Rom, lettera aperta al viceprefetto di Pisa

di lunedì, dicembre 29, 2014 0 , Permalink

Gentile Signor Prefetto Vicario,

Le scrivo a seguito delle Sue dichiarazioni, riportate dalla stampa locale in data 12 dicembre 2014.[1] Tali dichiarazioni, rilasciate nel corso di una conferenza stampa congiunta con il Comune di Pisa, alludono alla necessità di ridurre drasticamente il numero di persone rom, sinti e caminanti sul territorio provinciale: secondo quanto riportato dai quotidiani, l’obiettivo dichiarato sarebbe passare dagli 860 attualmente censiti nell’area pisana, a un numero giudicato “sostenibile” di 400 presenze complessive.

Si tratta di dichiarazioni sconcertanti – prima ancora che in evidente contrasto con le normative nazionali e comunitarie in materia di discriminazione. In base a quale criterio e a quale legittimità ci si può arrogare il diritto di definire quante e quali persone sono “sostenibili” su un territorio? Nella speranza che le Sue parole siano state mal riportate dalla stampa, e che Lei voglia rettificarle, Le facciamo presente che né gli Stati membri, né gli enti locali, possono stabilire “quote massime” di residenti su base etnica. Le norme in materia di ingresso e soggiorno possono prevedere, qualora la legislazione di un singolo Stato lo consenta, numeri massimi di cittadini stranieri da ammettere sul territorio; tuttavia tali limitazioni numeriche, che in ogni caso sono di pertinenza dello Stato centrale – e a maggior ragione in Italia, dove la residenza e l’immigrazione sono materie ad esso riservate (cfr. Costituzione, art. 117) – non possono essere definite su base etnico-razziale.

Non è quindi legittimo parlare di sostenibilità, con riferimento agli aspetti quantitativi della presenza delle comunità rom, sinti e caminanti: si configurerebbe un’evidente discriminazione su base etnico-razziale, vietata dalle norme comunitarie e internazionali (cfr. inter alia, Direttiva 2000/43/CE del Consiglio europeo, che attua il principio della parità di trattamento fra persone, indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica; Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 21 dicembre 1965, ratificata dall’Italia con legge n. 654 del 13 ottobre 1975).

È importante inoltre ricordare che l’Unione europea – a partire dalla Comunicazione del 5 aprile 2011, COM(2011) 173 definitivo – ha raccomandato agli Stati membri politiche inclusive nei confronti delle comunità rom, sinti e caminanti: queste politiche riguardano in particolare l’inserimento abitativo delle famiglie che vivono in luoghi segregati, l’inserimento lavorativo degli adulti, la scolarizzazione dei minori e il pieno accesso ai diritti fondamentali. L’Unione europea raccomanda inoltre il massimo coinvolgimento delle comunità nei processi decisionali che le riguardano.

Le Sue dichiarazioni lasciano inoltre intendere possibili espulsioni collettive dei rom, sinti e caminanti – espulsioni anch’esse vietate dalle norme comunitarie e internazionali (Protocollo n°  4 alla Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e della Libertà fondamentali, nonché Articolo 19 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea).

Non posso infine passare sotto silenzio la presenza di minori e donne incinte nei campi: persone vulnerabili la cui presenza, a Suo dire, imporrebbe uno “smantellamento graduale” dei campi. Quasi che l’operare in modo “graduale” lo smantellamento possa giustificare la violazione dei diritti e l’assenza di considerazione dei superiori interessi dei minori: obblighi derivanti da norme comunitarie e internazionali (Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, Articolo 24 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea).

Sono certa che Lei, Signor Prefetto Vicario, saprà dare opportuna attuazione, nel territorio pisano, a tali indicazioni.
Le ricordo infine che nel 2010 il governo francese annunciò l’intenzione di smantellare alcuni campi rom e fu severamente ammonito dall’Onu, dal Parlamento europeo e dalla Commissione di Bruxelles, che minacciò di attivare una procedura di infrazione nel caso le autorità francesi non fossero immediatamente tornate sulla loro decisione.

In attesa di un Suo cortese riscontro, Le invio i più cordiali saluti,

On. Barbara Spinelli
Deputata Parlamento Europeo Gruppo GUE – L’Altra Europa per Tsipras
24 dicembre 2014

[1] Giovanni Parlato e Rebecca Pardi, I nomadi sul territorio sono 860, resterà soltanto chi è in regola, «Il Tirreno», 12 Dicembre 2014, cronaca di Pisa, pag. V; Eleonora Mancini, Ultimatum per i rom, «gli illegali vadano via», «La Nazione», 12 Dicembre 2014, cronaca di Pisa, pag. 4.


Sullo stesso tema:

La replica del Prefetto: “A Pisa stiamo lavorando per dare dignità ai rom”

I reietti di Ponte Galeria

"Ponte Galeria"

19 dicembre 2014, visita ufficiale di Barbara Spinelli al Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, nei pressi di Roma. 

Uno zoo per umani, ma senza erba né alberi né rocce come quelli che oggi sono concessi ai non umani. Una spianata di cemento e, anziché gli alberi, una fitta foresta di sbarre d’acciaio che delimita e suddivide gli spazi dove i detenuti dormono, escono nelle gabbie antistanti le camerate, fanno qualche passo nel corridoio centrale, anch’esso cintato da barriere. Le gabbie per animali rari che la Francia inventò in pieno Terrore, negli anni ‘90 del Settecento, erano proprio così – loculi e inferriate – solo che col tempo per le bestie andò un po’ meglio. Tutto resta invece grigio-ferro, qui a Ponte Galeria: le sbarre di recinzione, il plexiglas che impedisce ai detenuti di salire sui tetti, le graticole che fasciano le finestre dei dormitori.

Il CIE (Centro di identificazione ed espulsione) di Ponte Galeria, sobborgo di Roma, non finge nulla, anche se qualcuno forse ha ripulito alla meglio i cessi in occasione della visita di controllo dell’europarlamentare. L’osceno si disvela subito per quello che è: un campo di concentramento per migranti non in regola col permesso di soggiorno, richiedenti asilo, stranieri che hanno scontato una pena carceraria ma sono senza documenti, ammucchiati e confusi gli uni con gli altri. L’Italia e l’Europa esibiscono la propria verità concentrazionaria senza pudore né memoria d’alcun genere, anche se non senza frapporre ostacoli a chi viene da fuori – autorità parlamentari o associazioni della società civile che vogliono indagare, capire, denunciare.

