I grandi difetti di due modeste riforme istituzionali

Bruxelles, 8 dicembre 2016. Analisi di Barbara Spinelli, relatore ombra del gruppo GUE-NGL, a proposito di due relazioni sui Trattati, approvate in Commissione costituzionale.

Qui i due rapporti approvati in Commissione: Relazione Verhofstadt e Relazione Bresso-Brok.

L’8 dicembre 2016 la Commissione affari costituzionali del Parlamento europeo ha approvato due Relazioni che hanno l’ambizione di dare all’Unione una nuova prospettiva di miglioramento e di rilancio. Insieme alla Relazione Berès-Böge sulla capacità di bilancio della zona euro (governance eurozona), sono concepite come una triade compatta, e costituiscono al tempo stesso la risposta che i gruppi maggioritari nel Parlamento intendono dare alla crisi apertasi con il Brexit (crisi considerata come “opportunità” per una migliore gestione dell’Unione). Sono state redatte in grande fretta, – soprattutto le prime due, di cui sono relatore ombra – per potere essere approvate in plenaria prima che il governo britannico annunci l’attivazione dell’articolo 50 e inizi il negoziato sulla fuoriuscita dall’Unione. Sono non solo una risposta a tale negoziato ma il volto che i relatori intendono dare all’Europa, per l’occasione, nei prossimi decenni.

Il mio giudizio finale su ambedue le Relazioni, come rappresentante del GUE-NGL, non poteva a questo punto che essere negativo: le ho respinte ambedue, pur approvandone alcuni compromessi e paragrafi. La forma che ha assunto il negoziato ha infatti pesantemente influito sulla sostanza, facendo in modo che praticamente nessuna delle nostre obiezioni e dei nostri emendamenti venissero inclusi. Per quanto riguarda la Relazione Verhofstadt, un certo numero di nostri emendamenti sono stati inclusi nei cosiddetti compromessi, ma all’ultimo minuto – la sera prima del voto in Commissione – sono stati staccati dal compromesso stesso, prendendo la forma di split votes, con una duplice conseguenza: i nostri emendamenti sono stati affossati, ma restando “appesi” al compromesso non potevano essere sottoposti al voto come “emendamenti separati”.

È stato il caso di alcuni punti importanti: per esempio, l’opportunità che la Corte di giustizia passi al vaglio in particolare la politica estera dell’Unione, la politica economica e monetaria, le decisioni adottate attraverso il ricorso all’articolo 7 (anche se si parla di controllo da parte della Corte di tutti gli aspetti delle legge comunitaria); la denuncia dell’accordo UE-Turchia; l’accenno al fatto che tale accordo sia stato rinominato “statement” per aggirare l’obbligo di consenso da parte del Parlamento europeo; l’assenza di una politica economica e fiscale comune, “aggravated by the lack of a proper aggregate fiscal stance for the euro area and the absence of an industrial strategy” (questo passaggio è stato rigettato attraverso split vote).

Più fondamentalmente, il mio giudizio è negativo perché ambedue le Relazioni non sono all’altezza della crisi profonda che l’Unione traversa: crisi economica e sociale, violazione dei principi di solidarietà tra Stati membri, volontà di impotenza davanti all’afflusso dei rifugiati, frantumazione a tutti gli effetti dello spazio Schengen. È il fondamento stesso delle Relazioni che ritengo non accettabile. Per esemplificare: la Relazione Verhofstadt sostiene che le crisi multiple che traversiamo si debbano risolvere con una nuova governance istituzionale (“Considers that the time of crisis management by means of ad hoc and incremental decisions has passed, as it only leads to measures that are often too little, too late; is convinced that it is now time for a profound reflection on how to address the shortcomings of the governance of the European Union by undertaking a comprehensive, in-depth reform of the Lisbon Treaty, whereas short and medium term solutions can be realised by exploiting the existing treaties to their full potential in the meantime”), mentre è mia convinzione – come avevo scritto in un emendamento – che siamo di fronte a un autentico fallimento, dovuto non a difetti istituzionali ma a politiche mal concepite, non trasparenti e socialmente ingiuste, che hanno diviso l’Unione e distrutto il progetto europeo di “unità nella diversità”. E che questo fallimento vada esplicitamente ammesso e superato da proposte veramente alternative.

Riassumo brevemente il progetto di nuova governance dell’Unione che sottende le Relazioni e che è stato approvato: aumento delle decisioni prese a maggioranza qualificata invece che all’unanimità; creazione di un Consiglio degli Stati che inglobi i vari Consigli specializzati; creazione di un ministro comune delle Finanze e degli Esteri (il ministro degli Esteri è proposto solo nella Relazione Verhofstadt); fusione del Presidente dell’Eurogruppo con il Commissario per gli Affari Economici e Finanziari (Bresso-Brok); riduzione drastica delle “eccezioni alle regole UE” (opt-outs). Sono questi elementi che hanno indotto il deputato dei Verdi Pascal Durand a parlare di visibili passi avanti verso un’Europa federale. Per parte mia non li ritengo tali, se servono a suggellare politiche sbagliate che vengono inserite nelle Relazioni come le uniche percorribili: in economia, politica estera, difesa, migrazione. Quanto agli opt-outs (Europa à la carte): il loro moltiplicarsi costituisce di sicuro una regressione, ma segnalano uno scontento irrefutabile nei Paesi dell’Unione, cui non si può rispondere con condanne perentorie. Condanne ed esclusioni sono una benda che ci si mette davanti agli occhi per non vedere la natura degli sconquassi presenti e prospettare un’Unione rimpicciolita anche se più coesa, fabbricata per perpetuare lo status quo.

Quello di cui sento più la mancanza è un’analisi critica e autocritica della crisi dell’Unione, che a mio avviso ha toccato l’acme durante il negoziato greco ed è sfociata per forza di cose nel Brexit – i due eventi sono legati, ma tale legame continua a essere ostinatamente e deliberatamente occultato. Se siamo giunti a questo punto, non è perché le istituzioni funzionino male, o non si coordinino, o non siano abbastanza “federali”. Il federalismo ha senso se esiste una comunità solidale, se vengono adottate politiche che non dividono le società e non generano, sempre più, disgusto verso il progetto stesso di unione. Il federalismo non è una tecnica, e non basta la tecnica a ridare ai cittadini la fiducia e il senso di appartenenza che hanno perso. Non basta nemmeno citare Eurobarometro, come fa la Relazione Verhofstadt: uno strumento che non rispecchia il loro vero stato d’animo, essendo un istituto di sondaggio dipendente dalla Commissione, dunque con forti conflitti d’interesse. Un mio emendamento, che cancellava i riferimenti ai dati fuorvianti di Eurobarometro, è stato rigettato.

Non mi convince nemmeno l’analisi delle crisi – la “‘polycrisis” descritta nella Relazione Verhofstadt: il più delle volte la crisi è dell’Europa, delle sue politiche. Non viene da fuori. Non è dei modi formali in cui essa risponde alle sfide, ma della natura stessa della risposta. Ad esempio: non c’è “crisi della migrazione”, ma crisi dell’Unione alle prese con flussi di profughi e migranti che al momento rappresentano lo 0,2 per cento delle popolazioni europee. La strategia europea su migranti e rifugiati è interamente concentrata sul controllo delle frontiere e su politiche di respingimenti (attraverso strumenti come il processo di Rabat e di Khartoum, il “Migration compact”, l’accordo UE-Turchia che serve da modello per altri accordi con i Paesi elencati dal Migration Compact, tra cui Eritrea e Sudan, Paesi tutt’altro che sicuri per i rimpatriati. L’ultimo accordo di riammissione (Joint Way Forward on migration issues) è quello con l’Afghanistan, stipulato a Kabul il 2 ottobre scorso).

Se poi consideriamo l’economia: non c’è solo crisi del debito, ma crisi dovuta a Paesi che essendo in surplus non espandono la propria economia. Più generalmente, c’è crisi della solidarietà e della democrazia all’interno dell’Unione. Ambedue le Relazioni avallano e sostengono politiche che hanno chiaramente fatto fiasco e che minano alle radici la solidarietà e la democrazia. Non basta dire che siamo di fronte a un euroscetticismo senza precedenti e a un ritorno dei nazionalismi, senza indicare l’insieme di politiche sbagliate e misantropiche che hanno causato e che causano diffusa sfiducia. La sfiducia dei popoli non genera alcuna resipiscenza nei relatori (e nella maggioranza del Parlamento europeo). È anzi criminalizzata, essendo sbrigativamente definita come euroscettica e populista (i due aggettivi vengono sistematicamente fusi, come se lo scetticismo non fosse una componente indispensabile del pensiero critico e fosse di per sé distruttivo: anche culturalmente, il pensiero europeo sta vivendo una formidabile regressione)

Vengo ora ad alcuni emendamenti che abbiamo presentato per la Relazione Verhofstadt (simili nelle grandi linee a quelli presentati per la Relazione Bresso-Brok, e per quanto riguarda l’economia a quelli presentati dai relatori ombra del GUE-NGL per la Relazione Berès-Böge).

Fin dal primo articolo, la Relazione chiede una modernizzazione della governance dell’Unione: cioè più efficienza, più rapidità. Non si va alla sostanza della crisi: la spettacolare mancanza di giustizia sociale, il venir meno di diritti (e di precisi articoli del Trattato come il 2, il 3, il 6, l’11); il riemergere in Europa di una politica di balance of powers, di potenze nazionali più o meno forti che si guardano in cagnesco l’un l’altra. La tecnica ancora una volta prende il sopravvento. Dovremmo sapere, da Heidegger, che “l’essenza della tecnica non è mai tecnica”.

Passo all’articolo in cui si denuncia la mancanza di convergenza e di competitività. Anche qui, nessun accenno alle diseguaglianze sociali, al senso di dis-empowerment dei cittadini e di impoverimento generalizzato delle classi medie: che sono poi le vere ragioni dell’ondata di sfiducia verso l’Europa. Di tanto in tanto si accenna nelle Relazioni alle necessità della coesione sociale, ma sono accenni secondari, come quando negli accordi di rimpatrio di migranti e rifugiati si afferma che i diritti umani saranno rispettati. Siamo di fronte a sistematici omaggi che il vizio rende alla virtù.

