Brexit, ora arriva l’inferno delle incertezze

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 17 gennaio 2019

 

Il voto di martedì sera alla Camera del Comuni è stato un colpo particolarmente duro per Theresa May – non ci aspettava un’opposizione così massiccia alla sua linea negoziale sulla Brexit – ma è lungi dall’essere chiarificatore. Ancora non è dato sapere quale sarà l’alternativa che raccoglierà il consenso del Parlamento, quanto tempo il premier resterà in carica, cosa voglia esattamente la maggioranza dei deputati, dopo aver detto quello che non vuole. Il negoziatore dell’Unione, Michel Barnier, non intende negoziare un nuovo trattato di separazione, soprattutto per quanto riguarda la questione nord irlandese e i diritti dei cittadini, e una Brexit nel caos – un no-deal Brexit – si fa più minaccioso e probabile.

È soprattutto per il Nord Irlanda che la prospettiva del no-deal sarebbe nefasta. L’accordo negoziato con Theresa May era congegnato in maniera tale da tutelare il Good Friday Agreement, che nel 1998 mise fine a decenni di sanguinose guerre in Nord Irlanda, conferendo ai nord irlandesi il diritto di proclamarsi cittadini della Repubblica di Irlanda oltre che della Gran Bretagna, e di rimanere de facto e de jure, dopo il Brexit, dentro l’Unione europea. Un’uscita senza accordo rappresenterebbe una lesione dell’accordo del Venerdì Santo, e non è da escludere che prima o poi una maggioranza di nord irlandesi sceglierà la via di un referendum sulla riunificazione dell’Irlanda, pur di evitare una rigida frontiera fra le due parti dell’isola e di restare in Europa e nel suo ordinamento giuridico

Ma anche per i cittadini europei nel Regno Unito, e per gli inglesi che vivono nell’Unione, l’orizzonte è scuro. L’assenza di un Withdrawal Agreement li priverebbe in poco tempo di tutti i diritti legati alla libertà di movimento di cui hanno sin qui goduto (previdenza sociale, permessi di lavoro, riconoscimento delle qualifiche personali, ricongiungimenti familiari, ecc). Dal limbo conosciuto negli anni successivi al referendum sulla Brexit passerebbero all’inferno dell’incertezza legale. Difficile dire come si potrà uscire da questa massiccia sconfessione della linea dell’esecutivo senza che il popolo britannico sia di nuovo interpellato, restituendo spazio e voce a chi nel 2016 aveva votato contro la Brexit (non solo Nord Irlanda ma anche Scozia, Gibilterra, Londra).

Se il no-deal sarà confermato – o se la Brexit non verrà revocata – l’Unione non avrà praticamente armi per difendere i propri cittadini, che dal giorno alla notte diverranno cittadini di Paesi terzi. Legalmente potrà impegnarsi solo negli ambiti in cui sarà in grado di esercitare, e sin da principio, un’influenza. Quel che si spera è che preservi unilateralmente, come primo atto, i diritti dei residenti inglesi nel proprio territorio: raccomandando l’allineamento delle procedure nazionali in materia di residenza e permessi di lavoro alle “migliori pratiche” già prospettate in alcuni Paesi membri, garantendo che tali diritti includano non solo il soggiorno nei singoli Stati ma anche il libero movimento nell’intero spazio dell’Unione.

Ben più grave il caso dei cittadini europei in Gran Bretagna: sono più di 3 milioni, e in uno scenario no-deal diverranno vittime, come già purtroppo lo sono i cittadini di Paesi terzi, dell’ambiente ostile – hostile environment – promosso esplicitamente da Theresa May nel 2012, quando era ministro dell’Interno (gli italiani residenti in Gran Bretagna, iscritti o no all’Aire, sono circa 675.000). Le promesse fatte dal primo ministro potranno essere revocate dal Parlamento d’un solo colpo, quando vorrà. Solo un trattato internazionale che salvaguardi i diritti iscritti nel Withdrawal Agreement darebbe ai cittadini europei in Gran Bretagna le certezze legali che essi chiedono con insistenza da anni. Il ringfencing dei diritti – la loro messa in sicurezza – è possibile se l’Unione, oltre a proteggere unilateralmente i residenti inglesi in Europa, condizionerà i negoziati sulle future relazioni a un preliminare accordo bilaterale Unione-Regno Unito che sia equiparabile a un trattato internazionale vincolante, e che preservi e migliori il capitolo diritti del Withdrawal Agreement. Anche per questo è cruciale dare alla Gran Bretagna più tempo, oltre la data di recesso del 29 marzo, per uscire dalle difficoltà presenti in modo da non distruggere due anni di negoziato con l’Unione e salvaguardare sia i cittadini post-Brexit, sia l’accordo del Venerdì Santo.

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Indagine Aquarius

Indagine Aquarius: l’ipotesi è omissione di un atto d’ufficio, di Valeria Pacelli e Antonio Massari, «Il Fatto Quotidiano», 7 gennaio 2019

 

Se rifiutare un porto sicuro è reato, il corso impartito dal governo gialloverde sulle politiche migratorie è destinato a cambiare, salvo che Matteo Salvini e il Viminale imbraccino la disobbedienza al codice penale. Se invece risulterà lecito, la loro scelta ne uscirà rafforzata. A stabilirlo sarà la procura di Roma che – proprio per il rifiuto di fornire un porto sicuro alla nave Aquarius, la nave dell’Ong “Sos Mediterranée” – indaga per il reato di omissione in atti di ufficio. Il fascicolo, curato dal pm Sergio Colaiocco, per il momento non conta alcun indagato.

Il caso risale a giugno scorso, quando la Aquarius vaga per nove giorni, con 629 migranti a bordo, tra i porti chiusi di Malta e Italia, riuscendo infine a sbarcare in Spagna. Gli investigatori adesso devono capire se le modalità con le quali è stata gestita questa vicenda costituiscano un reato. E, se così fosse, si stabilirebbe che la scelta operata dal governo è illegale. A chiedere di fare chiarezza – con un esposto presentato mesi fa – sono tra gli altri, l’ex parlamentare, ora leader di Possibile, Pippo Civati e l’europarlamentare Barbara Spinelli, con un pool di avvocati, tra i quali Alessandra Ballerini, legale della famiglia di Giulio Regeni.

