Intervista al Corriere della Sera, 13 maggio 2015

di Massimo Rebotti

MILANO. La permanenza di Barbara Spinelli nel gruppo della lista Tsipras all’Europarlamento è durata un anno. Giornalista, scrittrice, figlia di Altiero, considerato uno dei padri fondatori della costruzione europea, nel 2014 lancia (con altri) una lista che ha come modello la sinistra greca di Alexis Tsipras. Durante la campagna elettorale mise in chiaro che, se eletta, non sarebbe andata a Bruxelles. Una volta eletta, cambiò idea: «Così garantisco — disse — che il progetto non venga snaturato». Due giorni fa ha annunciato l’abbandono del gruppo (non del seggio) perché «il progetto non è più all’altezza».
Sembra una delle ricorrenti contorsioni della sinistra, difficile da spiegare: «Ma io ci provo – risponde – la lista era nata con l’obiettivo di creare un’aggregazione che andasse oltre i vecchi partitini della sinistra radicale e non ripetesse le esperienze fatte in passato di frammenti che si uniscono, diventando mosaici sconnessi». Eppure pare essere andata proprio così. Spinelli non lo nasconde: «Ma non sono io che mi sono allontanata dalla lista, è la lista che si è allontanata dal progetto originario».

Intervista a La Repubblica, 13 maggio 2015

di Sebastiano Messina

ROMA – Barbara Spinelli, la sua decisione di lasciare la lista in cui era stata eletta all’europarlamento, “L’Altra Europa con Tsipras”, ha scatenato le polemiche. Il coordinatore di Sel, Fratoianni, la accusa di essere incoerente, rimproverandole di aver voluto tenere il seggio proprio per garantire la tenuta di quel progetto di cui oggi dichiara il fallimento. E sui social network c’è addirittura chi la accusa di tradimento. Come risponde?
“Io non trovo che ci siano né incoerenza né tradimento. Il motivo per cui, da tempo ormai, ho preso le distanze da “L’Altra Europa” è che secondo me è stata la lista ad abbandonare il progetto originario, che era quello di creare un insieme di forze della sinistra molto costruito dal basso, basato sull’associazionismo, sulla società civile. E soprattutto non dominato dai vecchi partiti della sinistra radicale. In questo anno e mezzo, piano piano ho avuto invece l’impressione di un predominio dei piccoli partiti che avevano promesso di sciogliersi ma non si sciolgono mai”.

Una storia sbagliata (dal blog di Gian Luigi Ago)

Una storia sbagliata (L’Altra Europa vs Barbara Spinelli)

di Gian Luigi Ago

Quanta disinformazione, cattiva coscienza o ipocrisia. Scegliete voi…

Barbara Spinelli, una delle garanti e ispiratrici dell’appello dell’Altra Europa viene candidata alle europee dichiarando che rinuncerà al seggio a favore del secondo eletto in caso di elezione.
Dopo l’elezione viene invitata via lettera da Alexis Tsipras stesso ad accettare comunque l’elezione. Sel e Rifondazione appoggiano questa richiesta ma lasciano a lei la patata bollente di scegliere in quale circoscrizione accettare l’elezione, rifiutando un sorteggio o di accordarsi tra i due partiti.

Così per inciso diciamo anche che le elezioni non servono per spartirsi eletti tra Sel e Rifondazione (uno a te, uno a me…) ma per scegliere delle persone competenti e in grado di ben rappresentare e attuare il programma (su questo vedremo nel finale cosa succederà…).
Così è, anche se le logiche dei partiti ragionano invece in un altro modo…

Perché ho scelto di diventare Indipendente

Ho deciso di prendere le distanze da L’Altra Europa con Tsipras, nata in occasione delle ultime elezioni europee, e di conseguenza il mio statuto di europarlamentare cambia: sarà quello di Indipendente nel gruppo Sinistra Unitaria Europea-Ngl.

In Italia non entrerò in nessun gruppo, se eccettuo la mia militanza nell’associazione Libertà e Giustizia. Non intendo contribuire in alcun modo a un’ennesima atomizzazione della sinistra, promuovendo o fondando un’ulteriore frazione politica. La mia attività sarà dunque interamente concentrata sulle attività parlamentari europee, con un’attenzione particolare a quello che succede in Italia e in Grecia.

