Così Bruxelles ha fatto un regalo alle forze illiberali

Intervista di Stefano Galieni, «LEFT»,  4 ottobre 2019

La risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa (2019/2819(RSP) è un attacco alla storia e alla memoria imposto al Parlamento dai polacchi del PiS e da Orban. «Vogliono far scoppiare una nuova guerra fredda ed equiparare l’Unione e la Nato», dice l’ex deputata europea Barbara Spinelli

Al di là del giudizio sul testo, che denota scarse conoscenze storiche, è possibile in nome degli equilibri europei rimuovere la memoria che definiva una comune identità?

«Preferisco parlare di ignoranza “militante” più che di scarsa conoscenza. Un Parlamento che fa risalire la seconda guerra mondiale al patto Ribbentrop-Stalin e omette eventi ben più determinanti come il Trattato di Versailles e l’umiliazione della Germania dopo il ‘14-‘18, la guerra di Spagna, le guerre italiane in Libia ed Etiopia, il Patto di Monaco, si scredita definitivamente e smentisce tutti coloro che dopo le elezioni di maggio avevano celebrato la sconfitta delle forze illiberali. La risoluzione sulla memoria è stata imposta dal governo polacco del PiS e dal Fidesz ungherese di Orbán: la storia europea viene strumentalizzata a fini geopolitici per riaccendere la seconda guerra fredda ed equiparare l’Unione e la Nato. Quel che colpisce è la rozzezza del testo, oltre che le menzogne e omissioni. Nella scorsa legislatura mi sono occupata della legge sull’olocausto in Polonia, che penalizza tutti gli storici polacchi che indagano sull’antisemitismo nazionale (dal massacro a Yedwabne del 1941 al pogrom a Kielce nel dopoguerra). La Polonia deve apparire come nazione assolutamente innocente. Una falsificazione che permea l’intera risoluzione.

Personalmente considero grave l’assenza di un dibattito a sinistra sui crimini perpetrati dai regimi comunisti, e sul fatto che l’89 è stato per quei popoli un’autentica liberazione. Ma liberazione per andare dove? Lo “sviluppo socioeonomico” post-89 vantato dalla risoluzione ha creato quasi ovunque lacerazioni e risentimenti, che spiegano l’ascesa delle destre estreme nell’ex Germania comunista, o in Polonia e Ungheria».

Il testo richiama ad un uso strumentale della Storia a fini geopolitici. A tuo avviso quale Europa si intende così disegnare? 

«Un’Europa che tace sul contributo della Russia comunista alla liberazione dal nazifascismo (25 milioni di morti) oltre che alla liberazione di Auschwitz. Che deliberatamente ignora il contributo dei comunisti all’antifascismo e alla ricostruzione democratica in Europa occidentale. Che umilia la Russia invece di avviare con essa un rapporto serio, indipendente dalla Nato. Che viola la promessa di non espandere la Nato a Est, fatta a Gorbačëv nel 1990. La guerra fredda con la Russia che si vuole riesumare non è nel nostro interesse, se vogliamo imparare qualcosa dalla storia.

È giusto collegare la risoluzione ad un fatto come la designazione di un Commissario per la “tutela dello stile di vita europeo” che si occuperà di immigrazione? Si tratta di un ripiegamento su se stessa dell’UE?

«È un’offensiva contro le lezioni della storia, più grave di un ripiegamento. Diciamo “mai più Lager”, e ignorando quel che l’Onu ci dice dal dicembre 2016 consegniamo ai Lager libici o sudanesi i migranti in fuga. Che differenza rispetto agli anni ‘30, quando la Lega delle Nazioni condannò l’Italia per l’invasione dell’Etiopia, rimanendo inascoltata?

La tutela dello “stile di vita europeo” mette sullo stesso piano migranti e terroristi. Rimanda agli slogan neo-con, alle guerre anti-terrorismo, alle radici cristiane d’Europa. Difficile non fare un legame fra la risoluzione del Parlamento europeo e le parole dette dal Presidente polacco Duda nel dicembre 2017: “Lo spirito nazionale può essere facilmente avvelenato da false ideologie: comunismo, nazismo, cosmopolitismo, negazione nichilista dei sistemi di valore cristiani”. Come un ubriaco, il Parlamento pretende di stare dalla parte “buona” della Storia accodandosi».