Il caso Aquarius, rispetto alle altre vicende, rappresenta peraltro un’eccezione: fu la Guardia Costiera, infatti, a chiedere l’intervento dell’Ong. In sostanza, pur contattata e coordinata dai nostri marinai – che dipendono dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli – la Aquarius si vide prima concedere, e poi negare, la possibilità di sbarcare in Italia.

Tutto comincia quindi il 9 giugno scorso quando la Guardia Costiera recupera, dai mercantili Jolly Vanadio, Vos Thalassa ed Everest, i 405 naufraghi che i tre comandanti hanno salvato. Una volta recuperati a bordo delle proprie motovedette, la Guardia Costiera contatta la Aquarius per trasbordarli sull’imbarcazione della Ong. Le 405 persone trasbordate dalle motovedette della Guardia Costiera si aggiungono ad altri 224 naufraghi che l’Aquarius aveva già a bordo. E da quel momento inizia l’odissea di 629 persone in giro per il Mediterraneo.

In un primo momento – si legge nella denuncia – la Guardia Costiera, dopo essersi raccordata secondo le norme con il Viminale, indica alla Aquarius il porto sicuro di Messina. In poche ore però tutto cambia. Arriva il “no” della politica. E il governo in quel momento è in piena sintonia. In un comunicato congiunto, i ministri Danilo Toninelli e Matteo Salvini – dal quale dipende il dipartimento che fornisce il porto sicuro – puntano il dito contro Malta “che non può voltarsi dall’altra parte”.

Pur non accennando alla chiusura dei porti, da Facebook, il titolare del Viminale ribadisce: “Da oggi anche l’Italia comincia a dire no”. Alle 18.11 Salvini pubblica su twitter la sua foto a braccia incrociate con l’hastag #chiudiamoiporti. In realtà nessun provvedimento per la chiusura dei porti pare sia mai stato emanato.

I denuncianti adesso chiedono alla Procura di “accertare l’esistenza e la comunicazione di divieti ministeriali circa la possibilità di approdare in Italia ovvero di ‘chiusura dei porti’”.

Il fatto certo è che alla fine il porto sicuro è stato trovato in Spagna, mentre l’Italia decide di mettere a disposizione due navi, una della Marina e una delle capitanerie di porto, per assistere il viaggio dell’Aquarius fino a Valencia, dividendosi i migranti a bordo. E così l’odissea finisce solo il 17 giugno.

I denuncianti non puntano il dito solo contro i due ministri – Salvini e Toninelli – ma anche contro la Guardia costiera.

Nell’esposto si elencano le norme internazionali che sarebbero state violate nel momento in cui il porto di Messina non è stato più reso disponibile. A cominciare dall’articolo “98 della Convezione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982” e il conseguente “obbligo del comandante di una nave di assistere… e prestare soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo”. Si fa anche riferimento alla presunta “violazione dell’articolo 33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e l’articolo 4 del quarto protocollo della Convenzione europea dei diritti umani, dai quali discende il principio di non refoulement…” che “si traduce nell’obbligo di consentire un accesso e una protezione temporanei (…), nei confronti di chi chiede ospitalità per preservare la propria integrità fisica e la propria libertà”.

Nell’esposto si chiede alla Procura anche di acquisire gli atti dal Viminale e “accertare le comunicazioni intercorse tra ministero degli Interni e il ministero dei Trasporti e delle Mrcc in riferimento al divieto di sbarcare in Italia”, incluse le comunicazioni tra la centrale di soccorso della Guardia costiera italiana, Malta e la nave Aquarius.

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“L’Ue ha dimostrato diritto di veto, ma si può resistere”

Intervista a Barbara Spinelli di Stefano Feltri, «Il Fatto Quotidiano» , 22 dicembre 2018

Barbara Spinelli, giornalista, è in rotta con le politiche dell’Unione: si è candidata alle Europee nel 2014 per cambiarle, nella lista Tsipras. Ma ora, a pochi mesi dalla fine di quest’esperienza (“un mandato basta”), vede pochi segnali di speranza: qualche politica sociale in Portogallo, la sinistra di Corbyn in Gran Bretagna, forse il governo Sanchez in Spagna.

Barbara Spinelli, il governo si è fatto dettare la manovra o la Commissione ha ceduto?

La Commissione ha confermato il potere di veto che sin dal governo Monti esercita sulle politiche decise dai governi. Abbiamo programmi ed elezioni nazionali, e poi c’è un secondo turno a Bruxelles. Ma l’Unione era partita con richieste più restrittive: voleva un deficit all’1,6 per cento del Pil e si opponeva alle politiche espansive e di solidarietà volute dal governo.

E poi c’è stata la Francia: il commissario Pierre Moscovici ha subito approvato l’annuncio di un deficit al 3,5% per rispondere alla rivolta dei Gilet gialli.

La Commissione non poteva applicare due standard diversi. Ma davanti ai Gilet gialli, Moscovici ha avuto una reazione politica, non tecnica.

E come se la spiega?

Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione anomala sul codice di comportamento della Commissione: ha accettato che i commissari si candidino alle elezioni europee mantenendo la carica. Io ho votato contro. Ne abbiamo già parecchi: Pierre Moscovici, Frans Timmermans, forse Margrethe Vestager. Moscovici è in campagna elettorale in Francia: non ha smentito la sua possibile candidatura. Si è non poco screditato.

Si poteva approvare la manovra senza il via libera della Commissione?

La procedura di infrazione sarebbe stata molto punitiva per gli italiani. È un bene averla evitata, senza però eliminare dalla manovra le misure cruciali. Queste politiche europee hanno prodotto una miseria che non si vedeva dal dopoguerra.

Non abbiamo alleati in questa sfida alle regole. Solo i Gilet gialli.

La Grecia non poté contare neppure sulle rivolte di piazza in altri Paesi. Juncker stesso ha ammesso che la dignità del popolo greco è stata calpestata dall’Unione. L’Italia ha potuto far tesoro di proteste ormai diffuse contro politiche che non producono crescita ma rivolta sociale, come i Gilet gialli o la Brexit che non è un capriccio nazionalista ma un voto popolare, anche se del tutto illusorio, contro l’austerità. Questa è un’Unione disgregata e l’Italia prova a fare qualcosa. Non entro nei dettagli della legge di Bilancio, ma a chi si scandalizza perché Di Maio vuole ‘abolire la povertà’, ricordo che Ernesto Rossi scrisse il libro Abolire la miseria, mentre lavorava al Manifesto di Ventotene.