Non meno grave, e del tutto anacronistico, il proposito (in tutte tre le Relazioni) di inserire il Fiscal Compact nel Trattato, quando avrebbe dovuto essere semplicemente eliminato, vista la disgregazione sociale che ha provocato (il nostro emendamento, caduto, chiedeva “the replacement of the Fiscal Compact and the introduction of a really symmetric mechanism for macroeconomic policy coordination that addresses surpluses as well as deficits and does not place the burden of adjustment on deficit countries alone”). Nella Relazione Verhofstadt si dice giustamente che né il Patto di Stabilità e Crescita né la clausola “no bail-out” hanno fornito le soluzioni volute, ma non si fanno proprie le critiche sempre più diffuse che vengono espresse verso le ricette di austerità non solo da parte di accademici, ma dello stesso Fondo Monetario Internazionale. Il malfunzionamento, secondo la Relazione Verhofstadt, viene fatto risalire alle troppe infrazioni del Patto e più in genere agli impacci delle istituzioni. Constato un ritardo diagnostico di almeno dieci anni nell’analisi delle politiche economiche europee.

In questo ambito, mi dispiace l’assenza di accenni alle proposte di un New Deal europeo. In un emendamento aggiuntivo ne avevo proposto uno – ma le idee sono molte – finanziato dalla Banca europea degli Investimenti e da nuove risorse proprie alimentate da una tassa patrimoniale comune, dalla tassa sulle transazioni finanziarie e da una carbon tax. È stata affossata anche questa proposta.

Altra proposta bocciata, che avanzavo per entrambi le Relazioni: l’adesione dell’Unione alla Carta Sociale, e comunque l’inclusione dei criteri della Carta nella definizione della politica economica.

La Relazione Verhofstadt condivide esplicitamente la Relazione dei cinque Presidenti (“Completare L’Unione economica e monetaria dell’Europa”). In un certo senso tutte e tre le Relazioni (Verhofstadt, Bresso-Brok, Berès-Böge) sono il prolungamento di quella Relazione, che risale al 22 giugno 2015. La storia è passata e ha sconvolto quasi tutte le coordinate dell’Unione, ma i relatori delle varie Relazioni si ostinano a ignorarla. Nei miei emendamenti avevo espresso forti critiche della Relazione dei 5 Presidenti e delle cosiddette riforme strutturali: basate su codici di competitività che hanno come principale fondamento la ristrutturazione del mercato del lavoro e livellamenti verso il basso dei salari. La ricetta per uscire dalla recessione non cambia, anche se sono aggiunti più forti richiami alla crescita e agli investimenti. Anche questi emendamenti sono stati affossati. L’unico cambiamento consiste nella “velocizzazione” della governance tecnica di politiche ritenute evidentemente immutabili.

Per tutte queste ragioni non ho accolto la proposta – che in altri tempi e con altre politiche sarebbe stata positiva – di istituire un comune Ministro delle Finanze (e un comune Ministro degli Esteri). Il rischio è di ripetere l’errore fatto con l’euro. Parlo dell’illusione gradualista secondo cui creando istituzioni comuni parziali si arriverà necessariamente e provvidenzialmente all’unità politica e solidale dell’Europa. Nello stesso spirito ho respinto la proposta di una Difesa comune: anche qui nulla cambia, visto che la futura difesa europea viene presentata come “pilastro” della Nato, quindi di politiche militari extra-area che hanno solo creato caos e Stati falliti: nel Grande Medio Oriente, in Libia e Afghanistan, nel vicinato Est-europeo (quadruplicamento delle forze Nato ai confini della Polonia e degli Stati baltici).

Nelle riunioni della Commissione affari costituzionali mi è stato obbiettato che non è questo lo scopo della relazione Verhofstadt sulle necessarie modifiche del Trattato, né di quella dei relatori Mercedes Bresso e Elmar Brok su quello che si può fare senza cambiare i Trattati. Che è in gioco il quadro costituzionale, non le politiche immesse in tale quadro. Verhofstadt è giunto sino a presentarsi come erede dei padri fondatori dell’Europa unita, per i quali le istituzioni erano prioritarie. Ma ambedue le Relazioni fanno proprie precise linee politiche, economico-sociali e militari, e questo spiega come mai – non essendo per appunto tecnica, la natura della tecnica – ho sempre parlato di sostanza politica anch’io: in Commissione, e attraverso gli emendamenti e le raccomandazioni di voto che tornerò a presentare il giorno in cui le Relazioni saranno votate in plenaria. Per quell’occasione, mi riservo di presentare un nuovo emendamento che abbia al suo centro la possibile e ordinata uscita dall’Euro, senza che l’appartenenza all’Unione sia messa in questione: esiste infatti nel Trattato un vuoto giuridico in proposito.

Alcune cose minori le abbiamo ottenute. Spesso si tratta di quisquiglie: un riferimento alla Carta dei diritti fondamentali nelle Citations (having regard) o alla risoluzione del Parlamento europeo sull’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE). Nei Recital, abbiamo ottenuto che non si parlasse di “decisione” a proposito del Brexit ma del “risultato” del referendum (è ancora atteso il giudizio finale della Suprema Corte inglese, in proposito, e non esiste ancora un’interpretazione definitiva dei diritti legali del Nord Irlanda, iscritti nel Good Friday Agreement). Abbiamo anche ottenuto – ma in un solo paragrafo della Relazione Verhofstadt – che il presente ordinamento dell’Unione venisse chiamato istituzionale, e non “costituzionale” (il Trattato di Lisbona non è una Costituzione). Nell’articolato, è stato poi accolto un riferimento alla necessità di applicare integralmente la Carta dei diritti fondamentali, abolendo l’articolo 51. Su nostra richiesta attraverso split vote è stato eliminato un passaggio a proposito dell’articolo 7 TUE, in cui si proponeva di fare della Commissione l’”esecutore” dell’articolo stesso: in sostanza, il paragrafo ignorava il nuovo meccanismo In’t Veld in materia di democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali nei Paesi membri, meccanismo che non conferisce tutti i poteri alla Commissione, essendo anch’essa possibile oggetto di un “monitoring” (il testo attuale diceva: “Proposes to make the Commission the executor of the Article 7 procedure with the Council and Parliament as decision makers, to expunge the unanimity rule, and to review the sanction mechanism”).

È passato anche un nostro emendamento (non sull’ECI ma, più in genere, sulla democrazia partecipativa e sui referendum europei): “Believes, moreover, that citizens should be endowed with more instruments of participatory democracy at Union’s level; therefore, proposes to evaluate the introduction, within the Treaties, of the provision for a EU referendum on matters relevant to Union’s actions and policies”.

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Principali emendamenti bocciati (Relazione Verhofstadt)
(Testo evidenziato in giallo: non consentito voto separato da compromesso)

whereas the austerity policies adopted and imposed by the EU institutions and the International Monetary Fund (“Troika”) have increased this scepticism, produced destitution in the countries subject to readjustment programs and aggravated their debts; whereas these programs were the result of “overly optimistic growth projections”, as highlighted by several studies, including a report published on 8 July 2016 by the Independent Evaluation Office (IEO) of the International Monetary Fund;

whereas, according to Opinion 2/13 and the relevant case-law of the Court of Justice, fundamental rights recognised by the EU Charter of fundamental rights are at the heart of the legal structure of the Union and respect for those rights is a condition of the lawfulness of EU acts, so that measures incompatible with those rights are not acceptable in the EU; whereas article 6(1) TEU clearly states that the Charter of Fundamental Rights of the European Union has the same legal value as the Treaties; whereas a proper implementation of this article requires a removal of all the restrictions on the full and substantial effectiveness of the Charter’s provisions;

whereas over the past decade the security situation in Europe has deteriorated markedly, due to ill-conceived and short-term military and migration policies especially in our neighbourhood: this has shown the need to move towards a different approach in the EU’s external relations, founded on the peaceful promotion of social, economic, environmental and human rights standards for the benefits of all the parties involved, while, at the same time, refraining from policies of regime-change and proxy wars, which only have expanded the phenomenon of failed States in the Greater Middle East;

whereas Europe’s defence and diplomatic capabilities has limited its ability to project stability and peace beyond our immediate borders and especially in the accession countries; whereas this should lead to the need for more intense cooperation among the Member States and an integration of some of their defence capacities into a European defence community, considering that any security policy of the EU should have a defensive and not aggressive dimension, should be based on disarmament and arms control, focusing essentially on cooperation in the European continent;

Whereas there is a need to review EU-NATO cooperation, taking into account the profoundly changed scenarios of the post-cold war era in Europe and the substantive failures of NATO policies in the US-led anti-terror war outside the NATO area and to put a definitive end to the NATO and US enlargement policies at the Eastern borders of the EU, while looking for and building new independent forms of cooperation with the Russian neighbour;

whereas in its follow up to the European Parliament resolution on the European Citizens’ Initiative, adopted on 2 February 2016, the Commission stated “that after only three years after its effective entry into application, it is at this point too early to launch a legislative revision of the Regulation”; whereas from the establishment of the ECI only three initiatives were deemed admissible and no one has received an appropriate follow-up; whereas there are deficiencies in relation to the functioning and implementation of the instrument of the European Citizens’ Initiative and therefore a need for improvement in order for it to function effectively and be a true instrument for participative democracy and active citizenship;

Furthermore, calls on the Commission to present as soon as possible a new draft agreement for the accession of the Union to the ECHR in line with the obligations deriving from article 6 TEU, providing positive solutions to the objections raised by the Court of Justice of the European Union (CJEU) in its Opinion 2/13 of 18 December 2014;

Observes with great concern the proliferation of subsets of Member States – especially in Eastern European countries – undermining the unity of the Union by causing a lack of transparency and solidarity among the Member States, as well as a widespread propensity to an increase request for “opts-out” and to a resurgence of the “balance of power” system, magnified by the result of the UK referendum on Brexit;

Considers it essential in these circumstances not only to reaffirm the mission of an ‘ever-closer union among the peoples of Europe’ (Article 1 TEU) in order to mitigate any tendency towards disintegration, but also to clarify the substantial meaning of such formula, whose purpose should be that of providing the European Union of a real constitution underwritten by its peoples and not only by the heads of State and Government of the Member States;

Notes and respects the fact that the people of the Northern Ireland and Scotland voted overwhelmingly to remain in the EU; believes that an accommodation should be found whereby Northern Ireland maintains its membership of the European Union; calls on the EU to continue to proactively support the peace process in Ireland and to provide for its continuation in any negotiations on British withdrawal; stresses that an accommodation should also be found as far as Scotland is concerned if its citizens express a desire in this direction;

