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La guerra oscena dei soldi mischiati a valori e sangue

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 20 agosto 2021

Al pari di altri leader europei, Draghi ha speso poche parole sul ritiro di Washington e della Nato dall’Afghanistan. Si è limitato a dire che il rientro degli italiani e dei cooperanti afghani avverrà nel rispetto dei diritti umani, e che una cooperazione mondiale dovrà avere come sede il G20. Ha poi invitato a “riflettere sull’esperienza” passata, ma non ha azzardato alcun tipo di riflessione visto che “non è questa la cosa più importante”.

È la più importante, invece. Sapere perché la guerra d’invasione sia stata inutile oltre che nefasta, e come abbia potuto durare 20 anni, mietere tanti morti, non produrre alla fine altro che caos: rispondere a tali domande è cruciale, altrimenti non proveremo che smarrimento di fronte a un conflitto che finisce in modo così catastrofico: ben più catastrofico di quanto avvenne dopo la guerra di 9 anni condotta dall’Urss. Il governo pro-sovietico sopravvisse qualche anno dopo il ritiro del 1989; il governo di Ashraf Ghani protetto da Washington si è dato alla fuga immediatamente.

Quanto al G20, Draghi e molti suoi colleghi ignorano la necessità di trattare non solo con Russia, Cina e Turchia ma anche e soprattutto con i due Paesi che pesano maggiormente sulle sorti afghane e che tuttavia non sono nel Gruppo dei Venti: l’Iran che ha un lungo confine con l’Afghanistan (4 milioni di Hazara sciiti vivono nel timore), e il Pakistan che è il primo interlocutore-garante dei talebani. Senza di loro la guerra civile afghana è assicurata.

Nessun dirigente europeo ha mostrato di voler imparare dalla disfatta, e infatti la parola sconfitta è assente. Fa eccezione Angela Merkel, che ha ammesso errori ma non ha specificato quali, né quando e perché furono commessi: dunque le sue parole restano vacue. In Europa ci si preoccupa giustamente degli afghani traditi, che fuggiranno dal proprio paese. O del peso esercitato dai talebani sul narcotraffico (Roberto Saviano). O delle donne che potrebbero patire persecuzioni. Ma il vero dramma è occultato: la fine di un’Alleanza Atlantica creata per fronteggiare l’Urss ma che nel dopo Guerra fredda non ha saputo far altro che provocare o indirettamente favorire ulteriori guerre, tutte fallimentari: in Afghanistan, Siria, Iraq, Somalia, Libia, Sahel. L’appoggio sistematico agli integralisti più radicali: contro l’Urss in Afghanistan, contro Assad in Siria. L’incapacità di costruire un sistema di sicurezza internazionale che oltrepassi il multilateralismo – la forma gentile dell’atlantismo – e diventi infine multipolare, composto di potenze non omologabili alle idee di civiltà di volta in volta dominanti in occidente.

I difensori dei diritti delle donne conducono giuste battaglie ma non sempre in buona fede. Non solo perché la politica dei talebani è ancora incerta, ma perché i diritti sono stati in questo ventennio una conquista nelle grandi città, non nei villaggi. Perché sono migliaia le donne e i bambini morti sotto le bombe Usa. Perché l’Afghanistan, come del resto l’Iraq, non ha mai sopportato le aggressioni, anche liberatrici, dei forestieri. E chissà, forse i talebani, o una parte di essi, hanno imparato dalle ultime guerre più cose di noi. Forse daranno vita a governi più inclusivi delle varie etnie, e a forme di pacificazione con i Paesi limitrofi che scongiurino devastanti guerre civili.

La confusione delle nostre menti è rafforzata da ventennali menzogne. Ed è una confusione che persiste perché buona parte delle sinistre e dei commentatori sono figli più o meno consapevoli del pensiero neo-conservatore, del suo falso umanitarismo, delle teorie sullo scontro fatale tra culture. Tessono le lodi di Gino Strada, ma in cuor loro sperano che alle guerre infinite facciano seguito guerre civili altrettanto infinite, che diano diritti alle donne bombardandole.

Riflettere sull’esperienza passata vuol dire fare il punto sulle origini di una guerra che apparentemente fu una risposta all’attentato dell’11 settembre 2001. Fu la prima finzione, subito seguita dalle menzogne sulle armi di distruzione di massa detenute da Saddam in Iraq. Gli attentatori dell’11 settembre trovarono rifugio in Afghanistan ma erano legati all’Arabia Saudita, alleata di Washington.

Un’altra bugia riguarda il denaro “speso in Afghanistan”: oltre 3000 miliardi di dollari. Non sono stati spesi “in Afghanistan”. Hanno arricchito rappresentanti dei governi fantoccio, e in primo luogo le industrie delle armi in Usa ed Europa. Andrew Cockburn spiega bene come il complesso militare-industriale esca non perdente ma vincente dal conflitto, avendo accumulato profitti enormi dalla vendita di armi spesso inutilizzabili («The Spectator», agosto 2021). Il caso più spettacolare: la vendita degli aerei da trasporto italiani G-222, comprati dagli Usa per questa guerra (500 milioni di dollari). John Sopko, l’Ispettore Generale per la Ricostruzione Afghana nominato nel 2012 dal Congresso Usa ha rivelato: “I G-222 erano aerei del tutto inadeguati, inadatti alle altitudini e al clima”. I loro relitti giacciono oggi nei pressi dell’aeroporto di Kabul. La sentenza di Sopko: “La ricostruzione afghana è un villaggio Potemkin”. Una finzione.