Perché Macron, campione dell’europeismo, sta finendo così male?

L’europeismo è un guscio vuoto in cui puoi mettere quello che vuoi: il federalismo di Hayek per azzerare il peso dello Stato in economia o il Manifesto di Ventotene. Il prestigio di Macron è crollato in Francia ben prima che in Europa. Quel che difende è una dottrina economica confutata dagli studiosi sin dagli anni Settanta, secondo cui aiutare i ricchi sarebbe nell’interesse di tutti: il benessere “sgocciolerebbe” verso i non abbienti. La prima cosa che ha fatto è tagliare le tasse ai ricchi. E non ha funzionato.

La lezione dei Gilet gialli è che per cambiare politica economica serve la rivolta?

Solo politiche di bilancio più egualitarie possono prevenire insurrezioni. Dicono che il governo italiano è populista, ma il M5S è l’espressione parlamentare di quella protesta, il famoso ‘Vaffa’ equivale allo slogan dei Gilet: si autodefiniscono dégagiste, vogliono mandare ‘tutti fuori’. La democrazia rappresentativa come è fatta oggi non è in grado di fornire veri rappresentanti delle volontà popolari. Non a caso tutti questi movimenti chiedono strumenti di democrazia diretta.

E questa crisi della democrazia rappresentativa la preoccupa?

Sì. Ma è stato fatto di tutto per arrivare a questo esito. Oggi serve una riscrittura sociale delle regole, ma l’Unione punta i piedi. Draghi parla del pericolo del nazionalismo e del populismo e annuncia che ‘a piccoli passi si rientra nella storia’. Che vuol dire? Che il Fiscal compact, privo com’è di qualsiasi vincolo sociale, permette una felice uscita dalla storia, e di questo dovremmo esser grati?

Draghi ha spiegato anche che il mercato unico, l’euro, l’Unione sono legami che servono a prevenire nuovi disastri.

Ma quali legami? L’Europa si sta sfasciando, con l’Est che va da una parte, la Francia dall’altra, il Regno Unito fuori. Si discute di deficit eccessivo in vari Paesi, ma da anni il surplus commerciale in Germania supera il tetto consentito del 6 per cento, permettendole di drenare ricchezza dal resto dell’Unione, e nessuno dice niente.

Nella campagna elettorale per le Europee si parlerà di temi sociali o di migranti?

Spero che il punto forte sia il tema sociale da cui discende tutto il resto, inclusa la cosiddetta questione della migrazione. Sbagliava il ministro Minniti quando fece capire che sarebbe scoppiata una bomba sociale se non si fermavano gli arrivi e le operazioni di Ricerca e Salvataggio. È la bomba sociale che ha creato questa percezione del pericolo migranti.

Come giudica l’opposizione del Pd al governo?

Nefasta. Sventolano l’europeismo e poi s’indignano con chi vuol ricostruire l’Unione partendo dal sociale. E sul tema migranti sono gli ultimi a poter criticare: la politica di Minniti ha prodotto accordi con la Libia messi sotto accusa dal Consiglio d’Europa, dall’Onu. Salvini agisce in violazione delle leggi internazionali che vietano il respingimento di rifugiati, ma Minniti in questo lo ha preceduto.

Però ha funzionato: gli sbarchi sono calati.

Anche i campi di concentramento hanno funzionato. Gli sbarchi sono diminuiti e i morti in mare sono aumentati. Preferirei quasi che dicessero: ‘Li vogliamo morti in mare’. Almeno direbbero la verità.

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Replica di Eleonora Forenza, Curzio Maltese e Barbara Spinelli a un articolo di «Internazionale»

Il 19 giugno 2018 è uscito su «Internazionale» un articolo, a firma Andrea Pipino, intitolato Il voto imbarazzante di 36 eurodeputati di sinistra

 

Questa la replica di Eleonora Forenza, Curzio Maltese e Barbara Spinelli, pubblicata da  «Internazionale» il 3 luglio 2018:

 

Abbiamo votato contro la Risoluzione sulla Russia e in particolare sulle condizioni di Oleg Sentsov, insieme a tutto il gruppo della Sinistra unitaria europea-Sinistra verde nordica (GUE/NGL), perché non crediamo che la difesa dei diritti umani possa essere strumentalizzata, né possiamo incoraggiare la tendenza a utilizzare alcune vicende per nasconderne altre. Il contenuto del testo infatti rivendica in blocco e appoggia la politica dell’Unione Europea verso la Russia che non condividiamo nel suo complesso: non è il momento di riconfermare sanzioni economiche alimentando la tensione fra questi paesi e rilanciando la guerra fredda, ma sono più che mai necessari dialogo e diplomazia. Ogni giovedì durante le riunioni di Plenaria vengono affrontati tre casi di violazione dei diritti umani posti all’attenzione dell’Assemblea, secondo criteri molto sovente parziali e fortemente sbilanciati, frutto di scelte di una maggioranza talvolta animata più da obiettivi politici che dal desiderio di difendere i diritti umani.

Ci opponiamo fortemente a qualsiasi misura coercitiva nei confronti dei media e delle ong, che non tuteli la dignità e la libertà di espressione e informazione di ogni persona. Questo vale per tutte le parti coinvolte, tanto nei conflitti come in tempo di pace. Purtroppo, la risoluzione che ha affrontato la questione di Sentsov non menziona, per esempio, i casi di numerosi prigionieri detenuti in Ucraina, fra cui giornalisti e attivisti dell’opposizione. Per tutti vale la richiesta di scarcerazione e di rispetto integrale dei diritti umani.

‘Far from viable!’ Italian politician tears into EU’s migration agreement

Darren Hunt, express.co.uk, Friday, 29 July, 2018

An Italian politician has ripped into the European Union’s migration deal after negotiations ran into the early hours of Friday morning at the European Council summit where the accord was top of the agenda.

The meeting in Brussels ran until the early hours of the morning as leaders tried to find a solution to the migrant crisis.

Italy has called for changes to the EU’s migrant policy and EU leaders eventually reached an agreement after chaotic talks on migration.

Speaking to reporters at around 4am, Angela Merkel admitted that the bloc still had “a lot of work to do to bridge the different views”.

Speaking to Sky News, the Italian MEP and member of the European United Left-Nordic Green Left, Barbara Spinelli said: “The Italian Government did a good thing vetoing the first draft of the agreement.

