Audition à huis clos du PDG de Facebook, M. Mark Zuckerberg

À:         M. Antonio TAJANI

Président du Parlement européen

Bruxelles, le 18 Mai 2018,

OBJET : Audition à huis clos du PDG de Facebook, M. Mark Zuckerberg

Monsieur le Président,

Nous voulons saluer la démarche que vous avez entreprise pour qu’une audition du Président Directeur-Général de Facebook, Mark Zuckerberg, puisse avoir lieu au Parlement européen.

Cependant l’utilisation faite par Facebook des données personnelles de centaines de millions d’européens, tout comme les explications qui pourront être données quant au scandale récent de Cambridge Analytica, ne peuvent être questionnées dans l’opacité la plus totale. À l’abri de l’écrasante majorité des Députés européens, et à l’abri des citoyens européens. Tel qu’il en a été décidé.

La transparence de nos débats et des décisions que nous prenons n’est pas une option pour notre Parlement européen, elle est une exigence. Les citoyens européens sont directement représentés, au niveau de l’Union, au Parlement européen. Et nous avons la responsabilité de veiller à ce que tout citoyen se voit garanti le droit de participer à la vie démocratique de l’Union, et de veiller à ce que les décisions qui sont prises le soit aussi ouvertement et aussi près que possible des citoyens. La transparence est le gage d’une assemblée démocratique ouverte et vivante.

C’est pourquoi, Monsieur le Président, nous vous invitons à revoir le format de cette audition pour la rendre publique. C’est la condition même de l’intérêt d’une telle audition qui autrement aurait peu de sens. Il ne serait pas compris qu’aux États Unis, devant le Congrès américain le PDG de Facebook ait eu à répondre des agissements et des manquements de sa société dans une audition publique et qu’en Europe, le secret des débats prévale sur la transparence. Il en va du bon fonctionnement de la démocratie européenne.

Dans l’espoir de voir cette audition reconfigurée, nous vous prions d’agréer, Monsieur le Président, l’expression de notre très haute considération.

Younous OMARJEE
Marisa MATIAS
Tania GONZALES PENAS
Patrick LE HYARICK
Martina ANDERSON
Dennis DE JONG
Gabriele ZIMMER
Eleonora FORENZA
Merja KYLLÖNEN
Dimitris PAPADIMOULIS
Stefan ECK
Marina ALBIOL
Barbara SPINELLI
Lynn BOYLAN
Anja HAZEKAMP
Stelios KOULOGLOU
Matt CARTY
Estefania TORRES MARTINEZ
Curzio MALTESE
Liadh NI RIADA
Luke FLANAGAN
Kostas CHRYSOGONOS
Marie-Pierre VIEU

Relazione su media freedom

Bruxelles, 2 maggio 2018. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo.

Punto in agenda:
Pluralismo e libertà dei media nell’Unione europea

Breve Presentazione della Relazione

Presenti al dibattito:

  • Phil Hogan – Commissario Europeo per l’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale (per conto di Mariya Gabriel – Commissario europeo per l’Economia e la società digitali)

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatore per il Parlamento europeo della Relazione sul pluralismo e la libertà dei media nell’Unione europea

La Risoluzione è stata adottata il 3 maggio 2018 con 488 voti a favore, 43 contrari e 114 astensioni.
Testo consolidato della relazione adottato in plenaria (in inglese e ancora in forma provvisoria).

Lo scandalo di Facebook e Cambridge Analytica è scoppiato quando la nostra relazione era già ultimata, ma le analisi e le raccomandazioni che essa contiene non cambiano nella sostanza. Lo scandalo ci rinforza ancor più nel nostro proposito: difendere e incoraggiare l’indipendenza e il pluralismo dell’informazione, sia su carta sia online, e non moltiplicare i mezzi per controllarla o addirittura reprimerla. È il motivo per cui siamo stati cauti nel trattare il tema delle fake news, ricordando che queste non nascono con internet. Sono a mio parere il frutto di comportamenti di gruppo – il cosiddetto “groupthink” – che affliggono e hanno afflitto i mezzi di comunicazione scritti oltre che online. La nozione di fake news, è scritto nella relazione, non va usata per escludere e criminalizzare le voci critiche.

La disinformazione internet ha una natura virale e aggressiva che non deve essere sottovalutata, ed è vero che pochi giganti di internet esterni all’Unione (Google, Facebook, Apple, Microsoft) esercitano un potere immenso di controllo e selezione delle notizie, di sorveglianza e profilazione degli utenti, ma la censura – soprattutto se affidata agli stessi giganti – non può essere la risposta. Al momento, le analisi più serie concordano sul fatto che né le fake news, né la profilazione psicografica degli utenti, né Cambridge Analytica – oggi finalmente chiusa – hanno determinato l’esito delle elezioni americane o francesi, o del referendum sul Brexit. Accusare l’algoritmo è una scappatoia troppo conveniente per evitare l’analisi di un risultato elettorale. Rimuovere da internet i contenuti più pericolosi – specie nei casi di pedopornografia e terrorismo – è una soluzione spesso necessaria, ma non può essere affidata alle compagnie private né può trascurare i tre principi del Patto internazionale sui diritti civili e politici: la necessità, la proporzionalità e la legittimità. Abbiamo chiesto che a giudicare siano organi indipendenti e che al tempo stesso siano assicurate la neutralità della rete e la protezione dei dati personali.

