Sardine, cosa non va nel programma

di martedì, dicembre 17, 2019 0 Permalink

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 17 dicembre 2019

Sabato a San Giovanni le Sardine hanno annunciato il loro programma, non economico né sociale, ma incentrato quasi interamente sulla comunicazione e sull’uso nonché controllo dei social network.

Essendomi occupata di questo tema nella scorsa legislatura europea, come relatore della risoluzione dell’aprile 2018 sul pluralismo e la libertà dei media nell’Unione europea, non posso fare a meno di esprimere disagio. Ricordo che le principali obiezioni a una piena libertà dei media e a un più scrupoloso rispetto del diritto internazionale sono venute – durante i negoziati che ho condotto con i vari gruppi del Parlamento prima che la relazione venisse adottata – dal Partito popolare, dai Conservatori e da buona parte dei Socialisti e dei Liberali. Le obiezioni non mi hanno permesso, tra l’altro, di mantenere nella sua integralità il paragrafo sul reato di diffamazione, di cui chiedevo la depenalizzazione.

Meglio dunque i silenzi e il vuoto di messaggio delle prime manifestazioni di piazza che la nuova Costituzione distopica “pretesa” dalle Sardine (ma da chi, fra le Sardine?) nei 6 punti indicati a San Giovanni. Eccoli elencati, in ordine di gravità.

Il numero 5 (“La violenza verbale venga equiparata a quella fisica”) non resisterebbe al giudizio di nessuna Corte: internazionale (Onu), europea o nazionale. Da anni – e soprattutto dall’inizio delle guerre contro il terrorismo – le Corti discutono e sentenziano su quale violenza sia condannabile, nei media offline e online: i verdetti invariabilmente e puntigliosamente separano la violenza verbale da quella fisica, pur fissando alcuni paletti molto ben definiti alla violenza verbale (in sostanza: la violenza che prelude inequivocabilmente a IMMINENTI violenze fisiche). L’equiparazione è un temibile novum giuridico, da evitare a tutti i costi e in tutte le sedi. Il reato di diffamazione, criticato da diverse Corti europee e internazionali che raccomandano di sostituirlo con l’imputazione di illecito amministrativo, viene rafforzato.

I numeri 3 e 4 promettono male, contaminati come sono, e forzatamente, dal numero 5 che introduce il novum giuridico sulla violenza. Il numero 3 pretende “trasparenza nell’uso che la politica fa dei social network”. Il numero 4 pretende che “il mondo dell’informazione traduca tutto questo nostro sforzo in messaggi fedeli ai fatti”. Si profila l’aspirazione a un vasto controllo/soppressione dei media e dei loro contenuti, soprattutto online. Tutto quello che viene ritenuto violento (da chi? Da quale istanza?) è passibile di azioni che limitano la libertà di diffondere e ricevere informazioni.

Il numero 6 pretende l’abrogazione dei decreti Sicurezza. È l’unico punto veramente sensato, ma se la pretesa sulla violenza contenuta nel numero 5 (applicata in vari ambiti: media online e offline, manifestazioni pubbliche etc.) viene inserita nei decreti riscritti, è meglio forse tenersi quelli di Salvini.

Il numero 2 (“Chiunque ricopra la carica di ministro comunichi solamente nei canali istituzionali”) blinda le oligarchie e non le obbliga, come invece queste dovrebbero, a comunicare tous azimuts, anziché solo nei canali istituzionali. La comunicazione limitata le protegge da ogni sorta di attacco esterno, rinchiudendole in un recinto separato.

Il numero 1 recita: “Chi è stato eletto vada nelle sedi istituzionali a lavorare”. È immaginabile che si faccia qui riferimento alle attività non istituzionali di Salvini ministro dell’Interno. Ma la pretesa viene generalizzata e ha un suono inquietante, soprattutto se legata al numero 2.

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Tra la scatola e il mare aperto

di sabato, dicembre 14, 2019 0 Permalink

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 14 dicembre 2019

Le sardine non sono contro l’establishment, né italiano né tantomeno europeo. Sono gentili, non urlano, e riempiono le piazze con quella che esse stesse chiamano “energia pura”. Ingenerano un entusiasmo generale e trasversale perché secondo alcuni potrebbero scompigliare le ambizioni della Lega di Salvini nelle prossime elezioni regionali e soprattutto in Emilia Romagna dove il nuovo movimento è nato. Pur essendo gentili hanno un avversario – i populisti – cui si rivolgono nel loro Manifesto del 21 novembre con sorda durezza.

Fingono di ignorare che tutto l’establishment, in Italia e anche ai vertici dell’Unione europea, ha scelto come avversari i populisti, non importa se di destra o sinistra (negli anni ’60 e ’70 si chiamavano “opposti estremismi”). Se un partito anti-sistema o anche molto critico del sistema vince alle elezioni è subito definito populista e scomunicato.

I maggiori applausi alle sardine, finora, vengono da un establishment centrista che sempre meno sa e vuole gestire la natura aleatoria del suffragio universale. Che dall’inizio della crisi nel 2007-2008 usa l’accusa di populismo per non mettere in questione le politiche che lo hanno scatenato.

Le sardine non conoscono le bassezze della disperazione, della rivolta contro disuguaglianze sociali e povertà. Si sentono di sinistra perché si preoccupano del clima, ma i precursori in questo campo sono Grillo e 5Stelle. Di sé dicono, con un linguaggio che ricorda quello degli scout: “Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”. Dunque non conoscono difficoltà nella vita.

Nelle crisi dell’ultimo decennio si ritagliano una loro zona di conforto. Non hanno niente di particolare da dire sulle questioni che oggi contano: le miserie del lavoro precario o del non lavoro; il disastro dell’Ilva o di Alitalia; la manomissione del territorio attraverso grandi opere inutili che tolgono risorse alla sua manutenzione; le politiche di austerità che l’Unione Europea continua a difendere a denti stretti, nonostante il prezzo pagato da ceti medi e classi popolari (la questione del Fondo salva Stati non è tecnica ma concreta e politica: nella prossima crisi finanziaria si ripeterà l’umiliante catastrofe greca?).

Non criticano neanche il rinnovo dell’accordo con Tripoli, che dai tempi di Gentiloni e Minniti rispedisce nei Lager libici i migranti in fuga. Questo non vuol dire che le sinistre radicali dispongano di ricette migliori: la capacità di mobilitazione di queste ultime è poca cosa rispetto a quella delle sardine. Ma non vuol dire nemmeno che il movimento appena nato, così come viene presentato non da tutti ma da molti suoi esponenti, abbia in mano una ricetta veramente comprensibile.