Barbara Spinelli said the agreement in Brussels was far from a solution for Italy “In the same sense, it was a good choice, by the Government. But the results are far from offering viable and right based solutions, even for Italy.

“For Italy, the essential point from my point of view is a new regulation of Dublin.

“On the reform of Dublin, there has been no agreement. And what is particularly disturbing from my point of view is that the European Parliament, which is the only elected body of the European Union has presented proposals that are very positive also for Italy, for the whole union.

“And these proposals and this Parliament has been completely ignored by the agreement of the member states in the European Council.”

Italy has been pushing to see EU countries share the responsibility of asylum-seekers on Italian soil.

Speaking of his pleasure at a deal on migration being reached, Italy’s new hardline Prime Minister Giuseppe Conte said: “Italy is no longer alone after this EU summit.”

French President Emmanuel Macron said a hard-fought deal reached by EU leaders on migration showed “European cooperation” had prevailed over national interests.

“After nine hours of discussions, an agreement has been found. It is European cooperation that has won the day,” Macron said as he left talks that began on Thursday evening and lasted until dawn on Friday.

He added: “Europe will have to live with migratory pressures for a long time.

“We must succeed in standing up to this challenge whilst being true to our values.”

Theresa May hailed the results of the EU negotiations after “lengthy discussions”.

She said: “It is just after 5am, we have had very lengthy discussions, but lengthy discussions on the important subject of migration.

“And we have come to positive conclusions, a lot of them around what the United Kingdom has been encouraging for some time, which is taking more action upstream in countries of origin so that we can ensure that people aren’t having to make and aren’t making these very dangerous journeys, often travelling many miles, often at the hands of the people smugglers and making the dangerous trips across the Mediterranean where we still see some people dying.”

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MEP: In the long term, migrants will be part of solution in Europe

Karolina Zbytniewska with Ninon Bulckaert

15 June 2018

EurActiv.com

More and more voices are calling for an urgent reform of the strained Dublin asylum system as migrants continue arriving across the Mediterranean and migration takes centre stage in Europe again.

In an interview with EURACTIV’s Karolina Zbytniewska, Barbara Spinelli, an Italian MEP for the Confederal Group of the European United Left – Nordic Green Left, is positive: “If we did not have the Dublin rules or if we had changed them, we wouldn’t be having what is now happening in Italian ports and in the Mediterranean.”

The refusal of Italy and Malta to take in the rescue ship Aquarius packed with migrants this week has shone a light on the flaws of European solidarity and underlined the urgent need to reform the Dublin asylum system. EURACTIV.fr reports.

Barbara Spinelli is the daughter of Altiero Spinelli, an anti-fascist politician who is considered to be one of the founding fathers of the European Union. The main building of the European Parliament in Brussels is named after him.

Spinelli denounced what she called “the lack of solidarity in the European Union”. “You cannot discuss solidarity. First, you open the ports, and then you discuss the issue.”

She referred to the decision by Italy and Malta not to receive the Aquarius ship, belonging to a French NGO and carrying 629 migrants. The boat was left stranded at sea for several days, while European countries refused to take the responsibility for it. France, which has ports in the Mediterranean, remained silent. Spain finally allowed the migrants to disembark in Valencia.

A need for European solidarity

“There has to be a new Dublin system because the last one established that Italy and Greece are the frontline countries,” said Spinelli. Indeed, a migrant arriving in Europe has to be registered in the country of arrival, where he can be sent back even after crossing the borders to go in other member states.

Border controls even within the Schengen area are thus at stake, as Spinelli pointed out, mentioning the border between France and Italy as a reaction to the French government’s criticism of the Italian behaviour.

“What the French government does at the border with Italy, sending back people who came to France is equally cynical.” Migrants in the Alps who try to cross the border to enter the French territory are indeed blocked by far-right groups, with the police turning a blind eye to those methods.

Italy forged ahead with plans to send hundreds of migrants to Spain in a small naval convoy on Tuesday (12 June) after shutting its own ports to them, sparking a war of words with France that exposed EU tensions over immigration.

“What is tragic in the EU today is the fact that the European Council is not able to reach an agreement on this reform, whereas the European Parliament already made a proposal,” said Spinelli.

Following a string of far-right political successes barely a year before the next European elections, regional and local representatives have called on the EU to urgently act on migration, an issue that has quickly come back to the top of the political agenda.

Like many MEPs, she hopes that EU leaders will manage to find an agreement on reforming the Dublin system in the upcoming 28-29 June European Council meeting, where migration will be the top issue.

Migrants widely seen as a threat

But according to Spinelli, the Dublin regulation is not the only obstacle to migrants’ integration. European citizens are also worried about their social and economic positions and their purchasing power. The arrival of migrants is widely seen as a threat to jobs and national identity. Spinelli sees it differently.

“I invite you to take a long-term view on migration because resentment is part of a short-term vision. Europe is an ageing continent and we need young people. The arrival of people could help the economy. In the future, migrants will be part of the solution, not part of the problem. They will also pay taxes and contribute to the payment of pensions.”

Spinelli finally insisted on the necessity to see the broader picture concerning migration. “We are not confronted with a mass invasion. Many people in the world displace themselves, substantially so in Africa or in Asia. The part coming to Europe is approximately 0.2% of the EU population.”

The European Parliament debated the priorities for Europe on Tuesday, ahead of a crucial EU summit due on 28-29 June. Among those priorities, the reform of the Dublin regulation seems the most pressing and MEPs urged EU leaders to find an agreement on the asylum system.

 

Il Pd ignora la sua base sociale e la lascia al M5S

Intervista di Stefano Feltri, «Il Fatto Quotidiano», 13 marzo 2018

Barbara Spinelli, che messaggio è arrivato dagli elettori con la doppia vittoria di Lega e M5S?

È evidente che a Nord come a Sud gli elettori esigono un cambiamento: non solo formale, di qualche ministro. Denunciano l’enorme divario che esiste tra un establishment di tipo oligarchico e la sovranità popolare, chiedono di colmarlo. Per la sinistra la sconfitta è monumentale: con le classi popolari aveva un legame storico perduto da anni.

Quell’establishment, prima del voto, ha dato il solito messaggio “o noi o il disastro” ed è rimasto inascoltato. Un risultato preoccupante o di speranza?

