Guardia costiera e di frontiera europea

Il 6 luglio 2016 il Parlamento europeo ha approvato la creazione di un sistema UE di controllo delle frontiere che riunisce in un nuovo organismo, denominato “Agenzia europea per la Guardia costiera e di frontiera”, le autorità di gestione delle frontiere nazionali e Frontex, l’agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati UE.

La proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione europea abroga il regolamento (CE) n. 2007/2004, il regolamento (CE) n. 863/2007 e la decisione 2005/267/CE del Consiglio.

Il relatore è stato il deputato lettone del PPE Artis Pabriks (A8-0200/2016).

La risoluzione legislativa è stata approvata con voto per appello nominale – richiesto dal GUE/NGL – con 483 voti a favore, 181 contrari e 48 astensioni. Il testo votato dal Parlamento europeo sarà inviato al Consiglio per approvazione. La legislazione dovrebbe entrare in vigore in autunno.

Risultati delle votazioni:

http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-%2f%2fEP%2f%2fNONSGML%2bPV%2b20160706%2bRES-VOT%2bDOC%2bPDF%2bV0%2f%2fIT&language=IT

Ritengo che quella che viene presentata come “nuova” agenzia europea costituisca una riorganizzazione e un potenziamento di Frontex, che ne amplifica i difetti e ne estende le competenze senza alcuna garanzia di controllo democratico. L’agenzia di Guardia costiera e di frontiera avrà il potere di controllare e di chiudere le frontiere esterne europee, agendo con propri funzionari di collegamento entro l’Unione anche contro la volontà degli Stati membri, e nei Paesi Terzi, diventando di fatto un protagonista con poteri di decisione nella politica estera dell’UE.

Per questo motivo, lo scorso maggio ho co-firmato emendamenti che rifiutavano la proposta. Al contempo ho presentato cento emendamenti correttivi, nel tentativo di limitare poteri e competenze della Guardia costiera e di frontiera. In particolare, ho presentato emendamenti contrari all’attribuzione all’Agenzia del potere di intervenire senza il consenso dello Stato membro coinvolto, di ricoprire un ruolo attivo nella cooperazione con i Paesi terzi e di decidere sulle politiche di rimpatrio.

Ho proposto di rafforzare i paragrafi che riguardano la responsabilità civile dell’Agenzia per i danni causati nel corso delle operazioni e chiesto il rafforzamento delle disposizioni relative alla creazione di un meccanismo di denuncia indipendente, efficace e accessibile per ogni persona che abbia subito una violazione dei diritti da parte dell’Agenzia.

Ho infine chiesto il rafforzamento del ruolo del responsabile Frontex per i diritti fondamentali e del forum consultivo cui partecipano varie ONG, e avanzato la proposta che un ruolo speciale sia affidato al Mediatore Europeo, ufficio che indaga sui diversi casi di cattiva amministrazione nell’ambito UE.

Malgrado la soddisfazione di aver visto accolti numerosi emendamenti da me presentati, integrati nel compromesso raggiunto durante i “triloghi” fra Parlamento, Commissione e Consiglio, ho continuato a giudicare la proposta estremamente problematica, tanto da decidere di votare contro.

Miei emendamenti ed esiti del negoziato

 Allegati, i principali emendamenti che ho presentato e che sono stati approvati durante il voto che si è tenuto il 27 maggio 2016 in Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE).

