Rifugiati e terrorismo: i criteri infermieristici della Commissione Ue

Bruxelles, 11 ottobre 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Punto in agenda.

Discussione comune

  • Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA)

 Presentazione della relazione annuale sui diritti fondamentali 2016 a cura di Michael O’Flaherty, direttore dell’Agenzia per i diritti fondamentali

  • Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni – Relazione 2016 sull’applicazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea

Presentazione a cura di un rappresentante della DG JUST, Commissione europea

Ringrazio il dottor O’Flaherty per il lavoro che svolge, e senz’altro sono favorevole a un rafforzamento del mandato dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali (FRA). Avrei alcune domande su due punti specifici, concernenti la migrazione e il terrorismo:

I rifugiati: a mio avviso bisogna mettere l’accento sulla tendenza, crescente negli Stati Membri e molto forte in questo momento in Germania, a stabilire tetti per l’ammissione dei migranti, in contraddizione con il diritto dei richiedenti asilo di ricevere un esame individuale delle proprie domande. Inoltre, come si evince da rapporto FRA, il ricongiungimento familiare è sempre più ostacolato: mi chiedo in che modo si possa agire visto che le informazioni a disposizione non sono sufficienti. Un’altra domanda che riguarda i rifugiati è a proposito del lavoro svolto dalla FRA non solo negli hotspot in Grecia e Italia, ma anche in Libia e in Tunisia. Mi piacerebbe chiedere al dottor O’Flaherty cosa la FRA ha scoperto in questi paesi.

Terrorismo: L’altro punto importante riguarda le azioni nell’ambito delle politiche antiterrorismo. La mia visione in proposito è molto pessimista. Negli ultimi tempi assistiamo alla tendenza degli Stati membri di incorporare una serie di leggi di emergenza nelle leggi ordinarie. Molti diritti vengono in tal modo sospesi a tempo indeterminato. Il fenomeno è particolarmente evidente nelle politiche sulla sicurezza della presidenza Macron in Francia.

Un’ultima domanda vorrei porla alla rappresentante della Commissione: cosa significa la promessa della Commissione di intervenire ex post in difesa dei diritti dell’uomo, quando è la Commissione stessa a essere responsabile dell’implementazione di politiche che hanno prodotto violazioni del diritto o della Carta dei diritti fondamentali? Non vorrei che le Istituzioni europee divenissero gli infermieri che arrivano dopo avere esse stesse causato disastri dal punto di vista dei diritti.

Cibersicurezza: gli Stati Uniti non sono un modello

Bruxelles, 11 ottobre 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Punto in agenda:

Presentazione del pacchetto recentemente adottato sulla cibersicurezza: “Resilienza, deterrenza e difesa: verso una cibersicurezza forte per l’UE”

  • Presentazione a cura di Julian King, commissario responsabile per l’Unione della sicurezza, Commissione europea

Grazie Sir Julian King,

Avrei alcune domande su questioni che mi interessano in modo particolare per gli effetti che le misure del pacchetto cibersicurezza possono avere sulla libertà di espressione e di stampa, e che pongo in quanto relatore del rapporto di iniziativa del Parlamento europeo su Media pluralism and media freedom in the European Union.

In primo luogo, non vorrei che i pericoli per la cibersicurezza che ha evocato nella sua presentazione fossero sproporzionatamente gonfiati. Dico questo perché lei ha citato come modello da seguire gli Stati Uniti, per i 17 miliardi di dollari investiti quest’anno in tale campo. Io ho qualche dubbio sul modello americano, se penso all’ossessione sulla cibersicurezza che domina il dibattito pubblico negli Stati Uniti fin dalle ultime elezioni presidenziali, a proposito di attacchi cyber su cui non esiste al momento alcun tipo di prova.

Quindi quando si parla di resilienza e deterrenza sono d’accordo, ma secondo me è importante definire chiaramente quali siano i contenuti illegali trasmessi attraverso internet che vanno controllati o tolti, affinché la libertà di espressione non sia violata. In quest’ ambito, lei ha per esempio accennato a intenti criminali e a intenti ostili, mettendoli sullo stesso piano. Non credo che i due tipi di intenti siano paragonabili; l’ostilità non è necessariamente criminalità. Per questo bisogna essere molto chiari e circostanziati nella definizione dei contenuti illegali.