Nel raccontare se stesse le sardine mescolano condizioni umane e concetti banali, trasformandoli non si sa perché in virtù superiori (la normalità, la famiglia, lo sport, il divertente, il bello, etc. Manca solo l’Anima). Meno banale è il rifiuto della violenza e tutt’altro che banale l’appello all’ascolto. Su quest’ultimo c’è tuttavia da dubitare: pochi paragrafi dopo, nel Manifesto, proclamano che il diritto all’ascolto spetta a tutti ma non ai populisti di Salvini (circa il 30 per cento degli italiani): “Grazie ai nostri padri e nonni avete il diritto di parola, ma non avete il diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare”. Non ho mai sentito un antifascista (immagino che l’allusione a padri e nonni si riferisca all’antifascismo) dire che esistono categorie di avversari o perfino nemici politici privati di tale diritto.

Proclami simili sono non solo insensati ma forse anche nefasti. Lo vedremo alle prossime scadenze elettorali, locali o nazionali che siano. Può darsi che il movimento segnali il salutare risveglio di chi si è allontanato dalla politica e riscopre l’importanza del voto. Può darsi che riempia un vuoto creatosi a sinistra, anche se non è chiaro con cosa verrà riempito. Ma può anche darsi che il loro Manifesto esasperi la rabbia, la frustrazione, l’umiliazione di chi si è rifugiato nella Lega pur di essere per una volta ascoltato. Una buona parte dei voti per il Brexit nel 2016, o per Trump, o per il partito di Kaczynski in Polonia, ha origine in questa rabbia dei non più ascoltati, dei cancellati.

La malattia dell’Italia non è oggi Salvini, come ha scritto giustamente su questo giornale Tomaso Montanari. Salvini e la sua fraseologia xenofoba sono i sintomi di un male che si chiama ingiustizia sociale, disuguaglianza, furore dei declassati: il leader della Lega cavalca questi mali offrendo gli immigrati come capri espiatori e finte battaglie contro il Meccanismo europeo di stabilità, contestato solo dopo che la Lega, per mesi imbambolata e disattenta, è uscita dal governo.

Sono rare e poco udibili le sardine che parlano delle radici dei mali italiani, che si interrogano sulle città già passate a destra in Emilia Romagna. Chi soffre questi mali, fidandosi di Salvini senza ancora vederne l’impostura, non ha comunque diritto all’ascolto. Come riconquistare la loro fiducia, se neanche li ascolti. Questo significa che l’impostura può continuare.

Dicono: “Benvenuti in mare aperto”. Speriamo che sarà aperto sul serio. Che dal vuoto di programmi, idee, parole nascano gli anticorpi che tanti invocano. Fino a ora, il nuovo movimento dà il benvenuto, ma non ancora in mare aperto. Cosa vede nei fondali marini, oltre il disegno ittico della propria pura energia? In genere, le sardine stanno amichevolmente strette quando sono inscatolate. Per il momento è la scatola che li protegge più che le profondità del mare.

© Editoriale Il Fatto S.p. A.

I rischi sui debiti e i lati oscuri del “salva Stati”

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 4 dicembre 2019

Col passare dei giorni, le discussioni attorno al Meccanismo Europeo di Stabilità – alias Fondo salva-Stati – si fanno più confuse invece di chiarirsi, e i cittadini faticano a farsi un’idea sulla vera natura dell’accordo fra Stati dell’eurozona.

Invece di rispondere ai molti dubbi espressi da esperti e addetti ai lavori, i principali politici e giornalisti dirottano l’attenzione sulla natura ideologica dello scontro – sovranisti contro europeisti, M5S accusato di rimpiangere la Lega – senza preoccuparsi di studiare a fondo i quesiti, di esaminare le obiezioni di merito e di leggere, almeno, il Trattato rivisto così come è stato negoziato. Trattato per alcuni versi migliorato, per altri peggiorato.

Come accade sin dall’inizio della crisi greca e delle politiche di austerità, le condizioni di funzionamento del Mes vengono presentate come ineluttabili: affermazione impropria, che tra l’altro sorvola sulla necessaria ratifica finale di tutti i Parlamenti dell’area euro. Ha contribuito alla confusione il tardivo risveglio sia di Lega sia di 5Stelle, le cui obiezioni non furono esposte all’opinione pubblica durante i negoziati, dando l’impressione di un subitaneo scontro che non riguarda il Mes, ma la sopravvivenza del governo 5Stelle-Pd-LeU. La lezione greca ha insegnato poco, e la ricetta neoliberale viene riproposta pur non avendo generato crescita né giustizia sociale. “Le cattive idee hanno una morte lenta”, constata l’economista Stiglitz.

Quel che in effetti colpisce è la permanenza dei vecchi parametri di stabilità. Nel Trattato vengono ribaditi, nonostante i cambiamenti promessi da alcuni governi: l’accesso ai crediti cosiddetti precauzionali presuppone tra altre pesanti condizionalità un deficit non superiore al 3% del Pil e un debito pubblico sotto il 60% (allegato nr. 3 del Trattato). Andrebbe ricordato che fin dal 2001 Prodi definì “stupidi” i parametri, e nel 2013 disse al Sole 24 Ore: “Non è stupido che ci siano i parametri come punto di riferimento. È stupido che si lascino immutati 20 anni”.

Riassumiamo a questo punto i principali difetti elencati dagli esperti.

Quelli esposti da Ignazio Visco in prima linea, che non è ostile al Mes, ma ha indicato i pericoli legati alla ristrutturazione del debito in caso di sua acclarata o sospetta non sostenibilità (la ristrutturazione è un rinegoziato su condizioni e scadenze del debito: un’insolvenza “pilotata”). Vero è che la ristrutturazione non sarebbe automatica, ma diventa obbligatoria se il Mes giudica insostenibile un indebitamento. La sostanza non cambia molto e Visco parla addirittura di enormi rischi: “I piccoli e incerti benefici di un Meccanismo per la ristrutturazione dei debiti sovrani devono essere soppesati considerando l’enorme rischio che il semplice annuncio della sua introduzione inneschi una reazione a catena”. Rischi simili sono temuti dall’Associazione bancaria (Abi), che detiene la maggior parte dei titoli di Stato.

Non meno interessanti le criticità enumerate il 6 novembre – in un’audizione alla Camera – da Giampaolo Galli, vicedirettore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani. Anch’egli è contro il veto al Mes, sottolineando aspetti virtuosi come la rete di sicurezza per le banche in crisi (il cosiddetto backstop), ma non nasconde i vizi dell’impianto.