Il venerdì 19 dicembre ero lì, in missione ufficiale come eurodeputata, accompagnata dalla mia assistente e portavoce Daniela Padoan e da una delegazione composta di amici difensori dei migranti e dei loro diritti. I gestori di Ponte Galeria avevano il dovere di aprirmi i cancelli, perché l’accesso non può esser vietato a un parlamentare e al suo assistente. Ma fin dall’inizio avevo chiesto di entrare con una delegazione, perché assieme ad essa avevo preparato la visita. Sono entrate, ma di straforo, solo l’avvocato Alessandra Ballerini, Gabriella Guido responsabile della campagna LasciateCIEntrare e Marta Bonafoni, consigliere regionale del Lazio. Gli altri sono stati tenuti fuori dai cancelli, per strada, e non perché il viceprefetto avesse dato ordini in tal senso. Il viceprefetto responsabile del CIE mi aveva personalmente dato il consenso, appena arrivata, ma la Questura ha messo il veto. L’organo inferiore ha scavalcato il superiore, abusivamente. Così gran parte degli amici sono restati fuori: l’antropologa Annamaria Rivera, Stefano Galieni responsabile nazionale immigrazione del Prc, Antonello Ciervo avvocato dell’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione), Cinzia Greco attivista della campagna LasciateCIEentrare, l’avvocato Flavio Del Soldato, il giornalista Giacomo Zandonini. Solo nella seconda parte della visita ho temporaneamente lasciato l’edificio e vi sono rientrata riuscendo a farmi accompagnare da Giovanni Maria Bellu, direttore del giornale Left e presidente dell’associazione Carta di Roma.

Con Daniela Padoan e i pochi con cui sono entrata ho visto l’orrore del CIE romano, simile a quello di tanti CIE in Italia. Il Centro di Ponte Galeria ha sede nella periferia sud ovest della capitale, in una caserma, la Gelsomini, dove nel 2001 si addestrarono gli agenti della celere inviati a Genova per eseguire la macelleria messicana del G8. Fu ancora qui, nel dicembre 2013 e nel luglio 2014, che una decina di migranti si cucì le labbra: un segno di protesta estrema. Fuori dai cancelli, volanti e blindati delle forze d’ordine; oltre il cancello un cortile, ed eccomi nello spettrale caseggiato del CIE: un corridoio dove si susseguono alcune stanze, adibite via via agli incontri con i parenti, ai colloqui con i legali che convalidano le detenzioni ed espulsioni dei reietti, poi l’ambulatorio medico, poi la stanza dello psichiatra che però non c’è – per il momento è stato licenziato perché impiegato dalla vecchia gestione – infine il bagno del personale, le pareti costellate di scritte ingiuriose che gli impiegati della gestione precedente hanno graffiato non si sa quando.

Subito dopo, gli spazi geometricamente suddivisi del carcere-lager, a sinistra gli uomini e a destra le donne: qui s’accampa la geometria delle sbarre altissime, cui stanno aggrappati (questo giorno di visita è un avvenimento)… chi sta aggrappato per la precisione, e come li chiamiamo? Il vocabolario dei custodi e delle forze d’ordine tentenna e scivola come fosse liquido, senza arrivare a solidificarsi. Li chiamano a volte detenuti, o addirittura “utenti”, o “ospiti”; molto più di rado trattenuti. Capita anche che mettano in fila i due attributi: «detenuti-cioè-mi-scusi-trattenuti». Annamaria Rivera, che aspetta inutilmente fuori dall’edificio, mi scriverà una email, dopo la visita: «Abbiamo discusso vivacemente con due gestori. Di loro, mi hanno impressionata, tra le altre cose, l’ideologia e il lessico da ‘banalità del male’: uno definiva gli internati “utenti” e affermava che erano lì, i custodi, per dovere civile, cioè per migliorare il “servizio”».

Prima di entrare nei recinti, chiedo ai custodi: «Si può parlare con loro?» – «Un momento, i capibanda per ora non ci sono, magari sono a mensa» – «I capibanda?». Sì, i capibanda. Così vengono interpellati e descritti i rappresentanti dei detenuti. Il lessico di Ponte Galeria è impastato di parole prese in prestito dal crimine, dalla malavita. «Comunque vi consigliamo vivamente di non entrare, sono molto agitati. Sono pericolosi.» Da lunedì mattina 15 dicembre il Centro è nelle mani di un nuovo ente, l’agenzia francese Gepsa, specializzata in amministrazione carceraria. L’agenzia ha vinto la gara perché il capitolato che ha presentato prevede tagli al personale e diarie decurtate ai detenuti (2,5 euro al giorno). I prigionieri parlano ossessivamente di spending review: è un vocabolo appreso in fretta. Da lunedì manca quasi tutto, nel CIE: vestiti caldi, biancheria, calze, lenzuola di ricambio, kit con spazzolino da denti e dentifricio per i nuovi arrivati, assorbenti per le donne. I nuovi gestori dicono che ci vorrà del tempo, che qualche grave «inconveniente» sarà superato.

Ma nelle grandi linee le norme sono le stesse: questo è il regno del diritto emergenziale permanente, e nessuna miglioria cambia i dati di fatto. Ai reclusi è proibito tenere matite o penne, per evitare che le inghiottiscano e finiscano in ambulatorio. Non possono avere carta da scrivere, per motivi che non riescono a delucidare anche se chiedi molto. Hanno il telefonino, e tra noi visitatori e loro c’è un fitto scambiarsi di numeri, ma la connessione internet è preclusa. Non hanno accesso ai giornali. Nelle camerate in un angolo per terra è acceso un piccolo televisore, ma chissà quel che possono vedere e in che ore. I gestori smentiscono, ma tutti i detenuti con cui parlo sono esasperati perché di notte le luci al neon sul soffitto sono ininterrottamente accese, e addormentarsi è difficile se non impossibile. Di qui – anche – l’alto uso di sonniferi. Ricorrente è anche la somministrazione di anti-epilettici o, per i tossicodipendenti, di metadone. Le tensioni si alzano e scendono come maree, e a seconda del loro livello si dispiegano più o meno numerose le forze d’ordine, manganelli bene in vista e grosse pistole alla cinta. La struttura contiene al momento 98 reclusi (76 uomini e 22 donne).