Recalls that the construction of the European Union has been rooted on four freedoms namely the free movement of goods, the free movement of services and freedom of establishment, the free movement of persons (and citizenship), including free movement of workers and the free movement of capital; therefore, points out that the both the negotiations and the final agreement concerning the withdrawal of the UK from the Union as well as the future framework for the future relationships should respect their substantial indivisibility; Is convinced that the Union needs a legal shift on its economic policy based on the full application of Article 3 TEU and the principles provided for, in particular, in articles 9 to 12 TFEU; asks therefore for a real New Deal for Europe, consisting in common investments in a new environmentally sustainable growth and employment plan, financed by the European Bank of Investments and by own resources deriving from an EU wide coordinated wealth levy, a Financial Transaction Tax (FTT) and a carbon tax, directly collected by the Union;

Is convinced that the Union needs a legal shift on its economic policy based on the full application of Article 3 TEU and the principles provided for, in particular, in articles 9 to 12 TFEU; asks therefore for a real New Deal for Europe, consisting in common investments in a new environmentally sustainable growth and employment plan, financed by the European Bank of Investments and by own resources deriving from an EU wide coordinated wealth levy, a Financial Transaction Tax (FTT) and a carbon tax, directly collected by the Union;

Recalls that social rights are fundamental rights, as recognised by international treaties, the ECHR, the EU Charter of Fundamental Rights and the European Social Charter; in this respect, calls on the Commission to swiftly present a proposal for a concrete European Social Pillar aimed at improving living and working conditions, quality employment, fair wages, equal treatment, social dialogue, quality public services and effective social protection, in line with the relevant ILO Conventions, while respecting the prerogative of the Member States to introduce or retain more favourable provisions in this field; moreover, asks the Commission to take into consideration the idea of introducing, in that proposal, provisions establishing a fair and just minimum wage, minimum pensions and a minimum income, in line with the European Parliament resolution of 20 October 2010 on the role of minimum income in combating poverty and promoting an inclusive society in Europe and article 34(3) of the Charter of fundamental rights of the European Union, while respecting the right to collective bargain, as enshrined in article 28 of the EU Charter

Calls on the Commission to start negotiations with the Council of Europe in order to launch the process for the accession of the EU to the European Social Charter; in the meantime, asks the Commission to use the Charter as guiding standard for the impact assessments carried out on the basis of article 12 of the Interinstitutional Agreement on Better Law-Making and for drafting the explanatory memoranda foreseen in article 25 of the same, having regard to the fifth recital of the Preamble to the Treaties;

Deplores the emphasis put, in the 5 Presidents Report, on “flexible” economies capable to quickly adjust to shocks and on a “new convergence process”, facilitated by the creation of national Competitiveness Boards; believes that such measures are based on the assumption that (downward) wage flexibility is the main ‘shock absorber’ and a key tool for assuring the cost competitiveness of national economies. The Competitiveness Boards may in fact institutionalise the pressure towards wage and cost reductions in the pursuit of greater cost competitiveness, especially in less technologically advanced countries; considers that the proposals contained in the “Five presidents’ report” claim to promote greater prosperity and solidarity in Europe while in fact further reinforcing the technocratic character of EU governance;

Is acutely aware of the need to review many recent crisis-management measures taken by the EU, as well as the need to change course to the regulatory framework for the financial sector; at the same time, in its recent judgment Ledra Advertising Ltd and Others v. European Commission and European Central Bank (ECB) (joined cases C-8/15 P to C-10/15 P), has stated that whilst the Member States do not implement EU law in the context of the ESM Treaty, on the other hand the Charter is addressed to the EU institutions, including when they act outside the EU legal framework;

Calls for the deduction of net public investment from public debt in an effort to implement the “golden rule for public investment” in order to allow for an optimal intergenerational allocation of public investment; believes that the definition of what qualifies as investment should be assessed; considers that in order to limit short term public debt a corresponding threshold for net investment could be implemented; considers that implementation of the rule could be done through annexing an “investment protocol” to the Treaties under the simplified revision procedure of Art. 48 TEU;

Stresses that in the current economic environment of subdued demand, the monetary policy must be complemented by expansionary fiscal policies as well as by strengthening unions collective bargaining power in order to ensure wage growth in line with countries average productivity growth and the ECBs inflation target; deems it necessary, in this context, to revise the objectives of the ECB;

Disapproves any expansion of the power of European-level institutions, such as the envisaged EU Finance Minister, if not made conditional on the approval of a clear mandate in terms of employment and/or growth-related targets, namely specific numerical targets to be reached within a specified timeframe and not only “full employment” as a general and declamatory aim. This, in turn, would require the creation of, and commitment to, clear institutional arrangements that would make the attainment of such targets possible;

Calls for better use of the existing structural funds in the direction of fostering cohesion;

Believes that before completing the Banking Union, it is necessary to address the critical flaws in its current architecture, such as the exclusion of any common deposit insurance scheme, the absence of an effective national veto over the use of common financial resources, the fact that the Single Resolution Fund’s (SRF) pre-funded financial means amount to “only” €55 billion, meaning that, in the event of a serious banking crisis, the SRF’s resources are unlikely to be sufficient (especially during the fund’s transitional period), the fact that, where the ESM will be allowed to intervene through its new direct recapitalisation instrument (DRI), this will be conditional on the implementation of the troika’s dreaded conditionalities, including where appropriate those related to the general economic policies of the ESM Member concerned; asks, furthermore, for a thorough review of the bail-in rule;

Welcomes the outcomes of 2015 Paris Climate Conference on setting out standards for reducing global emissions; stresses, however, that environmental protection shall become a short-term top priority for the EU in the light of the current environmental degradation, and shall be mainstreamed in all policies and actions of the Union; moreover suggests, in order to better attain the above-mentioned objectives, to modify the Treaties by introducing a specific reference to the Right of Nature, as developed, for instance, in the Constitution of Ecuador;

Points out that further steps are necessary to ensure that the Common European Asylum System becomes a truly uniform system; calls on Member States to harmonize their legislation and practices with regards to the standards as to who qualifies as a beneficiary of international protection, guarantees on international protection procedures and reception conditions following the jurisprudence of the ECtHR and CJUE and established best practices in fellow Member States; stresses that a new asylum and migration framework should build upon fundamental rights of the migrant;

Reaffirms that the Union must adopt a long-term strategy to address the root causes of migration in third countries (persecution, conflict, generalised violence, climate change and natural disasters or extreme poverty) and create safe and regular channels to access the EU;

Furthermore, considers it necessary to proceed to a formal recognition of the environmental refugees, as those who are obliged to leave their home countries due to environmental causes, hence to guarantee them full access to EU asylum procedures;

Is of the opinion that external military interventions as well as war rhetoric are both counterproductive and dangerous in the fight against terrorism; emphasises, in this respect, the need to adopt an holistic approach by accompanying the necessary internal security measures with actions in the fields of education, social integration and urban-planning, especially in the suburbs;

Recalls that stability and security can be reached and guaranteed only by fair and equitable societal conditions and therefore any activity to promote stability and security should be brought forward by assuring the primacy of new forms of development which advantage local populations, especially in the field of agricultural production, and providing for economic and conflict-avoiding instruments and policies;

Recalls that, according to article 21 TEU, the Union’s action in the field of CFSP shall be guided by its founding principles namely democracy, the rule of law, the universality and indivisibility of human rights and fundamental freedoms, respect for human dignity, the principles of equality and solidarity, and respect for the principles of the United Nations Charter and international law; is convinced therefore that CFSP should be developed along these lines, thus promoting peace and stability, the enforcement of the principles of the UN Charter and of the Helsinki Final Act and the development of mutual cooperation for the benefit of all the parties involved;

Considers that the Union needs to further strengthen its democratic legitimacy by providing for the involvement of civil society in the decision-making process; to this end, stresses once again the need to revise Regulation 211/2011 in order to encourage the Commission to have a less restrictive approach on the legal admissibility of an ECI and to allow a successful initiative to have an appropriate and concrete follow-up;

Calls on the Commission to explore a citizens’ social veto as a mechanism that can prevent the entry into force of EU legislation that would increase poverty and inequality or decrease social rights; in this regard, suggests to take into consideration, as a point of reference, the provisions of Protocol (No. 2) on the application of the principles of subsidiarity and proportionality;

Proposes to explore the possibility of transforming the Commission into an executive authority of the Union; nevertheless, considers that this cannot be done without a prior redefinition of the overall political strategy of the Union, aiming at the full realisation of its main principles and objectives as provided for, in particular, in articles 2 TEU and 9 to 13 TFEU; is convinced that such a change first requires a re-evaluation of the role and prerogatives of this Institution in terms of functions, composition and strengthening of democratic accountability and transparency as well as of the system of checks and balances in the Union as a whole;

Considers it necessary to enhance the political responsibility and accountability of the Commission to the European Parliament as far as the respect of the primary law, including the Charter of fundamental rights of the European Union, is concerned; in this respect, proposes to revise article 234 TFEU in order to strengthening the prerogatives of the European Parliament by allowing it to table a motion of censure also against single Commissioners;

Believes that, in redefining the governmental functions of the euro area, due respect should be paid to the interests of Member States that are not yet part of the euro (the ‘pre-ins’);

Insists that Parliament’s right of inquiry should be reinforced and be granted specific, genuine and clear powers which are more in line with its political stature and competences, including the right to summon witnesses, to have full access to documents, to conduct on-the-spot investigations and to impose sanctions for non-compliance; therefore, calls on the Commission to advance the negotiations on the Parliament’s proposal on a regulation on Parliament’s Right of Inquiry;

Principali emendamenti caduti perché coperti da compromessi

whereas the UK’s decision to leave the EU resulting from the referendum has shown, once more, the deep disaffection of the citizens vis-à-vis the current EU project; whereas this decision should represent a starting point for rethinking and innovating the EU framework by bringing back citizens’ needs centre stage in line with the Preamble of the Treaties and could offer, at the same time, an opportunity to clarify what membership of the Union really entails and what could be a clear structure in the future for the EU’s relationship with non-members in our periphery

(nel paragrafo approvato è scritto: whereas the UK’s departure would create an opportunity to reduce the complexity of the Union and to clarify what membership of the Union really means, etc etc)

Acknowledges that the European Semester, the six-pack and the two-pack have not solved but aggravated the problems; believes, moreover, that they have contributed to making the system not only overly complex, but essentially unjust and ineffective, increasing the disgregation of the EU and the widespread mistrust of the EU citizens; believes, furthermore, that the current “convergence instruments” – in particular the European Semester – should be reformed to include binding social targets;

