Tajani e il refoulement dei migranti in Libia

Bruxelles, 1 marzo 2017

Barbara Spinelli è intervenuta all’inizio della miniplenaria del Parlamento europeo per chiedere chiarimenti a nome del gruppo Gue-Ngl sull’intervista rilasciata da Antonio Tajani al gruppo di stampa tedesco Funke Mediengruppe, in cui il neo eletto Presidente del Parlamento europeo ha sostenuto la necessità di tenere migranti e rifugiati nei campi di detenzione libici per un periodo di tempo indefinito. 

Nella sua risposta, il Presidente ha dichiarato di non aver auspicato la costruzione di campi di concentramento: un’accusa mai formulata da Spinelli, e purtroppo ripresa da alcuni giornali internazionali.

Di seguito l’intervento in aula:

«Mi rivolgo a lei, Presidente, appellandomi all’articolo 22 del regolamento, perché sono stupita da quanto ha detto ieri alla stampa tedesca sugli accordi di rimpatri in Libia. Senza che il Parlamento ne avesse ancora discusso, e conoscendo le obiezioni di tanti deputati, si è dichiarato favorevole a campi di detenzione in Libia, dove migranti e rifugiati potranno essere rinchiusi – cito – “anche per anni”.

Il mio gruppo, ma non solo, è contrario all’accordo. Anche l’Alto Commissariato Onu per i diritti dell’uomo ritiene la Libia uno Stato non sicuro dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. Nell’intervista Lei dice che non dovranno essere campi di concentramento, e ci mancherebbe! Non so però come l’Unione possa garantirlo, non essendo la Libia un protettorato. Sono stupita perché a suo tempo Lei promise di essere un Presidente imparziale, rispettoso delle diversità di quest’aula. Temo sia una promessa non mantenuta».

Si veda anche:

Tajani’s position on locking up refugees in Libya condemned by GUE/NGL

Ipocrisie europee su migranti e Trump

di giovedì, febbraio 2, 2017 0 , , , , Permalink

Bruxelles, 1 febbraio 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo.

Punto in agenda: Gestione della migrazione lungo la rotta del Mediterraneo centrale

Dichiarazione del Vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza

Presenti al dibattito:

Federica Mogherini – Vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell’Unione per gli

L’accordo con la Turchia non cessa di essere criticato, ed ecco che se ne profila uno con la Libia, ancora più inquietante. Mi domando quale sia il senso delle proteste di tanti governi europei contro Trump, quando essi stessi predispongono operazioni legalmente discutibili, e ignorano le raccomandazioni molto chiare espresse dal Commissariato Onu dei diritti umani, secondo cui i rimpatri in Libia non vanno fatti – e neanche gli sbarchi in Libia in azioni di Search & Rescue –  perché i fuggitivi corrono rischi gravi: torture in campi di detenzione, violenze contro le donne, anche esecuzioni. Sappiamo dall’Onu che il pericolo non sono gli smugglers. Sono i trafficanti, le milizie incontrollate, e funzionari pubblici di uno Stato fatiscente.

Al Consiglio vorrei chiedere che desista da accordi pericolosi, venerdì al vertice di La Valletta. Lo chiedo specialmente all’Italia, Paese avanguardia in quest’operazione: ricordo al mio paese i suoi trascorsi coloniali in Libia. Alla Commissione chiedo di uscire dalle doppiezze. Non si può al tempo stesso giudicare non replicabile l’accordo con la Turchia, dire che la prima preoccupazione è “salvare le vite”, e progettare l’addestramento e il finanziamento delle guardie costiere libiche, e il loro coordinamento con le nostre guardie di frontiera, perché i profughi non raggiungano più l’Europa.

Rapporto di Amnesty International: la verità sui maltrattamenti negli hotspot italiani

Bruxelles, 7 novembre 2016

Barbara Spinelli ha appena inviato una lettera al Presidente del Consiglio Matteo Renzi – e per conoscenza al Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e al ministro dell’Interno Angelino Alfano, chiedendo la verità sui maltrattamenti negli hotspot italiani denunciati nel rapporto di Amnesty International pubblicato lo scorso 3 novembre. La traduzione della lettera in inglese è disponibile sul sito Statewatch a questo indirizzo.

