È giusto che i 5 Stelle caccino i “dissidenti”?

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 19 febbraio 2021

I parlamentari del Movimento 5 Stelle che hanno votato No al governo Draghi sono gli unici che hanno denunciato la manovra che ha affossato Conte, e permesso a Renzi di vantarsene nei giornali europei. Che hanno difeso Conte, spodestato quando era più popolare; che hanno ricordato il disastro della Grecia devastata dalla Troika (Bce, Commissione Ue, Fmi). Disastro di cui solo Juncker – per la Commissione – oggi si vergogna.

Hanno fatto capire che all’opposizione non ci sarà solo l’estrema destra, che giudica catastrofica la politica del precedente governo, del ministro della Salute Roberto Speranza, del Commissario anti Covid Domenico Arcuri.

Ascoltandoli mi sono detta che il Movimento 5 Stelle avrebbe potuto far tesoro di questi dissidenti, nel momento in cui diceva Sì a Draghi pur esplicitando la propria “sofferenza”. È un insulto all’intelligenza e a metà circa dei propri iscritti pensare di espellerli. Chi ha ascoltato ieri Maria Elena Boschi sa che questo governo è nato anche per polverizzare, spaccandolo, il Movimento.

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Draghi e la necessità di un lockdown

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 16 febbraio 2021

La prima prova del governo Draghi, e la più urgente, riguarda il Covid e le varianti che stanno per prendere il sopravvento in tutta Italia (la variante inglese si sostituirà al virus circolante entro 5/6 settimane, ha detto il 13 febbraio Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di sanità. Le varianti brasiliane e sudafricane cominciano a circolare).

Le nuove necessità sanitarie non consentono dilazioni, e si spera vengano esplicitate nel discorso programmatico che Draghi pronuncerà mercoledì in Parlamento. Il Comitato tecnico scientifico e i principali esperti chiedevano da giorni il rinvio della riapertura delle piste di sci, ma c’era la crisi. Alcuni consigliano un lockdown totale e immediato, scuole comprese. L’appello al lockdown viene da esperti indipendenti come il virologo Andrea Crisanti, e dal consigliere del ministro della Salute Walter Ricciardi. Ridurre la trasmissione del virus è oggi l’imperativo whatever it takes, a ogni costo.

Roberto Speranza ne ha tenuto conto, appena riconfermato ministro, e in accordo con Draghi ha deciso di prolungare la chiusura degli impianti di sci. Ma i segnali che arrivano dalla maggioranza sono inquietanti. Sia la Lega che Italia Viva s’indignano per l’ordinanza del ministro. Matteo Salvini, ospite di Mezz’ora in più, ha attaccato Ricciardi, accusandolo di “terrorizzare 60 milioni di italiani”: “Non mi va bene che questo consulente dica che bisogna chiudere tutto. (…) Visto che ci sono tanti scienziati che non la pensano come Ricciardi, mettiamoli tutti intorno a un tavolo e chi convince di più con numeri alla mano ha ragione. Non ne possiamo più di questo apri-chiudi continuo”. Quanto alla chiusura delle scuole, pochi ne vogliono sentir parlare, a cominciare dal ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi e forse anche da Draghi, che nei giorni scorsi ha manifestato la sua preferenza: anno scolastico allungato sino a fine giugno, per recuperare il tempo, che probabilmente ritiene perduto e rovinoso per il Pil, della didattica a distanza (come se quest’ultima non avesse enormemente logorato professori e studenti).

In un articolo sul «Corriere della Sera» dell’11 febbraio, lo scrittore e fisico Paolo Giordano esprime una preoccupazione interamente condivisibile: che il discorso economico sia tornato a predominare su quello della sicurezza sanitaria, e che la concentrazione sul Recovery Fund e la crisi di governo “stia nella sostanza ‘assorbendo’ il discorso pandemico, relegandolo a un sottofondo, a un ipotetico normale”. Di qui la marginalizzazione degli esperti: la loro sovraesposizione mediatica, aggiunge Giordano, “li ha resi organici alla crisi, quindi più deboli nei messaggi”.

Anche se indeboliti, tuttavia, i messaggi scientifici restano lucidi, e smantellano gran parte dei discorsi consolatori o minimizzanti fatti dai politici. Innanzitutto – dicono – non è vero che le varianti aumentano la contagiosità ma non la letalità del virus. L’aumento vistoso dei contagi moltiplicherà esponenzialmente anche i decessi, come confermato da studi britannici. In secondo luogo non è vero che le scuole siano senza pericolo: è ormai acclarato che le varianti approfittano delle scuole aperte, infettando anche bambini e adolescenti, e tramite loro le famiglie e gli anziani. È il motivo per cui Regno Unito e Germania hanno chiuso le scuole, anche se le regioni tedesche decideranno in autonomia (Angela Merkel non ha convinto tutti i Länder: il che conferma quanto sia difficile anche in Germania il rapporto Stato-regioni). Infine, non è vero che le vaccinazioni garantiranno presto l’immunità collettiva: nell’intervallo, il rischio è grande che il virus “impari” – se la sua circolazione non viene drasticamente bloccata – ad aggirare la protezione vaccinale attraverso nuove e probabili mutazioni. Il lavoro così come impostato da Domenico Arcuri è prezioso e si spera che possa continuare e accelerare: comunque, è grazie a lui che l’Italia è oggi il Paese che vaccina di più in Europa.