Sempre per lo stesso motivo esprimiamo preoccupazione riguardo alle leggi sulla diffamazione, sottolineando gli effetti paralizzanti che esse possono avere sul diritto a diramare e a ricevere informazioni. Al tempo stesso, abbiamo ricordato il ruolo chiave dei whistleblower nella salvaguardia del giornalismo di investigazione. In questo quadro abbiamo reso omaggio a chi, da giornalista investigativo, ha pagato con la vita la propria indipendenza: a Daphne Caruana Galizia come a Ján Kuciak.

La crisi economica, combinandosi con l’ascesa della comunicazione online, ha gravemente colpito un mestiere chiave nelle democrazie. Il quarto potere è oggi impoverito, e le condizioni di chi investiga sono talmente precarie che non si può più parlare veramente di un potere indipendente, capace di evitare l’autocensura e la dipendenza da altri poteri, politici, finanziari o pubblicitari. Questo degrado è sottolineato nella nostra relazione.

Non tutti i miei convincimenti si rispecchiano nella relazione – specie riguardo alla depenalizzazione del reato di diffamazione, su cui non è stata raggiunta un’intesa – ma ringrazio i vari gruppi che hanno mostrato spirito di collaborazione nello stilare questo testo.

Comunicato stampa del Gruppo GUE/NGL

Comunicato stampa del Parlamento europeo

 

Lettera aperta sull’arresto dei tre di Briançon

Barbara Spinelli ha sottoscritto un appello per la liberazione dei tre attivisti di Briançon fermati dalla Gendarmerie francese per aver attraversato simbolicamente la frontiera insieme a una cinquantina di migranti.

Lettera aperta sull’arresto dei tre di Briançon / lettre ouverte sur l’arrestation des trois de Briançon

Lo scorso 21 aprile i militanti di un gruppuscolo neo-fascista e suprematista hanno inscenato un’operazione di “blocco delle frontiere” tra la Francia e l’Italia.

Il giorno dopo, un gruppo di abitanti delle valli vicine, impegnati nella solidarietà concreta con i migranti in transito, attraversano simbolicamente la frontiera insieme a una cinquantina di migranti e arrivano senza alcun problema fino a Briancon, dove la gendarmerie francese effettua sei fermi di polizia in maniera completamente arbitraria.

L’accusa del procuratore è semplice quanto brutale nella sua chiarezza: aiuto all’immigrazione illegale con l’aggravante di aver compiuto il fatto in maniera collettiva (“en bande organisée”).
Per tre dei fermati Eleonora, Théo e Bastien viene convalidato l’arresto, con detenzione in carcere fino all’inizio del processo che si svolgerà il 31 maggio nella cittadina di Gap. Rischiano fino a 10 anni di prigione e 750’000 euro di multa.

Noi siamo e ci sentiamo tutti gente di montagna, accompagniamo da secoli chi deve oltrepassare le frontiere per mettersi in salvo. Le montagne ci aiutano con i loro sentieri innumerevoli. Continueremo a farlo. Rivendichiamo come legittimo il nostro aiuto. Dichiariamo illegittima la legge che ci incrimina, perché contraria alla fraternità. Come in mare così in terra: dichiariamo che proseguiremo a soccorrere chi ha bisogno dei nostri sentieri.

Non esistono i clandestini. Esistono ospiti di passaggio sulle nostre montagne.

Per aderire: firmaperitre@gmail.com

Qui il testo dell’appello con l’elenco dei firmatari (in aggiornamento)

Stop the demolition of Kahn Al-Ahmar school

Brussels, 25 April 2018. MEPs release a statement to urge the High Representative for Foreign Policy of the European Union to urgently request that the Israeli authorities lift the threat of demolition against the school in the bedouin village of Khan Al-Ahmar.

“On Wednesday 24 April, the Israeli High Court will decide whether Khan Al-Ahmar village’s school, located 25 kilometres outside Jerusalem, will be destroyed.

This small Bedouin village is located between Jerusalem and Jericho, in the narrowest piece of land in the West Bank. Israeli authorities have been harrassing the inhabitants of Khan al Ahmar for decades, in order to pressurise them to leave, thereby removing a barrier to Israeli settlement on Bedouin land, and effectively cut demographically the West Bank in two pieces.

The school, built out of tyres and mud, is crucial for the education of the children in the village, and particularly the girls. Before the school was built children had to walk 15 miles to access the nearest school. Girls usually did not go to school at all.

As well as proving vital education, the school also plays a vital role in the social life of the village, as Medical Aid is organised within it, and there are also adult education classes available for parents and the wider community.

As Members of the European Parliament, we stand in solidarity with Khan Al-Ahmar, and we urge our High Representative for Foreign Policy, Federica Mogherini, to urgently request that the Israeli authorities lift the threat of demolition.

We should never forget that education is a Sustainable Development Goal, vital to ending poverty and for promoting global citizenship.”

