Intervento al dibattito “Pace e politica”,
4 novembre 2022

 

Prima di esporre alcuni pensieri sulla guerra in Ucraina vorrei fare due premesse. La prima concerne la decisione del governo russo di invadere l’Ucraina, il 24 febbraio. Penso che l’operazione speciale sia stata lungamente ponderata da Putin, che sia stata chiamata così non solo per dissimularla ma anche per diminuirne la portata (i falchi in Russia chiedevano la mobilitazione generale e ora ne hanno ottenuta una parziale), ma che si sia trasformata in una trappola per Mosca. L’operazione viola il diritto internazionale, e danneggia a lungo termine la postura della Russia anche se, come vedremo, non la isola. L’occidente ha violato per decenni le leggi internazionali (in Jugoslavia e soprattutto in Kosovo, poi in Iraq, Afghanistan, Somalia, Libia) e perlomeno non ha le carte in regola quando denuncia, anche giustamente, l’aggressione di Mosca.

Seconda premessa: nell’era atomica tutti i ragionamenti sulla guerra che continua la politica con altri mezzi sono incendiari. In simili circostanze non ci si può permettere due guerre contemporaneamente contro potenze nucleari, come avviene oggi: una guerra calda tra occidente e Russia in Ucraina, e una fredda con la Cina su Taiwan. Una potenza in declino come gli Stati Uniti non può gestirle senza fallire (le guerre americane sono tutte fallite dopo il 1945, a cominciare dalla guerra di Corea) e questa incapacità accresce il rischio dello scontro atomico, che assicura morte e malattie mortali in Ucraina e ben oltre l’Ucraina.

Quel che mi colpisce nei dibattiti attuali è la mancanza di una conoscenza vera della Russia: della sua storia, del suo sistema di potere, della sua gestione del consenso. Sul tema intervengono in genere persone con scarsissima conoscenza, e ancor peggio: con zero curiosità. Persone che usano l’Ucraina e il popolo ucraino per fini di politica interna. La russofobia e le accuse di putinismo sono frutto di questa ignoranza esibita senza pudore: un’ignoranza militante già palese in altre guerre recenti, in Afghanistan o Iraq o Siria. All’ignoranza si aggiunge poi un’abissale ipocrisia. Lo Stato d’Israele occupa dal 1967 territori che appartengono ai palestinesi, da anni vi applicano una politica di apartheid, e la violazione del diritto internazionale è palese, ed è violata col consenso degli Stati occidentali.

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Non ricordo simile tempesta perfetta accompagnata da ignoranza così militante: clima, guerra mondiale a pezzi come la chiama Papa Francesco, e pandemie, inflazione, disuguaglianze sociali, rischio deliberatamente calcolato di un conflitto atomico. Più rapporti scientifici – uno dell’Onu – ci hanno detto nelle ultime settimane che la finestra di opportunità per fermare il disastro climatico si sta chiudendo, che siamo vicinissimi all’irreversibile punto di non ritorno. Per limitare i danni occorre concordare misure drastiche su scala planetaria, e in primo luogo fra i paesi più inquinatori, cioè Stati Uniti, Russia, Cina, India, Unione Europea. Impossibile procedere in presenza di guerre, sanzioni punitive quasi permanenti e una crisi sociale acutizzata da guerre e sanzioni che ovviamente rende più difficile il contrasto del disastro climatico.

Finire la guerra in Ucraina e ricominciare la cooperazione con Russia e Cina è dunque l’imperativo categorico (secondo Kant, l’imperativo comporta un «devi» assoluto, universale e necessario: “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona che nella persona di ogni altro uomo, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”). Per poter agire in tal modo, è urgente capire la vera natura di questa guerra, e individuare in maniera corretta – come vedremo in seguito – la sua genealogia.

La vera natura: è evidente che in Ucraina è in corso una guerra per procura fra due potenze atomiche. Se non fosse così, sarebbe forse già finita. Questo semplicissimo fatto continua a essere negato, come se fosse refutabile che Stati Uniti e Nato hanno armato l’Ucraina fin dal 2014 e la stanno più che mai armando. Come fosse refutabile che una serie di recenti provocazioni belliche sono state con ogni probabilità orchestrate dai servizi inglesi, statunitensi e in parte polacchi: dal sabotaggio dei due gasdotti Nord Stream alla distruzione del ponte di Kerch che collega Ucraina e Crimea sino a giungere all’offensiva contro la flotta russa a Sebastopoli in Crimea.

È una guerra raccontata del tutto scorrettamente dai governi occidentali, dai media mainstream, dall’UE (Parlamento europeo compreso): non solo si sorvola sui battaglioni neonazisti ucraini impegnati nella battaglia (in primis il battaglione Azov), ma fin dall’inizio viene confusa con la seconda guerra mondiale quando invece somiglia alla prima, essendo un conflitto attorno a ambizioni geopolitiche e a sfere di influenza e interessi. Invece viene presentata, da Washington, dalla Nato, dai media mainstream, come guerra di civiltà contro Putin “peggio di un animale”, “macellaio”, Hitler reincarnato. Davanti a cumuli di cadaveri e a milioni di profughi ci si pavoneggia con osceno orgoglio, ci si guarda allo specchio fieri di vedere non se stessi ma Churchill (tra parentesi, diciamoci che anche Churchill peccò di hybris bellica, di dismisura): aveva già vinto, e radere al suolo Amburgo, Dresda e altre centoventinove città tedesche fu osceno. I morti civili che subirono i bombardamenti a tappeto in Germania furono seicentomila e sette milioni i senzatetto. Lo racconta lo scrittore Sebald, nel bellissimo libro Storia Naturale della Distruzione). Quante volte abbiamo sentito, non solo in questa guerra ma in quella contro Milosevic, i Talebani, Saddam Hussein, Gheddafi: è Hitler, bisogna scongiurare l’appeasement, l’acquiescenza che caratterizzò il trattato di Monaco del ‘38.

La manifestazione sulla pace del 5 novembre – promossa da una rete di associazioni e subito appoggiata da Giuseppe Conte – è per dire che non se ne può più di queste incitazioni alla riscossa, del fossato che si è aperto fra la guerra come viene presentata e la guerra effettiva, sul terreno. Stiamo usando il popolo ucraino come mezzo e dimostrazione, non come fine. Non c’è elettricità né acqua in tante città ucraine e ancora i prìncipi che pretendono di governarci aspirano alla vittoria totale di Kiev, alla punizione definitiva di Putin, dunque a una guerra prolungata. E forse tra le cose più oscene c’è questo: dopo le elezioni di midterm, martedì prossimo, Biden potrebbe cambiare la narrativa bellica, non disponendo più di una maggioranza parlamentare. Quanti morti e feriti è costata questa lunga sua campagna elettorale contro i più prudenti repubblicani? Quanto vicini siamo a un conflitto nucleare?

A dire il vero, continuiamo ad andarci molto vicino. Sia Mosca che Washington fanno sapere che son disposte a usare l’atomica per primi, se minacciati esistenzialmente. Si combatte Putin come fosse Milosevic o un capo talebano, dimenticando che la Russia è una superpotenza nucleare, dotata di più di 6200 testate atomiche.

In linea di principio, la dottrina della deterrenza è concepita per precludere il ricorso all’atomica: chi volesse usarla per primo viene dissuaso perché sa che sarà a sua volta annientato da eguale e quasi simultanea potenza. C’è tuttavia un paradosso della deterrenza (un catch-22), e consiste nel fatto che la tua capacità di attacco deve essere “credibile”: cioè l’avversario deve credere nella tua capacità di usarla qui e ora; la bomba è al tempo stesso inutilizzabile e utilizzabile. Ecco perché Putin dice che la sua minaccia non è un bluff. Ecco perché la dottrina nucleare americana presentata lo scorso ottobre non esclude il ricorso all’atomica contro aggressioni convenzionali, contrariamente a quanto promesso da Biden nella campagna elettorale del 2020.

L’atomica è oggi banalizzata soprattutto come arma tattica, da impiegare nel teatro di battaglia, lo è un po’ meno come arma strategica che colpisce a lunghe distanze, ad esempio in un conflitto Usa-Russia. Solo in questo caso vien definita con la parola Armageddon, il luogo nell’Apocalisse dove vengono radunati tutti i Re.

L’atomica nel teatro di battaglia può sfociare nell’Armageddon, ha detto Biden, ma l’esito non è così sicuro. Può darsi che venga usata nel teatro di battaglia senza preludere a scambi di missili tra Usa e Russia. Magra consolazione: nel conflitto ucraino il teatro di battaglia è l’Europa, non gli Stati Uniti. Il generale Fabio Mini ha spiegato come le moderne armi tattiche possano distruggere un’area di 10 città (sono ben più micidiali delle bombe di Hiroshima e Nagasaki, dotate rispettivamente di una potenza di 15 e 21 kilotoni. Oggi possono arrivare a 170 kilotoni). Quel che si sta testando, sulla pelle degli ucraìni e in prospettiva dei russi e degli europei, è la possibilità di un attacco nucleare su scala ridotta. Chi dice ancora che i nostri interessi sono identici a quelli statunitensi o è sonnambulo o mente sapendo di mentire.

