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Comunicato GUE/NGL sulla situazione in Catalogna

di giovedì, settembre 21, 2017 0 , , Permalink

MEPs from the European United Left/Nordic Green Left (GUE/NGL) are extremely concerned with the events that have taken place in Catalonia in recent days, particularly, the arrests this morning of 14 high ranking Catalan officials.

This is just the latest in a series of increasingly repressive measures by the Spanish government designed to prevent the independence referendum organised for October 1.

Spanish authorities have seized control of the Catalan government’s finances, confiscated 1.5 million posters for the referendum and threatened more than 700 local mayors with legal action for offering council premises to hold the referendum.

Whatever our opinion of Catalan independence or the October 1 referendum, this does not justify the use of force, repression and fear. The Catalan people must be allowed to democratically decide their future.

GUE/NGL condemns this morning’s detentions by the Spanish Guardia Civil and calls upon the Spanish government to end its policy of repression against Catalan society. This is unacceptable in any democratic country.

GUE/NGL also calls on the EU institutions to protect the fundamental rights of the Catalan people as European citizens and not be indifferent to the events happening in Catalonia.

GUE/NGL stands in solidarity with the people of Catalonia and asks for a peaceful democratic resolution to the current situation.


Si veda anche:
Los 27 eurodiputados que han denunciado a la CE “las amenazas” a los 712 alcaldes soberanistas, articolo del quotidiano spagnolo «El Nacional» che dà notizia di un’interrogazione scritta firmata anche da Barbara Spinelli.

Lo schema delle ricollocazioni scade a settembre, e un nuovo sistema Dublino ancora non c’è

Bruxelles, 15 settembre 2017. Barbara Spinelli (GUE/NGL) ha presentato un’interrogazione scritta alla Commissione europea sull’applicazione delle Decisioni di ricollocazione di richiedenti protezione internazionale, in vista della loro scadenza il prossimo 26 settembre. L’interrogazione è stata firmata da altri 62 parlamentari europei appartenenti a diversi gruppi politici.

Di seguito il testo:

Nella sua sentenza del 6 settembre 2017, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha respinto i ricorsi presentati dalla Slovacchia e dall’Ungheria contro il meccanismo di ricollocazione, affermando che «la mancanza di cooperazione da parte di alcuni Stati membri» è la causa principale del numero ridotto di ricollocazioni di richiedenti protezione internazionale.

Il documento dell’ECRE Relocation not Procrastination nota che la resistenza politica e legale a ricollocare i richiedenti protezione internazionale include «preferenze proibitive espresse da alcuni Stati membri, e gravi ritardi nel mettere a disposizione posti per la ricollocazione, nonché nell’esaminare e accettare ricollocazioni dall’Italia e dalla Grecia».

Poiché la scadenza per l’applicazione delle Decisioni di ricollocazione 2015/1523 e 2015/1601 è prossima (26 settembre 2017) chiediamo alla Commissione:

  1. Intende lanciare ulteriori procedure d’infrazione contro Stati membri inadempienti?
  2. Rivedrà i trasferimenti da altri Stati membri verso l’Italia e la Grecia ai sensi del Regolamento di Dublino, dando invece priorità agli elementi di solidarietà delle ricollocazioni?
  3. Nel settembre 2015, il Presidente della Commissione Jean-Paul Juncker ha annunciato un “meccanismo permanente” di ricollocazione nel quadro del sistema Dublino. Nel maggio 2017, il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione di presentare una nuova proposta di ricollocazione in attesa della riforma del sistema Dublino. Perché il Commissario Dimitris Avramopoulos ha dichiarato invece che la Commissione non presenterà nuove proposte per la ricollocazione?

