Profughi. Lettera aperta al commissario Ue Avramopoulos

L’Agenzia Habeshia per la cooperazione allo sviluppo scrive una lettera aperta – cofirmata da Barbara Spinelli e da altri europarlamentari – al Commissario europeo alla migrazione, denunciando una politica di chiusura e respingimento. Qui il testo in inglese.

Gentile commissario,

le scriviamo a nome dell’Agenzia Habeshia che, come forse saprà, si occupa della tragedia dei profughi e dei migranti e che, dunque, vorrebbe vedere in lei un alleato nel difficile cammino teso a dare libertà, dignità e sicurezza ai milioni di persone costrette ad abbandonare la propria terra.

Partiamo da una delle ultime, drammatiche richieste di aiuto. Certamente conoscerà il rapporto dell’Onu che appena poche settimane fa ha denunciato che oltre 400 mila bambini sono vittime della carestia, in Nigeria, a causa della situazione provocata dai miliziani fondamentalisti di Boko Haram. Anzi, secondo l’Unicef, 75 mila rischiano di morire di fame nei prossimi mesi, al ritmo di 200 al giorno. Senza contare le uccisioni, i rapimenti, i saccheggi che investono interi villaggi, gli attentati, le stragi e tutto il nord del paese precipitato da anni sotto il controllo diretto dei fondamentalisti fedeli all’Isis. E allora qualcosa non torna se ripensiamo alle sue dichiarazioni, diffuse da tutti i media europei, secondo cui non occorre cambiare i criteri delle nazionalità dei rifugiati da accogliere e “ricollocare” in qualcuno degli Stati dell’Unione.

“Se confrontiamo Italia e Grecia, vediamo che fino all’80 per cento dei migranti che attraversano l’Egeo sono profughi, mentre la maggioranza di quelli che arrivano in Italia dal Mediterraneo centrale, anche in questo caso l’80 per cento, sono irregolari. Non intendiamo cambiare i criteri…”: questa è la dichiarazione che le ha attribuito la stampa, in risposta a chi le chiedeva se non pensasse a qualche modifica per le nazionalità da ridistribuire, visto che in Italia non ci sono “abbastanza siriani ed eritrei”. Ecco, già questa idea delle nazionalità come “requisito a priori” sembra a dir poco assurda. Se non altro perché – lei lo sa bene – secondo il diritto internazionale e la Convenzione di Ginevra, le richieste di asilo vanno esaminate caso per caso, ascoltando le storie individuali di ciascuno e non, invece, espletate in base a criteri di “appartenenza nazionale” come purtroppo si sta ormai facendo, tanto da accogliere solo coloro che fuggono dalla Siria sconvolta dalla guerra o dall’Eritrea schiavizzata dalla dittatura di un regime autoritario.

Se proprio vuole, tuttavia, parliamo pure di nazioni e paesi. Abbiamo detto della Nigeria, dove per migliaia di persone l’alternativa è morire sotto i colpi di Boko Haram o di fame. Andiamo oltre: ad esempio, prendiamo il Sud Sudan. Anche in questo caso, lei è troppo ben informato, per il ruolo che riveste, per non sapere che la guerra civile che sta devastando il paese da tre anni, tanto da provocare almeno 10 mila morti e 3 milioni di profughi, rischia di trasformarsi in un vero e proprio genocidio, con le fazioni in lotta pronte ad ammazzare e a fare strage in base all’etnia, seguendo la logica perversa della pulizia etnica. Lo denuncia un rapporto dell’Onu pubblicato all’inizio di dicembre, in aggiunta all’ormai “abituale” corollario di uccisioni, rapimenti, villaggi saccheggiati e incendiati, incursioni persino all’interno dei campi profughi posti sotto le insegne dell’Unhcr. Per non dire della “carestia provocata”: già, a parte i cambiamenti climatici e la siccità, da almeno due anni non si fanno più le semine a causa della guerra e, dunque, non ci sono raccolti per soddisfare almeno in parte i bisogni alimentari della popolazione.

Allora, che dire? Chi fugge da questo inferno non deve essere accolto in Europa come rifugiato?

