La reazione a catena del caso Assange

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 13 aprile 2019

 

L’arresto di Julian Assange, giovedì mattina nell’ambasciata dell’Ecuador dove era rifugiato da sette anni, è una notizia più che inquietante, se l’arresto sarà seguito da un’estradizione negli Stati Uniti. Sono in gioco diritti fondamentali dei giornalisti, concernenti il rapporto con le fonti delle loro indagini e in modo speciale con i whistleblower (informatori segreti).

Per quanto riguarda l’Unione europea, è messo in questione il progetto di direttiva concernente la protezione dei whistleblower e del loro anonimato, il cui scopo è – tra l’altro – quello di evitare la criminalizzazione dei giornalisti che si rifiutano di rivelare le proprie fonti. Il testo finale della direttiva – oggetto di un lungo negoziato tra Commissione, Parlamento e Consiglio – sarà votato nella plenaria di Strasburgo la settimana prossima. È sperabile che sarà salvato un punto cruciale difeso dal Parlamento: la possibilità, per l’informatore, di procedere alle sue rivelazioni facendo ricorso non solo a canali interni ma anche esterni.

È grazie alla piattaforma WikiLeaks e a Julian Assange che l’opinione pubblica mondiale è venuta a conoscenza dei crimini di guerra commessi dalle forze armate Usa in Afghanistan e Iraq, oltre che delle torture inflitte ai detenuti di Abu Ghraib e Guantanamo. La verità sui crimini in Iraq e Afghanistan fu rivelata grazie a centinaia di migliaia di registrazioni fornite ad Assange da Chelsea Manning, ex analista militare dell’esercito statunitense divenuta whistleblower. Chelsea Manning fu arrestata nel 2010, e nella prigione subì torture. Fu liberata nel 2017 perché Obama giudicò sproporzionata la pena che le era stata inflitta (35 anni di carcere duro). Nel marzo scorso è stata di nuovo incarcerata, perché si era rifiutata di testimoniare contro WikiLeaks e Assange, giudicando inaccettabile un “grand jury” le cui procedure prevedono udienze non pubbliche.

Basta percorrere i principali capi di accusa formulati dalla Corte distrettuale statunitense, e pendenti su Assange, per capire che la libertà di stampa e la sua indipendenza dal potere politico sono gravemente minacciate. Secondo il giudizio di numerosi giuristi, interpellati in particolare dal sito Intercept, le seguenti accuse sono globalmente invalide:

1) L’accusa di “cospirazione contro lo Stato, legata al fatto che Assange incoraggiò Manning a fornire informazioni e registrazioni provenienti da dipartimenti e agenzie degli Stati Uniti”. L’accusa non regge, secondo i giuristi in questione, perché la funzione del giornalista consiste precisamente nell’incoraggiare le fonti a fornire informazioni di pubblico interesse sulle attività del proprio governo.

2) “È parte della cospirazione il fatto che Assange e Manning adottarono misure atte a occultare la figura di Manning come fonte della divulgazione a WikiLeaks di registrazioni riservate”. Proteggere l’anonimità delle fonti è un caposaldo del giornalismo investigativo, online o cartaceo che sia (fra qualche giorno tale protezione sarà obbligatoria, una volta recepita la direttiva Ue). Se l’anonimità non fosse garantita nessuna fonte segreta uscirebbe allo scoperto, i whistleblower sarebbero in pericolo e la stampa non sarebbe il “cane da guardia” che deve essere in democrazia.

3) “È parte della cospirazione che Assange e Manning fecero ricorso al servizio online Jabber – e a Dropbox – collaborando nell’acquisizione e disseminazione di registrazioni riservate”. Jabber e Dropbox sono strumenti indispensabili nelle comunicazioni fra giornalisti e whistleblower.

Una considerazione a parte va fatta sulle vicende giudiziarie in Svezia, che vedono Assange accusato di stupro. Anche la Svezia infatti chiede l’estradizione: l’accusa è stata nel frattempo archiviata, ma gli avvocati della presunta vittima hanno chiesto la riapertura del processo. L’estradizione in Svezia può avere la sua ragion d’essere, ma a una condizione: che sia del tutto separata dalle questioni poste dalla giustizia americana e legate alle attività investigative di WikiLeaks. La posizione del Partito laburista su questo punto è corretta: nulla da dire su eventuali processi in Svezia, come peraltro già accettato a suo tempo da Assange, ma a condizione che non implichino l’estradizione negli Stati Uniti per imputazioni non inerenti a qualsiasi altro caso giudiziario.

© 2019 Il Fatto Quotidiano

ICE, l’UE chiude le porte alla partecipazione cittadina

Strasburgo, 12 marzo 2019. Barbara Spinelli (Gue/Ngl) è intervenuta ieri nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo dedicata alla Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio riguardante l’iniziativa dei cittadini europei (ICE).

Presenti al dibattito:

  • Alain Lamassoure, deputato PPE, in sostituzione del relatore György Schöpflin.
  • Andrus Ansip, Vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per il Mercato Unico Digitale.

Il nuovo regolamento è stato approvato con 535 voti a favore, 90 contrari e 41 astensioni.

I più importanti emendamenti presentati da Barbara Spinelli e dal gruppo Gue/Ngl chiedevano: la preservazione dei sistemi di raccolta individuale e la cancellazione della data fissata per la loro abolizione; un serio follow-up legislativo, nei limiti di quanto previsto dall’articolo 11 del Trattato dell’Unione; la possibilità per le Iniziative cittadine di chiedere la modifica di una proposta legislativa in corso.
La proposta di votare gli emendamenti all’accordo provvisorio, presentata in apertura del voto da Barbara Spinelli in nome del gruppo Gue/Ngl, è stata rigettata.