Verbatim della risoluzione

Votazione per appello nominale

Il Parlamento europeo riconosce la tratta degli esseri umani a scopo di estorsione

COMUNICATO STAMPA

Barbara Spinelli: Il Parlamento europeo approva Il rapporto sulla situazione dei diritti  fondamentali nell’Unione europea nel 2015 riconoscendo la tratta degli esseri umani a scopo di estorsione

Strasburgo, 13 dicembre 2016

Oggi il Parlamento europeo riunito in plenaria a Strasburgo ha votato un rapporto di iniziativa sulla Situazione dei diritti fondamentali nell’Unione Europea nel 2015.

Dopo il voto Barbara Spinelli ha dichiarato:

«Giudico positivo il risultato del voto, favorevole alla Relazione sulla situazione dei diritti fondamentali, per la quale avevo presentato numerosi emendamenti. Scopo degli emendamenti era quello di rafforzare i diritti delle minoranze e dei migranti minorenni, di offrire particolare sostegno e soddisfare i bisogni delle donne rifugiate che subiscono una doppia discriminazione: quella di essere migranti e quella di essere donne.

In altri emendamenti avevo chiesto agli Stati membri di facilitare i ricongiungimenti familiari e di assicurare la trasparenza e il rispetto dei diritti fondamentali nei casi di reclusione dei migranti.

Motivo di soddisfazione è stato in particolare l’approvazione di un emendamento in cui chiedevo agli Stati membri di riconoscere la tratta degli esseri umani a scopo di estorsione accompagnata da pratiche di tortura come una forma di tratta degli esseri umani, considerando i sopravvissuti quali vittime di una forma di tratta di esseri umani perseguibile, tale da comportare obblighi di protezione, assistenza e sostegno. Si tratta di riconoscere uno speciale tipo di tratta che non è presente in nessun’altra Relazione del Parlamento europeo e non è riconosciuta dagli Stati membri nonostante numerosissimi eritrei siano vittime di queste pratiche, soprattutto nella regione del Sinai e della Libia.

È fondamentale che il Parlamento abbia riconosciuto la tratta degli esseri umani a scopo di estorsione».

Pablo Iglesias denuncia le larghe intese che umiliano la democrazia in Europa

Un discorso di addio al Parlamento europeo che vale la pena ricordare. Pablo Iglesias, che riprende la battaglia politica in Spagna dopo quindici mesi di lavoro a Bruxelles, condanna la grande coalizione parlamentare che blocca e umilia la democrazia in Europa. Condanna il compromesso parlamentare che ha permesso a Jean-Claude Juncker di restare al suo posto nonostante le accuse di frode fiscale che lo hanno coinvolto in Lussemburgo. Condanna la falsa retorica di Gianni Pittella, presidente del gruppo socialista, che cita Dante e intanto avalla tutte le regressioni  delle larghe intese tra popolari, socialisti e liberali. Diffida Manfred Weber, capogruppo dei Popolari, dall’interferire nell’esito delle elezioni portoghesi con giudizi simili a quelli, indecenti, espressi nei giorni scorsi dal Presidente del Portogallo Aníbal Cavaco Silva contro un possibile accordo di governo tra socialisti e sinistre radicali («Devo fare di tutto, e rientra nei miei poteri costituzionali, per prevenire l’invio di falsi segnali alle istituzioni finanziarie, agli investitori e ai mercati»).

Strasburgo, 27 ottobre 2015

KEY DEBATE: Conclusions of the European Council meeting of 15 October 2015, in particular the financing of international funds, and of the Leaders’ meeting on the Western Balkans route of 25 October 2015, and preparation of the Valletta summit of 11 and 12 November 2015

Pablo Iglesias, en nombre del Grupo GUE/NGL. Señor Presidente, la primera vez que intervine aquí fue hace quince meses, en representación de este Grupo. Fue un honor hacerlo y fue un honor competir con usted por la presidencia de este Parlamento. Dije entonces que aspirábamos a una Europa diferente, a una Europa que fuera un poco menos dura con los débiles y un poco menos complaciente con los poderosos. Creo que, por desgracia, esa afirmación de hace quince meses sigue siendo y sigue estando vigente hoy.