Calls for the replacement of the Fiscal Compact and the introduction of a really symmetric mechanism for macroeconomic policy coordination that addresses surpluses as well as deficits and does not place the burden of adjustment on deficit countries alone;

Points out that the functioning of the Economic and Monetary Union requires democratic, transparent and accountable governmental institutions than those currently provided by the Commission and/or the Eurogroup, also introducing the co-decision procedure on the broad guidelines of the economic policies of the Member States and of the Union (article 121 TFEU); in this regard, expresses once again its deep concern for the lack of transparency and democratic accountability that characterises the decision-making and procedures of the Eurogroup; therefore, asks the Institutions to clarify the legal nature of this body vis-à-vis the EU Treaties;

Considers it necessary to endow the European Central Bank with the status of non-conditional lender of last resort enjoying the full powers of a federal reserve bank; at the same time, considers it necessary that the ECB also commits to purchasing eurobonds as part of its standard QE policy, keeping borrowing costs down for the eurozone as a whole; calls for the democratic control of the ECB via the European Parliament; [emendamento caduto con adozione del compromesso, nonostante quest’ultimo proponesse tutt’altro: nel compromesso approvato la funzione di prestatore di ultima istanza viene affidata al Meccanismo di Stabilità auropeo (MSE), non alla BCE]

Recognises the geopolitical, economic and environmental need for the creation of a European energy union; points out however that the Energy Union should be principally fostered through appropriate research and development investments in renewable energy sources, in line with the objectives of the EU as listed, for example, in article 3 TEU and 37 of the EU Charter of fundamental rights;

Notes that the Treaties provide ample means to set up a human rights-based, well-functioning migration and refugees policy rooted on article 80 TFEU and on the principles of solidarity, non-discrimination, non-refoulement, and on proactive search and rescue in line with the obligations deriving from the Geneva Convention, the Charter of fundamental rights of the European Union, the International Convention for the Safety of Life at Sea and the International Convention on Maritime Search and Rescue, while considering, at the same time, the establishment of safe and legal avenues for refugees fleeing from wars, dictatorships and environmentally-caused disasters; believes, however, that the Treaties, particularly Article 79(5) TFEU, are too restrictive regarding other aspects of migration, especially on the establishment of a genuine European legal migration system; insists that democratic control and co-decision by the Parliament is needed on the implementation of border control, asylum and migration policies, and that the safeguarding of national security cannot be used as a pretext to circumvent European action as far as asylum and inclusion policies are concerned;

points out, however, that the fight against terrorism shall not become a justification for lowering down existing human rights standards, including protection of privacy in internet and encryption of data;

Believes, finally, that it is essential that the restrictions in Article 24(1) TEU on the authority of the European Court of Justice in the field of CFSP be removed; calls, in the same spirit, for Parliament to gain greater powers of scrutiny and accountability over CFSP, including full co-decision powers over the budget and policies of the CFSP;

Notes that, despite the prohibition in Article 15(1) TEU, the European Council has undertaken various legislative initiatives; considers that the legitimacy of these initiatives should be assessed by the Court of justice following an action ex article 263 TFEU;

Is of the opinion that the 60th anniversary of the Treaty of Rome would be an appropriate moment to rebuild the European Union and to start a Convention in order to try to reconnect the European Union with its citizens and to draw a line under the current and persistent slide towards disaggregation, division and insignificance;

Principali emendamenti votati in aggiunta a compromessi ma rigettati

Considers it appropriate to redefine the competences of the Council vis-à-vis those of the European Parliament with the aim of strengthening the co-decision procedure and increasing the transparency of the whole legislative process; calls, furthermore, on the Council, Commission and European Parliament to strongly limit the recourse to Trilogues in the ordinary legislative procedure, while guaranteeing, at the same time, their full transparency;

Il finto federalismo del Rapporto Verhofstadt

Bruxelles, 8 novembre 2016. Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “Possibile evoluzione e adeguamento dell’attuale struttura istituzionale dell’Unione europea” (Relatore Guy Verhofstadt – ALDE, Belgio) nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO).

Punto in agenda:

  • Esame degli emendamenti

Ringrazio il relatore per il lavoro fatto con questa bozza di risoluzione. Dico subito che ci sono passaggi che apprezzo: sulla sicurezza interna, che non deve trasformarsi in pretesto per evitare politiche più coraggiose di asilo e inclusione; sull’opportunità che la Corte di giustizia passi al vaglio la politica estera dell’Unione; sul metodo comunitario che non deve esser soppiantato da quello intergovernativo. Giusto anche chiedere l’estensione di precisi diritti del Parlamento europeo: in prima linea il diritto di iniziativa legislativa e il diritto di inchiesta.

Come già anticipato nella riunione del 12 luglio, ho tuttavia una serie di riserve, che esprimerò negli emendamenti. Cercherò di spiegarne alcuni, facendone una sintesi.

In prima linea non concordo sulle premesse, cioè sui recital che giustificano vari articoli della risoluzione. Quello di cui sento più la mancanza è un’analisi critica e autocritica della crisi dell’Unione, che a mio avviso ha toccato l’acme durante il negoziato greco ed è sfociata per forza di cose nel Brexit – i due eventi sono a mio parere legati. Se siamo giunti a questo punto, non è perché le istituzioni funzionino male, o non si coordinino, o non siano abbastanza “federali”. Il federalismo ha senso se esiste una comunità solidale, se vengono adottate politiche che non dividono le nostre società e non generano, sempre più, disgusto verso il progetto stesso di unione. Il federalismo non è una tecnica, e non basta quest’ultima a ridare ai cittadini la fiducia e il senso di appartenenza che hanno perso. Non basta nemmeno citare Eurobarometro, che non rispecchia il loro vero stato d’animo essendo un istituto di sondaggio troppo dipendente dalla Commissione, dunque con forti conflitti d’interesse.

Non mi convince nemmeno l’analisi delle crisi – la “‘polycrisis” descritta nel rapporto: il più delle volte la crisi è dell’Europa. Non è dei modi formali in cui essa risponde alle sfide, ma della natura stessa della risposta. Ad esempio: non c’è “crisi della migrazione”, ma crisi dell’Unione davanti a flussi di profughi e migranti che al momento rappresentano lo 0,2 per cento delle popolazioni europee. Non c’è solo crisi del debito, ma crisi di Paesi che essendo in surplus non espandono la propria economia. Più generalmente, c’è crisi della solidarietà e della democrazia all’interno dell’Unione. La mia impressione è che il rapporto avalli e sostenga politiche che hanno fatto fallimento. Non basta dire che siamo di fronte a un euroscetticismo senza precedenti e un ritorno dei nazionalismi, senza indicare l’insieme di politiche sbagliate che hanno causato e causano diffusa sfiducia.

Vengo ora agli emendamenti sull’articolato, e ne cito solo alcuni che mi sembrano importanti.

Fin dal primo articolo, si chiede una modernizzazione della governance dell’Unione: cioè più efficienza, più rapidità. Non si va alla sostanza della crisi: la spettacolare mancanza di giustizia sociale, il venir meno di diritti (e di precisi articoli del Trattato come il 2, il 3, il 6, l’11); il riemergere in Europa di una politica di balance of powers, di potenze nazionali più o meno forti che si guardano in cagnesco l’un l’altra. La tecnica ancora una volta prende il sopravvento. Dovremmo sapere, da Heidegger, che “l’essenza della tecnica non è mai tecnica”.

Passo all’articolo 13, in cui si denuncia la mancanza di convergenza e di competitività. Anche qui, nessun accenno alle diseguaglianze sociali e al senso di dis-empowerment dei cittadini, e di impoverimento generalizzato delle classi medie: che sono poi le vere ragioni dell’ondata di sfiducia verso l’Europa.

Nell’ articolo 14, si dice giustamente che né il Patto di Stabilità e crescita né la clausola “no bail-out” hanno fornito le soluzioni volute, ma non si fanno proprie le critiche sempre più diffuse che vengono espresse verso le ricette di austerità non solo da parte di accademici, ma dello stesso Fondo Monetario internazionale. Il malfunzionamento, secondo la relazione Verhofstadt, viene fatto risalire alle troppe infrazioni del Patto. Constato un ritardo diagnostico di almeno dieci anni nell’analisi delle politiche economiche europee.

In questo ambito, mi dispiace che non vi sia neppure un accenno alle proposte di un New Deal europeo. In un emendamento aggiuntivo all’articolo 13, ne propongo uno – ma le idee sono moltefinanziato dalla Banca europea degli Investimenti e da nuove risorse proprie alimentate da una tassa patrimoniale comune, dalla tassa sulle transazioni finanziarie e da una carbon tax.

Altra proposta che va in questa direzione: l’adesione dell’Unione alla Carta Sociale, e comunque l’inclusione dei criteri della Carta nella definizione della politica economica.

A proposito del Rapporto dei cinque Presidenti (articolo 16): il Rapporto Verhofstadt lo condivide in pieno. Io non lo condivido. Nel mio emendamento esprimo una forte critica del rapporto, e delle cosiddette riforme strutturali: basate su codici di competitività che hanno come principale fondamento la ristrutturazione del mercato del lavoro e livellamenti verso il basso dei salari. Non mi sembra la ricetta per uscire dalla recessione.

Per tutte queste ragioni non accolgo la proposta – che in altri tempi e con altre politiche sarebbe stata positiva – di istituire un comune Ministro dell’Economia (e un Ministro degli Esteri). Il rischio è di ripetere l’errore fatto con l’euro. Parlo dell’illusione gradualista secondo cui creando istituzioni comuni parziali si arriverà necessariamente e provvidenzialmente all’unità politica dell’Europa.

Mi si obietterà che non è questo lo scopo di questo rapporto, né di quello dei colleghi Mercedes Bresso e Elmar Brok su quello che si può fare senza cambiare i Trattati. Che è in gioco il quadro costituzionale, non le politiche immesse in tale quadro. Ma ambedue i rapporti fanno proprie precise linee politiche, e questo spiega come mai – non essendo per appunto tecnica, la natura della tecnica – parlo di sostanza politica anch’io.

Rapporto Bresso-Brok: il fiscal compact inserito nei Trattati

Bruxelles, 8 novembre 2016. Intervento (non pronunciato) di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “Migliorare il funzionamento dell’Unione europea sfruttando le potenzialità del trattato di Lisbona” (Relatori Mercedes Bresso, S&D – Italia, Elmar Brok, PPE – Germania) nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO).