Questo significa che fin da mercoledì, Draghi si troverà a dover scegliere, e ad annunciare misure molto più restrittive, come seppe fare Giuseppe Conte in occasione del primo lockdown generale. Non è detto che saprà o vorrà farlo. Perché la maggioranza così ampia che lo sostiene non favorisce coesione e rapidità di decisioni. Perché lui stesso non ha mai detto nulla di importante sul Covid in Italia (più di 74.000 morti in un anno e varianti che rendono inefficaci i vaccini: è qualcosa che subito dovrebbe neutralizzare le pressioni delle lobby economiche e i discorsi sul Pil). Se c’è una spesa da fare subito, è quella destinata al sequenziamento delle varianti Covid: un’attività per cui mancano fondi, come sostiene da dicembre il virologo Massimo Galli: “In Gran Bretagna il Covid-19 Genomics Consortium, che comprende le maggiori Università del Paese, è stato finanziato con 20 milioni di sterline e ha potuto realizzare oltre 50.000 sequenze genomiche del coronavirus, permettendo di identificare (la variante inglese), mentre in Italia i laboratori non hanno ricevuto supporto significativo. Da noi la ricerca è poco considerata anche quando servirebbe a dare risposte immediate per il controllo di una pandemia”.

Vale la pena ricordare che tra gli obiettivi di chi per mesi ha lavorato all’abbattimento del governo Conte, c’era anche quest’obiettivo: metter fine alle chiusure e agli allarmi, riaprire e ripartire. È da tempo l’opinione di Renzi, secondo cui “la politica ha abdicato nei confronti dei virologi, esattamente come abdicò negli anni 92-93 nei confronti dei magistrati e nei primi anni del decennio scorso nei confronti dei tecnici dell’economia” (discorso al Senato, 30 aprile 2020). Un’opinione che il centrodestra e le regioni da esso governate condividono.

Conte era sospettato di sottomissione al Comitato tecnico scientifico: è stato silurato anche per questo. Non è stato mai sconfessato invece dagli italiani, convinti dal suo coraggio. La sua popolarità va studiata, perché è venuta da un popolo che si è sentito al tempo stesso salvato e rovinato da lockdown e zone rosse. Il consenso di cui beneficia Draghi è costruito per adesso su parole dette in altri tempi e sul mito dell’italiano incensato all’estero, che giornali e tv amplificano smisuratamente. Per il momento ha poco a che vedere con la popolarità di Conte, per il semplice motivo che Draghi ancora non è stato messo alla prova, e che la crisi politica ha ridotto la pazienza e la vigilanza degli italiani.

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Articolo sulla crisi italiana per «Il Fatto quotidiano»

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 4 febbraio 2021

Si dirà che alla fine Matteo Renzi ha ottenuto quello che voleva e cui aspirava da quasi un anno: il siluramento di Giuseppe Conte, uno dei Presidenti del Consiglio più popolari nell’Italia degli ultimi decenni. Troppo popolare per risultare gradito a poteri forti che Renzi vuol rappresentare e favorire. Mario Draghi era sin da principio l’uomo provvidenziale che Renzi proponeva o meglio adulava, nei giorni stessi in cui ha fatto finta di negoziare un rinnovato governo Conte con i partiti dell’ex maggioranza.

È per silurare tale negoziato che Renzi gonfiava sempre più le condizioni e gli attacchi, ben sapendo che non potevano essere digeriti tutti insieme da Pd, 5Stelle e LeU. Quel che praticamente chiedeva era la sconfessione di un governo e di un Presidente del Consiglio che avevano mostrato di combattere la pandemia con determinazione, ricoperto le proprie cariche con disciplina e serietà, ottenuto un cambio fondamentale nell’Ue (l’accettazione d’indebitarsi in comune, le somme del Recovery per l’Italia).

Era un vero piano distruttore quello che Renzi aveva in mente, una specie di golpe bianco attuato bendandosi occhi e orecchie. Prima chiedeva quattro ministeri invece di due e sindacava perfino sui dicasteri Pd e 5Stelle. Contemporaneamente snocciolava ossessivamente i punti del suo piano: approvazione del Mes e dell’Alta velocità, smantellamento del Reddito di cittadinanza, del cashback, delle riforme della giustizia, della campagna di vaccinazione. Poi s’infiammava sulla scuola, ignorando i rischi di contagio ormai riconosciuti e riducendo il delicato capitolo all’insulsa questione dei banchi a rotelle, secondo una sinistra fraseologia umoristica del tutto identica a quella sistematicamente adottata da Salvini e Meloni. Contestualmente, il piano renziano prevedeva lo spodestamento di personalità particolarmente esecrate, anche se avevano fatto bene o proprio perché avevano fatto bene: dal ministro Gualtieri al Commissario anti-Covid Domenico Arcuri – oltre ai presidenti di Inps e Anpal. I vizi e misfatti di cui veniva accusato Conte (giustizia e prescrizione, efficacia delle vaccinazioni e Arcuri, crisi sanitaria ed economia), davano vita a un tessuto di menzogne ben smascherato l’altroieri sul «Fatto» da Salvatore Cannavò.