Di seguito l’intervento in Plenaria dell’11 marzo 2019:

Per quattro anni ci siamo occupati di uno strumento iscritto nei Trattati ma moribondo: l’Iniziativa cittadina (ICE). Lo sforzo di riesumarlo era l’occasione per dare una prima risposta alle sfide del momento: la vasta crisi della democrazia rappresentativa; l’offensiva dei poteri costituiti contro i corpi intermedi (sindacati, Ong); la domanda di democrazia diretta o partecipativa. Una domanda crescente – e rischiosa se ripetutamente inascoltata – come dimostrato dal Brexit e dal movimento Gilet gialli.

L’occasione è stata in parte persa, e i cittadini manifestano in questi giorni profondissima delusione. Vero è che l’ICE è tecnicamente migliorata, e il Parlamento potrà valutare le iniziative coronate da successo. Ma il potere di dar loro un seguito legislativo è monopolizzato dalla Commissione, e anche la raccolta firme è accentrata nelle sue mani. I sistemi individuali di raccolta, pure molto efficaci e previsti dal precedente regolamento, saranno aboliti. È un ennesimo schiaffo alle Ong.

È come se avessimo costruito uno smartphone più accessibile ma che bloccasse le chiamate: user-friendly, non citizen-friendly. L’Iniziativa cittadina non viene uccisa, fortunatamente. Ma resta in coma. I poteri costituiti dell’Unione si barricano, chiudendo le porte alla partecipazione cittadina nel preciso momento in cui glorificano l’inesistente dèmos europeo. Non è un segno di forza, ma di debolezza.

Europe’s deadly migration strategy

“Sophia is a military operation with a very political agenda,” said Barbara Spinelli, an Italian MEP and member of the Committee on Civil Liberties, Justice and Home Affairs in the European Parliament. “It has become an instrument of refoulement, legitimizing militias with criminal records, dressed up as coast guards.”

Articolo di Zach Campbell, Politico, 28 febbraio 2019

Unacceptable statements by the President of the European Parliament Antonio Tajani

di lunedì, febbraio 18, 2019 0 , , Permalink

Demanding immediate resignation of Antonio Tajani, president of the EU parliament, petizione promossa dal sindacato sloveno dei pensionati e cofirmata anche da Barbara Spinelli. Qui la lettera dei promotori.

Lista dei primi firmatari:

  1. Davor Bernardić, president of SDP Croatia and MP of Croatian Parliament
  2. dr. Borut Bohte, professor at the Faculty of Law, University of Ljubljana
  3. Biljana Borzan, European MEP SDP Croatia/S&D
  4. dr. Milan Brglez, Slovenian MP and former President of the National Assembly of the Republic of Slovenia
  5. Neda R. Bric, actress and director
  6. Jan Cvitkovič, film director
  7. dr. Gabi Čačinovič Vogrinčič, psychologist and professor at the Faculty of Social Work, University of Ljubljana
  8. Mitja Čander, editor and essayist
  9. Tanja Fajon, MEP SD Slovenia/Vice-President of the S&D Group in the European Parliament
  10. Knut Fleckenstein, MEP SPD Germany/S&D
  11. Spomenka Hribar, Slovenian author, philosopher, sociologist and public intellectual
  12. Zoran Janković, Major of Ljubljana
  13. Roni Kordiš – Had, Slovenian blogger
  14. Jadranka Kosor, former Prime Minister of the Republic of Croatia
  15. Jurij Krpan, artistic director of the Kapelica Gallery Ljubljana
  16. Milan Kučan, former President of the Republic of Slovenia
  17. dr. Branko Marušič, Slovenian historian
  18. Stjepan Mesić, former President of the Republic of Croatia
  19. Matjaž Nemec, Slovenian MP and Chair of the Committee on Foreign Policy in the National Assembly of the Republic of Slovenia
  20. Tonino Picula, MEP SDP Croatia/S&D
  21. dr. Ciril Ribičič, a distinguished professor at the University of Ljubljana and a former constitutional judge
  22. ddr. Rudi Rizman, a distinguished professor at the University of Ljubljana and the University of Bologna
  23. Tatjana Rojc, Senator in the Italian Parliament in Rome
  24. Aldo Rupel, writer, sports teacher and translator
  25. dr. Vasilka Sancin, associate professor at the Faculty of Law, University of Ljubljana
  26. Jožef Školč, former President of the National Assembly of the Republic of Slovenia
  27. Davor Škrlec, MEP Greens/EES
  28. Marko Sosič, writer and director
  29. Barbara Spinelli, MEP Confederal Group of the European United Left – Nordic Green Left
  30. dr. Igor Šoltes, MEP Greens/EES
  31. Aleš Šteger, writer
  32. dr. Danilo Türk, former President of the Republic of Slovenia
  33. dr. Marta Verginella, Slovenian historian from the Slovene minority in Trieste/Italy
  34. dr. Patrick Vlačič, former Minister of the Government of the Republic of Slovenia and associate professor at the Faculty of Maritime Studies and Transport of the University of Ljubljana
  35. Lenart Zajc, writer
  36. mag. Dejan Židan, President of the Social Democrats and the National Assembly of the Republic of Slovenia
  37. Josef Weidenholzer, MEP SPÖ Austria/Vice-President of the S&D Group in the European Parliament

Letter in defence of a political dialogue in Venezuela

di martedì, febbraio 5, 2019 0 Permalink
Lettera firmata da 39 deputati e diretta al Presidente del Consiglio Europeo (Donald Tusk), alla Presidenza del Consiglio dell’Ue (Romania, attuale primo ministro Vasilica Viorica Dăncilă) e ai rappresentanti permanenti degli Stati Membri dell’Ue:

Letter in defence of a political dialogue in Venezuela, guaranteeing that Latin America and the Caribe remains a Zone of Peace

L’incubo di uno scenario no-deal

Strasburgo, 16 gennaio 2019. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo. 