Il primo concerne il passaggio dell’asse del potere economico nell’Eurozona dalla Commissione Ue al Mes, che diventa un organo con funzioni di vero sovrano e prestatore di ultima istanza. Questo spostamento, e la natura intergovernativa del Mes, eliminano ogni controllo da parte del Parlamento europeo e anche il costante coinvolgimento dei Parlamenti nazionali suggerito nel 2016 dall’Istituto Delors e dalla Fondazione Bertelsmann. Diminuisce anche, a nostro parere, la possibilità di un’intromissione della Corte europea di giustizia in politiche non più condotte in prima persona da organi comunitari (Commissione o Bce), e di cui non sarebbe semplice valutare la compatibilità con il diritto europeo e la Carta dei diritti fondamentali (compatibilità su cui la Commissione deve vegliare, secondo la sentenza Ledra della Corte).

Quanto alla ristrutturazione preventiva del debito, Galli la elenca fra le criticità “preoccupanti” perché indicata come “precondizione pressoché automatica” per ottenere i finanziamenti. A suo parere, l’idea che si debba stabilire una regola che obblighi alla ristrutturazione un Paese che chiede l’accesso ai fondi del Mes e abbia un debito giudicato non sostenibile, è stata espressa ripetutamente da esponenti tedeschi (tra cui il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann). Condizionando gli aiuti a una ristrutturazione preventiva si eviterebbe quell’effetto di azzardo morale che sarebbe il motivo per cui alcuni Paesi non hanno fatto l’aggiustamento di bilancio. L’idea dunque è che prima di fare operazioni che comportino condivisione di rischi – assicurazione comune sui depositi, bilancio più forte dell’Eurozona – occorra indurre i Paesi devianti a ridurre i rischi. I prestiti precauzionali a favore dei Paesi che hanno bilanci in ordine sono facilitati, ma a tutti i costi si deve evitare il contagio da parte di paesi giudicati potenzialmente inaffidabili.

Nulla è del tutto immodificabile, a dispetto di quanto detto dal ministro Gualtieri. Sarà possibile esprimere riserve, e almeno attendere risultati paralleli (Unione bancaria, assicurazioni dei depositi, fiscalità comune). È il metodo del pacchetto prospettato dal presidente del Consiglio Conte. Sarà utile cercare alleanze, e sondare anche i nuovi dirigenti socialdemocratici in Germania.

Comunque si tratta di uscire da una fraseologia disorientante perché troppo contraddittoria (il Mes è un progresso ma contiene “enormi rischi”; i parametri sono “stupidi ma necessari”: Prodi 2001)

Dicono che sia in gioco la credibilità italiana, quando in gioco è quella dell’Unione. Come spiegò molto bene la Fondazione Heinrich Böll (rapporto di Ricardo Cabral e Viriato Soromenho-Marques, 2018) il Mes adotta il paradigma del Fondo Monetario (prestiti basati su condizionalità socialmente dirompenti). Nei negoziati del 1944, Keynes si oppose a preventive politiche di austerità per i debitori, e difese “una soluzione secondo cui il peso dell’aggiustamento doveva cadere molto più sulle nazioni creditrici con forti surplus dei conti correnti”. Sconfitto Keynes prevalse la posizione Usa, primo Paese creditore. Lo stesso scenario si presenta oggi, nonostante i ripetuti fallimenti del Fmi.

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Berlino, 30 anni dopo il muro: guai ai vincitori

di giovedì, novembre 7, 2019 0 , , , Permalink

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 7 novembre 2019

Da anni i Paesi dell’Est Europa sono sul banco degli imputati, senza che ci si preoccupi di indagare le origini delle loro devianze. L’ascesa delle estreme destre, le violazioni dello Stato di diritto, il rigetto degli immigrati, il rancore verso l’Unione europea: quel che accade nell’Europa ex comunista crea allarmi più che giustificati, ma di corto respiro e dunque improduttivi.

Mancano analisi sociologiche, storiche, economiche, come mancarono negli anni 20 e 30 prima del nazismo (se si esclude il saggio di Keynes sui pericoli dell’umiliazione della Germania nel primo dopoguerra). Nel trentesimo anniversario della caduta del Muro è conveniente l’accanimento selettivo contro l’Est, che garantisce coscienze pulite a tutto l’Ovest dell’Unione.

La Germania Est è da questo punto di vista esemplare. Studiosi, giornalisti, politici dell’Ovest scoprono d’un tratto che l’unificazione non ha funzionato, e non si capacitano. Si aggrappano alle banche dati – i miliardi di euro trasferiti dalla Repubblica federale all’ex Ddr – e presentano i disastri sociali e mentali come effetti collaterali di una politica non analizzata né messa in questione. Il giornalista e costituzionalista Maximilian Steinbeis riassume le occasioni mancate in un difetto costitutivo: l’assenza di curiosità, unita all’autocompiacimento arrogante dei vincitori. Un identico difetto permea i rapporti con la Russia, su cui non ci soffermeremo.

Da qui bisognerebbe partire, se si vuol capire come l’Unione stia perdendo l’Est: dai modi e dai discorsi pubblici con cui l’Est – Germania orientale in testa – è stato annesso e privatizzato, più che integrato e rispettato. Quando attuate con il sussiego dei vincitori, le integrazioni tendono a nutrirsi di menzogne e storie riscritte, e questo è successo in Germania. L’unificazione è caratterizzata da un cumulo di contro-verità che spiegano in larga misura i risentimenti, la voglia di rivincita, il senso di abbandono di popolazioni che rimpiangono protezioni sociali perdute, e per questo si rifugiano nella nostalgia di ambedue le dittature, nazista o comunista.

Le destre estreme raccolgono oggi questo scontento, togliendo voti agli ex comunisti della Linke, da tempo convertitisi alla democrazia. In trent’anni, questi ultimi hanno ripetutamente suonato il campanello d’allarme, inascoltati. Hanno anche dimostrato di governare con saggezza, come in Turingia, ma i Democristiani della regione continuano a ostracizzarli e per il momento sembrano preferire alleanze con Alternative für Deutschland.

La principale menzogna riguarda la natura dell’ex Germania comunista. L’unificazione ha raso al suolo tutte le sue strutture e infrastrutture, giudicandole in blocco fallimentari perché ritenute totalitarie e privatizzando a tappeto. Molti suoi dispositivi sociali (policlinici, tutela dell’infanzia e asili gratis, pieno impiego, diritti dei lavoratori a vacanze pagate, cooperative, sovvenzione agli studi, trasporti basati su binari) davano sicurezza ai cittadini dell’Est. Lo spiega lo storico Ilko-Sascha Kowalczuk, ex dissidente della Ddr (nel suo Die Übernahme, “La presa di controllo”, 2019). Il cittadino non godeva di libertà di parola, ma sapeva di essere protetto “dalla culla alla tomba” (“from the cradle to the grave”, come prometteva l’ideatore dello Stato sociale William Beveridge negli anni 40 del secolo scorso). Una promessa erosa a Ovest negli anni 70-80, mentre più o meno sopravviveva a Est.