1. Barbara Spinelli (GUE/NGL)
2. Marisa Matias (GUE/NGL)
3. Sofia Sakorafa (GUE/NGL)
4. Josef Weidenholzer (S&D)
5. Bart Staes (Verdi/ALE)
6. Bronis Ropé (Verdi/ALE)
7. Alfred Sant (S&D)
8. Laura Ferrara (EFDD – M5S)
9. Josep-Maria Terricabras (Verdi/ALE)
10. Stelios Kouloglou (GUE/NGL)
11. Kostas Chrysogonos (GUE/NGL)
12. Elly Schlein (S&D)
13. Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL)
14. Eleonora Evi (EFDD – M5S)
15. Stefan Eck (GUE/NGL)
16. Sylvie Guillaume (S&D)
17. Benedek Jávor (Verdi/ALE)
18. Eva Joly (Verdi/ALE)
19. Sergio Cofferati (S&D)
20. Norica Nicolai (ALDE)
21. Eleonora Forenza (GUE/NGL)
22. Elena Valenciano (S&D)
23. Claude Rolin (PPE)
24. Josu Juaristi Albaunz (GUE/NGL)
25. Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL)
26. Fabio Massimo Castaldo (EFDD – M5S)
27. Andrejs Mamikins (S&D)
28. Tanja Fajon (S&D)
29. Hilde Vautmans (ALDE)
30. Juan Fernando López Aguilar (S&D)
31. Curzio Maltese (GUE/NGL)
32. Nessa Childers (S&D)
33. Miguel Urbán Crespo (GUE/NGL)
34. Neoklis Sylikiotis (GUE/NGL)
35. Gabriele Zimmer (GUE/NGL)
36. Ana Gomes (S&D)
37. Ernest Urtasun (Verdi/ALE)
38. Takis Hadjigeorgiou (GUE/NGL)
39. Nicola Caputo (S&D)
40. Tania González Peñas (GUE/NGL)
41. Julie Ward (S&D)
42. Nikolay Barekov (ECR)
43. Javier Nart (ALDE)
44. Ramon Tremosa i Balcells (ALDE)
45. Cornelia Ernst (GUE/NGL)
46. Jean Lambert (Verdi/ALE)
47. Malin Björk (GUE/NGL)
48. Mady Delvaux-Stehres (S&D)
49. Nathalie Griesbeck (ALDE)
50. Sabine Lösing (GUE/NGL)
51. Jordi Solé (Verdi/ALE)
52. Soraya Post (S&D)
53. Dietmar Köster (S&D)
54. Luke Ming Flanagan (GUE/NGL)
55. Molly Scott Cato (Verdi/ALE)
56. Ivan Jakovčić (ALDE)
57. Kostadinka Kuneva (GUE/NGL)
58. Barbara Lochbihler (Verdi/ALE)
59. Margrete Auken (Verdi/ALE)
60. Costas Mavrides (S&D)
61. Nikolaos Chountis (GUE/NGL)
62. Helmut Scholz (GUE/NGL)
63. José Inácio Faria (PPE)

 

Fonti:
European Agenda on Migration: Press Conference by Commissioner Avramopoulos on the progress made on managing migration and external borders

Relocation: Commission launches infringement procedures against the Czech Republic, Hungary and Poland

Judgment of the Court (Grand Chamber) 6 September 2017

Ecre’s assessment of the obstacles to relocation of asylum seekers from Greece and Italy and its proposals for a continuation of relocation after September 2017

European Parliament resolution of 18 May 2017 on making relocation happen

L’Africa, una nostra prigione a cielo aperto

di martedì, settembre 12, 2017 0 , , , , Permalink

Strasburgo, 12 settembre. Barbara Spinelli è intervenuta nel corso della seduta Plenaria del Parlamento europeo dopo la dichiarazione del Vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini, sui “Recenti sviluppi in materia di migrazione”. Di seguito l’intervento:

Immagino che il vicepresidente Mogherini conosca i moniti dell’Alto Commissariato Onu e di Medici senza frontiere, a proposito degli effetti degli accordi di Parigi su Libia, Ciad e Niger. Nei moniti si parla di campi di detenzione libici dove i migranti subiscono violenze e morte. L’allarme delle Ong concerne anche il controllo da parte del Ciad e del Niger delle rotte di fuga, a Sud della Libia. Saranno loro – assistiti da forze europee – a controllare le oasi dove le carovane si fermano per dissetarsi. Le nuove rotte saranno minate o prive di pozzi d’acqua.