L’Altra Europa nacque come progetto di superamento dei piccoli partiti di sinistra; come conquista di un elettorato deluso sia dal Pd e dal M5S sia dal voto stesso (astensionisti) – dunque un elettorato non esclusivamente “di sinistra” – e come elaborazione di nuove idee su un’Unione ecologicamente vigile, solidale, capace di metter fine alle politiche di austerità e ai nazionalismi xenofobi che esse hanno scatenato.

Ritengo che L’Altra Europa non sia oggi all’altezza di quel progetto: è quanto ho sostenuto assieme a molti ex garanti e militanti della Lista, in una lettera aperta di dissenso indirizzata il 18 aprile a chi la dirige.

In Europa, continuo a essere convinta che l’Unione e l’eurozona vinceranno o si perderanno politicamente – e democraticamente – a seconda di come sarà affrontata e regolata la “questione greca”. Proseguirò le battaglie fatte in questo primo anno di legislatura in difesa dei diritti fondamentali, a cominciare dalla questione migranti.

In Italia, continuerò a combattere le grandi intese, l’idea di un “Partito della Nazione”, l’ortodossia delle riforme strutturali, la decostituzionalizzazione della nostra democrazia. Nelle prossime regionali appoggerò tutti coloro che sono davvero e sino in fondo impegnati in questa battaglia.

barbara spinelli

No a una fiera gastronomica delle multinazionali

COMUNICATO STAMPA

EXPO – EURODEPUTATI ALTRA EUROPA: «NO A UNA FIERA GASTRONOMICA OSTAGGIO DELLE MULTINAZIONALI»

Forenza, Maltese e Spinelli annunciano il loro voto contrario alla mozione sull’Esposizione di Milano in votazione al Parlamento europeo

Strasburgo 30 aprile 2015

Eleonora Forenza, Curzio Maltese e Barbara Spinelli, europarlamentari del gruppo GUE/NGL, esprimono profonda contrarietà alla relazione su Expo2015 discussa oggi al Parlamento europeo:  «appare evidente che, dietro nobili dichiarazioni d’intenti, Expo2015 nasconda la mera celebrazione di una fiera gastronomica che non solo riduce il cibo a bene commerciale legato a forme non sostenibili di consumismo, ma toglie anche dignità al lavoro».

È inaccettabile, affermano Forenza, Maltese e Spinelli, «la scelta di sostituire con volontari e lavoratori precari quella che avrebbe dovuto essere una “buona occupazione”, con contratti e salari degni». I tre eurodeputati considerano risibile che nella relazione presentata al Parlamento europeo si descriva Expo2015 come “esempio di trasparenza”. «Si tratta, piuttosto, di una testimonianza della crescente corruzione che affligge l’Italia, ostaggio degli interessi delle organizzazioni criminali: una corruzione portata alla luce dai recenti procedimenti giudiziari, ma denunciata ben prima dell’apertura dei cantieri».

Per questi motivi Eleonora Forenza, Curzio Maltese e Barbara Spinelli hanno deciso di votare contro la risoluzione Expo Milano 2015: nutrire il pianeta, energia per la vita, e al tempo stesso di sostenere con forza la manifestazione promossa dai comitati “No Expo” per il Primo Maggio a Milano.

Lettera aperta a L’Altra Europa con Tsipras

18 aprile 2015

Abbiamo condiviso e continuiamo a condividere l’appello iniziale L’Europa a un bivio, che alcuni di noi hanno contribuito a redigere e che altri hanno sostenuto con la propria candidatura e con la propria militanza, ma – nonostante molte mediazioni – non possiamo condividere il percorso che l’attuale gruppo dirigente dell’Altra Europa sta perseguendo.

Durante l’ultima assemblea nazionale di Bologna, il 18 e 19 gennaio, non è stato definito alcun programma, dato che quell’assemblea era stata messa nell’impossibilità di esprimere un voto.

Non votare e non contarsi significa sempre eludere la sostanza: cioè i temi politici fondamentali su cui non c’è eventualmente accordo.

Alcune riflessioni sullo stato di salute de L’Altra Europa

Riporto qui un breve scambio di mail con Alfredo Giusti del Circolo “Dossetti” di Sarzana avvenuto il 14 marzo scorso a margine dei Seminario bolognese dei comitati territoriali de L’Altra Europa

Cara Barbara,

dopo l’entusiasmo e le speranze iniziali, sto vivendo con molta angoscia la preoccupante deriva dell’Altra Europa, a cui avevo aderito perché vedevo importanti anticorpi, che ritenevo potessero impedire il ripetersi della mortificante esperienza di “Cambiare si può”, che aveva rappresentato per me una dura batosta ed una grande sofferenza.