Entriamo a questo punto nelle camerate, dove ci sono otto o dieci letti in uno spazio che ne dovrebbe contenere quattro. Dentro fa freddo come fuori, nel cortile recintato: il riscaldamento funziona a intermittenza, mi dicono, sempre che funzioni. I reclusi mi fanno vedere le poche cose che ricevono: lenzuola di carta che subito si sbrindellano sopra il materasso («non ce le danno di stoffa perché temono che le attorcigliamo e le trasformiamo in corde»), e sopra una coperta militare marrone. Un detenuto ci mostra di nascosto un pettinino sbocconcellato: i pettini sono proibiti, vai a sapere perché. La maggior parte calza ciabatte o sandali infradito di gomma, anche se fa parecchio freddo. Sono vietati i lacci, se hai le scarpe. Un detenuto ride dell’ordine insensato: i lacci no, ma uno spago che funge da cintura per i pantaloni troppo larghi, «quello sì lo possiamo portare ed eventualmente impiccarci».

Tutti sono angosciati dall’igiene: sono giorni che non ricevono sapone né dentifricio, che non possono andare alla “barberia” (da soli non possono usare lamette e rasoi). Si vergognano molto di quest’incuria e delle barbe non fatte. Sono giorni che non hanno vestiti di ricambio: «Non ci piace puzzare, ma ecco puzziamo». Sono angosciati anche dai gatti che circolano tra il fuori e il dentro le inferriate: «Vorremmo tanto dar loro da mangiare, ma non ne abbiamo la possibilità e allora chi ci pensa ai gatti?».

Resto dentro il recinto sei o sette ore, ma quando ne esco ho l’impressione sia passato un anno. A che scopo son qui? Dico loro che in Europa mi batto contro i CIE, per i corridoi umanitari che legalizzino le fughe verso il nostro continente, per il riconoscimento reciproco del diritto d’asilo nell’Unione, per l’annullamento della Bossi-Fini. E per la revisione o l’abolizione dell’assurdo regolamento di Dublino, che obbliga i profughi a chiedere asilo nel primo Paese dove approdano, anche se non vorrebbero affatto restare in Italia ma andare in Svezia o Germania: lì l’integrazione sociale funziona, mentre in Italia nulla è garantito se non questi indecenti Centri. I relegati sono felici di parlare con un parlamentare. “Onorevole Onorevole”, dicono a ogni piè sospinto, poi fortunatamente cominciano a chiamarmi per nome: Barbara. Ma continueranno a esser così eccitati e speranzosi quando la delegazione se ne sarà andata e li avremo lasciati lì, a passare altre notti senza sonno sotto il biancore del neon?

Tutti i buoni propositi di un parlamentare europeo vanno a sbattere inani contro quei volti di supplica e disperazione semisorridente, che chiedono quel che dovrebbe essere normale: poter uscire da quest’inferno, in cui precipitano inspiegabilmente tutti, incensurati e non; avere informazioni precise (ma mancano gli interpreti); poter raggiungere i parenti che a volte sono fuori Italia, a volte abitano qui vicino, a Roma stessa; poter usufruire di assistenza vera (il barbiere e lo psicologo sono le figure più anelate). E soprattutto: scongiurare il respingimento che le leggi europee almeno sulla carta vietano, il rimpatrio in Paesi dove sta in agguato la morte. Un pakistano, M.M., mi afferra le due mani, a mo’ di preghiera: è cristiano, teme di essere rispedito in Pakistan dove «di sicuro mi ammazzeranno». Parlo anche con un recluso del Ghana che probabilmente è uno dei «capibanda», con un colombiano mitissimo e con una strana pazienza, con il tunisino I.B. che mi dà il numero del suo cellulare, con l’egiziano M.A.: invariabilmente implorano aiuti concreti e immediati che non posso dare e tutti dicono: «Non ci dimentichi ». Nessuno mi chiede soldi. C’è un ex pregiudicato, S.G. Ha scontato una pena a Rebibbia e poi a sorpresa si è ritrovato qui: scrive romanzi e poesie, e ha vinto numerosi premi letterari. Ha studiato e si è messo alla scrittura in carcere. Molti hanno conosciuto lo stesso tragitto: la prigione (il più delle volte per spaccio o taccheggi), la pena scontata fino all’ultimo giorno, per poi ricadere inaspettatamente in questo Lager. I più domandano e ridomandano Perché. Datemi una ragione. Non capisco. Corrono in camerata e ti portano a vedere foglietti ormai sbrindellati che riportano le loro richieste di permesso di soggiorno. Molti sono nati in Italia, ma come sappiamo non hanno diritto alcuno perché da noi vige la legge tribale del sangue.

Ho passato un pomeriggio con loro, e alla fine avevo l’impressione che fosse un tempo sterminato, che t’invecchia rapido. Ero senza più parole. Infinitamente sconsolata. Ci si continuerà a battere per loro, questo è vero. Anzi è più vero che mai. Ma con quale prospettiva di essere ascoltati dalle autorità nazionali ed europee, di obbligarle a guardare in faccia quello che abbiamo visto?

Una cosa so: quale che sia la nostra azione, nel Parlamento dell’Unione europea e nelle associazioni, so che tutti ci stiamo macchiando di un misfatto di enormi proporzioni. È come se visitando i Centri ti spuntasse sulla pelle un marchio, una voglia: il marchio della colpa. Perché questo zoo per umani l’abbiamo fabbricato noi italiani, noi europei. Perché lo definiamo inaccettabile, allontanandoci da quei volti che chiedono risposte fino all’ultimo istante – insopportabile – in cui incroci i loro sguardi prima di partire. Ma lo sappiamo, gli amici con cui sono venuta e io: nello stesso istante in cui pronunci la parola «inaccettabile», e poi prendi il treno per tornare a casa, già hai accettato quello che hai visto, quello che ha ferito i tuoi occhi. Già sei sceso a patti con il tremendo.

