Missione militare in Libia, ONG e politica del caos nel Mediterraneo

di domenica, agosto 6, 2017 0 , , , Permalink

Il Parlamento italiano ha autorizzato l’invio di navi da guerra nelle acque territoriali libiche con il compito di sostenere la guardia costiera di Tripoli nel contrasto ai trafficanti di uomini e nel rimpatrio di migranti e richiedenti asilo in fuga dalla Libia. La risoluzione, affiancata al tentativo di ridurre le attività di ricerca e soccorso di una serie di ONG, è discutibile e solleva almeno sei interrogativi:

1) Come può la Libia, la cui sovranità sarà secondo il governo italiano integralmente garantita, «controllare i punti di imbarco nel pieno rispetto dei diritti umani», quando non è firmataria della Convenzione di Ginevra, dunque non è imputabile se la viola?

2) Come può dirsi rispettata la sovranità in questione, quando di fatto quest’ultima non esiste? È infatti evidente che il governo di Fāyez al-Sarrāj non esercita alcun monopolio della violenza legittima –  presupposto di ogni autentica sovranità – come si evince dalla condanna dell’operazione militare italiana ed europea da parte delle forze politiche e militari che fanno capo al generale Khalifa Haftar.

3) Come può esser garantito il pieno “controllo” dell’UNHCR e dell’OIM sugli hotspot da costruire in Libia, e rendere tale controllo compatibile con la sovranità territoriale libica affermata nella risoluzione parlamentare?  E come possono UNHCR e OIM gestire “centri di protezione e assistenza” in un Paese in cui, stando a quanto dichiarato il 16 maggio dallo stesso direttore operativo di Frontex Fabrice Leggeri, «è impossibile effettuare rimpatri», visto che «la situazione è tale da non permettere di considerare la Libia un Paese sicuro»?[1]

4) Come proteggere i migranti e rifugiati dai naufragi, se lo scopo è quello di screditare e ridurre le attività di ricerca e soccorso in mare delle ONG in assenza di robuste operazioni europee di ricerca e soccorso, e senza che sia ancora stata definita una “zona SAR” (Search and Rescue) di competenza libica che abbia come fondamento la Convenzione di cui sopra, e in particolare gli articoli che vietano i respingimenti collettivi (principio di “non-refoulement“)?

5) Come garantire che migranti e profughi soccorsi in mare non verranno riportati a terra e chiusi in centri di detenzione dove, come affermato dalla vicedirettrice di Amnesty International per l’Europa Gauri Van Gulik, «quasi certamente saranno esposti al rischio di subire torture, stupri e anche di essere uccisi»?[2] Qualunque cooperazione con le autorità libiche che porti alla detenzione di migranti da parte della Libia, ha affermato il 2 agosto Judith Sunderland, direttrice di Human Rights Watch per l’Europa e l’Asia centrale: «dovrebbe verificarsi soltanto in presenza di prove chiare che questo tipo di iniziative sia conforme agli standard sui diritti umani, a partire da un miglioramento dimostrabile nel trattamento dei migranti. Ciò richiede un monitoraggio indipendente e trasparente, ma non è stato stabilito alcun sistema di monitoraggio indipendente né per il programma di addestramento, né per i centri di detenzione libici».[3]

6) Come intende il governo italiano rispettare la sentenza con cui, nel febbraio 2012, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha affermato che il trasferimento di rifugiati verso la Libia viola l’articolo 3 della Convenzione di Ginevra secondo il quale «nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti»?[4]

Su una cosa il governo italiano ha ragione: come nel caso dei rifugiati approdati in Grecia, L’Unione europea si è dimostrata incapace di solidarietà. L’impegno a ricollocare in altri Paesi membri un numero minimo di migranti e rifugiati che giungono in Italia o in Grecia è rispettato in minima parte, mentre aumentano i rimpatri in Italia dei rifugiati che a dispetto del sistema Dublino hanno raggiunto altri Paesi dell’Unione.

Questo non giustifica tuttavia la violazione del principio di non respingimento, e tantomeno spiega l’offensiva contro le ONG: in particolare quelle che non hanno firmato il codice di condotta predisposto per loro dal governo italiano con l’appoggio dell’Unione europea. A tutt’oggi, sono del tutto ingiustificate le accuse di collusione con i trafficanti rivolte a organizzazioni come Jugend Rettet e Medici senza frontiere. In assenza di vie legali offerte a chi vuol chiedere asilo in Europa, è abusivo confondere l’attività dei “facilitatori” delle fughe con quella dei trafficanti di esseri umani. Ed è comunque pretestuoso attaccare le Ong in assenza di operazioni europee aggiuntive o alternative di ricerca e soccorso Ancor più riprovevole è continuare a reclamare il rispetto dell’antiquata legge Bossi-Fini, confondendo migranti privi di documenti e richiedenti asilo.

Non per ultimo, segnaliamo il legame possibile tra l’indagine sulla nave Iuventa (Jugend Rettet) e le operazioni della destra europea “Defend Europe”. È un articolo di Famiglia Cristiana del 4 agosto a denunciare il contatto tra la società di sicurezza privata Imi Security Service di Cristian Ricci – ovvero il gruppo di contractor che ha denunciato le “anomalie” della nave Iuventa, facendo aprire il fascicolo della Procura di Trapani – con l’ex ufficiale della Marina militare Gian Marco Concas, uno dei portavoce di Generazione Identitaria. Esperto di navigazione e skipper, Concas è stato definito come il “direttore tecnico” dell’operazione navale della rete europea anti migranti, che in questi giorni sta muovendo la C-Star nella zona Search and Rescue (Ricerca e Salvataggio) davanti alle acque libiche.[5]

[1] Diese Migranten sind Opfer der kriminellen Netzwerke”. Interview mit Fabrice Leggeri, “ZDF-Magazin Frontal21”, 16 maggio 2017.

[2] https://www.amnesty.it/missione-navale-italia-pronta-destinare-rifugiati-migranti-verso-orribili-violenze/.

[3] https://www.hrw.org/it/news/2017/08/02/307461.

[4] Sentenza CEDU 23 febbraio 2012, Ricorso n. 27765/09 – Hirsi Jamaa e altri c. Italia.

[5] http://m.famigliacristiana.it/articolo/caos-mediterraneo-quel-link-occulto-tra-defend-europe-e-l-operazione-iuventa.htm.

Gravi violazioni dei diritti umani nell’hotspot di Lesbos

di giovedì, luglio 27, 2017 0 , , Permalink

Barbara Spinelli ed Elly Schlein: Le gravi violazioni dei diritti umani nell’hotspot di Lesbos mostrano che le politiche dell’Unione stanno affossando la Convenzione di Ginevra

Bruxelles, 27 luglio 2017

Le eurodeputate Barbara Spinelli (GUE/NGL) ed Elly Schlein (S&D) hanno indirizzato una lettera al Commissario europeo per la migrazione Dimitris Avrampoulos, all’Alto rappresentante Federica Mogherini, ai ministri greci Nikos Toskas e Yiannis Mouzalas  per esprimere grave preoccupazione per la violazione dei diritti umani che si sta verificando nell’hotspot di Moria, sull’isola greca di Lesbos.

