Brexit, risoluzione del Parlamento Europeo: diritti dei cittadini garantiti solo in parte

Strasburgo, 13 dicembre. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento Europeo

Punto in agenda (Key debate):

Preparazione del Consiglio europeo del 14 e 15 dicembre – Stato di avanzamento dei negoziati con il Regno Unito

Presenti al dibattito:

Michel Barnier, negoziatore UE sul Brexit
Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione
Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione
Matti Maasikas, Presidenza del Consiglio

Nelle sue linee guida il Consiglio ha promesso garanzie reciproche, effettive, eseguibili, non discriminatorie e globali sui diritti dei cittadini.

Nonostante i progressi compiuti, l’accordo preliminare raggiunto dai negoziatori non rispecchia ancora tali caratteri: la sua globalità è tutt’ora compromessa dall’assenza di cruciali diritti in tema di ricongiungimento familiare o libertà di circolazione degli inglesi nell’Unione (per citarne alcuni); le attuali caratteristiche del settled status contrastano con i principi di non-discriminazione e reciprocità, a detrimento dei cittadini europei nel Regno Unito; l’apertura mostrata dalla Commissione a possibili strumenti analoghi negli Stati Membri rischia di minare lo stesso diritto europeo; la reciprocità è altresì messa in dubbio, insieme all’effettività dei diritti, dal ruolo più che vago attribuito alla Corte di giustizia.

Oggi riconosceremo che sono stati fatti passi avanti. Tuttavia, la seconda fase negoziale dovrà servire a colmare le tante lacune e incertezze ancora esistenti e a garantire che il full set of rights derivante dal diritto europeo sia effettivamente tutelato. Non si tratta solo di certezza giuridica ma di tenere fede alla promessa per cui nulla cambierà nelle vite di milioni di cittadini.

Tre domande alla Commissione sugli accordi con la Libia

Strasburgo, 12 dicembre 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo.

Punto in agenda:

Situazione dei migranti in Libia. Dichiarazione del Vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza

Presenti al dibattito:

Federica Mogherini – Vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza

Dimitris Avramopoulos – Commissario responsabile per la migrazione, gli affari interni e la cittadinanza, Commissione europea

Vorrei fare tre domande al Commissario Avramopoulos.

Primo: la sentenza della Corte europea del 2012 sul caso Hirsi. Ho riletto attentamente il verdetto che condannò l’Italia per respingimenti collettivi in Libia e il contesto è identico: la convenzione europea è di nuovo violata, e la Libia resta inaffidabile non avendo ratificato la convenzione di Ginevra. Dove sta la differenza fra il 2009 e oggi?

Secondo: la decisione presa ad Abidjan di evacuare i campi dove avvengono violenze, di attivare un gran numero di rimpatri volontari di migranti, di reinsediarne alcuni. Vorrei conoscere le procedure che saranno adottate, perché il rimpatriato chiamato a esprimere la sua volontà non si trovi a dover scegliere tra la peste e il colera. E vorrei sapere il numero delle evacuazioni: Cochetel, inviato speciale dell’UNHCR, ha dichiarato che la maggior parte dei luoghi di tortura è sconosciuta. Che Serraj controlla un territorio minimo. Ha detto ancora: “Le decisioni di Abidjan sono illusorie (they fool themselves). Ogni volta che abbiamo liberato qualcuno dai campi di detenzione, qualcun altro ha subito preso il suo posto”.

Ultima domanda: a che punto è la ridefinizione del concetto di non-refoulement, che l’Unione si propose in febbraio a La Valletta? Il proposito fu prudentemente cancellato dal comunicato; chiedo se sia tuttora all’ordine del giorno.