Biden ha mantenuto la promessa del ritiro, anche se la gestisce male, ma quel che dice sulla colpa del governo e dell’esercito di Kabul è in minima parte verosimile (“Le truppe americane non dovrebbero combattere e morire in una guerra che le forze afghane non sono disposte a combattere per conto proprio”). Se gli afghani non erano “disposti” è colpa di quattro amministrazioni Usa che li hanno male attrezzati e infine abbandonati.

Dopo aver fatto il guaio, i belligeranti temono ora i suoi effetti inevitabili: l’arrivo dei profughi. Macron chiede di “irrobustire” i confini contro i “flussi migratori irregolari”, come se i profughi avessero il tempo di verificare la “regolarità” della loro fuga. La speranza è di mantenere, come se nulla fosse, gli accordi sui respingimenti negoziati fra Ue e Kabul nell’ottobre 2016 (Joint Way Forward on migration issues).

La parola d’ordine è dunque: guardare avanti, non attardarsi in autocritiche. Non imparare dagli errori, ma commetterne di nuovi preservando strutture fallimentari come la Nato, proteggendo le lobby militari che mischiano oscenamente “valori” e guerre, tuonando contro la Cina che minaccia Taiwan. Il vuoto di riflessioni non promette niente di buono. La spedizione in Afghanistan finisce ma già gli apparati militari-industriali d’occidente si preparano a future guerre, dirette o per procura.

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Draghi, parole introvabili

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 24 luglio 2021

È improbabile che il presidente del Consiglio sia privo di proprie idee, ma sta di fatto che pur dovendo tener conto di una maggioranza sconnessa, egli le esprime in maniera spesso confusa e non sempre competente. È confuso quello che ha detto giovedì sui green pass obbligatori, ed è anche poco chiaro l’annuncio di un voto di fiducia che blinderà la riforma giudiziaria eliminando ogni emendamento al testo Cartabia. Ripetendo quasi testualmente l’accusa che Biden lanciò il 16 luglio a Facebook (divulgando disinformazioni vaccinali i social “uccidono gente”) Draghi ha lanciato il suo anatema: “L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire”. Frase piuttosto sgangherata, non informativa e solo in parte efficace. Qualsiasi incoraggiamento alla vaccinazione è auspicabile, ma toni così genericamente minatori potrebbero confortare le posizioni dei contrari e soprattutto irrigidire gli esitanti. Inoltre il green pass italiano che garantisce tutte le libertà dopo una sola dose di vaccino è tutt’altro che rassicurante, visto che secondo uno studio britannico la prima dose di Pfizer proteggerebbe da infezioni sintomatiche solo il 33 per cento (sarebbe efficace all’88 per cento dopo la seconda dose). Non meno insicuro il tampone con esito negativo effettuato 48 ore prima per beneficiare degli stessi privilegi offerti dalla vaccinazione incompleta.

Se lo scopo è quello di aumentare le somministrazioni, la scommessa del pass ha un suo senso. Non ne ha ed è anzi nefasta se non si comincia a fornire qualche dato agli scettici del vaccino, invece di bollarli indistintamente come branco di assassini. Se non si ricomincia a prendere sul serio il principio di precauzione (malauguratamente abbandonato in gran parte d’Europa da oltre un decennio: era incompatibile con i tagli alla spesa pubblica e alla ricerca) e se non si dice come stanno davvero le cose a proposito di un vaccino che evita fortunatamente forme gravi e decessi, ma che funziona in modo meno efficace per quanto riguarda la circolazione, specie a fronte della contagiosissima variante Delta oggi prevalente. L’obiettivo insomma non dovrebbe essere solo vaccinare, ma bloccare le contaminazioni con strumenti tuttora irrinunciabili come il distanziamento, l’uso delle mascherine e anche eventuali chiusure selettive. Biden si è scusato per le accuse di omicidio lanciate ai social. Sarebbe opportuno che anche Draghi ritirasse l’anatema e parlasse in maniera più razionale con chi non si fida dei vaccini. È quanto consigliato dal presidente del Consiglio superiore di sanità e del Cts Franco Locatelli (“Alla paura della cura si risponde con la cura della paura”).

Anche sulla riforma Cartabia, che sarà blindata con un voto di fiducia, regna la confusione. In un primo momento Draghi ha taciuto, anche se l’8 luglio fece capire ai ministri 5Stelle che il governo sarebbe saltato senza il loro assenso. La riforma sarà forse modificata, ma per ora il presidente del Consiglio sembra ignorare le critiche durissime espresse dal Consiglio superiore della magistratura, oltre che da singoli magistrati, costituzionalisti e avvocati (Nicola Gratteri, Cafiero De Raho capo dell’Antimafia, Massimo Villone, Pier Camillo Davigo, Gian Carlo Caselli, Alessandra Dolci, Giuseppe De Carolis, Franco Coppi).

Queste le forme che sta assumendo la Restaurazione inaugurata da Draghi: tornano in auge personaggi che hanno ispirato politiche e analisi fallimentari durante e dopo la crisi del 2007-2008 e che nulla hanno saputo dire sulla pandemia, sul clima, sulla rovina di una mondializzazione interamente affidata all’arbitrio dei mercati. È stata estromessa come consigliere di Palazzo Chigi un’economista innovativa come Mariana Mazzucato, ma in compenso sono rientrati nelle stanze del potere neoliberisti in parte screditati come Franco Bernabè, Francesco Giavazzi, e perfino Elsa Fornero che fallì la riforma delle pensioni.