Alla cortese attenzione

del Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana
Sig. Matteo Renzi

e per conoscenza:

al Ministro dell’Interno
On. Angelino Alfano

al Presidente della Commissione Europea
Sig. Jean-Claude Juncker


Bruxelles, 7 novembre 2016

Gentile Sig. Presidente del Consiglio,

mi rivolgo a Lei in merito al rapporto di Amnesty International [1], che raccoglie testimonianze coerenti e concordanti di arresti arbitrari, intimidazioni e uso eccessivo della forza su migranti e rifugiati negli hotspot e nei centri di accoglienza di Roma, Palermo, Agrigento, Catania, Lampedusa, Taranto, Bari, Agrigento, Genova, Ventimiglia e Como – al fine di costringere uomini, donne e persino bambini a rilasciare le impronte digitali. Il rapporto parla di pestaggi, scosse somministrate con bastoni elettrici, umiliazioni sessuali e dolore inflitto con pinze agli organi genitali.

Benché il rapporto certifichi che la maggior parte degli agenti di polizia conduce impeccabilmente il proprio lavoro, le testimonianze raccolte avvallano e situano in un quadro sistemico le ripetute denunce di trattamenti crudeli, disumani o degradanti, o addirittura tortura, praticati in centri di identificazione, hotspot e questure. Tali denunce cominciano a essere raccolte anche da ong di altri Stati membri, nei quali giungono migranti e rifugiati che sono riusciti a lasciare l’Italia.

«Nel cercare di raggiungere “un tasso di identificazione del 100%”, l’approccio hotspot ha spinto le autorità italiane ai limiti, e oltre, di ciò che è ammissibile secondo il diritto internazionale dei diritti umani”, si legge nelle conclusioni del rapporto. Sono consapevole che tale approccio ha aumentato anziché diminuire la pressione sugli Stati di frontiera dell’Unione. Così come sono consapevole degli sforzi compiuti dalle Guardie costiere italiane nelle operazioni di ricerca e salvataggio di migranti e profughi che rischiano il naufragio. Resta il fatto che le centosettantaquattro testimonianze raccolte da Amnesty International non sono un insieme di «cretinaggini» e «falsità» costruite a Londra, come affermato dal capo del Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del Viminale. Sono un gravissimo segnale d’allarme che riguarda noi tutti in Italia. Benché l’introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento continui a essere inspiegabilmente rinviata, l’Italia ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura nel 1988. Per questo ci attendiamo da Lei un sollecito accertamento delle responsabilità tramite indagini indipendenti.

In attesa di una gentile risposta e ringraziandoLa in anticipo, invio distinti saluti

Barbara Spinelli
Membro del Parlamento europeo

[1] Amnesty International, Hotspot Italia: come le politiche dell’Unione europea portano a violazioni dei diritti di rifugiati e migranti, 3 novembre 2016.

Risposta del Direttore esecutivo di Frontex sull’uso di armi da fuoco da parte della guardia costiera

È giunta oggi la risposta alla lettera inviata il 23 settembre scorso da Barbara Spinelli e altri 41 eurodeputati al Direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, e per conoscenza alla mediatrice europea Emily O’Reilly e al Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muižnieks. La lettera, scaturita da un rapporto pubblicato da The Intercept il 22 agosto scorso, denunciava l’uso ricorrente di armi da fuoco da parte della guardia costiera degli Stati membri, con lo scopo di fermare imbarcazioni guidate da presunti trafficanti nel quadro delle operazioni di Frontex.

La lettera dei 42 parlamentari europei

La risposta del Direttore esecutivo di Frontex

Si veda anche:

Shooting revelations clouds EU border guard launch

Profughi, confini blindati a raffiche di mitra, di Emilio Drudi, Associazione diritti e frontiere

I vantaggi dell’integrazione dei migranti

di venerdì, luglio 1, 2016 0 , , Permalink

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Conferenza “Migrants Inclusion – Best Practices from Southern Italy” organizzata dal deputato Andrea Cozzolino (S&D – Italia) presso il Parlamento europeo. Bruxelles, 22 giugno 2016.