Il messaggio non funziona più perché negli anni in cui governava, quel “noi” ha ottenuto risultati non troppo distanti dal disastro agitato come spauracchio. Se si fa una netta distinzione tra Lega e M5S, forse si può ancora salvare il salvabile. Se la spinta impersonata dal M5S, la più inserita nel quadro democratico, viene colta e tradotta in un programma concreto di governo, il disastro è evitabile.

Eugenio Scalfari ha detto che il M5S è la nuova sinistra. È d’accordo?

Il Movimento 5 Stelle comprende molti elementi, anche liberali, tanto che nell’Europarlamento ha provato ad allearsi con l’Alde. Ma sicuramente il M5S ha una forte componente di sinistra. L’alleanza più coerente sarebbe quella con Pd e LeU, anche se la maggioranza sarebbe esilissima e dipendente da fedeltà improbabili.

E il sorpasso della Lega su Forza Italia che segnale è?

Esprime paure e xenofobie che esistono, meno chiassose, anche in Forza Italia. Se Berlusconi prova a lusingarle, gli elettori continueranno a preferire Salvini. Quanto all’Unione europea, l’elettorato leghista non è scettico, ma ostile. Non così i Cinque Stelle.

I Cinque Stelle hanno smesso di essere euro-scettici?

Li ho osservati da vicino al Parlamento europeo, nella loro propensione a fare compromessi positivi. Quello che le forze democratiche notano a Bruxelles è la loro capacità di fare proposte, soprattutto sui temi sociali e sui diritti. La stessa idea del reddito di cittadinanza, criticata e svilita dall’establishment italiano, è molto europea. Nell’ottobre scorso il Parlamento europeo ha votato a stragrande maggioranza una risoluzione che chiede l’introduzione di un reddito minimo nell’Unione. Il relatore era Laura Agea del M5S. Solo Italia e Grecia non hanno schemi permanenti di reddito di cittadinanza. Su alcuni temi i Cinque Stelle sono perfino troppo “europei”, a mio parere.

Per esempio?

Sul respingimento dei migranti verso il Sudan, una dittatura con cui abbiamo firmato accordi di rimpatrio, e in particolare sul rimpatrio dei migranti in Libia. L’appoggio dei 5 Stelle alla strategia libica di Minniti è identico a quello dato dalla Commissione UE, e come nel 2012 potrebbe sfociare in una condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Vista da Bruxelles, la Lega è pericolosa come il Front National? Non sembra ci sia lo stesso grado di allarme.

Spero che l’allarme ci sia. Quando Salvini parla di Europa mostra un’ignoranza abissale: quando fa l’elogio di Marine Le Pen o dei governi del gruppo di Visegrad, nasconde agli elettori che costoro vogliono chiudere le frontiere e si rifiutano di ricollocare i rifugiati, lasciandoli tutti nel Paese d’arrivo, che è il nostro. Un disastro per l’Italia, che Salvini furbescamente occulta.

Si parla di un’alleanza Lega-M5S, per mancanza di alternative.

Dell’ignoranza militante e ipocrita di Salvini ho appena detto. Non voglio neppure prendere in considerazione un’alleanza, suicida e contronatura, con un simile personaggio, dichiaratamente xenofobo e violento.

L’atteggiamento del Pd ora verso i loro elettori è “andate pure dai populisti, ve ne pentirete e tornerete da noi con tante scuse”.

È un atteggiamento di persone psicologicamente fragili che non sanno guardarsi allo specchio e fare gli autoesami richiesti: è la stupidità senza fondo che caratterizza le mosse di Renzi da quando ha perso il referendum sulla Costituzione. Vuol dire mostrarsi del tutto indifferenti alla propria storica base sociale. Averla in gran parte perduta non significa smettere di esserne responsabili. Lasciare i Cinque Stelle senza sponde a sinistra significa rovesciare lo slogan “o noi o il caos”, e scegliere il caos. Dire “Ben venga il caos” è un atteggiamento sovversivo. Né credo che la soluzione consista nello schema Macron, carezzato forse da Renzi o Calenda: Macron ha vinto lasciandosi alle spalle un deserto di rappresentanza politica.

Come verrebbe vista in Europa la coalizione Pd-M5S? Una resa del Pd ai populisti?

Consiglio di abbandonare per sempre l’aggettivo populista, utilizzato per delegittimare chiunque chieda cambiamenti ma non appartiene alle oligarchie nazionali o europee. Parliamo dei problemi veri: non siamo fuori dalla crisi, dobbiamo uscire dalla bolla dentro cui vivono poteri assediati, sempre più infastiditi non tanto dai populisti, ma dallo stesso scrutinio universale e dalle inevitabili sorprese che esso riserva.

Che succede se i Cinque Stelle deludono? Hanno sollevato molte aspettative.

Hanno diminuito il numero delle promesse. Quella che più viene loro rimproverata dagli economisti dell’austerità è il reddito di cittadinanza, difficilmente contestabile essendo un obiettivo dell’Europarlamento. Lo stesso Parlamento ha detto che non bastano gli 80 euro o qualche piccola misura sull’inclusione. In Italia servono proposte sociali importanti e per questo il Pd e il M5S dovrebbero allearsi. Nel programma 5 Stelle c’è anche la lotta alla mafia e alla corruzione. Vorrei sapere se anche questa lotta sia catalogabile come populista

Le Ong, Lord Jim e i soliti sospetti

Articolo pubblicato su «Il Fatto Quotidiano», 30 aprile 2017

La settimana scorsa ho partecipato a una missione di ricognizione della politica sui migranti, a Roma e in Sicilia, insieme ad altri deputati europeidella Commissione parlamentare per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Il 19 aprile, a Catania, ho incontrato il procuratore Carmelo Zuccaro, che rispondendo a una mia specifica domanda ha ripetuto le preoccupazioni già espresse il 22 marzo in un’audizione alla Camera, sull’attività di alcune Ong che fanno Ricerca e Salvataggio spingendosi se necessario nelle acque territoriali libiche. Preoccupazioni più prudenti erano apparse in dicembre in un rapporto dell’agenzia Frontex. Le Ong che il procuratore sospetta di collusione con i trafficanti sono sei: cinque di origine tedesca (Sos Méditerranée, Sea Watch Foundation, Sea-Eye, Lifeboat, Jugend Rettet), una spagnola (Proactiva Open Arms). Nell’audizione il procuratore ha escluso dai sospetti Medici senza frontiere e Save the Children.