Minaccia di arresto contro 712 sindaci catalani eletti democraticamente

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-006357/2017

alla Commissione

Articolo 130 del regolamento

Jordi Solé (Verts/ALE), Josep-Maria Terricabras (Verts/ALE), Ramon Tremosa i Balcells (ALDE), Izaskun Bilbao Barandica (ALDE), Tania González Peñas (GUE/NGL), Maria Lidia Senra Rodríguez (GUE/NGL), Matt Carthy (GUE/NGL), Liadh Ní Riada (GUE/NGL), Lynn Boylan (GUE/NGL), Ernest Urtasun (Verts/ALE), Barbara Spinelli (GUE/NGL), Estefanía Torres Martínez (GUE/NGL), Xabier Benito Ziluaga (GUE/NGL), Jill Evans (Verts/ALE), Helga Stevens (ECR), Helmut Scholz (GUE/NGL), Beatrix von Storch (EFDD), Sander Loones (ECR), Rina Ronja Kari (GUE/NGL), Mara Bizzotto (ENF), Josu Juaristi Abaunz (GUE/NGL), Molly Scott Cato (Verts/ALE), Indrek Tarand (Verts/ALE), Igor Šoltes (Verts/ALE), Bodil Valero (Verts/ALE), Barbara Lochbihler (Verts/ALE), Franz Obermayr (ENF) e Anneleen Van Bossuyt (ECR)

Oggetto: Spagna: minaccia di arresto contro 712 sindaci catalani eletti democraticamente

Il 13 settembre il Procuratore generale spagnolo Manuel Maza ha annunciato che i 712 sindaci catalani [1] (pari al 75% di tutti i sindaci della Catalogna) che hanno sostenuto il referendum sull’indipendenza del 1° ottobre avrebbero dovuto comparire dinanzi all’autorità giudiziaria per essere interrogati. Il sig. Maza ha inoltre affermato che i sindaci catalani che si rifiutano di comparire in tribunale saranno arrestati dalla polizia [2].

Tre mesi fa il Parlamento spagnolo ha espresso un voto di censura contro il sig. Maza e il ministro della Giustizia spagnolo a maggioranza assoluta (207 voti favorevoli contro 134) [3], ma il governo spagnolo si è rifiutato di sostituire il Procuratore generale vista la sua affinità politica con il Partito Popolare.

Inoltre, in occasione del suo discorso sullo stato dell’Unione del 2017, il Presidente Juncker ha affermato che: “Stato di diritto significa che la legge e la giustizia sono esercitate da una magistratura indipendente”.

  1. Come intende intervenire la Commissione per garantire che la Spagna rispetti l’indipendenza della magistratura?
  2. Prenderà in considerazione la possibilità di lanciare il meccanismo per lo Stato di diritto?
  3. Quali provvedimenti intende adottare alla luce della persecuzione politica e giuridica dei sindaci catalani democraticamente eletti?

[1]     http://www.politico.eu/article/spain-to-prosecute-712-catalan-mayors-over-referendum/.

[2]     http://www.dailymail.co.uk/wires/pa/article-4880146/Spain-threatens-712-Catalan-mayors-arrest-assisting-independence-poll.html.

[3]     http://www.elmundo.es/espana/2017/05/16/591adfc4e2704e355c8b4683.html.


IT

E-006357/2017

Risposta del Presidente Juncker
a nome della Commissione
(8.12.2017)

La Commissione segue gli sviluppi connessi al funzionamento dei sistemi giudiziari di tutti gli Stati membri. In particolare, la Commissione controlla costantemente la qualità, l’indipendenza e l’efficienza dei sistemi giudiziari nazionali, anche per la Spagna, nel contesto del semestre europeo.

Sulla base delle informazioni disponibili, la Commissione non dispone di elementi che attestino che le garanzie previste dall’ordinamento giuridico nazionale non sono in grado di proteggere efficacemente lo stato di diritto in Spagna.

Come dichiarato pubblicamente dalla Commissione il 2 ottobre 2017, al di là degli aspetti squisitamente giuridici della questione, oggi abbiamo bisogno di unità e stabilità, non già di divisione e frammentazione.

Nella stessa dichiarazione la Commissione ha invitato tutte le parti interessate a uscire presto dallo scontro per passare al dialogo. La violenza non può essere uno strumento di politica. La Commissione ha espresso la sua fiducia nella capacità del Primo Ministro Mariano Rajoy di gestire questo difficile processo nel pieno rispetto della Costituzione spagnola e dei diritti fondamentali dei cittadini ivi sanciti.