In neretto gli emendamenti successivamente integrati nel compromesso raggiunto fra Parlamento, Commissione e Consiglio, e dunque entrati a far parte del regolamento finale, direttamente applicabile negli Stati membri:

Minority report Guarda costiera e di frontiera europea

 

Interrogazione sui “Paesi d’origine sicuri”

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-000144/2016
alla Commissione
Articolo 130 del regolamento

Barbara Spinelli (GUE/NGL), Soraya Post (S&D), Ana Gomes (S&D) e Martina Anderson (GUE/NGL)

Oggetto: Compatibilità della proposta della Commissione su un elenco comune di “paesi di origine sicuri” dei richiedenti asilo con il diritto dell’Unione e la Carta dei diritti fondamentali

I paesi presenti nella proposta di regolamento della Commissione che istituisce un elenco comune di “paesi di origine sicuri” dei richiedenti asilo sono inseriti negli elenchi nazionali di soli dieci Stati membri, ad eccezione della Turchia che non si trova su alcun elenco nazionale. Varie ONG e diversi esperti hanno espresso gravi preoccupazioni circa la garanzia del diritto di non respingimento, il divieto di espulsioni collettive e il diritto alla non discriminazione e a un ricorso effettivo (articoli 18, 19, 21 e 47 della Carta dei diritti fondamentali), contenuti nella proposta. Nella relazione la Commissione osserva che in tutti gli stati interessati si sono verificate persecuzioni di persone LGBTI, mentre in alcuni stati si sono verificate persecuzioni di rom, donne o bambini. Secondo la Corte di giustizia dell’Unione europea (C-383/13), è giurisprudenza consolidata che il diritto di essere sentiti e il diritto di accedere al proprio fascicolo siano diritti fondamentali che costituiscono parte integrante dell’ordinamento giuridico dell’Unione europea e della Carta dei diritti fondamentali.

Alla luce di quanto precede, può la Commissione far sapere in che modo ritiene che la sua proposta garantisca che ogni domanda dei richiedenti asilo sia esaminata e che le decisioni siano prese in modo individuale, obiettivo ed imparziale (articolo 10, lettera a), direttiva 2013/32/UE) e nel rispetto dei summenzionati diritti sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali?


IT

E-000144/2016

Risposta di Dimitris Avramopoulos

a nome della Commissione

(18.7.2016)

L’applicazione del concetto di paese di origine sicuro non influisce sull’obbligo degli Stati membri di esaminare le domande e prendere una decisione al riguardo in modo individuale, obiettivo ed imparziale. Nella relazione che introduce la proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce un elenco comune dell’UE di paesi di origine sicuri ai fini della direttiva 2013/32/UE del Parlamento europeo e del Consiglio recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca della protezione internazionale, e che modifica la direttiva 2013/32/UE [1], la Commissione ha affermato espressamente l’opportunità che gli Stati membri prestino particolare attenzione alle circostanze regnanti in loco nel determinare se un dato paese terzo incluso nell’elenco comune dell’UE di paesi di origine sicuri debba essere considerato un paese di origine sicuro per un determinato richiedente, nonché nell’esaminare una domanda avvalendosi delle agevolazioni procedurali di cui alla direttiva 2013/32/UE per quanto riguarda i richiedenti provenienti da un paese di origine sicuro.

[1]  COM(2015) 452 final.

Il cigno nero che Verhofstadt ignora

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “Possibile evoluzione e adeguamento dell’attuale struttura istituzionale dell’Unione europea” (Relatore Guy Verhofstadt – ALDE, Belgio) nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO). Bruxelles, 12 luglio 2016

Punti in agenda:

  • Esame del progetto di relazione
  • Annuncio del calendario

Vorrei innanzitutto ringraziare il collega Verhofstadt per il lavoro che ha fatto. Come affermava pochi istanti fa la collega Maite Pagazaurtundúa Ruiz (Alde – Spagna), tutti noi stiamo cercando di apprendere dagli errori, e questa Relazione certamente rappresenta uno di questi tentativi. Siccome però siamo di fronte a un tentativo tra molti altri, vorrei qui esprimere alcuni pareri che non necessariamente coincidono con quelli del relatore.

Ci sono due obiezioni in particolare su cui vorrei insistere. Una è purtroppo di carattere procedurale, l’altra riguarda la sostanza.