Ho anche dubbi sulla necessità di collaborazione delle piattaforme internet nel rimuovere sistematicamente i contenuti illegali: anche questa collaborazione può essere pericolosa per la libertà di espressione e la libertà di stampa. Basti pensare alla maniera in cui Google ha deciso di eliminare dai propri meccanismi di ricerca informazioni e siti considerati “estremisti”. Anche in questo caso, siamo alla presenza di un’arbitraria equiparazione: estremista non è criminale. Ritengo che la decisione di Google sia una forma di “collaborazione” delle piattaforme internet che produce effetti più che rischiosi dal punto di vista delle libertà.

Le Ong non sono un pull factor in Libia

Bruxelles. 11 ottobre 2017 . Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Punto in agenda:

Scambio di opinioni con il Direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, su:

  • Relazione annuale di attività 2016
  • Relazione annuale 2016 sull’attuazione pratica del regolamento (UE) n. 656/2014 recante norme per la sorveglianza delle frontiere marittime esterne nel contesto della cooperazione operativa coordinata da Frontex
  • Informazioni annuali (2017) sugli impegni degli Stati membri nei confronti delle squadre della guardia di frontiera e costiera e il parco attrezzatura tecnica
  • Conti annuali definitivi di Frontex 2016
  • Progetto di programmazione pluriennale 2018 – 2020

Trascrizione dell’intervento:

Ringrazio il dott. Leggeri per essere qui a presentare il lavoro di Frontex. I punti che vorrei affrontare sono due e riguardano le ONG e l’Afghanistan.

Sulle ONG, so che lei stesso ha preso le distanze dalle dichiarazioni che le sono state attribuite nello scorso dicembre dal Financial Times, secondo cui esisterebbe una complicità tra le ONG attive nelle operazioni di Ricerca e Salvataggio e i trafficanti. Naturalmente ha avuto anche lei notizie sul fatto che esistono Stati membri e non ONG che sono in collusione con i trafficanti, ma di questo Frontex non parla. Sono notizie che circolano da molte settimane e mi riferisco in particolare all’Italia, che avrebbe finanziato alcune milizie che si presentano come guardie costiere libiche ma che in realtà sono trafficanti. E siccome l’Italia finanzierebbe solo una parte di tali falsi guardie costiere, lungo le coste libiche sarebbe in corso una guerra fra le milizie che hanno ricevuto soldi dal governo italiano e milizie che non li hanno ricevuti.

La seconda domanda che vorrei porre riguarda le sue affermazioni sulle ONG come pull factor, cioè come “facilitatrici” delle fughe dalla Libia. In questo quadro richiamo la sua attenzione su una recente dichiarazione di Vincent Cochetel, responsabile europeo per le operazioni dell’UNHCR, secondo cui le ONG non sono affatto un pull factor, dal momento che gli arrivi in Italia sono aumentati nel mese di settembre nonostante la diminuzione delle attività di Ricerca e Salvataggio da parte delle ONG. Questo contraddice le sue affermazioni sul pull factor.

Infine una domanda sui rimpatri in Afghanistan. Qui è un rapporto di Amnesty a chiedere di smettere i rimpatri immediatamente, perché la situazione bellica in Afghanistan è ancora molto intensa  e dunque pericolosa per i rimpatriati. Anche su questo vorrei una sua presa di posizione. Grazie.

 

Libia: una lettera del Consiglio d’Europa al ministro Minniti

Bruxelles, 11 ottobre 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Punto in agenda: Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni sull’attuazione dell’agenda europea sulla migrazione

  • Presentazione a cura di Dimitris Avramopoulos, commissario responsabile per la migrazione, gli affari interni e la cittadinanza, Commissione europea

Grazie commissario Avramopoulos per la sua presentazione.  Vorrei parlarle della lettera che il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muižnieks, ha inviato il 28 settembre scorso al ministro dell’Interno italiano Minniti. Di fatto è una lettera indirizzata anche all’Unione Europea, visto che tutte le politiche italiane in questo campo sono state approvate e vengono implementate dall’Unione, e sono state espressamente elogiate nel suo discorso sullo stato dell’Unione dal Presidente Juncker, che le ha presentate come modello. La lettera riprende la sentenza Hirsi Jamaa e Altri del 2012 contro la politica italiana dei rimpatri in Libia e sottolinea 4 punti gravi:

– in primo luogo, ricorda che la situazione in Libia non è meno pericolosa che nel 2012: i rimpatriati rischiano come allora di essere sottoposti a tortura e trattamenti inumani e degradanti, in violazione dell’articolo 3 CEDU;

– secondo, il fatto che azioni riprovevoli avvengano nelle acque territoriali libiche “non assolve l’Italia da obblighi derivanti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo”;

– terzo, la lettera esprime dubbi sulle salvaguardie atte ad assicurare che le persone intercettate e salvate non siano restituite in condizioni di grave pericolo alla Libia;

–  infine sul codice di condotta per le ONG, la lettera chiede che sia assicurato che le operazioni di Search and Rescue – comprese quelle delle ONG – possano avvenire nella massima sicurezza: cosa che non avviene perché le ONG si sono praticamente ritirate dal Mediterraneo centrale a seguito dell’introduzione del codice.