Draghi avrà a che fare con un’immensa crisi economico-sanitaria ma anche con Renzi, quando costituirà una maggioranza e governerà. Si vedrà, allora, quale sia la sua perspicacia, quanto esteso il suo intuito. Se si renderà conto della pericolosità di un personaggio che ha regolarmente rotto i patti divenendo un liquidatore seriale di politici e alleanze da lui stesso propugnate (prima dell’alleanza 5 Stelle-Lega, poi di quella giallo-rosa). Se capirà che la crisi è stata freddamente scatenata per ottenere quello che in fin dei conti è un commissariamento dell’Italia, e se asseconderà la vulgata diramata dai giornalisti che più frequentano i notiziari Tv e i talk show: la presunta “morte” della politica e dei partiti bollati in blocco come populisti, la “salvezza” ultra-terrena che verrebbe da Draghi, il Recovery Plan riscritto da capo dopo che già era stato migliorato con il concorso di tutti, di Gualtieri, Speranza e Bonafede, e non solo di Renzi.

La politica fu considerata morta anche quando l’Italia venne una prima volta commissariata dopo la lettera della Bce del 5 agosto 2011, in cui si chiedeva “una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala” e una riforma radicale del “sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione”.

La lettera era firmata dal presidente della Bce Jean-Claude Trichet e dal suo successore Mario Draghi. Venne poi il disastro greco: un ulteriore e ancor più umiliante commissariamento imposto da Bce, Commissione europea e Fondo Monetario. Alcuni indizi lasciano supporre che l’irruzione del Covid-19 abbia mutato alcuni dogmi di Draghi, sul ruolo dello Stato nell’economia e le privatizzazioni che gli erano care nella lunga epoca neoliberista, ma la distinzione operata oggi fra “debito buono” e “cattivo” non mi sembra sufficiente.

È soprattutto urgente sapere se Draghi abbia veramente chiari i poteri di riferimento dell’ex sindaco di Firenze. Da questo punto di vista il viaggio di Renzi in Arabia Saudita, nel mezzo della crisi da lui attizzata, getta una luce sinistra sui probabili aspetti geopolitici del suo piano. Incensare il regime saudita e considerarlo un baluardo neorinascimentale contro il terrorismo internazionale è più di una cantonata: fa balenare il lecito sospetto che Renzi sia un lobbista al servizio di poteri non tanto italiani o europei quanto extra-europei. Corteggia le nuove alleanze tra potentati del Golfo e regime Netanyahu in bellicosa funzione anti-Teheran, proprio nel momento in cui Biden potrebbe, con gli europei, resuscitare gli accordi con l’Iran. La visita di Renzi non è solo scandalosa per gli emolumenti elargiti da Riyad a un senatore che rappresenta l’Italia. Getta ombre sui suoi legami politici e le sue fedeltà, nonché sui suoi seriali assassinii politici in patria.

L’Italia sarà meno pericolante il giorno in cui Renzi verrà davvero neutralizzato. Cosa che quasi sicuramente avverrebbe se andassimo a votare, anche se le preoccupazioni di Mattarella sui rischi sanitari ed economici di un voto a primavera sono più che comprensibili. In assenza di elezioni non c’è che da sperare nella perspicacia di Draghi, ma anche nella riluttanza di Pd e 5Stelle a fare promesse sconsiderate al nuovo alleato Berlusconi.

La crisi “disfattista” nel caos del virus

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 26 gennaio 2021

Può darsi che alla fine andremo a votare, perché Conte non sarà riuscito ad allargare la maggioranza dopo la defezione di Renzi. Si sta installando l’idea che sia Conte a dover riaprire a Italia Viva, e non i renziani che hanno teso l’agguato. Può darsi che vinceranno gli apparati e i poteri che non hanno mai sopportato il Presidente del Consiglio: troppo indipendente, troppo lontano dai palazzi, troppo attento ai pareri dei virologi. Nel dibattito al Senato l’opposizione è giunta sino a rivolgersi a Conte chiamandolo avvocato, quasi fosse un usurpatore. La crisi viene presentata come un ennesimo episodio della lunga storia italiana di governi precari: una storia di normale instabilità.