Al momento delle adesioni, ho letto moltissimi dei messaggi che accompagnavano la scelta di “esserci” ( ripetevano molti “è l’ultima volta”). Questi messaggi riproponevano insistentemente una piena adesione all’Appello iniziale di voi proponenti.

Ora delle 30.000 adesioni sono rimaste briciole perché qualcuno ha voluto assumersi la responsabilità di tradire gli impegni iniziali e di fare del nostro progetto una cosa vecchia, già fallita e senza prospettiva.

Come ci si può permettere di gettare palate di delusione in chi ha voluto mettere nelle nostre mani la residua fiducia, che rimaneva nell’animo dopo molteplici delusioni ? Come si può perdere rapporto e collaborazione con persone di grande valore culturale e politico (penso alle dure e sacrosante parole di Rodotà, che fu con Zagrebelsky ed altri nostro prezioso sponsor prima delle elezioni)?

Queste parole negative su Altra Europa non vogliono disconoscere l’impegno fattivo di molti e la presenza di persone meravigliose (soprattutto donne: una per tutte – ma la lista è lunga – Nicoletta Dosio).

Chi è consapevole della pericolosa deriva a cui rischiamo di andare incontro, dovrà mettere tutto il proprio impegno – costruttivo e positivo –  perché i problemi siano affrontati e risolti, a partire dalle scadenze del 29 e dell’Assemblea di aprile.

[…]

con affetto e riconoscenza,

Alfredo Giusti del Circolo “Dossetti” di Sarzana

***

Caro Alfredo,
penso che la via ci sia: ritrovare le persone che abbiamo perduto per strada, e so che sono moltissime. Continuamente ne incontro, e anch’io constato la loro delusione, il loro sconcerto, la loro tristezza. Delusione, sconcerto e amarezza che sono anche le mie, molto spesso. Mi sono iscritta di recente in Libertà e Giustizia, per essere lì attiva come posso e aiutare l’associazione a preservare la sua indipendenza, davvero miracolosa dopo l'”uscita” di De Benedetti. Per poter re-incontrare, in quei circoli, le persone che erano con noi all’inizio e che ci osservano ormai con una curiosità che va spegnendosi, con un distacco ineluttabile, con un atteggiamento che somiglia molto, troppo, alla sfiducia. Dico distacco ineluttabile perché il piccolo gruppo che dirige Altra Europa non ha coltivato questi rapporti, in parte per chiusura in gran parte per trascuratezza. Penso, ma lo immagini, a persone cui sono vicina da decenni: Zagrebelsky, Rodotà, Don Ciotti, Paul Ginsborg, il gruppo di Micromega. Penso ai vari comitati ecologisti e di difesa dei beni comuni (dunque anche a Salvatore Settis). Anche per questo è così importante ripartire “dai territori”. E di sicuro ne ho dimenticati molti, cui non parliamo e che non son più disposti ad ascoltarci. È a loro che Landini guarda oggi – questa la mia impressione. Penso non per ultimo ai magistrati che istruiscono il processo su Stato-mafia a Palermo: perché tanti nostri mali – in questo siamo simili alla Grecia – nascono dal connubio immondo fra una mafia (o ‘ndrangheta, o camorra: Tsipras la chiama “cleptocrazia”, Scarpinato “nuova borghesia mafiosa”) che agisce ormai globalmente ed è complice di fatto degli anonimi poteri finanziari mondializzati. È significativo che nessun memorandum della trojka abbia mai inserito, nelle sue austere raccomandazioni: la lotta alle mafie e alla corruzione, la battaglia contro l’evasione fiscale e in favore delle Costituzioni democratiche e dell’indipendenza della magistratura. Questa sarebbe la vera Austerità, di cui abbiamo bisogno come dell’aria. Ho detto più volte che il rapporto di JP Morgan del maggio 2013, con le sue accuse alle paralizzanti costituzioni antifasciste, avrebbe potuto esser scritto (è stato già scritto, decenni prima) dalla loggia P2.