Simile perdita è sofferta in molti Paesi dell’Est. In Polonia, il partito Diritto e Giustizia viola sistematicamente lo Stato di diritto, ma raccoglie vasti consensi perché offre una protezione sociale (innanzitutto sovvenzioni a famiglie con bambini) negata dopo l’89-90 dalle “terapie choc” dell’austerità.

Lo stesso Helmut Kohl riconobbe gli errori commessi: in un colloquio radiofonico diffuso dopo la sua morte con lo storico Fritz Stern, ammise inaspettatamente: “Non abbiamo chiarito davanti all’opinione pubblica che non tutto era sbagliato nella Ddr e non tutto era giusto nella Repubblica federale”. Un’ammissione importante visto che proprio lui nel 1990 aveva mentito, promettendo l’avvento, entro tre-quattro anni, di “paesaggi rigogliosi” nell’ex Ddr (blühende Landschaften). Il ravvedimento di Kohl viene in genere occultato, così come viene occultata la catastrofe demografica in tutta l’Europa ex comunista e soprattutto in Germania Est (milioni di tedeschi orientali continuarono a fuggire a Ovest dopo l’89).

Un’altra menzogna riguarda la dittatura tedesco-orientale: molto dura, se non fosse che continua a esser condensata per intero nella monolitica immagine-spauracchio della Stasi, come se altri centri di potere non fossero esistiti e la storia di una nazione l’avessero costruita i servizi segreti. A quest’immagine monca e fuorviante, sostiene Kowalczuk, contribuì non poco, nel 2006, il film Le vite degli altri.

In Germania l’autocritica è in pieno corso, e non mancano libri che parlano dell’Est come di un Mezzogiorno ancora più dannato del nostro. Tra essi ricordiamo quelli di Daniela Dahn, già dissidente in Ddr, che invariabilmente denuncia le modalità di un’unificazione cui dà il nome storicamente pesante di Anschluss, annessione. Nel suo ultimo libro (La neve di ieri e il diluvio universale di oggi, 2019), Dahn si sofferma in particolare su un’accusa ricorrente rivolta alla Ddr: la Shoah nascosta per meglio evidenziare la resistenza comunista. In effetti nella Ddr si insisteva molto e giustamente sulla persecuzione dei comunisti – è l’Ovest che sempre più tende a minimizzarla – ma il genocidio non fu mai trascurato e innumerevoli furono i libri, le trasmissioni televisive, i film sulla Shoah. Nel 1979 apparve sugli schermi delle due Germanie la miniserie americana Holocaust, e si disse che il film aveva per la prima volta traumatizzato profondamente i tedeschi. Dahn ricorda come ben sette anni prima, la televisione della Ddr aveva diffuso una miniserie egualmente traumatizzante, in quattro puntate, che narrava la deportazione ad Auschwitz di una famiglia ebraica: alcuni attori avevano vissuto i Lager in prima persona.

Con questo non si vuol in alcun modo imbellire il welfare o la storiografia della Ddr. Si vuol solo dire che alcune sue acquisizioni potevano essere preservate. I movimenti cittadini, che per settimane riempirono le strade della Ddr, si erano battuti per una riunificazione diversa, più rispettosa della storia nazionale: chiedevano una nuova Costituzione che comprendesse elementi del proprio vissuto e un successivo referendum nazionale. La scelta andò all’immediata annessione, alle privatizzazioni e a una devastante parificazione monetaria, il 1° luglio 1990, che ebbe come effetto l’impoverimento e la brutale deindustrializzazione della Ddr.

Una presa di coscienza comincia a farsi strada, ma faticosamente e solo da quando la destra estrema si è appropriata della Ostalgie, della nostalgia della vecchia Ddr. È così che i vincitori insolenti lavorano alla propria perdita.

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Così Bruxelles ha fatto un regalo alle forze illiberali

Intervista di Stefano Galieni, «LEFT»,  4 ottobre 2019

La risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa (2019/2819(RSP) è un attacco alla storia e alla memoria imposto al Parlamento dai polacchi del PiS e da Orban. «Vogliono far scoppiare una nuova guerra fredda ed equiparare l’Unione e la Nato», dice l’ex deputata europea Barbara Spinelli

Al di là del giudizio sul testo, che denota scarse conoscenze storiche, è possibile in nome degli equilibri europei rimuovere la memoria che definiva una comune identità?

«Preferisco parlare di ignoranza “militante” più che di scarsa conoscenza. Un Parlamento che fa risalire la seconda guerra mondiale al patto Ribbentrop-Stalin e omette eventi ben più determinanti come il Trattato di Versailles e l’umiliazione della Germania dopo il ‘14-‘18, la guerra di Spagna, le guerre italiane in Libia ed Etiopia, il Patto di Monaco, si scredita definitivamente e smentisce tutti coloro che dopo le elezioni di maggio avevano celebrato la sconfitta delle forze illiberali. La risoluzione sulla memoria è stata imposta dal governo polacco del PiS e dal Fidesz ungherese di Orbán: la storia europea viene strumentalizzata a fini geopolitici per riaccendere la seconda guerra fredda ed equiparare l’Unione e la Nato. Quel che colpisce è la rozzezza del testo, oltre che le menzogne e omissioni. Nella scorsa legislatura mi sono occupata della legge sull’olocausto in Polonia, che penalizza tutti gli storici polacchi che indagano sull’antisemitismo nazionale (dal massacro a Yedwabne del 1941 al pogrom a Kielce nel dopoguerra). La Polonia deve apparire come nazione assolutamente innocente. Una falsificazione che permea l’intera risoluzione.

Personalmente considero grave l’assenza di un dibattito a sinistra sui crimini perpetrati dai regimi comunisti, e sul fatto che l’89 è stato per quei popoli un’autentica liberazione. Ma liberazione per andare dove? Lo “sviluppo socioeonomico” post-89 vantato dalla risoluzione ha creato quasi ovunque lacerazioni e risentimenti, che spiegano l’ascesa delle destre estreme nell’ex Germania comunista, o in Polonia e Ungheria».

Il testo richiama ad un uso strumentale della Storia a fini geopolitici. A tuo avviso quale Europa si intende così disegnare? 

«Un’Europa che tace sul contributo della Russia comunista alla liberazione dal nazifascismo (25 milioni di morti) oltre che alla liberazione di Auschwitz. Che deliberatamente ignora il contributo dei comunisti all’antifascismo e alla ricostruzione democratica in Europa occidentale. Che umilia la Russia invece di avviare con essa un rapporto serio, indipendente dalla Nato. Che viola la promessa di non espandere la Nato a Est, fatta a Gorbačëv nel 1990. La guerra fredda con la Russia che si vuole riesumare non è nel nostro interesse, se vogliamo imparare qualcosa dalla storia.

