Accogliere i rifugiati, o è barbarie

Noi, cittadini dei paesi membri dell’Unione europea, della zona Schengen, dei Balcani e del Mediterraneo, del Medioriente e di altre regioni del mondo che condividono le nostre preoccupazioni, lanciamo un appello d’emergenza ai nostri concittadini, ai governi, ai rappresentanti nei parlamenti nazionali e al Parlamento europeo, oltre che alla Corte europea dei diritti dell’uomo e all’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i Rifugiati:

Bisogna salvare e accogliere i rifugiati dal Medioriente
Da anni, i migranti del sud del Mediterraneo che fuggono dalla miseria, dalla guerra e dalla repressione annegano o si scontrano contro le barriere. Quando riescono ad attraversare, dopo essere stati vittime delle filiere di trafficanti, vengono respinti, messi in carcere o obbligati a vivere nella clandestinità da stati che li designano come dei «pericoli» e come dei «nemici». Tuttavia, coraggiosamente, si ostinano e si aiutano a vicenda per salvare le loro vite e ritrovate un avvenire.
Ma dopo che le guerre in Medioriente e soprattutto in Siria si sono trasformate in massacro di massa senza una prevedibile fine, la situazione ha cambiato dimensione. Popolazioni intere, prese in ostaggio tra i belligeranti, bombardate, affamate, terrorizzate, sono gettate in un esodo pericoloso che, a costo di migliaia di morti supplementari, precipita uomini, donne e bambini verso i paesi vicini e bussa alle porte dell’Europa.

Siamo di fronte a una grande catastrofe umanitaria. Ci mette di fronte a una responsabilità storica da cui non possiamo sfuggire.
L’incapacità dei governi di tutti i paesi a mettere fine alle cause dell’esodo (quando non contribuiscono ad aggravarlo) non li esonera dal dovere di soccorrere e di accogliere i rifugiati rispettando i loro diritti fondamentali, che con il diritto d’asilo sono inscritti nelle dichiarazioni e convenzioni che fondano il diritto internazionale.
A parte alcune eccezioni – l’iniziativa esemplare della Germania, non ancora sospesa a tutt’oggi, di aprire le porte ai rifugiati siriani; lo sforzo gigantesco della Grecia per salvare, accogliere e scortare migliaia di naufraghi che ogni giorno sbarcano sulle sue rive, mentre l’economia del paese è crollata in un’austerità devastatrice; la buona volontà dimostrata dal Portogallo per raccogliere una parte dei rifugiati che stazionano in Grecia – i governi europei si sono rifiutati di valutare con realismo la situazione, di spiegarla alle opinioni pubbliche e di organizzare la solidarietà superando gli egoismi nazionali. Al contrario, da est a ovest e da nord a sud, hanno respinto il piano minimo di ripartizione dei rifugiati elaborato dalla Commissione o hanno cercato di sabotarlo. Peggio ancora, hanno scelto la repressione, la stigmatizzazione, la violenza contro i rifugiati e i migranti in generale. La situazione della «giungla» di Calais, a cui adesso fa seguito lo smantellamento forzato, senza tener conto né dello spirito né della lettera di un sentenza giudiziaria, ne è l’illustrazione scandalosa, ma non è la sola.
All’opposto, sono i semplici cittadini d’Europa e d’altrove – pescatori e abitanti di Lampedusa e di Lesbos, militanti di associazioni di soccorso ai rifugiati e delle reti di sostegno ai migranti – che hanno salvato l’onore e mostrato la strada per una soluzione.
Ma si scontrano tuttavia con la mancanza di mezzi, l’ostilità a volte violenta dei poteri pubblici, e devono far fronte, come gli stessi rifugiati e migranti, alla rapida crescita di un fronte europeo della xenofobia, che va da organizzazione violente, apertamente razziste o neo-fasciste, fino a dei leader politici «rispettabili» e a governi sempre più preda dell’autoritarismo, del nazionalismo e della demagogia. Due Europe totalmente incompatibili si fanno così fronte, tra le quali bisogna ormai scegliere.

Questa tendenza xenofoba, ad un tempo micidiale per gli stranieri e rovinosa per l’avvenire del continente europeo come terra di libertà, deve immediatamente rovesciarsi.
Nel mondo ci sono 60 milioni di rifugiati, il Libano e la Giordania ne accolgono un milione ciascuno (rispettivamente il 20% e il 12% delle loro popolazioni), la Turchia 2 milioni (3%). Il milione di rifugiati arrivati nel 2015 in Europa (una delle più ricche regioni del mondo, malgrado la crisi) rappresenta solo lo 0,2% della popolazione! Non soltanto i paesi europei, presi nel loro insieme, hanno i mezzi per accogliere i rifugiati e trattarli in modo dignitoso, ma hanno il dovere di farlo per poter continuare a fare riferimento ai diritti dell’uomo come fondamento della loro costituzione politica. È anche nel loro interesse, se vogliono cominciare a ricreare, con tutti i paesi dello spazio mediterraneo che da millenni condividono la stessa storia e le stesse eredità culturali, le condizioni di una pacificazione e di una vera sicurezza collettiva. È questa la condizione per far indietreggiare al di là dell’orizzonte lo spettro di una nuova epoca di discriminazioni organizzate e di eliminazione di esseri umani «indesiderabili».
Nessuno può dire quando e in quali proporzioni i rifugiati rientreranno «a casa loro» e non si deve neppure sotto-stimare la difficoltà del problema da risolvere, le resistenze che suscita, gli ostacoli, persino i rischi, che comporta. Ma nessuno deve neppure ignorare la volontà di accoglienza delle popolazioni e la volontà di integrazione dei rifugiati. Nessuno ha il diritto di definire insolubile il problema, per meglio sfuggirvi.