Punto in agenda:

  • Esame degli emendamenti

Ringrazio i relatori di questo rapporto, anche se purtroppo ho constatato l’impossibilità di un confronto che sia serio e rispettoso con i relatori ombra.

Come già sottolineato nel corso della precedente discussione sulla Relazione Verhofstadt, quello che mi lascia più perplessa è la visione di fondo dei due documenti, ossia la scelta di cambiare la struttura, la tecnica – la “capacità di agire” a più livelli, rapidamente ed efficacemente, come è scritto nel rapporto – per lasciare essenzialmente invariata la sostanza. Un esempio tra tutti è il Fiscal Compact. Uno strumento figlio di politiche dell’austerità i cui contenuti ed effetti sono stati ampiamente criticati da noti economisti e, ultimamente, persino dallo stesso Fondo Monetario Internazionale. Piuttosto che modificarlo o scegliere soluzioni alternative, la strada percorsa è quella di legittimarlo completamente, incorporandone le parti più rilevanti all’interno del Trattato e rendendolo di conseguenza elemento strutturale della politica economica europea.  È quello che più ci viene contestato dai cittadini: la miopia, la sordità di fronte ad una richiesta di cambiamento che riguarda esattamente il fondo delle nostre scelte e non l’involucro tecnico all’interno del quale le presentiamo.

Penso anch’io, come i relatori, che i Trattati hanno limiti evidenti ma ci offrano già chiare indicazioni su una possibile via alternativa, ed è alla luce di tali indicazioni che dovremmo procedere per “sfruttarne le potenzialità”. È la direzione che ho tentato di seguire con gli emendamenti che ho presentato. Mi riferisco in particolare agli articoli iniziali del Trattato sull’Unione Europea: l’articolo 2 sui cosiddetti “valori” dell’Unione (mi piacerebbe che in una futura Costituzione si parlasse di norme e di diritti – i valori per definizione sono opinabili); l’articolo 3 sugli obiettivi dell’Unione – tra cui la creazione di un’economia sociale di mercato non solo competitiva, ma che miri – cito – alla piena occupazione e al progresso sociale, e a un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente; l’articolo 6 sui diritti fondamentali o l’articolo 11 sulla partecipazione dei cittadini al processo decisionale – solo per citarne alcuni. A rinforzo dei trattati abbiamo anche creato uno strumento unico, la Carta dei diritti fondamentali, che chiede solo di essere innalzata a reale parametro di azione. Si tratta ovviamente di standard generali che necessitano di norme che ne diano concreta attuazione, ma sono anche quei parametri che abbiamo scelto e deciso di inserire nei Trattati quali disposizioni comuni e presupposti del progetto di integrazione europea. Ritengo sia giunto il momento di darne concreta attuazione con politiche che non ne infrangano, come accade oggi quasi quotidianamente, l’essenza.

Un’ultima osservazione sulla politica di immigrazione e di asilo. Considerata l’involuzione sempre più autoritaria in Turchia, considerata la natura dittatoriale di regimi come quello eritreo e sudanese, e il caos che regna in Afghanistan e in Libia, considero impossibile – e indifendibile sul piano legale – la strategia dei cosiddetti “Paesi sicuri”, e ritengo che non vadano firmati accordi con Paesi terzi che sono tutt’altro che sicuri,  al solo fine di rimpatriare migranti e profughi, e di ridurre i flussi migratori prima che i migranti arrivino alle nostre frontiere.

E-democracy: non aver paura delle alternative

Bruxelles, 12 ottobre 2016. Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “e-democrazia nell’Unione europea: potenziale e sfide” (Relatore Ramón Jáuregui Atondo – S&D Spagna) nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO).

Punto in agenda: Esame del progetto di relazione

Ringrazio il collega Atondo per il documento presentato. A differenza del collega Preda (PPE – Romania) che mi ha preceduto, trovo particolarmente importante, giusta e aderente alla realtà la premessa contenuta nel Considerando A della Relazione, ossia il richiamo alla crisi grave della democrazia nell’Unione e alla rappresentanza sempre più inadeguata dei cittadini.

Apprezzo molto i paragrafi relativi al digital divide, laddove si sottolinea non solo la necessità della formazione e dell’educazione ma anche la questione geografica. In tal caso, si tratta di potenziare le infrastrutture per arrivare in territori non coperti dal digitale.

È anche degno di nota il paragrafo 16 della Relazione, in cui si fa riferimento alla protezione dei dati personali e, in particolare, al fatto che le esigenze di sicurezza non possono diventare un deterrente contro l’inclusione di individui e gruppi nel processo democratico.

Vi sono altre parti su cui invece nutro alcuni dubbi e che diverranno probabilmente oggetto di miei emendamenti.

In primo luogo ritengo che a seguito di una premessa così pertinente, le conseguenze che se ne traggono siano, in alcuni casi, di tenore abbastanza generico. Vorrei menzionare innanzitutto il paragrafo 3, letto in combinazione con il precedente paragrafo 1, laddove si parla di obiettivi dell’e-democracy e si assicura che lo scopo non è di cercare alternative all’ordinamento attuale della democrazia. Personalmente non avrei così paura di parlare di alternative ai nostri presenti ordinamenti. L’alternativa non è la rivoluzione, non è l’assalto della Bastiglia. E’ giusto un’alternativa. In democrazia è sempre positivo quando, in presenza di fallimenti o di difetti evidenti, si tentano strade alternative, anche se complementari al sistema rappresentativo. È il motivo per cui non vedrei la e-democracy soltanto come “support and enhancement of traditional democracy” se, è vero, come dice lo stesso collega Atondo nelle premesse, che la democrazia tradizionale è oggi in stato di crisi profonda.

Suggerirei inoltre di modificare lo stesso paragrafo 1 e, in particolare, la terminologia citizens’ enablement. Parlerei piuttosto di citizens’ empowerment. Si tratta di un concetto politicamente più incisivo, su cui l’economista Amartya Sen ha lungamente lavorato: sarebbe interessante vederlo riflesso in questa relazione.

Tra gli altri punti che vorrei sollevare vi è sicuramente la parte relativa all’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE). Sono molto più critica del collega Atondo rispetto alle risposte fornite dalla Commissione (“è troppo presto per introdurre modifiche all’ICE”, così ha risposto alla recente risoluzione Schöpflin) e soprattutto verso l’atteggiamento massimamente restrittivo mostrato sull’ammissibilità delle Iniziative.

Sempre in tema di digital divide, mi piacerebbe che fosse integrato un richiamo più esplicito ai diritti della persona anche in campo digitale e, nello specifico: il principio di non-discriminazione, la libertà di espressione e informazione, il diritto all’educazione. Al contempo farei anche un richiamo esplicito al diritto allo sviluppo e ai diritti sociali, che sono fondamentali al fine di superare effettivamente il digital divide.

Vorrei fare infine un ultimo accenno alla possibilità di redigere una Carta europea dei diritti in internet modellata sull’analogo strumento italiano. Quest’ultimo era espressamente richiamato nel documento di lavoro preparatorio che ha preceduto la Relazione, ma di esso non vi è più traccia. Capisco che la Relazione ha uno spazio limitato, ma il riferimento alla Carta approvata dal Parlamento italiano nel luglio 2015 potrà essere reintrodotto negli emendamenti.

Ricordo solo che la Carta italiana integra una serie di diritti già citati dai colleghi che mi hanno preceduto, tra cui il diritto all’oblio e la necessità di superare ogni forma di divario digitale, sia esso legato alle diseguaglianze sociali, geografiche o anche di età. In un continente che invecchia, la formazione digitale è certo importante per le giovani generazioni, ma lo è in misura non minore per gli anziani.

Come negoziare il Brexit

Intervento di Barbara Spinelli nel Workshop “After the UK Referendum: Future Constitutional Relationship of the United Kingdom with the European Union” organizzato nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO). Bruxelles, 5 settembre 2016.

Oratori:

  • Francisco Aldecoa Luzárraga, Mercedes Guinea Lorenete (Fundacion Alternativas / Universidad Complutense de Madrid)

“Withdrawal procedure and future framework of relations”

  • René Repasi (EURO-CEFG, University of Rotterdam)

“Economic governance and internal market”

  • Steve Peers (University of Essex)

“Vested rights and EU free movement”

 

Vorrei riprendere quanto detto dalla collega Pervenche Berès (S&D), considerando il suo invito più che condivisibile: la discussione sugli sviluppi successivi al referendum britannico deve essere più politica che tecnica – anche se gli aspetti tecnici sono certo fondamentali – e per questo motivo ritengo sia necessario che il Regno Unito attivi al più presto il meccanismo dell’articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea (clausola sul recesso). A differenza del primo oratore, Prof. Francisco Aldecoa Luzárraga, penso infatti che la disgregazione non sia più difficile da gestire rispetto all’integrazione. Oggi, in Europa, è l’integrazione a costituire la sfida più difficile cui far fronte, non la disintegrazione che stiamo vivendo.

In questo quadro, sono convinta che non vadano trascurati gli effetti disgregativi del referendum inglese e i fenomeni imitativi, mimetici, che esso sta già producendo in vari Paesi, e in particolare in quasi tutti i Paesi dell’Est dell’Unione. I motivi di tali fenomeni mimetici vanno studiati attentamente e affrontati politicamente nel loro insieme: sono motivi sociali, sono l’insoddisfazione e la delusione di fronte a una gestione catastrofica sia della crisi economica, sia della questione rifugiati. Se guardiamo ad esempio alla Francia, oltre che ai Paesi dell’Est, vedremo come sia sempre più generalizzata la “fuga” dall’Europa, dalla Carta dei diritti fondamentali, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. È un fenomeno evidente nell’elettorato di Marine Le Pen, ma è forte anche nel partito di Sarkozy e perfino in una parte del partito socialista, se esaminiamo le posizioni del Primo Ministro Manuel Valls (cfr. affare del “burkini”).

Se l’attenzione si concentra sulle reazioni dei cittadini, vorrei anche ricollegarmi a quanto affermato da Steve Peers in merito alla tutela dei diritti acquisiti dai residenti in Inghilterra in virtù dell’appartenenza all’Unione. Sono persuasa, come lui, che il Parlamento europeo possa svolgere un ruolo importante nella difesa di tali diritti, anche se naturalmente bisognerà evitare che forti interventi di quest’assemblea facciano crescere in Inghilterra il rifiuto dell’Europa, come paventato dal collega György Schöpflin (PPE). Anche se vorrei ricordare al collega che il rigetto non è una minaccia: il gran rifiuto non è qualcosa che sta davanti a noi ma c’è già stato.