Come in altri casi, la disinformazione è impressionante. Fra il 17 e il 30 ottobre, la Nato ha svolto un’esercitazione nucleare in Inghilterra e Belgio, con la partecipazione anche dell’Italia (il nome in codice: Steadfast Noon 2022). Se ne è parlato poco, ma in cambio si è parlato moltissimo di un’analoga esercitazione russa, non meno inquietante ma iniziata dopo, il 27 ottobre. La Nato ha inoltre preceduto Mosca, con le minacce nucleari: il 23 agosto Liz Truss, allora ministro degli Esteri, si disse “pronta a impiegare l’atomica”. “Anche se questa scelta comporta l’annientamento globale?”, le chiesero. Truss rispose affermativamente. I giornali mainstream ripetono che non è guerra per procura, ma se sei così pronto a sganciare l’atomica vuol dire che è una proxy war. Idem se affermi – come ha fatto il ministro inglese delle forze armate – che un attacco ucraino in territorio russo è “perfettamente legittimo. Ed è proxy war se è vero quel che ha scritto a maggio il giornale Ukrayinska Pravda, citando fonti vicine a Zelensky: tra marzo e aprile Kiev era disposta a negoziare, offrendo come primo gesto la neutralità, ma a partire dal 9 aprile Londra e Washington opposero il veto. Il governo Draghi come sempre tacque.

Altra bugia sempre ripetuta: la Russia è isolata nel mondo, quando isolati sono gli Occidentali. Contro la politica statunitense ed europea ci sono i paesi del Brics (Russia, Cina, India, Brasile, Sud Africa), e il cosiddetto Sud Globale. È la stragrande maggioranza degli abitanti terrestri.

E veniamo alla genealogia del conflitto: sistematicamente accantonata, quasi fosse un argomento pro-Putin. La responsabilità della guerra è di Mosca, ma il conflitto ha avuto inizio a partire dal momento in cui il governo ucraino ha calpestato i desideri prima di autonomia (soprattutto linguistica) poi di indipendenza delle popolazioni russofone nel Donbass, scatenando contro di esse – per sei anni – milizie neonaziste ben integrate nell’esercito regolare. Il culmine della repressione antirussa è avvenuto nell’ottobre 2018, quando il predecessore di Zelensky, Petro Poroshenko, ha fatto approvare dal Parlamento una legge piromane che toglie alle lingue minoritarie, russo compreso, lo statuto speciale di lingue regionali e limita drasticamente il loro utilizzo nella sfera pubblica e nelle scuole. Nelle università sono ammessi l’inglese e altre lingue dell’Unione europea, non il russo. Qualche giorno prima del conflitto, poi, Zelensky disse di voler rivedere il memorandum di Budapest del 1994, che sancisce lo status non nucleare dell’Ucraina.

Ma non è tutto. Risalendo indietro negli anni, non possiamo dimenticare le umiliazioni inflitte alla Russia nel dopo guerra fredda, l’estensione della Nato a Est (in pochi anni il territorio Nato è raddoppiato, e almeno dal 2007 Putin dice che il prospettato allargamento a Georgia e Ucraina è una linea rossa per la Russia). Tutto questo nonostante le esplicite promesse, fatte nel 1990 a Gorbachev quando fu unificata la Germania, di non estendere la Nato a est: “neanche di un pollice”, disse il segretario di Stato James Baker. Il 17 maggio 1990 l’allora Segretario Generale della NATO Manfred Wörner dichiarava: “Il fatto stesso che non siamo disposti a installare truppe Nato al di là della Germania dà all’Unione Sovietica solide garanzie di sicurezza”.

Da quando la Nato decise di violare la promessa, è Mosca a essere accusata di mire imperiali. Può darsi che una tentazione imperiale ci sia in Putin, anche se ne dubito: l’interesse russo a non avere la Nato che abbaia alle porte – come dice il Papa – non è diverso dal rifiuto statunitense di missili sovietici a Cuba nel ’62. E poi Putin è stato chiaro: “Chiunque non senta la mancanza dell’Unione sovietica non ha cuore, ma chiunque voglia il suo ritorno non ha cervello”.

Zelensky sembrò rinunciare all’ingresso nella Nato, in primavera, ma dopo l’annessione alla Russia di quattro province ucraine l’ha chiesta di nuovo, alla fine di settembre. L’ha presentata con queste parole: “In sostanza siamo già alleati. De facto, abbiamo già dimostrato la compatibilità con gli standard dell’Alleanza. L’Ucraina sta chiedendo di confermarla de jure, con una procedura accelerata”.

C’è un sottotesto nella richiesta di Zelensky: quando afferma che “in sostanza l’Ucraina è già membro della Nato”, manda a dire che di fatto, anche se non de jure, l’Alleanza è mobilitata come se per Kiev valesse fin da ora l’articolo 5 del Trattato Nord-Atlantico sulla reciproca assistenza militare. E infatti sono molti, sia tra i politici sia tra i commentatori, che prendono sul serio tale ipotesi e annunciano che siamo già entrati nella terza guerra mondiale. L’annuncio è insensato e sobillatore. Nessun Parlamento in occidente ha discusso e approvato l’entrata in guerra e la maggioranza dei popoli nel mondo è contraria. Partecipiamo arricchendo chi vende armi ma il compito di rappresentare i cittadini sulle questioni di pace e guerra l’abbiamo affidato al Parlamento (articoli 78 e 87 della Costituzione, le condizioni sono fissate nell’art 11), non all’azienda Leonardo.

Altra notizia falsa: la molto vantata coesione del fronte occidentale. Per la verità non sono mancate voci dubbiose in Europa, se si escludono fedelissimi come Polonia, i Nordici, i Baltici, l’Italia. Sono reticenti il governo tedesco e anche francese (Macron ha detto che non bisogna umiliare e mettere nell’angolo il Cremlino). Ma soprattutto sono reticenti i popoli. Un sondaggio pubblicato in aprile dall’associazione EuropeforPeace conferma che la grande maggioranza degli europei avversa l’invio continuativo di armi, spera in negoziati di pace (o di tregua) con Mosca, è contrario all’aumento delle spese militari raccomandato dalla Nato. Il sondaggio di Eurobarometro dà risultati opposti ma ho sempre ritenuto inaffidabile l’istituto, essendo finanziato, gestito e molto spesso manipolato dalla Commissione Europea.

Vorrei tornare al pericolo nucleare, per ricordare una coincidenza di date che è parte dell’odierna genealogia bellica. I primi a sganciare ordigni atomici contro un paese non nucleare furono gli Stati Uniti, nell’agosto 1945. Un attacco che militarmente del tutto insensato: il Giappone era già sconfitto. Tendiamo a dimenticare che fra il lancio della prima bomba a Hiroshima e della seconda a Nagasaki, il 6 e il 9 agosto, ci fu – l’8 agosto – un accordo fra i quattro vincitori della guerra (Usa, Urss, Francia, Inghilterra) che istituiva il Tribunale di Norimberga contro i crimini nazisti. Lo studioso di diritto internazionale Richard Falk definisce i due bombardamenti atomici “crimini geopolitici di massimo terrore”: commessi all’unico scopo di ammonire il Cremlino in vista dell’imminente diplomazia del dopoguerra. Ma per quei crimini terristi non c’è stato processo.

Anche questo contribuisce alla banalizzazione dell’atomica e al risentimento russo. Un risentimento riacceso quando Stati Uniti e Occidente si proclamarono vincitori della guerra fredda e che oggi si estremizza per volontà degli Stati Uniti, che una cosa l’hanno già ottenuta: la separazione duratura dell’Europa dalla Russia, paese europeo per eccellenza. La grande illusione statunitense è impermeabile alle sconfitte e può esser riassunta così: l’ordine sulla terra non è più bipolare ma unipolare. Il nuovo ordine mondiale annunciato da Bush senior ha creato caos. Non si rifà più all’Onu ma si chiama “ordine basato sulle regole” – rules-based international order (le regole sono quelle occidentali e la guida è statunitense). Tuttavia è oggi del tutto minoritario, e l’aspirazione al multipolarismo cresce e si diffonde, specie in Russia, Cina, India, Brasile. E sempre più contestata, inoltre, l’egemonia geopolitica del dollaro. Gli alleati degli Stati Uniti sono sparsi sulla terra (le basi militari Usa sono 800 e forse di più, la Russia ne ha una in Siria) ma sono, per l’appunto, una piccola minoranza.

