Radicalizzazioni nate in casa

Bruxelles, 22 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli (GUE/NGL) nel corso della sessione Plenaria di Bruxelles.

Punto in agenda: Prevenire la radicalizzazione che conduce all’estremismo violento e al terrorismo

  • Presenti in aula Tibor Navracsics, Commissario europeo per l’istruzione, la cultura, il multilinguismo e la gioventù, e Bert Koenders, ministro degli esteri dei Paesi Bassi, in rappresentanza del Consiglio.

In Francia come in Nord America, siamo di fronte a una mutazione del terrorismo, dunque anche della radicalizzazione. Spesso l’Isis ci mette il cappello, ma gli atti che subiamo nascono in casa: sono nostri concittadini a deciderli, soli. La scelta dell’assassino di Jo Cox di difendere le proprie idee col coltello è stoffa delle nostre città, della nostra cultura. La partecipazione politica è giudicata strumento morto, freddo. Il male violento si banalizza. «Avevo bisogno di riconoscimento», ha detto l’assassino di poliziotti a Magnanville.

Dobbiamo cercare di capire come è avvenuto questo passaggio, senza concentrarci ossessivamente su singoli fattori scatenanti: internet, le prigioni, le scuole. Ancora più deleterio è rispondere con democrazie sempre più sorvegliate, con l’islamofobia, con le guerre ad atti violenti che non sono bellici, ma legati a sradicamenti difficilmente decifrabili.

L’omicidio di Jo Cox ricorda l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando nel giugno 1914. Lo sparo contro un impero multietnico non cade dal cielo: è il risultato di decenni di diserzione politica delle élite. Se al terrorismo si risponde con la politica della paura, avendo paura dei conflitti o di internet o dello straniero, sarà il terrorismo a vincere.

Hotspot in Italia – galleggianti e non

di sabato, giugno 18, 2016 0 , , , , Permalink

Bruxelles, 16 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE).

Punto in agenda: Attuazione dell’approccio basato sui “punti di crisi” in Italia

  • Presentazione a cura di Olivier Onidi, vicedirettore generale per la migrazione e l’Asilo, DG HOME, Commissione europea

Nel corso della discussione è intervenuta anche Sophie Magennis, capo dell’unità di supporto politico e giuridico dell’ufficio UNHCR per l’Europea, Bruxelles

Ringrazio il dottor Onidi per la sua presentazione. Le domande che vorrei fare sono due:

Per prima cosa vorrei chiedere, sia a lui sia al rappresentante dell’UNHCR, se non esista il rischio che gli hotspot diventino in qualche modo centri di detenzione. Una denuncia molto chiara in questo senso è venuta dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR), concernente la Grecia e gli accordi tra Unione europea e Turchia. Un rischio simile esiste anche Italia.

Il secondo punto su cui mi piacerebbe avere una risposta riguarda gli hotspot galleggianti in mare. Sono contenta delle indicazioni che vengono dalla Commissione, circa la forte limitazione dei compiti che avranno gli eventuali hotspot galleggianti, ma mi domando se anche i compiti che lei ha indicato, per esempio la pre-identificazione di migranti e rifugiati, non siano eccessivi e non vadano nella direzione, esclusiva, di accelerare i rimpatri.

Vorrei ricordare che esistono due sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro l’Italia, per l’uso che può essere fatto delle navi su cui vengono trattenuti i migranti (sentenza Hirsi Jamaa, 23 febbraio 2012, sentenza Khlaifia, 1 settembre 2015), e ricordare che solo sulla terraferma i migranti possono essere assistiti nelle loro lingue e fruire del diritto alla difesa. Tutte queste mansioni, anche se si tratta solo di pre-identificazione, sono difficili se non impossibili negli hotspot galleggianti.