Quel che vorrei chiedere a Steve Peers è cosa concretamente possa fare questo Parlamento per difendere tali diritti, che riguardano milioni di cittadini non britannici residenti nel Regno Unito.

Infine vorrei porre un’ultima domanda agli esperti presenti, chiedendo loro come potrà essere gestita la questione di una possibile permanenza nell’Unione dell’Irlanda del Nord e della Scozia – in quest’ultimo caso nell’ipotesi di un eventuale referendum sull’indipendenza e di un vittoria del fronte favorevole a tale prospettiva (non è detto a mio parere che tale referendum si terrà, e che i pro-europei lo vincano) – trattandosi di due regioni che nel referendum sul Brexit hanno maggioritariamente espresso la volontà di restare nell’Unione.

Il cigno nero che Verhofstadt ignora

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “Possibile evoluzione e adeguamento dell’attuale struttura istituzionale dell’Unione europea” (Relatore Guy Verhofstadt – ALDE, Belgio) nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO). Bruxelles, 12 luglio 2016

Punti in agenda:

  • Esame del progetto di relazione
  • Annuncio del calendario

Vorrei innanzitutto ringraziare il collega Verhofstadt per il lavoro che ha fatto. Come affermava pochi istanti fa la collega Maite Pagazaurtundúa Ruiz (Alde – Spagna), tutti noi stiamo cercando di apprendere dagli errori, e questa Relazione certamente rappresenta uno di questi tentativi. Siccome però siamo di fronte a un tentativo tra molti altri, vorrei qui esprimere alcuni pareri che non necessariamente coincidono con quelli del relatore.

Ci sono due obiezioni in particolare su cui vorrei insistere. Una è purtroppo di carattere procedurale, l’altra riguarda la sostanza.

Trovo la questione procedurale specialmente importante, come accennato anche dal collega Ujazdowski (ECR – Polonia). Abbiamo ricevuto solo ieri la Relazione, e già entro il primo settembre dovranno essere pronti gli emendamenti. Non mi è mai accaduto di vedere il parere dei vari gruppi politici, e dunque del Parlamento nel suo insieme, scavalcato e quasi annullato in questa maniera. Non sono previste riunioni tra relatori ombra – a breve vi sarà l’interruzione dei lavori parlamentari per il periodo estivo – né ulteriori incontri in commissione AFCO. In altre parole non è previsto quello che in democrazia è essenziale, cioè la dialettica. Ognuno di noi qui rappresenta i cittadini del proprio Stato e dell’intera Unione e, di fatto, ho l’impressione che i cittadini siano estromessi dall’elaborazione di una delle più importanti Relazioni della legislatura corrente: la Relazione con cui si decide addirittura la necessaria revisione dei Trattati. Chiedo dunque in nome del mio gruppo – e spero che altri colleghi saranno d’accordo – che la scadenza degli emendamenti sia posticipata di almeno due mesi, tenendo conto che, dopo la pausa estiva, il Parlamento avrà inoltre una lunga “settimana verde”.

Entro ora nel merito del documento. Un tema che è assente in maniera preoccupante è la questione della crisi democratica e sociale dell’Unione. Crisi che già sottendeva le discussioni sul Grexit e che è letteralmente esplosa con il Brexit. Il legame fra le due esperienze è volutamente schivato.

Sicuramente il collega Guy Verhofstadt conoscerà la teoria del cigno nero di Nassim Taleb. Il cigno nero rappresenta ciò che non è previsto, che scardina in maniera radicale e definitiva tutte le nostre certezze. Nel caso citato da Taleb, in questione è la certezza che tutti i cigni siano bianchi, fino al momento in cui appare il cigno nero e ci fa perdere il terreno sotto i piedi. Nel caso dell’Unione, sono in gioco le convinzioni dottrinali che pervadono le politiche di austerità imposte ai Paesi indebitati dell’eurozona. L’Unione e i suoi Stati avevano certezze granitiche, sui modi di superare la crisi economica, ma si è poi visto come esse non abbiano dato risultati, e abbiano anzi peggiorato enormemente le condizioni economiche e sociali dei Paesi in difficoltà. Tuttavia, le stesse certezze vengono riproposte tali e quali sia nella Relazione Verhofstadt sia nella Relazione Bresso-Brok, che della prima costituisce il necessario corollario e che si concentra su ciò che si può fare a trattati costanti. Il cigno nero è fra noi, ma continua a essere ignorato.

C’è poi la questione democratica. Per democrazia intendo il rispetto, la promozione e l’estensione dei diritti dei cittadini. Proprio quest’espressione – diritti dei cittadini – è del tutto assente nella Relazione Verhofstadt. A questo si aggiunga il tema del suffragio universale. Come tenerne conto, come rendere compatibili i suoi verdetti con politiche europee che sempre meno fedelmente rispecchiano le volontà dei cittadini risultanti dal voto, sia esso espresso in un’elezione politica che in un referendum? La domanda non è nemmeno posta, né scompone i Relatori. Non si parla nemmeno di migliorare l’Iniziativa dei cittadini europei, che pure è stata oggetto di una specifica risoluzione del collega Schöpflin (PPE- Ungheria), adottata da questo Parlamento.

Avrei gradito inoltre che ci fosse qualche richiamo a un new deal economico di stile rooseveltiano, ma anche questo manca. E perché tutto ciò è assente? Perché la proposta di Relazione Verhofstadt si concentra sulla “tecnica” della cosiddetta governance, e giustamente afferma che la tecnica non funziona, che il metodo istituzionale aumenta il sospetto d’illegittimità che grava sulle decisioni UE. Non sono in disaccordo su questo punto, ed è vero che tanti accordi sono ormai presi fuori dai Trattati – dal Fiscal Compact all’accordo con la Turchia concernente i rifugiati – eludendo così ogni controllo da parte dei Parlamenti, sia in Europa sia negli Stati membri. Siamo però arrivati a un punto di svolta nell’Unione, a un autentico tipping point. La retorica sul metodo istituzionale – intergovernativo o comunitario o “unionale” che sia – non è più sufficiente. Sono innanzitutto le politiche che devono cambiare, più che i modi di farle. Per fare un esempio, il Fiscal Compact sicuramente non migliora o diviene più giusto o tale da produrre buoni risultati, se lo integriamo sic et simpliciter nel Trattato e lo consideriamo materia del metodo comunitario invece che intergovernativo. Si tratterà sempre di una politica dell’austerità che non ha funzionato, e che tra l’altro comincia a essere fondamentalmente criticata perfino dal Fondo Monetario Internazionale.

Ritengo, perciò, che avviare una procedura di riforma dei Trattati prima che il progetto europeo abbia riconquistato – con la propria policy, non con le alchimie della politics – il consenso necessario, significherebbe esporre il progetto europeo a nuove bocciature da parte dei cittadini attraverso ulteriori referendum nazionali o in un eventuale referendum comune. Tutto questo bloccherebbe il progetto europeo per i prossimi vent’anni, come minimo. Per questo motivo ritengo che l’Unione europea dovrebbe utilizzare i due o tre anni necessari a concludere i nuovi rapporti con il Regno Unito per adottare un pacchetto di misure in grado di riconquistare il sostegno popolare, e per prendere definitivamente congedo dalle dottrine neo-liberiste.

In questo quadro, penso che la Relazione debba includere un serio social pillar, tale da dare ai cittadini il senso che qualcosa stia veramente cambiando dal punto di vista della giustizia e dell’uguaglianza sociale. Intendo un social pillar legislativo, e non la solita “soft law” che afferma un valore o un principio senza dar loro la benché minima consistenza.

In entrambe le relazioni – la Relazione sulla trasformazione dei Trattati e quella Bresso-Brok, sul cui legame si insiste nella bozza del collega Verhofstadt – si parla poi di “gestione” del fenomeno migratorio. Lo si fa tuttavia in una mera prospettiva di “management delle frontiere”. A me sembra che questo sia un punto di vista miope, che non guarda lontano. Cosa faremo infatti e come costruiremo l’Europa con i migranti e rifugiati che necessariamente si troveranno a vivere da noi? che tipo di società abbiamo in mente di realizzare insieme a loro? Anche questo dovrebbe far parte della revisione dei Trattati.

Infine un accenno a quella che probabilmente è la più grande conquista di questa “nostra Europa”, ossia la Carta dei diritti fondamentali. Una possibile revisione dei Trattati potrebbe essere l’occasione per rimettere al centro della scena la persona, per riaffermare pienamente la centralità del diritto e dei diritti e conferire a tale strumento uno status di effettivo Bill of Rights europeo. Penso che rappresenterebbe un passo per riconquistare la fiducia smarrita dei cittadini.

Vorrei fare un’ultima osservazione a proposito dell’Eurobarometro. Questo strumento è stato fortemente criticato negli ultimi anni. Si tratta di obiezioni provenienti da istituti non sospettabili di parzialità, come l’istituto Notre Europe di Jacques Delors. Mi riferisco all’ottimo testo scritto su questa questione, per l’Istituto, da Salvatore Signorelli nel 2012. Il sospetto che pesa su Eurobarometro è di essere prigioniero di un insormontabile conflitto di interessi, rappresentato dalla pressione che su di esso è esercitata dal committente che è la Commissione.

In sostanza, si tratta di un istituto di sondaggio congegnato in maniera tale da certificare che i cigni sono tutti bianchi, e che mai ne vedremo uno nero. Consiglio perciò di non menzionare l’Eurobarometro in questa relazione.

I pericoli di una difesa dipendente dalla NATO

di martedì, luglio 12, 2016 0 , , , , Permalink

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO). Bruxelles, 11 luglio 2016.

Punto in agenda:

Unione europea della difesa (Relatore per parere David McAllister – PPE, Germania)

  • Esame del progetto di parere
  • Fissazione del termine per la presentazione di emendamenti

Ringrazio il relatore per la presentazione di questo Parere. Avrei giusto due domande da porre.

La prima riguarda la cooperazione con la NATO. Mi domando se, specie nei rapporti con la Russia, non sia necessario stabilire una certa autonomia europea dalla NATO e dagli Stati Uniti, e dalle politiche di forte riarmo da essi promosse lungo il confine orientale dell’Unione. Sono cosciente del fatto che si tratta di un’opinione non condivisa dalla maggioranza degli europarlamentari, ma sicuramente è un’esigenza sentita da un certo numero di Stati Membri.