Trovo la questione procedurale specialmente importante, come accennato anche dal collega Ujazdowski (ECR – Polonia). Abbiamo ricevuto solo ieri la Relazione, e già entro il primo settembre dovranno essere pronti gli emendamenti. Non mi è mai accaduto di vedere il parere dei vari gruppi politici, e dunque del Parlamento nel suo insieme, scavalcato e quasi annullato in questa maniera. Non sono previste riunioni tra relatori ombra – a breve vi sarà l’interruzione dei lavori parlamentari per il periodo estivo – né ulteriori incontri in commissione AFCO. In altre parole non è previsto quello che in democrazia è essenziale, cioè la dialettica. Ognuno di noi qui rappresenta i cittadini del proprio Stato e dell’intera Unione e, di fatto, ho l’impressione che i cittadini siano estromessi dall’elaborazione di una delle più importanti Relazioni della legislatura corrente: la Relazione con cui si decide addirittura la necessaria revisione dei Trattati. Chiedo dunque in nome del mio gruppo – e spero che altri colleghi saranno d’accordo – che la scadenza degli emendamenti sia posticipata di almeno due mesi, tenendo conto che, dopo la pausa estiva, il Parlamento avrà inoltre una lunga “settimana verde”.

Entro ora nel merito del documento. Un tema che è assente in maniera preoccupante è la questione della crisi democratica e sociale dell’Unione. Crisi che già sottendeva le discussioni sul Grexit e che è letteralmente esplosa con il Brexit. Il legame fra le due esperienze è volutamente schivato.

Sicuramente il collega Guy Verhofstadt conoscerà la teoria del cigno nero di Nassim Taleb. Il cigno nero rappresenta ciò che non è previsto, che scardina in maniera radicale e definitiva tutte le nostre certezze. Nel caso citato da Taleb, in questione è la certezza che tutti i cigni siano bianchi, fino al momento in cui appare il cigno nero e ci fa perdere il terreno sotto i piedi. Nel caso dell’Unione, sono in gioco le convinzioni dottrinali che pervadono le politiche di austerità imposte ai Paesi indebitati dell’eurozona. L’Unione e i suoi Stati avevano certezze granitiche, sui modi di superare la crisi economica, ma si è poi visto come esse non abbiano dato risultati, e abbiano anzi peggiorato enormemente le condizioni economiche e sociali dei Paesi in difficoltà. Tuttavia, le stesse certezze vengono riproposte tali e quali sia nella Relazione Verhofstadt sia nella Relazione Bresso-Brok, che della prima costituisce il necessario corollario e che si concentra su ciò che si può fare a trattati costanti. Il cigno nero è fra noi, ma continua a essere ignorato.

C’è poi la questione democratica. Per democrazia intendo il rispetto, la promozione e l’estensione dei diritti dei cittadini. Proprio quest’espressione – diritti dei cittadini – è del tutto assente nella Relazione Verhofstadt. A questo si aggiunga il tema del suffragio universale. Come tenerne conto, come rendere compatibili i suoi verdetti con politiche europee che sempre meno fedelmente rispecchiano le volontà dei cittadini risultanti dal voto, sia esso espresso in un’elezione politica che in un referendum? La domanda non è nemmeno posta, né scompone i Relatori. Non si parla nemmeno di migliorare l’Iniziativa dei cittadini europei, che pure è stata oggetto di una specifica risoluzione del collega Schöpflin (PPE- Ungheria), adottata da questo Parlamento.