Recordé, en aquel discurso de hace quince meses, a los combatientes españoles que lucharon contra el fascismo y contra el horror como la mejor contribución de mi patria al progreso de Europa, como la mejor contribución de mi patria a una Europa social, una Europa democrática y una Europa respetuosa de los derechos humanos. Cuando oigo gritos xenófobos en esta Cámara recuerdo que, en mi patria, a aquellos que insultaban, a aquellos que atemorizaban, se les decía «No pasarán». Pero también me molesta escuchar cierta hipocresía en esta Cámara en algunos que lloran lágrimas de cocodrilo y defienden —dicen defender— los derechos humanos.

Señor Weber, ha hablado usted de extremismos para referirse a lo que puede ocurrir en Portugal. Aprendan ustedes a respetar la democracia. Aprendan ustedes que, a veces, los ciudadanos votan cosas distintas a lo que representan ustedes.

(Aplausos)

El señor representante del Grupo liberal —me va a perdonar que, después de quince meses practicando todas las mañanas frente al espejo, siga siendo incapaz de pronunciar su apellido— ha dicho que esto no es un problema de socialdemócratas, de liberales o de populares. Sí, efectivamente. Efectivamente, ustedes han estado de acuerdo en los elementos fundamentales que han implicado una política exterior europea que ahora estamos pagando y que tiene que ver con la situación de miseria y humillación que están viviendo millares de familias a las puertas de Europa.

Hoy hablamos, otra vez, de guerra y de desolación a las puertas de Europa, de familias a las que se está respondiendo con alambradas. Y yo digo que los europeos no podemos olvidar lo que significa una guerra, no podemos olvidar lo que significan el horror y la pobreza y tener que huir del horror y de la pobreza. Y no podemos humillar a esa gente, porque humillar a esa gente es humillar a Europa. Como es humillar a Europa, señor Weber, acabar con el Estado del bienestar. Como es humillar a Europa acabar con los derechos sociales. Es humillar a Europa entregar a los Gobiernos a la arrogancia de los poderes financieros y atacar la soberanía. Es humillar a Europa favorecer el fraude fiscal, como usted, señor Juncker. Como usted, que favoreció —cuando era ministro de Hacienda— negocios secretos, tratos secretos con multinacionales para que tuvieran que pagar impuestos al 1 %, mientras los ciudadanos europeos tienen que pagar impuestos. Y luego hablan ustedes de presupuestos. Y usted se sienta ahí, señor Juncker, porque gente como usted, señor Pittella, ha permitido que el señor Juncker esté sentado ahí; porque ustedes, los socialistas, han mantenido una gran coalición con los populares en esta Cámara.

Así que, menos citar a Dante, señor Pittella, y más ponerse del lado de la gente y acabar de una vez con esta maldita gran coalición.

(Aplausos)

Vuelvo a mi país para que no haya, para que no siga habiendo en España gente como ustedes en el Gobierno, pero quiero pedirles algo antes de marcharme: cambien su política. La crisis de los refugiados no se resuelve con alambradas. La crisis de los refugiados no se resuelve con policía. Se resuelve con una política responsable. Dejen de jugar al ajedrez con los pueblos del Mediterráneo. Trabajen por la paz en lugar de fomentar guerras. Ayuden a las personas que están huyendo del horror. No sigan destruyendo la dignidad de Europa, señor Juncker.

(Aplausos)

Intervista al Corriere della Sera, 13 maggio 2015

di Massimo Rebotti

MILANO. La permanenza di Barbara Spinelli nel gruppo della lista Tsipras all’Europarlamento è durata un anno. Giornalista, scrittrice, figlia di Altiero, considerato uno dei padri fondatori della costruzione europea, nel 2014 lancia (con altri) una lista che ha come modello la sinistra greca di Alexis Tsipras. Durante la campagna elettorale mise in chiaro che, se eletta, non sarebbe andata a Bruxelles. Una volta eletta, cambiò idea: «Così garantisco — disse — che il progetto non venga snaturato». Due giorni fa ha annunciato l’abbandono del gruppo (non del seggio) perché «il progetto non è più all’altezza».
Sembra una delle ricorrenti contorsioni della sinistra, difficile da spiegare: «Ma io ci provo – risponde – la lista era nata con l’obiettivo di creare un’aggregazione che andasse oltre i vecchi partitini della sinistra radicale e non ripetesse le esperienze fatte in passato di frammenti che si uniscono, diventando mosaici sconnessi». Eppure pare essere andata proprio così. Spinelli non lo nasconde: «Ma non sono io che mi sono allontanata dalla lista, è la lista che si è allontanata dal progetto originario».