 

Martina Anderson (GUE, Ireland)
Maria Arena (S&D, Belgium)
Margrete Auken (Greens, Danemark)
Brando Benifiei (S&D, Italy)
Izaskun Bilbao Barandica (ALDE, Spain)
Lynn Boylan (GUE, Ireland)
Matt Carthy (GUE, Ireland)
Nessa Childers (S&D, Ireland)
Javier Couso Permuy (GUE, Spain)
Jill Evans (Greens, Wales)
Tanja Fajon (S&D, Slovenia)
Eleonora Forenza (GUE, Italy)
Ana Gomas (S&D, Portugal)
Eva Joly (Greens, France)
Wajid Khan (S&D, UK)
Jude Kirton-Darling (S&D, UK)
Patrick Le Hyaric (GUE, France)
Edouard Martin (S&D, France)
Ana Miranda (Greens, Spain)
Javier Nart (ALDE, Spain)
Liadh Ni Riada (GUE, Ireland)
Luke Ming Flanagan (GUE, Ireland)
Soraya Post (S&D, Sweden)
Alyn Smith (Greens, UK)
Barbara Spinelli (GUE, Italy)
Bart Staes (Greens, Belgium)
Neoklis Sylkiotis (GUE, Cyprus)
Keith Taylor (Greens, UK)
Ernest Urtasun (Greens, Spain)
Ivo Vajgl (ALDE, Slovenia)
Bodil Valero (Greens, Sweden)
Angela Vallina De La Noval (GUE, Spain)
Hilde Vautmas (ALDE, Belgium)
Miguel Viegas (GUE, Portugal)
Julie Ward (S&D, UK)

Public statement in support of Hervé Falciani

Dichiarazione promossa dal Movimento 5 Stelle e sottoscritta anche da Barbara Spinelli.

Press statement http://www.efdd-m5seuropa.com/2018/04/whistleblower-falcia.html

“Hervé Falciani is a crucial whistleblower who exposed a major international tax evasion scandal at HSBC’s Swiss bank. His revelations over more than 130.000 clients of the HSBC bank led to a wave of investigations in several countries worldwide, allowing tax authorities to prosecute tax evaders and money launders and to recover billions euros in unpaid taxes. His action uncovered the key role of the banking sector in enabling massive tax evasion and money laundering, making the case for comprehensive tax reform in Europe and increasing pressure over bank secrecy in Switzerland.

Falciani now risks to be extradited from Spain to Switzerland, where he faces five years of imprisonment for financial espionage, due to inadequate whistleblower protection in Europe. In 2013, the Spanish Court had already denied a previous Swiss extradition request, since violating secrecy laws does not constitute a crime in Spain. However, concerns have been raised that the latest threat of extradition could possibly be politically motivated.

This situation cannot be tolerated and highlights the urgent need to adopt an EU effective protection for whistleblowers, as repeatedly advocated by the European Parliament and the civil society. Falciani deserves to be rewarded for standing up for legality and tax justice in order to defend the public interest, at a great personal cost, and not to be sent to jail for uncovering unlawful activities which do not deserve any legal protection. A failure to protect him would constitute a major failure by the European Union to defend democracy and civil rights and would significantly undermine EU efforts in the fight against tax fraud and money laundering.
We therefore call on the Spanish authorities to deny the extradition of Falciani to Switzerland and on all EU countries to ensure his full protection”.

List of members of the European Parliament who agreed to sign the public statement. 

Marco Valli MEP
Laura Agea MEP
Isabella Adinolfi MEP
Marco Affronte MEP
Martina Anderson MEP
Tiziana Beghin MEP
Lynn Boylan MEP
Matt Carthy MEP
Fabio Massimo Castaldo MEP
Ignazio Corrao MEP
Rosa D’Amato MEP
Eleonora Evi MEP
Laura Ferrara MEP
Ana Gomes MEP
Karoline Graswander-Hainz MEP
Dietmar Köster MEP
Monica Macovei  MEP
Ana Miranda MEP
Bernard Monot MEP
Piernicola Pedicini MEP
Georgi Pirinski MEP
Liadh Ni Riada MEP
Pirkko Ruohonen-Lerner MEP
Barbara Spinelli MEP
Bart Staes MEP
Dario Tamburrano MEP
Indrek Tarand MEP
Ramon Tremosa i Balcells MEP
Miguel Urbán Crespo MEP
Ernest Urtasun MEP
Julie Ward MEP
Marco Zanni MEP
Marco Zullo MEP
Tomáš Zdechovský MEP

The hidden agenda of the Brexiteers

di mercoledì, aprile 18, 2018 0 , , , , Permalink

Bruxelles, 11 aprile 2018. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della tavola rotonda organizzata dalla Camera Federale del Lavoro austriaca (AK Europa) e dalla Confederazione austriaca dei sindacati (ÖGB) su “The impact of Brexit on workers’ rights”.

Relatori:

  • Professor Michael Ford QC – Università di Bristol
  • Frances O’Grady – Segretario Generale della Federazione Sindacale britannica (British Trades Union Congress – TUC)
  • Erich Foglar – Presidente della Confederazione austriaca dei sindacati (ÖGB

I would like to begin with the hidden agenda of Tory Brexiteers and others, knowing that Brexit is a complex phenomenon: many voters embraced Leave thinking they would get more, not less social rights.

What a majority of right-wingers really dislike in the Union is the web of regulations which are constitutive of the EU. When Theresa May speaks of a global, sovereign Britain, she transmits the false image of a giant power feeling tied down like Gulliver by Lilliputians, and having an only desire: to break free from the continental midgets and get unchained. Gulliver feels “several ligatures across his body”, and the EU with its norms represents the ligature – the name today is red-tape – to discard. Take back control is a mantra of the Brexiteers. The hidden text of the mantra is less democratic control, less obligations concerning workers’ rights.