È giusto collegare la risoluzione ad un fatto come la designazione di un Commissario per la “tutela dello stile di vita europeo” che si occuperà di immigrazione? Si tratta di un ripiegamento su se stessa dell’UE?

«È un’offensiva contro le lezioni della storia, più grave di un ripiegamento. Diciamo “mai più Lager”, e ignorando quel che l’Onu ci dice dal dicembre 2016 consegniamo ai Lager libici o sudanesi i migranti in fuga. Che differenza rispetto agli anni ‘30, quando la Lega delle Nazioni condannò l’Italia per l’invasione dell’Etiopia, rimanendo inascoltata?

La tutela dello “stile di vita europeo” mette sullo stesso piano migranti e terroristi. Rimanda agli slogan neo-con, alle guerre anti-terrorismo, alle radici cristiane d’Europa. Difficile non fare un legame fra la risoluzione del Parlamento europeo e le parole dette dal Presidente polacco Duda nel dicembre 2017: “Lo spirito nazionale può essere facilmente avvelenato da false ideologie: comunismo, nazismo, cosmopolitismo, negazione nichilista dei sistemi di valore cristiani”. Come un ubriaco, il Parlamento pretende di stare dalla parte “buona” della Storia accodandosi».

Verbatim della risoluzione

Votazione per appello nominale

Elogio della contaminazione

di mercoledì, settembre 11, 2019 0 , , , Permalink

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 11 settembre 2019.

La neonata coalizione M5S-Pd giunge più che opportuna, perché sgrava l’Italia del pericolo autoritario rappresentato dal potere esorbitante di Salvini: un politico al tempo stesso imprevedibile, indifferente alla Costituzione e alle leggi internazionali, e tuttavia fortemente carismatico.

Ma discontinuità è parola vuota, se fin dall’inizio non viene chiarito cosa comporti precisamente per ambedue gli alleati, e non solo per uno di essi. In linea di principio dovrebbe facilitare una correzione di rotta rispetto alla difficoltà del governo precedente di attuare una politica sociale finalmente egualitaria; la riforma giudiziaria dell’ex ministro Bonafede; la lotta all’evasione e alle opere inutili; una politica migratoria e di sicurezza in linea con la Costituzione e la Carta europea dei diritti. Senza accordo in questi campi l’esperimento non potrà riuscire né durare.

Vale dunque la pena definire nel dettaglio le condizioni dell’accordo. In primo luogo, dovrebbe cambiare il modo monotono di raccontarlo: non si può insistere sullo “stato di necessità”, presupponendo che i due consociati restino quel che sono, essendosi solo fortunatamente addizionati per evitare che Salvini prendesse “tutti i poteri”. Considerate le storie sia del Pd sia del M5S, la loro cultura e i loro elettori (soprattutto quelli perduti), accanto alla Necessità c’è il regno della Libertà affidato a ciascuno di essi: libertà di capire perché le due forze sono collassate, e come la conoscenza dei fallimenti possa esser tesaurizzata per dar vita a nuove sperimentazioni. Questo per me vuol dire essere “elevati”.

Se tale è l’obiettivo, quel che occorre è una veduta lunga e una memoria non pudibonda. Il M5S ha perso alle europee 6 milioni di voti rispetto al 2018. Di questi, 3 milioni si sono astenuti; non ci sono travasi verso il Pd. Secondo l’Istituto Cattaneo, inoltre, la fuoriuscita di alcuni elettori dal M5S verso la Lega ha spostato gli equilibri elettorali interni al Movimento, rafforzando le componenti di chi si colloca a sinistra o che rifiuta tout court le categorie di destra e sinistra (lo slogan “né destra né sinistra” è il più delle volte una rivolta contro l’identificazione quasi trentennale della sinistra classica con la destra). Questi nuovi equilibri, osserva l’Istituto, potrebbero facilitare una convergenza con il Pd, allargando l’area di sovrapposizione elettorale fra i due partiti. L’emorragia dei Democratici ha una storia più lunga: dal 2008 il loro elettorato s’è dimezzato, e se alle europee il Pd ha contenuto le perdite, non ha attratto nuovi elettori. Stando all’Istituto Cattaneo non si registrano significative conquiste/riconquiste di elettori 5stelle, a parte rari collegi.

Entrambi i partiti sono puniti dall’elettore, e per l’uno come per l’altro si tratta di recuperare la fiducia dissipata, di riaprire strade che hanno chiuso o mai schiuso, di spiegare a se stessi e agli italiani come intendono mutare. Di comprendere la punizione, imparando a conoscere più a fondo se stessi. Nelle tragedie greche quando c’è punizione o precipiti, o esci dall’alto con una conversione/catarsi.

La catarsi è un rinnovamento del modo di agire, e vedere-ascoltare l’Altro: cosa possibile, visto che i due elettorati hanno molte cose in comune. Il M5S è nato con un rifiuto netto, detto anche “vaffa”. Ma vaffa a che? Alle rinunce, ai voltafaccia, alla vasta diserzione delle élite di sinistra cominciata negli anni ’90 quando nacque la Terza Via di Blair e di Schröder, dei socialisti francesi, spagnoli e greci. I parametri di Maastricht e l’austerità sono figli di un’involuzione costata cara alla socialdemocrazia europea.

Il rinnovamento è realizzabile se in questo processo di conoscenza i pensieri dei due associati – insieme a LeU – prendono la decisione di contaminarsi l’un l’altro. Non per farsi concorrenza o mascherarsi, ma per convincere gli elettori che i fallimenti hanno insegnato qualcosa. Frasi come quelle dette da Zingaretti dopo le europee (“Il Pd è l’unica alternativa a Salvini”) sono scriteriate.

Contaminazione non è intossicamento né perdita di immaginarie purezze. È ibridazione, assorbimento di temi, scoperta o riscoperta di temi diversi dai propri o magari abbandonati. Nel caso di formazioni che hanno elettori contigui e analogamente delusi è una via da esplorare. Così intesa, la contaminazione potrebbe iniziare su alcuni temi di cui tentiamo un elenco sommario, includendo anche idee che attraggono elettori verso la Lega.