Punto in agenda:

Recesso del Regno Unito dall’UE

  • Dichiarazioni del Consiglio e della Commissione

Presenti al dibattito:

  • Melania-Gabriela Ciot – Segretario di Stato per gli Affari europei (Presidenza rumena del Consiglio dell’UE)
  • Frans Timmermans – Primo vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per la migliore legislazione, le relazioni interistituzionali, lo stato di diritto e la carta dei diritti fondamentali
  • Michel Barnier – Capo negoziatore incaricato di preparare e condurre i negoziati con il Regno Unito a norma dell’articolo 50 del TUE

 

La prospettiva di un non-accordo su Brexit rappresenterebbe una lesione grave del Good Friday Agreement, su cui i cittadini nord irlandesi finiranno col pronunciarsi. Ma anche per i cittadini europei nel Regno Unito, e per gli inglesi che vivono nell’Unione, l’orizzonte è scuro. L’assenza di un Withdrawal agreement li priverebbe di tutti i diritti legati alla libertà di movimento. Dal limbo di questi anni passerebbero all’inferno dell’incertezza legale. Difficile dire come si potrà uscire da questa massiccia sconfessione della linea dell’esecutivo senza che il popolo sia di nuovo interpellato.

Comunque, se il no deal sarà confermato, e il Brexit non revocato, la Commissione, il Consiglio e il Parlamento dovranno impegnarsi negli ambiti in cui possono esercitare subito un’influenza, e preservare unilateralmente, come primo atto,  i diritti dei residenti inglesi: raccomandando l’allineamento delle procedure nazionali alle best practice già prospettate in alcuni Paesi membri, e garantendo loro il libero movimento nell’Unione.

Ben più grave il caso dei cittadini europei in Gran Bretagna: sono più di 3 milioni, e in uno scenario no deal diverranno vittime, come già purtroppo lo sono i cittadini di Paesi terzi, dell’ambiente ostile promosso dai Tory fin dal 2012. Le promesse fatte recentemente da Theresa May potranno essere revocate dal Parlamento d’un solo colpo, quando vorrà.

Solo un trattato internazionale che salvaguardi i diritti iscritti nel Withdrawal agreement darebbe loro certezza legale. Il cosiddetto ringfencing dei diritti – la loro messa in sicurezza – è possibile se l’Unione, oltre a proteggere unilateralmente i residenti inglesi in Europa, condizionerà i negoziati sulle future relazioni a un preliminare accordo bilaterale Unione-Regno Unito che preservi e migliori il capitolo diritti contenuto nel Withdrawal agreement. Anche per questo è cruciale dare alla Gran Bretagna più tempo, per uscire dalle presenti difficoltà.

Relazione sulla Carta dei diritti fondamentali: due presentazioni in Commissione affari costituzionali

Bruxelles, 6 dicembre 2018. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione della Commissione affari costituzionali del Parlamento europeo. 

Punto in agenda:

Attuazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nel quadro istituzionale dell’UE

  • Esame degli emendamenti

Ringrazio tutti i relatori ombra per l’attenzione con cui hanno esaminato la mia proposta di relazione, e per i contributi che hanno fornito. Sono convinta che su alcuni punti sarà possibile avviare una proficua cooperazione, giungendo a compromessi ampiamente condivisi. Penso, ad esempio, a questioni quali: il ruolo che potrebbe svolgere l’Agenzia per i Diritti Fondamentali (FRA), l’adesione dell’UE alla Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo, la necessaria osservanza dei diritti fondamentali nell’ambito dell’azione esterna dell’Unione.

Tuttavia, alcune mie proposte non sembrano trovare il consenso di una parte – talvolta circoscritta, talvolta più trasversale – dei gruppi politici.

Nell’ottica di procedere alla prossima fase del lavoro, ossia la concreta definizione dei compromessi, vorrei prima sottoporre alla vostra attenzione, oggi, un ragionamento sull’ambizione di fondo che mi ha spinto a redigere precisamente questa relazione, nella fase storica dell’Unione che stiamo vivendo.

Questi non sono tempi facili né armoniosi nella vita dell’Unione. Sono caratterizzati da profonda discordia, da una sfiducia diffusa nelle istituzioni comunitarie. Questo è ormai l’inverno del nostro scontento, e non vorrei che di fronte a una crisi così vasta, di fiducia e di speranza, noi deputati qui a Bruxelles ci trasformassimo in meri difensori dell’ordine vecchio, incapaci di pensare un ordine nuovo. Che ci arroccassimo ancora di più, proprio quando – e proprio perché – ci viene richiesto maggiore ascolto dello scontento diffuso, e dunque maggiore inventiva nell’escogitare risposte adeguate.