All this is magical thinking: the EU social fabric has been already deregulated and devastated by years of austerity. Nonetheless, Tory and DUP Brexiteers continue to feel chained and want even less “ligatures” as far as rights are concerned. I refer to the rights deriving from the EU law and applicable not only to EU citizens living in UK and vice-versa, but also to British nationals living in the UK, including Northern Irish citizens who voted remain and have the right, thanks to the Good Friday Agreement, to choose the Irish – i.e. European – citizenship. Getting rid of the Charter of fundamental rights and of the jurisdiction of the European Court of justice is a key ingredient of the hidden agenda.

As I said, the EU is not today a paradise for those who suffer precariousness and exclusion (I prefer the word expulsion, used by Saskia Sassen). It was the EU Court of Justice who ruled, in the Viking Line and Laval cases, that employers’ rights always trump workers’ rights. So did the Alemo-Parkwood case regarding the directive on transfer of undertakings. Jacques Delors admitted the absence of a social dimension in the EU project in his speech given to the TUC Congress in 1988. He said that the single market should not diminish social protections and dismantle the labour market. A neoliberal agenda prevailed instead, privatising public services, cutting down pensions, wages and employment. The climax was reached by Greece’s fiscal waterboarding. The EU citizens’ trust in the Union collapsed: I personally see a strong link between the threatening talks about Grexit and the subsequent Brexit vote. What Delors said in ’89 is still true: “You cannot fall in love with the single market”.

But what is equally true is that workers’ rights will be badly hit by Brexit. A report of the TUC in February 2017 has shown that wages will be 38 pounds a week lower and there are other forecasts which look even grimmer. The EU – included the single market – offers despite all some shield against the market forces: it’s the truth emerged during the Brexit negotiations. Just an example: last November, the same EU Court of justice ruled in favour of a gig economy worker who never got a paid holiday in 13 years. Jason Moyer-Lee, General Secretary of the Independent Workers’ Union of Great Britain, observed that the judgement was “a striking reminder of the impending disaster for worker rights that is Brexit”. Part time work, work on demand and in general the gig-economy are protected by EU law much more than they will outside the EU, thanks to specific directives: in particular the directive on working times, as well as the directives on annual leaves, equal pay, maternity rights, parental leave, anti-discrimination laws, compensation for discrimination victims, temporary agency work protections, health and safety. The EU has regressed, but workers risk to be less protected without its directives.

I conclude with the loss of rights by the EU citizens in UK and viceversa. Despite Michel Barnier’s statement that there is now “complete agreement” on citizens’ rights, crucial legal uncertainties remain, as stressed by associations like The3Millions and British in Europe. The situation of at least 5 million people will change dramatically after Brexit and will be dependent on the Withdrawal Agreement. Furthermore, the jurisdiction of the Court of Justice for EU citizens in the UK will be time-limited, hence not guaranteeing them the life-long protection which has been explicitly promised to them by the EU negotiator Barnier.

That’s why the European Parliament must do its utmost to ensure that the full set of EU rights will be included in the Withdrawal Agreement. Post-Brexit citizens will be able to rely only on this treaty as a legal reference to protect their rights.

Fortezza Europa, il nuovo paradigma

Intervento di Barbara Spinelli a conclusione della Conferenza EU: The current agenda – “Defence, militarization, armament industry and fortress Europe”, organizzata dal gruppo politico GUE/NGL. Tra i presenti: Oscar Camps, fondatore di Proactiva Open Arms

Bruxelles, 10 aprile 2018

A conclusione di questa conferenza vorrei richiamare la vostra attenzione su due fatti: il primo generale, il secondo concernente la recente vicenda giudiziaria di Proactiva Open Arms, che coinvolge più direttamente l’Italia.

Primo fatto, da tenere sempre in mente: i nuovi dati dell’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni dicono che a fronte di un calo negli arrivi, nel Mediterraneo centrale si muore il 75 per cento di più. Anche perché sono rimaste poche le navi di soccorso costrette a negoziare con la Guardia Costiera libica il salvataggio di centinaia persone. In realtà sono costrette a negoziare con le autorità italiane che coordinano le attività libiche, come vedremo, e con modalità diverse dal passato: l’interlocutore in Italia non è più la Guardia costiera – che dipende dal Ministero dei Trasporti e Infrastrutture – ma la Marina militare. Così scrive il 27 marzo un giornalista di «Famiglia Cristiana», Andrea Palladino, basandosi non su illazioni bensì su un decreto giudiziario, ma poche ore dopo l’articolo viene rimosso dalla rete e sostituito l’indomani da una versione in cui scompare, dal titolo, l’accenno alla Marina militare. Questa strategia dell’occultamento serve a mascherare gli obiettivi perseguiti dalla politica italiana ed europea di controllo delle frontiere: la militarizzazione crescente di tale controllo, e il nuovo paradigma di contenimento dei flussi migratori che tendono a dirigersi verso l’Europa. Paradigma che poggia secondo la studiosa Violeta Moreno-Lax su un principio base: i respingimenti preventivi devono essere operati non dal singolo Stato europeo o dalla singola agenzia dell’Unione, ma dai e nei paesi di origine o di transito. Loro è il compito, e loro è anche la responsabilità di fronte alla legge internazionale che vieta respingimenti e trattamenti inumani. Moreno-Lax parla di controlli e responsabilità esonerate dal contatto diretto col migrante. Secondo il filosofo Emmanuel Levinas è il contatto con l’Altro (più precisamente con il suo Volto) che crea automaticamente responsabilità, e questo spiega il deliberato passaggio dal ‘Contactless Control’ delle frontiere alla ‘Contactless Responsibility’ verso il rifugiato.