Così ragionando si dimentica il contesto in cui è avvenuta la rottura di Renzi: una pandemia che scuote il mondo e mette in ginocchio le sue economie. Un virus che non solo corre ma nelle sue mutazioni incattivisce con spaventosa velocità, rischiando l’inefficacia dei vaccini. Una campagna di vaccinazioni che in Italia è cominciata bene – siamo tra i primi nel continente – e d’un tratto viene paralizzata dai Big Pharma (Pfizer, AstraZeneca) che violano i contratti con l’Europa diminuendo le consegne pur di vendere magari le fiale ad altri, a prezzi più lucrosi (Arcuri e Conte hanno deciso di portare in tribunale Pfizer e AstraZeneca, e ora a Bruxelles Von der Leyen e Michel seguono l’esempio). E ancora, sullo sfondo: una tragica mancanza di terapie che curino definitivamente i malati gravi ed evitino il moltiplicarsi dei morti (in Inghilterra oltre mille al giorno). Terapie più che mai necessarie visto che ormai lo sappiamo: non si arriverà quest’anno all’immunità collettiva, la ricerca farmacologica va intensificata al massimo. Al momento si può solo sperare nel funzionamento dei confinamenti differenziati, tanto vilipesi ma che proteggono l’Italia più di altrove.

Ci si ricorderà di questo contesto il giorno in cui si faranno i conti, e si enumereranno i responsabili del disastro. Quel giorno i disfattisti pronti a spezzare la legislatura dovranno spiegare come mai hanno fatto di tutto per raggiungere un unico obiettivo: il caos. Il caos che sta di fronte al virus: inutile dire chi uscirà vittorioso da simile faccia a faccia. Forse non sarebbe inopportuno che Draghi – invocato da tanti – dica qualcosa in proposito.

Gli italiani in primis sono spaventati e si ostinano a non capire quel che succede. Un governo li ha guidati durante il primo lockdown e i confinamenti mirati, e del capo di governo hanno deciso di fidarsi, autodisciplinandosi con un impeto solidale e responsabile niente affatto scontato, anche se triste. “Non si caccia l’uomo più popolare per fare un favore a quello più impopolare”, è stato detto, e allo stupore di D’Alema Renzi risponde che la politica è una cosa seria, perbacco, mica è facebook! Al signor Renzi e soprattutto a Italia Viva mi piacerebbe chiedere: ”Ma sanno quel che stanno vivendo gli italiani, e si sono domandati perché Conte sia popolare e come lo sia divenuto, in questi tempi del tutto anomali, contrassegnati da sofferenza, solitudine, deprivazione e morte? Sanno l’enorme, mai vista violenza del Covid? Si chiedono cosa significhi mettere il caos e l’esclusiva volontà di nuocere davanti alla corsa di un virus incanaglito?”

Tuttavia il duello Renzi-Conte non spiega tutto. Dietro Renzi ci sono l’opposizione, la stragrande maggioranza dei giornali, i notiziari TV, alcuni talk (tra i più esagitati Non è l’Arena). È un coro quasi unanime che narra di un Presidente del consiglio incapace, responsabile di 85.000 morti. Che va a caccia di voltagabbana nei quali, cieco com’è, cerca sostegni contro Covid, recessione e povertà. E che li cerca tramando tenebrosamente con servizi segreti, vescovi, arcivescovi (parola del direttore de «La Stampa»). Che spreca soldi comprando inutili banchi a rotelle. Che non ha il coraggio di sconfessare i ministri più odiati dai disfattisti: non tanto Lucia Azzolina quanto il ministro della giustizia Bonafede. Perfino l’America di Biden è perversamente usata contro Conte, reo di inesistenti complicità con Trump (ogni leader europeo ha dovuto trattare con Trump, e la vittoria di Biden oggi osannato non cicatrizza lo sconquasso americano).

Prima che Conte annunciasse le dimissioni, era prevista una sessione parlamentare scabrosissima. Nessuno aveva letto la relazione preparata da Bonafede in risposta ai solleciti di Bruxelles per il Recovery Fund, e già i disfattisti avevano chiesto la testa del giustizialista che aveva osato bloccare la prescrizione.

Infine c’è l’accusa di appoggiarsi a tecnici e virologi. Appena Conte nomina un consiglio scientifico o un commissario speciale spuntano politici e poteri che si sentono esautorati. Sono gli stessi politici che esecrano task force indipendenti per gestire il Recovery Fund, come raccomandato dall’UE per evitare sprechi e tangenti. L’inaudito malloppo risveglia inconfessati appetiti che il caos può sfamare.

I disfattisti usano malamente la parola di Mattarella: “costruttori”. Pensano che il caos sarà di qualche aiuto e creerà – come spesso accade – un nuovo ordine che noi mortali non possiamo ancora decifrare. Ma non sarà così. Quello cui assisteremo, se dovesse aprirsi una lunga campagna elettorale, è un marasma sanitario di proporzioni incalcolabili. Già oggi, dopo mesi di attacchi logoranti a Conte e a ministri capaci ed esigenti come Speranza, Azzolina, Bonafede, Gualtieri, la situazione vacilla: a causa delle vaccinazioni sospese da Big Pharma o degli attacchi al Commissario Arcuri. Perfino i tecnici si fanno un po’ meno veritieri davanti a uno scenario certo migliorato ma pur sempre altalenante, infido. Non dicono che il virus può minacciare ristoranti o teatri ma anche le scuole. In genere, che si tratti di ristoranti, teatri, scuole, andrebbe detto chiaramente che le regole potrebbero cambiare a fronte dell’alta circolazione del virus. Le scuole sono sicuramente più importanti dei ristoranti, ma il problema è che abbiamo a che fare con un virus e con future/eventuali varianti efficientissime, che potrebbero far salire il famoso indice R a 3.