Avrei gradito inoltre che ci fosse qualche richiamo a un new deal economico di stile rooseveltiano, ma anche questo manca. E perché tutto ciò è assente? Perché la proposta di Relazione Verhofstadt si concentra sulla “tecnica” della cosiddetta governance, e giustamente afferma che la tecnica non funziona, che il metodo istituzionale aumenta il sospetto d’illegittimità che grava sulle decisioni UE. Non sono in disaccordo su questo punto, ed è vero che tanti accordi sono ormai presi fuori dai Trattati – dal Fiscal Compact all’accordo con la Turchia concernente i rifugiati – eludendo così ogni controllo da parte dei Parlamenti, sia in Europa sia negli Stati membri. Siamo però arrivati a un punto di svolta nell’Unione, a un autentico tipping point. La retorica sul metodo istituzionale – intergovernativo o comunitario o “unionale” che sia – non è più sufficiente. Sono innanzitutto le politiche che devono cambiare, più che i modi di farle. Per fare un esempio, il Fiscal Compact sicuramente non migliora o diviene più giusto o tale da produrre buoni risultati, se lo integriamo sic et simpliciter nel Trattato e lo consideriamo materia del metodo comunitario invece che intergovernativo. Si tratterà sempre di una politica dell’austerità che non ha funzionato, e che tra l’altro comincia a essere fondamentalmente criticata perfino dal Fondo Monetario Internazionale.

Ritengo, perciò, che avviare una procedura di riforma dei Trattati prima che il progetto europeo abbia riconquistato – con la propria policy, non con le alchimie della politics – il consenso necessario, significherebbe esporre il progetto europeo a nuove bocciature da parte dei cittadini attraverso ulteriori referendum nazionali o in un eventuale referendum comune. Tutto questo bloccherebbe il progetto europeo per i prossimi vent’anni, come minimo. Per questo motivo ritengo che l’Unione europea dovrebbe utilizzare i due o tre anni necessari a concludere i nuovi rapporti con il Regno Unito per adottare un pacchetto di misure in grado di riconquistare il sostegno popolare, e per prendere definitivamente congedo dalle dottrine neo-liberiste.

In questo quadro, penso che la Relazione debba includere un serio social pillar, tale da dare ai cittadini il senso che qualcosa stia veramente cambiando dal punto di vista della giustizia e dell’uguaglianza sociale. Intendo un social pillar legislativo, e non la solita “soft law” che afferma un valore o un principio senza dar loro la benché minima consistenza.

In entrambe le relazioni – la Relazione sulla trasformazione dei Trattati e quella Bresso-Brok, sul cui legame si insiste nella bozza del collega Verhofstadt – si parla poi di “gestione” del fenomeno migratorio. Lo si fa tuttavia in una mera prospettiva di “management delle frontiere”. A me sembra che questo sia un punto di vista miope, che non guarda lontano. Cosa faremo infatti e come costruiremo l’Europa con i migranti e rifugiati che necessariamente si troveranno a vivere da noi? che tipo di società abbiamo in mente di realizzare insieme a loro? Anche questo dovrebbe far parte della revisione dei Trattati.

Infine un accenno a quella che probabilmente è la più grande conquista di questa “nostra Europa”, ossia la Carta dei diritti fondamentali. Una possibile revisione dei Trattati potrebbe essere l’occasione per rimettere al centro della scena la persona, per riaffermare pienamente la centralità del diritto e dei diritti e conferire a tale strumento uno status di effettivo Bill of Rights europeo. Penso che rappresenterebbe un passo per riconquistare la fiducia smarrita dei cittadini.

Vorrei fare un’ultima osservazione a proposito dell’Eurobarometro. Questo strumento è stato fortemente criticato negli ultimi anni. Si tratta di obiezioni provenienti da istituti non sospettabili di parzialità, come l’istituto Notre Europe di Jacques Delors. Mi riferisco all’ottimo testo scritto su questa questione, per l’Istituto, da Salvatore Signorelli nel 2012. Il sospetto che pesa su Eurobarometro è di essere prigioniero di un insormontabile conflitto di interessi, rappresentato dalla pressione che su di esso è esercitata dal committente che è la Commissione.

In sostanza, si tratta di un istituto di sondaggio congegnato in maniera tale da certificare che i cigni sono tutti bianchi, e che mai ne vedremo uno nero. Consiglio perciò di non menzionare l’Eurobarometro in questa relazione.