A ciò si aggiunga quello che è stato chiamato il “business della xenofobia”: fatto di droni, satelliti, videocamere, recinzioni, filo spinato, agenzie di sorveglianza. Secondo il report Money Trails, in quindici anni sono stati spesi 11,3 miliardi di euro per deportare i migranti nei paesi d’origine, circa 1 miliardo per le agenzie europee di contenimento e sorveglianza come Frontex e Eurosur, 230 milioni nella ricerca e 77 milioni per le fortificazioni: circa 16 miliardi in tutto.

Secondo fatto: il caso Open Arms, che ha chiarito molte cose sulle responsabilità italiane concernenti il respingimento di migranti e richiedenti asilo provenienti dalla Libia e le sue nuove modalità.

Un elemento chiave di tali modalità è costituito dalla presunta esistenza della zona libica di ricerca e soccorsi in mare (“zona SAR”). Ormai sappiamo che si tratta di un’invenzione di comodo: dal dicembre scorso è una zona che non esiste più. Lo ha confermato l’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), e lo ha ammesso tra le righe il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, rispondendo il 26 marzo a una mia domanda nella Commissione LIBE: “Non considero come acquisita la zona SAR della Libia. Ci fu una dichiarazione unilaterale nell’estate 2017 che creò una certa situazione che non riesco per la verità a qualificare”. La risposta è volutamente evasiva e il motivo è evidente: la zona SAR lungo le coste libiche fu proclamata per ridurre drasticamente le attività delle navi Ong e per scaricare sulla Libia (governo provvisorio e milizie, comprese quelle riconvertite in guardie costiere) la responsabilità giuridica connessa al rimpatrio e alla detenzione sempre più cruenta dei migranti in fuga verso l’Europa. Sotto forma di finzione tale responsabilità libica deve continuare a esistere, e infatti la Commissione europea ha preso le distanze – stando alle testimonianze di Open Arms – dalle ammissioni del direttore di Frontex.

La tendenza a nascondere le tracce e a occultare la verità domina l’intera operazione controllo delle frontiere e abbiamo visto come si sia rivelata nella vicenda di Open Arms: quel che in tal caso si vuol dissimulare è il ruolo italiano – avallato e protetto dall’Unione – nella gestione dell’area chiamata tuttora, abusivamente, zona SAR della Libia. Se ne è avuta certezza definitiva in occasione del sequestro della nave di ProActiva Open Arms. Nel decreto di convalida della confisca, il giudice per le indagini preliminari di Catania ha detto come stanno le cose in maniera difficilmente equivocabile: “La circostanza che la Libia non abbia definitivamente dichiarato la sua zona SAR non implica automaticamente che le loro navi non possano partecipare ai soccorsi, soprattutto nel momento in cui il coordinamento è sostanzialmente affidato alle forze della Marina militare italiana, con propri mezzi navali e con quelli forniti ai libici”. L’affermazione è cruciale, perché per la prima volta si dice che è l’Italia a coordinare le cosiddette guardie costiere libiche (il più delle volte miliziani ed ex trafficanti che l’Unione pretende di combattere).

Le indagini giudiziarie sulle attività di ProActiva OpenArms diventano a questo punto non tanto secondarie quanto pretestuose. La vera questione riguarda l’attività del governo italiano e le intese tra quest’ultimo e il governo di Accordo Nazionale nonché le milizie libiche, intese appoggiate dall’Unione europea. E quando dico governo italiano dico Ministero della Difesa: l’operazione sequestro di Open Arms e il salvataggio più respingimento in Libia dei migranti non sono più gestiti dalla Guardia costiera italiana – che dipende dal Ministero dei Trasporti e Infrastrutture – ma dalla Marina Militare, come ammesso dagli stessi magistrati. La nave militare italiana, di stanza a Tripoli, già impegnata nella operazione italiana NAURAS e riattivata con l’avvio della missione europea Themis, obbedisce agli ordini delle autorità militari italiane. A giudizio del giornalista Palladino, il cui articolo è stato rimosso dal web pur limitandosi a riportare quanto scritto nel decreto dei giudici, le modalità di azione del governo italiano – e dell’Unione europea, nella misura in cui essa continua a fingere l’esistenza di una zona SAR libica – sono drasticamente cambiate dopo il 2 febbraio, data di avvio della nuova operazione navale Themis. (Sia detto per inciso, il direttore di Frontex Leggeri ha ricordato che Themis, nome della nuova operazione Frontex nel Mediterraneo, è la dea greca della giustizia e anche del law enforcement, cioè della polizia: notizia clamorosa che non ho ritrovato nei dizionari della mitologia greca).