Una gran parte di voi si prepara a una delicata campagna elettorale per l’elezione del nuovo Parlamento, e penso che rilanciare la Carta e darle più ampio respiro e anche più ampie aspirazioni sia una prima risposta alla sfiducia, alla domanda di diritti, spesso alla collera o al risentimento. Non è più il momento di difendere a spada tratta un ordine politico che si sta sgretolando sotto i nostri occhi, di redigere rapporti che si limitano a elogiare le politiche e le istituzioni europee: di limitarsi, in altre parole, a fotografare l’esistente e a rifiutare politiche e codici veramente nuovi di condotta costituzionale.

L’ordine vecchio cui mi riferisco si è manifestato nei modi più evidenti in questa legislatura: in primis il disastro della Grecia (ricordo che è stato proprio Jean-Claude Junker a parlare il 2 giugno scorso di disastro e della dignità di un popolo calpestata, per incuranza o disattenzione o indifferenza. Penso che l’indifferenza sia uno dei peccati maggiori del politico, assieme al peccato di omissione). Dopo la Grecia abbiamo avuto il Brexit, con connotazioni sociali non irrilevanti, poi lo scontro tra politiche espansive e politiche di austerità nei negoziati sulla legge di bilancio in Italia, e ancora, più di recente, i Gilet Jaunes in Francia.

È proprio a fronte di questo contesto che non vorrei rinunciare ad alcune questioni centrali sollevate nella relazione. Non vorrei che dimostrassimo tutti assieme di non saper vedere, non saper capire, non saper fronteggiare con coraggio e inventiva le lacerazioni sociali che sono all’origine di tanti fallimenti dell’Unione.

Allo scontento degli elettori – dei vostri, nostri elettori – non si può rispondere con lo scontento egualmente risentito – comunque asserragliato – di una classe politica, di élites e di istituzioni che dimostreranno solo la loro infinita debolezza, se non sapranno fare autocritiche e reinventarsi. Reinventarsi in modo particolare attorno ai diritti, in primis sociali. Colpevolizzare lo scontento, cercar rifugio in un nemico esistenziale cui si dà il nome sbrigativo di populismo, vuol dire rispondere allo scontento con lo scontento, e perpetuare l’inverno in cui continueremo a vivacchiare, senza convincere i cittadini e spingendoci sino a mostrare fastidio per il suffragio universale.

Ho voluto questa relazione della Carta perché in mancanza di una vera Costituzione – le vere costituzioni non sono Trattati, quella americana comincia con le parole “Noi, il popolo” ed è fatta di un nucleo evolutivo cui si aggiungono nel corso della storia emendamenti – è la Carta dei diritti fondamentali la nostra Costituzione più vera. E l’emendamento più importante è il formale riconoscimento che l’applicazione non passiva ma proattiva della Carta e dei diritti in essa sanciti non rappresenta in alcun modo un’estensione delle competenze dell’Unione ma dovrebbe costituire la sua essenza.

Concludo, per farmi meglio capire, con le parole di Machiavelli: “Il saggio agirà come gli arcieri più accorti, i quali, giudicando il luogo da colpire troppo lontano e conoscendo i limiti dell’arco, mirano molto più in alto del bersaglio: non per raggiungere con la loro freccia tanta altezza, ma per potere, con l’aiuto di così alta mira, centrare il bersaglio”.

***

Bruxelles, 21 novembre 2018. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione della Commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo.  

Punto in agenda:

Attuazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea nel quadro istituzionale dell’UE

  • Esame del progetto di relazione
  • Fissazione del termine per la presentazione di emendamenti

 Come prima cosa ringrazio i relatori ombra e per parere, oltre agli esperti esterni con cui abbiamo condiviso la fase di indagine.

Come sapete, ritengo che la Carta, pur essendo ormai un obbligo giuridico, sia solo parzialmente rispettata e che abbia potenzialità tutt’ora inesplorate.

Soprattutto nel primo documento di lavoro ho evidenziato i progressi compiuti dall’adozione del Trattato di Lisbona, riconoscendo alcuni innegabili meriti delle istituzioni europee, in primis Commissione e Parlamento. Permangono tuttavia, a mio avviso, parecchie zone d’ombra: su queste ho incentrato il nucleo della relazione. Solo per portarvi un banalissimo esempio: è paradossale che ancora oggi, in molti testi legislativi di estrema rilevanza, l’integrazione anche di una semplice menzione della Carta debba essere frutto di emendamenti e spesso infruttuosi negoziati, e che la sua inclusione non rappresenti un elemento necessario e scontato fin dall’inizio dell’iter legislativo.

Per limitazioni di carattere formale il testo non ha pretese di esaustività. Il mio tentativo è stato quello di concentrarmi su aree che presentano particolari criticità: aree di cui la Carta costituisce un elemento fondante o comunque uno specifico valore aggiunto. Ho suddiviso la relazione in cinque macro-tematiche che descriverò brevemente.

1) Il processo legislativo e decisionale dell’Unione, visto che le sue istituzioni rappresentano il destinatario delle disposizioni della Carta ai sensi dell’articolo 51 della stessa. Ciò che è emerso dalla fase di indagine è la predominanza di un atteggiamento passivo verso la Carta, fondato su un’analisi di compatibilità con la stessa piuttosto che sulla sua piena realizzazione e promozione – come richiesto dal diritto internazionale. Per questo motivo ho proposto la creazione di meccanismi ulteriori che allineino il diritto europeo agli sviluppi del diritto internazionale e l’inclusione, negli impact assessment della Commissione, della componente specifica “diritti umani”.