Si veda anche:

Comunicato ASGI (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) del 19 maggio 2016: È illegittimo qualsiasi hotspot per identificare i migranti in mare

Versione inglese su Statewatch del 9 giugno 2016: Any hotspot to identify migrants at sea is illegal

Integrazione dei migranti e mercato del lavoro

Bruxelles, 15 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE).

Punto in agenda: Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni “Piano d’azione sull’integrazione di cittadini di paesi terzi”

  • Esposizione della Commissione

Vorrei chiedere alla Commissione quale sia il suo pensiero a proposito del rapporto sempre più complicato fra esigenze di integrazione di migranti e rifugiati, difesa del welfare, e leggi che nei vari Paesi dell’Unione regolamentano il mercato del lavoro. Chiedo questo perché molte delle paure che emergono negli Stati membri, e soprattutto nelle classi popolari, nascono dal timore di perdere diritti legati al Welfare state e di subire una sorta di competizione al ribasso tra forze lavoro, collegata all’aumento del fenomeno migratorio. Sono paure che possiamo non condividere, ma che riflettono una realtà con cui urge fare i conti.

Rivolgo questa domanda alla Commissione poiché ritengo che la regolamentazione del mercato del lavoro, e dunque le leggi sul lavoro, non siano più, di fatto, esclusiva competenza degli Stati Membri. Le riforme del mercato del lavoro, e la crescente precarizzazione che esse producono, sono richieste che provengono direttamente dalle istituzioni europee: sia nel corso del cosiddetto “semestre europeo”, sia attraverso le lettere inviate dalla Banca Centrale Europea agli Stati in difficoltà, come è avvenuto in Italia e in altri Paesi dell’Unione negli anni scorsi. Quello che nello specifico viene costantemente chiesto, in tali occasioni, sono appunto riforme del mercato del lavoro che generalmente vanno nella direzione di una precarizzazione crescente. Per questo mi rivolgo alla Commissione, sperando che la risposta non sia: “Queste scelte sono nelle mani degli Stati membri”. Perché non lo sono più.

L’Unione è ancora un luogo sicuro per i richiedenti asilo vulnerabili?

COMUNICATO STAMPA

Bruxelles, 15 giugno 2016

Barbara Spinelli ha depositato una ”interrogazione prioritaria” alla Commissione sull’attuazione da parte della Norvegia delle Direttive 2013/33/UE e 2013/32/UE che riguardano la valutazione delle richieste di asilo da parte di richiedenti vulnerabili.

«Il 9 giugno 2016 è stato portato nuovamente davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo un caso riguardante una vittima di violenza di genere», scrive la deputata del GUE/NGL. «La ricorrente è stata torturata e sottoposta a gravi violenze domestiche e di genere perché amava un uomo diverso da quello scelto dalla sua famiglia. La donna è fuggita dall’Iraq e ha raggiunto la Norvegia, dove la sua richiesta di asilo è stata respinta con una procedura che non ha tenuto in alcun conto la condizione di vulnerabilità, lo status e la necessità di esame. Poiché, ai sensi delle Direttive 2013/33/UE e 2013/32/UE, la Norvegia fa parte del Sistema Europeo Comune di Asilo (CEAS), ed essendo la richiedente stata sottoposta a gravi forme di violenza, la Norvegia aveva l’obbligo di valutare singolarmente le particolari necessità di accoglienza e di tenerne conto nell’intero corso della procedura, nonché di fornire alla richiedente un adeguato trattamento psicologico e un’interprete dello stesso sesso».
«È attualmente all’esame degli avvocati difensori», sottolinea Barbara Spinelli, «l’ipotesi di presentare richiesta d’asilo in Paesi extra-UE, perché l’Unione non sarebbe un luogo sicuro per la richiedente, alla luce delle politiche migratorie in corso di adozione».

«Quali passi», chiede la deputata europea, «intende adottare la Commissione per garantire che le richieste di asilo da parte dei richiedenti vulnerabili siano trattate in conformità alle Direttive 2013/33/UE e 2013/32/UE?»