La lettera, sottoscritta dai colleghi Sergio Cofferati, Tanja Fajon, Eleonora Forenza, Ana Gomes, Cécile Kyenge e Marie-Christine Vergiat, si basa sulla testimonianza di attivisti e di associazioni per i diritti umani presenti sull’isola che denunciano l’arresto – avvenuto lo scorso 24 luglio – di decine di richiedenti asilo, tra cui profughi siriani e curdo-siriani, sottoposti a violenze e abusi da parte della polizia e a rischio di essere rimpatriati in Turchia, contravvenendo così al principio di non-refoulement che è alla base della Convenzione di Ginevra.

Di seguito il testo della lettera:

Bruxelles, 25 luglio 2017

A:
Dimitris Avramopoulos
Commissario europeo per la Migrazione, gli affari interni e la cittadinanza

Federica Mogherini
Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Vicepresidente della Commissione

Nikos Toskas
Ministro greco per la Protezione dei cittadini

Yiannis Mouzalas
Ministro greco per le Migrazioni

E per conoscenza a:

Filippo Grandi
Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR)

William Lacy Swing
Direttore generale dell’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (OIM)

 

Gentile Alto rappresentante, gentile Commissario, gentili Ministri,

abbiamo appreso dalle dichiarazioni dell’attivista per i diritti umani Nawal Soufi (Premio Cittadinanza Europea 2016), che lo scorso 24 luglio, alle sei del mattino,  numerosi agenti di polizia e militari hanno fatto irruzione nell’hotspot di Moria, sull’isola greca di Lesbos, svegliando i migranti con violenza e sottoponendoli ad abusi. «La polizia aveva una lista di persone da prendere. Decine di migranti sono stati arrestati, per il novanta per cento sono richiedenti asilo. Tra questi numerosi siriani e anche curdo-siriani.  Alcuni hanno ricevuto solamente il primo diniego e sono in attesa di definizione del ricorso. Uno dei richiedenti asilo arrestati è un giovane curdo-siriano che ha già subito violenze in Turchia». [1]

Già il 23 luglio, come mostrato da un video, [2] la polizia greca ha fatto irruzione nell’hotspot di Moria sedando con violenza una rivolta dei richiedenti asilo imprigionati sull’isola da mesi – alcuni addirittura da un anno – sotto costante minaccia di essere deportati o rimpatriati. Sull’isola si era svolto un flash mob organizzato da Amnesty International e da Lesbos Solidarity, per protestare contro l’accordo UE-Turchia e la trappola in cui sono trattenuti migranti e richiedenti asilo. [3]

Secondo l’attivista iraniano Arash Hampay, anch’esso sull’isola, due profughi curdo-iracheni detenuti a Moria sono in sciopero della fame da 27 giorni e versano in condizioni fisiche precarie, senza ricevere cure adeguate e privati della possibilità di comunicare con l’esterno. [4]

La situazione dell’hospot di Moria è descritta con chiarezza nel rapporto appena pubblicata da Medici Senza Frontiere.[5] Sono stati testimoniati anche casi di violenza da parte della polizia e gravi maltrattamenti.[6]

Il ricorso alla detenzione dei richiedenti asilo dovrebbe costituire, secondo la normativa nazionale ed europea, solo una extrema ratio, proporzionata e adeguatamente motivata su base individuale. Ci sembra invece che sulle isole greche, come osservato dalla missione di eurodeputati della Commissione LIBE nel maggio 2017, si faccia un ricorso sistematico alla detenzione dei richiedenti asilo nei cosiddetti pre-removal centers, in attesa di rimpatriare le persone in Turchia in base alla dichiarazione UE-Turchia, o verso i rispettivi Paesi di origine.

Nei pre-removal centers vengono detenute diverse categorie di migranti e richiedenti asilo: persone in attesa di rimpatrio in Turchia dopo aver ricevuto un secondo diniego al ricorso; persone che hanno ricevuto un solo diniego e sono in attesa di definizione del ricorso; persone che hanno optato per una procedura di rimpatrio volontario assistito coordinato dall’OIM; persone che affermano di trovarsi in stato di detenzione per il solo fatto di non aver ancora potuto presentare richiesta d’asilo; infine, persone catalogate come “piantagrane”, senza che via sia alcuna accusa a loro carico.

In questi centri, l’accesso all’assistenza sanitaria e legale è inadeguato, come mostrato in dettaglio da un rapporto di Refugee Support Aegean, che rimarca le condizioni di sovraffollamento e di carenza di assistenza medica, psicologica e psichiatrica.[7] La possibilità per le persone in stato di detenzione di vedere un avvocato non è assicurata.

L’elemento principale del diritto d’asilo e dello status di rifugiato consiste nel proteggere la persona dal rimpatrio verso un Paese in cui abbia motivo di temere di essere perseguitata. Tale protezione è sancita dal principio di non respingimento (non-refoulement) di cui all’articolo 33 (1) della Convenzione del 1951 relativa allo status dei rifugiati (Convenzione di Ginevra) come segue: «Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche».

Tale elemento è presente anche nella Direttiva 2013/32/UE del 26 giugno 2013 recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale. La Grecia è parte contraente della Convenzione di Ginevra ed è vincolata a detta Direttiva.

Ci appelliamo alle Autorità greche perché venga messo fine all’uso sistematico della detenzione, perché venga pienamente investigato ogni caso riportato di violenza da parte della polizia, e venga assicurato il pieno rispetto dei diritti fondamentali di ciascun richiedente asilo.

Chiediamo che i richiedenti asilo non siano rimandati in Paesi dove la loro incolumità è a rischio, come è evidente nel caso del ragazzo curdo-siriano arrestato lo scorso 24 luglio.

Chiediamo alla Commissione europea di smettere di esercitare pressione sulle Autorità greche al fine di incrementare il numero dei rimpatri, che riguardano anche persone vulnerabili e mettono a rischio l’unità familiare.

Il pieno rispetto dei diritti fondamentali di ciascuna persona non è negoziabile e costituisce l’essenza dei principi su cui è fondata l’Unione europea.

 

Elly Schlein, eurodeputata gruppo S&D, Italia

Barbara Spinelli, eurodeputata gruppo GUE/NGL, Italia

Sergio Cofferati, eurodeputato gruppo S&D, Italia

Tanja Fajon, eurodeputata gruppo S&D, Slovenia

Eleonora Forenza, eurodeputata gruppo GUE/NGL, Italia

Ana Gomes, eurodeputata gruppo S&D, Portogallo

Cécile Kyenge, eurodeputata gruppo S&D, Italia

Marie-Christine Vergiat, eurodeputata gruppo GUE/NGL, Francia

 

[1] http://video.sky.it/news/mondo/lesbo-migranti-portati-via-a-forza-dal-centro-di-moria/v357130.vid

[2] https://vimeo.com/226277179.