Per rendere ineluttabile quello che è evitabile si insiste sul fatto che “è l’Europa a chiedercelo”, in cambio del Recovery Plan: a volere questa riforma giudiziaria che potrebbe mandare al macero il 50% dei processi dopo averne allungata la durata in modo che dopo 2/3 anni, in appello, scatti la prescrizione chiamata nel frattempo improcedibilità. E sarebbe ancora una volta l’Europa a imporre che sia il Parlamento, cioè la politica, a fissare le azioni penali prioritarie (una “piccola e micidiale novità” che viola l’articolo 112 della Costituzione e mina l’indipendenza della giustizia, afferma il costituzionalista Villone in sintonia con il Csm).

L’Europa non chiede nulla di tutto questo. Siamo in presenza di fake news allo stato puro, diffuse da giornalisti e politici sempre così pronti a insultare i social. L’Ue chiede processi più rapidi, ma da anni critica le prescrizioni facili e nel febbraio 2020 la Commissione europea promosse la riforma Bonafede.

C’è ancora chi si dice convinto che le fake news nascano solo nei social. Ma che dire degli editoriali giornalistici e televisivi osannanti la Restaurazione di Draghi e che propinano contro-verità? Che dire quando gli stessi giornalisti incensano gli oracolari silenzi o le sprezzature del presidente del Consiglio continuando a trattare con sufficienza i frequenti discorsi tenuti da Conte fin dall’inizio della pandemia? Varrebbe invece la pena ricordare meglio quell’inizio 2020. Conte fu il primo in occidente a scegliere di fronteggiare con metodi coercitivi una pandemia colossale: impresa non scontata nelle democrazie costituzionali.

Questo sarebbe il momento di trovare parole appropriate e persuasive: sulla giustizia, sul Covid, sul clima. Sembra che quelle parole Draghi non riesca a trovarle.

Per avviare un dialogo vero con tutti gli italiani anziché dividerli, occorre avere conoscenza, idee che si affinano nel contraddittorio, audacia nel fornire dati affidabili. Si potrebbe ricordare che più circola il virus, anche se non letale tra i giovanissimi, più si sviluppano nuove mutazioni fino al giorno in cui apparirà la variante che sfuggirà ai vaccini esistenti. Oppure si potrebbe spiegare che il “Covid lungo” non è una passeggiata, per un giovane non vaccinato che si infetti anche leggermente.

Dicono che Draghi è disinteressato al consenso. Ne dubitiamo. Le sue parole sono somministrate come ostie, anche se vuote. Se il consenso gli fosse indifferente non si presenterebbe e non sarebbe percepito come l’onnisciente che non è.

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Il M5S in preda al Comma 22

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 11 luglio 2021

Il Comma 22 è la trappola che i 5 stelle hanno deciso di tendere a sé stessi, il giorno in cui i propri ministri hanno approvato la sbilenca riforma Cartabia con ripristino della prescrizione. La logica della sopravvivenza richiederebbe che il M5S smentisca i ministri in Parlamento e che Draghi sia abbandonato al suo destino, se la legge passerà. Ma non sarà questa la scelta perché il fondatore Grillo continua a sostenere Draghi “whatever it takes”, e perché Conte è un leader che al momento può solo parlare, non agire. Questo il “Catch 22”, e in gioco non è solo l’affossamento della riforma Conte-Bonafede. Sono in gioco il decreto dignità, il reddito di cittadinanza, oltre a tutto ciò che il Movimento ha già perduto. Dicono le cronache che Draghi avrebbe detto, ultimamente: “Senza il M5S il governo non esiste”. Davvero? Ne ha bisogno per cosa, se non per il Quirinale? L’occasione per alzare la testa il Movimento l’avrebbe. Ma finché di teste ne ha due non può far altro che affogare.

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A oggi il fondatore è tra i responsabili del Conticidio 

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 26 giugno 2021

Per come ha saputo gestire l’emergenza Covid, primo in Occidente, e ottenere un Recovery Fund finanziato dall’indebitamento comune degli Stati Ue (qualcosa di impensabile prima di lui, e probabilmente irripetibile) Giuseppe Conte era, e resta, l’uomo più adatto a rifondare e guidare il Movimento 5 Stelle. Il più adatto a preservare la scabrosa alleanza con il Pd, in un’epoca che sotto la guida di Draghi sta appiattendo/azzerando tutti i partiti e quasi tutta la stampa. Sono in tanti, nel Pd, a esultare più o meno segretamente di fronte all’autodafé dei Cinque Stelle, prima forza politica in Parlamento e componente cruciale di un fronte alternativo alle destre.
L’idiozia dei demolitori – Grillo in primis, oggi – è senza fine e lascia trasecolati. S’illude chi pensa ci sia del metodo, nell’offensiva autolesionista sferrata da chi ieri definiva Draghi un grillino, e ora vede in Conte un usurpatore. Il Conticidio di Travaglio include da oggi la figura di Grillo, nella lista dei potenziali accoltellatori.