Penso che Altra Europa nelle sue varie espressioni (non solo il piccolo gruppo che agisce presentandosi come erede dell’originario Comitato del garanti ma anche gli amici di Noi-Altra Europa)  dovrebbe di continuo sottoporre quel che produce (analisi, progetti, azioni territoriali di nostri consiglieri regionali come Alleva, azioni europee dei deputati) al giudizio dei nostri padri, che sono quelli che ho elencato più sopra e che oggi includono anche Landini e la sua promettente “coalizione sociale”. Altrimenti ci ridurremo al lumicino (già non siamo che questo lumicino, sempre che brilli ancora) e non avremo fra poco più nulla di rilevante da dire e proporre.

La stessa battaglia “con Tsipras”, bisogna ri-studiarla, ri-calibrarla e analizzarla bene, alla luce di quel che sta avvenendo in Europa in seguito alla vittoria di Syriza. È stato bene darci questo nome, nella campagna per le europee: in qualche modo è stato profetico. Ma al tempo stesso – questo il mio modestissimo parere – non possiamo divenire una filiale di Syriza – e, sia detto per inciso, nemmeno di Podemos – pena la nostra morte. Per quanto mi riguarda personalmente, ad esempio,  ci sono cose che non accetto, nella condotta del nuovo governo greco. Trovo esiziale la dichiarazione del ministro della difesa Kommenos, che minaccia di inondare il Nord Europa con i migranti che giungono in Grecia (eventuali jihadisti dell’Isis compresi). Anche la Svezia dunque, che accoglie il maggior numero di migranti e richiedenti asilo. Né mi consola sapere che il ministro non appartiene a Syriza ma alla destra in parte xenofoba di Anel, con cui Syriza si è alleata. Trovo inammissibile, e del tutto autodistruttiva, la campagna del governo Tsipras sulle riparazioni di guerra che la Germania è chiamata imperiosamente a pagare, se non aiuta la Grecia sul debito. Non cambieremo di certo l’Europa se la faremo precipitare – nell’immaginario dei suoi cittadini e delle sue nazioni – nei tempi immediatamente successivi alla prima guerra mondiale, quando le riparazioni umiliarono la Germania e fecero nascere dalle sue viscere prima Hitler poi una seconda guerra mondiale (Keynes fu l’unico a veder giusto, e a ergersi contro la politica, e la retorica, delle “riparazioni”). Tutt’altra cosa è chiedere (come fece Tsipras in campagna elettorale e come facemmo noi) una conferenza sul debito come quella del ’53, quando alla Germania fu condonata una parte del debito di guerra (il rimborso dell’altra parte fu dilazionato nel tempo, e “agganciato” alla ripresa economica tedesca). L’Europa è nata non per dimenticare le colpe storiche di questo o quel paese, ma per trasformarle in responsabilità accresciuta e nuova solidarietà fra cittadini del continente.

Un affettuoso saluto, e grazie per la bellissima lettera,

barbara spinelli

Lettera a Stefano Rodotà e Maurizio Landini

A Stefano Rodotà e Maurizio Landini

Cari amici,

il progetto di coalizione sociale su cui state lavorando coincide pienamente, a mio parere, con gli obiettivi per cui è nata la Lista L’Altra Europa. Lo appoggio senz’altro, anche come parlamentare, convinta che potremo contare su molte persone e comitati dell’Altra Europa e dell’associazionismo civile.

L’esigenza di una democrazia partecipativa e di una politica capace di coinvolgere e rappresentare la società è tutt’altro che sopita: basti ricordare la  volontà di cambiamento e autonomia espressa dai tanti movimenti – a cominciare da quelli per la pace e i diritti dei migranti, per i beni comuni e la democrazia – che nella nascita dell’Altra Europa con Tsipras avevano individuato una concreta possibilità di aggregazione.

“Dobbiamo guardare all’Europa”, ha detto Stefano Rodotà parlando di costituzionalismo arricchito, perché “il discorso sulla solidarietà ha un senso esclusivamente se usciamo dalla logica nazionalista, altrimenti si impiglia”. Si apre una possibilità di muoverci insieme su obiettivi decisivi – difesa della Costituzione, art. 81 e pareggio di bilancio, contrasto del Jobs act, lotta alla mafia e alla povertà, politiche di pace per il Mediterraneo e ai confini orientali dell’Unione – in una battaglia che può avere una sponda nel Parlamento europeo.