[3] https://www.amnesty.org/en/latest/news/2017/07/lesvos-symbolic-protest-from-refugees-caught-in-the-net-of-the-eu-turkey-deal/.

[4]https://www.facebook.com/arashampay.

[5] http://www.msf.org/en/article/greece-dramatic-deterioration-asylum-seekers-lesbos.

[6] http://www.efsyn.gr/arthro/minyseis-kata-astynomikon-gia-orgio-xylodarmon

[7] http://rsaegean.org/serious-gaps-in-the-care-of-refugees-in-greek-hotspots-vulnerability-assessment-system-is-breaking-down/.

Le novità del meccanismo sulla rule of law

di mercoledì, giugno 28, 2017 0 , Permalink

Bruxelles, 22 giugno 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Riunione interparlamentare organizzata dalla Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE) sull’istituzione di un meccanismo dell’UE in materia di democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali.

Barbara Spinelli è intervenuta nel corso della prima sessione “Towards a Democracy, Rule of Law and Fundamental Rights Pact at EU level – lnterinstitutional perspective and role of national parliaments”

Relatori per la prima sessione:

  • Sophie in’t Veld MEP (Alde), Relatore LIBE della Relazione su un Meccanismo in materia di democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali
  • Francisco Fonseca Morillo, Vice Direttore Generale DG JUST, Direzione Generale della Giustizia e dei Consumatori, Commissione europea
  • Vaclav Hampl, Presidente della Commissione per gli affari europei, Senato della Repubblica Ceca

Avendo partecipato in prima persona ai lavori e avendo sostenuto con forza la relazione di Sophie in ‘t Veld, considero molto utile questo nostro incontro, tanto più in quanto si sta cominciando realmente a discutere della proposta e, in maniera del tutto naturale, ad affrontare anche i malintesi e dubbi che essa sta producendo. Utile, perché possiamo provare insieme, forse col tempo, a superarli. Per cercare di fugare questi dubbi e malintesi, vorrei innanzitutto sottolineare quanto segue – ovviamente la collega in ‘t Veld mi potrà smentire se lo ritiene opportuno: la relazione è nata per fare un bilancio critico di tutti gli sforzi e i metodi che sono stati utilizzati finora per far fronte a eventuali violazioni della rule of law nell’Unione europea e a garantirne il rispetto. Pur poggiando e continuando a poggiare sui meccanismi esistenti, il nuovo meccanismo previsto nel testo della Risoluzione parlamentare presenta un indubbio valore aggiunto. C’è, a mio parere, un salto di qualità. Due sono le principali novità:

1) Si tratta un meccanismo permanente che non tende a intervenire in un’ottica di riparazione del danno ma di prevenzione, e quindi a evitare l’aspetto punitivo che possono avere altri meccanismi, poggiando, al contempo, sull’indipendenza e l’imparzialità di giudizio. Non si parla di nominare esperti avulsi dalla realtà politica ma di individuare le persone, le istituzioni, le associazioni cittadine che aiutino a garantire questa imparzialità di giudizio.

2) Altro punto secondo me importante, anche al fine di superare quest’aspetto potenzialmente punitivo, è che le istituzioni stesse dell’Unione sono sotto sorveglianza. A mio parere, mancano nella relazione indicatori e parametri precisi applicabili alle istituzioni, ma è comunque importante che esse siano contemplate come oggetto di esame.

Vorrei concludere con una breve osservazione di carattere personale sulla terminologia “valori condivisi”. Il concetto di valori è sicuramente nominato nei Trattati ma è una parola che genera equivoci perché spesso collegata a elementi molto soggettivi: i valori sono legati alla cultura, e a quelle che sono state indicate nel dibattito odierno come “tradizioni nazionali”. Se dovessi riscrivere il Trattato preferirei parlare di “fondamenti normativi” dell’Unione. È su questi che si basa la Risoluzione redatta da Sophie in ‘t Veld, e su essi si fonda quel che che abbiamo in comune nell’Unione. I fondamenti normativi, le norme, il diritto, non sono soggettivi: sono iscritti nei Trattati e nella Carta dei diritti fondamentali. Non sono oggetto di discussione tra fazioni pro o contro. Al collega che ha chiesto quale sia il “modello” cui ci riferiamo con il nuovo meccanismo, rispondo che la questione non è il modello di riferimento, ma precisi articoli del Trattato e della Carta dei diritti fondamentali. Ritengo che più discutiamo, più chiariamo la questione, più facciamo luce su questi temi, più le nostre posizioni potrebbero avvicinarsi l’una all’altra, compresa quella della Commissione che, a mio avviso, ha sollevato troppi dubbi rispetto a tale meccanismo. Sono convinta che ci troviamo di fronte a un meccanismo nuovo qualitativamente, e non a uno dei tanti meccanismi già esistenti.

Carta di Milano. La solidarietà non è un reato

Milano, 19 maggio 2017

Allarmati da uno scenario politico e mediatico di costruzione dell’odio e dell’indifferenza non solo nei confronti dei profughi e di chi li sostiene, ma delle stesse leggi e convenzioni che sanciscono il dovere di solidarietà e di soccorso e il diritto di asilo, ci impegniamo – in quanto cittadini, membri delle istituzioni e operatori dell’informazione – a tutelare l’onorabilità, la libertà e i diritti della società civile in tutte le sue espressioni umanitarie: quando salva vite in mare; quando protegge e soccorre le persone in difficoltà ai confini; quando vigila sul rispetto del principio di legalità e di uguaglianza; quando denuncia il mancato rispetto dei diritti fondamentali nelle procedure di trattenimento amministrativo e di allontanamento forzato; quando adempie al dovere inderogabile di solidarietà che fonda la Costituzione italiana.

Gli atti di solidarietà non costituiscono reato e le organizzazioni umanitarie, così come i singoli attivisti, non possono essere messi sotto accusa per averli compiuti. La responsabilità penale è individuale e i processi non devono essere intentati alle organizzazioni solidali in quanto tali, tantomeno attraverso i media, in un percorso di delegittimazione.
Per questo chiediamo alle istituzioni nazionali e dell’Unione europea, in particolare al Mediatore europeo, di vigilare affinché non venga sottratta alle organizzazioni umanitarie e alla società civile la possibilità di essere presenti attivamente nel Mediterraneo, alle frontiere di terra e in tutti i luoghi di confinamento e privazione dei diritti fondamentali dove esercita la funzione essenziale e insostituibile di proteggere l’osservanza dello stato di diritto e il rispetto dei diritti umani, della solidarietà e dell’eguaglianza.