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Russia e Cina, i nemici ritrovati

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 18 giugno 2021

Quando illustrò in Parlamento il suo programma di governo, a febbraio, Mario Draghi non disse nulla su politica estera e difesa, ma si limitò a proclamarsi “convintamente europeista e atlantista”. Era un po’ di tempo che i due aggettivi non s’accoppiavano con tanta disinvoltura, e d’un tratto ecco che l’equivalenza veniva ribadita quasi fosse legge di natura.

Essere europei significa automaticamente essere più attivi nella Nato, e viceversa. Nessun bisogno di spiegare il perché di quest’apodittica certezza. Basta dire che Trump è finito e che Biden ha iniziato la felice retromarcia.

In realtà Biden non ha cambiato marcia nei rapporti con Putin, ma incontrando quest’ultimo a Ginevra ha solo evitato il surriscaldamento delle tensioni. Nei giorni precedenti in Cornovaglia i governi Nato avevano in effetti chiarito quel che nel discorso di Draghi restava velato: la guerra fredda ricomincia, e la Nato ha di nuovo i nemici che le servono per vivere e operare. Ne ha addirittura due: Cina e Russia. Ambedue sono dichiarati “minacce per la sicurezza dell’Occidente”. Ambedue svolgono il ruolo, prezioso per le industrie militari-industriali, di “nemici esistenziali” o “sistemici”.

L’euforia è di rigore, non solo nei governi ma anche – in Italia – nei giornali che applaudono l’armonia atlantica ritrovata (eufemismo per egemonia statunitense). Rilanciare la Nato vuol dire riaccendere gli animi, giustificare guerre che hanno ucciso civili, non imparare alcunché dai fallimenti in Afghanistan, Iraq, Somalia, Siria, Libia, e per quanto riguarda Parigi nel Sahel e nel Sahara. All’inizio di giugno l’operazione francese Barkhane, cui si erano associati nel 2018 alcuni Paesi Ue, è stata sospesa.

Restano da indagare gli impegni di riarmo assunti nell’epoca Conte, ma di certo il successore ha impresso una svolta nella politica estera italiana. Si moltiplicano le critiche di Palazzo Chigi alla strategia cinese dei governi Conte: nel mirino l’adesione alla Via della Seta, invisa negli ambienti Nato. I tecnici più fedeli a Draghi incitano a un indurimento dei rapporti con Mosca, anche quando non hanno alcuna esperienza diplomatica (è il caso del banchiere Franco Bernabè, intervistato a Otto e Mezzo). Completano l’opera la promessa di ulteriori aiuti alle guardie costiere libiche, e l’appoggio incondizionato a quella che Biden chiama la “sacra obbligazione” dell’Alleanza atlantica (alleanza che “consente agli Stati Uniti di avere un posto a tavola anche quando si tratta di affari europei”, scrive opportunamente Sergio Romano sul «Corriere»).

Per la verità è da tempo che i governi dell’Unione europea partecipano alla resurrezione dell’Alleanza, del tutto anomala se si considera che la Nato nacque per contenere l’Urss e che quest’ultima s’è dissolta nel 1991 assieme al Patto di Varsavia. Nei Trattati è scritto che l’Ue “promuove la pace” (articolo 3), ma il rappresentante della sua politica estera Josep Borrell ha detto nel 2020 che “per silenziare i fucili abbiamo sfortunatamente bisogno di fucili […] La sicurezza dei nostri amici africani è la nostra sicurezza”.

Biden ha riscoperto la centralità strategico-militare dell’Europa e quel che le chiede è chiaro: resistenza all’espansione commerciale o militare di Cina e Russia; allineamento incondizionato a future iniziative statunitensi di regime change a Est dell’Unione (Ucraina, Bielorussia, Georgia); partecipazione a missioni antiterrorismo dopo il ritiro dall’Afghanistan. Draghi sembra deciso ad assecondare la nuova guerra fredda, dopo aver appeso nel vuoto i suoi due “pilastri”: europeismo e atlantismo.

Lo strumento cui l’Ue ricorrerà per contribuire a queste strategie di allineamento si chiama European Peace Facility (EPF), adottato il 22 marzo dal Consiglio europeo. L’investimento iniziale ammonta a 5 miliardi di euro. Si tratta, scrive Michael Peel sul «Financial Times», dell’“espansione più significativa sin qui operata negli sforzi europei di proiettare hard power e influenzare i conflitti alle frontiere dell’Est e in Africa”.

I giornali e i notiziari tv non possiedono neanche un grammo di memoria e di prudenza politica, dunque esultano davanti alla doppia resurrezione: quella della Nato, data per “cerebralmente morta” da Macron nel 2019, e quella dei nemici “sistemici” di cui la Nato ha bisogno per continuare a esistere, cioè Russia e Cina. Per adattarsi a quest’ennesima restaurazione il Movimento 5 Stelle che in passato aveva criticato la Nato si ravvede, e quasi quotidianamente si proclama europeista e atlantista.

Eppure non era sempre questo il clima, quando finì la prima guerra fredda. Nel 1998, 10 senatori Democratici e 9 Repubblicani americani si opposero ai primi allargamenti della Nato a est dell’Europa. Washington e Berlino avevano promesso a Gorbaciov di non estendere l’Alleanza, in cambio della pacifica riunificazione tedesca, ma i patti furono presto violati. Fu la prima goccia di veleno iniettata nei nostri rapporti con il Cremlino. Un veleno che oggi non serve ad altro che a rafforzare l’alleanza Mosca-Pechino.