Un caro saluto e un augurio

barbara spinelli

 

Ricostituzionalizzare la democrazia

Questo articolo di Barbara Spinelli è apparso con il titolo Serve più sinistra in questa Europa su «Il Fatto Quotidiano» del 23 gennaio 2015

Caro direttore, in riferimento all’articolo di Salvatore Cannavò, “Rottura ligure, la sinistra cerca l’x factor rosso, pubblicato il 20 gennaio dal tuo giornale, ti chiedo di ospitare una riflessione che precisa le posizioni che mi vengono erroneamente attribuite. Un caro saluto.  

Questi sono giorni cruciali, come ho avuto il modo di dire il 17 gennaio, nel corso dell’assemblea dell’Altra Europa con Tsipras alla quale Salvatore Cannavò fa riferimento nel suo articolo del 20 gennaio. Sono giorni cruciali per noi in Italia, dove ci stiamo preparando all’elezione del prossimo presidente della Repubblica e a un possibile sfaldamento del Pd, e sono giorni cruciali per un’Europa che – scossa dai terribili attentati di Parigi e dalle loro prevedibili ripercussioni sulle politiche di sicurezza e sui diritti dei cittadini – attende l’esito delle elezioni generali in Grecia.

La possibile vittoria di Syriza, cui l’Altra Europa si è ispirata fin dalla sua costituzione, potrebbe davvero rappresentare una svolta, se Tsipras condurrà sino in fondo la battaglia che ha promesso, e se sarà sostenuto da un grande arco di movimenti e partiti fuori dalla Grecia. Sarà la prova generale di uno schieramento che non si adatta più all’Europa così com’è, che giudica fallimentari e non più proponibili i rigidi dogmi dell’austerità, e che mette fine allo schema ormai trentennale inventato da Margaret Thatcher, secondo cui “non c’è alternativa” alla visione neoliberista delle nostre economie e delle nostre società: visione fondamentalmente antisindacale, politicamente accentratrice, decisa a decostituzionalizzare le singole democrazie dell’Unione europea e la democrazia delle stesse istituzioni comunitarie.

In questo scenario, l’articolo di Cannavò restringe l’orizzonte, collegando la nascita di un progetto politico di ampio respiro a una mera sommatoria di sigle e di singole figure, per quanto autorevoli.

Nell’inverno 2013-2014, la lista L’Altra Europa con Tsipras nacque per unire in Italia le forze che non si riconoscevano nella linea di un partito – il Pd – sempre più attratto dall’ideologia centrista che sprezza le forze intermedie della società, e i poteri che controbilanciano il potere dell’esecutivo. Siamo nati – ho avuto occasione di dirlo a Bologna – per rimobilitare politicamente e conquistare il consenso di una sinistra oggi emarginata, sì, e anche di chi ha cercato rifugio nel movimento di Grillo o – sempre più – nell’astensione, dunque in un voto di sfiducia verso tutti i partiti e tutte le istituzioni politiche.

Eravamo partiti da Alexis Tsipras e dalle sue proposte di riforme europee, perché anche noi vedevamo la crisi iniziata nel 2007-2008 come una crisi sistemica – di tutto il capitalismo e in particolare dell’eurozona – e non come una somma di crisi nazionali del debito e dei conti da tenere in ordine nelle varie case nazionali. L’aggancio a Syriza e al caso greco era un grimaldello per cambiare l’Europa e la politica italiana.

Quelle idee vanno salvaguardate, perché hanno prodotto un esito importante: un milione di voti, tre deputati nel Parlamento europeo, un consigliere comunale in Emilia Romagna; ma soprattutto hanno prodotto una consapevolezza nuova: non bisogna aspettare, per nascere come soggetto politico, che altri decidano quale fattore x, quale alternativa nuova e mai vista debba prodursi alla politica di Renzi.

Il soggetto c’è, questo ho detto a Bologna, senza mai sognarmi di pronunciare le parole che mi vengono attribuite da Cannavò: L’Altra Europa non è affatto un “contenitore autosufficiente”, ma un’esperienza politica autonoma, che può essere messa in comune nella costruzione di una nuova realtà il più ampia possibile – che si dia il compito di fermare la disgregazione sociale in atto nel nostro paese, a livelli mai conosciuti nella storia repubblicana, mettendo al centro la difesa del lavoro e dell’ambiente, e ridando dignità a una generazione senza prospettive.   