Ma l’elenco di situazioni come questa è lunghissimo. La Somalia implosa e in preda alla guerra civile, con i miliziani di Al Shabaab, affiliata ad Al Qaeda, che mettono a segno una media di oltre 900 attentati l’anno, con centinaia, migliaia di morti e, anche qui, una siccità e una carestia che investono milioni di uomini e donne. Il Mali dove, contrariamente a quanto si continua a dire in Europa, la guerra esplosa con la rivolta del 2012 nelle regioni del nord, il cosiddetto Azawad, non è mai finita, come dimostra la lunga, quotidiana catena di attacchi, attentati, agguati, uccisioni. Il calvario del Darfur, la martoriata regione del Sudan che non conosce pace da anni e che alimenta, appunto, un flusso costante di profughi che vedono nella fuga l’unica via di salvezza dalle violenze di ogni genere perpetrate dalla polizia del regime di Al Bashir, i famosi “diavoli a cavallo”. Lo Yemen, travolto dalla guerra tra sciiti e sunniti: anche qui migliaia di morti e milioni di profughi o sfollati, disperati scacciati dalle loro case e dalle loro città anche dalle bombe e dalle armi che l’Europa (e l’Italia in particolare) vende, insieme agli Stati Uniti, ad una delle fazioni in lotta. O, ancora, il Gambia, soggiogato per anni da una dittatura feroce, che speriamo sia stata davvero scacciata dalle elezioni di qualche giorno fa. O la Repubblica Centrafricana. O lo stesso Niger, scelto dall’Europa per farne un grande “hub” di smistamento per i profughi ma che sembra tutt’altro che sicuro, in seguito alla crescente escalation di attacchi terroristici da parte di Boko Haram dalla Nigeria e di jihadisti di Aqim e dell’Isis dal Mali, tanto che nel giugno scorso il coordinatore delle Nazioni Unite, Fode Ndiaye, si è appellato alla comunità internazionale parlando senza mezzi termini di “crisi umanitaria”…

Si potrebbe continuare – lei lo sa – per chissà quanto ancora. Con l’Afghanistan, ad esempio, dove l’Unione Europea vuole “rimpatriare” 80 mila profughi, come se il paese fosse diventato all’improvviso “pacifico e sicuro”. Purtroppo i media parlano poco di queste tragedie e l’opinione pubblica ne sa poco. Ma che si tratti, appunto, di tragedie lo denunciano i profughi che continuano a bussare alle porte dell’Europa, in fuga dalla Nigeria, dal Sud Sudan, dal Sudan, dalla Somalia, dal Gambia e così via: basta scorrere l’elenco delle nazionalità dei tanti giovani sbarcati in Italia. Però, stando alle sue dichiarazioni, a quanto pare queste situazioni non sarebbero “sufficienti” ad aprire le porte della solidarietà in Europa. Non bastano a garantire – come pure prevede il diritto internazionale – aiuto e accoglienza.

Perché questa scelta? Habeshia non riesce a spiegarselo. A meno che il motivo non sia che questi Stati da cui si è costretti a fuggire sono in buona parte proprio gli stessi con cui l’Unione Europea ha stretto tutta una serie di trattati per fermare i profughi prima ancora che arrivino alle sponde del Mediterraneo. Ci riferiamo ai Processi di Rabat e Khartoum, agli accordi firmati a Malta nel novembre 2015, al patto con la Turchia da lei esaltato e che, in effetti, funziona benissimo come “barriera” posta al di là dell’Egeo: peccato che funzioni sulla pelle dei profughi. Già, perché accordi e patti di questo genere servono all’Europa per esternalizzare le sue frontiere addirittura al di là del Sahara o comunque lontano dalla sponda meridionale del Mediterraneo, delegando ad altri il lavoro sporco di sorvegliarle, queste frontiere, e renderle invalicabili. E le sue dichiarazioni, ora, rischiano di dare voce ulteriore a chi vuole alzare ancora di più le barriere dell’egoismo e dell’indifferenza e si appella da sempre a una politica di chiusura e respingimento.