Inoltre, propongo che l’iter decisionale sia accompagnato da un coinvolgimento strutturato di expertise esterna e indipendente nell’ambito dei diritti fondamentali, che possa fornire input regolari per lo sviluppo legislativo e sia complementare alle procedure, tutte interne, delle istituzioni.

2) Le politiche dell’Unione, con un focus specifico sull’azione esterna e la governance economica.

Si tratta di aeree che possono avere effetti di vasta portata e coinvolgere molteplici diritti umani, con ripercussioni interne ed esterne all’Unione. Nell’ambito degli accordi commerciali con i paesi terzi ho richiesto, in linea con le raccomandazioni già emanate da altre istituzioni, la predisposizione di garanzie ulteriori quale l’esecuzione di analisi di impatto specifiche sui diritti umani prima della conclusione degli accordi.

La governance economica richiede una menzione particolare a causa delle sue peculiari connotazioni, ossia: la quasi totale assenza di richiami alla Carta negli specifici strumenti legislativi europei; la sovrapposizione di strumenti intergovernativi di regolamentazione agli strumenti propri del diritto dell’Unione; la centralità, nel processo decisionale, di organismi informali – quali l’Eurogruppo – non soggetti ad alcun controllo giurisdizionale. Se esaminati nel loro complesso, questi fattori hanno permesso di aggirare le prescrizioni della Carta, producendo conseguenze negative ancora tangibili. Ricordo in proposito che solo poche settimane fa il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatovic, nel rapporto sulla propria missione in Grecia, ha messo in luce gli effetti devastanti che le misure di austerità hanno avuto e hanno ancora sui diritti sociali, in particolare sul diritto alla salute e all’educazione. La relazione si propone di riportare la politica economica dell’UE dentro gli argini della Carta.

3) Le agenzie dell’Unione. Come evidenziato nel testo, esse sono non solo pienamente vincolate dalle disposizioni della Carta ma hanno anche la potenzialità di fungere da anello di raccordo tra Unione e Stati Membri, potendo sostenere questi ultimi nell’adempiere ai propri obblighi legati alla Carta. Varie procedure sono già state sviluppate da talune agenzie (non tutte) in vista di tale adempimento. La relazione suggerisce di uniformare le attuali best practice, indicando strumenti aggiuntivi per facilitare una “prassi comune dei diritti umani” in tutte le agenzie.

4) La dimensione nazionale della Carta. Nonostante vi siano limitazioni rispetto agli Stati Membri per ciò che concerne l’applicazione della Carta, il suo sistema di tutela li vincola tutti e non può dunque fare a meno della dimensione nazionale.

In questa parte, la relazione cerca di rispondere alle lacune messe in evidenza dalla fase di indagine per ciò che concerne la conoscenza e l’utilizzo della Carta a livello nazionale, proponendo misure concrete di sostegno da parte delle istituzioni al fine di assistere gli Stati membri nell’effettiva implementazione.

5) Infine, la portata e l’ambito di applicazione della Carta. L’attività di indagine ha messo in luce le difficoltà di comprendere appieno l’operatività dell’articolo 51 della Carta sia per ciò che concerne l’astratta dicotomia diritti da rispettare/principi da osservare – dicotomia non presente in altri analoghi strumenti di diritto internazionali – sia per quel che riguarda l’ambito di applicazione della Carta nei confronti degli Stati Membri[1]. Difficoltà che si ripercuotono tanto sulla capacità di tutelare e promuovere in maniera uniforme i diritti sanciti nella Carta, quanto sul suo concreto utilizzo da parte degli operatori di diritto a livello nazionale.

Sono i motivi per cui nella relazione chiedo esplicitamente uno sforzo comune affinché si promuova un’interpretazione della Carta che ne garantisca al massimo l’unitarietà, e si esprima l’auspicio che si possa giungere in tempi non lontani al sostanziale superamento delle disposizioni dell’articolo 51.

Vi ringrazio ancora e attendo con grande interesse i vostri commenti.

 

[1] Articolo 51 – Ambito di applicazione

1. Le disposizioni della presente Carta si applicano alle istituzioni e agli organi dell’Unione nel rispetto del principio di sussidiarietà come pure agli Stati membri esclusivamente nell’attuazione del diritto dell’Unione. Pertanto, i suddetti soggetti rispettano i diritti, osservano i principi e ne promuovono l’applicazione secondo le rispettive competenze.
2. La presente Carta non introduce competenze nuove o compiti nuovi per la Comunità e per l’Unione, né modifica le competenze e i compiti definiti dai trattati.

***
Allegati:
Progetto di relazione (Draft Report)
Emendamenti

Il mancato appuntamento con l’Europa sociale

Bruxelles, 27 novembre 2018. Intervento di Barbara Spinelli nel corso dell’audizione della commissione Affari Costituzionali (AFCO) su “Prospettive costituzionali della dimensione sociale dell’UE nel contesto del dibattito sul futuro dell’Europa”.

 Relatori:

– Frank Vandenbroucke, professore presso l’Università di Amsterdam

– Francesco Costamagna, professore associato di diritto dell’Unione europea e professore aggregato di diritto internazionale presso l’Università degli Studi di Torino

– Esther Lynchsegretaria confederale dell’European Trade Union Confederation (ETUC)

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di autore, in collaborazione con Fabio Massimo Castaldo (Gruppo EFDD – M5S), del documento di lavoro “Social Dimension of Europe”.