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Intervista a La Repubblica, 13 maggio 2015

di Sebastiano Messina

ROMA – Barbara Spinelli, la sua decisione di lasciare la lista in cui era stata eletta all’europarlamento, “L’Altra Europa con Tsipras”, ha scatenato le polemiche. Il coordinatore di Sel, Fratoianni, la accusa di essere incoerente, rimproverandole di aver voluto tenere il seggio proprio per garantire la tenuta di quel progetto di cui oggi dichiara il fallimento. E sui social network c’è addirittura chi la accusa di tradimento. Come risponde?
“Io non trovo che ci siano né incoerenza né tradimento. Il motivo per cui, da tempo ormai, ho preso le distanze da “L’Altra Europa” è che secondo me è stata la lista ad abbandonare il progetto originario, che era quello di creare un insieme di forze della sinistra molto costruito dal basso, basato sull’associazionismo, sulla società civile. E soprattutto non dominato dai vecchi partiti della sinistra radicale. In questo anno e mezzo, piano piano ho avuto invece l’impressione di un predominio dei piccoli partiti che avevano promesso di sciogliersi ma non si sciolgono mai”.

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Una storia sbagliata (dal blog di Gian Luigi Ago)

Una storia sbagliata (L’Altra Europa vs Barbara Spinelli)

di Gian Luigi Ago

Quanta disinformazione, cattiva coscienza o ipocrisia. Scegliete voi…

Barbara Spinelli, una delle garanti e ispiratrici dell’appello dell’Altra Europa viene candidata alle europee dichiarando che rinuncerà al seggio a favore del secondo eletto in caso di elezione.
Dopo l’elezione viene invitata via lettera da Alexis Tsipras stesso ad accettare comunque l’elezione. Sel e Rifondazione appoggiano questa richiesta ma lasciano a lei la patata bollente di scegliere in quale circoscrizione accettare l’elezione, rifiutando un sorteggio o di accordarsi tra i due partiti.

Così per inciso diciamo anche che le elezioni non servono per spartirsi eletti tra Sel e Rifondazione (uno a te, uno a me…) ma per scegliere delle persone competenti e in grado di ben rappresentare e attuare il programma (su questo vedremo nel finale cosa succederà…).
Così è, anche se le logiche dei partiti ragionano invece in un altro modo…

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Ucraina, smentita a Giulietto Chiesa

Smentita di Barbara Spinelli – Voto su Ucraina alla sessione plenaria del Parlamento europeo tenutasi il 15 gennaio 2015

In un post sulla sua pagina Facebook, Giulietto Chiesa mi accusa di aver dato voto contrario su «un emendamento cruciale, che sollecitava “l’Unione Europea a interrompere la sua politica di sanzioni contro la Russia”».
L’accusa di Giulietto Chiesa è del tutto incomprensibile, ed è il motivo per cui mi domando se sia formulata in buona fede. Il testo cui si fa riferimento è l’emendamento 2 paragrafo 6, nel quale si “esorta l’Unione europea a cessare la sua politica di sanzioni nei confronti della Russia, che si è dimostrata inefficace e controproducente sul piano politico e ha portato a un conflitto commerciale con ripercussioni negative soprattutto sulle PMI, gli agricoltori e i consumatori in Russia, nell’Unione europea e nei paesi del vicinato orientale dell’UE, compresa l’Ucraina”.
Non solo ho inconfutabilmente votato a favore di questo emendamento, come testimoniato dal sito indipendente www.votewatch.eu, ma sono addirittura tra i suoi firmatari, assieme a Helmut Scholz, Miloslav Ransdorf e Patrick Le Hyaric del gruppo GUE-NGL.

Barbara Spinelli,
21 gennaio 2015.

“E tu chi sei?”