Ampie misure d’emergenza vanno prese quindi immediatamente
Il dovere di assistenza ai rifugiati del Medioriente e dell’Africa nel quadro di una situazione d’emergenza deve venire proclamato e messo in atto dalle istanze dirigenti della Ue e declinato in tutti gli stati membri. Deve ricevere l’approvazione delle Nazioni unite e fare oggetto di una concertazione permanente con gli stati democratici di tutta la regione.
Forze civili e militari devono venire impegnate, non per fare una guerriglia marittima contro i passeurs, ma per portare soccorso ai migranti e fermare lo scandalo degli annegati. È solo in questo quadro che potrà essere possibile reprimere i traffici e condannare le complicità di cui godono. La proibizione dell’accesso legale è difatti all’origine delle pratiche mafiose, non il contrario.
Il fardello dei paesi di prima accoglienza, in particolare la Grecia, deve essere immediatamente alleggerito. Il loro contributo all’interesse comune deve venire riconosciuto. Il loro isolamento deve venire denunciato e ribaltato in solidarietà attiva.
La zona di libera circolazione di Schengen deve essere preservata, ma gli accordi di Dublino che prevedono il rinvio dei migranti verso il paese d’entrata devono venire sospesi e rinegoziati. L’Ue deve fare pressione sui paesi del Danubio e balcanici perché riaprano le frontiere, e negoziare con la Turchia perché cessi di utilizzare i rifugiati come alibi politico-militare e moneta di scambio.
Contemporaneamente, devono venire messi a disposizione mezzi di trasporto aerei e marittimi per trasferire tutti i rifugiati recensiti come tali nei paesi del «Nord» dell’Europa che possono oggettivamente riceverli, invece di lasciare che si intasino in un piccolo paese che rischia di diventare un immenso campo di ritenzione per conto dei vicini.
A più lungo termine, l’Europa – che deve far fronte a una grande sfida, di quelle che cambiano il corso della storia dei popoli – deve elaborare un piano democraticamente controllato di aiuto a chi è sfuggito al massacro e a coloro che portano loro soccorso: non soltanto delle quote di accoglienza, ma aiuti sociali per la scuola, per la costruzione di case decenti, quindi un finanziamento speciale e disposizioni legali che garantiscano nuovi diritti per inserire degnamente e pacificamente le popolazioni sfollate nei paesi d’accoglienza.
Non c’è altra alternativa: ospitalità e diritto d’asilo, o la barbarie!

Primi firmatari:
Michel AGIER (Francia)
Horst ARENZ (Germania)
Athéna ATHANASIOU (Grecia)
Chryssanthi AVLAMI (Grecia)
Walter BAIER (Austria)
Etienne BALIBAR (Francia)
Sophie BESSIS (Tunisia)
Marie BOUAZZI (Tunisia)
Hamit BOZARSLAN (Francia, Turchia)
Judith BUTLER (Stati Uniti)
Claude CALAME (Francia)
Marie-Claire CALOZ-TSCHOPP (Svizzera)
Dario CIPRUT (Svizzera)
Patrice COHEN-SEAT (Francia)
Edouard DELRUELLE (Belgio)
Matthieu DE NANTEUIL (Belgio)
Meron ESTEFANOS (Eritrea)
Wolfgang-Fritz HAUG (Germania)
Ahmet INSEL (Turchia)
Pierre KHALFA (Francia)
Nicolas KLOTZ (Francia)
Justine LACROIX (Belgio)
Amanda LATIMER (Regno Unito)
Camille LOUIS (Francia)
Giacomo MARRAMAO (Italia)
Roger MARTELLI (Francia)
Sandro MEZZADRA (Italia)
Toni NEGRI (Italia)
Maria NIKOLAKAKI (Grecia)
Josep RAMONEDA (Spagna)
Judith REVEL (Francia)
Vicky SKOUMBI (Grecia)
Barbara SPINELLI (Italia)
Bo STRÅTH (Svezia)
Etienne TASSIN (Francia)
Mirjam VAN REISEN (Olanda)
Hans VENEMA (Olanda)
Marie-Christine VERGIAT (Francia)
Frieder Otto WOLF (Germania)
Mussie ZERAI (Eritrea)

Per firmare: 
baier@transform-network.net

steiner@transform-network.net


Versione inglese:

Welcome refugees to Europe – A moral and political necessity

Welcome refugees to Europe – A moral and political necessity

di lunedì, marzo 7, 2016 0 , , , Permalink

Appello lanciato da Étienne Balibar e co-firmato da Barbara Spinelli. Versione francese: Accueillir les réfugiés en Europe : Une nécessité morale et politique urgente.

Per firmare l’appello

We citizens of the Member States of the European Union, of the Schengen Area, the Balkans, of the Mediterranean, and of the Middle East as well as citizens of other countries in the world, who share our concerns, are launching an emergency appeal. To our government leaders and our representatives in national parliaments and in the European Parliament, as well as in the European Court of Human Rights and in the Office of the United Nations High Commissioner for Refugees:

The refugees from the Middle East must be rescued and welcomed!
For years now, immigrants from the southern Mediterranean fleeing poverty, war, and repression have been drowning at sea or been dashed against barbed wire. When they have succeeded in crossing the sea, after suffering extortion at the hands of smuggler rings, they are expelled, incarcerated, or thrown into clandestinity by the states who designate them as ‘dangers’ and ‘enemies’. Despite this, they are courageously persevering and helping each other to save their lives and create hope of a future.

But since the wars of the Middle East and especially in Syria have assumed the proportions of mass slaughter with no end in sight, the scale of the situation has altered. Held hostage between the warring parties, bombed, starved, and terrorised, entire populations have been thrown into a perilous exodus that, at the price of thousands more dead, pushes men, women, and children towards neighbouring countries and knocking at Europe’s doors.

This is a major historic and humanitarian catastrophe. It presents us with a responsibility of which there is no way out.
The incapacity of the governments of all our countries to put an end to the causes of this exodus (if they are not indeed contributing to their exacerbation) does not exonerate them of the obligation to save and welcome the refugees, while respecting their fundamental rights, which, with the right to asylum, are enshrined in the foundational declarations and conventions of international law.

However, with few exceptions – Germany’s exemplary initiative, an initiative that has still not been suspended today; and the gigantic effort by Greece to rescue, welcome, and escort the thousands of survivors who daily arrive on their shores, even if its economy has been plunged into devastating austerity – Europe’s governments have refused to face the overall situation, to explain it to their populations, and to organise solidarity and go beyond national egoisms. On the contrary, from east to west and north to south, they have rejected the minimal plan for distributing the refugees worked out by the European Commission or are involved in sabotaging it. Worse, they are engaging in repression, stigmatisation, and the brutalisation of refugees and immigrants in general. The situation of the ‘jungle’ of Calais, followed now by its violent dismantling, in disregard for the spirit and letter of a court decision, is a scandalous, though not the only, illustration of this.