Ringrazio i tre oratori per aver offerto contributi davvero importanti che varrà la pena aggiungere al working document che abbiamo redatto l’8 ottobre dell’anno scorso.[1] Come premessa, vorrei ricordare– visto che nelle presentazioni si è parlato dei padri fondatori dell’Unione europea – che i padri fondatori di cui ho ricordo avevano in mente un’Unione dotata di una forte connotazione sociale. Penso in particolar modo a William Beveridge, che durante la seconda guerra mondiale gettò le basi del Welfare State e che tra l’altro fu sostenitore convinto di una federazione europea. E penso al Manifesto di Ventotene, che arrivava sino a proporre un reddito minimo garantito per i più bisognosi e vulnerabili, e la lotta alla povertà come indispensabile baluardo contro il ritorno dei nazionalismi e della guerra.

Approfitto di questa occasione per citare alcuni punti del working document che ho preparato con Fabio Massimo Castaldo (EFDD- M5S). In primo luogo, siamo partiti dalla constatazione che, dal punto di vista sociale, l’unione monetaria rappresenta un fallimento e non è quindi alla lunga sostenibile. In questo quadro abbiamo espresso la convinzione che l’eccesso dello squilibrio sociale che si è creato nell’Unione sia molto più pericoloso dello squilibrio budgetario su cui si concentrano da anni le preoccupazioni delle istituzioni UE.

Chiederei anche ai presenti di considerare quello che sta succedendo in queste settimane nei negoziati tra Italia ed Unione europea: quale che sia il nostro giudizio sui programmi di bilancio del governo italiano, resta il fatto che da parte delle autorità europee non si tiene minimamente conto della grave situazione sociale del mio Paese, caratterizzata dall’esistenza di cinque, se non sei milioni di poveri assoluti. Non si tiene conto che qualcosa bisogna fare, e che in gioco non può essere solo la questione dell’equilibrio budgetario. Questa è la conclusione cui siamo giunti per quanto riguarda l’Unione economica e monetaria.

Consideriamo un fallimento anche la Strategia 2020 (programma dell’UE per la crescita e l’occupazione per il decennio in corso). La povertà nell’Unione è aumentata invece di diminuire, come promesso, di 20 milioni.

La proposta forte contenuta nel nostro working document è l’adesione dell’UE alla Carta Sociale del Consiglio d’Europa, e a un Protocollo sociale da introdurre nei Trattati come richiesto dal Parlamento europeo. Chiediamo anche l’abbandono del cosiddetto Semestre europeo (il ciclo annuale di coordinamento economico e fiscale tra Paesi membri) o un suo ripensamento radicale, in modo che sia data priorità ai parametri sociali. Proponiamo infine se non l’adozione, almeno una meditazione su possibili schemi di minimum income, come richiesto d’altronde dal Parlamento in una risoluzione del 2017.

A proposito del cambiamento del Trattato UE, penso che molte cose si possano fare anche a trattato vigente, e non capisco bene le riserve che vengono in proposito avanzate. A trattato vigente si discute senza problemi dell’introduzione nella legge europea del Patto di stabilità e Crescita (Fiscal Compact), anche se oggi tale inserimento è stato respinto dalla Commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento europeo (Commissione ECON). Comunque se ne continua a parlare, senza che nessuno protesti per quest’elemento nuovo che potrebbe eventualmente e secondo il parere di molti entrare nei Trattati. Allora perché non far entrare nei Trattati un protocollo e parametri sociali vincolanti? Un protocollo che non sia il cosiddetto social pillar di Jean-Claude Juncker, perché il pilastro sociale è una conchiglia vuota: così come viene proclamato non contiene alcun parametro obbligante. Per il momento è semplicemente una dichiarazione di buona volontà, che si accompagna senza costrutto alle ferree leggi del Fiscal Compact.

[1] La parte redatta da Barbara Spinelli e Fabio Massimo Castaldo comincia a partire dal punto B. Le pagine precedenti sono a cura del segretariato AFCO.

Sospendere la zona SAR della Libia

di martedì, novembre 27, 2018 0 , , , Permalink

COMUNICATO STAMPA

Bruxelles, 27 novembre 2018. Barbara Spinelli (GUE/NGL) è intervenuta nella sessione della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE) sul punto in agenda “La situazione in Libia e nel settore delle operazioni di ricerca e di salvataggio”.
Le audizioni avevano per argomento:

– scambio di opinioni con UNHCR, IMO, IOM, Frontex e l’Osservatorio per la ricerca e il salvataggio per il Mediterraneo (SAROBMED);

– presentazione a cura del servizio giuridico del Parlamento europeo sulla legittimità delle “piattaforme di sbarco regionali ” e dei “centri sorvegliati”, quali proposti nelle conclusioni del Consiglio europeo del 28 giugno 2018.

Di seguito l’intervento:

Pregherei tutte le istituzioni qui presenti di abbandonare il double speech che usano abitualmente quando parlano di profughi in Libia e di soccorso in mare, celebrando ritualmente i diritti dell’uomo nello stesso momento in cui li calpestano. Le pregherei di guardare alle tragedie che succedono veramente al di là del Mediterraneo, e di riconoscere che siamo davanti a un fallimento colossale dell’Unione europea e delle istituzioni internazionali. Fa accezione l’istituto di monitoraggio Sarobmed (Search and Rescue Observatory for the Mediterranean), qui rappresentato dalla professoressa Violeta Moreno-Lax che ringrazio per il suo intervento sulle attività di sorveglianza delle attività di Ricerca e Soccorso.