Russia e Cina sono osteggiate per diversi motivi: la Cina è la seconda potenza economico-finanziaria del pianeta, la Russia ha perfezionato i propri armamenti dopo l’espulsione dal G-8 e l’interventismo occidentale ai propri confini, in Georgia e Ucraina. A ciò si aggiunga la selettiva offensiva Nato sui diritti umani (la persecuzione dei musulmani Uiguri in Cina è un crimine, ma non lo è quella dei musulmani nel Kashmir indiano). Russia e Cina sono inoltre accusate di interferire nei processi democratici – elezioni Usa, Brexit – come se la vittoria di Trump e dei Brexiteers fosse colpa di hacker russi e cinesi e non frutto inevitabile del declino delle democrazie e di precisi fallimenti dell’Ue.

I nemici esistenziali servono a molte cose, anche se promettono più insicurezza per tutti. Tra il 1989 e il 1990, Georgij Arbatov, consigliere diplomatico di molti governi sovietici, ci minacciò: “Vi faremo, a voi occidentali, la cosa peggiore che si possa fare a un avversario: vi toglieremo il nemico”. Aveva visto giusto. Il complesso militare-industriale in Europa e Stati Uniti boccheggiò, disperò. Alcuni governi – tra cui il Conte-2 – trovarono il coraggio di smettere l’invio di armi all’Arabia Saudita, per frenare la guerra in Yemen. Ma la parentesi di “morte cerebrale” non era tollerabile per la Nato e per Washington. I popoli ovviamente non vengono consultati, visto che i cosiddetti populisti sono per ora neutralizzati, almeno in Italia.

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Cosa deve fare il leader M5s? Non perdere tempo a scusarsi, anche se si resta al governo

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 7 giugno 2021

Il movimento guidato da Giuseppe Conte non ha bisogno di passare il tempo scusandosi per quel che ha pensato o detto in passato, specie sulla giustizia, la povertà, la costruzione europea da riformare. Non porta fortuna essere riammessi nei salotti che comandano, come dimostrato dalla storia del Pd. Vale invece la pena riprendere le critiche radicali fatte all’Unione europea quando Conte negoziò il Recovery Plan e ottenne dalla Merkel, finalmente, l’accettazione di un debito comune e solidale. Il rischio, oggi, è che la parentesi virtuosa si chiuda, che Berlino torni all’ortodossia ordoliberale, all’austerità, al distruttivo scontro fra Stati creditori e debitori. Il rischio è quello di un’Europa neo-atlantica, che dilatando spese di difesa e commercio di armi si unisca per strategie di regime change. Draghi è un garante di questa Restaurazione post-Covid, auspicata dall’ex ministro del Tesoro Schäuble. Tutto sta a non sprecare il tempo in autocritiche, anche se si resta nel governo.

Draghi, operazione “reconquista”

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 2 giugno 2021

Come documentato nell’ultimo libro di Marco Travaglio – I Segreti del Conticidio – l’avvento di Draghi era programmato o comunque desiderato da molto tempo, con un’accelerazione massima subito dopo il successo europeo ottenuto dal suo predecessore (il Recovery Plan).

Conosciamo gli autori del cambio di guardia: la maggioranza di Confindustria, i padroni dei principali giornali, i potentati economici con profilo di multinazionali, Matteo Renzi esecutore finale. Intuiamo anche il motivo del cambio: la gestione/distribuzione del suddetto Recovery Plan, detto anche Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). In questi giorni stiamo conoscendo i primi frutti dell’operazione.

Operazione che potremmo chiamare Reconquista, in ricordo della lunghissima guerra di religione che portò all’estromissione della civiltà musulmana in Spagna. La Reconquista, oggi, punta a scalzare uno dopo l’altro gli ostacoli che nell’ultimo decennio hanno insidiato i dogmi neoliberisti: ostacoli sommariamente bollati come populisti. Decisiva fu l’offensiva contro la sinistra greca che andò al potere nel 2015. Altrettanto decisivo il Brexit, che ha provvidenzialmente neutralizzato non solo le uscite dall’Unione ma anche le critiche radicali delle sue regole (torna senza più complessi il motto “Ce lo chiede l’Europa”). Infine il Covid esploso in Europa nel 2020, ultimo ostacolo frapposto alla Reconquista. Non mancarono le promesse di una normalità diversa, non più fondata sulla disuguaglianza sociale e la rovina ambientale. Lo prometteva il governo Conte-2 ed è stato estromesso, con la scusa che “tutta” la classe politica aveva fallito. Le critiche all’Unione europea e ai suoi parametri di austerità ridiventano sospette.

Le recenti scelte di Draghi e alcuni suoi gesti verbali sono tappe evidenti della Reconquista. In economia: la liberalizzazione dei subappalti, solo in parte frenata dai sindacati, con la scusa che è l’Europa a chiederci di semplificare e velocizzare i progetti del Recovery Plan; la fine del blocco dei licenziamenti introdotto durante il Covid, ancora una volta perché lo chiede Bruxelles e prima di aver creato gli ammortizzatori sociali che in altri Paesi Ue attutiscono l’urto dei licenziamenti; l’accentramento delle decisioni sul Pnrr nella figura del presidente del Consiglio e in centinaia di tecnici che erano intollerabili quando li propose Conte; la degradazione dei ministri tecnici a braccidestri di Palazzo Chigi. In politica estera: professione di fedeltà atlantica sin dal discorso inaugurale in Parlamento. Nella giustizia: le nuove regole sulla prescrizione forse non si toccano ma nella proposta Cartabia è il Parlamento e non il potere giudiziario a decidere le priorità delle azioni penali.