By contrast, it is the citizens of Europe and elsewhere – fishermen and inhabitants of Lampedusa and Lesbos, activists of refugee relief and immigrant support networks, lay and religious shelter centres, endorsed by artists and intellectuals – who have saved their honour and pointed the way to a solution. However, they are running up against insufficient means, and sometimes the hostility of public authorities, and they have to face, like the refugees and immigrants themselves, a rapidly growing European xenophobic front ranging from violent, openly racist or neo-fascist organisations to ‘respectable’ political leaders and governments increasingly overtaken by authoritarianism, nationalism, and demagoguery. Two completely incompatible Europes are facing each other, and from now on we have to choose between them.

This xenophobic tendency, which is deadly for the victims of violence and ruinous for the future of the European continent as an space of liberty must be reversed immediately.
With 60 million refugees in the world, Lebanon and Jordan receive a million of them each (representing, respectively, 20 per cent and 12 percent of their populations), and Turkey receives 2 million (3 per cent). The million refugees who arrived in Europe in 2015 (one of the richest regions in the world, despite the crisis) only represent 0.2 per cent of its population! Not only do the European countries, taken as a whole, have the means to welcome the refugees and treat them with dignity but they must do so in order to continue to lay claim to human rights as the foundation of their polities. It is also in their interest if they want to begin to recreate the conditions for peace and collective security, along with all the countries of the Mediterranean area that have shared the same history and same cultural heritage for thousands of years. And this is what has to be done to remove from our horizon, once and for all, the spectre of a new epoch of organised institutional discrimination and of the elimination of ‘undesirable’ human beings.

Nobody can say when and in what proportion the refugees will ‘go back home’, and nobody should underestimate the difficulty of the issue to be solved, of the resistance which it generates, and the obstacles and dangers it carries with it. But nobody can continue to ignore the will of the populations to receive refugees and the refugees’ wish to integrate. Nobody has the right to declare the problem unresolvable in order to evade it more easily.

Very large-scale emergency measures thus are needed immediately.
The task to provide assistance to the refugees from the Middle East and Africa in the framework of a state of emergency has to be proclaimed and implemented by the governing bodies of the EU and carried by all the Member States. It has to be upheld by the United Nations and be the object of a permanent consultation with democratic states of the whole region.

Civilian and military forces have to be deployed, not to carry out a coastal guerrilla action against the ‘smugglers’ but to bring aid to the immigrants and to put an end to the scandal of the drownings at sea. It is in this framework that it will possibly be necessary to crack down on the traffic and condemn the complicity that benefits from it. It is prohibiting legal access that generates Mafioso practices, and not the inverse.

The burden of the frontline receiving countries, in particular Greece, must immediately be relieved. Their contribution to the common interest must be recognised.

The Schengen free-circulation area must be preserved, but the Dublin Regulation that provides for pushing immigrants back to the entry country must be suspended and renegotiated. The EU should pressure Danube and Balkan countries to reopen their borders and negotiate with Turkey to convince it to stop using refugees as a political-military excuse and bargaining chip.

At the same time, air and sea transport has to be operated to transfer all the registered refugees to the northern European countries that are objectively able to receive them instead of letting them accumulate in a small country in danger of becoming a ‘dumping ground’ for humanity.

In the longer term, Europe – facing one of the great challenges that is changing the course of the history of peoples – has to develop a democratically controlled aid plan for the survivors of this huge slaughter and for those who are helping them. It has to establish not only receiving quotas but also social and educational aid, and therefore a special budget and legal provisions guaranteeing new rights that embed the displaced populations in the receiving societies in a dignified and peaceful way.

There is no other alternative. It is either hospitality and the right to asylum or barbarism !

Primi firmatari:

Étienne BALIBAR (Francia)
Michel AGIER (Francia)
Horst ARENZ (Germania)
Athéna ATHANASIOU (Grecia)
Walter BAIER (Austria)
Etienne BALIBAR (Francia)
Marie BOUAZZI (Tunisia)
Hamit BOZARSLAN (Francia)
Marie-Claire CALOZ-TSCHOPP (Svizzera)
Edouard DELRUELLE (Belgio)
Matthieu DE NANTEUIL (Belgio)
Ahmet INSEL (Turchia)
Nicolas KLOTZ (Francia)
Amanda LATIMER (Regno Unito)
Camille LOUIS (Francia)
Giacomo MARRAMAO (Italia)
Roger MARTELLI (Francia)
Sandro MEZZADRA (Italia)
Maria NIKOLAKAKI (Grecia)
Barbara SPINELLI (Italia)
Étienne TASSIN (Francia)
Hans VENEMA (Paesi Bassi)
Frieder Otto WOLF (Germania)

Da Londra ad Atene un involucro vuoto chiamato Europa

Articolo pubblicato su «Il Fatto Quotidiano», 1° marzo 2016. La versione inglese è apparsa su openDemocracy

È giunta l’ora di trovare il filo che lega i vari disastri dell’Unione europea: i rifugiati in primis, e l’austerità, lo sfaldarsi delle Costituzioni nei Paesi membri, l’Europa più ristretta e meno democratica che potrebbe nascere dopo l’accordo con Londra.

L’Europa già si è sfaldata nel 2013-2014, come progetto solidale fondato sui diritti, durante la crisi del debito greco. Un Paese membro è stato lasciato solo e senza protezioni, perché passassero riforme di austerità che si erano già mostrate fallimentari non solo nell’Europa ma nel mondo (penso ai programmi di ristrutturazione del Fondo monetario degli anni ’80 in Africa, Asia e America Latina). Il governo Tsipras su cui si erano appuntate molte speranze della sinistra europea non è stato capace di insistere, e si è piegato a un memorandum ancora più duro dei precedenti.