Proposta di risoluzione comune sul riconoscimento dello Stato di Palestina

Il Parlamento ha adottato lo scorso 17 dicembre 2014 la proposta di risoluzione comune (presentata da PPE, GUE/NGL, ALDE, S&D ) sul riconoscimento dello Stato di Palestina con 498 voti a favore, 88 contro e 111 astensioni. Come vuole la procedura della plenaria, vista l’adozione della risoluzione comune, le risoluzioni singole del gruppo sono tutte cadute senza essere sottoposte al voto.

Ho dunque co-firmato la risoluzione del mio gruppo e votato a favore della risoluzione comune.

La risoluzione adottata dal Parlamento Europeo sostiene in linea di principio il riconoscimento dello Stato palestinese e la soluzione a due Stati, e ritiene che ciò debba andare di pari passo con lo sviluppo dei colloqui di pace, che occorre far avanzare, e ribadisce il proprio fermo sostegno a favore della soluzione a due Stati basata sui confini del 1967, con Gerusalemme come capitale di entrambi gli Stati e con uno Stato di Israele sicuro e uno Stato di Palestina indipendente, democratico, territorialmente contiguo e capace di esistenza autonoma, che vivano fianco a fianco in condizioni di pace e sicurezza, sulla base del diritto all’autodeterminazione e del pieno rispetto del diritto internazionale.

Il testo inoltre esprime grave preoccupazione per la crescente tensione e l’intensificarsi della violenza nella regione; condanna con la massima fermezza tutti gli atti di terrorismo o di violenza e manifesta il proprio cordoglio alle famiglie delle vittime.

La risoluzione, infine, decide di avviare un’iniziativa dal titolo “Parlamentari per la pace” volta a riunire parlamentari europei, israeliani e palestinesi di vari partiti per contribuire a far progredire un’agenda di pace e integrare gli sforzi diplomatici dell’UE.

Ecco il testo della risoluzione comune:

Il Parlamento europeo,

– viste le sue precedenti risoluzioni sul processo di pace in Medio Oriente,

– viste le conclusioni del Consiglio “Affari esteri” del 17 novembre 2014 sul processo di pace in Medio Oriente,

– viste le dichiarazioni dell’alto rappresentante/vicepresidente sull’attentato alla sinagoga di Har Nof, del 18 novembre 2014, sull’attentato terroristico a Gerusalemme, del 5 novembre 2014, nonché la dichiarazione del portavoce dell’alto rappresentante dell’UE sugli ultimi sviluppi in Medio Oriente, del 10 novembre 2014,

– visti l’annuncio del governo svedese relativo al riconoscimento dello Stato di Palestina, del 30 ottobre 2014, nonché il precedente riconoscimento da parte di altri Stati membri prima della loro adesione all’Unione europea,

– viste le mozioni sul riconoscimento dello Stato di Palestina approvate dalla Camera dei Comuni del Regno Unito il 13 ottobre 2014, dal Senato irlandese il 22 ottobre 2014, dal Parlamento spagnolo il 18 novembre 2014, dall’Assemblea nazionale francese il 2 dicembre 2014 e dall’Assemblea portoghese il 12 dicembre 2014,

– visto il diritto internazionale,

– visto l’articolo 123, paragrafo 2, del suo regolamento,

A. considerando che l’Unione europea ha confermato a più riprese il proprio sostegno a favore della soluzione a due Stati basata sui confini del 1967, che prevede Gerusalemme come capitale di entrambi gli Stati e la coesistenza, all’insegna della pace e della sicurezza, di uno Stato di Israele sicuro e di uno Stato di Palestina indipendente, democratico, territorialmente contiguo e capace di esistenza autonoma, e ha sollecitato la ripresa dei colloqui di pace diretti tra Israele e l’Autorità palestinese;

B. considerando che il conseguimento di una pace giusta e duratura tra israeliani e palestinesi rappresenta da oltre mezzo secolo una delle principali preoccupazioni della comunità internazionale, inclusa l’Unione europea;

C. considerando che i colloqui di pace diretti tra le parti sono in una fase di stallo; che l’UE ha chiesto alle parti di adoperarsi per favorire l’instaurazione di un clima di fiducia necessario ad assicurare negoziati significativi, di astenersi dal compiere azioni che pregiudichino la credibilità del processo e di evitare le provocazioni;

D. considerando che nella sua risoluzione del 22 novembre 2012 il Parlamento europeo ha sottolineato che l’unico modo per giungere a una pace giusta e duratura tra israeliani e palestinesi consiste nel ricorrere a mezzi pacifici e non violenti, ha chiesto che siano create le condizioni per la ripresa di colloqui di pace diretti tra le due parti, ha sostenuto, a tale proposito, la domanda della Palestina per diventare uno Stato non membro osservatore delle Nazioni Unite, ritenendolo un passo importante al fine di conferire maggiore visibilità, solidità ed efficacia alle richieste della Palestina, e ha invitato gli Stati membri dell’UE e la comunità internazionale, a tale riguardo, a trovare un accordo in questo senso;

E. considerando che il 29 novembre 2012 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha deciso di concedere alla Palestina lo status di Stato non membro osservatore in seno alle Nazioni Unite;

F. considerando che il riconoscimento dello Stato di Palestina rientra nelle competenze degli Stati membri;

G. ricordando l’impegno dell’OLP a riconoscere lo Stato di Israele dal 1993;

1. sostiene in linea di principio il riconoscimento dello Stato palestinese e la soluzione a due Stati, e ritiene che ciò debba andare di pari passo con lo sviluppo dei colloqui di pace, che occorre far avanzare;