Alcune timidezze del Cts favoriscono i disfattisti, che chiamiamo così perché nel momento peggiore disfano non tanto il governo Conte, quanto la fiducia degli italiani nelle proprie istituzioni e le responsabilità che ogni cittadino si è assunto accettando di chiudersi in casa, smettere contatti e amicizie, dilatare – per proteggerli – la solitudine degli anziani.

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Va sottolineato ancor di più: è criminoso perdere tempo adesso

di Barbara Spinelli

Una versione più breve di questo testo è stata pubblicata su «Il Fatto Quotidiano» il 19 gennaio 2021

Senza mai nominare Renzi, Conte ha descritto dettagliatamente gli effetti della rottura voluta dal leader di Italia Viva: sgomento dei cittadini davanti a una crisi “senza alcun plausibile fondamento”, rischio per l’intera classe politica di “perdere contatto con la realtà”. Nel frattempo Renzi ha infittito ancor più la nebbia di cui son fatti i suoi discorsi: ripete che un accordo ci sarebbe se il governo prendesse i 37 miliardi del Mes, ben sapendo che in Parlamento non esiste una maggioranza pronta a chiederli. Il Mes è dunque una scusa condita con parole sconclusionate.

Conte ha evocato le “scelte di portata tragica” che il governo ha dovuto compiere per fronteggiare il Covid. A mio parere ha insistito troppo poco sulla tragedia pandemica. Perché se le vaccinazioni dovessero rallentare, c’è il rischio che il virus muti al punto di divenire resistente ai vaccini. Se questa è la prospettiva, e questi i pericoli, è criminoso perdere tempo con crisi che indeboliscono il prezioso ma fragile patto anti-Covid fra cittadini e governo.

Andare alle urne col Covid ancora vivo sarebbe una catastrofe

di Barbara Spinelli

Una versione più breve di questo testo è stata pubblicata su «Il Fatto Quotidiano» il 5 gennaio 2021

Andare al voto dopo una letale conta al Parlamento sarebbe un incubo, per gli italiani d’ogni colore politico. Per molti politici e giornali non è così, ma chi ordisce Mezzogiorni di Fuoco non sa la storia tragica che noi tutti stiamo vivendo. Non è bene farsi guidare dalla paura che vinca la destra, scrivono Gad Lerner e Franco Monaco, ma la paura oggi è un’altra: che cada il governo mentre il Covid muta e s’incattivisce, nel mezzo di una macchinosissima campagna di vaccinazione, con oltre 75.000 morti alle spalle. Renzi il picconatore non è la bolla sgonfiata descritta da Occhetto. È un piccolo uomo smanioso che pensa a fatti suoi, tratta le proprie ministre come birilli e forte dell’appoggio di qualche lobby guarda ai soldi europei. Prodi che si conta in Parlamento non c’entra. Erano altri tempi: imparagonabili. Spero che Conte ci risparmi il voto. Non tanto perché vincerebbe la destra, ma perché il suo governo sta affrontando a testa bassa, e con il consenso di una maggioranza di italiani, una prova mai vista.

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Purtroppo i morti di Covid non possono sentire le scuse del signor Guzzini

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 16 dicembre 2020

Dice tale signor Domenico Guzzini, che addirittura ricopre la carica di presidente di Confindustria Macerata, che “le persone sono un po’ stanche di questa situazione” – cioè delle restrizioni imposte dalla pandemia – “e alla fine vorrebbero venirne fuori. Anche se qualcuno morirà, pazienza. Così diventa una situazione impossibile per tutti”.

Tengo a precisare che per i circa 800 morti al giorno la situazione non è “diventata impossibile” ma semplicemente è stata annullata: nel momento che muori il luogo in cui sei “situato” è una bara o un’urna cineraria. La tua situazione è questa. E tutt’intorno alla tua bara o alla tua urna ci sono milioni di facce con i tratti canaglieschi di Guzzini. Bella prospettiva. Fortuna che sei morto e non li vedi.

Sono dunque del tutto insensate le parole successive del suddetto, a cominciare dalla marcia indietro e dalla richiesta di scuse. A chi chiede scusa il signore in questione? Ai morti non può, pur essendo gli unici cui dovrebbe rivolgersi, perché non sono in grado di ascoltarlo e di accogliere le inutili scuse. Dunque chiede scusa perché i media non facciano baccano, e così facendo aggrava ancor più le cose. “Quando ho riascoltato ho realizzato quanto fosse grave e distante da ciò che penso”, dice ancora.

Dunque questo signore parla davanti a un microfono, afferma che se muoiono a migliaia che ci vuoi fare pazienza, poi “riascolta” quel che dice e d’un tratto “realizza”. C’è qualcosa che non va, nel suo cervello: emette suoni in una conferenza pubblica, e si rende conto di quel che ha emesso solo quando si riascolta. Andrebbe licenziato in tronco e qualcuno con un po’ di pietà potrebbe consigliargli un medico.