Il cedimento non è servito a nulla, se è vero che Atene continua a esser minacciata di espulsione: sulla questione dei rifugiati è di fatto già oggi esclusa da Schengen. Nei giorni scorsi l’Austria non solo ha chiuso le proprie frontiere, facendo propria la strategia perseguita già da tempo dal gruppo di Visegrad (Repubblica ceca, Polonia, Slovacchia) ma ha convocato una riunione con nove Paesi balcanici, il 24 febbraio, per interrompere il flusso dei migranti lungo il confine macedone. La Grecia non è nemmeno stata invitata, come se non fosse l’attore principale del dramma. Il suo governo ha giustamente denunciato la caduta dell’Europa in sistemi di dominio che “hanno radice nell’Ottocento”.

Vienna e il gruppo Visegrad hanno un doppio obiettivo. Primo: isolare una volta per tutte Atene, e spostare i confini esterni dell’Unione in Centro-Europa. Secondo: far pagare al governo tedesco le posizioni troppo aperte sui rifugiati. Oggi Angela Merkel è isolata in materia di immigrazione, e questo spiega il suo corteggiamento, pericolosissimo, del regime di Erdogan. Con quest’ultimo infatti l’Unione sta stipulando un accordo capestro, gestito proprio da Berlino.

È un accordo capestro perché nei negoziati con la controparte europea il governo turco è stato esplicito, come dimostrano i verbali delle riunioni trapelati in seguito a fuga di notizie. Erdogan ha minacciato di inondare i paesi dell’Unione Europea, se non riceverà da quest’ultima tutto quel che chiede: soldi, e silenzio sul massacro dei curdi che Ankara sta compiendo nel Sud-est del Paese, oltre che sui bombardamenti dei curdi siriani della Repubblica di Rojava.

La Francia si dice in disaccordo con le decisioni di Vienna e del gruppo di Visegrad, ma il 16 febbraio il premier Valls ha respinto l’ipotesi di accogliere un maggior numero di migranti, come le è stato richiesto. La frontiera italo-francese resta chiusa.

Naturalmente questi terremoti provocano ulteriori scosse nell’Unione, non meno gravi. Una di queste è l’accordo Unione Europea-Gran Bretagna per evitare il Brexit. Un accordo di per sé non sorprendente, perché l’Inghilterra già ha uno statuto a parte: è fuori dall’euro, da Schengen, dalla Carta dei diritti fondamentali, dalle comuni politiche interne e di giustizia. Se dopo il referendum restasse nell’Unione, sarebbe fuori anche dalla libera circolazione dei lavoratori e dai diritti sociali che essa implica.

La cosa grave è che Londra ha creato un precedente. Da ora in poi, ogni Paese Membro che non voglia far parte di progetti comuni sarà spinto a negoziare una clausola di esclusione, un opt-out. L’Ungheria ha già annunciato mosse in tal senso sulle quote di rifugiati che le sono state assegnate, per alleggerire il peso che grava su Grecia e Italia, dalla Commissione. La Polonia potrebbe seguire l’esempio.

Gli ottimisti dicono che nell’accordo Unione-Gran Bretagna c’è una parte positiva: Londra non potrà bloccare un’“unione più stretta” fra i paesi che lo vogliono. È vero, ma solo sulla carta. Quel che oscuramente si programma è un’Europa al tempo stesso più piccola, ancora meno democratica, e più oligarchica che mai. Quale Parlamento la controllerebbe, visto che l’attuale Parlamento rappresenta 28 nazioni? Quali sarebbero gli opt-out di altri Paesi? Non sarebbe né l’Europa federale e democratica di Ventotene, né l’intercapedine tra Stati sovrani diminuiti e mondo della finanza globale. Già oggi non lo è. Lo sarebbe ancor meno. Sarebbe un mercato e tutto finirebbe qui.

Infine penso sia giunto il momento di fare il punto sulle sinistre in Europa. Non intendo le sinistre socialdemocratiche o il Pd, che danno il proprio consenso a quest’Europa ridotta a mercato, che in politica estera seguono passivamente le strategie della Nato lungo i confini con la Russia o in Libia e Mediterraneo. Intendo le sinistre europee e veramente federali auspicate per esempio dal movimento, ancora in statu nascendi, dell’ex ministro greco Yanis Varoufakis (DiEM25).

Questa sinistra internazionalista e federale non ha un compito facile. Perché buona parte della sinistra radicale, inseguendo progetti di sovranismo, riduce il suo stesso peso in Europa, fuori dei piccoli Stati di cui è espressione. Perché nelle sue confutazioni mette sullo stesso piano la centralizzazione della tecnostrutttura europea e il federalismo, lasciando che quest’ultimo sia confiscato da chi vuole l’Europa ristretta, ancora più burocratica e oligarchica. Se si vuole servire i cittadini europei, e risvegliare in essi il bisogno di Europa, bisogna informarli meglio su quel che veramente sta accadendo, e che fin da oggi sta disgregando il progetto europeo, inizialmente concepito per meglio proteggerli dalle dittature, dagli Stati più forti del continente, e dai mercati globali.

La Turchia, l’Europa e il PKK

Articolo in portoghese pubblicato dal sito brasiliano Exame.com sulla conferenza stampa cui ha oggi partecipato Barbara Spinelli con alcuni esponenti del PKK. Di seguito, l’appello co-firmato dall’on. Spinelli.

Eurodeputados pedem a UE que elimine PKK da lista de grupos terroristas

23-02-2016

Um grupo de eurodeputados enviou nesta terça-feira uma carta ao Conselho da União Europeia pedindo a retirada do Partido dos Trabalhadores do Curdistão (PKK) da lista de organizações terroristas, com o objetivo de promover as negociações do processo de paz na região do Curdistão.

Os europarlamentares, de diferentes grupos políticos, dizem na carta, à qual a Agência Efe teve acesso, que o atual status do PKK “se interpõe no caminho do estabelecimento da paz, do diálogo e das negociações, facilita o descumprimento de direitos humanos e restringe as liberdades de pensamento e de imprensa”.

A eurodeputada italiana Bárbara Spinelli, signatária da carta, explicou à imprensa que o PKK “deveria fazer parte das negociações de paz” do conflito curdo, para o que é necessário que a UE elimine seu status atual de grupo terrorista.

De fato, na carta os europarlamentares expõem que, assim como aconteceu na Irlanda do Norte, só será possível alcançar uma solução pacífica ao conflito curdo “se forem incluídos todos os partidos envolvidos”.