La nostra Lista non deve dimenticare, e anzi deve accentuare e trasformare sempre più in proposte politiche concrete, la sua intuizione iniziale: l’aspirazione a essere massimamente inclusiva e unitaria, partendo dalle esperienze e dalle pratiche esistenti nei territori, e massimamente aperta ai movimenti alternativi. Aperta – come lo siamo stati nelle elezioni europee – alle persone più che agli apparati. Pronta a dialogare con i diversi partiti e movimenti della sinistra radicale, e anche con chi non si identifica – o non si identifica più – in ciò che viene chiamato “sinistra”. Penso agli ecologisti, ai militanti delle battaglie anticorruzione e antimafia, ai delusi del M5S, e infine – ancora una volta, e sempre più – agli astensionisti. Il nostro progetto politico non era la riproposizione di un insieme di partitini e, anche se essenzialmente di sinistra, non era solo di sinistra. Non era antipartitico, ma era rigorosamente non-partitico. Sono talmente tante le cose da fare che non abbiamo letteralmente tempo di occuparci degli equilibrismi tra i piccoli partiti, delle piccole o grandi secessioni dentro il Pd. C’è l’Europa dell’austerità, che dobbiamo cambiare affiancando la battaglia che domani farà Syriza, e che dopodomani – spero – farà Podemos. C’è l’Europa-fortezza da mettere radicalmente in questione, con politiche dell’immigrazione che mutino i regolamenti sull’asilo, che garantiscano protezione ai profughi da guerre che attorno a noi si moltiplicano e ci coinvolgono, perché sono guerre che americani ed europei hanno acutizzato e quasi sempre scatenato.

Perfino il mar Mediterraneo va ricostituzionalizzato, visto che l’Unione sta violando addirittura la legge del mare, mettendo in discussione il dovere di salvare le vite umane minacciate da naufragio. E vanno aboliti i Cie, i Centri di identificazione ed espulsione, nella loro forma attuale. Ho visitato in dicembre quello di Ponte Galeria a Roma. 
Non è un centro. È un campo di concentramento. Non per ultimo: in Italia bisogna trovare risposte a un razzismo che sta esplodendo ovunque, non solo nel popolo della Lega ma anche a sinistra, e che sarà sempre più legittimato dalle urne, se non impareremo ad affrontarlo in maniera giusta e argomentata.

Proprio perché l’ora di agire è adesso, la Lista nata prima delle europee deve mettersi subito al lavoro, e costruire un’alternativa con tutte le forze che vorranno ripensare la democrazia e con tutte le personalità in rotta con il partito di Renzi, ma senza disperdere il patrimonio dell’Altra Europa, specie quello accumulato nei territori. Senza sciogliersi. E avendo coscienza che non basta riunire attorno a un tavolo i frammenti della sinistra. Ci interessa al tempo stesso, e subito, il dialogo con gli italiani che si astengono o che votano Grillo: rispettivamente il 40 e il 20 per cento dell’elettorato.

È la maggioranza del paese, con cui la politica deve ricominciare a parlare. Alla crisi straordinaria che viviamo, non si può che rispondere con uno sforzo egualmente straordinario di unificazione, e di oltrepassamento dei recinti cui siamo abituati.


Lettura consigliata: Rodotà: “Ripartiamo dal basso, senza la zavorra dei partiti”, Micromega, 22 gennaio 2015

“E tu chi sei?”

Bologna, 17 gennaio 2015. Discorso di Barbara Spinelli all’assemblea de L’Altra Europa con Tsipras

Questi sono giorni cruciali. Sono giorni cruciali per noi in Italia dove ci stiamo preparando all’elezione del prossimo presidente e dunque a una possibile crisi del Partito democratico. E sono giorni cruciali per quello che sta accadendo in Europa: dai terribili attentati terroristici a Parigi – con le conseguenze che essi possono avere sulle politiche di sicurezza e sui diritti dei cittadini – alle imminenti elezioni in Grecia.

La vittoria di Syriza può davvero rappresentare una svolta, se Tsipras condurrà sino in fondo la battaglia che ha promesso e se sarà sostenuto da un grande arco di movimenti e partiti fuori dalla Grecia. Sarà la prova generale di uno schieramento che non si adatta più all’Europa così com’è, che giudica fallimentari e non più proponibili i rigidi dogmi dell’austerità, e che mette fine allo schema ormai trentennale inventato da Margaret Thatcher, secondo cui “non c’è alternativa” alla visione liberista delle nostre economie e delle nostre società: visione fondamentalmente antisindacale, e inoltre politicamente e costituzionalmente accentratrice.