E-democracy contro comando dall’alto nell’Unione

Bruxelles, 15 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di relatore ombra per il Gruppo GUE/NGL della Relazione “e-democrazia nell’Unione europea: potenziale e sfide” (Relatore Ramón Jáuregui Atondo – S&D Spagna) nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO). 

(Il dibattito in Commissione è avvenuto mercoledì mattina, prima dell’uccisione della deputata inglese Helen Jo Cox)

Punto in agenda: Esame del documento di lavoro aggiornato

Ringrazio il collega Atondo per l’eccellente lavoro che ha svolto sulla e-Democracy e sulle opportunità offerte, più generalmente, alla democrazia diretta. Lo ringrazio anche per aver incluso molti punti che avevamo presentato nella riunione dell’aprile scorso. Sinceramente mi dispiace che sia stato ridimensionato il preambolo, laddove richiamava con maggiore precisione le cause della disaffezione dei popoli e che personalmente non consideravo ideologico ma, come già dicevo nella nostra ultima discussione, una fotografia molto veritiera della realtà. La mia opinione è diversa, in proposito, da quella dell’onorevole Preda (PPE).

Proprio su questo punto inviterei il Relatore a essere ancora più esplicito e più allarmato. Siamo alla vigilia del referendum del Regno Unito sull’Unione europea e la maggior parte dei sondaggi ci segnala, da giorni, la possibile vittoria del Brexit. Penso che dobbiamo incorporare nella nostra relazione questa estrema espressione di una disaffezione cittadina che non tocca solo la Gran Bretagna e che tenderà a estendersi, con o senza Brexit, a numerosi Paesi membri. E’ la ragione per cui chiederei al relatore di salvare i ragionamenti del preambolo e di farli emergere lungo tutta risoluzione.

Comincio quindi dalla premessa. Nel documento di lavoro si parla della disillusione e indifferenza dei cittadini, dell’impressione diffusa che essi hanno “di non essere rappresentati dalla politica”, della loro tendenza al distacco e alla non partecipazione. Nella Relazione menzionerei a chiare lettere che siamo di fronte a un rigetto che colpisce il progetto europeo nella sua totalità, più ancora che le istituzioni politiche e la politica stessa in quanto tali. Un rigetto che non chiamerei indifferenza, ma collera e rifiuto. Dargli il nome di populismo equivale, secondo me, a bendarsi gli occhi.

Il rigetto ha una storia al tempo stesso sociale, economica, politica, avendo toccato l’acme ieri nei negoziati tra istituzioni europee e Grecia, oggi nella campagna referendaria sul Brexit. Le due esperienze sono più vicine di quanto si tende a pensare. Nel voto favorevole al Brexit c’è una forte anche se minoritaria corrente di pensiero democratico, cui non possiamo essere indifferenti. La questione della sovranità è posta con forza – non solo sovranità nazionale ma anche sovranità popolare – e il caso Grecia è citato da molti leader inglesi favorevoli all’uscita dall’Unione. Nella democrazia europea si è creato un divario tra “demos” e “kratos”, tra popolo e quella che viene chiamata governance, che è poi comando esercitato dall’alto, praticamente senza controlli. Questo mi sembra il punto dolente da far emergere nella risoluzione.

Passo ad alcune parti propositive, sempre avendo in mente questa premessa cruciale. All’insoddisfazione e alla collera dei cittadini, le istituzioni europee reagiscono come se non fossero interpellate. Per questo insisterei sulla formidabile inadeguatezza mostrata dalla Commissione in tanti suoi comportamenti e, in particolare, nella risposta data al Parlamento in merito alla Risoluzione sull’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE). Cito un solo passaggio della risposta in questione: “La Commissione considera che a soli tre anni dalla sua entrata in vigore, sia ancora troppo presto per promuovere una revisione legislativa del regolamento”. Una frase che rivela la sordità della politica e delle istituzioni di fronte alle istanze avanzate dai cittadini attraverso strumenti di democrazia diretta. Quel che la Commissione dice nella sostanza è: “È ancora troppo presto per ascoltare la voce dei cittadini”, dunque per democratizzare l’Unione.