La posizione della Commissione sulla questione è stata ribadita dal Primo Vicepresidente Timmermans nel suo intervento alla sessione plenaria del Parlamento europeo del 4 ottobre 2017.

L’11 ottobre scorso la Commissione ha rinnovato il precedente appello al pieno rispetto dell’ordine costituzionale spagnolo e la sua fiducia nelle istituzioni spagnole e in tutte le forze politiche che si stanno adoperando per trovare una soluzione nel quadro della Costituzione spagnola.

Applicazione delle decisioni 2015/1523 e 2015/1601 sulla ricollocazione, prima della loro data di scadenza

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-005767/2017
alla Commissione

Articolo 130 del regolamento

Barbara Spinelli (GUE/NGL), Marisa Matias (GUE/NGL), Sofia Sakorafa (GUE/NGL), Josef Weidenholzer (S&D), Bart Staes (Verts/ALE), Bronis Ropė (Verts/ALE), Alfred Sant (S&D), Laura Ferrara (EFDD), Josep-Maria Terricabras (Verts/ALE), Stelios Kouloglou (GUE/NGL), Kostas Chrysogonos (GUE/NGL), Elly Schlein (S&D), Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL), Eleonora Evi (EFDD), Stefan Eck (GUE/NGL), Sylvie Guillaume (S&D), Benedek Jávor (Verts/ALE), Eva Joly (Verts/ALE), Sergio Gaetano Cofferati (S&D), Norica Nicolai (ALDE), Elena Valenciano (S&D), Claude Rolin (PPE), Josu Juaristi Abaunz (GUE/NGL), Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL), Fabio Massimo Castaldo (EFDD), Andrejs Mamikins (S&D), Tanja Fajon (S&D), Hilde Vautmans (ALDE), Juan Fernando López Aguilar (S&D), Nessa Childers (S&D), Miguel Urbán Crespo (GUE/NGL), Neoklis Sylikiotis (GUE/NGL), Gabriele Zimmer (GUE/NGL), Ana Gomes (S&D), Ernest Urtasun (Verts/ALE), Takis Hadjigeorgiou (GUE/NGL), Nicola Caputo (S&D), Tania González Peñas (GUE/NGL), Julie Ward (S&D), Javier Nart (ALDE), Ramon Tremosa i Balcells (ALDE), Mady Delvaux (S&D), Nathalie Griesbeck (ALDE), Sabine Lösing (GUE/NGL), Jordi Solé (Verts/ALE), Soraya Post (S&D), Dietmar Köster (S&D), Molly Scott Cato (Verts/ALE), Ivan Jakovčić (ALDE), Kostadinka Kuneva (GUE/NGL), Barbara Lochbihler (Verts/ALE), Nikolaos Chountis (GUE/NGL), Helmut Scholz (GUE/NGL) e José Inácio Faria (PPE)

Oggetto: Applicazione delle decisioni 2015/1523 e 2015/1601 sulla ricollocazione, prima della loro data di scadenza (26 settembre 2017)

In una sentenza del 6 settembre 2017 la Corte di giustizia europea ha respinto i ricorsi di Slovacchia e Ungheria per contestare la ricollocazione, rilevando che “la mancanza di cooperazione da parte di taluni Stati membri” è la principale causa dell’esiguo numero di ricollocazioni dei richiedenti protezione internazionale.

Un documento pubblicato dal Consiglio europeo per i rifugiati e gli esuli (ECRE) dal titolo “Relocation not Procrastination” conclude che la resistenza politica e giuridica alla ricollocazione dei richiedenti protezione internazionale si manifesta in forme che vanno da “preferenze inaccettabili espresse da alcuni Stati membri a gravi ritardi nell’impegno a determinare i posti di ricollocazione, nonché nell’elaborazione e fornitura di offerte, da parte dell’Italia e della Grecia” [1].