La verità è che l’Africa diverrà una nostra prigione, dalle inaudite proporzioni, che co-finanziamo. E la cosa più impressionante è che l’Unione è al corrente di questo. Non ignora che l’80 per cento degli sfollati già è in Africa. Che in Europa arriva una parte minima. Che la Libia non ha firmato la convenzione di Ginevra.

Ciononostante, l’Unione si rallegra della diminuzione dei flussi, degli smuggler beffati. Questo rallegrarsi è il capitolo più nero della sua storia presente. Nei comunicati, l’ipocrisia giunge sino a sostenere che questo avverrà rispettando i diritti dell’uomo. Definire “inaccettabili” i centri di detenzione libici è del tutto insensato, Signora Mogherini, visto che l’Unione li ha accettati.

La cosa sicura è che l’Unione non potrà dire, quando sarà chiamata a render conto – perché prima o poi lo sarà: “Non sapevamo”.

PCE/PEC – Riconoscimento dei diritti di cittadinanza dei cittadini del Regno Unito negli altri Stati membri dell’UE e accordo sui diritti dei cittadini non britannici dell’UE nel Regno Unito

Interrogazione con richiesta di risposta scritta
al Consiglio (Presidente del Consiglio Europeo)
Articolo 130 del regolamento
24 maggio 2017

Julie Ward (S&D), Jean Lambert (Verts/ALE), Helga Trüpel (Verts/ALE), Paloma López Bermejo (GUE/NGL), Catherine Bearder (ALDE), Bart Staes (Verts/ALE), Alfred Sant (S&D), Eugen Freund (S&D), Alex Mayer (S&D), Tomáš Zdechovský (PPE), Barbara Spinelli (GUE/NGL), Heidi Hautala (Verts/ALE), Ricardo Serrão Santos (S&D), Jean-Paul Denanot (S&D), Ernest Urtasun (Verts/ALE), Valentinas Mazuronis (ALDE), Tania González Peñas (GUE/NGL), Hilde Vautmans (ALDE), Pascal Durand (Verts/ALE), Viorica Dăncilă (S&D), Kateřina Konečná (GUE/NGL)

Oggetto:  PCE/PEC — Riconoscimento dei diritti di cittadinanza dei cittadini del Regno Unito negli altri Stati membri dell’UE e accordo sui diritti dei cittadini non britannici dell’UE nel Regno Unito

Dal referendum del 23 giugno 2016 nel Regno Unito, i cittadini degli Stati membri dell’UE nel Regno Unito e i cittadini del Regno Unito in altri Stati membri dell’UE provano un senso di incertezza, ansia e angoscia circa la loro situazione e quella delle loro famiglie.

L’organizzazione «New Europeans» e altre organizzazioni della società civile hanno messo in luce la profonda preoccupazione dei cittadini per quanto riguarda la loro possibilità di beneficiare dei diritti che derivano dalla loro cittadinanza europea, compreso il diritto di rimanere nello Stato membro in cui risiedono, e mantenere il loro diritto alla vita privata e familiare, quale sancito nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE e nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

I cittadini si rammaricano profondamente di essere utilizzati come merce di scambio nei negoziati sulla Brexit.

A prescindere dalla posizione del Regno Unito, presente o futura, può il Presidente indicare se intende raccomandare al Consiglio europeo di impegnarsi a mantenere i diritti di cittadinanza dell’UE per i cittadini britannici in altri Stati membri dell’UE, e a far sì che questi restino in vigore a prescindere dall’esito dei negoziati con il Regno Unito?

Intende inoltre il Presidente sostenere che le garanzie sui diritti dei cittadini dell’UE non britannici nel Regno Unito debbano essere oggetto di un accordo separato con il Regno Unito e non essere influenzate dall’esito dei negoziati su altri argomenti?