EUROPA: è evidente che l’europeismo ha il fiato corto, e lo scetticismo ha le sue ragioni d’essere (non l’eurofobia). Nella passata legislatura europea non c’è stata resipiscenza, anche se l’imminente recessione potrà invalidare numerose rigidità. Alla Bce andrà Christine Lagarde, che promette cambiamenti ma come direttore generale del FMI ha fatto naufragio almeno due volte: prima in Grecia – con BCE e Commissione UE – poi in Argentina. Da Draghi non si sono sentite autocritiche sulla Grecia umiliata. Solo Juncker ha fatto un’autocritica (giugno 2018): erano parole al vento.

SOVRANISMO (E POPULISMO): sono contumelie banali, che omologano scorrettamente M5S e Lega. Andrebbero bandite comunque. Come spiega bene Carlo Galli nel libro intitolato Sovranità, la sovranità non solo è compatibile con democrazia, ma ne è il presupposto. I popoli hanno bisogno di sapere chi decide, rende conto, paga gli errori. Sovranità democratica e non assoluta è protezione fisica e promozione sociale della persona: ha prodotto il nazionalismo ma anche lo Stato sociale (il cosiddetto “compromesso socialdemocratico”). Ci può essere delega di sovranità – verso l’Unione – ma essa non deve essere in contraddizione con la giustizia e la pace ottenute tramite la sovranità dello stato. Ci sono poi sovranità extra-europee: dei mercati e delle leggi internazionali. La prima va rimessa al suo posto. La seconda va imperativamente rispettata ma nella consapevolezza che esistono aporie da dirimere. La stessa legge internazionale le riconosce. Il diritto a lasciare il proprio paese è garantito a tutti (Dichiarazione universale dei diritti umani, art 13) ma la Convenzione di Ginevra fissa le condizioni di accoglienza. Altra cosa il salvataggio in mare e i porti sicuri, incondizionati per legge.

MIGRAZIONE E STATO SOCIALE: le due cose vanno affrontate insieme. Quando il ministro Minniti disse che la migrazione aveva provocato una bomba sociale invertì proditoriamente la sequenza. È stata la bomba sociale della diseguaglianza e dell’impoverimento a riaccendere la xenofobia e la sensazione che l’arrivo di migranti (minimo in Europa, la maggioranza è in Africa e Asia) avrebbe disfatto la protezione sociale degli italiani. Il sociale deve esser definitivamente affrontato se si vogliono politiche migratorie aperte. Tra l’altro qui l’ibridazione è già fatta, e male. Sostanzialmente le politiche di Renzi-Gentiloni-Minniti hanno preparato quelle di Salvini. Il memorandum che codifica i respingimenti nei Lager libici e l’offensiva contro i salvataggi delle Ong sono opere di Minniti.

CORRUZIONE-PRESCRIZIONE-LEGGI BAVAGLIO: il M5S ha fatto importanti progressi in questo campo, che Salvini si riprometteva di frenare. Se il Pd introduce freni simili non c’è discontinuità.

DEMOCRAZIA DIRETTA: la piattaforma Rousseau è difettosa, ma la discussione sulla democrazia diretta è oggi ricorrente in Europa (l’Estonia è all’avanguardia). Continuare a demonizzarla nasce da un’ignoranza militante molto italiana. Nel Parlamento europeo se ne è discusso seriamente nell’ultima legislatura, considerandola un complemento innovativo alla malmessa democrazia rappresentativa, che però nessuno vuol sostituire.

RADICAMENTO NEI TERRITORI E OPERE PUBBLICHE: qui l’ibridazione può essere reciproca. Anche se indebolito, il radicamento locale del PD è tuttora vivo, e apprendibile da 5stelle. L’ambizione maggioritaria di Veltroni affossò il governo Prodi. Può affossare anche i 5stelle. Le due forze non possono costruire da soli governi nazionali e neanche locali. Sulle opere pubbliche, invece, è il Pd a dover considerare le rivolte che vengono dai territori (trivelle, Tav).

POLITICA ESTERA-RUSSIA-VENEZUELA-NATO: Il M5S, nel Parlamento europeo, è stato più aperto dei socialisti sulla Russia, e più critico delle soperchierie in Venezuela dei neocon Usa. Putin passerà, e la seconda guerra fredda con la Russia va fermata. Se Nato e Usa si oppongono, le litanie sulla fedeltà atlantica diventano nefaste.

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Questo voto non è un derby tra gli europeisti e i populisti

Intervista a Barbara Spinelli di Stefano Feltri , «Il Fatto Quotidiano», 26 maggio 2019

Barbara Spinelli, qual è la posta in gioco delle elezioni europee di oggi e qual è la sua speranza?

La priorità è una riforma radicale dell’Unione, per far fronte a quella che non è più una crisi ma un fallimento generalizzato. Per questo considero del tutto fuorviante, e fittizia, la contrapposizione che si è creata tra cosiddetti europeisti e sovranisti-populisti. L’ascesa delle destre estreme non è la causa del tracollo dell’Unione: ne è il sintomo. L’Ue è senza politica seria da due legislature – ha fallito le politiche migratorie, sociali, ha fallito in politica estera allineandosi a Trump sul Venezuela e mostrandosi incapace di dialogare con la Russia – e quest’afasica inettitudine spiega il rigetto.

Abbiamo parlato molto di Europa in questi anni, ma alla fine c’è stata la solita campagna tutta nazionale.

Non solo in Italia. In molti Paesi quello di oggi è un referendum sui governanti di turno: in Italia si vota su Salvini e il governo, in Francia su Macron. La migrazione è però un tema di cui si è capita la natura europea.

Anche in Germania le elezioni rischiano di mettere fine alla stagione di Angela Merkel. La presa della Germania sull’Europa si allenterà?

Oggi è un po’ più debole economicamente. Ma la centralità tedesca non dipende soltanto da Angela Merkel, è strutturale, ai tempi di Kohl non era diversa.

In Parlamento finirà l’era della grande coalizione tra socialisti e popolari che ha dominato le ultime legislature. Cosa succederà?

Penso che socialisti e popolari si alleeranno ancor più con i liberali dell’Alde e questi saranno rafforzati dai parlamentari di Macron. Quindi non vedo la fine del blocco centrale e conservatore dello status quo che abbiamo conosciuto. La battaglia per avere un’Unione con parametri sociali vincolanti scritti nel trattato non l’abbiamo vinta finora e non la vinceremo nella prossima legislatura, con questa maggioranza. Anche Salvini, sui temi sociali, è neoliberista come il blocco che domina il Parlamento. Perché il migrante africano non diventi capro espiatorio occorre più welfare sociale per tutti.

Che figura ci vorrebbe alla guida della Commissione europea dopo Juncker, diventato il simbolo di tutto ciò che rende l’Ue poco popolare?