2. sostiene gli sforzi del presidente Abbas e del governo di consenso nazionale palestinese; sottolinea ancora una volta l’importanza di consolidare l’autorità del governo di consenso palestinese e della sua amministrazione nella Striscia di Gaza; esorta tutte le fazioni palestinesi, incluso Hamas, ad accettare gli impegni assunti dall’OLP e a porre fine alle divisioni interne; chiede all’Unione di continuare a garantire sostegno e assistenza al rafforzamento delle capacità istituzionali palestinesi;

3. esprime grave preoccupazione per la crescente tensione e l’intensificarsi della violenza nella regione; condanna con la massima fermezza tutti gli atti di terrorismo o di violenza e manifesta il proprio cordoglio alle famiglie delle vittime; mette in guardia circa i rischi di un’ulteriore recrudescenza della violenza che coinvolga i luoghi sacri, il che potrebbe trasformare il conflitto israelo-palestinese in un conflitto religioso; invita i leader politici di tutte le parti a lavorare insieme con azioni visibili per una distensione della situazione e sottolinea che l’unico modo per giungere a una soluzione sostenibile e a una pace giusta e duratura tra israeliani e palestinesi consiste nel ricorrere a mezzi non violenti e al rispetto delle norme internazionali sui diritti umani e del diritto umanitario internazionale; evidenzia che gli atti di violenza possono soltanto alimentare l’estremismo da ambo le parti; esorta tutte le parti ad astenersi da azioni che, con istigazioni, provocazioni, uso eccessivo della forza o ritorsioni, inasprirebbero la situazione;

4. sottolinea inoltre che le azioni che mettono in dubbio gli impegni assunti a favore di una soluzione negoziata devono essere evitate; pone in evidenza che gli insediamenti sono illegali ai sensi del diritto internazionale; invita entrambe le parti ad astenersi da qualsiasi azione suscettibile di compromettere la fattibilità e le prospettive di una soluzione fondata sulla coesistenza di due Stati;

5. ribadisce il proprio fermo sostegno a favore della soluzione a due Stati basata sui confini del 1967, con Gerusalemme come capitale di entrambi gli Stati e con uno Stato di Israele sicuro e uno Stato di Palestina indipendente, democratico, territorialmente contiguo e capace di esistenza autonoma, che vivano fianco a fianco in condizioni di pace e sicurezza, sulla base del diritto all’autodeterminazione e del pieno rispetto del diritto internazionale;

6. plaude alla recente visita del vicepresidente/alto rappresentante in Israele e in Palestina, nonché alla sua intenzione di impegnarsi proattivamente a favore di un processo positivo inteso a spezzare il circolo vizioso del conflitto e a creare le condizioni politiche per il conseguimento di effettivi progressi nel processo di pace; ritiene che l’Unione europea debba assumersi la responsabilità di diventare un vero e proprio attore e facilitatore nel processo di pace in Medio Oriente, anche alla luce della necessità di riaprire i colloqui di pace, e anche mediante un approccio comune e una strategia globale per una soluzione del conflitto israelo-palestinese; ribadisce la necessità di un approccio diplomatico sotto l’egida del Quartetto per il Medio Oriente e ricorda l’importanza dell’iniziativa di pace araba;

7. invita il VP/AR ad agevolare il raggiungimento di una posizione comune dell’UE a tal riguardo;

8. sottolinea la necessità di una pace globale, che ponga fine a tutte le rivendicazioni e che soddisfi le legittime aspirazioni di entrambe le parti, incluse quelle degli israeliani alla sicurezza e quelle dei palestinesi alla sovranità; pone in evidenza che l’unica soluzione possibile al conflitto è la coesistenza di due Stati, Israele e Palestina;

9. decide di avviare un’iniziativa dal titolo “Parlamentari per la pace” volta a riunire parlamentari europei, israeliani e palestinesi di vari partiti per contribuire a far progredire un’agenda di pace e integrare gli sforzi diplomatici dell’UE;

10. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, al vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, al Segretario generale delle Nazioni Unite, all’inviato del Quartetto per il Medio Oriente, alla Knesset e al governo di Israele, al Presidente dell’Autorità palestinese e al Consiglio legislativo palestinese.

I Cie, zoo per umani ma senza erba

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Articolo pubblicato su «La Stampa», 23 dicembre 2014