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Risposta
17 luglio 2017

Il presidente del Consiglio europeo si è impegnato a rispondere alle interrogazioni parlamentari nella misura in cui queste riguardino le sue attività politiche. Poiché i negoziati con il Regno Unito a norma dell’articolo 50 del TUE non rientrano nel campo d’applicazione di tale impegno, il presidente del Consiglio europeo non è in grado di rispondere all’interrogazione posta dagli onorevoli parlamentari.

Domanda scritta su ricollocamenti: sentenza della Corte di giustizia

COMUNICATO STAMPA DEL GUE/NGL

GUE/NGL MEPs call on Commission to ensure implementation of ECJ ruling on refugee relocations  

GUE/NGL MEPs welcome the European Court of Justice’s ruling on refugee relocations and call for action from the Commission to ensure its implementation.

Shadow Rapporteur on relocation, Barbara Spinelli, comments: “In its judgement of 06/09/17, the EU Court of Justice has dismissed the actions brought by Slovakia and Hungary to challenge the relocation mechanism.”

“The judgement is certainly a positive step, but a clarification by the Commission is urgently needed.

“The expiration date of 26 September 2017 for the application of the Council’s Decisions on Relocation is approaching. Juncker had promised a permanent mechanism, but Avramopoulos has announced that the Commission will not present new proposals for relocation.

“Moreover, the relocations have been crippled by discriminatory criteria, and have been outnumbered by the returns of refugees to Greece and Italy on the basis of the Dublin system. These are the main points I stressed in a Written Question to the Commission, open on September 8 to co-signatures by members of the EP,” Spinelli explains.

“In its judgement, the European Court of Justice has dismissed the actions brought by Slovakia and Hungary to challenge the relocation mechanism.”

GUE/NGL Coordinator on the Civil Liberties, Justice and Home Affairs Committee, Cornelia Ernst, adds: “Now it has also been confirmed by the highest judicial authority: the governments in Hungary and Slovakia cannot hide beyond their racist standpoints; solidarity is a duty under the law.”

“The judges also made it clear that European refugee policy is supposed to be more than just border protection and FRONTEX.

“Now it is important to build on this, so I urge the Commission and the Council to end their blockade and to finally clear the way for a fundamentally new EU refugee policy,” Ernst concludes.

For further information:
The European Council on Refugees and Exiles’ report Relocation not procrastination: ECRE’s Assessment of the obstacles to relocation of asylum seekers from Greece and Italy and its proposals for a continuation of relocationafter September 2017.

Interrogazione scritta sui presunti accordi tra governo libico e milizie implicate nel traffico di essere umani

di martedì, settembre 5, 2017 0 , , , , Permalink

Gli eurodeputati Elly Schlein (S&D), Barbara Spinelli (GUE/NGL), Sergio Cofferati (S&D), Ana Gomes (S&D), Cornelia Ernst (GUE/NGL), Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL), Judith Sargentini (Verdi) ed Eleonora Forenza (GUE/NGL) hanno presentato un’interrogazione scritta alla Commissione europea per chiedere quali misure intenda assumere per assicurare che i fondi UE non finiscano nelle mani di milizie che gestiscono il traffico di esseri umani.

Ai primi firmatari si sono aggiunti Ska Keller (Verdi), Cécile Kyenge (S&D), Juan Fernando Lopez Aguilar (S&D), Ernest Urtasun (Verdi), Kathleen Van Brempt (S&D), Dietmar Köster (S&D), Ulrike Lunacek (S&D), Eva Joly (Verdi), Birgit Sippel (S&D).