Ancora, entrando nel merito delle proposte e riferendomi al capitolo su “La possibile rotta da seguire”, mi limito per il momento – e in attesa di presentare miei emendamenti – a sottolineare un punto. Quando si dice che la tecnologia digitale potrebbe aiutare a “migliorare la governance nel processo decisionale”, consiglierei al Relatore di non fermarsi qui. Considerata la crisi e il deficit democratico dell’Unione, l’obiettivo non deve essere l’accresciuta efficacia della governance ma, in primo luogo, una partecipazione cittadina che non sia solo un enunciato performativo ma diventi realtà. Altro obiettivo da perseguire: una vera trasparenza delle decisioni comunitarie, che dia ai cittadini il senso di non essere aggirati e lasciati all’oscuro dalle istituzioni europee. E’ il motivo tra l’altro per cui, fin dal 20 aprile, ho insistito sul fatto che la e-Democracy deve essere un processo, non un’esperienza che si riduce al punto terminale rappresentato dal voto.

In conclusione, è la costruzione europea che deve a mio parere trasformarsi, e questa Relazione è una buona occasione per dirlo. Oggi, questa costruzione europea è percepita come un esercizio di potere top-down. Dovrà ripartire dalla sovranità cittadina e dai popoli, e inaugurare nuove pratiche bottom-up. Altrimenti il dramma vissuto ieri sul Grexit e oggi sul Brexit saranno l’inizio della fine del progetto europeo.

I piani 2.0 di Renzi e Orbán e la nuova proposta della Commissione

Strasburgo, 7 giugno 2016. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della Riunione del Gruppo GUE/NGL –

Accordo Renzi-Orbán su “Migration Compact”

Dibattito straordinario sulla nuova proposta della Commissione

Trascrizione

Il piano della Commissione nasce da una fusione molto singolare e poco rassicurante tra due programmi, ambedue esibiti con il moderno, allettante attributo di 2.0: uno del Presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi,  l’altro del Presidente ungherese Viktor Orbán. Il primo si chiama “Migration Compact 2.0” , il secondo “Schengen 2.0”. Grosso modo dicono la stessa cosa, specie sui punti concernenti il controllo delle frontiere, il rimpatrio dei rifugiati nei Paesi d’origine o di transito, l’esternalizzazione delle politiche d’asilo.

Il modello cui ambedue si ispirano è l’accordo sottoscritto tra Unione Europea e Turchia, che, come abbiamo avuto modo di constatare nuovamente oggi nel corso della discussione tenutasi in sessione plenaria, la Commissione considera non solo un ottimo esempio, ma, soprattutto, un esempio di grande successo. Sia l’Alto Rappresentante Federica Mogherini che il Vice Presidente Timmermans l’hanno presentato come uno strumento che ha permesso di ridurre drasticamente i morti in mare, nonché di “smantellare il modello degli smuggler”. Una controverità, visto che si continua a morire in mare: non più nell’Egeo ma di certo nel Mediterraneo centrale.

A mio avviso, un’ulteriore ispirazione è il modello australiano di gestione dei migranti e rifugiati. Penso alla proposta di hotspot galleggianti, e all’esternalizzazione sistematica della politica di asilo.