La data di scadenza (26 settembre 2017) per l’applicazione delle decisioni 2015/1523 e 2015/1601 sulla ricollocazione è vicina.

  1. Intende la Commissione avviare altre procedure d’infrazione nei confronti degli Stati membri inosservanti?
  2. Intende rivedere le dichiarazioni di Dublino, per quanto concerne l’Italia e la Grecia, dando la priorità agli elementi di solidarietà delle ricollocazioni?
  3. Nel settembre del 2015 il Presidente Juncker ha annunciato la creazione di un meccanismo permanente di ricollocazione, a norma del sistema di Dublino, e nel maggio del 2017 il Parlamento ha chiesto alla Commissione di presentare una nuova proposta in materia di ricollocazione, in attesa della riforma del sistema di Dublino. Per quale motivo il commissario Avramopoulos ha dichiarato che la Commissione non presenterà nuove proposte sul tema?

[1]     https://www.ecre.org/wp-content/uploads/2017/09/Policy-Note-07.pdf

IT
E-005767/2017
Risposta di Dimitris Avramopoulos
a nome della Commissione

(29.11.2017)

Dal gennaio 2017 la maggior parte degli Stati membri stanno proponendo i propri impegni su base mensile – mentre le decisioni del Consiglio [1] richiedono che ciò avvenga solo ogni tre mesi – e stanno procedendo a ricollocazioni regolari [2]. Inoltre, il numero delle persone ammissibili alla ricollocazione è risultato essere molto più basso di quanto previsto. Tre Stati membri non hanno ricollocato nessuno dall’inizio del programma (Ungheria e Polonia) o per più di un anno (Repubblica ceca) dall’Italia o dalla Grecia, e la Commissione ha avviato nei loro confronti procedure di infrazione [3].

La Commissione non intende cambiare la propria politica sui trasferimenti Dublino in Italia e in Grecia.

La Commissione non ritiene opportuno presentare una nuova proposta in materia di ricollocazione. La prima priorità è ricollocare al più presto tutti i richiedenti ammissibili che erano presenti in Italia e in Grecia al 26 settembre 2017. La Commissione, inoltre, non può continuare a basarsi su misure ad-hoc. Una riforma del sistema Dublino è l’unica soluzione strutturale, ed è necessario compiere urgentemente passi avanti verso un accordo politico su questo fascicolo. La Commissione, tuttavia, riconoscendo che la pressione migratoria in Italia e in Grecia resta alta, si è dichiarata pronta a mantenere il suo sostegno agli Stati membri che continuano le ricollocazioni da Grecia e Italia al di là di quanto prevedono i programmi attuali [4].

[1]  Decisione (UE) 2015/1523 del Consiglio, del 14 settembre 2015, che istituisce misure temporanee nel settore della protezione internazionale a beneficio dell’Italia e della Grecia (GU L 239 del 15.9.2015, pag. 146), e decisione (UE) 2015/1601 del Consiglio, del 22 settembre 2015, che istituisce misure temporanee nel settore della protezione internazionale a beneficio dell’Italia e della Grecia (GU L 248 del 24.9.2015, pag. 80).

[2] I progressi realizzati, in particolare nel 2017, nell’attuazione del programma figurano nelle relazioni periodiche sulla ricollocazione e il reinsediamento, l’ultima delle quali (la 15a) è stata adottata il 6 settembre 2017 (COM(2017) 465 final). Alcuni Stati membri hanno già ricollocato le loro quote per l’Italia o per la Grecia o sono sul punto di farlo. Con i trasferimenti di settembre, la Finlandia è diventata il primo Stato membro ad aver adempiuto agli obblighi ad esso spettanti per quanto riguarda l’Italia.

[3] http://europa.eu/rapid/press-release_IP-17-1607_en.htm; http://europa.eu/rapid/press-release_IP-17-2103_en.htm.

[4] Comunicazione sull’attuazione dell’agenda europea sulla migrazione – COM(2017) 558 final.

Rule of law in Polonia

Strasburgo, 15 novembre 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Sessione Plenaria.