Far rispettare lo stato di diritto e i diritti sociali

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “Istituzione di un meccanismo UE in materia di democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali” (Relatore: Sophie in ‘t Veld – ALDE) nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE). Bruxelles, 12 luglio 2016

Punto in agenda:

  • Esame del progetto di relazione
  • Fissazione del termine per la presentazione di emendamenti

Ringrazio nuovamente la Relatrice per il lavoro fatto in tutti questi mesi e anche per quello che si appresta a compiere con gli emendamenti di compromesso, nel tentativo di integrare i suggerimenti provenienti dai vari gruppi. La capacità di ascolto di Sophie in’t Veld è stata veramente grande, anche negli incontri, numerosi, che ha saputo organizzare con vari rapresentanti della società civile. È il motivo per cui guardo con fiducia al futuro lavoro sui compromessi. Avremo sicuramente modo di discutere tale lavoro in futuri incontri e scambi tra relatori ombra.

Per l’occasione, vorrei indicare fin da ora quattro priorità che sono alla base degli emendamenti che ho presentato in nome del mio gruppo.

  1. Auspico in primo luogo che gli emendamenti di compromesso non conducano a uno svuotamento dell’idea di fondo di tale strumento, inteso come tentativo concreto di dare centralità ai diritti fondamentali, e di avere al contempo un meccanismo efficace di valutazione del loro rispetto. Efficace e politicamente del tutto imparziale, come sicuramente è nell’intenzione della Relatrice. L’imparzialità dovrebbe, secondo me, impedire la frammentazione e l’atteggiamento selettivo paventato dal collega polacco che mi ha preceduto nella discussione. In fin dei conti la creazione di un tale strumento punta a dare concretezza agli obblighi derivanti dai Trattati e dalla Carta dei diritti fondamentali, e parte dall’idea che l’attuale articolo 7 – non a caso battezzato “opzione nucleare” – non sia in grado di avere la credibilità necessaria per condurre a tale concretezza e garantire l’effettiva imparzialità. Ribadisco quel che ho già detto in altre discussioni: sono pienamente d’accordo con la relatrice sulla necessità di abolire l’articolo 51 della Carta dei diritti fondamentali (che limita il suo campo di applicazione al diritto comunitario), perché solo in tal modo la Carta può diventare un vero e proprio Bill of Rights dell’Unione intera.
  2. L’estensione del meccanismo in esame alle Istituzioni e agli organi dell’Unione. La promozione e protezione dei diritti fondamentali rappresenta un vincolo essenziale che trova la propria ragion d’essere non solo nei Trattati e nella Carta, ma in molteplici strumenti internazionali. Si tratta di un obbligo di carattere orizzontale che prescinde, in un certo senso, dal destinatario. Non può quindi prevedere destinatari di serie A, intoccabili, e destinatari di serie B, che sono invece più esposti alle critiche. Il pieno rispetto di tale carattere non può che condurre alla nascita di uno strumento che contempli sia gli Stati Membri, sia gli altri soggetti che operano nell’ambito dell’Unione. Visto che quel che conta è riconquistare la fiducia nel progetto europeo, ritengo che l’Unione, nell’invocare il rispetto del diritto, debba essa stessa e in primis dimostrare la propria ottemperanza, altrimenti ci troveremmo di fronte a parole al vento e a un crescente distacco del cittadino da quella che ritiene essere una lontana burocrazia europea.
  3. La partecipazione e il coinvolgimento dei cittadini e della società civile. Come dicevo, sono convinta che la collega in ‘t Veld tenga a questo concetto e negli emendamenti che ho presentato chiedo quindi espressamente che i cittadini abbiano reale voce in capitolo nella creazione del nuovo meccanismo. Che la società civile attraverso i suoi intermediari sia considerata parte integrante della funzione di promozione e protezione dei diritti fondamentali. Mi auguro anche che vengano prese in considerazione le nostre proposte relative al rafforzamento degli strumenti già esistenti di partecipazione – mi riferisco, in particolare, all’Iniziativa dei cittadini europei (ICE) – ma anche a nuovi strumenti cui i cittadini possano ricorrere a tutela dei propri diritti, come i ricorsi alla Corte di giustizia, le azioni dei consumatori, ecc.
    Il Brexit in primis, il precedente dibattito sul Grexit, ma anche il referendum olandese e le elezioni austriache, stanno dimostrando il profondo distacco che sta creandosi tra istituzioni dell’Unione e cittadini. Si tratta quindi di ricucire la fiducia tradita e muovere i primi passi per ridare una legittimità all’unificazione europea.
  4. I diritti sociali. Chiediamo che essi divengano effettivo parametro di valutazione delle prestazioni, al pari dei diritti civili. Che si proceda finalmente a una loro equiparazione. La crisi economica e finanziaria, unita alle misure adottate per fronteggiarla, ha resuscitato in Europa una vera e propria questione sociale e accresciuto la distanza dei popoli dall’Unione. Il riemergere di tale questione non può prescindere da una piena considerazione e affermazione dei diritti anche in campo sociale.