Cosa propone il Migration Compact della Commissione? Riproducendo per l’appunto l’esperienza che si sta facendo con la Turchia, prospetta una serie di accordi di rimpatrio con 16 Paesi africani, cui si promettono vasti aiuti allo sviluppo e cooperazione. Un’iniziativa che sarebbe senz’altro positiva, se non fosse per due aspetti altamente pericolosi. Primo, gli aiuti vengono offerti a Paesi evidentemente dittatoriali o altamente instabili, come l’Eritrea, il Sudan o la Libia. Secondo, sono fondati su uno scambio indecente. Cooperazione economica e aiuto allo sviluppo cambiano infatti natura e diventano una sorta di “regalo”, dato in cambio di quella che viene esplicitata dall’Unione come priorità europea assoluta: il controllo delle frontiere e il blocco di chiunque voglia fuggire da quei paesi in direzione del nostro continente. I rifugiati già oggi sono maggioritariamente concentrati in Africa: che non si azzardino ad avvicinarsi all’Europa! Per questo gli accordi hanno aspetti vergognosi, essendo lesivi di diritti fondamentali come il diritto a lasciare i proprio paese e a sottoporre in Europa o altrove le proprie richieste di asilo.

Per concludere, vorrei sollevare alcune questioni che si pongono per il nostro gruppo. A mio avviso, dobbiamo avversare tale piano e continuare le battaglie critiche che da tempo stiamo conducendo contro accordi di questa natura (i cosiddetti processi di Rabat e di Khartoum).

Emerge inoltre un problema di narrativa – è la parola usata oggi da Federica Mogherini  – che è apparso con tutta evidenza nel corso della sessione odierna della plenaria. Quando ho fatto presente che comunque continuiamo ad assistere a naufragi e morti in mare (1000 nel solo mese di maggio), l’Alto Rappresentante ha replicato che non sono più i siriani a morire: cosa che non avevo affatto affermato nel mio intervento. Strana risposta: come se i morti eritrei o afghani o di altri Paesi avessero d’improvviso meno dignità. Sono paradossi, questi, che dobbiamo sempre evidenziare.

La questione della narrativa si pone, inoltre, sul tema dell’aiuto allo sviluppo. In quanto gruppo, tendiamo ormai essere presentati come contrari agli aiuti allo sviluppo, mentre ci siamo sempre dichiarati favorevoli ad essi. Si tratta dunque di spiegare esattamente quel che vogliamo: un diverso modello di aiuto allo sviluppo, che non sia ricattatorio e in cui i Fondi europei per la Cooperazione non vengano sviati verso la gestione e il controllo delle frontiere. E’ oltretutto un modello che va rivisto radicalmente, perché nei decenni ha profondamente distrutto le economie di molti Paesi africani: ha intensificato forme di sfruttamento, a cominciare dai danni inflitti dal crescente accaparramento delle terre africane (land grabbing) da parte delle imprese occidentali.

Si veda anche:

Quanto c’è di marcio nel Migration compact 2.0 di Renzi

La versione inglese dell’articolo è apparsa su openDemocracy: Something rotten in the Migration Compact 2.0 of Matteo Renzi?

Il Governo italiano pensa di avere le mani pulite come Lady Macbeth

COMUNICATO STAMPA

Strasburgo, 7 giugno 2016

Barbara Spinelli (GUE/NGL) ha preso la parola durante la seduta plenaria del Parlamento europeo che si è tenuta questo pomeriggio a Strasburgo, a seguito delle comunicazioni della Commissione “Sull’attuazione degli aspetti esterni dell’agenda europea sulla migrazione: verso un nuovo Migration compact”, fatte dal vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans e dall’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione Federica Mogherini.

«Nel Migration compact citate ben sei volte i diritti fondamentali», ha detto Barbara Spinelli, «ma l’intera vostra proposta li contraddice, li mischia a controverità, è espulsione mal mascherata.

Dite che l’accordo con la Turchia ha salvato vite, ma i morti semplicemente si spostano: sono mille, a maggio, nel Mediterraneo centrale. Dite che bisogna aiutare i fuggitivi nei loro Paesi, annunciate piani di aiuto a sedici Paesi africani, ma condizionate ogni cooperazione economica ai rimpatri e al controllo delle frontiere. L’aiuto promesso è un diktat: o relegate i profughi in vostri campi-prigioni, o niente aiuti! Chi subisce guerre non lasci la Siria, lo Yemen, la Libia, l’Afghanistan. Non si azzardi più a fuggire le dittature in Sudan, Eritrea: Stati cui l’Unione prospetta accordi munifici come quello con la Turchia».