Il 19 dicembre, come deputato europeo, sono andata in visita al Cie (Centro di identificazione ed espulsione) di Ponte Galeria presso Roma. Ero accompagnata da rappresentanti di alcune associazioni che si prendono cura della disperazione impotente di tanti migranti finiti in queste gabbie penitenziarie. Ho constatato quel che denuncio da mesi, e che è il fulcro della mia attività a Bruxelles: man mano che l’immigrazione aumenta in Europa, man mano che la sua natura muta (i più fuggono oggi da guerre o disastri climatici: per forza sono senza documenti), s’afferma nell’Unione un diritto emergenziale, che sospende leggi iscritte non solo nelle Costituzioni, ma nella Carta europea dei diritti fondamentali.
Così l’immigrazione diventa la nostra comune parte buia: buia perché inaccessibile all’informazione, buia per le ferite inflitte alla dignità della persona. Ogni giorno abbiamo notizie di violenze che colpiscono i migranti, nello spazio Schengen: a Melilla in Spagna, a Sangatte in Francia, e in Grecia, in Italia. Ogni giorno crescono partiti che raccolgono consensi trasformando il profugo in capro espiatorio: penso a Marine Le Pen e Salvini in Francia e Italia, a Dresda avamposto di islamofobi e neonazisti (Npd, Die Rechte). Penso all’Ukip inglese. Ovunque, i conservatori sono in competizione mimetica con l’estrema destra: da Cameron in Inghilterra a Rajoy in Spagna.
La visita a Ponte Galeria è tappa cruciale della battaglia che conduco dal primo giorno in Europa: contro la chiusura di Mare Nostrum e la rinuncia esplicita ai salvataggi in alto mare; in favore del riconoscimento reciproco dell’asilo nell’Ue e di corridoi umanitari che tolgano alle mafie il controllo sui fuggitivi; contro il disumano regolamento di Dublino che obbliga i migranti a chiedere asilo nel primo paese dove approdano, anche se la destinazione è un altro paese europeo.
Quel che ho visto nel Cie eccolo: uno zoo per umani, ma senza erba né alberi come quelli che oggi sono concessi agli animali. Una spianata di cemento e, anziché gli alberi, una fitta foresta di sbarre che delimita gli spazi dove i detenuti dormono, escono nelle gabbie antistanti le camerate, deambulano nel corridoio centrale, anch’esso cintato da barriere. Tutto a Ponte Galeria è grigio-ferro: le sbarre, il plexiglas che impedisce ai detenuti di salire sui tetti, le graticole che fasciano le finestre dei dormitori. Qui l’osceno si disvela per quello che è: un campo di concentramento per migranti non in regola con il permesso di soggiorno, di richiedenti asilo, di stranieri che hanno scontato pene ma non hanno documenti. Italia e Europa esibiscono la propria verità concentrazionaria senza pudore. E senza memoria.
Con alcuni militanti di associazioni che proteggono i migranti son qui a certificare l’orrore. Fuori dai cancelli, volanti e blindati. Dentro il Centro: un corridoio dove si susseguono stanze per gli incontri con i parenti, con i legali che convalidano detenzioni ed espulsioni, poi l’ambulatorio, poi lo psichiatra che però non c’è – è stato licenziato dai nuovi gestori.
Subito dopo, gli spazi geometricamente suddivisi del carcere-lager, a sinistra gli uomini a destra le donne: la geometria delle sbarre altissime, cui stanno aggrappati… come li chiamiamo? Il vocabolario dei custodi tentenna e scivola come liquido, senza solidificarsi. Li chiamano a volte detenuti, o perfino «utenti», «ospiti», più di rado «trattenuti».
Prima di entrare nei recinti chiedo ai custodi: «Si può parlare con loro?» – «Un momento, i capibanda sono altrove» – «I capibanda?». Sì, capibanda. Così sono interpellati i rappresentanti dei detenuti. Il lessico a Ponte Galeria s’impregna di malavita. «Comunque non entrate, sono agitati, pericolosi.» Da lunedì 15 dicembre il Cie è amministrato dalla francese Gepsa, specializzata in carceri. L’agenzia ha vinto la gara perché ha promesso tagli al personale e diarie decurtate ai detenuti (2,5 euro al giorno). I prigionieri parlano ossessivamente di spending review: un vocabolo appreso in fretta. Da lunedì manca quasi tutto, nel Cie: vestiti caldi, biancheria, calze, lenzuola di ricambio, spazzolini e dentifricio, assorbenti per le donne. I nuovi gestori dicono: sono inconvenienti temporanei.
Ma in realtà le norme sono le stesse: l’emergenza genera queste zone d’incessante non diritto. Ai reclusi è proibito tenere matite o penne, per evitare che inghiottendole finiscano in ambulatorio. È vietata carta da scrivere, per motivi arcani. Hanno il telefonino, ma non la connessione internet. Non hanno accesso a giornali. I gestori smentiscono, ma i detenuti sono esasperati perché di notte le luci al neon sono sempre accese. Di qui – anche – l’alto uso di sonniferi. Le tensioni s’alzano e scendono come maree, e a seconda del loro livello si dispiegano le forze d’ordine, manganelli in vista e pistole alla cinta.
Entriamo nelle camerate, dove ci sono 8-10 letti in uno spazio che ne dovrebbe contenere quattro. Dentro fa freddo come fuori; il riscaldamento è intermittente. I reclusi indicano le poche cose che ricevono: lenzuola di carta sbrindellate, una coperta, cibo scarso. Un detenuto ci mostra di nascosto un pettinino sbocconcellato: i pettini sono proibiti, vai a sapere perché. I più calzano sandali infradito, anche se fa freddo. Sono vietati i lacci delle scarpe. Un migrante ride dell’insensatezza: i lacci no, ma una cintura di spago per i pantaloni troppo larghi, «quella sì la possiamo portare e eventualmente impiccarci».
Tutti sono angosciati dall’igiene: sono giorni che non ricevono sapone, che non possono andare alla «barberia» (son vietate le lamette). Si vergognano molto di quest’incuria. Sono giorni che non hanno vestiti di ricambio: «Non ci piace puzzare, ma ecco puzziamo».
Tutti i buoni propositi di un eurodeputato vanno a sbattere inani contro quei volti di supplica disperata, che chiedono quel che dovrebbe essere normale: poter uscire dall’inferno in cui precipitano tutti, incensurati e non; avere informazioni (ma mancano gli interpreti); poter raggiungere i parenti che a volte non sono fuori Europa ma a due passi da qui; essere assistiti (il barbiere e lo psicologo sono le figure più anelate). E soprattutto: scongiurare il respingimento che l’Unione in teoria vieta, il rimpatrio lì dove la morte li aspetta.
Ho passato un pomeriggio con loro, e alla fine avevo l’impressione che fosse un anno fatto di impotenze. Continueremo a batterci per loro, è certo. Ma con quale prospettiva d’essere ascoltati da autorità nazionali ed europee? Una cosa so: quale che sia la nostra azione, in Europa e nelle associazioni, tutti ci stiamo macchiando d’una colpa. Perché questi zoo li abbiamo fabbricati noi. Perché li definiamo inaccettabili, allontanandoci da quei volti che chiedono risposte fino all’ultimo minuto – insopportabile – in cui incroci i loro sguardi. Ma anche questo sappiamo: nello stesso istante in cui dici «inaccettabile» e poi prendi il treno per tornare a casa, già hai accettato. Già sei sceso a patti con il tremendo.


Per ulteriori approfondimenti:

“Respinti dal Cie di Ponte Galeria. Noi che volevamo essere trattenuti!”: la lettera dei membri della delegazione organizzata dalla campagna lasciateCIEntrare, che non hanno avuto il permesso di entrare a Ponte Galeria, il 19, pubblicata su «Micromega».

Ponte Galeria, “La Guantanamo italiana”, la situazione al Cie dopo il cambio gestione, reportage di Veronica Di Benedetto Montaccini e Giacomo Zandonini su Repubblica.it.