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Vorrei concludere con un’osservazione personale, alla vigilia della manifestazione di domani. In questi otto mesi non sono mancati momenti difficili, il discorso sulla pace non passava, piovevano le accuse di putinismo. Recentemente, il 25 ottobre, ho trovato particolarmente sconfortante il ritiro di un appello favorevole a negoziati di 30 Democratici Progressisti americani. L’appello, lanciato appena un giorno prima, era talmente blando da sembrare governativo. Nei momenti di sconforto penso a quanto tempo ci volle per influire sulla guerra in Vietnam, ai rarissimi che denunciarono la devastante guerra di Corea (si sfiorò un secondo lancio di atomiche Usa in quell’occasione). Le guerre dopo l’11 settembre sono diventate infinite, eppure vale la pena sforzarsi, “non per stare in pace ma per costruire la pace”, dice il Papa. E sempre mi guidano le parole di Samuel Beckett: “Ho provato sempre. Ho sempre fallito. Non importa. Prova di nuovo. Fallisci di nuovo. Fallisci meglio”.

L’amico americano e l’Anticristo

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 18 settembre 2022

Enrico Letta è stato il primo a evocare le elezioni dell’aprile 1948, prendendo la parola in direzione Pd subito dopo la caduta di Draghi, e a paragonarle con il voto del 25 settembre prossimo. Paragone osceno, perché il ’48 fu l’elezione più isterica, più falsa, più manipolata nella storia postbellica italiana.

Iniziò allora l’uso dei cartelloni elettorali, e il fronte composto da comunisti e socialisti venne ritratto con immagini agghiaccianti: per esempio, un enorme scheletro in uniforme dell’Armata Rossa. Stalin era alle porte: finanziava i comunisti di Togliatti e i socialisti di Nenni, avrebbe calpestato anche da noi ogni libertà. Padre Lombardi tuonava, in nome di Pio XII: “Nell’ora grave che volge, e dinanzi ai prossimi eventi ancora più gravi, il Papa ha lanciato una formula: ‘Con Cristo o contro Cristo’; non c’è che una scelta da fare ed è una scelta religiosa […]. Guai a chi non si pronunzia con Cristo, egli è contro Cristo, e Cristo lo atterrerà”.

Ma fu soprattutto l’amministrazione Usa a manipolare e sovvertire quella campagna elettorale. L’ingerenza fu vistosa: la Nato non aveva ancora visto la luce e le elezioni italiane furono un esercizio ante litteram in diplomazia egemonico-coloniale. Furono promesse forniture di alimentari e medicinali per 300 milioni di dollari se la DC avesse prevalso, mentre in caso di vittoria social-comunista i nostri emigranti non sarebbero più stati accolti negli Stati Uniti e l’Italia sarebbe stata esclusa dal Piano Marshall (l’equivalente del PNRR). L’indecenza di quell’intromissione sta ripetendosi.

Poco prima del ’48 ci fu la strage di Portella della Ginestra, il 1° maggio 1947 (11 morti). Responsabile ufficiale: Salvatore Giuliano, il bandito. Responsabili non ufficiali, rivelati quando la CIA desecretò gli atti relativi all’eccidio: i servizi dell’Office of Strategic Services (OSS), il servizio segreto Usa comandato in Italia dal capitano Angleton, che agì in combutta con la Decima Mas, sbirri fascisti e Giuliano. Le ingerenze Usa son continuate per anni. Per la loro posizione strategicamente scabrosa nel Mediterraneo, Italia e Grecia sono stati i due Paesi che più ne hanno patito (o approfittato, a seconda dei partiti o di settori dell’esercito).

Che Letta non abbia rispolverato a caso il ’48 è confermato da quel che accade in questi giorni: l’allarme emergenziale lanciato nei grandi giornali, nei partiti di centro, nel Pd, sulle ingerenze russe nella campagna; le accuse di finanziamenti di Putin a destre ed estreme destre; e per l’ennesima volta, i rapporti dei servizi Usa sui politici di vari Paesi che dal 2014 riceverebbero soldi dal Cremlino. Nell’ultimo decennio, quasi tutte le elezioni e i referendum occidentali sarebbero stati oggetto delle brame di Putin: la vittoria di Trump, il referendum sul Brexit del 2016, le presidenziali e legislative francesi del 2017 e 2022. I partiti perdenti non avevano mai nulla da rimproverarsi, visto che a orchestrare la disfatta era stato, da Mosca, il Destabilizzatore per eccellenza.

Tutto questo era moneta corrente nella guerra fredda, e in Italia sin dai giorni della Liberazione, quando l’esercito Usa sbarcato in Sicilia cominciò a congiurare con le mafie. Citato da magistrati come Roberto Scarpinato e Nino Di Matteo, Sciascia descrisse così una Liberazione che aveva prodotto la Costituzione ma anche inoculato veleni duraturi: “La prima cosa che fecero gli americani sbarcati in Sicilia fu nominare uomini di mafia nei comuni più grossi del palermitano, dell’agrigentino e del trapanese”. Seguirono poi le pressioni Usa su De Gasperi perché cacciasse dal governo l’alleato comunista, nel ’47.

Uno spiraglio di autonomia si aprì negli anni della distensione – con Nenni, Moro, Andreotti – presto chiuso dall’assassinio di Moro, nel quale i servizi Usa svolsero ruoli non secondari. La guerra fredda si riaccese in coincidenza con i primi allargamenti della Nato a Est e le intromissioni Usa nei movimenti colorati a Tbilisi in Georgia e a Kiev, per culminare nella scomposta aggressione di Putin contro l’Ucraina. Da allora europeismo e atlantismo hanno smesso di essere distinti, com’erano ai tempi di Brandt, Genscher o Kohl.

Alla vigilia del 25 settembre, il linguaggio stesso è scivolato verso l’allarmismo, a proposito dei prezzi del gas e delle ingerenze russe nelle elezioni. Col passare dei mesi si è passati dal “Siamo accanto all’Ucraina” a un più istintivo, truce: “Siamo in guerra”. Inutile ricordare insieme le intrusioni Usa e quelle russe: se siamo in guerra, quella statunitense non è intrusione ma legittima intercessione alleata.

Per la verità non lo sapevamo che eravamo “in guerra”, non l’ha dichiarata nessuno, eppure tutti lì a dire – nei giornali, in Tv – che l’ingerenza russa è la tappa di una guerra anche nostra. E lo si dice con orgoglio, da quando Kiev ha riconquistato città e territori. Ancora non ci si rende conto che la riconquista è magari un’ottima notizia per gli ucraini (non forse per quei cittadini russofoni che dal 2014 lottano contro l’ucrainizzazione linguistica delle zone orientali), ma potrebbe essere fugace, preludio di catastrofi. Il giorno che Putin dovesse passare dall’Operazione Militare Speciale alla mobilitazione generale e dunque alla guerra vera a propria – su spinta dei falchi che ne criticano la mollezza, dell’Unione europea in gran parte appiattita su Washington, di Biden che vuole una resa dei conti che sganci definitivamente l’Europa dalla Russia (70 miliardi di dollari in armi consegnate a Kiev in 6 mesi: e c’è chi nega la guerra per procura), capiremo che quest’ingranaggio è infernale più per gli europei che per gli Usa. Capiremo anche, forse, che gli italiani non credono nella dicotomia dualistica – il Rosso con l’Europa, il Nero con Putin e Orbán, con Cristo o contro Cristo – che ignora le assicurazioni del sottosegretario Gabrielli: l’Italia non è nella lista dei sospetti.

Il Partito Democratico, così aggressivo quando denuncia il M5S per la volontaria caduta di Draghi, dimentica che i finanziamenti esteri dei partiti furono vietati dal primo governo Conte grazie alla legge spazzacorrotti, nonostante gli emendamenti, respinti, dell’alleato leghista. Di Maio, che reclama commissioni d’inchiesta sui soldi russi, potrebbe occuparsi di diplomazia invece di agitare spauracchi.

“Preferiamo la pace o i condizionatori d’aria accesi?” ci chiese Draghi il 7 aprile. La risposta l’abbiamo. Spegneremo climatizzatori e termosifoni, e di pace e diplomazia non si parla più.

© 2022 Editoriale Il Fatto S.p.A.

È la fine delle illusioni di Stati Uniti, Nato e Ue. Ma una svolta non c’è

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 3 giugno 2022

Sentendo forse di camminare sull’orlo di un baratro e intuendo forse che la retorica bellicosa altro non era che fame di vento, visto che non cambiava i rapporti di forza nella guerra in Ucraina, Biden ha deciso il 31 maggio di scrivere una lettera aperta a Putin, sotto forma di un commento sul «New York Times». Lo stesso giornale che qualche giorno prima, il 19 maggio, aveva espresso forti dubbi sulla strategia di Washington e alleati, sulla grande illusione di una vittoria ucraina, sull’appoggio incondizionato offerto al presidente Zelensky, su riconquiste territoriali ritenute non più realistiche. Biden ha reagito a questi dubbi inviando a Putin messaggi che contraddicono gran parte delle tesi sostenute dalla Casa Bianca in questi cento giorni di guerra.