«Voi dite: i fuggitivi devono divenire “più resilienti, autosufficienti”, restando nei paesi d’origine o di transito. Mi chiedo se sappiate di cosa parlate, quando psicologizzate  sfacciatamente sulla resilienza.

Chi ha inventato tutto questo – e accuso il governo italiano in primis – pensa di avere le mani pulite e il cuore bianco, come Lady Macbeth prima di accorgersi di quel che ha fatto. Le ha sporche di violazioni sistematiche del diritto internazionale, e di un accordo vergognoso con la Turchia. Signor Timmermans, Signora Mogherini: state facendo già ora le politiche chieste in Europa dalle destre più estreme».

 

Human rights situation in Bahrain

Lettera indirizzata all’Alto Rappresentante Federica Mogherini sottoscritta da 42 deputati europei – tra cui Barbara Spinelli – riguardante la situazione dei diritti umani in Bahrain.

To the kind attention of: Ms Federica Mogherini HR/VP

Brussels, 3 June 2016

Dear High Representative,

The co-signatory Members of Parliament are seriously concerned about the case of Mr Mohamed Ramadan and Husain Ali Moosa, two Bahraini men currently serving a death sentence in Jau Prison and awaiting their execution. We wish to reiterate our strong concerns and call for action to ensure the release of Mr Ramadan and Mr Moosa. Mohammed Ramadan is a 32-year-old Bahraini airport security guard. He peacefully participated in anti-government protests, nonviolent marches and other political activities carried out by those opposing the ruling royal family of Bahrain. As a consequence, he was arrested on 18 February 2014, at the airport where he worked, without being presented an arrest warrant. For four days, Mr Ramadan’s family did not know his whereabouts. Mr Ramadan was accused, alongside Mr Moosa who was detained a few days earlier, of being involved in a bomb explosion that resulted in the death of a policeman in al-Deir village on 14 February 2014.

Mr Ramadan and Mr Moosa told their lawyers that he had been tortured during interrogation at the Criminal Investigations Directorate (CID). They alleged that security officers severely beat them on their hands, feet, body, neck, and head. The torture continued until Mr Moosa agreed to make a false confession fabricated by the authorities, which was also used to incriminate Mr Ramadan. Such confessions were later used as the main evidence in their trial. On 14 August 2014, five United Nations human rights experts, including the Special Rapporteur on Torture Juan Mendez, expressed serious concerns over Mr Ramadan’s confession, clearly obtained under duress and torture.

On 29 December 2014, a Bahraini Court sentenced Mr Ramadan and Mr Moosa to the death penalty. Nine of the others defendants received six years of incarceration and one was sentenced to life imprisonment. On 27 May 2015, a Court of Appeal upheld the sentence. Further, on 16 November 2015, the Bahraini Court of Cassation rejected the final appeal of Mr Ramadan. The death sentence has been passed to the King. It is now up to the King of Bahrain to sign Mr Ramadan and Mr Moosa’s death sentence, putting them at an imminent risk of execution.

The European parliament has previously shown its concern on the case of Mr Ramandan and Mr Moosa. On 24 November 2015, six Members of the European Parliament issued a Parliamentary Question inquiring into the steps the EEAS was going to take to pressure the Bahraini authorities to revoke Mr Moosa and Mr Ramadan’s sentences. Further, on 4 February 2016 the European Parliament adopted an Urgency Resolution on the case of Mohamed Ramandan, also citing the case of Husain Ali Moosa.