Il Processo di Khartoum e l’esternalizzazione delle frontiere

Strasburgo, 17 dicembre 2014. Sessione Plenaria. Interventi di Barbara Spinelli sul Processo di Khartoum

Doru-Claudian Frunzulică (eurodeputato, S&D):
Presidente, ogni anno conflitti armati, persecuzioni, mancanza di prospettive economiche, violazioni dei diritti umani, calamità naturali, costringono milioni di persone a lasciare le proprie case nel Corno d’Africa per imbarcarsi in viaggi perigliosi attraverso paesi ostili per raggiungere l’Europa. Durante questo viaggio la speranza per la sicurezza propria e un futuro sono minacciati da gang di criminali, contrabbandieri, trafficanti di esseri umani. Una volta giunti in Europa spesso questi migranti si trovano di fronte alla minaccia dello sfruttamento, dell’esclusione e del razzismo. Noi con la nostra politica dobbiamo cambiare il destino di milioni di persone, e per farlo dobbiamo innanzitutto garantire che le politiche che attuiamo vadano alle radici della migrazione: se sosteniamo le organizzazioni civili e i governi nei paesi in via di sviluppo per promuovere una buona governance e costruire una società più giusta, allora la migrazione finalmente diventerà una scelta individuale e non una costrizione. Dobbiamo ricordare i benefici che i migranti protetti possono comunque apportare nei paesi da cui hanno origine [e] nei paesi in cui si recano. Gestire l’immigrazione può creare nuove opportunità e motivare i giovani ad acquisire le giuste competenze, promuovere uno scambio di conoscenze. La migrazione in futuro è destinata ad aumentare, ma se riusciamo a chiarire a noi stessi e alla pubblica opinione che c’è un nesso tra immigrazione e sviluppo, allora la migrazione non sarà più un problema ma parte della soluzione: grazie all’interconnessione che è emersa nelle conclusioni del Consiglio adottate venerdì scorso, questo è un primo passo importante. Sono lieto e attendo di vedere come saranno attuate queste conclusioni del Consiglio.

Barbara Spinelli (eurodeputata, GUE/NGL, rivolgendo una domanda “cartellino blu” al collega):
Collega, sono d’accordo che bisogna andare alla radice dei problemi ma le vorrei chiedere, quando dice che bisogna aiutare e sostenere i governi da cui vengono i migranti, e che questa è la radice del problema, le voglio chiedere se lei ha presente i paesi da cui questi migranti fuggono: le guerre, la fame, le dittature atroci. Perché non è che vengono così, perché lì non c’è abbastanza sviluppo, vengono perché altrimenti finiscono in galera, o peggio. Grazie.

Doru-Claudian Frunzulică (eurodeputato, S&D, in risposta al Cartellino Blu di Barbara Spinelli):
So perfettamente di che paesi si tratta; come lei sa ci sono programmi dell’Unione europea a favore di questi paesi, e tutti questi programmi dovrebbero in qualche modo essere accompagnati da richieste nei confronti dei governi che rispettino i diritti umani, la democrazia, perché applichino un’economia di mercato etc. Noi dobbiamo aiutare questi paesi affinché essi possano dare ai propri cittadini la ragione di rimanere a vivere in patria.

Intervento di Barbara Spinelli:
Parlerò in nome di tante associazioni che denunciano il Processo di Khartoum, e l’esternalizzazione dei controlli di frontiera in vista di respingimenti contrari alle leggi europee.
Temono soprattutto accordi con la dittatura eritrea da cui oggi fugge il 30 per cento dei 150.000 profughi arrivati in Italia.
Abbiamo già visto come l’esportazione della democrazia sia un disastro, un imbroglio. Anche l’esportazione di migranti in campi concentrazionari in Eritrea o Sudan produrrà disastri, e imposture. [Già abbiamo visto quel che produce negli accordi tra l’Italia di Berlusconi e la Libia, sul rimpatrio dei fuggitivi.]*
Il Processo di Khartoum è descritto dal governo italiano come uno salto di qualità storico. Il “salto” è piuttosto in direzione di nuovi accordi con i paesi di transito per bloccare le partenze con il pretesto di esternalizzare il diritto di asilo. Diritto che già oggi in quei paesi non viene garantito effettivamente, neanche in base alle previsioni più restrittive della Convenzione di Ginevra.

*La frase non è stata pronunciata in aula, per mancanza di tempo.

Mediterraneo: fossa comune

di mercoledì, dicembre 17, 2014 0 , , , Permalink

Agenzia stampa Fidest, 17 dicembre 2014

Nel suo intervento  alla plenaria di Strasburgo – sul Programma di lavoro della Commissione europea per il 2015 – Barbara Spinelli ha dichiarato:«Presidente, vorrei interpellarla anch’io su quanto ha detto venerdì sul voto in Grecia. Alludendo a Syriza, Lei ha denunciato quelli che chiama estremisti, esprimendo il suo desideratum: “Vorrei rivedere i volti noti: vertraute Gesichter”. Leggendo il suo programma, mi son detta che a redigerlo devono proprio esser stati questi volti noti. Sono i volti che hanno portato l’Europa a impoverirsi, disgregarsi. Sono i volti – ha continuato la deputata del GUE-Ngl – che hanno concepito uno dei capitoli più vuoti del Programma: quello sull’immigrazione, di cui mi occupo nella Commissione libertà pubbliche. Le migrazioni son viste con gli occhiali di ieri, quasi non vi foste accorti della loro metamorfosi. Oggi migrano soprattutto fuggitivi da guerre o disastri climatici. Oggi abbiamo un Mediterraneo trasformato in indecente fossa comune. Urge una revisione delle nostre regole d’asilo, a cominciare dal sempre più inefficace Dublino III. Urgono persone che pensino il nuovo, comprese le nuove colpe di cui l’Europa si sta macchiando. Pensa che i volti noti ci aiuteranno ad affrontare questa realtà?».