Benvenuto

  • Gianni Pittella – Presidente Gruppo S&D
  • Giuseppe Aieta – Consiglio Regionale Calabria
  • Proiezione del film “Radici e Speranze” della Scuola Raffaele Piria
  • Giuseppe Falcomatà – Sindaco di Reggio Calabria

Presentazione di migliori pratiche sull’inclusione dei migranti

  • Giovanni Manoccio – Coordinatore regionale per il Sistema di Protezione dei richiedenti asilo e rifugiati
  • Mimmo Lucano – Sindaco di Riace
  • Mario Talarico – Sindaco di Carlopoli
  • Agnese Papadia – Commissione europea
  • Federica Roccisano – Assessore alle politiche sociali della Regione Calabria

Ringrazio l´onorevole Cozzolino per l’occasione che ci ha offerto: l’ascolto delle straordinarie esperienze di sindaci e amministratori italiani alle prese con l’arrivo e l’integrazione sociale di rifugiati e migranti.

Penso che le testimonianze di questi ultimi rappresentino l´avanguardia di quello che dovrebbe accadere negli Stati Membri dell´Unione e nell´Unione stessa. Sono esperienze che confermano quanto sia necessaria, in Italia come in Europa, una presa di coscienza dei poteri pubblici che si ponga come obiettivo un vero e proprio patto nazionale ed europeo per l´integrazione e l´inclusione di migranti e rifugiati nel mondo del lavoro.

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Il sindaco di Riace, Domenico Lucano

Infatti, solo un autentico new deal – con investimenti pubblici sostanziosi – potrà far fronte alle paure che si diffondono inevitabilmente, in mancanza di risposte adeguate. Paure spesso legittime, perché legate al timore di subire, con l’ingresso di rifugiati e migranti, una competizione al ribasso nel mercato del lavoro e quindi di veder acuita la crisi sociale che stiamo attraversando da anni.

Quello che non è più sufficiente, secondo me, è l’ammucchiarsi di risposte emergenziali, basate nella migliore delle ipotesi sul concetto di “carità” (la carità per definizione risponde a uno stato di eccezione). Abbiamo bisogno di programmi precisi, cifrati, di medio-lungo periodo, che diano ai cittadini italiani ed europei la possibilità di una percezione diversa, e il senso che non c’è da avere paura, che non si devono solo riparare rovine: c´è piuttosto da ricreare una società vivibile con i nuovi arrivati, basata su diritti e doveri cui tutti –migranti e cittadini italiani – possano appellarsi.

Veramente inaccettabile e indecente è continuare ad affidare una questione così grave, che riguarda la convivenza civile in Italia e al tempo stesso la sua economia e il suo mercato del lavoro, esclusivamente al Ministero dell’Interno. Una scelta simile non fa che ribadire il messaggio secondo cui tutto si ridurrebbe a una questione di sicurezza interna, quindi ancora una volta di emergenza. Il new deal ci fa uscire dall’emergenza, ci fa riconoscere i limiti del mero discorso caritativo – non dimentichiamo che le prime forme di Welfare nacquero per andare oltre una carità spesso gestita dalle chiese – e apre la mente a ragionamenti sul futuro delle nostre società.

unnamedNaturalmente il new deal è un imperativo ineludibile, nell’attuale situazione di crisi umanitaria: è un indispensabile strumento di rispetto dei diritti. Ma il suo raggio di azione va oltre tale imperativo. Vorrei riferirmi, tanto per fare un esempio, ai lavori che sono stati fatti da economisti esperti dei benefici che possono nascere dall´inclusione dei migranti: cito in particolare gli studi di Philippe Legrain – ex Consigliere economico della Commissione europea e Professore presso la London School of Economics. Secondo Legrain, “un investimento pubblico anticipato nell´inclusione lavorativa dei migranti può produrre veri e propri guadagni economici che lungo gli anni possono crescere, man mano che i rifugiati, e specialmente i loro figli, progrediscono economicamente nelle nuove patrie”.[1]

Un altro passaggio dello studio di Legrain va qui menzionato: «I rifugiati creeranno nuovi posti di lavoro, aumenteranno la richiesta di servizi e prodotti, riempiranno i vuoti nella forza lavoro europea, mentre i contributi da loro versati alimenteranno i fondi pensione e le casse delle finanze pubbliche». Legrain ritiene improbabile che l´arrivo dei rifugiati generi un gap salariale nel lungo periodo. Stando ai suoi calcoli, mentre il debito pubblico nell’Unione europea aumenterà di 69 miliardi di euro tra il 2015 e il 2020 a causa dell´arrivo dei rifugiati, nello stesso periodo gli stessi faranno crescere il PIL di 126,6 miliardi di euro. Cioè nella misura di due a uno. Ogni euro investito nell´accoglienza dei rifugiati produrrà circa due euro di crescita economica nel giro di cinque anni.