Among other topics, the Resolution clearly pointed out to “remind the Bahraini authorities that Article 15 of the Convention Against Torture and other Cruel, Inhuman or Degrading Treatment or Punishment prohibits the use of any statement made as a result of torture as evidence in any proceedings”. Further, it expressed its concerns over the wide anti-terror laws in Bahrain, via which Mr Moosa and Mr Ramadan have been sentenced to the death penalty. During last year alone, Bahraini courts passed seven new death sentences, bringing the total number of persons on death row in the country to ten, showing a dangerous trend of rapprochement towards Saudi Arabia and a sharp increase in the use of death sentences, even in cases where due process has not been respected during judicial proceedings. Overall, the European Union has a strong stance against any kind of torture or inhuman or degrading treatment, as proven by the EU Council Guidelines on Torture, other cruel, inhuman or degrading treatment or punishment adopted in 2001, updated in 2012.

The adopted Resolution also highlighted the lack of due judicial process in Bahraini courts, stressing “the importance (…) in particular as regards its judicial system, with a view to ensuring compliance with international human rights standards”. Both Mr Ramadan and Mr Moosa’s trials were severely flawed, not covering their basic rights under the ICCPR Convention, to which Bahrain acceded on 20 September 2006.

Despite its strong stance against the death penalty and the numerous occasions on which the European Parliament has shown grave concern for Mr Ramadan and Mr Moosa, the situation of both men remains unchanged. Both Mohamed and Husain Ali are still serving a capital sentence in Bahrain and their execution is a real and imminent threat.

We therefore ask the European External Action Service to assertively call on the Bahraini government to pardon Mr Ramadan and Mr Moosa and to ask for their immediate release and the dropping of all charges against them. We further encourage the EEAS to share with the European Parliament the concrete actions it is taking, regarding its relations with Bahrain, to ensure that all trials and judicial proceedings are in full compliance with the Rule of Law, international law and the ICCPR Convention.

The signatories to this letter are also concerned about the use of vague and ill-defined anti-terror laws in Bahrain, and other Gulf Cooperation Council countries, and call on the EEAS to further strengthen its efforts on this area and ensure that such anti-terror measures do not hinder or target peaceful civil, political and human rights activists.

Testo della lettera e firmatari

Solidarietà e leale collaborazione tra gli Stati membri in merito alle decisioni di ricollocazione

di venerdì, maggio 27, 2016 0 , , Permalink

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-001501/2016 al Consiglio

Articolo 130 del regolamento

Barbara Spinelli (GUE/NGL)

Oggetto: Solidarietà e leale cooperazione tra gli Stati membri in merito alle decisioni di ricollocazione

Il 16 febbraio il primo ministro portoghese António Costa ha espresso la propria solidarietà in merito alla questione dei rifugiati in una lettera al primo ministro greco Alexis Tsipras.

Costa ha dichiarato che il Portogallo è disposto ad accogliere 2 000 rifugiati nelle università e 800 negli istituti tecnici, e sta prendendo in esame la possibilità di collocarne altri 2 500‑3 000 nei settori dell’agricoltura e della silvicoltura.

Costa ha inoltre affermato l’impegno del Portogallo a garantire che l’Europa continui ad avere solo una frontiera esterna e nessuna frontiera interna.

Intende il Consiglio esprimere il proprio favore per l’iniziativa e raccomandare agli Stati membri di seguire tale buona pratica nella speranza che essa divenga una norma comune all’interno dell’Unione, rispettando così lo spirito dell’articolo 80 TFUE?

Come intende procedere il Consiglio, in conformità del principio di leale cooperazione sancito all’articolo 4 TUE, per garantire che i suoi rappresentanti introducano tutte le misure opportune per garantire il rispetto dei meccanismi di ricollocazione di emergenza adottati durante le riunioni straordinarie del Consiglio GAI del 14 e del 21 settembre 2015 e si astengano da qualsiasi iniziativa che potrebbe pregiudicarne l’attuazione?


IT

E-001501/2016

Risposta

(23.5.2016)

Nelle riunioni del dicembre 2015 e febbraio 2016, il Consiglio europeo[1] ha esortato gli Stati membri ad attuare le decisioni di ricollocazione adottate il 14 e 22 settembre 2015.