Innanzitutto, il Presidente fa sapere che non ha intenzione di spodestare Putin, contrariamente a quanto sbandierato il 26 marzo a Varsavia. Invia armi sempre più esiziali a Kiev, ma dice di non volere una guerra Nato-Russia e comunica che né Washington né gli alleati parteciperanno direttamente al conflitto. La “lettera” presidenziale è indirizzata a Putin, ma il Presidente Zelensky e anche gli europei più bellicosi (Polonia, Baltici) sono in copia. Biden non fa proprie le parole del «New York Times» (“Occorre chiarire a Zelensky che ci sono dei limiti a quanto Stati Uniti e Nato possono fare nel fronteggiare la Russia, e limiti alle armi, al denaro e al sostegno politico che possono fornire. È imperativo che le decisioni del governo ucraino siano basate su una valutazione realistica dei propri mezzi e di quanta distruzione l’Ucraina può sopportare”) ma qualche confuso passo avanti lo compie, anche se siamo tuttora molto lontani da un’analisi fine della storia lunga della guerra ucraina. Analisi che Kissinger fa da trent’anni, che ha ribadito in questi giorni, e che la Nato è incapace di ascoltare.

Biden non arriva alla lucidità di Kissinger, non dice a chiare lettere che l’Ucraina non può vincere, ma tra le righe sembra ammetterlo. Manda in Ucraina missili ancora più pericolosi (gli Himars), continua a immaginare un’unità atlantica che non c’è, sottovaluta il non allineamento di gran parte del pianeta (in Asia, Africa, America Latina) ma non ripete i trionfalismi dei primi mesi, quando promettendo a Zelensky vittorie sicure s’impelagava in un’ennesima guerra per procura.

Naturalmente c’è ancora chi rimastica il linguaggio atlantista delle prime settimane: la pace è possibile solo se i russi si ritirano dal Donbass e restituiscono la Crimea; non bisogna far doni a Putin dividendosi nell’Unione europea o rinunciando, come ha fatto Biden, a inviare missili a lunga gittata in grado di colpire la Russia. Sono gli irriducibili di una guerra a oltranza. Nella migliore delle ipotesi regalerebbero all’Europa (non agli Stati Uniti) un Afghanistan alle porte di casa.

Riannodare i rapporti con la realtà sul terreno di guerra non è tuttavia sufficiente. Serve a negoziare un’eventuale tregua, questo sì: una specie di 38º parallelo coreano in Ucraina, con i russi che restano padroni della Crimea e mantengono il controllo sul Donbass e sui territori che stanno conquistando lungo il Mar Nero. Ma non serve a passare dal cessate il fuoco a un trattato di pace che finalmente includa la Russia nel sistema di sicurezza europeo.

Per riuscire in tale intento gli Stati della Nato dovrebbero esaminare la genealogia del conflitto, riconoscere gli errori commessi negli otto anni di guerra civile del Donbass e prima ancora, nel falso ordine unipolare del dopo-Guerra fredda. Tra gli errori più vistosi: i successivi allargamenti della Nato a Est; l’interferenza statunitense nella politica interna ucraina (semi-colpo di Stato nel 2014, per spodestare dirigenti troppo vicini a Mosca); riarmo massiccio dell’Ucraina a partire dal 2014; esercitazioni Nato in territorio ucraino ancora alla fine dell’anno scorso; ostilità Usa verso gli accordi di Minsk negoziati da Germania e Francia con Ucraina e Russia, che prevedevano una amplissima autonomia anche linguistica del Donbass, mai accettata da Kiev. L’insieme di tali errori non giustifica di certo ma spiega l’invasione russa del 24 febbraio.

Su questi punti non si constata ancora una svolta realistica, né a Washington né nell’Unione europea così come rappresentata da Ursula von der Leyen. Le sanzioni aumentano e le politiche che hanno facilitato l’offensiva russa vengono riconfermate tali e quali, come si evince dall’annunciata adesione di Finlandia e Svezia alla Nato, e dalla decisione di trasformare l’Ucraina in un grande e corrotto deposito di armi, infiltrato da milizie neonaziste e mafie. Non si paragona più Putin a Hitler ma in cambio si trasforma il Mar Baltico, davanti a San Pietroburgo, in uno spazio dominato dalla Nato. È l’umiliazione che Mosca conobbe già nel 1991, quando finì l’Urss e la Russia venne calpestata economicamente (per questo forse sventolano tante bandiere con falce e martello nel Donbass). Il rischio è che esca rafforzata, a Mosca, l’ala oltranzista che in Ucraina avrebbe voluto e vorrebbe non già un’“operazione speciale” ma la mobilitazione generale e la guerra totale.

Fondata nel 1949 per scongiurare aggressioni russe e custodire la pace in Europa, la Nato ha fallito l’obiettivo, visto che l’aggressione infine c’è stata. Anche l’Alleanza Atlantica dovrà un giorno mettere un limite alle proprie grandi illusioni, sanando le radici del conflitto odierno. È un passo non ancora compiuto. Scartato il modello della Seconda guerra mondiale (abbattere il tiranno), barcolliamo verso il modello della guerra ’14-’18, chiamata opportunamente “inutile strage” da Benedetto XV. Dice Dmitrij Suslov, direttore del Centro studi europei e internazionali presso la Scuola superiore di Economia di Mosca, che la deterrenza atomica ha funzionato: in fin dei conti Zelensky non ha ottenuto la no-fly zone e le armi a lungo raggio che chiedeva. Ma il Dottor Stranamore è sempre possibile, e l’incidente sempre dietro l’angolo.

© 2022 Editoriale Il Fatto S.p.A.

A Kiev l’Ue fa harakiri

di Barbara Spinelli, «TPI – The Post Internazionale», 14 aprile 2022

Come altri Paesi dell’Est Europa che per decenni hanno vissuto ingabbiati nel Patto di Varsavia, i governanti dell’Ucraina avevano in mente come assoluta priorità l’ingresso nella Nato: l’unico punto d’arrivo che dava loro la sensazione di un cambio di pagina decisivo – una volta dissolta l’Unione sovietica assieme al suo impero – e che offriva un ombrello di protezione militare almeno in apparenza automatico (l’articolo 42,7 del Trattato di Lisbona è ritenuto troppo labile in proposito: “Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri”).

L’adesione all’Unione europea era giudicata come un primo passo verso l’orizzonte atlantico, una sorta di corridoio in grado di connettere l’Est europeo alla ben più cruciale America del Nord, oltre che al Regno Unito. Questa era l’Europa sognata in gran parte delle società postcomuniste: non un fine ma un mezzo, non l’abitudine alla convivenza tra popoli che lungo i secoli si erano combattuti in scontri sanguinosi (i fondatori che sono Germania, Francia e Italia in primis) ma una base d’appoggio per spiccare il salvifico, risolutivo salto oltre l’Atlantico.

Adesso che siamo in piena guerra tra Kiev e Mosca l’aspirazione ucraina inevitabilmente si ridimensiona. Il principale obiettivo di Mosca era la neutralità dell’Ucraina e la rinuncia di Kiev all’ingresso nella Nato, ed è stato raggiunto, così come dopo il ’45 fu raggiunto neutralizzando Finlandia e Austria. Ambedue le grandi potenze nucleari vogliono avere attorno a sé una cintura di Stati neutrali, non armati da Paesi avversari o lontani, e lo squilibrio fra Russia e Nord America creatosi con l’allargamento a Est della Nato non poteva durare. La cintura dell’una come dell’altra potenza è chiamata anche sfera di interesse. In America del Nord prende il nome di Dottrina Monroe. La dottrina fu annunciata negli anni Venti dell’800, dopo le guerre napoleoniche: vietava l’intromissione di forze esterne in tutta l’America Latina, isole comprese, e ancor oggi è sacrosanta per le amministrazioni Usa. Carlo Emilio Gadda la chiamò nel 1929 il “campicello di Monroe, chiuso da un leggiadro filo spinato” (in realtà non fu affatto leggiadro, come si vide poi in Cile o Venezuela o Nicaragua o Cuba). Il filo spinato che proteggeva l’URSS e il Patto di Varsavia era spaventoso ma nelle menti dei governanti russi l’idea di una “cintura” neutrale anche se non più spaventosa continua a esistere, e continuerà presumibilmente a esistere anche dopo Putin.