Vorrei concludere sottolineando la necessità di seguire con attenzione le best practice, come sempre dovrebbe avvenire in un’unione di più Stati: le “prassi migliori” sono punti di riferimento importanti, sia quando vengono attuate nei comuni sia a livello dei Paesi europei. L’Europa è in forte declino demografico, e particolarmente in due Paesi: Italia e Germania. La Germania ha capito, in modo certo confuso ma certamente più chiaro di quanto avvenga in Italia, che sui rifugiati si può e si deve scommettere. Per questo sta promuovendo investimenti ingenti in materia di formazione linguistica, di educazione sulle norme costituzionali del Paese d’arrivo, di formazione lavorativa. Per questa via vengono impiegati anche cittadini tedeschi, in precedenza privi di lavoro, per formare i rifugiati e i migranti che vivono nel Paese. Tra il 2015 e la prima metà del 2016, la Repubblica federale ha accolto circa 1 milione e mezzo di profughi, e il suo governo – come raccontato da Andrea d’Addio in un reportage su Panorama – ha subito stanziato 16 miliardi per il 2016, che saliranno a 93,6 nel 2020, per accoglierli e integrarli: sviluppando scuole, sanità, sussidi, case, ostelli, trasporti, assicurazioni. Prospettive di questo genere sono assenti in Italia, se non a livello di singoli comuni ormai mondialmente conosciuti come quello di Riace, qui rappresentato dal sindaco Mimmo Lucano.

Personalmente ritengo, infine, che un grande contributo all’integrazione potrà avvenire attraverso l’abolizione dello ius sanguinis e l’adozione della legge sul riconoscimento del diritto di cittadinanza, che ancora aspetta di essere approvata dal Parlamento italiano.

[1] Refugees Work: A Humanitarian Investment That Yields Economic Dividends, Open Political Economy Network e Tent Foundation, maggio 2016, http://static1.squarespace.com/static/55462dd8e4b0a65de4f3a087/t/573cb9e8ab48de57372771e6/1463597545986/Tent-Open-Refugees+Work_VFINAL-singlepages.pdf

Hotspot in Italia – galleggianti e non

di sabato, giugno 18, 2016 0 , , , , Permalink

Bruxelles, 16 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE).

Punto in agenda: Attuazione dell’approccio basato sui “punti di crisi” in Italia

  • Presentazione a cura di Olivier Onidi, vicedirettore generale per la migrazione e l’Asilo, DG HOME, Commissione europea

Nel corso della discussione è intervenuta anche Sophie Magennis, capo dell’unità di supporto politico e giuridico dell’ufficio UNHCR per l’Europea, Bruxelles

Ringrazio il dottor Onidi per la sua presentazione. Le domande che vorrei fare sono due:

Per prima cosa vorrei chiedere, sia a lui sia al rappresentante dell’UNHCR, se non esista il rischio che gli hotspot diventino in qualche modo centri di detenzione. Una denuncia molto chiara in questo senso è venuta dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR), concernente la Grecia e gli accordi tra Unione europea e Turchia. Un rischio simile esiste anche Italia.

Il secondo punto su cui mi piacerebbe avere una risposta riguarda gli hotspot galleggianti in mare. Sono contenta delle indicazioni che vengono dalla Commissione, circa la forte limitazione dei compiti che avranno gli eventuali hotspot galleggianti, ma mi domando se anche i compiti che lei ha indicato, per esempio la pre-identificazione di migranti e rifugiati, non siano eccessivi e non vadano nella direzione, esclusiva, di accelerare i rimpatri.

Vorrei ricordare che esistono due sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro l’Italia, per l’uso che può essere fatto delle navi su cui vengono trattenuti i migranti (sentenza Hirsi Jamaa, 23 febbraio 2012, sentenza Khlaifia, 1 settembre 2015), e ricordare che solo sulla terraferma i migranti possono essere assistiti nelle loro lingue e fruire del diritto alla difesa. Tutte queste mansioni, anche se si tratta solo di pre-identificazione, sono difficili se non impossibili negli hotspot galleggianti.