Noi speriamo davvero, come Habeshia, di essere smentiti. Ma – a meno di smentite, appunto – proprio questo emerge dalle sue parole riferite dai media. Parole che sembrano dimenticare che lasci la casa solo quando la casa non ti lascia più stare [1]

Cordiali saluti,

Don Mussie Zerai, presidente dell’Agenzia Habeshia
Emilio Drudi, portavoce dell’Agenzia
Barbara Spinelli, Gruppo GUE/NGL
Patrick Le Hyaric , Gruppo GUE/NGL
Ana Maria Gomes, Gruppo S&D
Dimitrios Papadimoulis, Gruppo GUE/NGL
Josu Juaristi Abaunz, Gruppo GUE/NGL
Marie-Christine Vergiat, Gruppo GUE/NGL
Rina Rojna Kari, Gruppo GUE/NGL

[1] Giuseppe Cederna, Home. I versi successivi dicono: Nessuno lascia la casa a meno che la casa non ti cacci fuoco sotto i piedi, sangue caldo in pancia, qualcosa che non avresti mai pensato di fare, finché la falce non ti ha segnato il collo di minacce…

Trasferimenti Dublino e Ue-Turchia: le incoerenze della Commissione

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo. Strasburgo, 14 dicembre 2016.

Punto in agenda: Raccomandazione della Commissione europea sull’attuazione della dichiarazione UE-Turchia e il ripristino dei trasferimenti nell’ambito del sistema di Dublino

Dichiarazione della Commissione

Presenti al dibattito:

Dimitris Avramopoulos – Commissario per la Migrazione, gli affari interni e la cittadinanza

Le raccomandazioni della Commissione – sull’accordo UE-Turchia e sul ripristino dei trasferimenti in Grecia – sono sconcertanti. Voi stessi – non solo Amnesty International – dite che l’accoglienza nelle isole dell’Egeo e in terraferma non funziona, che i minori non accompagnati e le persone vulnerabili sono tuttora detenute, e però raccomandate il ritorno in Grecia dei rifugiati a partire dal marzo 2017, visti i “molti progressi”. Voi ammettete che le isole sono sovraffollate, e chiedete di affollarle di più. Menzionate le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di giustizia contro tali trasferimenti – anche graduali – e ve le dimenticate per strada.

Non meno sconcertante il piano d’azione su Ue-Turchia: è accertato ormai che la Turchia non è un Paese sicuro. Ciononostante volete più rimpatri, riunificazioni familiari gestite in Turchia, e non esitate a raccomandare le deportazioni dei più vulnerabili. Al governo greco si chiede perfino di riscrivere le leggi nazionali che vietano simili rimpatri.

Chiedo alla Commissione cosa la spinga a ritenersi forte, quando sta dimostrando solo impotenza: è incapace di ricollocare i rifugiati come promesso, ignora la miseria economica imposta alla Grecia. A meno che non voglia fingersi forte così: sradicando i diritti dell’uomo.

EU 2013 – The Last Frontier

Bruxelles, 24 giugno 2015. Intervento di Barbara Spinelli in occasione della proiezione del film “EU 2013 – The Last Frontier” di Alessio Genovese e Raffaella Cosentino. 

Incontro-conferenza organizzato da Laura Ferrara (gruppo EFFD – Movimento 5 Stelle), Ignazio Corrao (EFFD – M5S), Barbara Spinelli (gruppo GUE/NGL), nel quadro della preparazione del Rapporto di iniziativa strategica sulla situazione nel Mediterraneo e la necessità di una visione globale delle migrazioni da parte dell’Unione europea (relatori: Cécile Kyenge e Roberta Metsola. Ignazio Corrao e Barbara Spinelli sono “relatori ombra” per i rispettivi gruppi).

Oratori:
Costanza Hermanin – Open Society Foundation
Stefano Galieni – LasciateCIEntrare
Prof. Fulvio Vassallo Paleologo – Università degli Studi di Palermo
Marco Valli – MEP gruppo EFFD
Maria Giovanna Manieri – Picum

Apertura

Grazie Laura Ferrara, grazie Ignazio Corrao, grazie a tutti voi che siete qui.