La seconda domanda concerne, più in generale, le prospettive della difesa comune. Si parla della possibilità di una “cooperazione rafforzata” tra gli Stati che la vogliono, ma ritengo difficile immaginare una difesa comune – anche in termini di cooperazione rafforzata – che non contempli la Francia, destinata a rimanere ormai l’unica potenza nucleare dell’Unione europea nel caso la Brexit andasse in porto. Il Presidente Hollande, nel corso del vertice NATO di Varsavia dei giorni scorsi, ha dichiarato in modo chiarissimo che il governo francese resta nettamente contrario a una difesa comune europea e favorevole, invece, alla preservazione di politiche nazionali, nel campo della difesa, molto ben definite. Chiedo se tali dichiarazioni troveranno un riscontro nel Parere in esame.

Helmut Schmidt e le “grandi visioni”

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO). Bruxelles, 11 luglio 2016.

Barbara Spinelli, in qualità di vice-presidente della Commissione AFCO, ha presieduto la riunione in sostituzione della Presidente Danuta Maria Hübner (PPE- Polonia).

Punto in agenda:

  • Scambio di opinioni con l’ambasciatore Pieter de Gooijer, rappresentante permanente dei Paesi Bassi presso l’UE, sui risultati della Presidenza di turno olandese

Prenderei la parola in nome del mio gruppo, ringraziando l’ambasciatore e la Presidenza olandese per il lavoro fatto negli scorsi sei mesi, ma allo stesso tempo per dire che non condivido del tutto l’ottimismo che ha espresso, né alcune sue opinioni di carattere generale. Penso che la crisi dell’Unione europea sia così grave, e la sfiducia dei cittadini così vasta, che una “grande visione” sia profondamente necessaria, e non superflua come Lei ha lasciato intendere. E le dirò di più: condivido la frase di Helmut Schmidt che Lei ha citato poc’anzi – “Chi ha grandi visioni dovrebbe andare dal dottore”, anche se la frase fu poi in qualche modo smentita dall’ex Cancelliere. Ma la condivido nella sua interezza: credo, infatti, che non solo dobbiamo avere “grandi visioni” ma che dobbiamo pure andare dal dottore, tanto siamo messi male. Una bella terapia democratica ci starebbe veramente molto bene.

Come dicevo, Helmut Schmidt è poi tornato su quest’affermazione, mille volte citata, spiegandola in questi termini: “Ho dato una risposta sfacciata a una domanda stupida”. Probabilmente conviene non usare più questa frase, così spregiativa verso le grandi visioni di cui abbiamo molto bisogno.

Quanto all’ottimismo, non concordo pienamente con Lei quando afferma che l’Unione rappresenta una zona della rule of law e del welfare state. Non sempre la rule of law è completamente rispettata. Non sempre né in tutti i Paesi il welfare sociale continua a essere garantito. Basti qui citare l’Iniziativa dei cittadini europei: l’ICE, che questo Parlamento ha chiesto di riformare in una risoluzione di cui György Schöpflin (PPE, Ungheria) è stato relatore, resta quella che è, uno strumento del tutto inefficace, perché la Commissione ha ritenuto superflua e prematura ogni sua riforma.

C’è quindi necessità di visioni e anche di risultati concreti: le due esigenze non vanno contrapposte.

Già nei primi anni del 2000, il governo olandese insistette sul fatto che non ci volevano visioni ma risultati concreti. Da allora sono passati molti anni, e questi risultati concreti non sono pervenuti. Proviamo quindi a inventarci un nuovo linguaggio per la crisi presente.

Brexit e le colpe dell’Unione

di lunedì, giugno 27, 2016 0 , , , Permalink

Bruxelles, 27 giugno 2016. Riunione straordinaria del gruppo GUE/NGL. Dibattito sul Referendum sull’appartenenza del Regno Unito all’Unione europea. 

Intervento di Barbara Spinelli nella qualità di co-relatore ombra con Martina Anderson (Sinn Fein).

Premetto che la mia scelta personale, come membro del gruppo e al tempo stesso della Commissione affari costituzionali, va nella direzione di un rifiuto netto della Joint motion resolution, confezionata subito dopo il referendum inglese dai gruppi centrali del Parlamento europeo. Quel che innanzitutto colpisce, nella loro reazione alla defezione britannica, è l’assenza di qualsiasi autocritica, di qualsiasi memoria storica, di qualsiasi allarme profondo – e anche di qualsiasi curiosità – di fronte al manifestarsi delle volontà elettorali di un Paese membro. Perché non va dimenticato il fatto che stiamo parlando di un Paese che è ancora membro dell’Unione a tutti gli effetti.

Vado per punti, che corrisponderanno a precisi passaggi della Risoluzione congiunta.

Primo. Quel che manca è l’ammissione delle responsabilità dell’Unione: il riconoscimento esplicito, e preliminare, del fallimento monumentale delle istituzioni europee (Commissione, Consiglio europeo, e anche Parlamento) nonché dei dirigenti politici dei Paesi membri: tutti. In ambedue i casi la cecità è totale, devastante e volontaria. Sono anni, e in particolare dall’inizio della crisi del 2007-2008, che istituzioni e governi conducono politiche di austerità che hanno prodotto solo povertà e recessione. Sono anni che disprezzano e soffocano i segnali di uno scontento popolare crescente, così come esso si manifesta in elezioni e referendum. Lo stesso FMI, lo stesso governatore della Banca centrale greca, cominciano a criticare l’accanimento terapeutico di un risanamento economico che tutto fa tranne risanare, pur continuando a esserne i gestori e promotori. Nel proprio cervello, queste élite non hanno nessuna memoria del passato – né quello lontano né quello vicino: non si pongono domanda alcuna su quel che fu Weimar e sul disastro prodotto dai negoziati UE-Grecia. È come se non avessero imparato né potessero imparare nulla. Sono come gli uomini vuoti, gli «hollow men» di Eliot : «Uomini impagliati che s’appoggiano l’un all’altro, la testa riempita di paglia – stuffed men. Leaning together. Headpiece filled with straw». La loro ignoranza si combina con una supponenza senza limiti. La colpa è degli elettori, – «l’immenso pericolo viene dai populisti o estremisti», ha detto Hollande. Il suffragio universale ha tutte le colpe e le classi dirigenti nessuna. È come se costoro, trovandosi a dover affrontare un esame di storia al primo anno di università, dicessero che le cause dell’avvento del nazismo sono esclusivamente addebitabili a chi votò Hitler, senza mai menzionare le istituzioni di Weimar. Sarebbero bocciati senza esitazione; qui invece continuano a dare lezioni magistrali.

Secondo. Nessun legame consequenziale viene stabilito, nella mozione congiunta e nelle reazioni di Juncker o Tusk, tra il Brexit e l’evento disgregante che è stato l’esperimento con la Grecia, fin dall’inizio e ancor più dopo la vittoria di Tsipras. Nulla hanno contato le elezioni greche, nulla il referendum che ha respinto con una grandissima maggioranza il memorandum della troika, eufemisticamente chiamata oggi «le istituzioni». Dopo i negoziati del luglio scorso il divario tra volontà popolare ed élite al comando in Europa si è fatto più che mai vasto, tangibile e diffuso nell’Unione. L’Inghilterra, con più peso evidentemente della Grecia, ha infine posto la questione centrale della sovranità democratica da riprendersi: le argomentazioni sono naturalmente differenti, ma la questione della sovranità è presente in entrambi i casi. Le lacerazioni prodotte dal dibattito sul Grexit inevitabilmente hanno prodotto il Brexit, e il ruolo svolto nella campagna dal fallito esperimento Tsipras è stato evidente e ripetutamente ostentato. Questo dovremmo dirlo a chiare lettere nella nostra mozione, visto che pochi nelle élite lo ricordano. Nelle classi politiche ormai la memoria dura meno di un anno; di questo passo tra poco usciranno di casa la mattina dimenticandosi di essere ancora in mutande. È per colpa delle presenti élite che la realtà ha infine fatto irruzione: Trump negli Stati Uniti è la realtà, l’uscita inglese è la realtà. Il voto britannico è la vendetta della realtà sulle astrazioni e i calcoli sbagliati di Bruxelles.

Terzo. Ci sono alcuni punti nella Risoluzione congiunta che hanno uno stretto rapporto con i lavori che svolgo nella Commissione affari costituzionali. Mi riferisco in particolare ai punti 10, 11, 12. Il paragrafo 10 prospetta come via d’uscita una falsa nuova Unione, a più velocità e costituita da un “nucleo centrale” più coeso («the core of the EU must be reinforced»). Sarà interamente dominato dalla Germania. Verso quale approdo procede? Lo stesso di sempre: austerità, smantellamento dello Stato sociale e dei diritti a esso connessi, e per quanto riguarda il commercio internazionale – mi riferisco ai negoziati su TTIP, TISA, CETA – piena libertà data alle grandi corporazioni e ai mercati, distruzione delle norme europee, neutralizzazione di contrappesi costitutivi delle democrazie costituzionali come la giustizia, i Parlamenti e le volontà popolari (referendum sull’acqua in Italia). I punti 11 e 12 scelgono come bussole su cui orientarsi due rapporti di Afco che sto seguendo come “shadow” per il gruppo: quello sullo sfruttamento delle potenzialità di Lisbona (Rapporto Bresso-Brok) e il Rapporto Verhofstadt sulle “evoluzioni e gli aggiustamenti” (la parola “trasformazione” è accuratamente evitata) del presente Trattato. Questo secondo rapporto è ancora dormiente, e penso andrà nella direzione del “nucleo centrale” cui accennavo. Per quanto riguarda il primo, posso testimoniare che lo status quo è difeso con accanimento e autocompiacimento: mi è stato impossibile inserire paragrafi sulla questione sociale, sul Welfare da salvaguardare, sulla sovranità cittadina da rispettare, sui fallimenti delle terapie di austerità. Parlare di adesione dell’UE alla Carta Sociale di Torino è visto come una blasfemia. Altri rapporti sono stati discussi in questo Parlamento (cito solo quello sulla trasparenza) ma non vengono neanche ricordati.