Bologna, 17 gennaio 2015. Discorso di Barbara Spinelli all’assemblea de L’Altra Europa con Tsipras

Questi sono giorni cruciali. Sono giorni cruciali per noi in Italia dove ci stiamo preparando all’elezione del prossimo presidente e dunque a una possibile crisi del Partito democratico. E sono giorni cruciali per quello che sta accadendo in Europa: dai terribili attentati terroristici a Parigi – con le conseguenze che essi possono avere sulle politiche di sicurezza e sui diritti dei cittadini – alle imminenti elezioni in Grecia.

La vittoria di Syriza può davvero rappresentare una svolta, se Tsipras condurrà sino in fondo la battaglia che ha promesso e se sarà sostenuto da un grande arco di movimenti e partiti fuori dalla Grecia. Sarà la prova generale di uno schieramento che non si adatta più all’Europa così com’è, che giudica fallimentari e non più proponibili i rigidi dogmi dell’austerità, e che mette fine allo schema ormai trentennale inventato da Margaret Thatcher, secondo cui “non c’è alternativa” alla visione liberista delle nostre economie e delle nostre società: visione fondamentalmente antisindacale, e inoltre politicamente e costituzionalmente accentratrice.

Ricordiamoci che anche per questo nacque la nostra Lista, nell’inverno 2013-2014: per dire che l’alternativa invece c’era, per denunciare i custodi dell’ortodossia liberista che avevano usato il caso greco come paradigma negativo e cavia di esperimenti di distruzione del welfare state e delle costituzioni democratiche nate dalla Resistenza. Per unire in Italia le forze che non si riconoscevano nella degenerazione di un Partito democratico, sempre più esclusivamente interessato a ideologie centriste e all’annullamento di tutte le forze intermedie della società, di tutti i poteri che controbilanciano il potere dell’esecutivo. Una forza che pretende di incarnare la sinistra, ma che non solo disprezza le tradizioni della sinistra ma le ignora in maniera militante: anche se son sfiorato da qualche nozione di una lunga e densa tradizione – questo dice a se stesso il nuovo Pd – volutamente penso, decido, agisco, comunico, come se di questa tradizione non sapessi rigorosamente nulla. Siamo nati per rimobilitare politicamente e conquistare il consenso di un elettorato che, giustamente incollerito, ha scelto quella che i tedeschi durante il nazismo chiamavano “emigrazione interiore”, e che ha cercato rifugio o nel movimento di Grillo, o – sempre più – nell’astensione, dunque in un voto di sfiducia verso tutti i partiti e tutte le istituzioni politiche.

Eravamo partiti da Alexis Tsipras e dalle sue proposte di riforma europee perché anche noi vedevamo la crisi iniziata nel 2007- 2008 come una crisi sistemica – di tutto il capitalismo e in particolare dell’eurozona – e non come una somma di crisi nazionali del debito e dei conti da tenere in ordine nelle singole case nazionali. Il cambiamento della dialettica politica nei nostri paesi, il salvataggio delle democrazie minacciate da una decostituzionalizzazione che colpisce prima i paesi più umiliati dalle politiche della trojka e dei memorandum, e poi tutti gli altri, erano a nostro parere possibili a una sola condizione: rispondere alla crisi sistemica con risposte egualmente sistemiche, e per questa via scardinare le fondamenta su cui si basa la risposta fin qui data alle crisi dei debiti nazionali dalla Commissione, dagli Stati più forti dell’Unione, dalla Bce. Creando un’Unione più solidale, rifiutando l’idea stessa di un centro dell’Unione circondato da “periferie” indebitate e di conseguenza colpevoli (Schuld in tedesco ha due significati, non dimentichiamolo mai: significa debito e colpa). Ricostituzionalizzando non solo l’Italia o la Grecia o la Spagna o il Portogallo, quindi, ma ricostituzionalizzando e ri-parlamentarizzando anche l’Unione.

Di qui anche la battaglia che noi europarlamentari italiani del Gue conduciamo a Bruxelles e Strasburgo. È una battaglia che va in più direzioni: per la comune e solidale gestione dei debiti nazionali, e per piani europei di investimento ben più consistenti e decisivi del piano Juncker (il piano Juncker conta solo su investimenti privati del tutto fantasmatici, con un incentivo di investimento pubblico minimo: poco più di 20 miliardi, con un improponibile, inverosimile effetto moltiplicatore di 15 punti). Di piani alternativi a quello di Juncker ce ne sono molti, e sono interessanti: dall’idea di Luciano Gallino, che immagina una moneta parallela all’euro da emettere per gli investimenti senza che lo Stato esca dall’euro, a quello di Yanis Varoufakis, l’economista che si è candidato per Syriza in queste elezioni. Studiamoli e facciamoli nostri. Coinvolgiamo Luciano Gallino, che – lo ricorderete – fu tra i principali ideatori della nostra lista fin dal primo giorno. Scrisse lui i passaggi decisivi della parte economica del programma. Consultiamolo sulla questione del debito che sarà discussa nell’assemblea.