Interverrò brevemente perché dopo il film avremo comunque modo di discutere. Sono molto curiosa di vedere questo documentario poiché più che mai è necessaria, oggi, una contro-informazione. Ho appena saputo dal regista Alessio Genovese che il suo film, scandalosamente, non è mai stato trasmesso in televisione. Ma forse non è così scandaloso come sembra ma del tutto naturale, del tutto voluto: le immagini reali vengono occultate, si fa politica solo con l’immaginario. Ciò è parte della strategia della paura che in questo momento permea con tanta forza l’Unione europea, la sua “natura”. Sono colpita da quella che, a mio avviso, sembra una stretta sempre più pericolosa, fatta di disinformazione, di paure, di gioco sulle cifre: si parla di esodi biblici che bisogna fermare quando alcuni paesi hanno vere difficoltà e veri aumenti di afflussi di immigrati (è il caso della Grecia o dell’Ungheria), e altri no, e tra questi c’è anche l’Italia. Non c’è un esodo, un picco emergenziale in Italia. Siamo davanti a un dato strutturale – ogni sei mesi arriva un certo numero di immigrati – con cui bisogna fare i conti.

Migrazione: i trafficanti di esseri umani riempiono un vuoto di legalità di cui è responsabile l’Unione

Bruxelles, 14 aprile 2015, Commissione LIBE (Libertà civili, Giustizia e Affari interni).

Incontro su “Situazione nel Mediterraneo e necessità di un approccio olistico alla migrazione”. Primo scambio di vedute alla presenza di Dimitris Avramopoulos, Commissario con delega a Migrazione, Affari interni e Cittadinanza.

Intervento di Barbara Spinelli, Relatore ombra del Rapporto di iniziativa sulla situazione nel Mediterraneo:

“Vorrei parlare di quelli che considero difetti gravi, e persistenti, della politica europea nel Mediterraneo e della strategia della Commissione in materia di migrazione e sicurezza: il breve termine, e una logica emergenziale che per forza di cose tende a sfociare in violazioni sistematiche dei diritti. È il contrario della tanto sbandierata visione olistica della migrazione in Europa”.

“Sono i difetti che ritrovo nelle sue ultime prese di posizione, Commissario Avramopoulos, sia nel discorso che ha tenuto qui oggi, sia qualche giorno fa, dopo la sua visita al quartier generale di Europol a L’Aja. Le priorità che Lei indica sono da un lato il controllo delle frontiere, la lotta all’immigrazione clandestina e il contrasto dei trafficanti; dall’altro i rimpatri e la cooperazione con i Paesi di transito. Non mi sembra una visione olistica e Le domando, in questo quadro, che senso abbia lottare in maniera prioritaria contro i trafficanti, quando i trafficanti non fanno che riempire un vuoto: non esistono vie legali di fuga, quindi l’illegalità si installa e prospera”.

“La seconda domanda è: a che serve Triton? A che serve aver affossato Mare nostrum se – secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni – i seimila salvati degli ultimi giorni sono stati salvati dalle unità della Guardia costiera italiana e non da Triton? Sappiamo infatti che Triton si occupa soltanto di proteggere le trenta miglia dalla costa: dal punto di vista del soccorso e salvataggio si è rivelata un’operazione inutile.”

Dichiarazione sul non paper di Alfano

Questo testo è stato pubblicato, con il titolo Alfano e la politica di Ponzio Pilato, anche su «il manifesto» del 21 marzo

Lo scorso 12 marzo, a Bruxelles, il ministro dell’Interno italiano Angelino Alfano ha incontrato il commissario europeo all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos e i ministri suoi omologhi di Spagna, Francia e Germania. La proposta di Alfano, rigorosamente riservata, è riassunta in un non paper, un documento confidenziale con il quale il ministro prospetta una cooperazione dell’UE con i Paesi terzi ritenuti “affidabili” (Egitto e Tunisia in prima linea), al fine di garantire la “sorveglianza marittima” del Mediterraneo, le future operazioni di search and rescue, e l’auspicato rimpatrio nei paesi di origine. Quel che chiede, in sostanza, è l’esternalizzazione della politica di asilo dell’Unione europea, e delle responsabilità che le spettano. Si tratta di una legalizzazione concordata, e surrettizia, di respingimenti collettivi proibiti sia dalla Carta europea dei diritti fondamentali, sia dalla Convenzione di Ginevra. Il non paper conferma l’assenza di qualsivoglia strategia politica verso la Libia, e vanta improbabili strategie di deterrenza verso l’aumento dei flussi migratori in Europa.