Quarto. La migrazione e i rifugiati. È stato un elemento centrale della campagna per il leave (sono guardati con sospetto sia rifugiati e migranti che vengono da fuori, sia quelli intra-europei), ma l’argomento è appena menzionato, in maniera perfida, nel punto 10 della Risoluzione. Si parla di «affrontare la sfida della migrazione» per concludere che occorre sviluppare l’Unione economica e monetaria e le politiche di sicurezza interna. Perché questo silenzio? Perché le politiche dell’Unione già hanno incorporato le argomentazioni delle destre estreme, negoziando accordi di rimpatrio con la Turchia – e in prospettiva con 16 paesi africani, dittature comprese come Eritrea e Sudan – e non hanno argomenti da contrapporre alla campagna dell’UKIP contro la presunta invasione degli stranieri. Il Brexit da questo punto di vista è un disastro: rafforzerà, ovunque, la paura dello straniero e le forze di estrema destra che non esitano a proporre i respingimenti collettivi vietati espressamente dalla legge internazionale e dalla Carta europea dei diritti fondamentali. Quanto ai migranti dell’Unione che vivono in Inghilterra, erano già a rischio in seguito all’accordo dello scorso febbraio tra UE e Cameron. È un punto, questo su rifugiati e migrazione, che dovrebbe figurare a chiare lettere nella nostra mozione. Le politiche dell’Unione sui rifugiati sono un cumulo di rovine, e hanno dato le ali alla xenofobia che si è espressa in buona parte della campagna per il leave.

Quinto. Il ritorno alla sovranità che la maggioranza degli inglesi dice di voler recuperare. È un punto che mette in luce un ulteriore e più vasto fallimento dell’Unione. L’Unione doveva essere un baluardo, per i suoi cittadini, contro l’arbitrio e il dominio dei mercati e della globalizzazione. Questa scommessa è perduta: le sovranità nazionali escono ancora più indebolite di quanto già lo fossero e l’Unione non protegge in alcun modo. Non è uno scudo – con le sue leggi e norme, con le sue capacità di solidarietà, con il modello sociale del Welfare, con la sua Carta dei diritti – ma il semplice portavoce dei mercati globalizzati. Questa globalizzazione ha dato vita a una sorta di costituzione non scritta dell’Unione che teme ogni riforma-controllo del capitalismo e ogni espressione di scontento popolare, che si avvale del Trattato di Lisbona e che affida tutti i poteri a un’oligarchia che non intende rispondere a nessuno delle proprie scelte. Cito fra le molte dichiarazioni dei rappresentanti di quest’oligarchia la risposta data dal Commissario Malmström nell’ottobre 2015 a John Hilary, che l’interrogava sui movimenti contrari a Ttip e Tisa: «Non ricevo il mio mandato dal popolo europeo». Questa costituzione non scritta si chiama governance e poggia su un concetto caro alle élite fin dagli anni ’70 (il vero inizio della crisi, economica e democratica): obiettivo non è il governo democratico ma la governabilità (governability). L’idea del cittadino o dei popoli «governabili» è del tutto passiva.

Sesto. L’intera discussione sul Brexit si sta svolgendo come se l’alternativa si riducesse esclusivamente a due visioni competitive dell’Unione: la visione distruttiva dell’exit e quella autocompiaciuta e immutata del remain. Le cose non stanno così. C’è una terza via, rappresentata dalla critica radicale della presente costruzione europea, dalla denuncia delle sue azioni, e dalla ricerca di un’alternativa. Era la linea di Tsipras prima che Syriza andasse al governo. È la linea di Unidos Podemos in Spagna, nel cui successo domenica scorsa speravo, e che purtroppo non è stata premiata. E anche su questa contrattura o stagnazione dovremo porci delle domande. Anche questa tripolarità è assente dalla Risoluzione congiunta, e deve essere sottolineata nella nostra.

Settimo. Dobbiamo a mio parere distinguere bene tra sovranità popolare e sovranità nazionale. Questo referendum ha espresso una sovranità popolare che nei fatti entra in contraddizione con l’idea di sovranità nazionale. Il Regno Unito si ridurrà alla sua parte britannica. Scozia e Irlanda del Nord avendo votato remain potrebbero congedarsi prima o poi dal Regno Unito: con un nuovo referendum sull’indipendenza in Scozia, con uno o due referendum in Irlanda del Nord (sul nuovo confine tra Inghilterra e Irlanda del Nord, sull’unificazione nordirlandese con l’Irlanda). La distinzione fra sovranità popolare e nazionale è essenziale, e mi porta a dire che anche i paragrafi 1, 2 e 7 della Joint Resolution sono da cancellare. Viene presupposto infatti che il Regno Unito nella sua interezza territoriale ha votato l’exit, quando non è stato così.

Ottavo e ultimo. La democrazia diretta, i referendum, la cosiddetta e-democracy. Se ne discute nella Commissione Afco, e nel gruppo centrale del Parlamento c’è un’ostilità diffusa a questi strumenti, che dopo il Brexit si accentuerà. Dico solo che la democrazia diretta è certo un rischio, ma quando il rischio si concretizza, quasi sempre la causa va fatta risalire al fallimento della democrazia rappresentativa. Se per più legislature successive e indipendentemente dall’alternarsi delle maggioranze la sensazione è che sia venuta meno la rappresentatività e con essa la responsabilità di chi è stato incaricato di decidere al posto dei cittadini, i cittadini non ci stanno più.

E-democracy contro comando dall’alto nell’Unione

Bruxelles, 15 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “e-democrazia nell’Unione europea: potenziale e sfide” (Relatore Ramón Jáuregui Atondo – S&D Spagna) nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO). 

(Il dibattito in Commissione è avvenuto mercoledì mattina, prima dell’uccisione della deputata inglese Helen Jo Cox)

Punto in agenda: Esame del documento di lavoro aggiornato

Ringrazio il collega Atondo per l’eccellente lavoro che ha svolto sulla e-Democracy e sulle opportunità offerte, più generalmente, alla democrazia diretta. Lo ringrazio anche per aver incluso molti punti che avevamo presentato nella riunione dell’aprile scorso. Sinceramente mi dispiace che sia stato ridimensionato il preambolo, laddove richiamava con maggiore precisione le cause della disaffezione dei popoli e che personalmente non consideravo ideologico ma, come già dicevo nella nostra ultima discussione, una fotografia molto veritiera della realtà. La mia opinione è diversa, in proposito, da quella dell’onorevole Preda (PPE).

Proprio su questo punto inviterei il Relatore a essere ancora più esplicito e più allarmato. Siamo alla vigilia del referendum del Regno Unito sull’Unione europea e la maggior parte dei sondaggi ci segnala, da giorni, la possibile vittoria del Brexit. Penso che dobbiamo incorporare nella nostra relazione questa estrema espressione di una disaffezione cittadina che non tocca solo la Gran Bretagna e che tenderà a estendersi, con o senza Brexit, a numerosi Paesi membri. E’ la ragione per cui chiederei al relatore di salvare i ragionamenti del preambolo e di farli emergere lungo tutta risoluzione.

Comincio quindi dalla premessa. Nel documento di lavoro si parla della disillusione e indifferenza dei cittadini, dell’impressione diffusa che essi hanno “di non essere rappresentati dalla politica”, della loro tendenza al distacco e alla non partecipazione. Nella Relazione menzionerei a chiare lettere che siamo di fronte a un rigetto che colpisce il progetto europeo nella sua totalità, più ancora che le istituzioni politiche e la politica stessa in quanto tali. Un rigetto che non chiamerei indifferenza, ma collera e rifiuto. Dargli il nome di populismo equivale, secondo me, a bendarsi gli occhi.

Il rigetto ha una storia al tempo stesso sociale, economica, politica, avendo toccato l’acme ieri nei negoziati tra istituzioni europee e Grecia, oggi nella campagna referendaria sul Brexit. Le due esperienze sono più vicine di quanto si tende a pensare. Nel voto favorevole al Brexit c’è una forte anche se minoritaria corrente di pensiero democratico, cui non possiamo essere indifferenti. La questione della sovranità è posta con forza – non solo sovranità nazionale ma anche sovranità popolare – e il caso Grecia è citato da molti leader inglesi favorevoli all’uscita dall’Unione. Nella democrazia europea si è creato un divario tra “demos” e “kratos”, tra popolo e quella che viene chiamata governance, che è poi comando esercitato dall’alto, praticamente senza controlli. Questo mi sembra il punto dolente da far emergere nella risoluzione.

Passo ad alcune parti propositive, sempre avendo in mente questa premessa cruciale. All’insoddisfazione e alla collera dei cittadini, le istituzioni europee reagiscono come se non fossero interpellate. Per questo insisterei sulla formidabile inadeguatezza mostrata dalla Commissione in tanti suoi comportamenti e, in particolare, nella risposta data al Parlamento in merito alla Risoluzione sull’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE). Cito un solo passaggio della risposta in questione: “La Commissione considera che a soli tre anni dalla sua entrata in vigore, sia ancora troppo presto per promuovere una revisione legislativa del regolamento”. Una frase che rivela la sordità della politica e delle istituzioni di fronte alle istanze avanzate dai cittadini attraverso strumenti di democrazia diretta. Quel che la Commissione dice nella sostanza è: “È ancora troppo presto per ascoltare la voce dei cittadini”, dunque per democratizzare l’Unione.

Ancora, entrando nel merito delle proposte e riferendomi al capitolo su “La possibile rotta da seguire”, mi limito per il momento – e in attesa di presentare miei emendamenti – a sottolineare un punto. Quando si dice che la tecnologia digitale potrebbe aiutare a “migliorare la governance nel processo decisionale”, consiglierei al Relatore di non fermarsi qui. Considerata la crisi e il deficit democratico dell’Unione, l’obiettivo non deve essere l’accresciuta efficacia della governance ma, in primo luogo, una partecipazione cittadina che non sia solo un enunciato performativo ma diventi realtà. Altro obiettivo da perseguire: una vera trasparenza delle decisioni comunitarie, che dia ai cittadini il senso di non essere aggirati e lasciati all’oscuro dalle istituzioni europee. E’ il motivo tra l’altro per cui, fin dal 20 aprile, ho insistito sul fatto che la e-Democracy deve essere un processo, non un’esperienza che si riduce al punto terminale rappresentato dal voto.

In conclusione, è la costruzione europea che deve a mio parere trasformarsi, e questa Relazione è una buona occasione per dirlo. Oggi, questa costruzione europea è percepita come un esercizio di potere top-down. Dovrà ripartire dalla sovranità cittadina e dai popoli, e inaugurare nuove pratiche bottom-up. Altrimenti il dramma vissuto ieri sul Grexit e oggi sul Brexit saranno l’inizio della fine del progetto europeo.