E ancora, sulla migrazione: fallito tentativo di ottenere più solidarietà in Europa, seguito da dichiarazioni sibilline: “Continueremo ad affrontare il problema da soli”. Anche il governo Letta operò in solitudine, dopo il naufragio del 2013 a Lampedusa (368 morti, 20 dispersi), dando vita all’operazione Mare Nostrum, poi abbandonata nel 2014. Nulla di simile oggi.

Tra i gesti verbali potremmo citare la risposta a Enrico Letta sulla proposta di tassare le successioni oltre i 5 milioni di euro per lasciare un’eredità ai giovani. “Non ne abbiamo mai parlato. Non è il momento di prendere i soldi dei cittadini ma di darli”. Non si chiamava Next Generation? Vorrebbe forse essere sprezzatura e somiglia piuttosto a disprezzo.

A ciò si aggiunga, sempre nel Recovery, l’aumento dei fondi per la telemedicina a scapito degli investimenti nella sanità territoriale (gli anziani faticano a telecurarsi, ma non importa). Diminuiscono inoltre rispetto alle bozze di Conte gli investimenti – già considerati esigui dagli scienziati – nella ricerca, soprattutto quella fondamentale (nonostante la sua centralità nello studio di future zoonosi e pandemie).

Draghi segue molte scelte di Conte, senza mai riconoscerne i meriti, ma le discontinuità sono oggi evidenti. Discontinuità mai spiegate nelle nomine o sostituzioni, oltre che nell’economia. Ma più in generale: ripristino di quella che negli anni Ottanta e Novanta si chiamava “disintermediazione”. Mutuata dal linguaggio finanziario, la disintermediazione marginalizza ogni sorta di intermediario/mediatore (sindacati, partiti, giornalisti, parlamenti, magistrati) sistematicamente incriminati di allentare, ostacolare, normare le forze di mercato. L’ultimo nemico da maledire: la burocrazia.

Oltre all’offensiva indistinta contro burocrati e partiti, assistiamo infine a una progressiva, sotterranea squalifica dei maggiori scienziati che ci sono stati accanto nella pandemia, da Andrea Crisanti a Massimo Galli. Il “rischio ragionato” al momento si dimostra vincente, per fortuna. Ma le riaperture non sono irreversibili come afferma Sileri: in Gran Bretagna già si parla di terza ondata e di nuove restrizioni. Il rischio è preferito al principio di precauzione: anche questo fa parte della Reconquista.

La disintermediazione è una macchina di accentramento dei poteri nelle mani del premier e di quelle che Zagrebelsky chiama cerchie ristrette del potere. Contestualmente sono sempre più invise le elezioni: evitarle è cosa buona e giusta. Quando danno risultati sconvenienti subito ci si rincuora dicendo che in ogni caso opera il “pilota automatico”. Subito dopo le elezioni del febbraio 2013 e il primo grande successo del M5S, Draghi presidente dalla Banca centrale europea disse in conferenza stampa: “I mercati sono stati meno impressionati (dall’esito del voto) dei politici e di voi giornalisti. Penso che capiscano che viviamo in democrazie (…) Dovete considerare che gran parte delle misure italiane di consolidamento dei conti continueranno a procedere con il pilota automatico”. Già allora i giornalisti andarono in estasi, specie quando venivano scherniti per la loro “impressionabilità” (anche qui: fu sprezzatura o disprezzo?).

Con Draghi, il mercato si libera di parecchi controlli – declassati a burocratici. Il desiderio è di chiudere la parentesi della pandemia e restaurare quel che c’era prima. Offerta e domanda devono potersi di nuovo incontrare direttamente, senza intermediari. Fino alla prossima crisi, finanziaria o sanitaria o democratica che sia. O al prossimo crollo di un ponte o una funivia. Si chiama rischio, non disastro. Vince l’osannata resilienza/sopportazione, che sta soppiantando – simile alle varianti virali – le più promettenti nozioni di resistenza e normalità alternativa.

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Evasori e Covid: 5S e PD che ci stanno a fare nel governo?

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 18 aprile 2021

Brutti giorni per chi – come l’infettivologo Massimo Galli – pensa che per abbattere le mortifere varianti del Covid siano necessarie ambedue le cose: vaccinazioni e chiusure radicali. Perfino Boris Johnson lo ha detto: in Inghilterra è stato il lockdown a ridurre le infezioni, le ospedalizzazioni e i morti, più dei vaccini. Ma Draghi non guarda ai dati epidemiologici né alle precoci e sconsiderate riaperture in Sardegna, Cile, o Spagna. Guarda a Salvini, a Renzi, ai grandi media: le riaperture “sono un rischio ragionato” se si vuole crescere. A decidere non siano più i medici. Già prima, con il condono, Draghi è parso stregato da Salvini. A questo punto non si capisce che ci stiano a fare nel governo Pd e M5S. Né si capisce l’ottusa derisione delle tesi di Goffredo Bettini: chi può negare che interessi nazionali e internazionali abbiano scaricato Conte, in vista di riaperture così mal calcolate e di una messa in riga degli scienziati?