Sono anni che accordi bilaterali e confidenziali di cooperazione di polizia cercano di delegare la gestione dei flussi migratori a paesi terzi dalle dubbie credenziali democratiche (Egitto, Eritrea, Sudan), eludendo il diritto internazionale del mare e la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo. L’Italia ha già ricevuto due condanne dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per violazione delle norme che vincolano gli Stati membri a rispettare il divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti (art. 3), il diritto a un ricorso effettivo (art.13), e il divieto di respingimenti collettivi (art. 4-IV Protocollo CEDU).

Il governo italiano ha riattivato tale politica tramite il cosiddetto “processo di Khartoum”, inaugurato nel semestre di presidenza del Consiglio dei ministri europeo. Lo scopo ricercato, oltre che potenzialmente lesivo di diritti fondamentali, è un totale controsenso: nel tentativo di impedire che persone in fuga da guerre e dittature arrivino in Europa, si negozia con Stati che portano la maggior responsabilità dell’incremento dei flussi migratori, e addirittura vien loro domandato di istituire campi profughi sul loro territorio. Le recenti dichiarazioni del commissario Avramopoulos, esplicitamente favorevole alla “cooperazione con le dittature”, vanno in questa direzione.

Finora l’esperienza di campi di raccolta per profughi in Africa si è rivelata fallimentare: abbandoni nel deserto, carcerazioni, trasferimenti estremamente ridotti verso l’Europa.

Nel suo non paper, il ministro Alfano non si limita a elogiare la fallimentare operazione Triton. Adombra anche una collaborazione inesistente con l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (UNHCR) e con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM). In una lettera ad Avramopoulos, l’UNHCR ha fatto sapere  di non aver mai approvato la proposta italiana. L’Alto Commissario dell’Onu per i rifugiati, Antonio Guterres propone ben altre politiche: la restaurazione dell’operazione Mare nostrum e la sua europeizzazione (da me chiesta nell’ultima Plenaria del Parlamento europeo), un riequilibrio tra Stati membri dell’Unione delle politiche di reinsediamento dei richiedenti asilo, un progetto pilota per il trasferimento in diversi paesi europei dei rifugiati siriani soccorsi in mare in Grecia e in Italia.

barbara spinelli


 

Allegato:

Il non paper di Alfano:
“Possibile Involvement of Third Countries in Maritime Surveillance and Search and Rescue” (file .pdf)

Si veda anche:

EU considering plan to outsource Mediterranean migrant patrols to Africa

New plans to stem the flow of migration unacceptable

Recenti casi di traffico di migranti nel Mediterraneo

Strasburgo, 13 gennaio 2015. Dibattito in plenaria con il commissario Avramopoulos sul traffico dei migranti nel Mediterraneo. Intervento di Barbara Spinelli.

In un’Unione europea in cui, in nome della sicurezza, i ministri degli Interni sono ossessionati dalla raccolta dati dei passeggeri aerei, è stupefacente che possano arrivare navi fantasma – tredici, in tre mesi –  con centinaia di fuggitivi che non sappiamo proteggere dai trafficanti. È scandaloso che alcuni paesi mediterranei, in connivenza con i trafficanti, fingano di non vedere le navi, e rifiutino soccorsi quando viene lanciato il primo SOS, come nel caso della Blue Sky.

Chiediamo il rispetto scrupoloso degli obblighi di salvataggio anche oltre le 30 miglia fissate da Frontex.  Chiediamo che Frontex sia severamente sanzionata, quando critica i salvataggi italiani oltre le 30 miglia. Non vanno così bene le cose, né per Triton né per navi come la Blue Sky: è quanto mi sento di dire al Commissario [Dimitris Avramopoulos] e alla nuova Presidenza lettone.