Questo l’equivoco che il primo grande allargamento a Est dell’Unione europea non ha risolto (otto Paesi in tutto, tra il 2004 e il 2013) e che sempre più ha avvelenato le sue relazioni interne, la sua idea di stato di diritto, il progetto pacifico che nel secondo dopoguerra era stato il cemento prima del Mercato Comune poi della Comunità infine dell’Unione. La promessa di includere al più presto l’Ucraina, e contemporaneamente anche la Georgia e la Moldavia che hanno presentato la loro domanda di candidatura il 3 marzo, tre giorni dopo la domanda di Kiev, rappresenta un radicale sbilanciamento dell’Unione a Est, con conseguenze enormi che andranno ben analizzate e se possibile contrastate e riaggiustate, se si vuole che l’UE sopravviva come progetto pacifico i cui interessi non possono eternamente coincidere con quelli oltreatlantici.

L’adesione di Ucraina, Moldavia e Georgia aggiungerebbe agli abitanti dell’Unione circa 51 milioni (ben più degli abitanti polacchi), tutti appartenenti a Paesi che o vivono in piena guerra come nel caso di Kiev, o sono dotati di confini incandescenti con Mosca e immersi in conflitti congelati come Georgia e Moldavia. L’ingresso di Cipro nel 2004 già fu una scelta avventata dei dirigenti UE, se si considera il fatto che l’isola era lungi dall’aver superato il conflitto territoriale con la Turchia. Prossimamente, con l’aggiunta di Ucraina, Georgia e Moldavia, sarebbero ben quattro gli Stati non ancora pacifici che entreranno nell’Unione con un’idea calda delle guerre fredde e con confini instabili oltre che controversi. La natura e l’immagine dell’Unione ne verrebbero alterate in maniera drastica.

Già oggi i Paesi dell’Est – Polonia e Baltici in prima linea – sono nell’Unione con l’idea di cambiarne propositi e ragion d’essere. Non riconoscono pienamente la Carta dei diritti fondamentali, che pure è giuridicamente vincolante essendo iscritta nei Trattati. Non mancano di sottolineare – ogni volta che prendono la parola nel Parlamento europeo o nel Consiglio – che principi e diritti contenuti nella Carta e nei Trattati sono soggettivi, la cui portata giuridica è opinabile. Sempre vedono, nell’Unione, i possibili e temibili tratti del Patto di Varsavia. Era questa d’altronde la posizione congiunta del gruppo di Visegrad, ultimamente sfasciatosi perché l’Ungheria, pur condividendo i giudizi di Polonia e Baltici sui diritti, si è rifiutata di entrare in rotta di collisione con Mosca durante la guerra in Ucraina, e non partecipa né alle sanzioni né a possibili blocchi delle importazioni di gas e petrolio.

L’ingresso dell’Ucraina (il paese più popoloso tra i nuovi candidati) accentuerebbe questa divisione tra “Vecchia” e “Nuova Europa”. Divisione su cui scommise con forza l’amministrazione di George W. Bush, nel 2003 in occasione della guerra in Iraq. Come scriveva Dario Fabbri nel dicembre 2017, su «Limes», tale era la “Nuova Europa nella bellicosa dizione di Donald Rumsfeld, da contrapporre alla censurabile mollezza dell’altra metà del continente. Estesa dalla Slesia al bassopiano sarmatico, dal Baltico al Mar Nero, dai Carpazi alla Bessarabia. Composta da molteplici etnie e confessioni, eppure universo reso culturalmente coeso dalla passata appartenenza all’impero sovietico”.

La divisione è oggi meno visibile, visto che anche la vecchia Europa si è appiattita sulle volontà della Nato e dell’amministrazione Usa, ma nel medio periodo potrebbe tornare a essere non solo visibile ma distruttiva e autodistruttiva. Le prime avvisaglie già sono percepibili: la decisione di Zelensky di rifiutare la visita a Kiev del Presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, considerato “persona non grata” per le passate posizioni favorevoli al gasdotto Nord Stream 2, le critiche dei dirigenti ucraini ai governi europei troppo poco bellicosi o non bellicosi con Mosca, la predilezione evidente di Kiev per l’alleanza con la Gran Bretagna, che pure non è più parte dell’Unione: sono tutti segni che il cambio di rotta nella storia europea è già cominciato. Tra Paesi potenzialmente così diversi una difesa comune e indipendente da Nato e Washington sarà sempre più ardua, e quasi impossibile una comune politica estera su cui fondare ed ergere l’esercito europeo che tanti anelano nel nostro continente senza ben sapere di cosa stanno parlando.

© 2022 The Post International (TPI)

Perché Biden vuole una guerra lunga

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 6 aprile 2022

Ci sono delle grandi trasformazioni che si fanno a caldo, nel mezzo di guerre e di propagande feroci e prolungate.

Solo dopo molto tempo le trasformazioni o rivoluzioni vengono considerate inevitabili, e in alcuni casi necessarie. Parliamo della fine della dominazione geopolitica degli Stati Uniti, del possibile tramonto dell’egemonia globale del dollaro, infine di un conflitto tra produttori di gas e petrolio che scalzando gli abituali protagonisti sembra avvantaggiare in primis gli Stati Uniti, potenziale esportatore numero uno che profittando dei torbidi ucraini promette di rifornire l’Europa di gas naturale liquefatto in caso di blocco delle forniture russe (il Gnl è a tutt’oggi il più costoso e il più inquinante che esista).

Tutto questo sarà possibile se la guerra in Ucraina continua a lungo, come ha ufficialmente auspicato Biden quando non si è limitato a chiamare Putin un macellaio, ma ha anche indicato le aspettative della sua amministrazione (non degli europei e dei civili ucraini, che in un conflitto protratto hanno tutto da perdere): “Per vincere questa guerra – così Biden a Varsavia – non ci vorranno giorni o mesi. Sarà una lunga lotta”, per come somiglia alla “battaglia per la libertà contro l’Urss, che durò non giorni o mesi ma anni e decenni”.

Chi vorrebbe d’altronde trattare col Macellaio, anche se un giorno dovrà? In Europa nessun governo, se si escludono Ungheria e Serbia. Fuori dall’Europa invece quasi tutti: in Asia, Africa, Paesi arabi, Israele, America Latina. Nell’Unione europea i popoli sono contrari a sanzioni e invio di armi, ma i governanti se ne infischiano, comportandosi come fossero personalmente in guerra. Draghi per esempio avviluppa l’obiettivo di pace in una delle sue frasi più sibilline e malriuscite: “Non siamo in guerra per seguire un destino bellico”, il che vuol dire che prescindendo dal destino, di cui nessuno di noi sa un granché, l’Italia è in guerra.

Non che i suoi colleghi europei siano meno sibillini, ma pochi sono i politici che come Enrico Letta esigono addirittura il blocco immediato delle importazioni di gas e petrolio russo (c’è qualcosa di infantile in Letta, come non fosse completamente adulto. Gli manca il pensiero sequenziale, il calcolo delle conseguenze concrete di quello che dici e fai. Giustamente Calenda lo invita a ragionamenti meno sgangherati sulla dipendenza italiana dal gas e petrolio russi).

Verrà forse il giorno in cui sapremo qualcosa di meno impreciso su quel che è successo a Bucha presso Kiev: chi ha ucciso in quel modo? I russi hanno voluto lasciare questo ricordo nel ritirarsi dalla città il 30 marzo, cioè 4 giorni prima della scoperta del macello? Perché? Come mai il sindaco di Bucha ha annunciato il 31 marzo che in città non c’erano più truppe russe e non ha accennato ai civili uccisi in strada con le mani legate dietro la schiena? In attesa di prove genuine, ci concentreremo dunque sulle grandi trasformazioni indicate all’inizio.

Abbiamo detto del gas liquefatto nordamericano. Resta da interpretare in questo quadro la richiesta russa di pagare le esportazioni energetiche in rubli e non più in euro o dollari. È una replica alle sanzioni sempre più pesanti subite da Mosca e anche all’intenzione Usa di sostituirsi in Europa ai fornitori russi. Gli europei hanno reagito denunciando giustamente una violazione degli accordi di forniture, ma senza badare a due elementi cruciali. Primo: le vie d’uscita esistono (si paga in due tappe: inizialmente in euro, convertiti poi in rubli). Secondo elemento: è una contromossa che non cade dal cielo, era nell’aria da anni. La posta in gioco è l’egemonia del dollaro come moneta di riserva globale: il suo tramonto potrebbe essere accelerato dalla guerra in Ucraina.

L’inevitabilità di questo declino ha le sue ragioni d’essere. Non si può escludere la Russia da tutte le transazioni finanziarie (sistema Swift), bloccare le riserve della sua Banca centrale (643 miliardi di dollari), comminare sanzioni ad infinitum, puntare a un cambio di regime al Cremlino, senza prevedere che prima o poi questa politica danneggerà il fronte occidentale, Europa in primis, ma anche Washington, che sta infiammando il conflitto sperando che Putin e tutti i filistei cadano d’un sol colpo come colonne spezzate d’un tempio.