La riforma della Blue Card

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “Condizioni di ingresso e soggiorno di cittadini di paesi terzi ai fini di attività lavorative altamente qualificate” (Relatore: Claude Moraes – S&D, Gran Bretagna) nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE). Bruxelles, 12 luglio 2016.

Punto in agenda:

  • Esposizione della Commissione

Vorrei ringraziare il rappresentante della Commissione per l’esposizione del progetto di modifica della direttiva blue card. Ci sono vari cambiamenti proposti che ritengo senz’altro interessanti. La direttiva, come diceva in apertura Claude Moraes, sembra contemplare procedure più inclusive e flessibili. Penso, in particolare, alle semplificazioni per quanto riguarda l’accesso al permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo, alla possibilità, per chi già beneficia di protezione internazionale, di ottenere la Blue Card, e soprattutto alle facilitazioni riguardanti il ricongiungimento familiare. Ho letto tuttavia nell’explanatory memorandum della direttiva che la Commissione aveva inizialmente preso in esame la possibilità di rendere la Blue Card accessibile anche a migranti non altamente qualificati e ai richiedenti asilo. Ritengo che sarebbe stato estremamente positivo includere queste categorie nell’ambito di applicazione della direttiva. Cosa che non è stata fatta.

Ritengo inoltre che dovrebbe essere presa in considerazione l’idea di estendere, al contesto europeo, la normativa adottata in Svezia secondo cui le persone cui non è stata concessa protezione internazionale, ma che hanno ricevuto un’offerta di lavoro mentre la loro richiesta veniva esaminata, devono poter beneficiare di un permesso di soggiorno per cittadini di Paesi terzi.

Qualche settimana fa, in questa sede, è stato presentato un interessante studio della Direzione Generale delle politiche interne del Parlamento in cui si spiega come vi sia una forte carenza di manodopera in Europa, soprattutto nei settori che necessitano di lavoratori non altamente qualificati. Le cifre fornite a conferma di tale ipotesi sono davvero impressionanti. Questo d’altronde si collega strettamente alla crisi demografica dell’Unione. Ci sono mestieri – è riportato nello studio – che i vecchi in Europa non riescono più a fare e, allo stesso tempo, non ci sono abbastanza giovani per sostituirli.

Alla luce di ciò, chiedo alla Commissione come mai abbiate infine scelto di escludere i richiedenti asilo e i lavoratori non altamente qualificati dal campo di applicazione della direttiva.

I pericoli di una difesa dipendente dalla NATO

di martedì, luglio 12, 2016 0 , , , , Permalink

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO). Bruxelles, 11 luglio 2016.

Punto in agenda:

Unione europea della difesa (Relatore per parere David McAllister – PPE, Germania)

  • Esame del progetto di parere
  • Fissazione del termine per la presentazione di emendamenti

Ringrazio il relatore per la presentazione di questo Parere. Avrei giusto due domande da porre.