Tutte queste domande vengono rivolte all’Italia ma come dicevo, il destinatario è ovviamente l’Unione nella sua interezza.

ONG – un codice di condotta pieno di illegalità

Bruxelles, 12 luglio 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Punto in agenda:

Attività di ricerca e soccorso (SAR) nel Mediterraneo

LIBE/8/10413

Scambio di opinioni con:

Sandro Gallinelli, capitano della Guardia costiera italiana

Fabrice Leggeri, direttore esecutivo di Frontex

Marco Bertotto, responsabile Advocacy & Public Awareness di Medici Senza Frontiere Italia

Judith Sunderland, direttore per l’Europa e l’Asia Centrale di Human Rights Watch

Vorrei concentrarmi sul codice di condotta per le Ong affidato al governo italiano. È molto preoccupante, anche legalmente.

In primo luogo, si ignora completamente che un codice di condotta volontario è già stato sottoscritto dalla stragrande maggioranza delle Ong – promosso da Human Rights at Sea –­ e che comunque esiste una legge che le guida: la Convenzione sul diritto nel mare.

In secondo luogo, è particolarmente grave che nell’elaborazione di nuove regole non si consultino tutte le Ong che fanno search and rescue. So che la loro richiesta in questo senso – così come il loro codice – è stata in genere ignorata.

Alcuni paragrafi del codice preparato dall’Italia sono concepiti solo per rendere impossibile il salvataggio di vite umane. Ne cito qualcuno:

– Il divieto “assoluto” di operare in acque territoriali libiche, dove muore la maggior parte delle persone, e dove Triton non è presente. Il divieto è senza senso perché il salvataggio è legge in qualunque circostanza. La Libia non è in grado ancora di organizzare una zona SAR. Non ha nemmeno firmato la Convenzione di Ginevra.

– Il divieto di comunicare per telefono o mandare segnali luminosi. Anche questa sembra una provocazione, perché rende impossibile il search and rescue. L’uso di segnali luminosi è prescritto inoltre dalle regole marittime internazionali, le cosiddette “rules of the road”.

– L’obbligo di non ostacolare le operazioni di search and rescue condotte dalle guardie costiere libiche. Sappiamo che le guardie fanno spesso parte di milizie incontrollabili, e che spesso collaborano con i trafficanti. Più volte sparano sui migranti imbarcati, e non rispondono ad alcuna autorità statale affidabile.

– La presenza della polizia giudiziaria sulle navi delle Ong perché investighi sugli smuggler. Questo è in violazione del principio di neutralità osservato dalle Ong e dell’assoluta priorità che deve essere rappresentata dal search and rescue.

Ricordo infine che il training delle guardie costiere libiche è stato altamente sconsigliato: dal rappresentante dell’ONU Martin Kobler, da Amnesty. E che l’ONU considera la Libia un Paese non sicuro, dove i profughi non vanno rimpatriati. L’UE obbedisce ancora all’ONU?

Io non capisco come possa l’Unione guardarsi allo specchio e parlare di valori. Nel febbraio scorso, prima del vertice di Malta, ha fatto sapere che il principio di non refoulement andrà riscritto. Oggi giunge sino a riscrivere la legge del mare. Il tutto in assenza di qualsiasi decisione concernente operazioni europee proattive e massicce di Ricerca e Soccorso.

Non vorrei infine che si dimenticassero i tanti che moriranno nel deserto, se anche le frontiere Sud della Libia saranno sigillate militarmente con l’assistenza dell’Unione.

Si veda anche:

Amnesty e Hrw criticano il “codice di condotta” per le Ong, «Altreconomia», Ilaria Sesana
Il “codice di condotta per le ONG”: non potranno spegnere trasponder o usare segnali luminosi, «Fanpage», Annalisa Cangemi
Migranti, Renzi in un vicolo cieco. E Di Maio gongola, «Lettera 43». Giovanna Faggionato

Liberare i media da fake news e groupthink

Bruxelles, 11 luglio 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Miniaudizione organizzata dalla Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE) “sulla libertà e il pluralismo dei media nell’UE”.