Non esiste più da tempo l’ordine creato nel secondo dopoguerra a Bretton Woods, non c’è più fiducia nella stabilità del dollaro come riserva monetaria internazionale, visto che la moneta Usa riflette le volontà e gli interessi statunitensi da quando si è sganciata dall’oro. L’alternativa ancora non c’è. L’unica moneta che oggi ha elementi di stabilità, e che sia pure marginalmente tende a divenire rifugio, è quella cinese: lo yuan.

Si capisce lo sgomento ma non la sorpresa degli europei: l’egemonia del dollaro è messa in questione da almeno 13 anni, e l’euro è troppo schiacciato sulla geopolitica Usa per rappresentare un’alternativa allettante come moneta di riserva internazionale. Già nel 2008 Mosca e Pechino reclamarono la “de-dollarizzazione” del sistema monetario internazionale e cioè una diversa unità di conto, che riflettesse l’interesse di altre potenze commerciali e non fosse al servizio dei soli interessi Usa. Era una rivolta contro la militarizzazione del dollaro e la domanda di un’unità di conto multipolare: un “paniere” di varie monete, in parte agganciato all’oro.

Ne parlò nel marzo 2009 l’allora governatore della Banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, che elogiò l’unità di conto (chiamata Bancor) immaginata negli anni 40 da Keynes e affossata poi dagli Usa a Bretton Woods. Il governatore della Banca centrale russa, Elvira Nabiullina, definì il dollaro uno “strumento inaffidabile” nel maggio 2019. Anche Brasile e India auspicano la de-dollarizzazione. In Italia ci fu chi appoggiò questa rivoluzione dei rapporti di forza monetari: nel febbraio 2010, Tommaso Padoa-Schioppa, ministro dell’Economia del governo Prodi, riesumò Bancor e disse che “l’orientazione monetaria globale era fissata o fortemente influenzata dalla Riserva federale Usa, esclusivamente in base a considerazioni nazionali”.

Dopo le rovine del Covid, la guerra in Ucraina sta cambiando i rapporti tra Stati, con effetti sconquassanti nella Russia che l’ha scatenata e in gran parte del pianeta che ne soffrirà le conseguenze (blocco delle forniture di energia, cibo, concimi, metalli). Ma con effetti tutt’altro che promettenti a Washington, che pretende di dominare il pianeta con quest’ennesima guerra per procura.

© 2022 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Cibersicurezza: gli Stati Uniti non sono un modello

Bruxelles, 11 ottobre 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Punto in agenda:

Presentazione del pacchetto recentemente adottato sulla cibersicurezza: “Resilienza, deterrenza e difesa: verso una cibersicurezza forte per l’UE”

  • Presentazione a cura di Julian King, commissario responsabile per l’Unione della sicurezza, Commissione europea

Grazie Sir Julian King,

Avrei alcune domande su questioni che mi interessano in modo particolare per gli effetti che le misure del pacchetto cibersicurezza possono avere sulla libertà di espressione e di stampa, e che pongo in quanto relatore del rapporto di iniziativa del Parlamento europeo su Media pluralism and media freedom in the European Union.

In primo luogo, non vorrei che i pericoli per la cibersicurezza che ha evocato nella sua presentazione fossero sproporzionatamente gonfiati. Dico questo perché lei ha citato come modello da seguire gli Stati Uniti, per i 17 miliardi di dollari investiti quest’anno in tale campo. Io ho qualche dubbio sul modello americano, se penso all’ossessione sulla cibersicurezza che domina il dibattito pubblico negli Stati Uniti fin dalle ultime elezioni presidenziali, a proposito di attacchi cyber su cui non esiste al momento alcun tipo di prova.

Quindi quando si parla di resilienza e deterrenza sono d’accordo, ma secondo me è importante definire chiaramente quali siano i contenuti illegali trasmessi attraverso internet che vanno controllati o tolti, affinché la libertà di espressione non sia violata. In quest’ ambito, lei ha per esempio accennato a intenti criminali e a intenti ostili, mettendoli sullo stesso piano. Non credo che i due tipi di intenti siano paragonabili; l’ostilità non è necessariamente criminalità. Per questo bisogna essere molto chiari e circostanziati nella definizione dei contenuti illegali.

Ho anche dubbi sulla necessità di collaborazione delle piattaforme internet nel rimuovere sistematicamente i contenuti illegali: anche questa collaborazione può essere pericolosa per la libertà di espressione e la libertà di stampa. Basti pensare alla maniera in cui Google ha deciso di eliminare dai propri meccanismi di ricerca informazioni e siti considerati “estremisti”. Anche in questo caso, siamo alla presenza di un’arbitraria equiparazione: estremista non è criminale. Ritengo che la decisione di Google sia una forma di “collaborazione” delle piattaforme internet che produce effetti più che rischiosi dal punto di vista delle libertà.

Russia, Siria e migrazione al Consiglio europeo

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo. Strasburgo, 5 ottobre 2016.

Punto in agenda: Preparazione della riunione del Consiglio europeo del 20 e 21 ottobre 2016
Dichiarazioni del Consiglio e della Commissione

Presenti al dibattito:
Jean-Claude Juncker – Presidente della Commissione europea
Ivan Korčok – Rappresentante plenipotenziario del governo per la presidenza slovacca del Consiglio dell’UE

Grazie Presidente Juncker. Riparlerete di rifugiati, ma non so se cercherete per davvero soluzioni. Mi chiedo se andrete alle radici della crisi, parlando del primo nemico in Siria – Isis, Al Qaeda – e immaginando un rapporto con Mosca alternativo al disordine mentale che regna in Usa: da una parte la rottura del dialogo annunciata da Obama, dall’altra la saggezza di Jimmy Carter: “Urge una co-leadership russo-americana”, e questo nonostante le violenze russe a Aleppo.

Non so nemmeno come discuterete il referendum ungherese: se Orbán vi convincerà che un referendum invalido lui lo renderà valido, con più muri ancora.

Una cosa soltanto so: che se non cominciamo a organizzare la convivenza con i rifugiati, l’Exit ci mangerà i cervelli. Perché l’Exit generalizzato è paura, rinuncia, nazionalismi. È pagare dittatori e Stati in guerra perché si tengano i fuggitivi: Eritrea, Sudan, e ora Afghanistan. È la fine dell’Unione, che le frontiere dovrebbe proteggerle, ma per meglio poterle riaprire.

Conseguenze della sentenza della CGUE che invalida la decisione “Approdo sicuro” con gli Stati Uniti

Intervento di Barbara Spinelli in occasione della Sessione Plenaria di Bruxelles, 14 ottobre 2015

  • Punto in Agenda:
    Conseguenze della sentenza della CGUE che invalida la decisione “Approdo sicuro” con gli Stati Uniti
    Dichiarazioni del Consiglio e della Commissione (Consiglio: Nicolas Schmit – Ministro del lavoro, dell’occupazione e dell’economia sociale e solidale del Lussemburgo / Commissione: Věra Jourová – Commissario europeo per la giustizia, i consumatori e la parità di genere)

Di fronte al verdetto della Corte di giustizia, che invalida la decisione della Commissione sul trasferimento dati verso gli Stati Uniti, constatiamo due fatti incoraggianti. Primo: c’è un giudice a Lussemburgo, a far prevalere l’Europa dei diritti sugli arbìtri dei mercati. Secondo: ci sono semplici cittadini, a difenderci dai soprusi e a ottenere ciò che il Parlamento non ha ottenuto con tante risoluzioni. Il giovane Schrems è uno di questi. La sua battaglia a tutela del diritto l’ha condotta sul solco di Snowden, nominato dal nostro gruppo per il Premio Sacharov assieme ad altri whistleblower. Dopo ben tre sentenze della Corte sulla protezione dati, ritengo sia più che mai necessario rivedere tutti gli attuali negoziati in materia e promuovere un bill of rights digitale dell’Unione, fondato sui principi già contenuti nella Carta, simile al marco civil adottato in Brasile nel 2014.

Relazione del Senato USA sul ricorso alla tortura da parte della CIA: proposta di risoluzione comune

Il Parlamento ha adottato lo scorso 11 febbraio 2015 la proposta di risoluzione comune sulla relazione del Senato USA sul ricorso alla tortura da parte della CIA con 363 voti a favore, 290 contro e 48 astensioni.

Ho co-firmato e votato a favore di questa importante risoluzione che riconosce, fra l’altro, la sentenza del tribunale italiano che ha condannato in contumacia 26 cittadini americani (tra cui un ufficiale dell’Aeronautica e 25 della Cia – 5 erano diplomatici cui è stata negata qualsiasi immunità), e due agenti italiani per il loro coinvolgimento, nel 2003, nel sequestro dell’imam di Milano, Abu Omar, grazie alle indagini condotte dai procuratori aggiunti Armando Spataro e Ferdinando Enrico Pomarici.