La prima riguarda la cooperazione con la NATO. Mi domando se, specie nei rapporti con la Russia, non sia necessario stabilire una certa autonomia europea dalla NATO e dagli Stati Uniti, e dalle politiche di forte riarmo da essi promosse lungo il confine orientale dell’Unione. Sono cosciente del fatto che si tratta di un’opinione non condivisa dalla maggioranza degli europarlamentari, ma sicuramente è un’esigenza sentita da un certo numero di Stati Membri.

La seconda domanda concerne, più in generale, le prospettive della difesa comune. Si parla della possibilità di una “cooperazione rafforzata” tra gli Stati che la vogliono, ma ritengo difficile immaginare una difesa comune – anche in termini di cooperazione rafforzata – che non contempli la Francia, destinata a rimanere ormai l’unica potenza nucleare dell’Unione europea nel caso la Brexit andasse in porto. Il Presidente Hollande, nel corso del vertice NATO di Varsavia dei giorni scorsi, ha dichiarato in modo chiarissimo che il governo francese resta nettamente contrario a una difesa comune europea e favorevole, invece, alla preservazione di politiche nazionali, nel campo della difesa, molto ben definite. Chiedo se tali dichiarazioni troveranno un riscontro nel Parere in esame.

Helmut Schmidt e le “grandi visioni”

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO). Bruxelles, 11 luglio 2016.

Barbara Spinelli, in qualità di vice-presidente della Commissione AFCO, ha presieduto la riunione in sostituzione della Presidente Danuta Maria Hübner (PPE- Polonia).

Punto in agenda:

  • Scambio di opinioni con l’ambasciatore Pieter de Gooijer, rappresentante permanente dei Paesi Bassi presso l’UE, sui risultati della Presidenza di turno olandese

Prenderei la parola in nome del mio gruppo, ringraziando l’ambasciatore e la Presidenza olandese per il lavoro fatto negli scorsi sei mesi, ma allo stesso tempo per dire che non condivido del tutto l’ottimismo che ha espresso, né alcune sue opinioni di carattere generale. Penso che la crisi dell’Unione europea sia così grave, e la sfiducia dei cittadini così vasta, che una “grande visione” sia profondamente necessaria, e non superflua come Lei ha lasciato intendere. E le dirò di più: condivido la frase di Helmut Schmidt che Lei ha citato poc’anzi – “Chi ha grandi visioni dovrebbe andare dal dottore”, anche se la frase fu poi in qualche modo smentita dall’ex Cancelliere. Ma la condivido nella sua interezza: credo, infatti, che non solo dobbiamo avere “grandi visioni” ma che dobbiamo pure andare dal dottore, tanto siamo messi male. Una bella terapia democratica ci starebbe veramente molto bene.

Come dicevo, Helmut Schmidt è poi tornato su quest’affermazione, mille volte citata, spiegandola in questi termini: “Ho dato una risposta sfacciata a una domanda stupida”. Probabilmente conviene non usare più questa frase, così spregiativa verso le grandi visioni di cui abbiamo molto bisogno.

Quanto all’ottimismo, non concordo pienamente con Lei quando afferma che l’Unione rappresenta una zona della rule of law e del welfare state. Non sempre la rule of law è completamente rispettata. Non sempre né in tutti i Paesi il welfare sociale continua a essere garantito. Basti qui citare l’Iniziativa dei cittadini europei: l’ICE, che questo Parlamento ha chiesto di riformare in una risoluzione di cui György Schöpflin (PPE, Ungheria) è stato relatore, resta quella che è, uno strumento del tutto inefficace, perché la Commissione ha ritenuto superflua e prematura ogni sua riforma.

C’è quindi necessità di visioni e anche di risultati concreti: le due esigenze non vanno contrapposte.

Già nei primi anni del 2000, il governo olandese insistette sul fatto che non ci volevano visioni ma risultati concreti. Da allora sono passati molti anni, e questi risultati concreti non sono pervenuti. Proviamo quindi a inventarci un nuovo linguaggio per la crisi presente.