Si veda anche:

Comunicato ASGI (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) del 19 maggio 2016: È illegittimo qualsiasi hotspot per identificare i migranti in mare

Versione inglese su Statewatch del 9 giugno 2016: Any hotspot to identify migrants at sea is illegal

Integrazione dei migranti e mercato del lavoro

Bruxelles, 15 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE).

Punto in agenda: Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni “Piano d’azione sull’integrazione di cittadini di paesi terzi”

  • Esposizione della Commissione

Vorrei chiedere alla Commissione quale sia il suo pensiero a proposito del rapporto sempre più complicato fra esigenze di integrazione di migranti e rifugiati, difesa del welfare, e leggi che nei vari Paesi dell’Unione regolamentano il mercato del lavoro. Chiedo questo perché molte delle paure che emergono negli Stati membri, e soprattutto nelle classi popolari, nascono dal timore di perdere diritti legati al Welfare state e di subire una sorta di competizione al ribasso tra forze lavoro, collegata all’aumento del fenomeno migratorio. Sono paure che possiamo non condividere, ma che riflettono una realtà con cui urge fare i conti.

Rivolgo questa domanda alla Commissione poiché ritengo che la regolamentazione del mercato del lavoro, e dunque le leggi sul lavoro, non siano più, di fatto, esclusiva competenza degli Stati Membri. Le riforme del mercato del lavoro, e la crescente precarizzazione che esse producono, sono richieste che provengono direttamente dalle istituzioni europee: sia nel corso del cosiddetto “semestre europeo”, sia attraverso le lettere inviate dalla Banca Centrale Europea agli Stati in difficoltà, come è avvenuto in Italia e in altri Paesi dell’Unione negli anni scorsi. Quello che nello specifico viene costantemente chiesto, in tali occasioni, sono appunto riforme del mercato del lavoro che generalmente vanno nella direzione di una precarizzazione crescente. Per questo mi rivolgo alla Commissione, sperando che la risposta non sia: “Queste scelte sono nelle mani degli Stati membri”. Perché non lo sono più.

Interrogazione sui 500 migranti scomparsi nel Mediterraneo

Interrogazione con richiesta di risposta scritta alla Commissione
Articolo 130 del regolamento

Dimitrios Papadimoulis, Kostas Chrysogonos, Stelios Kouloglou, Kostadinka Kuneva, Barbara Spinelli, Curzio Maltese, Elonora Forenza

Oggetto: 500 refugees missing in the Mediterranean Sea

On April 13, a delegation from the UN Refugee Agency met with survivors of an overcrowded boat that sank at an unknown location the Mediterranean Sea between Libya and Italy. According to media reports, there were 500 people in that boat. The 41 survivors (37 men, three women and a three-year-old child) were rescued by a merchant ship and taken to Kalamata on April 16.

So far, the Italian government has neither confirmed nor denied the event publicly. Should information prove right, this would be one of the biggest human tragedies, not only in European but also in global scale.

Therefore, the European Commission is asked:

  1. Is it informed on this case? If so, has it pressed the countries possibly involved, to move on with the necessary search and rescue operations?
  2. When and how the European Commission intends to secure safe and legal passage for refugees towards Europe and efficiently combat smugglers’ networks?
  3. How the European Commission intends to deal with the re-activation of the north-African route, which has seen an upsurge of 60% since last year according to UNHCR, after the closure of the Balkan corridor and the deal with Turkey?

A Erdogan date tutto, e cosa otterrete?

Strasburgo, 9 marzo 2016

Barbara Spinelli (GUE/NGL) ha preso la parola nella sessione plenaria del Parlamento europeo dedicata alla Preparazione della riunione del Consiglio europeo del 17 e 18 marzo 2016 ed esito del vertice UE-Turchia, intervenendo dopo le dichiarazioni del Consiglio e della Commissione.