“Os curdos são uma parte importante das lutas políticas no Oriente Médio, como demonstrou a resistência em Kobani, e uma solução pacífica ao conflito do Curdistão não é possível sem negociações com o PKK”, diz a carta, que ressalta que o presidente da Turquia, Recep Tayyip Erdogan, já aceitou falar com este grupo.

A eurodeputada Spinelli opinou que há um silêncio na UE com relação ao status do PKK e que isto se deve a Bruxelas “ter aceitado permanecer calada sobreo conflito curdo em troca de a Turquia manter os refugiados sírios” em seu território.

Este pedido se produz dias depois de, na sexta-feira, a facção curdo Falcões da Liberdade do Curdistão (TAK), considerada uma cisão do PKK, reivindicar o ataque com bomba contra um comboio militar em Ancara que deixou 29 mortos.

Nesse contexto, o eurodeputado cipriota Costas Mavrides (S&D), que também assinou a carta, apostou em “esperar os resultados da investigação”, mas levando em conta, acrescentou, a confiança limitada que se deve dar à administração turca, que usa “ações provocadoras para promover suas políticas”.

Os europarlamentares acreditam que é um “bom momento” e uma “oportunidade única” para pedir a eliminação do PKK da lista de organizações terroristas, por considerarem que “não se pode esperar mais” para a resolução deste conflito, e que atualmente a questão curda “goza de atenção midiática”.

Além disso, explicaram que a coleta de assinaturas começou o ano passado e que a carta foi redigida antes do atentado de Ancara, sobre o qual reiteraram sua condenação.

Também apelaram para “romper o silêncio midiático” e a desinformação sobre o conflito curdo e alegaram que os cidadãos “devem saber que é realmente acontece” no Curdistão.

Spinelli e Mavrides, no entanto, se recusaram a sugerir um novo status para o PKK se ele for eliminado da lista de organizações terroristas.

A carta está assinada por mais de uma centena de eurodeputados, por iniciativa das europarlamentares Marie-Christine Vergiat (de Esquerda Unitária) e Ana Gomes (dos social-democratas europeus S&D).

Appello e lista dei firmatari (file .pdf)

Per un’indagine indipendente sull’assassinio di Giulio Regeni

Le deputate europee Barbara Spinelli e Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL) chiedono all’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza di adoperarsi  per ottenere un’indagine del tutto indipendente sull’assassinio di Giulio Regeni. 43 europarlamentari hanno firmato la lettera, inviata il 19-2-16.

Bruxelles, 12 febbraio 2016

Gentile Vicepresidente, signora Mogherini,

Il 2 febbraio 2016 il corpo di Giulio Regeni, il ricercatore italiano dell’Università di Cambridge scomparso al Cairo il 25 gennaio, è stato ritrovato in un fosso lungo una strada dei sobborghi del Cairo, con segni di orribili torture e di una morte violenta. Non è stato un semplice incidente “come ne capitano ovunque, senza conseguenze per la stabilità in Egitto”, come affermato da un influente membro del Parlamento europeo nel corso di una visita ufficiale al Cairo. Regeni stava svolgendo una ricerca sullo sviluppo dei sindacati indipendenti nell’Egitto del dopo-Mubarak e del dopo-Morsi. Questo ci rammenta che il governo militare egiziano non sta contrastando solo la minaccia terrorista ma, in parallelo, una vasta opposizione sociale, largamente negletta dai media e dai governi europei.

Giulio Regeni non era un giornalista né un attivista. Era uno studioso cosmopolita che amava l’Egitto e concepiva il proprio lavoro come un ponte tra società e culture. Nel corso della sua ricerca era entrato in contatto con persone e associazioni della società civile che erano oggetto della sua tesi di dottorato e al tempo stesso della feroce repressione troppo spesso perpetrata dagli apparati di sicurezza nazionale. Cercava di comprendere le rivendicazioni dell’opposizione sociale e di renderle visibili al mondo esterno.

Molto probabilmente la sua ricerca sul campo è stata percepita come un’intromissione da stroncare nel più brutale dei modi.

Dopo la sua morte, più di 4.600 accademici di tutto il mondo hanno firmato una lettera aperta chiedendo un’inchiesta sulla sua morte violenta e sul numero crescente di scomparse forzate in Egitto. [1]

Il caso di Giulio Regeni si aggiunge alla lunga lista di sparizioni che si sono verificate in Egitto dopo la caduta del governo Morsi e l’elezione a Presidente di Abdel Fattah al-Sisi. Solo nel 2015, la Commissione Egiziana per i Diritti e la Libertà (ECRF) ha denunciato la scomparsa di 1.700 cittadini egiziani. Tra aprile e novembre di quest’anno, sono scomparse altre 503 persone.

Siamo consapevoli che l’inchiesta sulla morte di Regeni non è ancora conclusa, e che l’indipendenza delle indagini non è garantita, ma crediamo che quanto è accaduto a lui e a migliaia di vittime egiziane come lui non possa essere trattato alla stregua di un “incidente”. Deve condurre a un ripensamento dell’appoggio fornito dall’Unione Europea al governo egiziano, assicurando che la questione dei diritti umani sia affrontata nella maniera più esplicita e in considerazione della loro sempre più palese violazione nel Paese, certificata da numerose Ong, da Human Rights Watch e da Amnesty International.

Sottolineiamo la nostra preoccupazione per il ruolo che gli interessi economici e geostrategici degli Stati europei potrebbero assumere. Tale ruolo non deve portare a un abbassamento della nostra vigilanza sui diritti umani, sul pluralismo democratico, sulla libertà di parola, sul sindacalismo indipendente. È l’opposto che deve accadere.

Siamo ugualmente preoccupate per la politica di rimpatri adottata dall’Unione Europea nei confronti dei profughi provenienti dall’Egitto. Secondo l’agenzia Frontex, infatti, nel 2014 l’Egitto figurava nella classifica dei primi dieci Paesi per rimpatri forzati – benché secondo il rapporto Egypt Progress 2014 “l’uscita dalle carceri e dai centri di detenzione è spesso condizionata alla partenza dall’Egitto, e le condizioni di asilo sono considerate un importante fattore di spinta (push-factor) per i migranti che tentano la fuga via mare”. Tali rimpatri sistematici violano il diritto d’asilo e di esame individuale di ciascuna domanda, e non tengono conto della situazione in Egitto.