Non solo la Confindustria dovrebbe farlo – tramite una pubblica messa al bando – ma soprattutto i dipendenti dell’azienda di oggettistica per la casa che Guzzini si trova a dirigere dal gennaio scorso. Non credo che Bonomi farà nulla di simile, perché lui fa parte delle persone che sono “un po’ stanche” di Giuseppe Conte più che della pandemia. Ma forse i dipendenti di Guzzini hanno qualcosa da dire, e se lo faranno non proveranno vergogna riascoltandosi.

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Il premier non si faccia logorare: sfidi le bugie di Renzi

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 12 dicembre 2020

 

Non essendo esperta in consigli al Principe, e non sapendo quel che Renzi abbia esattamente in mente, temo di non averne da dare al presidente del Consiglio. Temo che la condotta di Renzi sarà la stessa – boicottare, ricattare, distruggere – quali che siano le iniziative più o meno inclusive di Giuseppe Conte.

La condotta del capo di Italia Viva è stata la stessa fin dall’inizio della pandemia: fin da quando accusò il governo di mettersi al servizio degli scienziati, sostenendo che il loro potere fosse abusivo al pari di quello esercitato dai magistrati negli anni 90.

Di certo non consiglierei al presidente del Consiglio di farsi logorare senza batter ciglio, né tantomeno – in piena pandemia, con quasi 1000 morti al giorno– di mandarci alle urne.

Renzi si può sperare di sfidarlo solo smontando le sue bugie, e dicendo a lui e a chi lo sostiene che abbiamo bisogno di esperti e task force capaci di gestire i fondi Ue con acutezza e integrità, perché la pandemia per forza cambia gli equilibri classici della politica e perché l’anno che ci sta di fronte sarà molto più nero di quanto possiamo immaginare.

È evidente che con l’arrivo dei vaccini sarà più che mai difficile far capire agli italiani la necessità delle misure di protezione (mascherine, distanziamento fisico, igiene): la crescente insofferenza verso scienziati allarmati come Andrea Crisanti o Massimo Galli è già un pessimo segnale. Varrà la pena farsi forti del loro giudizio, essendo quest’ultimo il più aderente alla realtà dei fatti.

Eviterei ogni trionfalismo sui vaccini, pur insistendo sul progresso scientifico che essi rappresentano. Punterei il massimo sforzo, finanziariamente, sulla contemporanea ricerca di protocolli e terapie risolutivi del Covid-19.

Comitati d’affari e lobby sono contro il premier

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 11 dicembre 2020

Classificando i capi di governo che nel 2021 saranno più influenti, il giornale Politico mette Giuseppe Conte in cima ai politici più “attivi” (“The Doers”), accanto alla figura dominante che resta Angela Merkel. Fa una certa impressione se ripercorriamo con la mente gli ultimi dibattiti in parlamento, e le parole di disprezzo pronunciate non tanto da Salvini o Meloni quanto da rappresentanti della maggioranza come Matteo Renzi, che hanno giurato a sé stessi di affossare il premier a ogni costo: proprio nel mezzo della seconda ondata Covid, alla vigilia della terza ondata che ci aspetta, con più di 60.000 morti alle spalle. Un piccolo uomo, Renzi, che coltiva l’unica arte in cui eccelle: l’egolatria e l’invidia.

La classifica fa impressione, ma non stupisce: durante la fase più buia del confinamento, Conte è diventato molto popolare fra gli italiani. Adesso che siamo in piena seconda ondata la sua popolarità scende, ma quella delle sue politiche di contenimento e restrizioni (la sua figura di Doer) non scende affatto.

Simile consenso manda in bestia chi congiura contro di lui, nella maggioranza. Indispone non solo Renzi, ma buona parte del Pd e quasi tutti i giornali mainstream. Questo e non altro è stupefacente nella classifica di Politico: che Renzi, e chi dietro la sua persona si nasconde, siano così sconnessi dalla realtà, e lontani da quello che gli italiani percepiscono mentre traversano l’agonia del Covid.

C’era un tempo in cui erano molti in Europa a guardare Conte dall’alto, quasi fosse un quadrupede scimmiesco sceso or ora dall’albero. Il 12 febbraio 2019 a Strasburgo ero nei banchi del Parlamento europeo quando uno dei suoi più arroganti deputati, il liberale Guy Verhofstadt, inveì contro il presidente del Consiglio presente in aula come invitato. Lo prese a male parole: “Per quanto tempo ancora sarà il burattino mosso da Di Maio e Salvini?”. L’aggressione fu un evento inusitato, ma non meno inusitata fu la replica, lapidaria, del presidente del Consiglio: “Non sono un burattino. Forse i burattini sono coloro che rispondono a lobby e comitati d’affari”. Ricordo che provai vergogna: non come italiana, ma perché avevo conosciuto bene, e sistematicamente evitato, le lobby e i comitati d’affari cui Conte alludeva.