La Direttiva del Consiglio europeo sul favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegali (2002/90/CE) configura come reato il favoreggiamento dell’ingresso illegale di migranti, anche in assenza di profitto economico. Benché di fatto il testo inviti gli Stati membri dell’Unione a criminalizzare qualsiasi persona o organizzazione assista i migranti irregolari in ingresso, in transito o residenti nel territorio degli Stati membri, la Commissione sta valutando la possibilità di una revisione peggiorativa, così da rendere ancora più difficile l’accesso al territorio europeo e alle procedure per la richiesta di protezione. Se venisse realizzata, una tale riforma avrebbe l’effetto di favorire ulteriormente le reti dei trafficanti, come del resto avverrebbe se venissero mantenuti i criteri restrittivi del vigente Regolamento Dublino. Chiediamo dunque ai parlamentari europei di impegnarsi per porre fine all’ambiguità contenuta nella Direttiva e affermare con chiarezza che chi fornisce assistenza umanitaria a profughi e migranti non può essere criminalizzato e deve, anzi, essere agevolato e tutelato.

È prerogativa dei governi illiberali chiedere la chiusura o il controllo delle organizzazioni non governative, dividendole in collaborative e ostili. La società civile è garanzia per la democrazia, la sua presenza deve essere protetta e incentivata perché rappresenta il nostro sguardo – lo sguardo dei cittadini e di tutte le persone – a protezione dagli eccessi del potere. Per questo chiediamo che le istituzioni ne promuovano e ne difendano il coinvolgimento e la libertà d’azione.

Da questa Carta condivisa nella manifestazione del 20 maggio 2017 a Milano, ci impegniamo affinché nasca un Osservatorio permanente a tutela della libertà e dell’indipendenza della società civile che opera per i diritti di migranti e rifugiati.

Firmatari (in ordine alfabetico)

Alessandra Ballerini, avvocato, Terre des Hommes
Alberto Barbieri, Medici per i Diritti Umani (MEDU)
Pietro Vittorio Barbieri, Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE)
Marco Bechis, regista
Sandra Bonsanti, giornalista, presidente emerita Libertà e Giustizia
Anna Canepa, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo
Francesca Chiavacci, presidente nazionale ARCI
Don Luigi Ciotti, Libera
Don Virginio Colmegna, presidente Fondazione Casa della Carità “Angelo Abriani” di Milano
Stefano Corradino, direttore associazione Articolo 21
Nando Dalla Chiesa, direttore Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università degli Studi di Milano
Antonio Damasco, direttore Rete italiana di cultura popolare
Danilo De Biasio, direttore del Festival dei Diritti umani di Milano
Loris De Filippi, presidente Medici Senza Frontiere (MSF)
Erri De Luca, scrittore
Giuseppe De Marzo, responsabile nazionale politiche sociali Libera
Tana De Zulueta, giornalista, associazione Articolo 21
Paolo Dieci, presidente Link 2007 Cooperazione in Rete
Paolo Ferrara, responsabile comunicazione Terre des Hommes
Maurizio Ferraris, filosofo
Alganesc Fessaha, presidente Ong Gandhi
Giuliano Foschini, giornalista
Fabrizio Gatti, giornalista
Riccardo Gatti, capitano e capomissione di Proactiva Open Arms
Federica Giannotta, responsabile progetti Italia Terre des Hommes
Beppe Giulietti, giornalista
Patrizio Gonnella, presidente Antigone e Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili (CILD)
Maurizio Gressi, portavoce Comitato per la promozione e la protezione dei diritti umani
Giampiero Griffo, presidente Disabled People’s International Italia (DPI)
Gad Lerner, giornalista
Yasha Maccanico, ricercatore e giornalista, Statewatch/University of Bristol
Pierfrancesco Majorino, assessore alle Politiche sociali del Comune di Milano
Antonio Marchesi, presidente Amnesty International Italia
Elisa Marincola, portavoce associazione Articolo 21
Tomaso Montanari, presidente di Libertà e Giustizia
Kostas Moschochoritis, segretario generale INTERSOS
Riccardo Noury, portavoce Amnesty International Italia
Paolo Oddi, avvocato
Moni Ovadia, attore e regista
Elena Paciotti, giurista
Daniela Padoan, scrittrice
Letizia Palumbo, Università di Palermo
Gianni Rufini, direttore generale Amnesty International Italia
Antonia Sani, presidente Womens International League for Peace and Freedom (WILPF) Italia
Piero Soldini, nazionale CGIL
Barbara Spinelli, parlamentare europea GUE/NGL
Vittoria Tola, responsabile nazionale Unione Donne Italiane (UDI)
Lorenzo Trucco, avvocato, presidente Associazione Studi Giuridici Immigrazione (ASGI)
Fulvio Vassallo Paleologo, avvocato, presidente Associazione Diritti e Frontiere (Adif)
Guido Viale, sociologo
Gustavo Zagrebelsky, giurista, professore Università di Torino
Giacomo Zandonini, giornalista
Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano

Adesioni:

Isoke Aikpitanyi, Associazione vittime ed ex vittime della tratta
Leonardo Caffo, filosofo
Lina Caraceni, docente universitaria
Paolo Cattaneo, presidente Diapason cooperativa sociale e CNCA Lombardia
Anna Cimarelli, Tolentino
Nicole Corritore, giornalista di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa
Pietro Del Zanna, agricoltore
Ersilia Ferrante, avvocato
Michela Jesurum, Energie Sociali
Mariapia Mendola
Elisabetta Maestrini, avvocato
Maria Pace Ottieri, scrittrice
Vittoria Pagliuca, attivista Amnesty International
Stefano Pasta, giornalista
Carla Peirolero, direttrice Suq Festival Genova
Roberta Radich, psicologa, Coordinamento Nazionale NO TRIV
Simona Regondi, assistente sociale
Ilaria Sesana, giornalista
Nicola Teresi, presidente Emmaus Palermo
Associazione Transglobal
Valeria Verdolini, ricercatrice
Fulvio Vicenzo, direttore Cospe onlus


PER ADESIONI:
cartamilanosolidarieta@gmail.com

 

Risoluzione sull’Ungheria: il ricorso all’articolo 7

di venerdì, maggio 19, 2017 0 , Permalink

Lo scorso 17 maggio il Parlamento europeo ha adottato la proposta di risoluzione sull’Ungheria presentata dai gruppi politici S&D, ALDE, Verdi e GUE/NGL a seguito di dichiarazioni del Consiglio e della Commissione.

La risoluzione, co-firmata da Barbara Spinelli e approvata con 393 voti favorevoli, 221 contrari e 64 astensioni, chiede che l’Unione europea avvii una procedura contro il Paese retto dal governo del premier Viktor Orbán, ricorrendo all’articolo 7 del Trattato di Lisbona.