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatore della Relazione LIBE “Media pluralism and media freedom in the European Union”

Partecipanti:

·        Pier Luigi PARCU, Direttore del Centro per il pluralismo e la libertà dei media

·        Thijs BERMAN, Consulente presso l’Ufficio del Rappresentante OCSE per la libertà dei mezzi d’informazione

·        Renate SCHROEDER, Direttore della Federazione europea dei giornalisti (EFJ)

·        Marilyn CLARK, Professore Associato presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Malta

Ringrazio il Presidente, e gli esperti che prenderanno la parola in questa audizione. Come Relatore di un nuovo rapporto del Parlamento su Media Freedom, posso assicurarvi che ogni vostra considerazione sarà preziosa. Per questo vorrei che questa audizione fosse l’inizio di un lavoro comune, in modo da integrare le vostre esperienze e i vostri suggerimenti nel futuro rapporto.

Il mio sguardo sulla libertà dei media è influenzato dal fatto che per decenni ho fatto il mestiere di giornalista, ed è uno sguardo allarmato. Le condizioni della effettiva libertà dei media, della loro indipendenza da agende politiche e da gruppi di interesse economici, della loro pluralità, si sono aggravate dall’ultima volta che questo Parlamento se ne è occupato, nella relazione presentata da questa Commissione nel 2013. La mia introduzione sarà breve perché voglio lasciare massimo spazio agli esperti. Mi limiterò dunque a elencare alcuni punti che confermano tale aggravamento, e che dovremo a mio parere approfondire:

Primo punto: le fake news. In un numero crescente di democrazie il termine domina il dibattito sui media e sul funzionamento della democrazia stessa. Alcuni parlano di “post-verità”, e nel mirino ci sono soprattutto internet e i social network. C’è una buona dose di malafede in queste denunce. Dovremo analizzare il nascere delle fake news andando alla loro radice, e soprattutto evitare di stigmatizzare il cyberspazio creato da internet. Le fake news non sono solo figlie di internet. Sono una malattia che ha prima messo radici nei media tradizionali, nei giornali mainstream. Sono un residuo della guerra fredda. Quasi tutte le guerre antiterrorismo del dopoguerra fredda sono state precedute e accompagnate da fake news: basti ricordare le menzogne sulle armi di distruzione di massa in Iraq. Internet configura uno spazio nuovo e interattivo di informazione, che tende a condannare all’irrilevanza i giornali mainstream. Di qui un’offensiva contro questo strumento, e una serie di misure politiche che tendono a controllarlo, sorvegliarlo, imbrigliarlo. L’offensiva ricorda per molti versi la reazione all’invenzione della stampa, poi della radio e della televisione: le vecchie forze si coalizzano contro il nuovo, per meglio occultare le proprie degenerazioni. Per molti versi è un’offensiva che ricorda la polemica ottocentesca contro il suffragio universale: “troppa democrazia uccide la democrazia”. Quand’anche alcuni di questi timori fossero giustificati, le loro fondamenta si sgretolano se poste da pulpiti sospetti o screditati.

Secondo punto: l’estendersi di alcuni fenomeni certo non nuovi, ma in continua espansione: le interferenze della politica e di grandi concentrazioni di interesse nell’informazione, e non solo la violenza subita da giornalisti e informatori ma anche le forme sempre più diffuse e insidiose di autocensura. Lo studio pubblicato nell’aprile scorso dal Consiglio d’Europa – “Giornalisti sotto pressione”– mette in risalto l’estendersi di questa patologia, che nel precedente Rapporto del Parlamento è nominata ma non approfondita. Non viene spiegata la paura che genera l’autocensura (il moltiplicarsi delle interferenze politiche, editoriali, di lobby pubblicitarie) e soprattutto non viene sottolineato il legame causale che lega paure e autocensure alle condizioni sempre più miserevoli in cui informatori e giornalisti si trovano a operare. La vera radice delle fake news come dell’autocensura viene occultata ed è a mio parere il groupthink, che possiamo descrivere come espressione di un conformismo razionalizzato imposto da gruppi di potere politici o economici. Per usare le parole impiegate da William H. Whyte, che coniò questo termine negli anni ’50, si tratta di una “filosofia dichiarata e articolata che considera i valori del gruppo” – quale esso sia – “non solo comodi ma addirittura virtuosi e giusti”. La parola è meno moderna di fake news ma più precisa.