Fonte

Per il Parlamento europeo lo Stato Palestinese c’è

17 dicembre 2014. Voto in aula sul ricoscimento della Palestina, dichiarazione di voto di Barbara Spinelli

Riconoscere lo Stato della Palestina è stato un atto politico coraggioso e di grande importanza del Parlamento europeo (498 voti a favore, 88 contrari, 111 astensioni). L’Unione in quanto tale non parla ancora con un’unica voce in politica estera, e riconoscere gli Stati è legalmente prerogativa degli Stati. Ma l’Assemblea dell’Unione ha forzato abitudini, tempi, pavidità, contro il parere delle destre più gelose delle sovranità assolute degli Stati, e con il suo voto ha affermato di voler esserci e di voler dire la sua parola inequivocabile, su una questione del Medio Oriente che, irrisolta, ha generato lungo i decenni un gran numero di guerre e di morti. In quest’ambito, il Parlamento non ha esitato a lanciare un messaggio di disapprovazione nei confronti del governo israeliano, che si è adoperato in tutti i modi per evitare che l’Europa uscisse allo scoperto con questa dichiarazione, e si conquistasse un diritto di presenza e di parola politica in materia, seguendo la linea degli Stati dell’Unione che già hanno riconosciuto lo Stato Palestinese. L’Alto Rappresentante Federica Mogherini vedrà fortemente accresciuti il proprio peso e la propria influenza, se vorrà esercitarli, dopo la decisione dei parlamentari riuniti a Strasburgo.

Alcuni gruppi politici hanno tentato di dire che la risoluzione approva e legittima lo Stato palestinese a condizione che i negoziati di pace riprendano seriamente e abbiano successo. È un’interpretazione del tutto fallace della mozione appovata. Il riconoscimento «va di pari passo» con i negoziati di pace – questo dice letteralmente il testo – e la condizionalità fortunatamente non c’è.


 

Proposta di risoluzione presentata dal Gruppo GUE/NGL:
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Giulietto Chiesa, Tsipras e M5S chiedono chiarimenti a Ue

BRUXELLES – Eurodeputati dell’Altra Europa per Tsipras e del M5S hanno presentato oggi un’interrogazione alla Commissione Ue in cui vengono sollevate diverse violazioni alle norme Ue determinate dall’arresto, avvenuto ieri a Tallin, del giornalista ed ex eurodeputato Giulietto Chiesa. “Il comportamento delle autorità estoni – scrivono i deputati europei nel testo indirizzato alla Commissione – presenta lati oscuri ed inquietanti e viola diversi articoli del Trattato sull’Ue, della Carta dei diritti fondamentali posti a tutela delle libertà fondamentali individuali, nonché della libertà politica e di espressione”.

Intervenendo in aula, Barbara Spinelli dell’Altra Europa, ha indicato come “un evento gravissimo” l’arresto di Chiesa “perché in un Paese Ue è stato impedito di parlare ad un giornalista” invitato alla conferenza ‘La russia è nostro nemico ?’. “Certi episodi non dovrebbero accadere nella ‘civile Europa’ – il commento dei 5 Stelle Isabella Adinolfi, Dario Tamburrano, Fabio Massimo Castaldo, Marco Affronte – che non può usare due pesi e due misure quando solo ieri la Turchia è stata criticata per l’arresto di giornalisti, l’Estonia deve delle spiegazioni”.

Fonte: Ansa

Sicurezza interna UE non parla di diritti ma di repressione

Strasburgo, 16 dicembre 2014, Sessione Plenaria

Risoluzione sul rinnovo per il 2015-2020 della Strategia sulla Sicurezza Interna dell’UE

«Ringrazio il commissario Avramopoulos per le promesse di collaborazione con il Parlamento europeo, ma la Strategia sulla Sicurezza Interna non mi convince», ha detto Barbara Spinelli nel corso della discussione parlamentare a Strasburgo sull’adozione della risoluzione di sicurezza per i prossimi cinque anni. «Mi sembra un programma che imita l’antiterrorismo statunitense, da troppi punti di vista. È autocelebrativo, è gestito da chiuse agenzie (Europol essenzialmente), e piú che debole è la cooperazione con gli organi cui dovrebbe essere affidata la definizione delle minacce all’Unione: Consiglio, parlamenti nazionali, Parlamento europeo». La Strategia di Sicurezza dell’UE, ha continuato la deputata del GUE-Ngl, «contempla quasi solo misure di repressione. Non c’è quasi nulla sulla prevenzione. La parola “Diritti fondamentali” appare solo 2 volte nei 12 paragrafi “dichiarativi” della risoluzione, senza citare articoli specifici della Carta.
In nome della sicurezza, i diritti sono stati più volte calpestati nell’ultimo decennio e più: in America e nell’Unione. Mi domando se continueremo ad aver notizia dal Senato americano delle torture e delle extraordinary rendition che sono avvenute in Europa, o se saremo capaci anche noi di ammettere le nostre derive, e di emendarle nel nostro Parlamento».

I “volti noti” che Juncker vorrebbe alla guida della Grecia

Strasburgo, 16 dicembre 2014. Sessione plenaria del Parlamento europeo

Nel suo intervento di oggi alla plenaria di Strasburgo – sul Programma di lavoro della Commissione europea per il 2015 – Barbara Spinelli ha dichiarato:

«Presidente, vorrei interpellarla anch’io su quanto ha detto venerdì sul voto in Grecia. Alludendo a Syriza, Lei ha denunciato quelli che chiama estremisti, esprimendo il suo desideratum: “Vorrei rivedere i volti noti: vertraute Gesichter”. Leggendo il suo programma, mi son detta che a redigerlo devono proprio esser stati questi volti noti. Sono i volti che hanno portato l’Europa a impoverirsi, disgregarsi. Sono i volti – ha continuato la deputata del GUE-Ngl – che hanno concepito uno dei capitoli più vuoti del Programma: quello sull’immigrazione, di cui mi occupo nella Commissione libertà pubbliche. Le migrazioni son viste con gli occhiali di ieri, quasi non vi foste accorti della loro metamorfosi. Oggi migrano soprattutto fuggitivi da guerre o disastri climatici. Oggi abbiamo un Mediterraneo trasformato in indecente fossa comune. Urge una revisione delle nostre regole d’asilo, a cominciare dal sempre più inefficace Dublino III. Urgono persone che pensino il nuovo, comprese le nuove colpe di cui l’Europa si sta macchiando. Pensa che i volti noti ci aiuteranno ad affrontare questa realtà?»