***

Credo che più che mai dobbiamo mantenere lo slancio iniziale della Lista, insistere nella convinzione che abbiamo avuto quando è nata questa formazione: l’aggancio a Syriza e al caso Grecia era un grimaldello per cambiare l’Europa e dunque la politica italiana. Manteniamo quelle idee, salvaguardando quel che abbiamo costruito ed essendone fieri.

E visto che sono a Bologna, vorrei qui rendere omaggio al grande sforzo che è stato fatto dalla lista Altra Emilia Romagna (e anche Altra Calabria, Altra Liguria) per proseguire il discorso cominciato con la campagna per le elezioni europee. Campagna che ha pur sempre portato dei risultati, visto che nel parlamento europeo ci sono 3 nostri parlamentari.

È il primo punto su cui vorrei insistere, in quest’assemblea. Non ricominciamo da zero. Ricominciamo da tre (i 3 parlamentari appunto). Esistiamo, anche se siamo spesso un soggetto performativo, per usare ironicamente un termine della linguistica. Come europarlamentare mi trovo spesso davanti alla domanda: “E tu, chi sei?”. In quel momento, nominando la Lista, per forza di cose la faccio esistere come soggetto compiuto. Siamo una forza esigua ma si deve ripartire anche dalla nostra esperienza. Il che vuol dire: dai territori che l’hanno continuata a far vivere, dai successi e dalle adesioni che otteniamo localmente. Non aspettiamo, per nascere come soggetto politico, che altri decidano quale alternativa nuova e mai vista debba nascere alla politica di Renzi.

Il secondo punto che vorrei indicare riguarda la natura che si darà la Lista. È un punto collegato al primo, perché si tratta di insistere sempre, di nuovo, sull’intuizione iniziale: sull’aspirazione a essere, come movimento, massimamente inclusivi e unitari, massimamente aperti a tutte le adesioni. Aperti, come lo eravamo nelle elezioni europee, alle persone, ai diversi partiti e ai diversi movimenti della sinistra radicale, e anche a chi non si identifica del tutto con la formazione della Sinistra Europea ma si batte comunque per un’alternativa a Renzi e alle grandi intese popolari-socialisti-liberali nel Parlamento e nelle altre istituzioni europee: penso agli ecologisti, ai militanti delle battaglie anticorruzione e antimafia, e ai delusi del M5S, e infine – ancora una volta, e sempre più – agli astensionisti. È il motivo per cui, vorrei dirlo qui a Bologna, ho personalmente deciso tenere in sospeso la mia adesione alla Sinistra Europea, come parlamentare del Gue. Il nostro progetto politico non era la riproposizione di un insieme di partitini, e anche se essenzialmente di sinistra non era solo di sinistra. Non era antipartitico, ma era rigorosamente non-partitico. A me sembra che le scelte di molte nuove forze in ascesa della sinistra – Podemos in Spagna, il movimento “barriera umana” di Ivan Sinčić in Croazia – vadano precisamente nella stessa direzione.