Terzo punto, importante nelle democrazie dell’Unione: il cosiddetto dilemma di Copenhagen. I Paesi candidati all’adesione devono rispettare le norme sulla libertà di espressione della Carta europea dei diritti fondamentali e della Convenzione dei diritti dell’uomo (rispettivamente gli articoli 11 e 10), ma una volta entrati tutto sembra loro permesso: negli ultimi decenni ne hanno dato prova le interferenze politiche nella libertà di stampa in Italia, Spagna, Polonia, Ungheria. Da questo punto di vista la Carta mi pare più avanzata della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, visto che esige non solo la libertà ma anche la pluralità dei media.

Quarto punto: i whistleblower. Nel rapporto del 2013 si fa riferimento in due articoli alla necessità di proteggerli legalmente, ma manca una normativa europea e nel frattempo si moltiplicano leggi di sorveglianza sempre più punitive nei loro confronti, specie su internet. Dovremo insistere su questo punto con maggiore forza.

Quinto punto: ne ho già parlato e concerne gli effetti della crisi economica non solo sulla libertà, ma sulla sussistenza stessa dei media. Se aumentano l’autocensura e l’interferenza arbitraria nel lavoro di giornalisti e informatori, è anche perché il loro mestiere è tutelato per una cerchia sempre più ristretta, e più anziana, di operatori. Cresce il numero di precari che danno notizie per remunerazioni ridicole, se non gratis. I diritti connessi al Media Freedom devono essere legati organicamente alla Carta sociale europea e al diritto a un lavoro dignitoso.

Infine, sesto punto: i rimedi. Abbiamo gli articoli della Carta, della Convenzione. Per farli rispettare, è urgente la creazione di un meccanismo che controlli la democrazia nei media. Mi riferisco alla relazione In’t Veld, che il Parlamento ha approvato nell’ottobre scorso. Il meccanismo che essa propone è uno strumento che coinvolge gli esperti della società civile, dunque tutti voi presenti in questa audizione. Se approvato da Commissione e Consiglio, sarà in grado di intervenire prima di mettere in campo le misure castigatrici previste dai Trattati come l’articolo 7, chiamato “opzione nucleare” perché applicabile solo all’unanimità e quindi praticamente inutilizzabile.

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Si veda anche:

“Pensiero di gruppo” e censure: assalto all’informazione, «Il Fatto Quotidiano» 12/07/2017
Contro le fake news serve una sfida culturale: parla il garante della privacy Antonello Soro, «Il Dubbio» 13/07/2017
EP hearing: “Media pluralism essential element for democracy”, European Federation of Journalists (EFJ), 13/07/2017

Le novità del meccanismo sulla rule of law

di mercoledì, giugno 28, 2017 0 , Permalink

Bruxelles, 22 giugno 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Riunione interparlamentare organizzata dalla Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE) sull’istituzione di un meccanismo dell’UE in materia di democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali.

Barbara Spinelli è intervenuta nel corso della prima sessione “Towards a Democracy, Rule of Law and Fundamental Rights Pact at EU level – lnterinstitutional perspective and role of national parliaments”

Relatori per la prima sessione:

  • Sophie in’t Veld MEP (Alde), Relatore LIBE della Relazione su un Meccanismo in materia di democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali
  • Francisco Fonseca Morillo, Vice Direttore Generale DG JUST, Direzione Generale della Giustizia e dei Consumatori, Commissione europea
  • Vaclav Hampl, Presidente della Commissione per gli affari europei, Senato della Repubblica Ceca

Avendo partecipato in prima persona ai lavori e avendo sostenuto con forza la relazione di Sophie in ‘t Veld, considero molto utile questo nostro incontro, tanto più in quanto si sta cominciando realmente a discutere della proposta e, in maniera del tutto naturale, ad affrontare anche i malintesi e dubbi che essa sta producendo. Utile, perché possiamo provare insieme, forse col tempo, a superarli. Per cercare di fugare questi dubbi e malintesi, vorrei innanzitutto sottolineare quanto segue – ovviamente la collega in ‘t Veld mi potrà smentire se lo ritiene opportuno: la relazione è nata per fare un bilancio critico di tutti gli sforzi e i metodi che sono stati utilizzati finora per far fronte a eventuali violazioni della rule of law nell’Unione europea e a garantirne il rispetto. Pur poggiando e continuando a poggiare sui meccanismi esistenti, il nuovo meccanismo previsto nel testo della Risoluzione parlamentare presenta un indubbio valore aggiunto. C’è, a mio parere, un salto di qualità. Due sono le principali novità:

1) Si tratta un meccanismo permanente che non tende a intervenire in un’ottica di riparazione del danno ma di prevenzione, e quindi a evitare l’aspetto punitivo che possono avere altri meccanismi, poggiando, al contempo, sull’indipendenza e l’imparzialità di giudizio. Non si parla di nominare esperti avulsi dalla realtà politica ma di individuare le persone, le istituzioni, le associazioni cittadine che aiutino a garantire questa imparzialità di giudizio.

2) Altro punto secondo me importante, anche al fine di superare quest’aspetto potenzialmente punitivo, è che le istituzioni stesse dell’Unione sono sotto sorveglianza. A mio parere, mancano nella relazione indicatori e parametri precisi applicabili alle istituzioni, ma è comunque importante che esse siano contemplate come oggetto di esame.

Vorrei concludere con una breve osservazione di carattere personale sulla terminologia “valori condivisi”. Il concetto di valori è sicuramente nominato nei Trattati ma è una parola che genera equivoci perché spesso collegata a elementi molto soggettivi: i valori sono legati alla cultura, e a quelle che sono state indicate nel dibattito odierno come “tradizioni nazionali”. Se dovessi riscrivere il Trattato preferirei parlare di “fondamenti normativi” dell’Unione. È su questi che si basa la Risoluzione redatta da Sophie in ‘t Veld, e su essi si fonda quel che che abbiamo in comune nell’Unione. I fondamenti normativi, le norme, il diritto, non sono soggettivi: sono iscritti nei Trattati e nella Carta dei diritti fondamentali. Non sono oggetto di discussione tra fazioni pro o contro. Al collega che ha chiesto quale sia il “modello” cui ci riferiamo con il nuovo meccanismo, rispondo che la questione non è il modello di riferimento, ma precisi articoli del Trattato e della Carta dei diritti fondamentali. Ritengo che più discutiamo, più chiariamo la questione, più facciamo luce su questi temi, più le nostre posizioni potrebbero avvicinarsi l’una all’altra, compresa quella della Commissione che, a mio avviso, ha sollevato troppi dubbi rispetto a tale meccanismo. Sono convinta che ci troviamo di fronte a un meccanismo nuovo qualitativamente, e non a uno dei tanti meccanismi già esistenti.

L’Onu e il rimpatrio di migranti in Libia

Bruxelles, 22 giugno 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione parlamentare Libertà civili, giustizia e affari interni – LIBE.

Punto in agenda:

Seguito della Dichiarazione di New York: scambio di opinioni sul Global compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare

  • Scambio di opinioni con Louise Arbour, rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per la migrazione internazionale

Grazie Presidente.

La mia domanda riguarda gli accordi europei di rimpatrio di migranti e rifugiati, specie in Libia e con particolare riferimento ai recenti incidenti avvenuti nelle operazioni di soccorso delle guardie di costiere libiche in acque internazionali, e non solo in quelle della Libia.

Quello che vorrei chiedere alla Signora Louise Arbour è di riferirci la posizione dell’ONU sui programmi di training e formazione delle guardie costiere libiche. Il 20 giugno Martin Kobler, rappresentante speciale dell‘ONU in Libia, è intervenuto nella Commissione affari esteri e si è detto estremamente preoccupato per la decisione UE di formazione di tali guardie costiere, invitando i parlamentari europei a guardare su YouTube i video che dimostrano come vengono trattati i migranti nelle operazioni di search and rescue effettuate dalle guardie costiere libiche che teoricamente dovrebbero avere il compito di salvare i migranti e rimpatriarli in Libia. I video mostrano immagini di violenza di guardie costiere armate e di migranti che vengono rigettati in mare, agendo chiaramente in violazione di diritti fondamentali, dei diritti umani e delle Convenzioni internazionali. Sono preoccupata soprattutto perché l’Italia è all’avanguardia nell’operazione di formazione delle guardie costiere libiche. Mi piacerebbe conoscere la sua opinione a riguardo.

***

Nella sua risposta, Luise Arbour non ha preso posizione ma si è ripromessa di indagare la situazione in occasione di una sua imminente missione a Roma.

Ricongiungimenti familiari e trasferimenti Dublino: leggi violate

Bruxelles, 22 giugno 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione parlamentare Libertà civili, giustizia e affari interni – LIBE.