Punto in agenda:
Situazione dello Stato di diritto e della democrazia in Polonia

Presenti al dibattito:
Matti Maasikas – Vice-Ministro estone per gli Affari europei
Frans Timmermans – Primo vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo per la migliore legislazione, le relazioni interistituzionali, lo stato di diritto e la carta dei diritti fondamentali

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatore, per il Gruppo GUE/NGL, della Proposta di Risoluzione del Parlamento europeo sulla situazione dello Stato di diritto e della democrazia in Polonia. 

La Risoluzione è stata in seguito adottata con 438 voti in favore, 152 contrari, 71 astenuti.

Ad esclusione di un emendamento riguardante le procedure da seguire in caso di appello dei medici all’obiezione di coscienza nell’interruzione volontaria di gravidanza, tutti gli emendamenti presentati dal GUE/NGL sono stati approvati e risultano quindi incorporati nella risoluzione.

Vorrei rivolgermi ai colleghi polacchi, e in particolare ai rappresentanti del partito al governo. Vorrei che capissero che non stiamo punendo un paese membro, che rispettiamo le sovranità multiple di cui l’Unione dovrà sempre più esser composta. Il motivo per cui adotteremo una terza risoluzione sulla Polonia è per ricordare insieme le ragioni che ci tengono uniti: i fondamenti normativi che tutti i Paesi membri hanno sottoscritto. Intendo la rule of law nel senso più profondo del termine. Vi invito a leggere il recital E [1] della risoluzione: la rule of law è distinta dalla rule by law. Rule by law significa “governo per mezzo della legge”, dove la legge è l’atto di cui si serve chi esercita il potere, sulla base di una maggioranza parlamentare. Rule of law è una nozione in cui entra un concetto sostanziale di diritto, come insieme di diritti fondamentali, garanzie e indipendenza dei giudici, separazione dei poteri, libera espressione, diritti dei rifugiati, delle donne: chi vince le elezioni ubbidisce a quest’insieme di diritti, non li concede.

Una volta eletti in questo parlamento tutti abbiamo il compito di rappresentare la totalità dei cittadini dell’Unione senza distinzione alcuna di nazionalità o circoscrizione elettorale e, allo stesso tempo, il dovere primario di assicurare che i fondamenti della cittadinanza – i diritti, le libertà fondamentali – siano pienamente garantiti. Domandando di attivare l’articolo 7(1), non chiediamo altro che di tenere fede a tale impegno e di assumerci la responsabilità di proseguire il dialogo aperto con il Governo di uno Stato Membro. D’altro canto, si tratta del solo strumento che, come Parlamento, il Trattato ci ha fornito.

[1] RECITAL E.   whereas those principles include legality, which implies a transparent, accountable, democratic and pluralistic process for enacting laws; legal certainty; prohibition of arbitrariness of the executive powers; independent and impartial courts; effective judicial review including full respect for fundamental rights; and equality before the law;

 

Brexit: la commissione accetta il “settled status”?

Bruxelles, 14 novembre 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Riunione del Gruppo GUE/NGL.

Punto in agenda:

Scambio di opinioni con Michel Barnier, capo negoziatore della Commissione europea sul Brexit.

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di co-coordinatore per il gruppo GUE/NGL nel quadro dei negoziati avviati con il Regno Unito a seguito della notifica della sua intenzione di recedere dall’Unione europea.

La ringrazio per la sua presenza alla riunione del nostro Gruppo. Mi piacerebbe porle alcune domande legate soprattutto alla questione dei diritti dei cittadini.