Qualcuno che rifiuti il dilemma europeisti-eurocritici, riconoscendo sinceramente che il problema non sono i populisti, ma i fallimenti dell’Unione: sulla Brexit, sulla Grecia, in politica estera. E sulla migrazione, dove Consiglio e Commissione si sono resi complici di pesanti violazioni dei diritti dei rifugiati e del diritto del mare. Hanno sulla coscienza migliaia di morti in mare e nei lager libici.

In che senso sulla Brexit?

Il negoziato è stato gestito bene dall’Ue. Parlo dell’evento Brexit: il referendum è stato cavalcato dall’Ukip, ma l’elettorato che ha scelto di lasciare l’Ue è anche quello degli emarginati, delle vittime dell’austerità. Basta vedere i film di Ken Loach per capirlo. Su questo, nessuna autocritica Ue.

Auspica un secondo referendum o una soluzione drastica?

Sono contraria a un’uscita senza accordo formale di recesso. Sarebbe un disastro perché lascerebbe senza tutela l’Irlanda del Nord e i cittadini europei – 3,5 milioni – che vivono in Gran Bretagna. L’accordo di recesso è un trattato con regole vincolanti: senza di esso rischia di ricominciare la guerra in Irlanda del Nord. Il secondo referendum sarebbe una soluzione. Il pericolo, però, è che i remainers lo perdano di nuovo, considerato il successo del partito Brexit.

Veniamo all’Italia. Con la Commissione che emergerà dopo le elezioni, per noi sarà più facile negoziare su deficit e bilancio?

No. L’Ue sarà retta da un’alleanza popolari-socialisti-liberali e quindi le accuse contro l’Italia di avere un debito eccessivo e di non rispettare i parametri continueranno. Nel Consiglio, dove siedono i governi, i Paesi nordici faranno blocco con Austria e Francia contro l’Italia, la useranno come capro espiatorio dei problemi dell’Unione. In più, faranno poco per superare in maniera seria le paure, gonfiate ma reali, che ci sono da noi sulle migrazioni.

Lega e M5S sono litigiosi ma in coalizione in Italia, mentre a Bruxelles sono e saranno su fronti parlamentari diversi. È un equilibrio sostenibile?

Il comportamento del M5S e della Lega nel Parlamento europeo continuerà a essere diverso. Oggi litigano in Italia, ma a Bruxelles divergono da sempre. C’è una certa sintonia sui temi dell’immigrazione, da quando Di Maio bollò purtroppo le Ong come “taxi del mare”, ma su temi essenziali come l’Europa sociale, l’evasione fiscale, la libertà del web e l’iniqua legge sul copyright, i trattati commerciali, il clima, i rapporti con il Venezuela, Cinque Stelle e Lega non hanno niente a che fare l’uno con l’altro. Sui costi dell’Ue, a cominciare dalla trasparenza sulle esorbitanti “spese generali” dei parlamentari Ue, la battaglia progressista è stata fatta dai Cinque Stelle e dal mio gruppo, la Sinistra europea. Non dalla Lega.

Cinque anni fa la novità era il leader greco Alexis Tsipras, a capo di una nuova sinistra. Oggi?

I Verdi sono in ascesa, soprattutto in Germania. Una parte dei socialisti, in Spagna e Portogallo ma certo non Italia col duo Zingaretti-Calenda, si è spostata a sinistra.

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Europe’s deadly migration strategy

“Sophia is a military operation with a very political agenda,” said Barbara Spinelli, an Italian MEP and member of the Committee on Civil Liberties, Justice and Home Affairs in the European Parliament. “It has become an instrument of refoulement, legitimizing militias with criminal records, dressed up as coast guards.”

Articolo di Zach Campbell, Politico, 28 febbraio 2019

Brexit, ora arriva l’inferno delle incertezze

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 17 gennaio 2019

 

Il voto di martedì sera alla Camera del Comuni è stato un colpo particolarmente duro per Theresa May – non ci aspettava un’opposizione così massiccia alla sua linea negoziale sulla Brexit – ma è lungi dall’essere chiarificatore. Ancora non è dato sapere quale sarà l’alternativa che raccoglierà il consenso del Parlamento, quanto tempo il premier resterà in carica, cosa voglia esattamente la maggioranza dei deputati, dopo aver detto quello che non vuole. Il negoziatore dell’Unione, Michel Barnier, non intende negoziare un nuovo trattato di separazione, soprattutto per quanto riguarda la questione nord irlandese e i diritti dei cittadini, e una Brexit nel caos – un no-deal Brexit – si fa più minaccioso e probabile.

È soprattutto per il Nord Irlanda che la prospettiva del no-deal sarebbe nefasta. L’accordo negoziato con Theresa May era congegnato in maniera tale da tutelare il Good Friday Agreement, che nel 1998 mise fine a decenni di sanguinose guerre in Nord Irlanda, conferendo ai nord irlandesi il diritto di proclamarsi cittadini della Repubblica di Irlanda oltre che della Gran Bretagna, e di rimanere de facto e de jure, dopo il Brexit, dentro l’Unione europea. Un’uscita senza accordo rappresenterebbe una lesione dell’accordo del Venerdì Santo, e non è da escludere che prima o poi una maggioranza di nord irlandesi sceglierà la via di un referendum sulla riunificazione dell’Irlanda, pur di evitare una rigida frontiera fra le due parti dell’isola e di restare in Europa e nel suo ordinamento giuridico

Ma anche per i cittadini europei nel Regno Unito, e per gli inglesi che vivono nell’Unione, l’orizzonte è scuro. L’assenza di un Withdrawal Agreement li priverebbe in poco tempo di tutti i diritti legati alla libertà di movimento di cui hanno sin qui goduto (previdenza sociale, permessi di lavoro, riconoscimento delle qualifiche personali, ricongiungimenti familiari, ecc). Dal limbo conosciuto negli anni successivi al referendum sulla Brexit passerebbero all’inferno dell’incertezza legale. Difficile dire come si potrà uscire da questa massiccia sconfessione della linea dell’esecutivo senza che il popolo britannico sia di nuovo interpellato, restituendo spazio e voce a chi nel 2016 aveva votato contro la Brexit (non solo Nord Irlanda ma anche Scozia, Gibilterra, Londra).

Se il no-deal sarà confermato – o se la Brexit non verrà revocata – l’Unione non avrà praticamente armi per difendere i propri cittadini, che dal giorno alla notte diverranno cittadini di Paesi terzi. Legalmente potrà impegnarsi solo negli ambiti in cui sarà in grado di esercitare, e sin da principio, un’influenza. Quel che si spera è che preservi unilateralmente, come primo atto, i diritti dei residenti inglesi nel proprio territorio: raccomandando l’allineamento delle procedure nazionali in materia di residenza e permessi di lavoro alle “migliori pratiche” già prospettate in alcuni Paesi membri, garantendo che tali diritti includano non solo il soggiorno nei singoli Stati ma anche il libero movimento nell’intero spazio dell’Unione.