La solitudine del maratoneta

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 30 marzo 2021

La popolarità di Giuseppe Conte, anche dopo la caduta del suo governo, continua a essere un enigma strano e dunque incomprensibile per gran parte dei giornali. Possibile che susciti tanti consensi, questo dilettante buttatosi in politica pur essendo sprovvisto di Visione e addirittura di Anima?

Il conformismo retorico, l’incredulità, la mancanza di curiosità regnano sovrani nella grande stampa italiana, e trasfigurando Mario Draghi lo usano e ne abusano. I commentatori spesso fanno politica invece di esplorare. Tanto più prezioso il libro di Rita Bruschi e Gregorio De Paola, che racconta quel che si conosce poco, dell’ex presidente del Consiglio: le letture, le convinzioni con cui è entrato in politica, il banco di prova che è stato il Covid e l’enigma, appunto, della sua persistente popolarità (Giuseppe Conte – Il carattere di una politica, ETS).

Mi soffermo su due momenti decisivi nel cammino di Conte, che sono stati la pandemia e l’Europa. Sono momenti che possono essere ricostruiti passo dopo passo nel libro, anche grazie ai numerosi link indicati in nota. E ricostruirli vale la pena, tanto grande è stata e continua a essere la disinformazione.

Il Covid innanzitutto, e cioè la parte più disconosciuta e inesplorata della sua popolarità. Conte è infatti divenuto popolare nonostante abbia inflitto sofferenze enormi agli italiani, con il lockdown (il primo in Europa) e le chiusure mirate che hanno tenuto a bada la pandemia. Proprio in occasione di quest’esperienza frastornante – la protezione della vita, unita a restrizioni della libertà mai viste nella storia repubblicana – tanti italiani hanno visto in Conte “l’avvocato del popolo”. Hanno apprezzato la sua straordinaria empatia, e la costante adesione ai pareri dei principali tecnici e scienziati: un’attitudine umile e feconda che lo distingue da Emmanuel Macron e che ci ha risparmiato gli innumerevoli, letali errori del capo di Stato francese. Hanno stimato le sue conferenze stampa e i suoi discorsi, che i giornalisti mainstream ricordano con irritazione, mettendoli a confronto con le abitudini oratorie di Mario Draghi. L’empatia non andava a caccia di “consenso sui social”, come affermò Matteo Renzi quando sfasciò il governo, ma era il laccio che teneva legati governanti e governati in un terribile momento della storia mondiale. Abissale e niente affatto machiavellica è l’ignoranza di questo momento mostrata dal capo di Italia Viva.

Il secondo momento è quello europeo. Secondo la vulgata, oggi abbiamo un presidente del Consiglio che può “battere i pugni sul tavolo” nell’Ue, visto che per anni ha presieduto la Banca centrale europea. La storia è ben diversa, se ripercorriamo il cammino di Conte nell’anno del Covid. Il piano Next Generation non è nato improvvisamente il 18 maggio scorso, quando Macron e Merkel hanno annunciato la messa in comune dei debiti nazionali. Si dimentica quel che ha preceduto il cruciale vertice franco-tedesco: l’ostinato, indefesso sforzo di Conte per convincere la Germania a superare l’antica avversione per il debito comune e gli eurobond, ad abbandonare la strategia dell’austerità che aveva piegato e umiliato la Grecia.

Le tappe di questo sforzo sono documentate con minuzia nel libro: dapprima la consapevolezza – già presente nel Conte 1 – che l’austerità era stata una strategia rovinosa per l’Unione. Poi il tentativo di far capire in Europa che i cosiddetti populismi andavano esplorati e capiti (compreso quello dei Gilet gialli, aggiungerei), perché esprimevano malcontenti dei cittadini cui bisognava dare risposte non ortodosse. Poi il dialogo con Angela Merkel e lo sforzo di spiegarle come mai l’Italia non chiedeva il Mes, ma il superamento – tramite il comune debito europeo – dei dogmi neoliberisti. “Il Mes è lo strumento che abbiamo – replicò la Cancelliera in uno dei vertici – “non capisco perché tu voglia minarlo”. Al che Conte: “State guardando alla realtà di oggi con gli occhiali di dieci anni fa. Il Mes è stato disegnato nella crisi dell’euro per Paesi che hanno commesso errori”. La pandemia colpiva tutti, veniva da fuori ed era simmetrica: doveva finire nell’Ue lo scontro distruttivo fra creditori e debitori, tra “frugali” e “spreconi”.

Mentre rifiutava i prestiti del Mes, Conte tesseva dunque la sua tela. Anzi, li rifiutava per meglio tessere l’alternativa: come Spagna e Portogallo, solo che questi Paesi non sono stati colpiti come in Italia dalla marea retorica pro-Mes. All’inizio era solo. Poi il 25 marzo 2020 convinse sette governi europei a firmare una lettera a Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, in cui si chiedeva un nuovo strumento per fronteggiare i disastri del Covid e preparare insieme “il giorno dopo”. La lettera può essere letta come manifesto programmatico del Recovery Plan e fu firmata da Francia, Spagna, Belgio, Grecia, Portogallo, Irlanda, Lussemburgo, Slovenia. “Non stiamo scrivendo una pagina di un manuale di economia – così Conte – stiamo scrivendo una pagina di un libro di storia”. Alla fine la pagina fu scritta, e Berlino accettò quello che non aveva mai accettato, e che ancor oggi purtroppo crea problemi: la messa in comune del debito, di nuovo contestata – nei giorni scorsi – dalla Corte costituzionale tedesca. Il Recovery Plan e i 209 miliardi di euro per l’Italia (prestiti e sovvenzioni a fondo perduto), sono stati decisi il 21 luglio 2020.