Ne consegue che l’Italia ha una responsabilità diretta nella decisione di respingere migranti e richiedenti asilo verso la Libia o altri paesi africani, e di esporli a grave rischio umanitario. È fuori dubbio  che l’Italia, intervenendo con propri mezzi, uomini e risorse, anche se al di fuori del territorio nazionale, eserciti sulla zona una propria giurisdizione, con tutte le conseguenze che ne conseguono, soprattutto rispetto alla Convenzione europea dei diritti. Si ripetono così i respingimenti che già una volta, nel caso Hirsi del 2012, spinsero la Corte europea per i diritti umani a condannare l’Italia quando governava Berlusconi: per i respingimenti collettivi operati nel 2009 e per aver esposto i rimpatriati forzati al “rischio serio di trattamenti inumani e degradanti”. Vero è che le autorità italiane si limitano oggi a “gestire” le guardie costiere libiche anziché intervenire di persona, ma il coordinamento fa capo a loro e l’obiettivo è raggiunto proprio grazie al nuovo paradigma del “contactless refoulement”.

La via scelta dalle autorità italiane e da quelle dell’Unione è quella di perseguire gli operatori umanitari che si assumono l’onere di portare le persone soccorse in mare non nei luoghi “più vicini” bensì in luoghi sicuri (place of safety), come prescritto dalla Convenzione SAR del 1979. È una scelta – quella italiana – fatta in violazione del diritto internazionale, come affermato da 29 accademici europei in un appello che chiede al Consiglio di sicurezza dell’Onu e al Tribunale penale internazionale di occuparsi del caso Italia-Libia.

Una denuncia simile era già venuta il 1 marzo dal relatore speciale Onu sulla tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, Nils Melzer: “Gli Stati devono smettere di fondare le proprie politiche migratorie sulla deterrenza, la criminalizzazione e la discriminazione. Devono consentire ai migranti di chiedere protezione internazionale e di presentare appello giudiziario o amministrativo contro ogni decisione concernente la loro detenzione o deportazione”.

Il ruolo dell’Italia sta divenendo sempre più oscuro, anche alla luce del caso, denunciato lo scorso 27 marzo dal «Libya Observer», secondo cui le autorità libiche avrebbero delegato un cittadino italiano appartenente alla Missione di assistenza alla gestione integrata delle frontiere in Libia (Eubam Libia) a rappresentare ufficialmente la Libia in una conferenza internazionale. Questo in violazione della sovranità e dell’indipendenza della Libia, secondo la denuncia presentata dal delegato libico presso l’Organizzazione mondiale delle dogane Yousef Ibrahim al ministero degli Esteri di Tripoli, al direttore generale delle dogane e all’incaricato d’affari libico a Bruxelles. Il direttore di Eubam-Libia ha nel frattempo chiesto scusa.

Il governo italiano si sta comportando come se la Libia fosse un suo governatorato (la storia si ripete, e non è una farsa), ma senza assumersi responsabilità rispetto alla legge internazionale e allo specifico divieto del refoulement e dei trattamenti inumani.

Che fare?

Quel che potremmo fare è appoggiare i tentativi che si stanno attuando per portare il governo italiano e l’Unione europea davanti alla Corte penale internazionale e/o alla Corte di Strasburgo, per via di una precisa responsabilità nel refoulement dei migranti e nella loro esposizione al rischio di trattamenti inumani o degradanti (violazione dell’ art.4 Protocollo n.4 e dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo). Un altro fatto da tenere presente, già evocato nella sentenza Hirsi: la Libia non ha ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 e il Paese non è attrezzato per serie procedure di asilo. Allora come oggi, la presenza dell’UNHCR non può considerarsi una garanzia sufficiente, considerato che le autorità libiche (oggi peraltro indefinite) non attribuiscono alcun valore allo status di rifugiato.

Iniziative in questo senso ci sono, a cominciare dall’appello dei 29 accademici lanciato in occasione del sequestro di Proactiva Open Arms. L’appello, in particolare, è volto ad attivare la Corte penale internazionale per violazione del diritto del mare e dei diritti dell’uomo, per trattamenti inumani e per refoulement di migranti e richiedenti asilo.

Sui migranti decide tutto l’Italia: la Libia non esiste

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 31 marzo 2018

È ora di fare chiarezza sulla politica italiana e dell’Unione europea concernente i rifugiati provenienti dalla Libia. I fatti, innanzitutto.

La zona libica di ricerca e soccorsi in mare (zona Sar) è un’invenzione di comodo: dal dicembre scorso non esiste più. Lo ha confermato l’Organizzazione Marittima Internazionale, e lo ha ammesso tra le righe il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, rispondendo il 26 marzo a una mia domanda nella Commissione libertà pubbliche del Parlamento europeo: “Non considero come acquisita la zona Sar della Libia. Ci fu una dichiarazione unilaterale nell’estate 2017 che creò una certa situazione che non riesco per la verità a qualificare”. La risposta è volutamente evasiva e il motivo delle ambiguità europee è evidente: la zona Sar lungo le coste libiche fu proclamata per ridurre drasticamente le attività delle navi Ong e per scaricare sulla Libia (governo provvisorio e milizie) la responsabilità giuridica connessa al rimpatrio e alla detenzione sempre più cruenta dei migranti in fuga verso l’Europa. Sotto forma di finzione tale responsabilità libica deve continuare a esistere, e infatti la Commissione si è guardata dal far proprie le ammissioni del direttore di Frontex.