Ricordiamoci che anche per questo nacque la nostra Lista, nell’inverno 2013-2014: per dire che l’alternativa invece c’era, per denunciare i custodi dell’ortodossia liberista che avevano usato il caso greco come paradigma negativo e cavia di esperimenti di distruzione del welfare state e delle costituzioni democratiche nate dalla Resistenza. Per unire in Italia le forze che non si riconoscevano nella degenerazione di un Partito democratico, sempre più esclusivamente interessato a ideologie centriste e all’annullamento di tutte le forze intermedie della società, di tutti i poteri che controbilanciano il potere dell’esecutivo. Una forza che pretende di incarnare la sinistra, ma che non solo disprezza le tradizioni della sinistra ma le ignora in maniera militante: anche se son sfiorato da qualche nozione di una lunga e densa tradizione – questo dice a se stesso il nuovo Pd – volutamente penso, decido, agisco, comunico, come se di questa tradizione non sapessi rigorosamente nulla. Siamo nati per rimobilitare politicamente e conquistare il consenso di un elettorato che, giustamente incollerito, ha scelto quella che i tedeschi durante il nazismo chiamavano “emigrazione interiore”, e che ha cercato rifugio o nel movimento di Grillo, o – sempre più – nell’astensione, dunque in un voto di sfiducia verso tutti i partiti e tutte le istituzioni politiche.

Eravamo partiti da Alexis Tsipras e dalle sue proposte di riforma europee perché anche noi vedevamo la crisi iniziata nel 2007- 2008 come una crisi sistemica – di tutto il capitalismo e in particolare dell’eurozona – e non come una somma di crisi nazionali del debito e dei conti da tenere in ordine nelle singole case nazionali. Il cambiamento della dialettica politica nei nostri paesi, il salvataggio delle democrazie minacciate da una decostituzionalizzazione che colpisce prima i paesi più umiliati dalle politiche della trojka e dei memorandum, e poi tutti gli altri, erano a nostro parere possibili a una sola condizione: rispondere alla crisi sistemica con risposte egualmente sistemiche, e per questa via scardinare le fondamenta su cui si basa la risposta fin qui data alle crisi dei debiti nazionali dalla Commissione, dagli Stati più forti dell’Unione, dalla Bce. Creando un’Unione più solidale, rifiutando l’idea stessa di un centro dell’Unione circondato da “periferie” indebitate e di conseguenza colpevoli (Schuld in tedesco ha due significati, non dimentichiamolo mai: significa debito e colpa). Ricostituzionalizzando non solo l’Italia o la Grecia o la Spagna o il Portogallo, quindi, ma ricostituzionalizzando e ri-parlamentarizzando anche l’Unione.

Di qui anche la battaglia che noi europarlamentari italiani del Gue conduciamo a Bruxelles e Strasburgo. È una battaglia che va in più direzioni: per la comune e solidale gestione dei debiti nazionali, e per piani europei di investimento ben più consistenti e decisivi del piano Juncker (il piano Juncker conta solo su investimenti privati del tutto fantasmatici, con un incentivo di investimento pubblico minimo: poco più di 20 miliardi, con un improponibile, inverosimile effetto moltiplicatore di 15 punti). Di piani alternativi a quello di Juncker ce ne sono molti, e sono interessanti: dall’idea di Luciano Gallino, che immagina una moneta parallela all’euro da emettere per gli investimenti senza che lo Stato esca dall’euro, a quello di Yanis Varoufakis, l’economista che si è candidato per Syriza in queste elezioni. Studiamoli e facciamoli nostri. Coinvolgiamo Luciano Gallino, che – lo ricorderete – fu tra i principali ideatori della nostra lista fin dal primo giorno. Scrisse lui i passaggi decisivi della parte economica del programma. Consultiamolo sulla questione del debito che sarà discussa nell’assemblea.

***

Credo che più che mai dobbiamo mantenere lo slancio iniziale della Lista, insistere nella convinzione che abbiamo avuto quando è nata questa formazione: l’aggancio a Syriza e al caso Grecia era un grimaldello per cambiare l’Europa e dunque la politica italiana. Manteniamo quelle idee, salvaguardando quel che abbiamo costruito ed essendone fieri.

E visto che sono a Bologna, vorrei qui rendere omaggio al grande sforzo che è stato fatto dalla lista Altra Emilia Romagna (e anche Altra Calabria, Altra Liguria) per proseguire il discorso cominciato con la campagna per le elezioni europee. Campagna che ha pur sempre portato dei risultati, visto che nel parlamento europeo ci sono 3 nostri parlamentari.