Le chiediamo, come Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, di agire con forza per ottenere un’indagine del tutto indipendente sull’assassinio del dott. Regeni. I responsabili del suo brutale omicidio devono rispondere della loro azione, e la richiesta di verità e giustizia deve essere soddisfatta.

Il Parlamento europeo ha già espresso in diverse occasioni la propria apprensione per la situazione dei diritti umani e sociali nel Paese: attraverso la risoluzione sulla libertà di espressione e di riunione in Egitto (17/07/2014), sulla situazione in Egitto (15/01/2015) e sul caso di Ibrahim Halawa, il cittadino irlandese detenuto, torturato e a rischio di pena di morte (12/12/2015). É per questo che La invitiamo a considerare la natura non accidentale di questa morte, per rendere finalmente operante un vero dialogo sui diritti umani e la democrazia nel quadro dell’Accordo di Associazione, e a sostenere la capacità della società civile egiziana di contribuire in modo più efficace al processo democratico e politico, come stabilito dal Piano d’Azione Ue-Egitto.

Con i migliori saluti,

Barbara Spinelli – Marie Christine Vergiat

 

[1] http://www.theguardian.com/world/2016/feb/08/egypt-must-look-into-all-reports-of-torture-not-just-the-death-of-giulio-regeni

English version (.pdf file)

Firme

Barbara Spinelli e Marie Christine Vergiat – GUE/NGL
Bart Staes – Greens/EFA
Paloma Lopez Bermejo – GUE/NGL
Takis Hadjigeorgiou – GUE/NGL
Eleonora Forenza – GUE/NGL
María Teresa Giménez Barbat – ALDE
Patrick Le Hyaric – GUE/NGL
Miguel Urbán Crespo – GUE/NGL
Kostas Chrysogonos – GUE/NGL
Tania González Peñas – GUE/NGL
Stephan Eck – GUE/NGL
Helmut Scholz – GUE/NGL
Nicola Caputo – S&D
Curzio Maltese – GUE/NGL
Claude Turmes – Greens/EFA
Ana Maria Gomes – S&D
Elly Schlein – S&D
Maite Pagazaurtundúa Ruiz – ALDE
Barbara Lochbihler – Greens/EFA
Martina Anderson – GUE/NGL
Matt Carthy – GUE/NGL
Lynn Boylan – GUE/NGL
Liadh Ní Riada – GUE/NGL
Kostadinka Kuneva – GUE/NGL
Eleonora Evi – EFDD
Tiziana Beghin –EFDD
Dario Tamburrano –EFDD
Hilde Vautmans – ALDE
Isabella Adinolfi –EFDD
Petras Auštrevičius – ALDE
Julia Reda – Greens/EFA
Judith Sargentini – Greens/EFA
Eva Gro Joly – Greens/EFA
Beatriz Becerra Basterrechea – ALDE
Laura Ferrara –EFDD
Marco Zullo –EFDD
Merja Kyllönen – GUE/NGL
Bronis Ropė – Greens/EFA
Ignazio Corrao –EFDD
Elena Valenciano – S&D
Javi López – S&D
Sofia Sakorafa – GUE/NGL
Soraya Post – S&D
Fabio Massimo Castaldo –EFDD

1128 accademici turchi contro i crimini di Erdogan in Kurdistan

di sabato, gennaio 16, 2016 0 , , Permalink

Appello firmato da Barbara Spinelli

As academics and researchers of this country, we will not be a party to this crime!

The Turkish state has effectively condemned its citizens in Sur, Silvan, Nusaybin, Cizre, Silopi, and many other towns and neighbourhoods in the Kurdish provinces to hunger through its use of curfews that have been ongoing for weeks. It has attacked these settlements with heavy weapons and equipment that would only be mobilised in wartime. As a result, the right to life, liberty, and security, and in particular the prohibition of torture and ill-treatment protected by the constitution and international conventions have been violated.

This deliberate and planned massacre is in serious violation of Turkey’s own laws and international treaties to which Turkey is a party. These actions are in serious violation of international law.

We demand the state to abandon its deliberate massacre and deportation of Kurdish and other peoples in the region. We also demand the state to lift the curfew, punish those who are responsible for human rights violations, and compensate those citizens who have experienced material and psychological damage. For this purpose we demand that independent national and international observers to be given access to the region and that they be allowed to monitor and report on the incidents.

We demand the government to prepare the conditions for negotiations and create a road map that would lead to a lasting peace which includes the demands of the Kurdish political movement. We demand inclusion of independent observers from broad sections of society in these negotiations. We also declare our willingness to volunteer as observers. We oppose suppression of any kind of the opposition.

We, as academics and researchers working on and/or in Turkey, declare that we will not be a party to this massacre by remaining silent and demand an immediate end to the violence perpetrated by the state. We will continue advocacy with political parties, the parliament, and international public opinion until our demands are met.

***

Nous, enseignants-chercheurs de Turquie, nous ne serons pas complices de ce crime !

L’État turc, en imposant depuis plusieurs semaines le couvre-feu à Sur, Silvan, Nusaybin, Cizre, Silopi et dans de nombreuses villes des provinces kurdes, condamne leurs habitants à la famine. Il bombarde avec des armes lourdes utilisées en temps de guerre. Il viole les droits fondamentaux, pourtant garantis par la Constitution et les conventions internationales dont il est signataire : le droit à la vie, à la liberté et à la sécurité, l’interdiction de la torture et des mauvais traitements.

Ce massacre délibéré et planifié est une violation grave du droit international, des lois turques et des obligations qui incombent à la Turquie en vertu des traités internationaux dont elle est signataire.

Nous exigeons que cessent les massacres et l’exil forcé qui frappent les Kurdes et les peuples de ces régions, la levée des couvre-feux, que soient identifiés et sanctionnés ceux qui se sont rendus coupables de violations des droits de l’homme,  et la réparation des pertes matérielles et morales subies par les citoyens dans les régions sous couvre-feu. A cette fin, nous exigeons que des observateurs indépendants, internationaux et nationaux, puissent se rendre dans ces régions pour des missions d’observation et d’enquête.