Chiediamo, per mettere fine al traffico di esseri umani nel Mediterraneo e non metter fine al diritto d’asilo in Europa, l’immediata costituzione di corridoi umanitari legali.

Lettera aperta a Dimitris Avramopoulos sulla questione dei profughi siriani

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Su iniziativa degli eurodeputati greci Kostadinka Kuneva e Kostas Chrysogonos (Syriza, GUE/NGL) è stata indirizzata a Dimitris Avramopoulos, Commissario europeo per le migrazioni, gli affari interni e la cittadinanza, una lettera aperta in cui si denuncia la situazione dei duecento profughi siriani in sciopero della fame da una decina di giorni davanti alla sede del Parlamento greco per ottenere il diritto di lasciare il paese legalmente, e, nell’attesa, di ricevere riparo, cibo e cure mediche nel rispetto della Convenzione delle Nazioni Unite sullo status dei Rifugiati. Queste persone sono state costrette a lasciare la Siria a causa della guerra civile che ha provocato più di 100.000 morti e ha costretto alla fuga quasi tre milioni di persone.
Il governo greco, per voce del suo ministro dell’Interno, ha informato i profughi siriani che in base al regolamento di Dublino possono sottoporre richiesta d’asilo esclusivamente alla Grecia, primo paese di accoglienza: non otterranno documenti di viaggio per raggiungere altri paesi dell’Unione Europea, e non sarà possibile garantire l’alloggio a tutti. Ai profughi è stato inoltre comunicato che la ricerca di un impiego in Grecia, con 1,24 milioni di disoccupati, sarebbe inutile. Il ministro si è rifiutato di prendere in considerazione le possibilità contemplate dalla Direttiva del Consiglio europeo 2001/55/EC del 20 luglio 2001 a proposito delle norme minime sulla concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e l’adozione di misure intese a garantire l’equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri che ricevono tali persone e subiscono le conseguenze dell’accoglienza delle stesse. Si chiede pertanto al ministro di attivare la Direttiva, consentendo ai profughi siriani di chiedere asilo ai paesi in cui spesso si trovano altri membri delle loro famiglie, favorendo una distribuzione equilibrata dei profughi siriani nei vari paesi europei e permettendo all’Unione Europea di mostrarsi responsabile e solidale nei confronti di coloro che cercano riparo da una guerra.

Aggiornamento, venerdì 5 dicembre: è stata data notizia della morte di due profughi siriani di piazza Syntagma.

By this letter, we would like bring to your attention a case that you might already be aware of. For the last twelve days, a group of about two hundred Syrian refugees, among which women with their children, elderly and injured, are staging a protest in Syntagma Square in Athens, just across the Greek Parliament. For almost ten days now, most of them are on hunger strike. Until this very moment, seventeen hunger strikers have shown signs of exhaustion (faints) and were sent for hospitalization.

Syrian refugees are requesting for travel documents that would enable them to travel safely and with dignity to other European countries. But until this request succeeds, they are seeking for shelter, food, medical care and social protection, fundamental rights foreseen and protected in the UN Convention Relating to the Status of Refugees, as well as in the European legislation. These people have been forced to leave Syria due to the civil war which has been going on for over three years, costing the lives of over 100,000 people and forcing almost three million people to flee the country and become refugees. Those people took a huge risk, crossing Turkey and reaching on a boat to Greece, a country serving as a transit point for their final destinations, which are other countries of EU. Their desire is to reunite with members of their families, who have managed to reach safer destinations which have the structure to receive the refugees and asylum seekers.