Alcune premesse sono indispensabili.

– La prima riguarda il linguaggio. Quando affermo che le Ong intervengono “se necessario”, e che le operazioni includono la ricerca oltreché il salvataggio, è perché questo prescrive la legge. Soccorrere una barca a rischio naufragio è una necessità. E chi svolge tale compito deve non solo assistere la barca casualmente incrociata, ma anche mettersi in ascolto (cioè cercare) chiunque lanci Sos di soccorso, anche da lontano. I due termini sono accostati nella Convenzione Onu di Amburgo sulla Ricerca e il Soccorso in mare adottata nel 1979.

– Seconda premessa: quando incombe il naufragio non è possibile distinguere tra le motivazioni dei fuggitivi. A chi affonda non puoi chiedere se stia cercando un lavoro o se scappi da guerre o oppressioni. Non puoi salvare il richiedente asilo e lasciare affogare chi subodori non lo sia, e non solo perché non hai gli “strumenti” che facilitino la distinzione. Puoi lasciare affogare o no. La prima opzione viola la legge del mare.

– La terza premessa riguarda la Libia. C’è stata una guerra, cui l’Italia ha partecipato, che con la scusa di eliminare una dittatura ha creato violenze incontrollabili da qualsivoglia autorità interna. Risultato: esistono sufficienti prove che la Libia non è più solo un Paese di transito, ma un Paese da cui si evade in massa (penso agli ex immigrati del Bangladesh nel Paese di Gheddafi). Nei centri dove vengono rinchiusi e a volte uccisi, i fuggitivi vivono “in condizioni peggiori che nei campi di concentramento”, ha confermato a gennaio una lettera dell’ambasciatore tedesco in Niger al proprio ministero degli Esteri. Esiste poi una vasta rete di commercio di persone sequestrate, torturate, vendute come schiave, come denunciato il 9-10 aprile dall’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (Oim), legata all’Onu.

Non le Ong ma ancora una volta l’Onu, attraverso un rapporto del 13 dicembre 2016 dall’Alto commissariato per i diritti umani, ha dichiarato che la Libia non è un Paese sicuro. Conseguenza: le persone soccorse lungo le sue coste “non devono essere sbarcate” nella terra più vicina, in Libia.

A queste premesse ne aggiungo altre due, che valgono per qualsiasi Paese abusivamente chiamato sicuro (Eritrea, Sudan, Turchia);

– Chiunque fugga da uno Stato che non garantisce gli elementari diritti della persona ha diritto a ottenere protezione internazionale sulla base di un esame personale delle proprie richieste (Convenzione di Ginevra del 1951).

– La legge internazionale contempla sia il diritto per l’imbarcazione in difficoltà a lanciare un Sos di salvataggio, sia il dovere, per le navi che ricevono il messaggio, di attivarsi soccorrendo. Oggi la chiamata avviene con i telefoni satellitari, il che estende il perimetro della ricerca e del salvataggio. La Ricerca implica per forza l’uso di telefoni sempre accesi, perché l’Sos possa essere inteso in tempo utile.

Queste realtà sono così evidenti che Frontex stesso ha precisato di non aver parlato di “collusione” fra Ong e trafficanti. Ancora più chiara la messa a punto del vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans. Ai parlamentari europei, il 26 aprile a Bruxelles, ha detto: “Non c’è alcun tipo di prova che esista una collusione fra le Ong e le reti criminali di smuggler per aiutare i migranti a entrare in Europa”. Dubito che il procuratore Zuccaro abbia prove che l’Unione e Frontex non possiedono. Nell’incontro che ho avuto a Catania, lui stesso ha ammesso di non averle: “È il motivo per cui non abbiamo aperto un fascicolo”. È molto singolare che appena una settimana dopo, il 27 aprile su Rai3, torni sulla vicenda accusando alcune Ong non solo di intrattenere rapporti con i trafficanti ma anche di destabilizzare l’economia italiana. Sono d’accordo con quanto detto da Erri De Luca il 27 aprile: simili accuse non sono che “insinuazioni”, incompatibili con il mestiere di procuratore.

Fatte queste premesse, la conclusione mi pare chiara. Se è vero che la Libia non è un Paese sicuro (così come non lo sono Eritrea o Sudan, con cui Roma ha negoziato un accordo di rimpatrio di migranti lo scorso agosto), se è vero che i migranti rischiano torture, schiavizzazione e morte nei campi libici, lo smuggler non può essere l’esclusivo avversario da contrastare, tanto più che gli scafisti sono spesso scelti tra i migranti, minorenni compresi. A partire dal momento in cui esistono fughe da condizioni esistenziali invivibili, e mancano vie legali di fuga, gli smuggler sono inevitabili. Non a caso il loro nome muta nella storia. Gli smuggler che aiutarono a fuggire antifascisti, antinazisti ed ebrei erano evidentemente pagati. Non si chiamavano trafficanti ma passeur in francese, schlepper o Helfer (aiutanti) in tedesco. Lo stesso dicasi dei boat people in fuga dal Vietnam, nel 1978-79. Nessuno in Occidente se la prese con i trafficanti: si era in Guerra fredda e ai boat people venne offerto un santuario incondizionatamente.

Nessun profugo fugge senza soffrirne, e i più muoiono nei deserti prima di arrivare in Europa. Il loro è un esilio forzato. Come tutti noi, sono marionette di “grandi giochi” geopolitici ed economici che hanno militarmente devastato o desertificato le loro terre. Da questa realtà occorre partire. Ricordo anche che il soccorso in mare è sempre più equiparato a un atto sospettabile, nelle decisioni dell’Unione: per questo fu abolito Mare Nostrum, nel 2014. Nello stesso momento in cui la Ricerca e il Salvataggio sono definiti un pull factor (un fattore di attrazione), viene volutamente oscurato l’essenziale che è il fattore che spinge alla fuga (il push factor).

Su due punti il procuratore ha ragione. Le Ong riempiono – al pari dei trafficanti – un vuoto: intervengono perché non esistono vie legali di fuga e scelte europee su Search and Rescue. E non le preture ma i politici sono i responsabili di tali storture. A una risposta, tuttavia, il procuratore non risponde: che fare, se la politica non si muove? Cosa si ripromette, screditando non solo alcune piccole Ong che vivono di donazioni private ma anche la Guardia costiera italiana che agisce coordinandosi con loro?