La risoluzione, inoltre, incarica la commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE), in associazione con la commissione per gli affari esteri (AFET) e, in particolare, la sottocommissione per i diritti dell’uomo (DROI), di riprendere l’indagine sui “presunti casi di trasporto e detenzione illegale di prigionieri in paesi europei da parte della CIA” e di riferire in merito all’Aula del Parlamento entro un anno (Paragrafo 8 della Risoluzione).

La risoluzione, inoltre, incarica la commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE), in associazione con la commissione per gli affari esteri (AFET) e, in particolare, la sottocommissione per i diritti dell’uomo (DROI), di riprendere l’indagine sui “presunti casi di trasporto e detenzione illegale di prigionieri in paesi europei da parte della CIA” e di riferire in merito all’Aula del Parlamento entro un anno (Paragrafo 8 della Risoluzione).

Ecco il testo della risoluzione comune:

Il Parlamento europeo,

–  visto il trattato sull’Unione europea (TUE), in particolare gli articoli 2, 3, 4, 6, 7 e 21,

– vista la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, in particolare gli articoli 1, 2, 3, 4, 18 e 19,

– vista la Convenzione europea sui diritti dell’uomo e i relativi protocolli,

– visti i pertinenti strumenti delle Nazioni Unite in materia di diritti umani, in particolare il patto internazionale relativo ai diritti civili e politici del 16 dicembre 1966, la convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti del 10 dicembre 1984 e i relativi protocolli nonché la convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate del 20 dicembre 2006,

– viste le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo nelle cause al-Nashiri contro Polonia, Abu Zubaydah contro Lituania, Husayn (Abu Zubaydah) contro Polonia, El-Masri contro ex Repubblica jugoslava di Macedonia, Nasr e Ghali contro Italia, e al-Nashiri contro Romania,

– vista la sentenza del tribunale italiano che ha condannato in contumacia 22 agenti della CIA, un pilota dell’aeronautica e due agenti italiani per il loro coinvolgimento, nel 2003, nel sequestro dell’imam di Milano, Abu Omar,

– vista la sua risoluzione del 6 luglio 2006 sul presunto utilizzo di paesi europei da parte della CIA per il trasporto e la detenzione illegali di persone, adottata in una fase intermedia dei lavori della commissione temporanea(1),

– vista la sua risoluzione del 14 febbraio 2007 sul presunto uso dei paesi europei da parte della CIA per il trasporto e la detenzione illegali di prigionieri(2),

– vista la sua risoluzione dell’11 settembre 2012 sui presunti casi di trasporto e detenzione illegale di prigionieri in paesi europei da parte della CIA: seguito della relazione della commissione TDIP del Parlamento europeo(3),

– vista la sua risoluzione del 10 ottobre 2013 sui presunti casi di trasporto e detenzione illegale di prigionieri in paesi europei da parte della CIA(4),

– visto lo studio della commissione ad hoc del Senato degli Stati Uniti per i servizi segreti sul programma di detenzione e interrogatori della CIA e il suo ricorso a varie forme di tortura sui detenuti tra il 2001 e il 2006,

– viste le sue risoluzioni su Guantánamo, compresa la più recente, del 23 maggio 2013, su Guantánamo: sciopero della fame dei prigionieri(5),

– viste le conclusioni del Consiglio sui diritti fondamentali e lo Stato di diritto e sulla relazione della Commissione del 2013 sull’applicazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (Lussemburgo, 5 e 6 giugno 2014),

– vista la sua risoluzione del 27 febbraio 2014 sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione europea (2012)(6),

– vista la comunicazione della Commissione, del 19 marzo 2014, intitolata “Un nuovo quadro dell’UE per rafforzare lo Stato di diritto” (COM(2014)0158),

– vista la relazione della Commissione, del 3 febbraio 2014, intitolata “Relazione dell’Unione sulla lotta alla corruzione” (COM(2014)0038),

– vista la sua risoluzione del 12 marzo 2014 sul programma di sorveglianza dell’Agenzia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, sugli organi di sorveglianza in diversi Stati membri e sul loro impatto sui diritti fondamentali dei cittadini dell’UE, e sulla cooperazione transatlantica nel campo della giustizia e degli affari interni(7),

– vista la direttiva 2012/29/UE, del 25 ottobre 2012, che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato e che sostituisce la decisione quadro 2001/220/GAI del Consiglio,

– visto l’articolo 123, paragrafo 2, del suo regolamento,

A. considerando che il rispetto dei diritti fondamentali e dello Stato di diritto è un elemento essenziale di politiche antiterrorismo efficaci;

B. considerando che il Parlamento ha ripetutamente condannato il programma di detenzioni segrete e consegne straordinarie della CIA, che ha comportato molteplici violazioni dei diritti umani, compresi l’uso della tortura e di altri trattamenti disumani o degradanti, sequestri, detenzioni segrete, detenzioni senza processo, nonché violazioni del principio di non respingimento;

C. considerando che, nonostante la loro peculiare natura, le politiche di sicurezza nazionale e antiterrorismo non sono esenti dal principio di responsabilità e che le violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani non possono restare impunite;

D. considerando che l’assunzione di responsabilità in relazione alle consegne straordinarie, ai sequestri, alle detenzioni segrete illegali e alla tortura è essenziale per proteggere e promuovere efficacemente i diritti umani nelle politiche interne ed esterne dell’UE e assicurare politiche di sicurezza legittime ed efficaci fondate sullo Stato di diritto;

E. considerando che il Parlamento ha più volte ribadito la necessità di indagini a tutto campo sulla collaborazione degli Stati membri al programma di detenzioni segrete e consegne straordinarie della CIA;

E. considerando che il precedente Parlamento, nella sua risoluzione del 10 ottobre 2013(8), invita l’attuale Parlamento a proseguire nell’adempimento ed esecuzione del mandato conferitogli dalla commissione temporanea sul presunto utilizzo dei paesi europei da parte della CIA per il trasporto e la detenzione illegale di prigionieri e, di conseguenza, ad assicurare che sia dato seguito alle sue raccomandazioni, a esaminare i nuovi elementi che possono emergere, nonché a utilizzare appieno e sviluppare ulteriormente i propri diritti d’inchiesta;

G. considerando che la relazione della commissione ad hoc del Senato degli Stati Uniti per i servizi segreti rivela nuovi fatti che rafforzano le accuse secondo cui alcuni Stati membri dell’UE, le loro autorità, nonché funzionari e agenti dei loro servizi di sicurezza e intelligence sarebbero stati complici nel programma di detenzioni segrete e consegne straordinarie della CIA, talvolta mediante pratiche di corruzione basate sull’offerta di ingenti somme di denaro da parte della CIA in cambio della loro collaborazione;

H. considerando che la relazione della commissione ad hoc del Senato degli Stati Uniti per i servizi segreti confuta le dichiarazioni della CIA secondo cui grazie alla tortura sarebbero state rivelate informazioni che non sarebbe stato possibile ottenere mediante tecniche di interrogatorio tradizionali e non violente;

I. considerando che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama si era impegnato a chiudere entro gennaio 2010 Guantánamo Bay, una struttura nella quale sono detenute 122 persone che non sono state formalmente accusate dinanzi a un tribunale penale, inclusi 54 detenuti che hanno ufficialmente ottenuto l’autorizzazione al rilascio;

1. si compiace della decisione della commissione ad hoc del Senato degli Stati Uniti per i servizi segreti di pubblicare una sintesi della sua relazione sul programma di detenzioni e interrogatori della CIA; incoraggia la pubblicazione integrale della relazione, senza eccessive e inutili revisioni;

2. esprime il suo orrore e la sua ferma condanna per le raccapriccianti pratiche di interrogatorio che hanno caratterizzato tali operazioni antiterroristiche illegali; sottolinea la conclusione fondamentale del Senato degli Stati Uniti, secondo cui i metodi violenti applicati dalla CIA non hanno permesso di ottenere le informazioni necessarie a prevenire nuovi attacchi terroristici; ribadisce la sua condanna assoluta della tortura;

3. ritiene che il clima di impunità concernente il programma della CIA abbia favorito il protrarsi delle violazioni dei diritti fondamentali, come evidenziato anche dai programmi di sorveglianza di massa dell’Agenzia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e dai servizi segreti di vari Stati membri dell’UE;

4. invita gli Stati Uniti a indagare sulle molteplici violazioni dei diritti umani causate dai programmi di consegne straordinarie e detenzioni segrete della CIA e a perseguirne gli autori, nonché a cooperare con tutte le richieste degli Stati membri dell’UE in materia di informazione, estradizione o mezzi di ricorso efficaci per le vittime in relazione al programma della CIA;

5. ribadisce il suo invito agli Stati membri affinché indaghino sulla presunta esistenza, sul loro territorio, di prigioni segrete che avrebbero ospitato detenuti nell’ambito del programma della CIA e affinché perseguano le persone coinvolte in tali operazioni, tenendo conto di tutti i nuovi elementi di prova emersi;