Punto in agenda:

Preparazione della riunione del Consiglio europeo del 17 e 18 marzo 2016 ed esito del vertice UE-Turchia

  • In rappresentanza della Presidenza del Consiglio: Jeanine Hennis-Plasschaert, ministro della difesa olandese
  • In rappresentanza della Commissione europea: Valdis Dombrovskis, Vice-Presidente e Commissario per l’euro e il dialogo sociale

Intervento di Barbara Spinelli:

Vorrei ricordare alcune parole dette recentemente dal Presidente Tusk. Ai fuggiaschi ha detto, il 3 marzo: “Non venite in Europa! It’s all for nothing”. Come se avessero scelta quando scappano. E ieri ha detto: “Son finiti i giorni della migrazione irregolare in Europa!”.
È falso, e Tusk lo sa. Il 91 per cento degli arrivi in Grecia fugge da guerre, e voi li respingete tutti in Turchia chiamandoli migranti irregolari.
Siete accusati di illegalità e refoulement dall’Alto Commissariato Onu, dal Consiglio d’Europa, da Amnesty.
A Erdogan date tutto: il doppio del promesso, 6 miliardi; il silenzio sui massacri in Kurdistan e sull’attacco ai media; e anche una zona protetta in Siria, che Erdogan userà per colpire i curdi salvando al-Nusra.
E cosa otterrete? I fuggitivi prenderanno strade più letali, e a voi resterà il disonore. Io chiamo questo: appeasement.

Politica europea dei rifugiati e Mediterraneo

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il gruppo GUE-NGL nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni tenutasi a Bruxelles il 29 febbraio 2016.

Punto in agenda:

Situazione nel Mediterraneo e necessità di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione

  • Esame degli emendamenti

Co-Relatori: Roberta Metsola (PPE – Malta), Kashetu Kyenge (S&D – Italia)

Ringrazio le co-relatrici per l’ottimo lavoro che hanno svolto e che in gran parte condivido: in particolare su temi come il search and rescue e le vie di accesso legale all’Unione europea.

Ringrazio anche le 20 ONG da cui ho ricevuto suggerimenti per i molti emendamenti che ho presentato. Sintetizzandoli al massimo, vorrei indicare i sei punti che a mio parere sono cruciali, e non ancora risolti:

  • L’emendamento “orizzontale” che ho proposto, e che prevede la possibilità per i richiedenti asilo di esprimere le proprie preferenze sullo Stato in cui vorrebbero chiedere asilo ed essere ricollocati.
  • Sulla detenzione dei migranti, chiedo un regolamento più dettagliato dei dati raccolti da Eurostat, e la promozione di alternative alla detenzione.
  • Ritengo necessario modificare i punti che riguardano sia i meccanismi di rimpatrio governati da Frontex in accordo con i Paesi terzi, sia la creazione di una lista di Stati di origine sicuri. Allo stesso modo è cruciale, secondo me, evidenziare l’assenza di garanzie procedurali e di trasparenza, nella creazione di una Guardia di costiera e di frontiera europea.
  • Sui fondi europei, chiedo che l’uso sia trasparente e controllato per scongiurare, almeno in parte, scandali come “Mafia Capitale”. Inoltre, penso che i fondi europei destinati all’asilo e alla migrazione dovrebbero essere esenti dalle regole di deficit previste dal Patto di Stabilità e di Crescita. Questo per aiutare i Paesi che sono i più esposti ai flussi migratori come Grecia e Italia.
  • In politica estera, sono contraria a missioni NATO di controllo delle frontiere e soprattutto ai recenti accordi per il rimpatrio con Stati che non rispettano né i diritti dei propri cittadini né quelli dei migranti. Penso al processo di Khartoum. E penso, in particolar modo, al governo turco e a un possibile intervento militare in Libia per risolvere il problema degli smuggler. Ritengo necessario, in questo quadro, dire a chiare lettere che l’Unione europea non può decidere le sue politiche assieme alla Turchia, quasi fosse un nuovo Stato membro. Siamo tutti a conoscenza dei massacri che il governo Erdoğan sta compiendo contro il popolo curdo nel Sud -Est della Turchia, e dei bombardamenti della Repubblica di Rojava in Siria.
  • Chiedo uno sguardo lungo, previdente, sulla filosofia di Schengen. Nell’immediato può aver senso lo stretto legame causale stabilito tra abolizione di frontiere interne e controllo più stretto delle frontiere esterne. Nel medio-lungo periodo, però, avremo bisogno di frontiere esterne più aperte, perché il nostro è un continente in forte declino dal punto di vista demografico.

Si veda anche:

As humanitarian crisis develops, we must take a whole new approach to refugee policy