Quel che invece appare sicuro è il ruolo italiano – e dell’Unione – nella gestione dell’area chiamata tuttora, abusivamente, zona Sar della Libia. Se ne è avuta certezza definitiva in occasione del sequestro della nave dell’Ong spagnola ProActiva Open Arms. Nel decreto di convalida della confisca, il giudice per le indagini preliminari di Catania ha detto come stanno le cose in maniera difficilmente equivocabile: “La circostanza che la Libia non abbia definitivamente dichiarato la sua zona Sar non implica automaticamente che le loro navi non possano partecipare ai soccorsi, soprattutto nel momento in cui il coordinamento è sostanzialmente affidato alle forze della Marina militare italiana, con propri mezzi navali e con quelli forniti ai libici” (il corsivo è mio). L’affermazione è cruciale, perché per la prima volta si dice che è l’Italia a coordinare le cosiddette guardie costiere libiche (il più delle volte miliziani ed ex trafficanti non controllabili). Le indagini giudiziarie sulle attività di ProActiva OpenArms diventano a questo punto non tanto secondarie quanto pretestuose. La vera questione riguarda l’attività del governo italiano e le intese tra quest’ultimo e il governo di Accordo Nazionale nonché le milizie libiche, intese appoggiate dall’Unione europea.

Ne consegue che l’Italia ha una responsabilità diretta nella decisione di respingere migranti e richiedenti asilo verso la Libia o altri paesi africani, e di esporli a grave rischio umanitario. Come sostiene Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi): “Sembra fuori discussione il fatto che le azioni poste in atto dall’Italia, intervenendo con propri mezzi, uomini e risorse, anche se al di fuori del territorio nazionale, costituiscano esercizio della propria giurisdizione con tutte le conseguenze che ne conseguono, in primis il fatto che l’Italia risponde alla Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo”. Si ripetono così i respingimenti che già una volta, nel caso Hirsi del 2012, spinsero la Corte europea per i diritti umani a condannare l’Italia di Berlusconi: per i respingimenti collettivi operati nel 2009 e per aver esposto i rimpatriati forzati al “rischio serio di trattamenti inumani e degradanti”. Vero è che le autorità italiane si limitano oggi a “gestire” le guardie costiere libiche anziché intervenire di persona, ma il coordinamento fa capo a loro.

La via scelta dalle autorità italiane e da quelle dell’Unione è quella di perseguire gli operatori umanitari che si assumono l’onere di portare le persone soccorse in mare non nei luoghi “più vicini” bensì in luoghi sicuri (place of safety), come prescritto dalla Convenzione Sar del 1979. È una scelta – quella italiana – fatta in violazione del diritto internazionale, come affermato da 29 accademici europei in un appello che chiede al Consiglio di sicurezza dell’Onu di occuparsi del caso Italia-Libia.

Una denuncia simile era già venuta il 1 marzo dal relatore speciale Onu sulla tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, Nils Melzer: “Gli Stati devono smettere di fondare le proprie politiche migratorie sulla deterrenza, la criminalizzazione e la discriminazione. Devono consentire ai migranti di chiedere protezione internazionale e di presentare appello giudiziario o amministrativo contro ogni decisione concernente la loro detenzione o deportazione”.

Il ruolo dell’Italia sta divenendo sempre più oscuro, anche alla luce del caso, denunciato lo scorso 27 marzo dal «Libya Observer», secondo cui le autorità libiche avrebbero delegato un cittadino italiano appartenente alla Missione di assistenza alla gestione integrata delle frontiere in Libia (Eubam Libia) a rappresentare ufficialmente la Libia in una conferenza internazionale. Questo in violazione della sovranità e dell’indipendenza della Libia, secondo la denuncia presentata dal delegato libico presso l’Organizzazione mondiale delle dogane Yousef Ibrahim al ministero degli Esteri di Tripoli, al direttore generale delle dogane e all’incaricato d’affari libico a Bruxelles.

Il governo italiano si sta comportando come se la Libia fosse un suo governatorato (la storia si ripete, e non è una farsa), ma senza assumersi responsabilità rispetto alla legge internazionale e allo specifico divieto del refoulement e dei trattamenti inumani.

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La detenzione di bambini migranti in Grecia viola il diritto internazionale

COMUNICATO STAMPA

Barbara Spinelli e 70 eurodeputati: la detenzione di bambini migranti in Grecia viola il diritto internazionale

Bruxelles, 9 marzo 2018

Barbara Spinelli (GUE/NGL) ha rivolto un’interrogazione scritta alla Commissione europea a proposito della detenzione di bambini migranti non accompagnati nelle celle delle stazioni di polizia in Grecia.

L’interrogazione è stata cofirmata da settanta deputati di diversi gruppi politici.

Di seguito il testo e le firme:

«Human Rights Watch ha reso noto che in Grecia, alla fine dello scorso dicembre, 54 bambini non accompagnati erano detenuti in celle interne alle stazioni di polizia locali o in centri di detenzione per migranti. Secondo il rapporto dell’organizzazione, I bambini migranti vivevano in “condizioni non igieniche, spesso con adulti estranei” e potenzialmente “soggetti ad abuso e maltrattamento da parte della polizia”.

La detenzione dei bambini viola il diritto internazionale in materia di diritti umani, come affermato dal Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria, dal Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dal Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti.