Di seguito il testo dell’interrogazione (qui la versione inglese in formato Word):

“Da quanto emerso da un reportage della Associated Press, alcuni funzionari libici di sicurezza e alcuni miliziani hanno rivelato che il governo del paese di Tripoli ha presumibilmente pagato milizie che sono anche implicate nel traffico di esseri umani, per impedire il flusso di migranti verso l’Europa in cambio di attrezzature, barche e salari, dopo un accordo sostenuto dal governo italiano. Uno di questi gruppi di milizie è stato identificato anche dal panel di esperti delle Nazioni Unite sulla Libia come tra i principali facilitatori del traffico di esseri umani.

Secondo le fonti della AP, questa è una delle ragioni principali dietro la diminuzione degli arrivi dalla Libia negli ultimi due mesi. La Commissione europea e il Consiglio hanno fornito un sostegno significativo al governo libico, anche attraverso il Fondo Fiduciario UE per l’Africa e con un progetto finanziato con 46 milioni di euro, destinato alla formazione della guardia costiera libica al rafforzamento delle sue frontiere e al miglioramento delle condizioni dei migranti nei centri di detenzione.
 
La Commissione europea è consapevole dell’esistenza di questo tipo di accordi con le milizie locali? Attraverso quali misure la Commissione europea intende assicurare che i fondi europei non finiscano nelle mani di milizie che gestiscono il traffico di esseri umani? Se queste informazioni troveranno conferma, considererà la sospensione dei finanziamenti al governo libico?”.

La solidarietà non è un crimine

Gli eurodeputati Barbara Spinelli, Marie-Christine Vergiat (GUE/NGL) e Pascal Durand (Verdi) hanno rilasciato la seguente dichiarazione:

LA SOLIDARIETÀ NON È UN CRIMINE
DICHIARAZIONE DI
Barbara Spinelli, eurodeputata gruppo GUE/NGL
Marie-Christine Vergiat, eurodeputata gruppo GUE/NGL
Pascal Durand, eurodeputato gruppo Verdi/EFA

Bruxelles, 11 agosto 2017

Il recente moltiplicarsi di azioni penali in Italia e in Francia nei confronti di persone che mostrano solidarietà verso i rifugiati costituisce un allarmante tentativo di creare divisioni tra le Ong attive nelle operazioni di ricerca e soccorso in mare (SAR) e di isolare i singoli cittadini europei preoccupati per la sicurezza degli esiliati forzati che affrontano viaggi pericolosi dall’Eritrea, dal Sudan, dalla Libia, dalla Siria, dall’Afghanistan e da molti altri paesi in crisi. Si tratta di persone che da anni rischiano quotidianamente la vita in viaggi per terra e per mare – in una sorta di selezione darwiniana – mentre l’Unione europea, dove solo una parte di essi arriva, chiude sempre di più le sue porte ed esternalizza le sue politiche di asilo. La grande maggioranza di migranti e rifugiati (80%) trova riparo nei paesi in via di sviluppo, per lo più africani. La straordinaria attività delle Ong nel Mediterraneo è dovuta all’assenza di operazioni pubbliche e proattive di ricerca e soccorso condotte dall’Unione e dai suoi Stati membri, dopo la dismissione di “Mare Nostrum”.

La solidarietà non deve essere considerata una violazione della legalità. Non è un crimine, ma un dovere umanitario.

Oggi la nostra preoccupazione si rivolge in particolar modo a due persone che operano in soccorso di migranti e richiedenti asilo, in Italia e in Francia. In entrambi i casi, la solidarietà da esse praticata verso persone in pericolo di vita è equiparata all’attività dei trafficanti di esseri umani. In entrambi i casi, siamo di fronte a leggi anacronistiche il cui fine è criminalizzare la cosiddetta immigrazione clandestina e chiunque possa essere sospettato di favorirla: parliamo della legge Bossi-Fini in Italia e del CESEDA (Code de l’entrée et du séjour des étrangers et du droit d’asile) in Francia, che prevede fino a cinque anni di carcere e una multa di 30.000 euro per i “passeurs” che facilitano o tentano di facilitare l’ingresso, l’accoglienza e la circolazione di migranti e rifugiati.