Ben più grave il caso dei cittadini europei in Gran Bretagna: sono più di 3 milioni, e in uno scenario no-deal diverranno vittime, come già purtroppo lo sono i cittadini di Paesi terzi, dell’ambiente ostile – hostile environment – promosso esplicitamente da Theresa May nel 2012, quando era ministro dell’Interno (gli italiani residenti in Gran Bretagna, iscritti o no all’Aire, sono circa 675.000). Le promesse fatte dal primo ministro potranno essere revocate dal Parlamento d’un solo colpo, quando vorrà. Solo un trattato internazionale che salvaguardi i diritti iscritti nel Withdrawal Agreement darebbe ai cittadini europei in Gran Bretagna le certezze legali che essi chiedono con insistenza da anni. Il ringfencing dei diritti – la loro messa in sicurezza – è possibile se l’Unione, oltre a proteggere unilateralmente i residenti inglesi in Europa, condizionerà i negoziati sulle future relazioni a un preliminare accordo bilaterale Unione-Regno Unito che sia equiparabile a un trattato internazionale vincolante, e che preservi e migliori il capitolo diritti del Withdrawal Agreement. Anche per questo è cruciale dare alla Gran Bretagna più tempo, oltre la data di recesso del 29 marzo, per uscire dalle difficoltà presenti in modo da non distruggere due anni di negoziato con l’Unione e salvaguardare sia i cittadini post-Brexit, sia l’accordo del Venerdì Santo.

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Indagine Aquarius

Indagine Aquarius: l’ipotesi è omissione di un atto d’ufficio, di Valeria Pacelli e Antonio Massari, «Il Fatto Quotidiano», 7 gennaio 2019

 

Se rifiutare un porto sicuro è reato, il corso impartito dal governo gialloverde sulle politiche migratorie è destinato a cambiare, salvo che Matteo Salvini e il Viminale imbraccino la disobbedienza al codice penale. Se invece risulterà lecito, la loro scelta ne uscirà rafforzata. A stabilirlo sarà la procura di Roma che – proprio per il rifiuto di fornire un porto sicuro alla nave Aquarius, la nave dell’Ong “Sos Mediterranée” – indaga per il reato di omissione in atti di ufficio. Il fascicolo, curato dal pm Sergio Colaiocco, per il momento non conta alcun indagato.

Il caso risale a giugno scorso, quando la Aquarius vaga per nove giorni, con 629 migranti a bordo, tra i porti chiusi di Malta e Italia, riuscendo infine a sbarcare in Spagna. Gli investigatori adesso devono capire se le modalità con le quali è stata gestita questa vicenda costituiscano un reato. E, se così fosse, si stabilirebbe che la scelta operata dal governo è illegale. A chiedere di fare chiarezza – con un esposto presentato mesi fa – sono tra gli altri, l’ex parlamentare, ora leader di Possibile, Pippo Civati e l’europarlamentare Barbara Spinelli, con un pool di avvocati, tra i quali Alessandra Ballerini, legale della famiglia di Giulio Regeni.

Il caso Aquarius, rispetto alle altre vicende, rappresenta peraltro un’eccezione: fu la Guardia Costiera, infatti, a chiedere l’intervento dell’Ong. In sostanza, pur contattata e coordinata dai nostri marinai – che dipendono dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli – la Aquarius si vide prima concedere, e poi negare, la possibilità di sbarcare in Italia.

Tutto comincia quindi il 9 giugno scorso quando la Guardia Costiera recupera, dai mercantili Jolly Vanadio, Vos Thalassa ed Everest, i 405 naufraghi che i tre comandanti hanno salvato. Una volta recuperati a bordo delle proprie motovedette, la Guardia Costiera contatta la Aquarius per trasbordarli sull’imbarcazione della Ong. Le 405 persone trasbordate dalle motovedette della Guardia Costiera si aggiungono ad altri 224 naufraghi che l’Aquarius aveva già a bordo. E da quel momento inizia l’odissea di 629 persone in giro per il Mediterraneo.

In un primo momento – si legge nella denuncia – la Guardia Costiera, dopo essersi raccordata secondo le norme con il Viminale, indica alla Aquarius il porto sicuro di Messina. In poche ore però tutto cambia. Arriva il “no” della politica. E il governo in quel momento è in piena sintonia. In un comunicato congiunto, i ministri Danilo Toninelli e Matteo Salvini – dal quale dipende il dipartimento che fornisce il porto sicuro – puntano il dito contro Malta “che non può voltarsi dall’altra parte”.

Pur non accennando alla chiusura dei porti, da Facebook, il titolare del Viminale ribadisce: “Da oggi anche l’Italia comincia a dire no”. Alle 18.11 Salvini pubblica su twitter la sua foto a braccia incrociate con l’hastag #chiudiamoiporti. In realtà nessun provvedimento per la chiusura dei porti pare sia mai stato emanato.

I denuncianti adesso chiedono alla Procura di “accertare l’esistenza e la comunicazione di divieti ministeriali circa la possibilità di approdare in Italia ovvero di ‘chiusura dei porti’”.

Il fatto certo è che alla fine il porto sicuro è stato trovato in Spagna, mentre l’Italia decide di mettere a disposizione due navi, una della Marina e una delle capitanerie di porto, per assistere il viaggio dell’Aquarius fino a Valencia, dividendosi i migranti a bordo. E così l’odissea finisce solo il 17 giugno.

I denuncianti non puntano il dito solo contro i due ministri – Salvini e Toninelli – ma anche contro la Guardia costiera.

Nell’esposto si elencano le norme internazionali che sarebbero state violate nel momento in cui il porto di Messina non è stato più reso disponibile. A cominciare dall’articolo “98 della Convezione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982” e il conseguente “obbligo del comandante di una nave di assistere… e prestare soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo”. Si fa anche riferimento alla presunta “violazione dell’articolo 33 della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e l’articolo 4 del quarto protocollo della Convenzione europea dei diritti umani, dai quali discende il principio di non refoulement…” che “si traduce nell’obbligo di consentire un accesso e una protezione temporanei (…), nei confronti di chi chiede ospitalità per preservare la propria integrità fisica e la propria libertà”.

Nell’esposto si chiede alla Procura anche di acquisire gli atti dal Viminale e “accertare le comunicazioni intercorse tra ministero degli Interni e il ministero dei Trasporti e delle Mrcc in riferimento al divieto di sbarcare in Italia”, incluse le comunicazioni tra la centrale di soccorso della Guardia costiera italiana, Malta e la nave Aquarius.

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