In a resolution drafted by the Syrians refugees themselves, who are located in Syntagma Square since November 19th, it is emphatically stated the following: “We are here to demand the only solution that can exist for us and for our families: the right to continue our journey in order to be able to set up a new life in a new place, in another corner of the world, with safety, freedom and dignity for us and for our children. We ask the European countries to take their share of responsibility for the suffering of the Syrian people and to welcome the war refugees into their territory. We ask the Greek Government to initiate the procedures that would enable us to continue our journey. ”

The Greek Government, through its Ministry of Interior, informed Syrian refugees that their only option is to submit an asylum request to Greece, as foreseen in Dublin Regulations which obliges the asylum seekers to submit their application to the country of first reception. They were warned that no travel document can be given to them in order to travel to other EU countries and that housing for everyone cannot be ensured. Additionally, they notified them that searching for employment in Greece, where there are 1.24 million unemployed, would be futile. The Minister refuses to acknowledge and use the possibilities provided in the Council Directive 2001/55/EC of 20 July 2001 on minimum standards for giving temporary protection in the event of a mass influx of displaced persons and on measures promoting a balance of efforts between Member States in receiving such persons and bearing the consequences thereof, ratified by Presidential Decree 80/2006, which could come into force, if Greece requested the Commission to submit a proposal to the Council.

The influx of Syrian refugees in Greece illustrates the pressure created to EU countries which form part of its external borders. This situation leads both the EU as a whole and its Member States separately, to violate the responsibilities they have assumed by signing and ratifying human rights treaties, especially those that have been set for the protection of refugees.

During your hearing at the European Parliament you set as priority “to respond in effective way to migratory pressures at our borders and to ensure the full respect of human rights”. You further acknowledged that “as long as the humanitarian crisis is on-going due to the Syrian civil war, the Iraq crisis and the general instability in our area, we will continue to see a large number of people from various parts of the world to seek international protection.  You also committed yourself to properly implement the Common European Asylum System.

This is the time where you can take the first step and effectively realize some of your commitments. We urge you to take initiative in addressing the situation of the Syrian refugees in Greece, in cooperation with European and Greek authorities. It is well known that Greece cannot respond alone to the massive influx of refugees or provide them with adequate or even decent means of living, a flagrant example of that is the situation with the rest of the hundreds of Syrian refugees saved from drowning a few days ago in the South of Crete. By activating Directive 2001/55/EC, you will give the Syrian refugees the opportunity to seek asylum in countries that they really want to reside with other members of their families. Also, you will allow a balanced distribution of Syrian refugees in the different EU countries and, mostly, you will allow EU to show true solidarity to these people who have escaped war.

We are also expressing our serious concerns on possible massive police operations against them and we are looking forward to see your immediate initiatives and actions, before the Syrians hunger strikers suffer in Greece what they escaped from Syria of horror and of war.

Emergenza profughi in Grecia: Spinelli chiede soluzione politica

Nel pomeriggio del 3 dicembre, il greco Dimitris Avramopoulos, Commissario europeo per le migrazioni, gli affari interni e la cittadinanza, ha incontrato la Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari Interni del Parlamento europeo.

L’onorevole Barbara Spinelli (GUE-Ngl), membro della Commissione – dopo aver letto e appoggiato la lettera scritta dagli eurodeputati greci Kostadinka Kuneva e Kostas Chrysogonos – ha chiesto al Commissario Avramopoulos spiegazioni e soluzioni politiche riguardo alla situazione che ha portato duecento profughi siriani approdati in Grecia a iniziare uno sciopero della fame che prosegue a oltranza, in piazza Syntagma, davanti alla sede del Parlamento.

Domanda di Barbara Spinelli:

“Buon giorno, commissario Avramopoulos. Visto che nell’audizione che ebbe in questa commissione parlamentare il 30 settembre Lei auspicò una comune politica dell’asilo, vorrei richiamare la sua attenzione su quello che sta succedendo in queste ore ad Atene. Da più di una settimana, duecento siriani sono in sciopero della fame a Piazza Syntagma. Ci sono bambini; ci sono già molte persone che sono state portate in ospedale. La situazione è perversa: perché vogliono andare in un paese terzo, ma sono bloccati nel paese di arrivo per via del regolamento di Dublino (che obbliga il migrante a chiedere asilo nel primo paese dell’Unione dove giunge nella sua fuga, ndr). Allo stesso tempo, il governo greco fa loro sapere che non può garantire né il rifugio, non possedendo strutture adeguate, né il lavoro. È così che si creano zone di non diritto, e si moltiplicano nell’Unione paesi non sicuri dal punto di vista del rispetto dei diritti fondamentali europei. La collega Laura Ferrara (eurodeputata del M5S) ha citato l’Italia, e infatti c’è anche l’Italia come paese che secondo la Corte dei diritti dell’uomo a Strasburgo non è in grado di assicurare condizioni civili di accoglienza (sentenza Tarakkhel del 4-11-2014, ndr).