Invito il M5S a usare un altro vocabolario (la parola “taxi” dei migranti è fuori luogo e sbadata). Invito il procuratore a leggere Lord Jim di Joseph Conrad. Consegnare le persone al naufragio è una scelta che macchia. Il capitano Jim sa di aver perso la sua grande occasione, abbandonando la nave disastrata. Nel resto della vita dovrà trovare la sua seconda occasione, per riparare al peccato di omissione.

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Europa, l’inganno delle celebrazioni

Articolo apparso su «Il Fatto Quotidiano» del 23 marzo 2017.

L’Unione europea si appresta a celebrare il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma manifestandosi sotto forma di un immenso accumulo di spettacoli. Come nelle analisi di Guy Debord, tutto ciò che è direttamente vissuto dai cittadini è allontanato in una rappresentazione.

Le celebrazioni sono il luogo dell’inganno visivo e della falsa coscienza. Non mancheranno gli accenni ai padri fondatori, e perfino ai tempi duri che videro nascere l’idea di un’unità europea da opporre alle disuguaglianze sociali, ai nazionalismi, alle guerre che avevano distrutto il continente. Anche questi accenni sono inganni visivi. Lo spettacolo delle glorie passate si sostituisce al deserto del reale per dire: “Ciò che appare è buono, e ciò che è buono appare”.

La realtà dell’Unione va salvata da quest’operazione di camuffamento. Come ricorda il filosofo Slavoj Žižek, la domanda da porsi è simile a quella di Freud a proposito della sessualità femminile: “Cosa vuole l’Europa?”. Cosa vuole l’élite che oggi pretende di governare l’Unione presentandosi come erede dei fondatori, e quali sono i suoi strumenti privilegiati?

La prima cosa che vuole è risolvere a proprio favore la questione costituzionale della sovranità, legittimando l’oligarchia sovranazionale e prospettandola come una necessità tutelare e benefica, quali che siano i contenuti e gli effetti delle sue politiche. Il primo marzo, illustrando il Libro Bianco della Commissione sul futuro dell’UE, il Presidente Juncker è stato chiaro: “Non dobbiamo essere ostaggi dei periodi elettorali negli Stati”. In altre parole, il potere UE deve sconnettersi da alcuni ingombranti punti fermi delle democrazie costituzionali: il suffragio universale in primis, lo scontento dei cittadini o dei Parlamenti, l’uguaglianza di tutti sia davanti alla legge, sia davanti agli infortuni sociali dei mercati globali. Scopo dell’Unione non è creare uno scudo che protegga i cittadini dalla mondializzazione, ma facilitare quest’ultima evitandole disturbi. Nel 1998 l’allora Presidente della Bundesbank Hans Tietmeyer invitò ad affiancare il “suffragio permanente dei mercati globali” a quello delle urne. Il binomio, già a suo tempo osceno, salta. Determinante resta soltanto, perché non periodico bensì permanente, il plebiscito dei mercati.

In quanto potere relativamente nuovo, l’oligarchia dell’Unione ha bisogno di un nemico esterno, del barbaro. Oggi ne ha uno interno e uno esterno. Quello interno è il “populismo degli euroscettici”: un’invenzione semantica che permette di eludere i malcontenti popolari relegandoli tutti nella “non-Europa”, o di compiacersi di successi apparenti come il voto in Olanda (“È stato sconfitto il tipo sbagliato di populismo” ha decretato il conservatore Mark Rutte, vincitore anche perché si è appropriato in extremis dell’offensiva anti-turca di Wilders). Il nemico esterno è oggi la Russia, contro cui gran parte dell’Europa, su questo egemonizzata dai suoi avamposti a Est, intende coalizzarsi e riarmarsi.

La difesa europea e anche l’Europa a due velocità sono proposte a questi fini. Sono l’ennesimo tentativo di comunitarizzare tecnicamente le scelte politiche europee tramite un inganno visivo, senza analizzare i pericoli di tali scelte e ignorando le inasprite divisioni dentro l’Unione fra Nord e Sud, Est e Ovest, Stati forti e Stati succubi. Si fa la difesa europea tra pochi come a suo tempo si fece l’euro: siccome il dolce commercio globale è supposto generare provvidenzialmente pace e democrazia, si finge che anche la Difesa produrrà naturaliter unità politica, solidarietà e pace alle frontiere e nel mondo. Da questo punto di vista è insufficiente reclamare più trasparenza dell’UE. Il meccanismo non è meno sbagliato se trasparente.

All’indomani della crisi del 2007-2008 la Grecia è stata il terreno di collaudo economico e costituzionale di queste strategie. L’austerità e le riforme strutturali l’hanno impoverita come solo una guerra può fare, e l’esperimento è additato come lezione. La Grecia soffre ormai la sindrome del prigioniero, ed essendosi sottomessa al memorandum di austerità deve allinearsi in tutto: migrazione, politica estera, difesa. Deve perfino sottostare alla domanda di cambiare le proprie leggi in modo da permettere la detenzione dei rifugiati e le loro espulsioni verso Paesi terzi. Nel vertice di Malta del 3 febbraio si è evitato per pudore di menzionare l’obiettivo indicato nell’ordine del giorno: ridefinire il principio di non-respingimento iscritto nella Convenzione di Ginevra.

La politica su migrazione e rifugiati è strettamente connessa ai nuovi rapporti di forza che si vogliono consolidare. Il fallimento dell’Unione in questo campo è palese, e l’élite che la governa ne è cosciente. L’afflusso di migranti e rifugiati non è alto (appena lo 0,2 per cento della popolazione UE), ma resta il fatto che la paura è diffusa e che a essa occorre dare risposte al tempo stesso pedagogiche e convincenti. Se non vengono date è perché sulle paure si fa leva per sconnettere scaltramente le due crisi: quella economica e sociale dovuta a riforme strutturali tuttora ritenute indispensabili, e quella migratoria. Basta ascoltare i municipi che temono i flussi migratori: come fare accoglienza, se i comuni sono costretti a liquidare i servizi pubblici e ad affrontare emergenze abitative? Questo nesso è ignorato sia dai fautori dell’austerità, sia dalle destre estreme che la avversano. Lo è anche dalle sinistre che si limitano a difendere i diritti umani dei migranti e non – in un unico pacchetto, con gli occhi aperti sui rischi di dumping sociale – i diritti sociali di tutti, connazionali e non.