Conte era solo quando si batté per un’Europa solidale: “Si è mosso bene dentro un consesso di lupi”, scrisse lo storico Marco Revelli, che è tra gli ispiratori del libro. Era solo quando decise (contro il parere di chi gli era vicino), di andare a Taranto per parlare con chi lavora all’Ilva e al tempo stesso soffre gli effetti tossici dell’acciaieria. Era solo quando aprì alla Via della Seta cinese e rifiutò la guerra fredda con Mosca (forse paga anche per questo). Era solo in occidente quando annunciò il lockdown, il 20 marzo 2020. Parlando alla Bbc, spiegò il ritardo: l’Italia non è la Cina, “da noi limitare libertà costituzionali è stato un passaggio fondamentale che abbiamo dovuto ponderare, valutare attentamente. Se avessi proposto un lockdown o la restrizione delle libertà costituzionali all’inizio, quando avevo i primi focolai, mi avrebbero preso per pazzo”.

Questa somma di solitudini non è piaciuta ai poteri mediatici, che si son fatti portavoce di altri poteri, nazionali e transnazionali. Ma lo si deve a lui, se l’Italia piagata dal Covid sarà aiutata e non sarà sola, “il giorno dopo”.

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AstraZeneca, quei dubbi da seri studi scientifici

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 18 marzo 2021

Per la prima volta da quando viviamo in pandemia, non pochi scienziati sembrano temere la contraddizione. La loro fiducia nel vaccino AstraZeneca è semireligiosa, e ogni dubbio o diffidenza è bollato come una reazione emotiva, irrazionale, perfino antiscientifica. Non mancano le eccezioni – l’immunologa Antonella Viola ha accolto con favore la sospensione del farmaco, che permette più indagini sui decessi e più trasparenza nella campagna vaccinale – ma un gran numero di esperti scientifici nega la sia pur minima esistenza di controindicazioni. Intervengono nei talk show, sui giornali, esprimendo fastidio per la pausa di riflessione annunciata prima da quattro Paesi nordeuropei, poi da Germania, Italia e Francia.

Quel che molti esperti italiani omettono di dire è che tra gli scienziati non c’è affatto unanimità sui possibili effetti negativi di AstraZeneca. In Germania, la sospensione del vaccino non è stata solo politica (il prof. Luciano Gattinoni insinua addirittura che Angela Merkel abbia deciso la sospensione subito dopo la sconfitta del proprio partito in due elezioni regionali) ma si è basata su un rapporto scientifico del prestigioso Istituto Paul Ehrlich, specializzato in vaccini e farmaci biomedici. Il rapporto è uscito il 16 marzo e chiedeva – con un’argomentazione molto stringente – di sospendere subito AstraZeneca in attesa di un parere dell’Agenzia Europea del Medicinali (Ema).

In primo luogo, l’Istituto smonta la vulgata secondo cui i deceduti (per trombosi del seno venoso cerebrale nel caso tedesco) sarebbero morti anche qualora non si fossero vaccinati. Il numero esiguo di questa patologia letale rientrerebbe in una curva “normale”, sempre secondo la vulgata. L’istituto tedesco sostiene invece che il numero di casi letali di cui si sta occupando è “statisticamente superiore, in maniera significativa, al numero di trombosi cerebrali che si manifestano abitualmente nella popolazione in assenza di vaccino”. Lo ha appurato attraverso un’analisi che mette a confronto le osservazioni sul campo e le aspettative (la cosiddetta “Observed-versus-Expected Analysis”).

Ancora venerdì scorso, il 12 marzo, i morti cui era stato somministrato poco prima il vaccino non destavano un allarme speciale, visto che gli eventi letali erano apparsi con una frequenza che “ci si aspetta” in tempi ordinari. Era dunque giusto parlare di nesso non causale, ma solo temporale tra vaccinazioni e decessi.

La svolta avviene lunedì 15, quando vengono segnalati in Germania due ulteriori decessi di trombosi del seno venoso cerebrale dopo vaccinazioni con AstraZeneca. È a questo punto – spiega l’Istituto Ehrlich – che il numero di decessi ha cominciato a “superare in maniera netta la cifra normalmente prevista (expected)”. Allarmato da questa constatazione, l’Istituto è uscito allo scoperto e ha consigliato la provvisoria sospensione del vaccino.

Altro punto importante del rapporto: la questione, sollevata da molti commentatori, concernente la pillola anticoncezionale. Anche in questo caso la trombosi è in effetti un potenziale effetto secondario. Ma “i medici che prescrivono la pillola sono tenuti a illustrare alla paziente i possibili rischi che corre”. E i rischi sono indicati nei bugiardini del farmaco. Questo non accade per le eventuali trombosi che potrebbero manifestarsi in coincidenza con la vaccinazione AstraZeneca. Anche questo punto andrebbe chiarito oggi dall’Ema. Il consenso al vaccino dovrebbe essere pienamente informato.

Come sappiamo, la scienza è fatta di un succedersi infinito di esperimenti, errori e nuovi esperimenti. Sarebbe un peccato se divenisse d’improvviso un’ortodossia, e confondesse l’allarme con l’allarmismo. È in gioco non solo la credibilità degli scienziati, ma anche e soprattutto la fiducia degli italiani nei vaccini.

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