Nous exigeons que le gouvernement mette tout en oeuvre pour l’ouverture de négociations et établisse une feuille de route vers une paix durable qui prenne en compte les demandes du mouvement politique kurde. Nous exigeons qu’à ces négociations participent des observateurs indépendants issus de la société civile, et nous sommes volontaires pour en être.  Nous nous opposons à toute mesure visant à réduire l’opposition au silence.

En tant qu’universitaires et chercheurs, en Turquie ou à l’étranger, nous ne cautionnerons pas ce massacre par  notre silence. Nous exigeons que l’Etat mette immédiatement fin aux violences envers ses citoyens. Tant que nos demandes ne seront pas satisfaites, nous ne cesserons d’intervenir auprès de l’opinion publique internationale, de l’Assemblée nationale et des partis politiques.

 

Link alla petizione con elenco delle firme aggiornato al 10 gennaio


Si veda anche:

15 Turkish academics released after questioning

Open Letter to the peoples of Europe, the European Union, EU Member-States and their representatives on the Justice and Home Affairs Council

di giovedì, settembre 24, 2015 0 , , , Permalink

22nd September 2015

We, the undersigned international lawyers, gathered at the European Society of International Law 11th Annual Meeting in Oslo on 12th September 2015, and other international law scholars and experts, condemn the failure to offer protection to people seeking refuge in Europe, and the lack of respect for the human rights of those seeking refuge.

In particular, we express our horror at the human rights violations being perpetrated against those seeking refuge, in particular the acts of violence, unjustified coercion and arbitrary detention.

We note that European states have obligations not only to refugees and migrants on their territories, but that international refugee law rests on international responsibility sharing. The world’s refugees are disproportionately outside Europe. We note that over nine-tenths of Syrian refugees are in five countries, Turkey, Lebanon, Jordan, Egypt and Iraq. We note that around one quarter of Lebanon’s population comprises refugees.

We note that all European states have obligations not only to refugees as defined under the 1951 Convention on the Status of Refugees, but also to those protected against return under international human rights law and customary international law. We note that this broad duty of non-refoulement protects all those at real risk of serious human rights violations if returned. They should be afforded international protection. EU Member States have further obligations under EU law.

We urge European states and the EU to alleviate the humanitarian crisis, prevent further loss of life in dangerous journeys to Europe by providing safe passage, and live up to their obligations in international and EU law.

We recall the legacy of Fridtjof Nansen, the first League of Nations High Commissioner for Refugees, and the initiator of the Nansen passport, created to facilitate the safe passage and legal migration opportunities for refugees and stateless persons.

We urge European states and the EU to:

– meet their obligations of international responsibility-sharing, to resettle significant numbers of refugees and provide aid to countries hosting large numbers of refugees.

– as regards those seeking protection in Europe, abandon those policies which prevent safe and legal access to protection. The UNHCR estimates over 2,860 people have died at sea trying to get to Europe this year alone. Suspending carrier sanctions and issuing humanitarian visas would largely prevent the need for those seeking refuge to make dangerous journeys.

– respect and protect the human rights of those seeking refuge once they are in Europe, including by enabling them to access asylum procedures or ensuring safe passage to countries where they wish to seek international protection.

– immediately suspend Dublin returns of asylum-seekers to their first point of entry, but ensure that its rules on family reunification are implemented fully and swiftly.

– relocate asylum-seekers and refugees in a manner that respects the dignity and agency of those relocated, and increases Europe’s capacity to offer protection.

– replace the Dublin System with one which accords with international human rights law and respects the dignity and autonomy of asylum-seekers, and supports international and intraEuropean responsibility-sharing.

– implement fair and swift procedures to recognize all those in need of international protection.

– while claims are being examined, afford those in need of international protection, at a minimum, the reception conditions to which they are entitled in international human rights and EU law.

– respect the right to family life, including positive obligations with regard to family unity, facilitation of swift family reunification and family tracing.

– treat all refugees, asylum-seekers and migrants with dignity and respect, respecting and protecting their human rights, irrespective of status.

Martin Schulz dovrebbe dimettersi

Barbara Spinelli e altri eurodeputati appartenenti ai gruppi Gue/Ngl e Greens/EFA hanno firmato un appello sull’opportunità delle dimissioni del presidente del Parlamento europeo Martin Schulz. Qui la versione inglese dell’appello.

Strasburgo, 6 luglio 2015

Il Presidente del Parlamento europeo Martin Schulz dovrebbe rassegnare le dimissioni, dopo il risultato del referendum greco del 5 luglio.

Ha trascorso l’ultima settimana facendo campagna per il Sì, per la caduta del legittimo governo greco, per la sua “sostituzione con un governo tecnico” pronto ad accettare le insostenibili proposte di austerità della troika: proposte che non contemplano la ristrutturazione del debito chiesta negli ultimi giorni dallo stesso Fondo Monetario Internazionale. Ha sfacciatamente tacciato il Primo ministro Alexis Tsipras di essere un “manipolatore” del proprio popolo.

Il suo comportamento è stato parziale, brutale, ottuso, e senza precedenti nella storia dell’Unione Europea e del suo Parlamento.

Dovrebbe dimettersi anche se l’esito del referendum fosse stato diverso.

A essere in questione, è la capacità di Martin Schulz di rappresentare nella sua interezza il Parlamento europeo che presiede. Ha già mostrato la stessa parzialità e la stessa mancanza di rispetto su altri temi cruciali – tra questi il TTIP – prima ancora che i parlamentari li avessero discussi.

In realtà, egli sta gettando profondo discredito sulle istituzioni europee e sulla carica che ricopre.

 

Barbara Spinelli (eurodeputata GUE/NGL, Italia)
Eleonora Forenza (eurodeputata GUE/NGL, Italia)
Malin Björk (eurodeputata GUE/NGL, Svezia)
Luke Ming Flanagan (eurodeputato GUE/NGL, Irlanda)
Ernest Urtasun (eurodeputato Greens/EFA, Spagna)
Molly Scott Cato (eurodeputata Greens/EFA, Regno Unito)
Karima Delli (eurodeputata Greens/EFA, Francia)
Pascal Durand (eurodeputata Greens/EFA, Francia)
Michèle Rivasi (eurodeputata Greens/EFA, Francia)

Greeks, don’t give in to the EU’s austerity ultimatum

di martedì, giugno 30, 2015 0 , , , , Permalink

Over the past five years, the EU and the IMF have imposed unprecedented austerity on Greece. It has failed badly. The economy has shrunk by 26%, unemployment has risen to 27%, youth unemployment to 60% and the debt-to-GDP ratio jumped from 120% to 180%. The economic catastrophe has led to a humanitarian crisis, with more than 3 million people on or below the poverty line.