Nel suo discorso di venerdì a Bruxelles lei ha affermato, a proposito delle procedure amministrative per ottenere il cosiddetto “settled status”, che “The UK has now provided useful clarifications that are a good basis for further work”, e che le procedure non devono essere costose né complicate. Se guardiamo però alla sostanza e non alle modalità, ci troviamo di fronte ad un nuovo status che riduce drasticamente i diritti di cui attualmente godono i cittadini dell’Unione e li trasforma in immigrati di Paesi terzi, che introduce un doppio requisito di registrazione per coloro che abbiano già ottenuto lo statuto di Residenza Permanente, che circoscrive la sua applicabilità solo a determinate categorie di “family members” e così via. Tutto ciò sembra in contraddizione con le direttive negoziali in cui si chiedevano garanzie giustiziabili, non discriminatorie e omnicomprensive per i diritti dei cittadini. Contraddice anche quanto Lei stesso ha detto il 21 settembre a Roma: ”È assolutamente necessario che tutti questi cittadini possano continuare a vivere come prima, con gli stessi diritti e le stesse protezioni”, e questo vita natural durante.

Mi piacerebbe conoscere la sua opinione sulla sostanza del “settled status”, non solo sulle sue modalità di applicazione.

La seconda domanda riguarda il Consiglio europeo di dicembre. Quali sviluppi ritiene necessari nell’ambito dei diritti dei cittadini per poter parlare di “progressi sufficienti”?

Terzo: essendo in costante contatto con le organizzazioni dei cittadini (the3million e British in Europe in primo luogo), le assicuro che la loro ansia è grande. Giudicano impossibile tracciare una linea di demarcazione netta all’interno dei progressi negoziali, prenderne qualcuno e tralasciarne altri. I diritti dei cittadini rappresentano un complesso inscindibile: per questo abbiamo più volte chiesto che venissero iscritti tutti insieme nell’accordo di recesso (proteggendoli dall’influenza di altre preoccupazioni negoziali attraverso quello che in inglese è chiamato “ring-fencing”). Il timore delle associazioni è che alcune questioni concernenti i diritti restino aperte quando inizierà il negoziato sui futuri rapporti commerciali, e siano oggetto di trattative in quell’ambito. Come rispondere a questi timori?

I diritti che corrono il rischio di restare irrisolti sono: i diritti dei figli di residenti europei nati dopo il recesso, il riconoscimento delle qualifiche professionali, le garanzie economiche e sociali, incluse quelle che vanno riconosciute ai lavoratori transfrontalieri: li aggiungerete ai punti centrali (riunificazione familiare, tutele giudiziarie, esportabilità dei benefici sociali) che la Commissione sta difendendo in questa prima fase dei negoziati?

Infine i britannici che risiedono nell’Unione a 27. Se il nostro compito è garantire che non ci saranno cambiamenti nella vita dei cittadini, come Lei ha detto e promesso più volte, mi sembra non coerente restringere i diritti dei britannici nell’Unione a 27 (tra cui molti transfrontalieri) al solo Paese dove risiedono al momento del recesso, come la Commissione si ostina a proporre e chiedere.

Insufficiente risposta della Commissione a due interrogazioni sulla Libia

È giunta la risposta della Commissione all’interrogazione scritta presentata da Elly Schlein, Barbara Spinelli e altri eurodeputati riguardante i finanziamenti alle milizie libiche per bloccare l’arrivo di rifugiati in Europa, nonché a un’interrogazione scritta presentata da Laura Ferrara e cofirmata anche da Barbara Spinelli.

Di seguito il testo della risposta:

IT
E-005531/2017
P-005567/2017

Risposta di Johannes Hahn
a nome della Commissione

(7.11.2017)

La Commissione non è nella posizione di verificare e commentare in merito alle affermazioni cui fanno riferimento gli onorevoli deputati.

Considerata la complessità e la fluidità della situazione in Libia, sono state adottate diverse misure volte a garantire la corretta attuazione e l’adeguato monitoraggio della realizzazione di tutti i programmi. A titolo di esempio, nell’ambito del monitoraggio periodico e degli obblighi di comunicazione applicabili alle organizzazioni che beneficiano del sostegno dell’UE, il programma avente una dotazione finanziaria di 46 milioni di EUR adottato per la Libia, sarà monitorato dal Ministero italiano degli interni, al primo livello di controllo, che sarà integrato da un secondo livello a cura di terzi, incaricati distintamente che effettueranno un monitoraggio indipendente in loco. Un ulteriore livello di controllo può essere costituito dalla sorveglianza rafforzata delle attività mediante un monitoraggio ad hoc. Qualora tali valutazioni periodiche dovessero far concludere che le condizioni in loco non consentono la realizzazione delle predette attività, esse fungeranno da base per una decisione di sospendere i programmi.