Se avesse deciso di combattere la crisi con un New Deal, mettendosi in ascolto dei cittadini (della realtà), l’Unione potrebbe trasformarsi in una terra di immigrazione, così come la Germania si è col tempo trasformata da terra di immigrati temporaneamente “ospiti” (Gastarbeiter) in terra di immigrati con diritti all’integrazione e alla cittadinanza. Il New Deal non c’è, e il legame tra le varie crisi è negato per meglio produrre un’Europa rimpicciolita, basata non già sulla condivisione di sovranità ma sul trasferimento delle sovranità deboli a quelle forti (nazionali o sovranazionali).

Ultima realtà occultata dalla società dello spettacolo che si auto-incenserà a Roma: il Brexit. Per le élite dell’Unione è la grande occasione: adesso infine si può “fare l’Europa” osteggiata per decenni da Londra. Sia il compiacimento dell’Unione sia quello di Theresa May sono improvvidi: se non danno assoluta priorità al sociale i Ventisette perdono la scommessa del Brexit; se il Brexit serve per demolire ulteriormente il già sconquassato welfare britannico Theresa May si troverà alle prese con chi ha votato l’exit per disperazione sociale. Anche in questo caso viene misconosciuta o negata la sequenza cruciale: quella che dal dramma ricattatorio del Grexit ha condotto al Brexit. È l’ultimo inganno visivo delle cerimonie romane.

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Dice bene Di Maio: il voto eversivo chiama violenza

Articolo uscito su «Il Fatto Quotidiano» del 18 marzo 2017.

Che io sappia, nella legge Severino non è scritto che i parlamentari condannati in via definitiva a più di due anni, e interdetti dai pubblici uffici, possono scegliere in piena indipendenza i tempi e i modi della propria decadenza. C’è scritto che “decadono di diritto dall’incarico ricoperto”, cioè automaticamente. Che “non possono essere candidati e non possono comunque ricoprire la carica di deputato e di senatore”. Le Camere non devono far altro che prenderne atto. È dalla fine del 2015 che avrebbero dovuto farlo, in seguito alla condanna di Minzolini.

Non c’è scritto nemmeno che la legge è sospesa e di fatto annullata perché la maggioranza del Parlamento ha deciso a maggioranza di disapplicarla, creando un precedente che non potrà non essere invocato da altri condannati, tra cui Berlusconi. Non c’è scritto infine che la decadenza dalle cariche pubbliche deve avvenire solo a condizione che il partito (o il governo) cui appartiene il condannato non sia ingiustamente criticato per le sue politiche o sia oggetto di un’offensiva ritenuta politicamente scorretta o distruttiva da parte delle opposizioni. Le due sfere (doveri deontologici di chi ha responsabilità politiche, contenuti delle politiche stesse) sono nettamente separate. Il sen. Minzolini si paragona a Socrate (“ho evitato di bere la cicuta”) e al protagonista del Processo di Kafka. Come minimo, mi paiono paragoni incongrui.

È il motivo per cui ritengo che le dichiarazioni solenni di Luigi Di Maio al Senato siano corrette. Lo sarebbero anche in assenza del possibile do-ut-des denunciato dal Movimento Cinque Stelle: il voto contro la mozione di sfiducia del M5S contro Luca Lotti giovedì, il voto del giorno successivo contro l’applicazione della legge Severino e la decadenza del sen. Minzolini, condannato in via definitiva a 2 anni e 6 mesi per peculato sulle spese personali pagate con la carta di credito della Rai (più di 60.000 euro). È stato detto da esponenti del Pd che Di Maio incita alla violenza. Mi limito a constatare che quel che è accaduto in aula nel caso Minzolini equivale a un atto sovversivo contro la democrazia costituzionale, che fissa le regole di separazione dei poteri, sottraendo la giustizia all’influenza politica, e che proclama due cose essenziali: la legge è eguale per tutti e nessuno è di conseguenza al di sopra di essa. La rule of law non è un optional: è il vero sovrano, grazie al quale vengono limitati non solo i tre poteri ma la stessa sovranità del popolo, esercitata “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Festeggiare in un’aula parlamentare la trasformazione della rule of law in optional è un gesto verbale che viola la Carta costituzionale.

Se le cose stanno così, è la decisione su Minzolini – e la coincidenza con quella su Lotti– una pericolosa incitazione alla rivolta. Nelle parole di Di Maio si intravvede un monito in questo senso, non una giustificazione della violenza. Un monito alla classe politica – e a chi in Senato ha festeggiato Lotti e Minzolini con baci e abbracci– perché si torni a comportamenti rispettosi del nostro vero sovrano: la legge e lo Stato di diritto. Naturalmente Lotti non è stato condannato e potrà difendersi nei processi, se sarà imputato. Ma fin da ora è lecito dire che la sua parola non può essere messa sullo stesso piano della parola di chi ha rivelato sue condotte scorrette, e cioè dell’Ad di Consip Luigi Marroni. Quest’ultimo infatti ha denunciato in veste di testimone, sotto giuramento, comportamenti di Lotti ritenuti illegali. Lotti afferma che non ha mai contattato Marroni, ma a differenza di quest’ultimo – essendo indagato – non rischia di incorrere nella falsa testimonianza.

L’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi ha detto al Lingotto che i processi li fanno i tribunali, non i giornali. Inconfutabile verità. Ma dichiarazioni simili trasformano i giudici in soggetti politici e in unica sede chiamata a giudicare: proprio quello che i garantisti pretendono di combattere. Se i politici facessero pulizia in casa propria prima che comincino le indagini e i processi, il lavoro dei tribunali non sarebbe così pesante e lento.

La mia impressione è che in tutta Europa la classe dirigente politica faccia quadrato attorno alla propria impunità, con la scusa di dover arginare la cosiddetta ondata di populismo da cui si sente minacciata. L’accusa di populismo giustifica ogni sorta di malefatta, e in primis la sospensione della democrazia costituzionale e della rule of law. La disinvoltura dei politici che infrangono non solo le leggi ma anche le regole della decenza penalmente non perseguibili –in Francia, in Italia, in Romania– si comprende solo in questo quadro. Se arrivano i barbari tutto è permesso, e “questa roba fa impressione ai barbari”. Nella poesia di Kavafis gli antichi senatori romani scoprono alla fine che le orde non sono affatto arrivate e si chiedono, tutti sgomenti: “E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?”.

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