Anzitutto, la Commissione elogia la diminuzione degli arrivi, ma non dice una sola parola sul parallelo aumento di morti in mare.

Inoltre la zona di ricerca e soccorso (SAR) in Libia è nei database dell’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), ma è una zona SAR che non può funzionare: perché la Libia non ha firmato la Convenzione di Ginevra; perché non ha una politica di asilo; perché non ha le strutture e le capacità per fare search and rescue, e perché, di fatto, non fa search and rescue.

Quello che domando all’IMO, quindi, è se non sia il caso di sospendere la zona SAR libica.

Il rappresentante della Commissione europea ha appena detto che in questo modo si viene in soccorso delle persone in stato di bisogno. Non è vero. All’interrogazione scritta che in 21 parlamentari europei abbiamo inviato all’UNHCR chiedendo chiarimenti sulla situazione dei profughi in Libia, l’Alto commissario Filippo Grandi ha risposto dicendo che l’UNHCR non è ancora in grado di aprire il proprio centro di evacuazione, e che un certo numero di rimpatri volontari è avvenuto verso il Niger, ma che questi rimpatri funzionano solo se l’Unione europea rispetta gli impegni di reinsediamento – e l’Unione europea non rispetta gli impegni di reinsediamento.

Quanto al parere fornito dal Servizio legale del Parlamento europeo sul progetto di istituire “centri sorvegliati” in Europa e “piattaforme di sbarco” al di là del Mediterraneo per i migranti salvati in mare, mi sembra che ormai le prigioni per rifugiati e richiedenti asilo siano presentate come una normalità: la carcerazione dovrebbe essere proporzionale e necessaria, ci assicurano, ma ormai è normalizzata.

Un’ultima cosa: ho rivolto una domanda alla Commissione in nome della deputata Marie-Christine Vergiat, che ha promosso l’interrogazione parlamentare sopra menzionata. Era diventata una domanda orale, in assenza di risposta scritta da parte della Commissione. Vorrei avere una risposta oggi, non una promessa in un secondo periodo. Da Filippo Grandi l’abbiamo già ricevuta, dalla Commissione nulla. Grazie.

Missione in Polonia

di lunedì, novembre 26, 2018 0 , , Permalink

Bruxelles, 17 ottobre 2018. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione del Gruppo GUE/NGL. 

Punto in agendaReport on the LIBE mission to Poland on rule of law

La missione Libe cui ho partecipato si è svolta tra il 19 e il 21 settembre. Indico fin da principio un difetto non minore della missione: l’assenza di incontri con l’opposizione non rappresentata in Parlamento, cioè con vari gruppi delle sinistre. In cambio abbiamo avuto scambi preziosi con numerose associazioni di cittadini.

Per la verità, è un’assenza non imputabile solo alla preparazione della missione: quel che dovrebbe a mio parere occupare le nostre menti è la debolezza delle sinistre di fronte a un’estrema destra che smantella elementi centrali dello stato di diritto (in particolare l’indipendenza della giustizia, in Polonia) ma che al tempo stesso mostra di saper “catturare” temi classici delle sinistre come i diritti sociali e in particolare la lotta alla povertà, a cominciare dalla povertà infantile. La latitanza delle sinistre caratterizza la Polonia sin dal 1989: tutti i partiti presenti nel Sejm sono in qualche modo figli delle diverse anime di Solidarnosc, dal PiS alla Piattaforma Civica e al nuovo Partito chiamato “Moderno”. Sono convinta che la Polonia soffra del vizio originario di Solidarnosc: un sindacato che negli anni ‘80 si trasformò in forza politica governativa, perdendo per strada ogni aspirazione sociale, e ogni capacità di organizzare i normali conflitti politici lungo linee economiche anziché lungo linee identitarie-nazionali.

I progressi notevoli compiuti dalla coalizione governativa sul fronte economico-sociale sono stati sottolineati da una serie di nostri interlocutori, anche i più critici nei confronti del partito Diritto e Giustizia (PiS). I più poveri e deboli votano PiS perché quest’ultimo ha scelto di denunciare le cosiddette “terapie-choc” imposte dall’Unione e dalla Germania nei decenni successivi all’Ottantanove. L’opposizione parlamentare di Piattaforma Civica e dei “Moderni” (partito associato a Alde) si scaglia giustamente contro le infrazioni alla rule of law ma non accenna alcuna autocritica in campo sociale e riguardo alle politiche di austerità di cui è stata in passato artefice ed esecutrice.

La missione è avvenuta in concomitanza con un nuovo attacco alla rule of law: dopo la cattura politica della Corte costituzionale e del Consiglio nazionale della magistratura [1], dopo quella dei media, del servizio pubblico audio-visivo, dei servizi segreti; dopo il tentativo di imporre una legge sull’aborto ancora più restrittiva di quella attuale (un tentativo temporaneamente bloccato dalle proteste delle “donne in nero”, che abbiamo incontrato e che temono oggi nuove leggi – volute dalla Chiesa – in favore della clausola di coscienza cui possono i ricorrere i medici), adesso il controllo politico del potere giudiziario colpisce uno degli ultimi bastioni della magistratura indipendente: la Corte suprema.

Gli interlocutori a mio parere più importanti sono stati: la Presidentessa della Corte Suprema Małgorzata Gersdorf, l’Ombudsman Adam Bodnar, l’ex Presidente della Corte costituzionale, e poi militanti di Family Planning e Donne in nero, giuristi critici tra cui Paulina Kieszowska, rappresentanti della stampa indipendente e di quella cattolica più integralista, oltre a parlamentari legati al governo.