In Italia Mussie Zerai – un prete eritreo candidato al Premio Nobel per la pace per aver contribuito a salvare la vita di migliaia di migranti e rifugiati che attraversano il Mediterraneo – è indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.[1] Lunedì 7 agosto, il Presidente dell’agenzia Habeshia si è visto notificare un avviso di garanzia dalla Procura di Trapani. Fuggito in giovane età dall’Eritrea, dopo la consacrazione a sacerdote, Padre Zerai è diventato un punto di riferimento per migranti e rifugiati in pericolo. Per lungo tempo, il suo numero di telefono è stato l’unico che molti potessero chiamare in caso di emergenza. Di tanto in tanto riceve richieste di aiuto tramite telefoni satellitari da parte di persone a rischio di naufragio a bordo di imbarcazioni malcerte. Ogni volta trasmette le coordinate delle imbarcazioni alla Guardia costiera italiana e, solo in seguito, a navi private impegnate in attività di ricerca e soccorso nella zona interessata.

Probabilmente è questo il motivo per cui il suo nome è finito nell’inchiesta sull’immigrazione illegale aperta dal Procuratore di Trapani, incentrata sul ruolo di alcune Ong nel soccorso in mare dei migranti. Il candidato al Premio Nobel per la pace rigetta ogni accusa di aver preso parte a scambi di informazioni clandestini. “Non ho mai fatto parte della presunta chat segreta”. “Le segnalazioni sono il frutto di richieste di aiuto che mi sono state indirizzate da imbarcazioni al di fuori delle acque territoriali libiche e comunque dopo ore di navigazione precaria e pericolosa”.

In Francia, martedì 8 agosto un agricoltore, Cédric Herrou, è stato condannato per aver aiutato i rifugiati ad attraversare il confine tra il suo paese e l’Italia. [2]  La Corte d’appello di Aix-en-Provence ha emesso una sentenza di condanna a quattro mesi di carcere, sospesa con la condizionale. Le autorità hanno detto che  nel corso dell’ultimo anno Herrou ha aiutato circa 200 migranti, ospitandone alcuni nella sua fattoria nella valle del Roya nelle Alpi, vicino al confine italiano. Una legge francese del 2012 accorda l’immunità penale  per coloro che aiutano i migranti “con azioni umanitarie e disinteressate” ma il procuratore ha ritenuto che Herrou stesse violando la legge. Herrou ha detto che “non ha rimpianti” e non smetterà di aiutare i migranti, ritenendolo un dovere di cittadinanza.

In un precedente processo che si è svolto a gennaio, Herrou disse: “Ho fatto salire sulla macchina ragazzi che cercavano di attraversare il confine per la dodicesima volta”. “La mia inazione e il mio silenzio mi avrebbero reso un complice. Non voglio essere un complice.”

Chiediamo all’Unione europea e ai suoi Stati membri di fermare la campagna diffamatoria condotta contro le Ong e contro quei cittadini che stanno attuando azioni umanitarie d’emergenza a favore di rifugiati e migranti. Chiediamo alla Commissione e agli Stati membri la piena osservanza, per la loro parte, della legislazione internazionale – Convenzione di Geneva, Legge del mare,Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea –  per quanto riguarda il principio di non-refoulement, la protezione dei bambini e dei minori non accompagnati  e l’obbligo di operazioni di ricerca e soccorso (Search and Rescue) delle persone in difficoltà o in imminente pericolo in mare.