Punto in agenda:

Studio “Attuazione delle decisioni del Consiglio del 2015 che istituiscono misure temporanee nel settore della protezione internazionale a beneficio dell’Italia e della Grecia”, commissionato dal dipartimento tematico Diritti dei cittadini e affari costituzionali del Parlamento europeo, su richiesta della commissione LIBE

  • Presentazione dello studio a cura di Violeta Moreno-Lax (Università Queen Mary di Londra) e Natascha Zaun (Università di Oxford)

Ringrazio moltissimo la Professoressa Violeta Moreno-Lax, che considero un maestro in questa materia. Ogni testo che scrive è per me un punto di riferimento, e anche quest’ultimo (Attuazione delle decisioni del Consiglio del 2015 che istituiscono misure temporanee nel settore della protezione internazionale a beneficio dell’Italia e della Grecia) è di grande interesse. Una delle cose importanti che menziona nello studio riguarda i trasferimenti di migranti che si trovano in vari Paesi dell’Unione e che sulla base del sistema Dublino vengono ritrasferiti nel Paese di primo arrivo, cioè Italia o Grecia. Nel caso italiano, i migranti ri-trasferiti tendono a essere due-tre volte più numerosi dei migranti beneficiari delle ricollocazioni prescritte dalla Commissione.

Come sappiamo, ci sono state sentenze delle Corti che chiedevano di non attuare i ri-trasferimenti Dublino verso l’Italia e la Grecia, perché questi Paesi non erano all’altezza di accoglierli dal punto di vista del rispetto dei diritti dell’uomo. Quello che vorrei chiederle è come mai queste sentenze sono semplicemente ignorate.

La seconda domanda riguarda un altro punto dello studio, e cioè l’obbligo – stabilito dallo stesso sistema Dublino – di dare priorità assoluta ai ricongiungimenti familiari: un obbligo cui bisogna ottemperare a prescindere dalle ricollocazioni.

Proprio su questo punto, siamo di recente venuti a conoscenza di un accordo segreto tra il governo tedesco e quello greco, in base al quale Berlino ha chiesto e ottenuto una riduzione drastica dei ricongiungimenti familiari di migranti dalla Grecia: non più di 70 ricongiungimenti per mese. Ciò significa che coloro che hanno già visto riconosciuta la loro richiesta di ricongiungimento familiare in Germania saranno trasferiti in quel Paese in tempi molto lenti: cosa più che dubbia dal punto di vista legale. Vorrei chiedere alla Professoressa Moreno-Lax come possa essere imposto agli Stati Membri di rispettare il diritto assoluto dei richiedenti asilo a tale ricongiungimento, prescritto dal sistema Dublino e non rispettato per evidenti motivi politici-elettorali. È l’unica spiegazione che riesco a trovare a quella che è una vera e propria imposizione del governo tedesco su quello greco, in violazione di precisi obblighi fissati dall’Unione.

Rapporto sulla missione LIBE in Italia

Bruxelles, 8 giugno 2017

Barbara Spinelli è intervenuta sul punto in agenda della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE) riguardo a due specifici punti in agenda, in qualità di partecipante alla missione LIBE in Italia del 18-21 aprile 2017:

– Questione dei profughi/migranti in Italia: situazione e futuri scenari.Scambio di opinioni con Domenico Manzione, sottosegretario di Stato, ministero dell’Interno.

– Missione della commissione LIBE in Italia su migrazione e asilo, 18-21 aprile 2017. Presentazione di un progetto di resoconto di missione

“Ringrazio il dottor Manzione per la presentazione e soprattutto per le considerazioni critiche che ha fatto a conclusione del suo intervento sulla “solidarietà flessibile” – un vero ossimoro – sulle procedure spesso complicate di accoglienza e sul sistema Dublino. Ringrazio anche il segretariato Libe per l’eccellente rapporto sulla nostra missione in Italia.