Quello che le voglio chiedere è cosa intende fare, nell’immediato, per venire incontro alla situazione drammatica in Grecia. E se non sia il caso di accertare l’esistenza di un “afflusso massiccio” di rifugiati. L’afflusso massiccio prevede infatti l’attuazione della Direttiva del 2001 (grazie alla quale la Commissione impone la concessione della protezione temporanea e la solidarietà tra Stati membri negli sforzi di accoglienza, ndr). Le chiedo infine se non pensa sia il caso di rivedere il Regolamento Dublino III, proprio perché generatore di questa situazione perversa, nella quale il fuggitivo si trova incastrato tra il Paese dove non può andare e quello di accoglienza dove non può restare”.

Risposta del Commissario Avramopoulos:

“(Sono al corrente di) ciò che succede in piazza Syntagma. Sono in contatto con le autorità greche, ne sono informato e so qual è la situazione. Questo gruppo di profughi siriani ha ricevuto da parte dell’autorità greca la proposta di dar loro l’asilo, per motivi ovvi. Però c’è un vuoto. E tuttavia le autorità greche hanno dato l’assistenza necessaria a questi profughi siriani in piazza Syntagma. Come Lei stessa ha detto, sono stati portati in ospedale.

Lunedì andrò a Ginevra, dove si svolgerà una grande conferenza dedicata proprio ai profughi siriani. Il flusso migratorio continua ad aumentare, perché le pressioni esercitate su questa popolazione sono particolarmente forti. Si tratta di cose che non valgono solo per la Grecia, ma anche per altri paesi. La decisione di chi chiede asilo è assolutamente personale, quindi non ci sonopossibilità legali, per uno Stato membro, di convincere i singoli a fare domanda, anche se le esigenze di protezione di quelle persone sono quelle che sono. Vorrei però ricordare che gli Stati membri hanno sì l’obbligo giuridico di tutelare le persone, ma anche quello di procedere alla registrazione delle impronte digitali: cosa che le persone in fuga non accettano. Anche in altri paesi è così. Per quanto riguarda i siriani, c’è un consenso fra gli Stati membri sul fatto che non è possibile un rimpatrio, vista la situazione in Siria, e questo indipendentemente dalla natura del soggiorno di questi siriani negli Stati membri.

Non parlo come greco, ma so della situazione perché ne sono informato: già dal 2010 le autorità greche stanno attuando un programma di asilo per i siriani, e le carenze che furono notate allora sono state affrontate, come già detto.

Noi, come Commissione, abbiamo (assunto) un’iniziativa: ne discuterò con i colleghi nella Commissione, ma poi sarà un tema di discussione internazionale a Ginevra”.

Controreplica di Barbara Spinelli:

“Commissario, ma di quale assistenza sta parlando, a Piazza Syntagma? Ai fuggitivi non è stato dato cibo, né acqua. Sono stati portati all’ospedale, è vero, ma non mi dica che è questa l’assistenza!”

Ue, i Commissari e il passato da cancellare

Lettera al direttore de «La Stampa», 21 ottobre 2014

Caro Direttore,

nei prossimi giorni il Presidente Jean-Claude Juncker presenterà ai parlamentari europei la sua nuova Commissione, chiedendo loro un voto favorevole. Per i singoli Commissari, le ultime settimane sono state faticose, a volte difficili: le audizioni cui ciascuno di essi è stato sottoposto non sono severe come negli Stati Uniti, perché il Parlamento europeo ha un rapporto ancora timido, e soprattutto confuso, con un potere esecutivo assai mal suddiviso fra Stati e organi comunitari. Ma parecchie domande sono state insidiose, le audizioni sono un esercizio democratico che purtroppo non esiste nelle nazioni europee, e ci sono commissari che non hanno superato la prova.