[1] http://habeshia.blogspot.fr/2017/08/la-solidarieta-non-e-un-crimine.html

[2] http://www.lemonde.fr/immigration-et-diversite/article/2017/08/08/poursuivi-pour-aide-a-l-immigration-clandestine-cedric-herrou-attend-son-jugement-en-appel_5169880_1654200.html


SOLIDARITY IS NOT A CRIME

DECLARATION BY

Barbara Spinelli                         (MEP – group GUE-NGL)
Marie-Christine Vergiat               (MEP – group GUE-NGL)
Pascal Durand                            (MEP – group Greens/European Free Alliance)

Brussels, August 11, 2017

The recent proliferation of prosecutions in Italy and France towards people who showed solidarity with the refugees is a disturbing attempt to create division among NGOs active in Search and Rescue operations, and to isolate common European citizens who are concerned with the safety of the forced exiles who embarked in perilous journeys from Eritrea, Sudan, Libya, Syria, Afghanistan and many other distressed countries. Since years, they risk death on land and sea on a daily basis – in a sort of Darwinian selection – and the European Union, where only a part of them arrive, is closing more and more its doors and externalizing its asylum policies. The vast majority of migrants and refugees (80%) finds shelter in developing, mostly African countries. The extraordinary activity of NGOs in the Mediterranean is due to the absence of proactive public Search and Rescue operations carried out by the Union and its Member States, since the end of “Mare Nostrum”.

Solidarity must not be considered a law-breaking offense. It is not a crime, but a humanitarian obligation.

Today, we are particularly concerned about two persons who took action to rescue migrants and asylum-seekers, in Italy and France. In both cases, their solidarity towards people in mortal danger is equated with the activity perpetrated by smugglers. In both, we are confronted with anachronistic laws whose purpose is to criminalise the so-called clandestine immigration and whosoever could be suspected of favouring it: the Bossi-Fini law in Italy and, in France, the CESEDA (Code of the Entry and Residence of Foreigners and of the Right of Asylum), which charges up to five years of prison and a fine of € 30,000 for those “passeurs” who facilitate or attempt to facilitate the entry, reception and circulation of migrants and refugees.

In Italy, Mussie Zerai, an Eritrean priest who has been nominated for the Nobel Peace Prize for helping save the lives of thousands of migrants and refugees crossing the Mediterranean, is now under investigation on suspicion of abetting illegal immigration. [1] On Monday 7 of August the President of  the agency Habeisha received a notification of being under investigation from the Trapani public prosecutor’s office. Having fled Eritrea as a youngster, after his seminary Father Zerai became a reference point for migrants and refugees in distress. For a long time, his telephone number was the only one that many could call in case of emergency assistance. He would sometimes receive calls for help from people in distress calling from a satellite phone from their rickety vessels at sea. Each time, he transmitted the coordinates of the boats to the Italian coast guard and, afterwards, to private rescue ships known to be in the vicinity.

That is likely the reason his name ended up in a probe which Trapani prosecutors opened into illegal immigration, focusing on the roles allegedly played in migrant rescues by some NGOs. The candidate for the Nobel Prize rejects the accusation of having taken part in clandestine messaging. “I have never been part of the alleged secret chats”. “The reports are the result of requests for help from vessels in difficulty outside of the Libyan waters and in any case after hours of precarious and dangerous navigation”.

In France, on Tuesday 8 of August a farmer, Cédric Herrou, has been convicted of helping refugees to cross the border between his country and Italy. [2] The appeal court of Aix-en-Provence gave Mr Herrou a suspended four-month prison sentence. Authorities said Herrou assisted some 200 migrants over the past year, housing some in his farm in the Roya valley in the Alps, near the Italian border. A 2012 French law provides legal immunity to people helping migrants with “humanitarian and disinterested actions” but the prosecutor has argued Herrou was subverting the law. Herrou said that he “has no regrets” and will not stop helping migrants, calling it his citizen’s duty.

At an earlier trial in January, Herrou said: “I picked up kids who tried to cross the border 12 times”. “There were four deaths on the highway. My inaction and my silence would make me an accomplice. I do not want to be an accomplice.”

We ask the European Union and its Member States to stop the defamatory campaign conducted against NGOs and those citizens who are taking emergency humanitarian actions in favour of refugees and migrants. We ask the Commission and the Member States to be fully respectful, for their part, of the international law – Geneva Convention, Law of the Sea, Convention on the Rights of the Child, Charter of European Fundamental Rights –  as regards the principle of non-refoulement, the protection of children and non accompanied minors and the obligatory Search and Rescue of people in distress or imminent danger at sea.