Parere sul bilancio previsionale 2017

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL del parere “Bilancio generale dell’Unione europea per l’esercizio 2017 – Tutte le sezioni” (Relatore per parere: Monica Macovei – ECR), nel corso della riunione straordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE). Strasburgo, 7 luglio 2016.

Punto in agenda:

  • Esame del progetto di parere

Ringrazio la relatrice per la bozza di parere e per la presentazione. Penso, per parte mia, che possa essere in più punti migliorata.

Facendo tesoro del lavoro svolto dai colleghi LIBE negli scorsi anni, ho lavorato su emendamenti che abbiano come obiettivo quello di mettere in risalto alcuni punti precisi:

– la separazione, in tutti i futuri progetti di bilancio, delle spese per il rafforzamento di strategie di rimpatrio dalle spese per la migrazione legale, e la promozione – per me essenziale – di un’effettiva integrazione nel mondo del lavoro;

– la creazione di un fondo Europeo per le operazioni di ricerca e salvataggio, al fine di potenziare e sostenere il search and rescue nei vari Stati membri, specie in quelli più esposti ai flussi migratori;

– lo stanziamento di fondi specifici destinati a iniziative di contrasto della crescita dell’antisemitismo, dell’islamofobia, dell’afrofobia e dell’antiziganismo negli Stati membri.

Evidenzierò inoltre come i fondi per lo sviluppo e gli aiuti umanitari a Stati Terzi non debbano essere condizionati alla capacità o volontà dei Paesi partner di collaborare al controllo della migrazione, ad esempio attraverso accordi di riammissione di migranti e rifugiati.

Allo stesso modo, ritengo che i progetti che potrebbero violare i diritti fondamentali dei migranti in Europa, o legittimare regimi dittatoriali, non dovrebbero essere sostenuti.

Evidenzierò anche la necessità, a livello nazionale ed europeo, di garantire meccanismi per la trasparenza, il controllo e la responsabilità dell’uso dei fondi. E’ a mio parere necessario introdurre meccanismi di monitoraggio e valutazione in itinere e non solo ex post, che possano valutare obbiettivamente se l’Unione europea stia raggiungendo i suoi obiettivi. Infine, dovrebbero essere definiti indicatori qualitativi e quantitativi, per misurare l’efficacia dei fondi UE e il raggiungimento dei loro obiettivi. Le relazioni e i documenti relativi a tali fondi dovrebbero essere resi pubblici.

Le devastazioni del Brexit

Strasburgo, 5 luglio 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo. 

Punto in agenda: Discussione Prioritaria – Conclusioni del Consiglio europeo del 28 e 29 giungo 2016

Dichiarazioni del Consiglio europeo e della Commissione.

Presenti al dibattito:

Donald Tusk – Presidente del Consiglio Europeo

Jean-Claude Juncker – Presidente della Commissione Europea

 

Il Brexit potrebbe essere più devastante per noi che per il Regno Unito. C’è xenofobia nel voto inglese, ma c’è dell’altro: e se fingiamo di ignorarlo, la xenofobia si impadronirà dell’Europa. La nemesi del Brexit non cade dal cielo: prima venne il disprezzo con cui l’Unione seppellì il referendum greco anti-austerità. Avevamo un anno per riconoscere che era una vittoria di Pirro. Un anno sprecato. Ora che ci inventeremo? Delegare più sovranità? I Paesi restanti non l’accetteranno. Colpevolizzare il suffragio universale? Ci punirà ancora di più. La guerra di classe non è finita. Le vecchie classi impoverite, e le nuove che abbiamo privato di un nome, ci dicono, come il Commendatore nel Don Giovanni: “Ah, tempo più non v’è”. Delegare poteri crescenti a un’oligarchia sempre più sorda al suffragio universale non serve. Solo cambiare radicalmente le politiche, e democratizzarle, può servire a qualcosa.