6. esprime preoccupazione in merito agli ostacoli posti alle indagini parlamentari e giudiziarie a livello nazionale relative al coinvolgimento di alcuni Stati membri nel programma della CIA, all’abuso del segreto di Stato e all’indebita classificazione di documenti, con la conseguente cessazione dei procedimenti penali e l’impunità di fatto dei responsabili delle violazioni dei diritti umani;

7. chiede l’adozione di una strategia interna dell’UE sui diritti fondamentali e invita la Commissione a proporre l’adozione di tale strategia e di un relativo piano d’azione;

8. incarica la commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, in associazione con la commissione per gli affari esteri e, in particolare, la sottocommissione per i diritti dell’uomo, di riprendere l’indagine sui “presunti casi di trasporto e detenzione illegale di prigionieri in paesi europei da parte della CIA” e di riferire in merito all’Aula entro un anno:

– dando seguito alle raccomandazioni formulate nella sua risoluzione dell’11 settembre 2012 sui presunti casi di trasporto e detenzione illegale di prigionieri in paesi europei da parte della CIA: seguito della relazione della commissione TDIP del Parlamento europeo(9),

– facilitando e sostenendo l’assistenza giuridica e la cooperazione giudiziaria reciproche nel rispetto dei diritti umani tra le autorità responsabili delle indagini nonché la cooperazione tra gli avvocati coinvolti nella determinazione delle responsabilità negli Stati membri;

– organizzando un’audizione alla quale partecipino i parlamenti nazionali e i professionisti per fare un bilancio di tutte le inchieste parlamentari e giudiziarie passate e in corso;

– organizzando una missione d’inchiesta parlamentare che coinvolga tutti i gruppi politici interessati degli Stati membri dell’UE che presumibilmente ospitavano siti di detenzione segreta;

– raccogliendo tutte le informazioni e gli elementi di prova pertinenti su possibili tangenti o altri atti di corruzione in relazione al programma della CIA;

9. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio e alla Commissione nonché ai governi e ai parlamenti degli Stati membri.

 

Antonio Cantaro: se il Ttip espelle i popoli

Articolo di Antonio Cantaro pubblicato su «Il Manifesto», 4 dicembre 2014

Se l’Accordo di Par­te­na­riato Tran­san­tla­tico (Ttip) dovesse andare in porto, quel giorno i popoli euro­pei avranno avuto il loro car­tel­lino rosso. Espulsi dall’amico ame­ri­cano da un campo di gioco che un tempo era ter­ri­to­rio e spa­zio pre­si­diato dagli Stati sovrani euro­pei. Con il Ttip viene, infatti, messa in mora quella forma di Stato della quale ancora, sem­pre più stan­ca­mente, van­tiamo nelle nostre aule di Giu­ri­spru­denza le magni­fi­che e pro­gres­sive sorti. Per gli apo­stoli del libero scam­bio lo Stato sicu­rezza, lo Stato di diritto, lo Stato sociale costi­tui­scono resi­dui di un ancien régime che ille­git­ti­ma­mente osta­co­lano la bene­fica con­cor­renza tra le nazioni, la cre­scita mon­diale, la dif­fu­sione del benessere.

I fau­tori del Ttip vogliono libe­rarci. Abbat­tere le bar­riere nor­ma­tive al com­mer­cio tra Stati Uniti ed Unione Euro­pea (le dif­fe­renze nei regolamenti tec­nici, nelle norme e nelle pro­ce­dure di omo­lo­ga­zione), aprire entrambi i mer­cati dei ser­vizi, degli inve­sti­menti, degli appalti pubblici.

Sostan­zial­mente una totale libe­ra­liz­za­zione del com­mer­cio tran­sa­tlan­tico. Un mer­cato comune che pro­cu­rerà van­taggi all’industria auto­mo­bi­listica delle due sponde dell’Atlantico, a quella chi­mica e far­ma­ceu­tica del Regno Unito; e che, di con­verso, pena­liz­zerà l’agro-alimentare dei paesi medi­ter­ra­nei. Ma che – ci assi­cu­rano — pro­cu­rerà van­taggi dif­fusi e mira­bo­lanti bene­fici siste­mici.
Sulla base di con­tro­verse ed incerte pro­ie­zioni, di una mes­sia­nica fidu­cia glo­ba­li­sta, si trat­tano gli ordi­na­menti di Stati ancora for­mal­mente sovrani come pro­dotti da met­tere in con­cor­renza per espun­gere i meno ido­nei a sod­di­sfare le attese degli inve­sti­tori. Capo­vol­gendo l’idea tra i comuni mor­tali, che gli ordi­na­menti giu­ri­dici rap­pre­sen­tano il qua­dro entro il quale si svolge la com­pe­ti­zione eco­no­mica e non uno degli oggetti di essa.

Dar­wi­ni­smo nor­ma­tivo che pri­vi­le­gia i rap­porti mate­riali di forza sui rap­porti giu­ri­dici. Capi­ta­li­smo anar­chico che distrugge gli stessi fon­da­menti isti­tu­zio­nali dell’economia di mer­cato.
L’ennesimo licen­zia­mento senza giu­sta causa. Que­sta volta il ber­sa­glio è lo Stato euro­peo. Lo Stato sicu­rezza, in primo luogo.

La rimo­zione delle bar­riere nor­ma­tive com­pro­mette, infatti, con­so­li­date garan­zie a tutela dei lavo­ra­tori, dei con­su­ma­tori, della salute, dell’ambiente. Con­trolli, eti­chet­ta­ture, cer­ti­fi­ca­zioni potreb­bero essere con­si­de­rate bar­riere indi­rette al libero scam­bio in set­tori cru­ciali quali la chimica-farmaceutica, la sanità, l’auto, l’istruzione, l’agricoltura, i beni comuni, gli stru­menti finan­ziari: è tipi­ca­mente il caso degli orga­ni­smi gene­ti­ca­mente modi­fi­cati, la cui intro­du­zione mas­siva nell’agricoltura euro­pea è stata finora ral­len­tata da una serie di regole ispi­rate all’europeo prin­ci­pio di precauzione.

Ma il car­tel­lino rosso degli apo­stoli del libero scam­bio non rispar­mia nem­meno i prin­cipi dello Stato di diritto. Il Ttip rende, infatti, pos­si­bile citare in giu­di­zio l’Unione e gli Stati nazio­nali, vani­fi­cando la pre­ro­ga­tiva pub­blica di eser­ci­tare il potere giu­di­zia­rio sul pro­prio ter­ri­to­rio. Le con­tro­ver­sie com­mer­ciali ver­reb­bero affi­date a spe­ciali corti extra­ter­ri­to­riali. Le mul­ti­na­zio­nali sareb­bero auto­riz­zate a tra­sci­nare in giu­di­zio governi, aziende, ser­vizi pub­blici rite­nuti non com­pe­ti­tivi, a esi­gere com­pen­sa­zioni per i man­cati gua­da­gni dovuti a regimi del lavoro con­si­de­rati troppo vin­co­lanti, a leggi ambien­tali giu­di­cate troppo severe.

Car­tel­lino rosso, infine, anche per lo Stato sociale. Il mer­cato comune Europa-Usa dan­neg­gerà interi set­tori del sistema pro­dut­tivo euro­peo. Que­sti per soprav­vi­vere si appel­le­ranno, in nome del supe­riore inte­resse a non dein­du­stria­liz­zare il Vec­chio Con­ti­nente, all’inderogabile esi­genza di ulte­riori tagli alla tas­sa­zione. E, quindi, alla spesa pub­blica, alle poli­ti­che di wel­fare. Un accordo, insomma, colmo di agguati che rischia di spaz­zare il buono che c’è nell’acquis com­mu­ni­taire. Sono, insomma, in discus­sione disci­plina e diritti che costi­tui­scono un ele­mento iden­ti­fi­ca­tivo dell’european way of life.

Sor­prende il silen­zio com­plice delle classi diri­genti dei paesi medi­ter­ra­nei rispetto all’Accordo di Par­te­na­riato Tran­sa­tlan­tico, ade­rendo al quale il pro­gramma di libe­ra­liz­za­zioni subi­rebbe un’escalation desti­nata a can­cel­lare ogni trac­cia di auto­no­mia poli­tica, eco­no­mica, cul­tu­rale dell’Europa.

Bar­bara Spi­nelli ha pro­po­sto una rap­pre­sen­ta­zione spie­tata di que­sto silen­zio. «Re dor­mienti» che hanno dimen­ti­cato cosa siano una corona e uno scet­tro, ignari dei costi che il mer­cato comune Europa-Usa com­porta per i paesi dell’Unione, in par­ti­co­lare per quelli mediterranei.

Serve qual­cosa che asso­mi­gli a quei con­tro­mo­vi­menti sui quali, a suo tempo, si arro­vel­la­rono Marx, Polany, Gram­sci. Pode­mos? Io penso di sì.