Quando sento Renzi, quando provo a immaginare che gli fa da sponda nella maggioranza e fuori, mi dico che è come se la classe politica italiana continuasse a essere quella descritta da Verhofstadt, mentre nel frattempo non solo l’Europa s’è ravveduta ma anche il popolo italiano. A cambiare i giudizi su Conte è stata una serie di sue iniziative: il suo agire durante il Covid, a partire dal primo lockdown; il suo affidarsi al Comitato tecnico scientifico; lo spazio riaperto alla programmazione, dopo quarant’anni di trionfo dei mercati. Le varie task force cui sarà affidata l’implementazione del Recovery Plan sono parte di questa svolta, che sta avvenendo in buona parte d’Europa (anche la Francia ha resuscitato il vecchio Commissariato al Piano e ha un Monsieur Vaccin che si chiama Alain Fischer. Anche Angela Merkel si appoggia sull’Istituto Robert Koch (RKI) e su virologi di prestigio come Christian Drosten). Ovunque parlamentari e presidenti di regioni sono chiamati a fare passi indietro, in maniera più o meno negoziata e faticosa. Non meno faticosa in Germania: mentre il Parlamento italiano s’infiammava, mercoledì, la Merkel pronunciava nel Bundestag una supplica disperata, perché nel suo Paese i contagi e i morti aumentano e una gran parte di Länder recalcitrano.

La tenacia di Conte durante il primo lockdown divenne così un modello, in Europa. Nei suoi podcast settimanali, il virologo Drosten citava ripetutamente i metodi italiani e in particolare lo studio su Vo’ Euganeo, la cittadina dove si era verificato il primo decesso per coronavirus in Italia (Crisanti era il coordinatore della ricerca) e dove era stata scoperta l’importanza dei contagiati asintomatici. Ancora di recente, quando la Francia annunciò il secondo confinamento, i governanti francesi accennarono all’assunzione di nuovi medici in Italia.

Il Recovery Plan è spesso descritto come iniziativa franco-tedesca e di sicuro lo è. Ma essa non avrebbe avuto luogo se Conte – con Madrid e Lisbona – non avesse spinto per ottenere il salto di qualità che l’Unione non aveva saputo fare dopo la crisi del 2008: l’indebitamento in comune, per fronteggiare la più grande sciagura abbattutasi nella storia del continente.

Non è detto che Conte supererà le faide della sua maggioranza. Ma una cosa è certa: esistono poteri che faranno di tutto per abbatterlo, e azzerare il cambio di rotta impresso alla politica e all’economia del paese. Sono forze indifferenti alla sciagura pandemica, che non ascoltano i moniti di Crisanti o Massimo Galli, che vogliono restituire prerogative alla politica classica: quella che si è resa responsabile della nostra gigantesca impreparazione sanitaria, che per anni ha mostrato di non saper spendere i soldi Ue permettendo che ne lucrasse la malavita. Quando penso a quel che accadde nel 2019 a Strasburgo, mi dico che le accuse di Verhofstadt dovrebbero oggi essere rivolte a chi vuol abbattere Conte. Mi chiedo a cosa mirino i disfattisti: di quali lobby, di quali comitati d’affari siano oggi i burattini. Sento risuonare un immenso “chi se ne frega” a proposito della pandemia, più che mai acuto da quando sono in arrivo i vaccini.

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Il veleno che minaccia il Recovery Plan

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 27 novembre 2020

 

Quando approvarono il Piano di ripresa Covid, il 21 luglio, i leader del Consiglio europeo dovettero transigere sulla questione stato di diritto, per poter ottenere l’accordo unanime dei 27 Stati membri. Polonia e Ungheria respingevano ogni condizionalità legata al rispetto della rule of law, e il comunicato finale ne tenne conto.

Esso si limita a ricordare che “gli interessi finanziari dell’Unione sono tutelati in conformità dei principi generali sanciti dai trattati dell’Unione, in particolare i valori di cui all’articolo 2 dei Trattati. Il Consiglio europeo sottolinea l’importanza della tutela degli interessi finanziari dell’Unione. Il Consiglio sottolinea l’importanza del rispetto dello Stato di diritto” (l’articolo 2 contiene raccomandazioni su democrazia e stato di diritto).

Il compromesso tuttavia è sgradito a una serie di Stati (i “frugali” in prima linea) che vogliono condizionare in vari modi i fondi iscritti nel bilancio UE, compreso il Piano Covid da loro avversato sin da principio. È il motivo per cui i governi di Polonia, Ungheria e Slovenia hanno opposto il veto: niente bilancio pluriannuale e piano Covid, se la condizionalità non viene ritirata o magari mitigata. Anche il Parlamento europeo rifiuta compromessi, avendo recentemente votato in favore di condizionalità forti sul rispetto della rule of law: sono in gioco – dicono i deputati – principi dell’Unione come la separazione dei poteri, il pluralismo, la libera espressione.