Nella dichiarazione del 7 marzo 2016 i capi di Stato o di governo dell’UE hanno convenuto che è necessario intervenire per accelerare in maniera significativa l’attuazione della ricollocazione al fine di alleviare il pesante onere che grava attualmente sulla Grecia. Gli Stati membri sono stati invitati a rispondere in maniera rapida ed esaustiva alla richiesta dell’EASO di consulenze nazionali per sostenere il sistema di asilo greco e sono stati altresì invitati a fornire con urgenza ulteriori posti di ricollocazione. I capi di Stato o di governo hanno inoltre convenuto che occorre fornire ulteriore assistenza alla Grecia per garantire il corretto funzionamento dei punti di crisi, con il 100% di identificazioni, registrazioni e controlli di sicurezza, e la messa a disposizione di sufficienti capacità di accoglienza. Tutti gli Stati membri sono stati invitati a rispondere in maniera esaustiva all’ulteriore richiesta di Frontex di agenti distaccati nazionali. È stato inoltre convenuto che Europol schiererà rapidamente gli agenti distaccati in tutti i punti di crisi al fine di potenziare i controlli di sicurezza e sostenere le autorità greche nella lotta contro i trafficanti.

Nelle riunioni di marzo 2016 il Consiglio europeo[2] ha confermato la propria strategia globale intesa ad affrontare la crisi migratoria. Ha invitato ad accelerare la ricollocazione dalla Grecia, che comprende lo svolgimento dei necessari controlli di sicurezza. Poiché il numero di domande è al momento superiore al numero di posti offerti, come indicato nella relazione della Commissione del 16 marzo[3], gli Stati membri dovrebbero offrire rapidamente più posti conformemente agli impegni esistenti. Il Consiglio europeo ha altresì invitato a intensificare i lavori sui punti di crisi. Ha chiesto di proseguire gli sforzi per rendere tutti i punti di crisi pienamente operativi e accrescere le capacità di accoglienza, con la piena assistenza dell’UE, ivi incluso un sostegno alle strutture di asilo della Grecia.

[1]     EUCO 28/15 (Consiglio europeo del 17-18 dicembre 2015). EUCO 1/16 (Consiglio europeo del 18‑19 febbraio 2016).

[2]     EUCO 12/01/2016.

[3]     7180/16.

Occorre ricostituire il G8 e ridiscutere le politiche di Washington

di mercoledì, maggio 25, 2016 0 , , , Permalink

Bruxelles 25 maggio 2016

Barbara Spinelli (GUE/NGL) è intervenuta nel corso della discussione in sessione plenaria sulla preparazione del vertice del G7. Presenti in aula Frans Timmermans, Vice Presidente della Commissione europea, e Bert Koenders, ministro degli esteri dei Paesi Bassi.

Vorrei concentrarmi sulla ricostituzione del G8, e sulla riapertura – economica, politica – alla Russia. Ritengo urgente rivedere i rapporti con gli Stati Uniti, alla vigilia del referendum inglese e delle presidenziali Usa. Meglio prepararsi prima, che dopo. Meglio prevedere le nostre disgregazioni sia col Brexit, sia col non-Brexit.

Quanto a Mosca, mi chiedo se l’Europa abbia interesse a una presenza militare quadruplicata di Usa e Nato, lungo i nostri confini dell’Est, che estranierà più che mai la Russia.

Washington s’allontanerà dall’Europa, con Trump. O l’userà – se vince Hillary Clinton – come passivo strumento di politiche fallite in Medio Oriente, Siria, Libia, Afghanistan. Prepararsi vuol dire ridiscutere tali politiche, averne una propria. Da quelle politiche sono nati l’Isis, le guerre, e quella che chiamiamo questione rifugiati quando è nostra questione e nostra débacle.