Against this background, the Greek people elected the Syriza-led government on 25 January with a clear mandate to put an end to austerity. In the ensuing negotiations, the government made it clear that the future of Greece is in the eurozone and the EU. The lenders, however, insisted on the continuation of their failed recipe, refused to discuss a writedown of the debt – which the IMF is on record as considering unviable – and finally, on 26 June, issued an ultimatum to Greece by means of a non-negotiable package that would entrench austerity. This was followed by a suspension of liquidity to the Greek banks and the imposition of capital controls.

In this situation, the government has asked the Greek people to decide the future of the country in a referendum to be held next Sunday. We believe that this ultimatum to the Greek people and democracy should be rejected. The Greek referendum gives the European Union a chance to restate its commitment to the values of the enlightenment – equality, justice, solidarity – and to the principles of democracy on which its legitimacy rests. The place where democracy was born gives Europe the opportunity to recommit to its ideals in the 21st century.

Etienne Balibar
Costas Douzinas
Barbara Spinelli
Rowan Williams
Immanuel Wallerstein
Slavoj Zizek
Michael Mansfield
Judith Butler
Alain Badiou
Chantal Mouffe
Saskia Sassen
Homi Bhabha
Wendy Brown
Eric Fassin
Tariq Ali
Ed Vulliamy
Christoff Menke
Dipesh Chakrabarti 
Claudia Moatti
Eduardo Cadava
Jean Comaroff
Daniel Loick
Marcus Rediker
Claudia Moatti
Ramin Jahanbegloo
Rajeswari Sunder Rajan
Lynne Segal 
Sandro Mezzadra
Walter Mignolo 
Joanna Bourke
Catherine Malabou
Fethi Benslama
Andreas Fischer-Lescano
Dirk Setton
Georg Lohmann
Lydia Liu 
Saree Makdisi
Stathis Gourgouris
Robin Celikates
Emily Apter
Kate Hudson
Dirk Quadflieg
Giacomo Marramao
Engin Isin
Pheng Cheah
Carlos M Herrera
Alfonso Iacono
Ariella Gross
Paddy McDaid
Robert Meister
Iain Chambers
Neni Panourgia
James Tully
Margarita Tsomou
Isidoros Diakides
Liza Thompson
Paul McNee
Sionaidh Douglas-Scott 
Bruce Robbins
Josef Früchtl
Alan Norries
Antonios Tzanakopoulos
Nicolas Countouris
Keith Ewing
Manfred Weiss
Akbar Rasulov
Gleider Hernández
Matthew Happold
Johan van der Walt
Kerem Oktem
Sandra Gonzalez-Bailon
Umut Oszu
Mavluda Sattorova
Gentian Zyberi
Richard Collins
Thomas Skouteris
Thanos Zartaloudis
Aris Katzourakis
Eleni Stamou
Gkikas Magiorkinis
Elinor Payne
Pari Skamnioti,
Ebru Soytemel
Eva Nanopoulos
Ilias Plakokefalos

Così si salva la democrazia: appello di Barbara Spinelli e Étienne Balibar

Chiediamo ai tre creditori della Grecia (Commissione, Banca centrale europea, Fondo Monetario internazionale) se sanno quello che fanno, quando applicano alla Grecia un’ennesima terapia dell’austerità e giudicano irricevibile ogni controproposta proveniente da Atene. Se sanno che la Grecia già dal 2009 è sottoposta a un accanimento terapeutico che ha ridotto i suoi salari del 37%, le pensioni in molti casi del 48%, il numero degli impiegati statali del 30%, la spesa per i consumi del 33%, il reddito complessivo del 27%, mentre la disoccupazione è salita al 27% e il debito pubblico al 180% del Pil.

Al di là di queste cifre, chiediamo loro se conoscono l’Europa che pretendono di difendere, quando invece fanno di tutto per disgregarla definitivamente, deturparne la vocazione, e seminare ripugnanza nei suoi popoli.
Ricordiamo loro che l’unità europea non è nata per favorire in prima linea la governabilità economica, e ancor meno per diventare un incubo contabile e cader preda di economisti che hanno sbagliato tutti i calcoli. È nata per opporre la democrazia costituzionale alle dittature che nel passato avevano spezzato l’Europa, e per creare fra le sue società una convivenza solidale che non avrebbe più permesso alla povertà di dividere il continente e precipitarlo nella disperazione sociale e nelle guerre. La cosiddetta governance economica non può esser vista come sola priorità, a meno di non frantumare il disegno politico europeo alle radici. Non può calpestare la volontà democratica espressa dai cittadini sovrani in regolari elezioni, umiliando un paese membro in difficoltà e giocando con il suo futuro. La resistenza del governo Tsipras alle nuove misure di austerità — unitamente alla proposta di indire su di esse un referendum nazionale — è la risposta al colpo di Stato postmoderno che le istituzioni europee e il Fondo Monetario stanno sperimentando oggi nei confronti della Grecia, domani verso altri Paesi membri.

Chiediamo al Fondo Monetario di smettere l’atteggiamento di malevola indifferenza democratica che caratterizza le sue ultime mosse, e di non gettare nel dimenticatoio il senso di responsabilità mostrato nel dopoguerra con gli accordi di Bretton Woods. Ma è soprattutto alle due istituzioni europee che fanno parte della trojka — Commissione e Banca centrale europea — che vorremmo ricordare il loro compito, che non coincide con le mansioni del Fmi ed è quello di rappresentare non gli Stati più forti e nemmeno una maggioranza di Stati, ma l’Unione nella sua interezza.

Chiediamo infine che il negoziato sia tolto una volta per tutte dalle mani dei tecnocrati che l’hanno fin qui condotto, per essere restituito ai politici eletti e ai capi di Stato o di governo. Costoro hanno voluto il trasferimento di poteri a una ristretta cerchia di apprendisti contabili che nulla sanno della storia europea e degli abissi che essa ha conosciuto. È ora che si riprendano quei poteri, e che ne rispondano personalmente.