È il primo punto su cui vorrei insistere, in quest’assemblea. Non ricominciamo da zero. Ricominciamo da tre (i 3 parlamentari appunto). Esistiamo, anche se siamo spesso un soggetto performativo, per usare ironicamente un termine della linguistica. Come europarlamentare mi trovo spesso davanti alla domanda: “E tu, chi sei?”. In quel momento, nominando la Lista, per forza di cose la faccio esistere come soggetto compiuto. Siamo una forza esigua ma si deve ripartire anche dalla nostra esperienza. Il che vuol dire: dai territori che l’hanno continuata a far vivere, dai successi e dalle adesioni che otteniamo localmente. Non aspettiamo, per nascere come soggetto politico, che altri decidano quale alternativa nuova e mai vista debba nascere alla politica di Renzi.

Il secondo punto che vorrei indicare riguarda la natura che si darà la Lista. È un punto collegato al primo, perché si tratta di insistere sempre, di nuovo, sull’intuizione iniziale: sull’aspirazione a essere, come movimento, massimamente inclusivi e unitari, massimamente aperti a tutte le adesioni. Aperti, come lo eravamo nelle elezioni europee, alle persone, ai diversi partiti e ai diversi movimenti della sinistra radicale, e anche a chi non si identifica del tutto con la formazione della Sinistra Europea ma si batte comunque per un’alternativa a Renzi e alle grandi intese popolari-socialisti-liberali nel Parlamento e nelle altre istituzioni europee: penso agli ecologisti, ai militanti delle battaglie anticorruzione e antimafia, e ai delusi del M5S, e infine – ancora una volta, e sempre più – agli astensionisti. È il motivo per cui, vorrei dirlo qui a Bologna, ho personalmente deciso tenere in sospeso la mia adesione alla Sinistra Europea, come parlamentare del Gue. Il nostro progetto politico non era la riproposizione di un insieme di partitini, e anche se essenzialmente di sinistra non era solo di sinistra. Non era antipartitico, ma era rigorosamente non-partitico. A me sembra che le scelte di molte nuove forze in ascesa della sinistra – Podemos in Spagna, il movimento “barriera umana” di Ivan Sinčić in Croazia – vadano precisamente nella stessa direzione.

Sono troppe le cose che abbiamo da fare, ognuno nel posto dove si trova, per aspettare ancora e rinviare il momento di creare le strutture di una nuova formazione politica decisa non solo a battersi ma a vincere, nelle future elezioni locali e nazionali. E dobbiamo farlo nella maniera più condivisa e democratica e unitaria possibile, ma dobbiamo farlo subito, qui. L’ora è adesso perché la crisi acuta è adesso. C’è l’Europa dell’austerità che dobbiamo cambiare, affiancando la battaglia che domani farà Syriza e dopodomani – spero – Podemos e Sinčić e la Linke nel paese chiave dell’Unione che è la Germania. C’è l’Europa-fortezza da mettere radicalmente in questione, con politiche dell’immigrazione che mutino i regolamenti sull’asilo, che garantiscano protezione ai profughi da guerre che attorno a noi si moltiplicano e ci coinvolgono, perché sono guerre che americani ed europei hanno acutizzato e quasi sempre scatenato. Perfino il mar Mediterraneo va ricostituzionalizzato, visto che l’Unione sta violando addirittura la legge del mare, mettendo in discussione il dovere di salvare le vite umane minacciate da naufragio. E vanno aboliti i Cie, i Centri di identificazione ed espulsione, nella loro forma attuale. Ho visitato in dicembre quello di Ponte Galeria a Roma. Non è un centro, è un campo di concentramento. Non per ultimo: in Italia bisogna trovare risposte a un razzismo che sta esplodendo ovunque, non solo nel popolo della Lega, e che sarà sempre più legittimato dalle urne, se non impareremo a parlare in maniera giusta su queste questioni.

Sono talmente tante le cose da fare che non abbiamo letteralmente tempo di occuparci dei piccoli partiti, delle piccole o grandi secessioni dentro il Pd. Siamo in attesa che molti ci raggiungano e aderiscano alle nostre proposte. Siamo sicuri che verranno, perché la crisi è davvero straordinaria ed esige uno sforzo unitario egualmente straordinario. Proviamo a compierlo, fin da quest’assemblea.