Sono troppe le cose che abbiamo da fare, ognuno nel posto dove si trova, per aspettare ancora e rinviare il momento di creare le strutture di una nuova formazione politica decisa non solo a battersi ma a vincere, nelle future elezioni locali e nazionali. E dobbiamo farlo nella maniera più condivisa e democratica e unitaria possibile, ma dobbiamo farlo subito, qui. L’ora è adesso perché la crisi acuta è adesso. C’è l’Europa dell’austerità che dobbiamo cambiare, affiancando la battaglia che domani farà Syriza e dopodomani – spero – Podemos e Sinčić e la Linke nel paese chiave dell’Unione che è la Germania. C’è l’Europa-fortezza da mettere radicalmente in questione, con politiche dell’immigrazione che mutino i regolamenti sull’asilo, che garantiscano protezione ai profughi da guerre che attorno a noi si moltiplicano e ci coinvolgono, perché sono guerre che americani ed europei hanno acutizzato e quasi sempre scatenato. Perfino il mar Mediterraneo va ricostituzionalizzato, visto che l’Unione sta violando addirittura la legge del mare, mettendo in discussione il dovere di salvare le vite umane minacciate da naufragio. E vanno aboliti i Cie, i Centri di identificazione ed espulsione, nella loro forma attuale. Ho visitato in dicembre quello di Ponte Galeria a Roma. Non è un centro, è un campo di concentramento. Non per ultimo: in Italia bisogna trovare risposte a un razzismo che sta esplodendo ovunque, non solo nel popolo della Lega, e che sarà sempre più legittimato dalle urne, se non impareremo a parlare in maniera giusta su queste questioni.

Sono talmente tante le cose da fare che non abbiamo letteralmente tempo di occuparci dei piccoli partiti, delle piccole o grandi secessioni dentro il Pd. Siamo in attesa che molti ci raggiungano e aderiscano alle nostre proposte. Siamo sicuri che verranno, perché la crisi è davvero straordinaria ed esige uno sforzo unitario egualmente straordinario. Proviamo a compierlo, fin da quest’assemblea.

Per il Parlamento europeo lo Stato Palestinese c’è

17 dicembre 2014. Voto in aula sul ricoscimento della Palestina, dichiarazione di voto di Barbara Spinelli

Riconoscere lo Stato della Palestina è stato un atto politico coraggioso e di grande importanza del Parlamento europeo (498 voti a favore, 88 contrari, 111 astensioni). L’Unione in quanto tale non parla ancora con un’unica voce in politica estera, e riconoscere gli Stati è legalmente prerogativa degli Stati. Ma l’Assemblea dell’Unione ha forzato abitudini, tempi, pavidità, contro il parere delle destre più gelose delle sovranità assolute degli Stati, e con il suo voto ha affermato di voler esserci e di voler dire la sua parola inequivocabile, su una questione del Medio Oriente che, irrisolta, ha generato lungo i decenni un gran numero di guerre e di morti. In quest’ambito, il Parlamento non ha esitato a lanciare un messaggio di disapprovazione nei confronti del governo israeliano, che si è adoperato in tutti i modi per evitare che l’Europa uscisse allo scoperto con questa dichiarazione, e si conquistasse un diritto di presenza e di parola politica in materia, seguendo la linea degli Stati dell’Unione che già hanno riconosciuto lo Stato Palestinese. L’Alto Rappresentante Federica Mogherini vedrà fortemente accresciuti il proprio peso e la propria influenza, se vorrà esercitarli, dopo la decisione dei parlamentari riuniti a Strasburgo.

Alcuni gruppi politici hanno tentato di dire che la risoluzione approva e legittima lo Stato palestinese a condizione che i negoziati di pace riprendano seriamente e abbiano successo. È un’interpretazione del tutto fallace della mozione appovata. Il riconoscimento «va di pari passo» con i negoziati di pace – questo dice letteralmente il testo – e la condizionalità fortunatamente non c’è.


 

Proposta di risoluzione presentata dal Gruppo GUE/NGL:
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Lo spirito europeo che manca in Israele

Bruxelles, 11 novembre 2014

Prima riunione della Delegazione per le relazioni con Israele: intervento di Barbara Spinelli