I deputati dichiarano nella risoluzione congiunta che «la situazione dei diritti fondamentali in Ungheria giustifica l’avvio della procedura formale per determinare se in uno Stato membro vi sia un “evidente rischio di grave violazione” dei valori dell’Ue», in considerazione del preoccupante deterioramento dello Stato di diritto, della democrazia e dei diritti fondamentali, in particolare per quanto riguarda le discriminazioni perpetrate contro migranti, richiedenti asilo, rifugiati, persone appartenenti a minoranze (tra cui Rom, ebrei e persone LGBTI). Particolarmente preoccupante, per i deputati europei, anche la progressiva restrizione dell’indipendenza della magistratura, della libertà di espressione, della libertà di associazione e della libertà accademica (è citata anche la chiusura degli archivi Lukács).

La procedura potrebbe portare a sanzioni contro il Paese, come la sospensione dei diritti di voto in seno al Consiglio.

È da notare con interesse la spaccatura dei voti PPE (Partito popolare europeo, che comprende anche il partito di Orbán Fidesz), e l’astensione dei deputati del M5S.

Risultato delle votazioni per appello nominale (scorrendo il Sommario, cliccare sul file B8-0295/2017 al Punto 12, recante la lista delle risoluzioni (pag. 26).

L’ignoranza militante sulle Ong

di sabato, aprile 29, 2017 0 , , , , Permalink

«Svolta a destra del M5S, sulle Ong ignoranza militante»

Intervista di Rachele Gonnelli a Barbara Spinelli, «il manifesto», 29 aprile 2017

Barbara Spinelli è eurodeputata indipendente del gruppo Gue-Ngl e membro della commissione Libe (Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni) del Parlamento europeo dove si occupa in maniera particolare di tutta la partita dei rifugiati, degli accordi con i paesi terzi e delle politiche sulle migrazioni.

I politici italiani e il giudice di Catania continuano a dire che le accuse alle ong vengono dall’agenzia Frontex ma nel rapporto Risk Analysis 2017 non se ne trova traccia.

Infatti. In quel rapporto non c’è soprattutto l’accusa più infamante, quella di collusione con i trafficanti. Ce n’è una meno grave anche se grave lo stesso: quella che descrive le ong come pull factor cioè come fattore di attrazione per i migranti. Un’accusa che fu rivolta anche alla missione italiana Mare Nostrum, che perciò fu chiusa. La Ue e Frontex continuano a pensare che le attività di search and rescue alimentino le fughe dei migranti verso l’Europa ma voglio ricordare che nell’ultima plenaria del Parlamento europeo lo stesso vice presidente della Commissione Frans Timmermams ha detto chiaro che non c’è nessuna prova di collusione tra i trafficanti e le ong.

Perché allora si contina a cavalcare questa fake news?

È il clima generale che porta a colpevolizzare le organizzazioni umanitarie che si occupano di salvataggi. E questo clima nasce dalle politiche europee di esternalizzazione dell’asilo e di accordi di riammissione con paesi dittatoriali o pericolosi. Poi c’è il gioco politico di chi su questo punta ad accentuare la xenofobia e la chiusura delle frontiere.

Salvini, Le Pen, ma anche Di Maio e M5S, non c’è una grande differenziazione, mi pare.

Sì, mi è molto dispiaciuto quel post di denuncia delle ong scritto a nome di tutto il Movimento, poi Di Maio ha parlato anche di taxi e questo è stato non meno deludente, anche perché al Parlamento europeo i deputati M5S invece hanno posizioni più elaborate e serie sui diritti, sulle migrazioni. È una brutta svolta, spero che si ricredano.

Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa, ha detto ieri a Di Maio: “Se pensate che l’arrivo dei migranti sia aumentato per la presenza delle ong, non siete in grado di governare il paese”. Lei è d’accordo?

Sono d’accordo su un punto: le dichiarazioni del M5S sono fondate su una profondissima ignoranza, oltretutto volontaria perché non è possibile che non si conosca cosa rischiano le persone che salgono sui barconi e sui gommoni per raggiungere l’Italia e l’Europa. Una ignoranza militante che rende i Cinque Stelle vicini di fatto alle destre e non del tutto credibili come forza di governo, anche se non è che i due ultimi governi italiani, Renzi e Gentiloni, abbiano avuto un comportamento esemplare e positivo su queste tematiche. Proprio questi governi hanno stipulato accordi di rimpatrio prima segretamente con il Sudan e poi, da ultimo, con la Libia. E questo è ancora più grave perché siamo di fronte non a qualche post su un blog o a qualche dichiarazione ma ad atti che violano la Convenzione di Ginevra e la legge internazionale dividendo e applicando il diritto all’asilo su basi etniche mentre ogni migrante ha diritto ad un esame individuale della sua richiesta di asilo. No, certamente non mi sento più sicura con questi governi.

Quali rischi in più vede con questa campagna?

A livello europeo Frontex si tiene distante dai luoghi più esposti a possibili naufragi e non ha un vero mandato di ricerca e salvataggio. Continua a prendere sempre più finanziamenti europei al solo scopo di sigillare le frontiere e vede con fastidio le attività di search and rescue in acque internazionali o nei pressi della Libia. Bisogna ricordare che search vuol dire ricerca, cioè ascolto degli Sms che invocano aiuto. E rescue vuol dire soccorso, obbligatorio per le leggi internazionali. Le due cose vanno insieme. E poi temo che questo fango sulle ong possa indebolirle finanziariamente, soprattutto le più piccole. Qualcuno potrebbe decidere di non dare più contributi per timore di finanziare mafie e trafficanti.

Contro la criminalizzazione dell’aiuto umanitario

Barbara Spinelli e l’eurodeputato di Podemos Miguel Urbán Crespo hanno appena inviato la seguente dichiarazione congiunta, sottoscritta da 23 membri del Parlamento europeo, al Commissario europeo per la protezione civile e le operazioni di aiuto umanitario Christos Stylianides, al Commissario europeo per la Migrazione, gli affari interni e la cittadinanza Dimitris Avramopoulos e al Mediatore europeo Emily O’Reilly.
Qui il testo inglese della dichiarazione con l’elenco dei firmatari.

Dichiarazione congiunta sulla criminalizzazione delle operazioni umanitarie di ricerca e soccorso nel mar Mediterraneo 

Il mar Mediterraneo è la più grande fossa comune del periodo postbellico. Nel 2016, più di cinquemila persone sono annegate nel tentativo di fuggire da guerra, povertà e persecuzione, in cerca di una vita dignitosa. La rotta mediterranea non è solo la più pericolosa, ma anche la più letale.

Anziché rispondere secondo i dettami del Diritto internazionale, dei Diritti umani e dei Diritti fondamentali, le istituzioni europee hanno optato per una deliberata inazione nel mar Mediterraneo. La decisione di porre fine all’operazione di ricerca e soccorso “Mare nostrum” ne è un chiaro esempio. Da allora è stato messo in atto un processo di militarizzazione degli operatori del “soccorso” e del controllo delle frontiere.