Queste preoccupazioni sono più che legittime, se consideriamo la degenerazione democratica in Polonia e Ungheria. Ma l’intera controversia è profondamente viziata e insidiosa, se esaminata alla luce di una pandemia che sta mettendo in ginocchio il continente con una distruttività mai vista in tempi di pace. Il dibattito attorno allo stato di diritto è condotto come se non vivessimo tempi di peste, come se l’Unione non avesse alcun tipo di strumento per ottenere il rispetto della rule of law (l’articolo 7 dei Trattati prevede la sospensione dei diritti di voto del singolo Stato in caso di chiare e persistenti violazioni) e come se in colpa fossero solo i Paesi dell’Est. Verrà certo il momento in cui occorrerà superare gli ostacoli che rendono inutilizzabile l’articolo 7, l’ostacolo principe essendo la regola dell’unanimità. Sono anni ormai che Parlamento e Commissione cercano vie alternative. Ma il momento non è questo, a meno che non si voglia affossare il Recovery Plan usando la democrazia come pretesto.

A ciò si aggiunga che condizionalità e sanzioni suscitano risentimenti crescenti negli Stati membri, dopo le politiche di austerità imposte dall’alto della troika a una Grecia umiliata e devastata. È inevitabile che il risentimento risorga ancora più intenso in pieno tifone Covid. Se davvero siamo in emergenza, sia sanitaria sia economico-sociale, non si possono ostinatamente rispolverare metodi punitivi che hanno già più volte lacerato l’Unione.

Prima ancora che esplodesse la pandemia, l’ex presidente della Commissione Juncker – tra i primi responsabili dei piani di austerità – fu esplicito nel condannare questa coazione a ripetere gli errori fatti con Atene. Il 1° gennaio 2017 commentò così i piani tedeschi – e poi franco-tedeschi – di condizionamento sullo stato di diritto: “Sono dell’opinione che non dovremmo vararli”. Aggiunse che le minacce non sono un buon metodo per imporre la disciplina finanziaria o il rispetto dello stato di diritto: “Credo che non sarebbe una buona cosa dividere l’Unione in questo modo: sarebbe veleno per il continente”.

Sono veleno entrambi: i veti come le minacce di sottrazione di fondi. In primo luogo perché a patirne sarebbero popolazioni dell’Unione molto bisognose di aiuti europei, anche se governate dispoticamente. In secondo luogo, la lotta sui “valori” è discriminatoria. Nel discutere e proporre nuovi meccanismi sulla rule of law, l’Unione e il suo Parlamento sono altamente selettivi. Le condanne più severe riguardano i paesi dell’Est, non senza ragione, ma quelli dell’Ovest, specie se “fondatori”, restano intoccabili al massimo grado. Il governo spagnolo di Mariano Rajoy violò manifestamente lo stato di diritto, impiegando violenze sproporzionate contro gli indipendentisti catalani e imprigionando i suoi leader.

Non meno pesante la situazione in Francia. È di questi giorni l’approvazione di una legge di “sicurezza globale” che vieta di fotografare o filmare l’uso di violenza poliziesca eccessiva nelle manifestazioni. È un autentico bavaglio imposto ai fotoreporter che negli ultimi due anni – durante i tumulti dei Gilet gialli – hanno rivelato lesioni del diritto e violenze sproporzionate inflitte da armi semi-letali tra cui i proiettili di gomma LBD 40 (migliaia di feriti, 25 accecati, 5 vittime di mutilazione della mano). A settembre è uscito il documentario del giornalista che ha puntigliosamente raccolto testimonianze sulle violenze, David Dufresne. Il film s’intitola Un pays qui se tient sage – Un paese che si comporta bene. Nel 95% dei casi, i video recuperati da Dufresne sono diffusi in rete da anonimi provvisti di cellulare.

L’articolo 24 della nuova legge sulla sicurezza vieta proprio queste immagini, specie se disseminate da reporter non accreditati (la rete è considerata nemico numero uno). Simili violenze sono state condannate dall’Onu. È condannabile anche la brutalità con cui lunedì è stato sgomberato un accampamento di migranti a Place de la République, a Parigi. Né si può dimenticare che l’Unione intera è responsabile di violazione del diritto internazionale per le migliaia di rifugiati lasciati morire in mare.

Il Recovery Plan e la decisione di indebitarsi collettivamente e non più come singolo Stato rappresentano un prezioso progresso, facilitato dall’insistenza di Italia e Spagna. I vecchi meccanismi intergovernativi d’assistenza, come il Mes non del tutto emendato, sono superati da un’iniziativa che non vede più contrapposti creditori con la frusta in mano e debitori che si ritrovano, sempre più impoveriti, sul banco degli imputati.

Naturalmente è grave che permanga lo scoglio dell’unanimità (compresa l’unanimità dei 27 Parlamenti sul Piano Covid). L’Unione resta la costruzione imperfetta che è, senza strategie di ricambio. Ma come nel racconto di Conrad, quando sei assalito dal Tifone non c’è tempo per discettare sulle migliori “strategie della tempesta”. Ti piove addosso il cielo, e unico compito del comandante della nave è portare in salvo, se può e come può, equipaggio e passeggeri.

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