L’Articolo 6 del Regolamento 604/2013 stabilisce che gli Stati membri cooperino strettamente tra loro, tengano debito conto delle possibilità di ricongiungimento familiare e, nel caso di minori non accompagnati, si adoperino per “facilitare l’azione appropriata per l’identificazione dei familiari, fratelli o parenti del minore non accompagnato che soggiornano nel territorio di un altro Stato membro”.

La Commissione è informata della situazione e, in caso affermativo, quali passi intende intraprendere per sostenere misure alternative alla detenzione, rendere più veloce il ricongiungimento familiare dalla Grecia e assicurare una ricollocazione sicura dei bambini richiedenti asilo non accompagnati, anche in assenza di legami familiari?»

Firmatari:

Barbara Spinelli (GUE/NGL), Beatriz Becerra Basterrechea (ALDE), Tanja Fajon (S&D), Maria Grapini (S&D), Josu Juaristi Abaunz (GUE/NGL), Maria Gabriela Zoană (S&D), Tokia Saïfi (PPE), Pina Picierno (S&D), Neoklis Sylikiotis (GUE/NGL), Takis Hadjigeorgiou (GUE/NGL), Maite Pagazaurtundúa Ruiz (ALDE), Sergio Gaetano Cofferati (S&D), Mercedes Bresso (S&D), Silvia Costa (S&D), Bart Staes (Verts/ALE), Marlene Mizzi (S&D), Malin Björk (GUE/NGL), Carlos Coelho (PPE), Ramón Luis Valcárcel Siso (PPE), Antonio López-Istúriz White (PPE), Anna Hedh (S&D), Marita Ulvskog (S&D), Jytte Guteland (S&D), Jens Nilsson (S&D), Wajid Khan (S&D), Luigi Morgano (S&D), Javier Nart (ALDE), Ana Gomes (S&D), Gérard Deprez (ALDE), Izaskun Bilbao Barandica (ALDE), Curzio Maltese (GUE/NGL), João Pimenta Lopes (GUE/NGL), João Ferreira (GUE/NGL), Vilija Blinkevičiūtė (S&D), Nikolaos Chountis (GUE/NGL), Molly Scott Cato (Verts/ALE), Javier Couso Permuy (GUE/NGL), Michaela Šojdrová (PPE), Petras Auštrevičius (ALDE), Julie Ward (S&D), Merja Kyllönen (GUE/NGL), Nathalie Griesbeck (ALDE), Jean Lambert (Verts/ALE), Barbara Lochbihler (Verts/ALE), Tania González Peñas (GUE/NGL), Marisa Matias (GUE/NGL), Claude Turmes (Verts/ALE), Dietmar Köster (S&D), Claude Moraes (S&D), Eva Joly (Verts/ALE), Soraya Post (S&D), Benedek Jávor (Verts/ALE), Hilde Vautmans (ALDE), Monika Beňová (S&D), Miguel Urbán Crespo (GUE/NGL), Elly Schlein (S&D), Ernest Urtasun (Verts/ALE), Bodil Valero (Verts/ALE), António Marinho e Pinto (ALDE), Helmut Scholz (GUE/NGL), Kostas Chrysogonos (GUE/NGL), Jordi Solé (Verts/ALE), Sirpa Pietikäinen (PPE), Martina Anderson (GUE/NGL), Stefan Eck (GUE/NGL), Sophia in ‘t Veld (ALDE), Josef Weidenholzer (S&D), Nessa Childers (S&D), Olle Ludvigsson (S&D), Anna Maria Corazza Bildt (PPE), Caterina Chinnici (S&D)

Allegati:

Secondo HRW e numerosi studi, tra cui un rapporto redatto su richiesta della Commissione, la detenzione ha effetti gravi e di lungo termine sui bambini, che includono “nocumento al loro sviluppo, ansia, depressione, disturbo da stress post traumatico e perdita di memoria”:

http://odysseus-network.eu/wp-content/uploads/2015/02/FINAL-REPORT-Alternatives-to-detention-in-the-EU.pdf

https://www.hrw.org/news/2018/01/23/asylum-seeking-kids-locked-greece

http://www.unhcr.org/58a458eb4

Assemblea generale delle Nazioni Unite, Dichiarazione di New York su rifugiati e migranti: risoluzione / adottata dall’Assemblea generale, 3 ottobre 2016, A/RES/71/1.

“Noi, i Capi di Stato e di governo e Alti rappresentanti (…)  perseguiremo inoltre soluzioni alternative alla detenzione mentre tali misure sono in corso”.

http://www.refworld.org/docid/57ceb74a4.html

– Commento Generale N. 21 (2017) del  Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia relativo ai bambini in situazioni di strada – vedi paragrafo 44: “La privazione della libertà, per esempio, in celle di detenzione o centri chiusi, non costituisce mai una forma di protezione”.

Fonti:

http://fra.europa.eu/en/publication/2017/child-migrant-detention

http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2013:180:0031:0059:EN:PDF

Lettera al Presidente Tajani su un evento organizzato dall’europarlamentare Borghezio

di venerdì, febbraio 16, 2018 0 No tags Permalink

Letter concerning an event organised the 21st of February by MEP Mario Borghezio hosting Gian Marco Concas, a spokesperson of the European anti-migrant network “Generazione identitaria”.

Aggiornamento 21 febbraio 2018:

Il Presidente Tajani non ha risposto alla richiesta, e la conferenza stampa ha avuto dunque luogo con il suo implicito consenso.