La risposta data dalla società civile mostra la crescente distanza tra istituzioni e cittadini europei. Molte Ong, sostenute da piccole donazioni e contributi dei cittadini, hanno iniziato a mettere in opera una vera missione di search and rescue nel Mediterraneo, raggiungendo quelle zone dove le istituzioni non arrivano. [1]

Chiediamo la modifica della Direttiva 2002/90/CE del Consiglio, volta a definire il favoreggiamento dell’ingresso, del transito e del soggiorno illegali, perché si metta termine all’ambiguità in essa contenuta e alle conseguenti discordanze nelle sue interpretazioni. Il fatto che più del 40 per cento delle operazioni di soccorso siano condotte da Ong dimostra l’urgente bisogno di venire a capo dell’ambigua retorica della direttiva.

Vogliamo anche esprimere la nostra profonda preoccupazione per la dichiarazione resa il 15 febbraio 2017 dal direttore esecutivo di Frontex Fabrice Leggeri, che ha accusato le Ong di collaborare con i trafficanti che lucrano sui pericolosi attraversamenti del Mediterraneo. [2] Consideriamo inaccettabile tale dichiarazione, in quanto promuove discorsi insidiosi, permeati da una politica della paura. Le Ong si trovano in una situazione di completa vulnerabilità e impotenza, perché non sono state avanzate accuse formali né sono stati avviati procedimenti legali, il che implica che non vi sono luoghi deputati in cui difendersi da simili dichiarazioni tendenziose. Chiediamo dunque che il dott. Leggeri rettifichi pubblicamente queste dichiarazioni.

I continui attacchi e le accuse infondate mosse da diversi responsabili, tra cui il direttore esecutivo di Frontex e rappresentanti della sfera politica – attacchi che hanno condotto all’apertura di indagini conoscitive da parte dei procuratori di Catania, Palermo e Trapani – sono stati rigettati con una dichiarazione congiunta delle Ong impegnate in operazioni di search and rescue nel Mediterraneo centrale.

Le organizzazioni firmatarie della dichiarazione congiunta, che con serietà e dedizione sopperiscono alla mancanza di una vera missione europea di search and rescue, e che agiscono sotto il coordinamento del Comando generale della Guardia costiera italiana e del Maritime Rescue Coordination Centre con sede a Roma (MRCC), non solo rigettano con fermezza ogni accusa, ma denunciano l’esistenza di una campagna mirata a gettare discredito su di loro e sulla stessa attività umanitaria e di testimonianza che esse svolgono nel Mediterraneo centrale.

Intendiamo dare il nostro fermo sostegno alla dichiarazione. Chiediamo una ritrattazione pubblica delle accuse da parte del dott. Leggeri e invochiamo un’azione decisa nei confronti di chi, per disinformazione o in mala fede, cerca di screditare e danneggiare le Ong e la loro attività nel Mediterraneo centrale.

Con questa dichiarazione, intendiamo anche allertare il Mediatore europeo perché protegga la funzione essenziale e insostituibile delle Ong, che proteggono gli interessi della società civile.

[1] Lo scopo di questi sforzi volontari è dar vita a un approccio umanitario coordinato e globale delle missioni SAR delle Ong operanti nel Mediterraneo. https://www.humanrightsatsea.org/wp-content/uploads/2017/03/20170302-NGO-Code-of-Conduct-FINAL-SECURED.pdf

[2] Si veda anche: https://www.theguardian.com/world/2017/feb/27/ngo-rescues-off-libya-encourage-traffickers-eu-borders-chief

Lectio magistralis per il Premio Calamandrei, Jesi 8 aprile 2017

L’8 aprile il centro studi Piero Calamandrei di Jesi ha insignito del “premio Calamandrei 2017″ il professor Carlo Smuraglia, presidente dell’Anpi, “per la difesa appassionata e mai retorica della Costituzione italiana”, Barbara Spinelli, “per la battaglia contro lo svuotamento dello Stato di diritto nelle condotte dell’Unione Europea”, e, alla memoria, il professor Tullio De Mauro, “per avere cantato il valore della chiarezza linguistica della nostra Costituzione” (la sua opera è stata presentata dal professor Luca Serianni, linguista).

Sono onorata di ricevere un premio che prende il nome da Piero Calamandrei, e anche della motivazione che è stata scelta. La interpreto come il riconoscimento di una battaglia che conduco da tempo per la difesa dello stato di diritto e delle Costituzioni nell’Unione, e per questo riconoscimento vi sono grata.

In proposito, vorrei qui ricordare brevemente alcuni punti.

Nell’esaminare quel che succede con la democrazia costituzionale negli Stati dell’Unione e nelle sue istituzioni, e con i diritti sociali e civili che esse garantiscono, è indispensabile affrontare la questione della sovranità. L’idea di unificare l’Europa nasce essenzialmente come critica delle sovranità assolute degli Stati, e del loro rifiuto di accettare qualsivoglia autorità o legalità internazionale che siano superiori al proprio volere (ai tempi del Manifesto di Ventotene era in questione l’impotenza della Lega delle Nazioni di fronte alle politiche di aggressione fasciste e nazionalsocialiste).

Da questo punto di vista la scomparsa dell’Urss, del Patto di Varsavia, del Comecon ha inferto un duro colpo a simile idea, rendendola più complessa di quanto lo fosse già. Da una parte l’Unione europea ha perso un termine di paragone importante, non potendo più contrapporre la natura volontaria e consensuale della propria sovranazionalità a quella obbligatoria dell’Urss e del Patto di Varsavia. Dall’altra paga il prezzo di un allargamento a Est fatto senza che la questione della sovranità sia mai stata affrontata seriamente e risolta: tutti i Paesi dell’Est sono entrati nell’Europa per riconquistare piena sovranità e sono estremamente restii a perderla di nuovo. Non si può continuare a parlare di Ventotene – o di un’Unione “sempre più stretta”, come nel preambolo del Trattato di Lisbona – se non si includono nei ragionamenti ambedue i momenti cruciali dell’Unione così come oggi si configura: il secondo dopoguerra e l’89-’90.

Non voglio dire con questo che i trasferimenti di sovranità siano di per sé sbagliati: sono molte le politiche votate all’insuccesso o addirittura impossibili, se a decidere sono gli Stati-nazione da soli (clima, energia, anche moneta). Ma il concetto di sovranità trasferita va approfondito, riadattato, e anche rinominato: meglio dire sovranità condivisa piuttosto che trasferita. Soprattutto, il trasferimento non può divenire un fine in sé. Accentuare l’incisività tecnica delle istituzioni o renderle magari più trasparenti non è sufficiente. È la natura del trasferimento che va approfondita e riadattata. Cosa che probabilmente bisognava fare dall’inizio con più chiarezza.