Barbara Spinelli: UE-Africa, i costi umani della lotta agli smuggler

Strasburgo, 25 ottobre 2017

Barbara Spinelli è intervenuta nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo nella “Discussione su tematiche di attualità – Lotta contro l’immigrazione illegale e il traffico di esseri umani nel Mediterraneo”, richiesta dal Gruppo ENF e presentata da Matteo Salvini.

L’onorevole Spinelli ha preso la parola in qualità di relatore ombra per il gruppo GUE/NGL della Direttiva sulla Blue Card e sulla Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio recante norme sull’attribuzione a cittadini di paesi terzi o apolidi della qualifica di beneficiario di protezione internazionale, su uno status uniforme per i rifugiati o per le persone aventi titolo a beneficiare della protezione sussidiaria e sul contenuto della protezione riconosciuta.

Presenti al dibattito Matti Maasikas, Vice-Ministro estone per gli Affari europei, e Valdis Dombrovskis, Vice-Presidente per l’Euro e il Dialogo Sociale, Stabilità Finanziaria, Servizi Finanziari e dell’Unione dei Mercati dei Capitali.

Di seguito l’intervento:

«Vorrei rivolgere a Commissione e Consiglio tre domande, sulla battaglia per bloccare l’arrivo di migranti forzati in Europa.

La prima riguarda la lotta prioritaria agli smuggler, concordata con Libia, Niger e Ciad. Cominciamo a conoscerne l’esito: impauriti dalle autorità nigerine, gli smuggler mollano i migranti nel deserto o li conducono su strade dove manca l’acqua. Risultato: i morti nel deserto aumentano esponenzialmente. Secondo Richard Danziger, responsabile dell’OIM in Africa centro-occidentale, sono ormai il doppio dei morti in mare: circa 30.000 tra il 2014 e oggi. Non tutti i fuggitivi arrivano al Mediterraneo.

La seconda domanda concerne le coste libiche, dove regna ormai una guerra tra bande: come distinguere lo smuggler dalle milizie e dalle guardie costiere, che l’Unione o l’Italia formano e pagano? Secondo l’Alto Commissariato Onu, gli abusi nei centri di detenzione sono “spaventosi” (“shocking”).

La terza domanda riguarda le garanzie sull’assistenza UNHCR in Libia. Secondo l’Alto commissario per i rifugiati a Tripoli, è un’assistenza “più che precaria: la Libia non ha firmato la convenzione di Ginevra. Non ha neanche un memorandum con l’UNHCR”.

Di quest’Africa trasformata in nostra prigione, di questi morti, l’Unione è responsabile. Penso che un giorno pagheremo le colpe di cui ci stiamo macchiando.

All’onorevole Matteo Salvini vorrei dire una cosa che sa: nell’UE avete oggi ben più sostegno di quel che dite di avere».

Rifugiati e terrorismo: i criteri infermieristici della Commissione Ue

Bruxelles, 11 ottobre 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Punto in agenda.

Discussione comune

  • Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA)

 Presentazione della relazione annuale sui diritti fondamentali 2016 a cura di Michael O’Flaherty, direttore dell’Agenzia per i diritti fondamentali

  • Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni – Relazione 2016 sull’applicazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea

Presentazione a cura di un rappresentante della DG JUST, Commissione europea

Ringrazio il dottor O’Flaherty per il lavoro che svolge, e senz’altro sono favorevole a un rafforzamento del mandato dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali (FRA). Avrei alcune domande su due punti specifici, concernenti la migrazione e il terrorismo:

I rifugiati: a mio avviso bisogna mettere l’accento sulla tendenza, crescente negli Stati Membri e molto forte in questo momento in Germania, a stabilire tetti per l’ammissione dei migranti, in contraddizione con il diritto dei richiedenti asilo di ricevere un esame individuale delle proprie domande. Inoltre, come si evince da rapporto FRA, il ricongiungimento familiare è sempre più ostacolato: mi chiedo in che modo si possa agire visto che le informazioni a disposizione non sono sufficienti. Un’altra domanda che riguarda i rifugiati è a proposito del lavoro svolto dalla FRA non solo negli hotspot in Grecia e Italia, ma anche in Libia e in Tunisia. Mi piacerebbe chiedere al dottor O’Flaherty cosa la FRA ha scoperto in questi paesi.