Affronterò alcuni punti specifici:

Della questione delle Ong si è parlato molto, durante la missione in Italia, non solo con il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro ma con le Ong stesse. Vorrei evitare che si guardasse all’operato delle Ong alla stregua di attività che possono creare un “canale umanitario improprio”, come ha appena detto il dottor Manzione, perché in tal modo si finisce con l’introdurre, in modo a mio avviso pericoloso, l’idea che esita un nuovo concetto lecito, in Italia e nell’Unione, che potrebbe chiamarsi “search and rescue illegale”: una contraddizione in termini, perché il search and rescue è legale in sé, per definizione. Come accade per il concetto di “solidarietà flessibile”, i due termini non vanno bene insieme. In realtà non ci sono al momento che insinuazioni sulle Ong, vedremo i risultati delle inchieste, ma finora non esiste alcuna prova, come dichiarato dalla stessa Guardia di finanza. Chiedo un po’ di chiarezza in proposito: non vorrei che si parlasse di mafia in assenza di prove, anche se i procuratori in questione hanno una grande esperienza nell’antimafia.

Un altro punto importante di cui si è discusso nel corso della missione è la nuova legge italiana sul contrasto all’immigrazione irregolare e l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, la cosiddetta legge Minniti. La collega Barbara Kudrycka (PPE, Polonia, co-leader della missione) ha detto cose giustissime su questo. In effetti ci sono molti dubbi sulla correttezza costituzionale di questa legge, sia per l’esclusione del contatto diretto tra il ricorrente e il giudice, sostituito dalle videoregistrazioni dei colloqui, sia per l’abolizione del secondo grado di giudizio, che compromette gravemente, stando al parere di molti costituzionalisti, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Si è invece discusso in maniera molto positiva, anche con le Ong italiane, della legge Zampa, che riguarda i minori non accompagnati. Significativamente, la legge è stata elaborata con una grande cooperazione delle Ong, giungendo a un ottimo testo.

Il terzo punto che vorrei affrontare sono gli accordi bilaterali tra Italia e Libia, spesso lodati anche in questo Parlamento. Vorrei farmi portavoce di quanto ho ascoltato in Italia dalle Ong e dai rappresentanti dell’Unhcr, che hanno sottolineato la natura di push factor ormai assunta dalla Libia. Parliamo di un Paese non più soltanto di transito per migranti e profughi, ma di un Paese dal quale la gente fugge perché non esiste più come Stato, e che non tiene in alcun conto i diritti umani, al punto da creare campi che da più parti sono stati definiti “campi di concentramento”.

Ricordo al dottor Manzione che quella degli accordi con la Libia è una vecchia storia, e che la Corte di Strasburgo ha già condannato una volta l’Italia, nel caso Hirsi, per il respingimento di migranti e rifugiati verso la Libia, nel 2009. Erano respingimenti collettivi vietati dalla Convenzione di Ginevra, e attuati dopo l’accordo tra Berlusconi e Gheddafi: una politica italiana che rischia di ripetersi.

Il quarto punto riguarda gli hotspot, dove l’identificazione di migranti e profughi è effettivamente arrivata quasi al cento per cento. Tuttavia, secondo un rapporto di Amnesty International, il prelievo delle impronte digitali avviene spesso con l’uso della violenza. Le autorità italiane lo hanno negato, ma le accuse contenute nel rapporto di Amnesty non possono essere ignorate.

Vorrei concludere parlando della ricollocazione, sulla cui effettività si devono dire tutte le cose negative che ben conosciamo, ma a mio parere essa è in se stessa ingannevole se non si riforma il regolamento di Dublino. Riporto solo un dato: nel 2015-2016, in Italia ci sono stati 5.049 “trasferimenti Dublino”, ovvero migranti arrivati in Italia, andati in altri Paesi dell’Unione e ritrasferiti in Italia, e 3.936 ricollocamenti dall’Italia verso altri Stati membri. Questo significa che il numero delle persone rimandate in Italia è più alto di quello delle persone trasferite dall’Italia. Per questo affermo che, se non si riforma Dublino, la stessa ricollocazione rischia di essere un inganno. Vorrei sapere cosa il governo italiano si proponga di fare a riguardo, e se intenda veramente porre la questione Dublino, fino a giungere al veto nel Consiglio. Grazie”.

Post scriptum:
Lo stesso giorno l’avvocato generale della Corte europea di giustizia, Eleanor Sharpston,  esprimeva un parere che potrebbe costringere  l’Unione a riscrivere l’intera sua politica dell’asilo, se il parere sarà fatto proprio da una sentenza della Corte. In tempi di crisi – sostiene l’avvocato generale –  i richiedenti asilo devono poter transitare dal Paese di primo arrivo verso altri Stati dell’Unione. Non possono e non devono essere più trattenuti nei due principali Paesi di frontiera che sono l’Italia e la Grecia.
https://curia.europa.eu/jcms/upload/docs/application/pdf/2017-06/cp170057it.pdf