il pensiero e le azioni, adottando una veduta lunga su quel che accade: l’Europa sotto i nostri occhi sta mutando, dobbiamo cominciare a vederla come un nuovo crogiuolo di popoli, sapendo che gran parte dei rifugiati sono destinati a restare con noi per lungo tempo e a divenire i nostri futuri con-cittadini. Si parla di crisi dei migranti, quando siamo alle prese con una crisi di rifugiati. Si parla di crisi, quando siamo di fronte a un’occasione – un kàiros – da non mancare.

[1] Interventi di barbara spinelli durante le riunioni della Commissione parlamentare libertà civili giustizia e affari interni

2] Triton: Frontex a Italia, troppi interventi fuori area

[3] Frontex reconoce que el salvamento de inmigrantes no es su objetivo tras otra tragedia en Lampedusa, «El Diario»17 febbraio 2015

[4] IOM Applauds Italy’s Weekend Rescue at Sea of 2,800 Migrants

[5] Per un Mare Nostrum europeo, 15 aprile 2015

[6] SOS Sterminio in mare, 22 aprile 2015


Si veda anche:

Statewatch.org

EU leaders ‘killing migrants by neglect’ after cutting Mediterranean rescue missions, «The Independent», 18 aprile 2016

Death by Rescue, rapporto sulle morti in mare, Vie di fuga, osservatorio permanente sui rifugiati