Terrorismo: L’altro punto importante riguarda le azioni nell’ambito delle politiche antiterrorismo. La mia visione in proposito è molto pessimista. Negli ultimi tempi assistiamo alla tendenza degli Stati membri di incorporare una serie di leggi di emergenza nelle leggi ordinarie. Molti diritti vengono in tal modo sospesi a tempo indeterminato. Il fenomeno è particolarmente evidente nelle politiche sulla sicurezza della presidenza Macron in Francia.

Un’ultima domanda vorrei porla alla rappresentante della Commissione: cosa significa la promessa della Commissione di intervenire ex post in difesa dei diritti dell’uomo, quando è la Commissione stessa a essere responsabile dell’implementazione di politiche che hanno prodotto violazioni del diritto o della Carta dei diritti fondamentali? Non vorrei che le Istituzioni europee divenissero gli infermieri che arrivano dopo avere esse stesse causato disastri dal punto di vista dei diritti.

Cibersicurezza: gli Stati Uniti non sono un modello

Bruxelles, 11 ottobre 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Punto in agenda:

Presentazione del pacchetto recentemente adottato sulla cibersicurezza: “Resilienza, deterrenza e difesa: verso una cibersicurezza forte per l’UE”

  • Presentazione a cura di Julian King, commissario responsabile per l’Unione della sicurezza, Commissione europea

Grazie Sir Julian King,

Avrei alcune domande su questioni che mi interessano in modo particolare per gli effetti che le misure del pacchetto cibersicurezza possono avere sulla libertà di espressione e di stampa, e che pongo in quanto relatore del rapporto di iniziativa del Parlamento europeo su Media pluralism and media freedom in the European Union.

In primo luogo, non vorrei che i pericoli per la cibersicurezza che ha evocato nella sua presentazione fossero sproporzionatamente gonfiati. Dico questo perché lei ha citato come modello da seguire gli Stati Uniti, per i 17 miliardi di dollari investiti quest’anno in tale campo. Io ho qualche dubbio sul modello americano, se penso all’ossessione sulla cibersicurezza che domina il dibattito pubblico negli Stati Uniti fin dalle ultime elezioni presidenziali, a proposito di attacchi cyber su cui non esiste al momento alcun tipo di prova.

Quindi quando si parla di resilienza e deterrenza sono d’accordo, ma secondo me è importante definire chiaramente quali siano i contenuti illegali trasmessi attraverso internet che vanno controllati o tolti, affinché la libertà di espressione non sia violata. In quest’ ambito, lei ha per esempio accennato a intenti criminali e a intenti ostili, mettendoli sullo stesso piano. Non credo che i due tipi di intenti siano paragonabili; l’ostilità non è necessariamente criminalità. Per questo bisogna essere molto chiari e circostanziati nella definizione dei contenuti illegali.

Ho anche dubbi sulla necessità di collaborazione delle piattaforme internet nel rimuovere sistematicamente i contenuti illegali: anche questa collaborazione può essere pericolosa per la libertà di espressione e la libertà di stampa. Basti pensare alla maniera in cui Google ha deciso di eliminare dai propri meccanismi di ricerca informazioni e siti considerati “estremisti”. Anche in questo caso, siamo alla presenza di un’arbitraria equiparazione: estremista non è criminale. Ritengo che la decisione di Google sia una forma di “collaborazione” delle piattaforme internet che produce effetti più che rischiosi dal punto di vista delle libertà.