La delega di sovranità (o la sua condivisione) non avviene infatti nell’Unione senza alcun tipo di riserve, non è adesione supina a un impero – impero che è peraltro senza imperatore e s’incarna essenzialmente in tecnostrutture. Non solo è un trasferimento volontario, ma è anche fortemente condizionato. Nell’articolo 11 della nostra Costituzione, per esempio, è scritto a chiare lettere che l’Italia, nel ripudiare la guerra, “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie a un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Si trasferiscono sovranità se l’ordinamento politico che si vuol raggiungere è in grado di assicurare pace e giustizia fra le nazioni. Non entriamo in alleanze o in comunità sovrannazionali a qualsiasi prezzo, o perché una potenza nazionale più forte e più sovrana lo vuole.

L’Europa dovrebbe riconoscere questo anche per quanto riguarda la Nato, e non si può dire che la questione sia stata veramente posta nel nostro continente, né quando la Nato fu costituita né dopo la fine della guerra fredda. Come diceva già nel 1949 Piero Calamandrei, l’adesione al Patto Atlantico era sconsigliabile fin dall’inizio, e tanto più lo è oggi. Il Patto Atlantico – così Calamandrei – “non solo non dà [all’Italia] la garanzia di allontanare dal nostro territorio la catastrofe della guerra, ma dà anzi a essa la certezza della immediata invasione, anche se il conflitto sarà provocato da urti extraeuropei”. E continuava: “Auguriamoci che mentre la Costituzione repubblicana attende ancora il suo compimento, la firma di questo Patto Atlantico non sia il primo colpo di piccone dato per smantellarla”.   Cito queste frasi perché rischiano di valere anche per l’odierna Unione europea, minacciata dal disfacimento dopo la grande crisi del 2007-2008, dopo il dibattito sul Grexit, dopo il Brexit. L’Unione immagina di sventare tali minacce con una Difesa comune, che consiste soprattutto nel quadruplicare le forze armate Nato ai suoi confini orientali, e nel contravvenire a precise promesse fatte a Gorbačëv dopo il venir meno dell’Urss. Ma se pensa di superare la propria crisi risuscitando la guerra fredda, e il nemico esistenziale che c’era prima dell’89-’90, si illude.

Il giudizio di Calamandrei sul Patto atlantico vale anche per gli effetti che l’Unione così come oggi è fatta può avere sulle Costituzioni e sul loro smantellamento. Se da anni parlo di svuotamento dei diritti e di de-costituzionalizzazione dell’Europa, è perché l’Unione tende a funzionare come struttura indifferente ai dettami di una democrazia costituzionale: cioè a funzionare come un piccone. In primo luogo è priva di una Carta in cui i popoli si riconoscano e che riconosca loro una sovranità. In secondo luogo non si fonda, come avviene nelle democrazie costituzionali, su una chiara suddivisione di compiti tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Il potere esecutivo è un ibrido (la Commissione e il Consiglio), e come tale non eletto. Il Parlamento europeo è l’unico organo eletto ma non legifera con le stesse possibilità date ai Parlamenti nazionali. E la Corte giudica, ma con un’indipendenza molto ridotta: primo perché sui diritti economici e sociali è molto influenzata da politiche neo-liberali, secondo perché comunque può intervenire solo sulla legge europea, e un numero sempre più grande di decisioni cosiddette europee sono adottate tra gli Stati, proprio per aggirare sia il Parlamento europeo sia la Corte di giustizia (fiscal compact, accordi di migrazione e rimpatri con Paesi terzi). L’Unione manca anche di strumenti efficaci di democrazia diretta, come previsto invece in una serie di costituzioni nazionali.

Non a caso non c’è un governo europeo ma una cosiddetta “governance” (la tecnostruttura cui accennavo). E la prima cosa che tale governance vuole, è risolvere a proprio favore proprio la questione costituzionale della sovranità, legittimando l’oligarchia sovranazionale e prospettandola come una necessità tutelare e benefica, quali che siano i contenuti e gli effetti delle sue politiche. Il primo marzo scorso, illustrando il Libro Bianco della Commissione sul futuro dell’UE, il Presidente Juncker è stato chiaro: “Non dobbiamo essere ostaggi dei periodi elettorali negli Stati”. In altre parole, il potere UE deve sconnettersi da alcuni ingombranti punti fermi delle democrazie costituzionali: il suffragio universale in primis, lo scontento dei cittadini o dei Parlamenti, l’uguaglianza di tutti sia davanti alla legge, sia davanti agli infortuni sociali dei mercati globali. Scopo dell’Unione non è creare uno scudo che protegga i cittadini dalla mondializzazione, ma facilitare quest’ultima evitandole disturbi. Nel 1998 l’allora Presidente della Bundesbank Hans Tietmeyer invitò ad affiancare il “suffragio permanente dei mercati globali” a quello delle urne. Il binomio, già a suo tempo osceno, è nel frattempo saltato. Determinante resta soltanto, perché non periodico bensì permanente, il plebiscito dei mercati.

In quanto potere relativamente nuovo, l’oligarchia dell’Unione ha bisogno di un nemico esterno, del barbaro. Oggi ne ha uno interno e uno esterno. Quello interno è il “populismo degli euroscettici”: un’invenzione semantica che permette di eludere i malcontenti popolari relegandoli tutti nella “non-Europa”, o di compiacersi di successi apparenti come il voto in Olanda (“È stato sconfitto il tipo sbagliato di populismo” ha decretato il conservatore Mark Rutte, vincitore anche perché si è appropriato in extremis dell’offensiva anti-turca di Wilders). Il nemico esterno è la Russia di Putin, contro cui gran parte dell’Europa, su questo egemonizzata dai suoi avamposti a Est, intende coalizzarsi e riarmarsi.

Questo sviluppo non è nuovo, e penetra fin dentro i vocabolari europei. Fin dagli anni ‘70 le élite si domandano se la democrazia e le Costituzioni non debbano essere limitate, perché i governi siano più efficienti. Penso al rapporto sulla governabilità scritto nel 1975 per la Commissione Trilaterale da Michel Crozier, Samuel Huntington e Joji Watanuki: il rapporto, pubblicato con il titolo “La crisi della democrazia”, denunciava gli “eccessi” delle democrazie parlamentari postbelliche, e affermava il primato della stabilità e della governabilità sulla rappresentatività e il pluralismo, giungendo sino a esaltare l’apatia degli elettori e cittadini. Ne leggo un passaggio: “Il funzionamento efficace di un sistema democratico necessita di un livello di apatia da parte di individui e gruppi. In passato [prima degli anni ’60] ogni società democratica ha avuto una popolazione di dimensioni variabili che stava ai margini, che non partecipava alla politica. Ciò è intrinsecamente anti-democratico, ma è stato anche uno dei fattori che ha permesso alla democrazia di funzionare bene”. Negli anni ‘80-‘90 il processo continua: la frase di Tietmeyer sulla necessità di considerare il “suffragio permanente dei mercati globali” alla pari con i responsi elettorali, ne è il culmine. La crisi economica iniziata nel 2007-2008 accelera questo svuotamento delle democrazie costituzionali, accentrando ancor più i poteri nelle mani degli esecutivi, sia nelle singole nazioni sia nelle istituzioni europee. In quegli anni Jürgen Habermas vede affermarsi un temibile “federalismo degli esecutivi”, e nel 2013 – in piena crisi europea dei debiti sovrani – la JP Morgan pubblica un rapporto sulla riorganizzazione dell’eurozona in cui denuncia senza più remore e in maniera esplicita le Costituzioni sud europee nate dall’antifascismo, troppo corrive con sindacati e proteste sociali, e da riscrivere perché le Carte non rallentino le decisioni degli esecutivi. (Oggi Habermas sembra essersi dimenticato di tutto questo, e ha scelto di appoggiare ufficialmente il candidato francese più vicino alle banche d’affari, Emmanuel Macron. Ho cambiato spesso idea nella mia vita, anche lui ha il diritto di farlo). Le riforme costituzionali di Berlusconi e di Renzi andavano ambedue nella direzione indicata da JP Morgan, prima che venissero fortunatamente bocciate da due referendum: sono state l’apice di un quarantennale tentativo di far regredire il diritto.