Mi soffermo a questo punto sui punti salienti della nostra missione:

L’attacco alla Corte suprema. L’offensiva contro i suoi vertici e le decine di nuove nomine politiche sono viste con preoccupazione estrema dai nostri interlocutori [2].La Signora Gersdorf si è rifiutata di dimettersi dalla presidenza, e di obbedire alla legge che glielo aveva imposto abbassando da un giorno all’altro l’età pensionabile. Lo ha fatto richiamandosi alla durata del mandato fissata dalla Costituzione. In particolare preoccupano gli argomenti del PiS, in quest’ennesimo attacco all’indipendenza dei magistrati: quel che è mancato dopo l’89 – dice il PiS – è una vera epurazione che rendesse concreta la transizione successiva all’epoca comunista. È una battaglia sulle interpretazioni storiche senza rapporto alcuno con la realtà, sostengono le voci critiche: l’età media dei giudici è oggi di 40 anni. Non erano adulti durante lo stato di guerra degli anni Ottanta. E tra i colpiti ci sono membri della Corte che sono figure leggendarie per aver difeso i dissidenti, come Stanisław Zabłocki. Di contro, il PiS ha scelto come presidente della Commissione parlamentare sui diritti dell’uomo Piotrowicz, un ex procuratore dei tempi comunisti non meno leggendario per l’accanimento con cui ha perseguitato oppositori e dissidenti.

Il secondo punto, cui ho già accennato, concerne la popolarità del PiS, dovuta non solo all’antico peso della Chiesa ma anche alle misure sociali del governo. In questione è la politica del precedente governo, guidato dalla Piattaforma Civica fondata da Donald Tusk, che abbracciando le politiche di austerità ha creato la situazione attuale e facilitato l’affermazione elettorale di forze di estrema destra. In realtà il PiS non regola solo i conti col comunismo. Il regolamento dei conti avviene dentro la cerchia degli eredi di Solidarnosc, sparpagliati in tutte le forze parlamentari. In questo il partito di Jarosław Kaczyński ha il pieno sostegno della Chiesa, che a volte critica le politiche sui rifugiati, in linea con il Papa, ma è più che mai restrittiva in altri campi, in primis sull’interruzione di gravidanza, e considera il governo troppo poco intransigente in materie attinenti l’”etica cristiana”.

Terzo punto: il ruolo dell’Unione e l’articolo 7. Molti nostri interlocutori chiedono espressamente e insistentemente aiuto all’Unione europea, in particolare l’Ombudsman che è l’ultimo bastione non ancora abbattuto della rule of law. Ma sembrano più interessati alle procedure di infrazione avviate dalla Corte europea di giustizia che all’articolo 7 del Trattato UE, di cui temono l’inefficacia e di cui non vedono le prospettive credibili (per rendere operativo l’articolo 7 è richiesta l’unanimità degli Stati Membri, e l’obiettivo è irraggiungibile visto che il governo ungherese e altri governi dell’Est hanno annunciato il veto).

***

Potrei inoltrarmi oltre ma vorrei a questo punto che discutessimo più generalmente della questione rule of law, che sta occupando un ruolo sempre più centrale nelle nostre attività e che costituisce una parte notevole del mio lavoro parlamentare.

Quello che vorrei discutere è la natura sempre più elettoralistica che sta assumendo questo attivismo. È il tema su cui si concentra il briefing sulla missione preparato per il nostro gruppo da Lide Iruin Ibarzabal e da me.  Governi legati ai socialisti sono sotto attacco, con lo scopo non ammesso ma evidente di controbilanciare le politiche severe adottate verso Polonia e Ungheria. È sotto attacco l’Est Europa, per violazioni della rule of law, ma mai Paesi come la Spagna o l’Italia. Manca la capacità di distinguere e analizzare – di analizzare in particolare il nesso creatosi fra nazionalismo, cosiddetto “sovranismo” e questione sociale – e per questa via si finisce col banalizzare quel che accade in Polonia e Ungheria.

Penso sia utile avviare una riflessione sulla rule of law, nel nostro gruppo, perché in questa faccenda rischiamo di imboccare due vie egualmente pericolose: o l’indifferenza alle questioni legate ai diritti fondamentali e allo stato di diritto, o la sudditanza a strategie elettorali socialmente dubbie dei Popolari, di Alde, dei Socialisti, e dei Verdi.

Post scriptum: il 19 ottobre, la Corte europea di giustizia a emesso un’ordinanza i cui accoglie la richiesta di sospensione della legge sul pensionamento anticipato di magistrati. Una decisione assunta in via cautelativa, prima ancora del pronunciamento della sentenza nel procedimento attivato da Bruxelles contro Varsavia.

[1] Responsabile per la nomina dei giudici e per l’esame dei reclami “etici” contro i giudici che compongono il Consiglio. Due giorni prima della nostra missione, il 17 settembre, il Consiglio nazionale della magistratura in Polonia è stato espulso dal network europeo dei consigli della magistratura  European Network of Councils for the Judiciary – ENCJ)

[2] Il presidente della Corte Suprema decide quali giudici devono seguire ogni caso. In Polonia il Tribunale Costituzionale è un organo giudiziario competente in materia di conformità delle leggi con la Costituzione, conflitti di competenze e ricorsi promossi dai cittadini. La Corte Suprema è il massimo organo giurisdizionale e ha sempre l’ultima parola: le sue decisioni non possono essere oggetto di appello e hanno valore di legge.