Martedì 11 novembre l’Ambasciatore David Walzer, Direttore della Missione Israeliana presso l’Ue, è intervenuto in una riunione della Delegazione di Israele del Parlamento europeo. Il diplomatico israeliano ha duramente attaccato l’atteggiamento europeo, assai contrario ultimamente alle politiche di Gerusalemme, accusando Abū Māzen di incoraggiare attacchi contro il popolo israeliano. L’ambasciatore ha dichiarato che palestinesi ed estremisti conducono da mesi una campagna di odio e di eccitamento degli animi, e che dall’inizio del 2014 Israele ha subito più attacchi fatali di carattere terroristico che nell’insieme dei due anni precedenti. Per Walzer la recente campagna nelle capitali europee, sempre più critica nei confronti di Israele, costituisce un atteggiamento molto rischioso in una regione così infuocata. Mentre una nuova forma di Islam estremamente aggressivo – “che non esita a tagliare le teste alle persone” – viene vista generalmente come il pericolo prioritario, per l’ambasciatore l’avanzata di IS (o DAESH) non deve sminuire la percezione della minaccia iraniana, o di quella siriana impersonata da Assad che resta il vero nemico. Per il diplomatico è importante che l’Unione europea comprenda che Hamas, Al-Qaeda, Al-Shabaab e IS sono espressioni della stessa ideologia, e perseguono lo stesso obiettivo: la realizzazione di una vasta regione araba nella quale applicare il fondamentalismo islamico. La sola differenza tra i vari movimenti è costituita dai tempi in cui bisogna realizzare tale comune obiettivo: se subito (DAESH) o procrastinandolo nel tempo (Hamas).

Questi punti di crisi creano un ostacolo nei rapporti tra Israele e l’Ue, le cui relazioni coprono un ampio ventaglio (dall’industria alla medicina, dagli studi scientifici a quelli umanistici). Molti israeliani sentono di essere anche europei e possiedono il passaporto di uno Stato Membro, mentre le università israeliane si fanno guidare nel loro insegnamento dallo spirito delle università europee.

Nei suoi interventi, l’eurodeputato Barbara Spinelli si è rivolto all’ambasciatore Walzer, condividendo l’idea che il caos nella regione produce violenza e non viceversa, a cominciare dall’uccisione recente di due israeliani: un tragico evento che senz’altro va deplorato. L’Eurodeputato ha tuttavia ricordato come il caos abbia molte radici, sia nella politica palestinese sia nella politica del governo israeliano, responsabile dell’indebolimento di Abū Māzen che dovrebbe essere il suo naturale interlocutore. Più volte, ha ricordato Spinelli, il Presidente dell’Autorità Palestineseha criticato Hamas descrivendola come “l’altra faccia dell’IS”. L’eurodeputato è del parere che l’estremismo palestinese sia una reazione al permanere e all’espandersi di colonie israeliane nei territori occupati.

Proprio perché concorda con l’ambasciatore sulle radici forti, nelle università israeliane, dello “spirito europeo”, Barbara Spinelli ha richiamato l’attenzione del suo interlocutore su quel che significò, nel dopoguerra, lo spirito europeo: significò, nella sostanza, la chiusura del capitolo delle colonizzazioni. In questo contesto ha citato le parole dell’Alto Rappresentante Federica Mogherini, che qualche giorno prima aveva chiesto la fine della politica di colonizzazione a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, la fine delle demolizioni di case palestinesie delle loro confische.

Barbara Spinelli ha infine chiesto all’Ambasciatore che cosa pensasse dell’appello di 104 ex-generali israeliani, compresi alcuni ex capi del Mossad, in favore di negoziati di pace immediati con i rappresentanti palestinesi della Cisgiordania e anche di Gaza, oltre che con gli “Stati arabi moderati”. Alla domanda, David Walzer ha risposto che si potrebbero trovare molti più ex-ufficiali pronti ad appoggiare le politiche del proprio governo. E ha citato il detto secondo cui ogni israeliano ha almeno tre opinioni diverse. Ha ricordato anche che suo padre ha combattuto la guerra del 1948, mentre lui personalmente è stato arruolato nel 1973 e i suoi tre figli sono attualmente nell’esercito. La sua speranza è che i suoi nipoti vivranno in pace senza essere obbligati ad arruolarsi nell’esercito israeliano. Ha infine ribadito che non ci sono stati cambiamenti nello status quo stabilito nel 1967. Infine, per quanto riguarda i nuovi appartamenti a Gerusalemme Est voluti dal governo Netanyahu, Walzer ha insistito che l’attività edilizia in questione riguarda aree con vecchi stabili che già sono sotto il controllo israeliano e non costituiscono quindi colonie, ma rientrano piuttosto nella “riqualificazione di quartieri già israeliani”. Rispondendo a quest’ultima affermazione di David Walzer, Barbara Spinelli ha chiesto all’ambasciatore se davvero l’ambasciatore fosse convinto, contro la realtà dei fatti, che costruire appartamenti sia qualcosa di diverso dal mandare nuovi coloni nei territori occupati.