Per quel che mi riguarda, penso che a questa regressione sia importante resistere. Non esaltando genericamente i valori dell’Unione europea. I valori vengono continuamente sbandierati per non dover parlare dei fondamenti normativi dell’Unione e delle Costituzioni, che sulla carta esistono ancora e che vale la pena difendere perché continuamente minacciati, come si vede nel negoziato che sta per iniziare sul Brexit. I valori sono soggettivi, dunque opinabili. I fondamenti normativi sono vincoli giuridici che possono essere invocati. Ogni volta che sento parlare di valori, da parte della Commissione o dei Consigli Europei o dello stesso Parlamento, mi dico che è perché l’Unione li sta in quel preciso momento sacrificando.

Concludo con un piccolo glossario, giusto per elencare alcune parole che sarebbe meglio evitare o sostituire, e che spesso mi capita di incrociare nel mio lavoro di parlamentare. La mia battaglia è anche contro le perversioni o invenzioni semantiche. Abbiamo visto come può esser stravolto il significato dei “valori” o del populismo: sono le parole che sento più spesso. Un’altra parola oggi ricorrente è apatia: descritta come elemento di governabilità nel rapporto della Trilaterale, ora d’un tratto mette paura alle forze dominanti nell’Unione. È chiaro che chi maneggia queste terminologie capisce poco o niente, di quel che succede nei propri Paesi, nelle proprie regioni, nelle proprie città. Si parla con nuovo allarme di apatia, quando molto visibilmente non ribollono che passioni sempre più aspre. La parola apatia è al centro di una recente risoluzione sulla e-democracy di cui mi sono occupata al Parlamento europeo. Ho cercato inutilmente di abolirla dalla lista delle caratteristiche dei cittadini che hanno, come dice la risoluzione, “perduto la fiducia nella politica”.

Anche quest’ultimo termine – “perdita di fiducia nella politica” – è più che fuorviante. Ci si guarda bene dal riconoscere che il malcontento di un numero crescente di cittadini concerne LE politiche, non LA politica in sé. Che la democrazia diretta (o e-democracy) non è un semplice contentino che si dà a gente apatica, ma uno strumento che permette alle passioni di trasformarsi in domande, in elaborazione di politiche diverse, e che è pensata per far fronte alle gravi malattie della democrazia rappresentativa. Precisamente questo è deliberatamente ignorato dalle attuali classi dirigenti: siccome le politiche continuano a essere riproposte tali e quali, e il desiderio delle élite è di portarle avanti senza impedimenti, si fa finta di non vedere la differenza tra LA politica e LE politiche, e si continuano ad approvare risoluzioni sulla sfiducia nella politica (cioè nelle istituzioni politiche in sé e per sé).

Il fatto che le forze maggioritarie nel Parlamento non tollerino emendamenti lessicali di questo tipo conferma che siamo di fronte a vocaboli tabù. Lasceranno paradossalmente passare mille emendamenti sul necessario rispetto dei diritti umani o della Carta dei diritti fondamentali o della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ma quelle parole no, sono evidentemente prestate dal Diavolo ai populisti: passioni, sfiducia nelle politiche adottate, fondamenti normativi dell’Unione e delle Costituzioni. Si adotta una politica disastrosa e in calce si promette il “rispetto dei diritti umani”: tutto finisce qui, con questa nota in calce alla Tartuffe.

Spesso mi dico – e concludo – che il cittadino attratto dai cosiddetti populisti viene visto come un radicalizzato violento. Bisogna de-radicalizzarlo, affibbiargli lo stigma del nemico, del non-cittadino. Anche in questo caso cito una risoluzione del Parlamento dedicata al terrorismo e ai radicalizzati: a fatica sono riuscita ad aggiungere a queste espressioni – “radicalizzato”, o anche “radicalizzato islamico” – l’aggettivo “violento”, perché lo stigma non si estendesse arbitrariamente (e convenientemente) ad altre categorie che non ricorrono a violenza: migranti o politici-militanti radicali, tutti suscettibili di essere esclusi dalla società. Esclusi da dove? È l’ultima parola stravolta che vorrei menzionare: l’esclusione dalla Storia con la S maiuscola. “Siete fuori dalla Storia”, “Siete dalla parte sbagliata della Storia”. Proprio nei giorni scorsi a Strasburgo l’espressione ha risuonato più volte nella plenaria del Parlamento europeo, rivolta al Regno Unito che ha deciso di uscire dall’Unione. Se non fosse tragica, questa convinzione di stare dalla parte buona e giusta di una Storia che procede sempre compatta e sicura verso il meglio farebbe solo ridere.

Premio Calamandrei 2017

di venerdì, aprile 7, 2017 0 Permalink

Bruxelles, 6 aprile 2017Il Centro studi Piero Calamandrei assegna il “Premio Calamandrei 2017” a Barbara Spinelli, «per la battaglia contro lo svuotamento dello Stato di diritto nelle condotte dell’Unione Europea».

Premiati anche Carlo Smuraglia, «per la difesa appassionata e mai retorica della Costituzione italiana» e  Tullio De Mauro, alla memoria, «per avere cantato il valore della chiarezza linguistica della Costituzione».

Tra i premiati delle passate edizioni, Alessandro Galante Garrone, Vittorio Foa, Joyce Lussu, Gustavo Zagrebelsky, Tommaso Padoa Schioppa, Giorgio Ruffolo, Carlo Azeglio Ciampi.

Nel corso della cerimonia di premiazione, che si svolgerà l’8 aprile 2017 nella Sala Maggiore del Palazzo della Signoria di Jesi, Barbara Spinelli e Carlo Smuraglia terranno una breve lectio al cospetto di studenti e cittadinanza.

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