[1] http://habeshia.blogspot.fr/2017/08/la-solidarieta-non-e-un-crimine.html

[2] http://www.lemonde.fr/immigration-et-diversite/article/2017/08/08/poursuivi-pour-aide-a-l-immigration-clandestine-cedric-herrou-attend-son-jugement-en-appel_5169880_1654200.html

Gravi violazioni dei diritti umani nell’hotspot di Lesbos

di giovedì, luglio 27, 2017 0 , , Permalink

Barbara Spinelli ed Elly Schlein: Le gravi violazioni dei diritti umani nell’hotspot di Lesbos mostrano che le politiche dell’Unione stanno affossando la Convenzione di Ginevra

Bruxelles, 27 luglio 2017

Le eurodeputate Barbara Spinelli (GUE/NGL) ed Elly Schlein (S&D) hanno indirizzato una lettera al Commissario europeo per la migrazione Dimitris Avrampoulos, all’Alto rappresentante Federica Mogherini, ai ministri greci Nikos Toskas e Yiannis Mouzalas  per esprimere grave preoccupazione per la violazione dei diritti umani che si sta verificando nell’hotspot di Moria, sull’isola greca di Lesbos.

La lettera, sottoscritta dai colleghi Sergio Cofferati, Tanja Fajon, Eleonora Forenza, Ana Gomes, Cécile Kyenge e Marie-Christine Vergiat, si basa sulla testimonianza di attivisti e di associazioni per i diritti umani presenti sull’isola che denunciano l’arresto – avvenuto lo scorso 24 luglio – di decine di richiedenti asilo, tra cui profughi siriani e curdo-siriani, sottoposti a violenze e abusi da parte della polizia e a rischio di essere rimpatriati in Turchia, contravvenendo così al principio di non-refoulement che è alla base della Convenzione di Ginevra.

Di seguito il testo della lettera:

Bruxelles, 25 luglio 2017

A:
Dimitris Avramopoulos
Commissario europeo per la Migrazione, gli affari interni e la cittadinanza

Federica Mogherini
Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Vicepresidente della Commissione

Nikos Toskas
Ministro greco per la Protezione dei cittadini

Yiannis Mouzalas
Ministro greco per le Migrazioni

E per conoscenza a:

Filippo Grandi
Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR)

William Lacy Swing
Direttore generale dell’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (OIM)

 

Gentile Alto rappresentante, gentile Commissario, gentili Ministri,

abbiamo appreso dalle dichiarazioni dell’attivista per i diritti umani Nawal Soufi (Premio Cittadinanza Europea 2016), che lo scorso 24 luglio, alle sei del mattino,  numerosi agenti di polizia e militari hanno fatto irruzione nell’hotspot di Moria, sull’isola greca di Lesbos, svegliando i migranti con violenza e sottoponendoli ad abusi. «La polizia aveva una lista di persone da prendere. Decine di migranti sono stati arrestati, per il novanta per cento sono richiedenti asilo. Tra questi numerosi siriani e anche curdo-siriani.  Alcuni hanno ricevuto solamente il primo diniego e sono in attesa di definizione del ricorso. Uno dei richiedenti asilo arrestati è un giovane curdo-siriano che ha già subito violenze in Turchia». [1]

Già il 23 luglio, come mostrato da un video, [2] la polizia greca ha fatto irruzione nell’hotspot di Moria sedando con violenza una rivolta dei richiedenti asilo imprigionati sull’isola da mesi – alcuni addirittura da un anno – sotto costante minaccia di essere deportati o rimpatriati. Sull’isola si era svolto un flash mob organizzato da Amnesty International e da Lesbos Solidarity, per protestare contro l’accordo UE-Turchia e la trappola in cui sono trattenuti migranti e richiedenti asilo. [3]

Secondo l’attivista iraniano Arash Hampay, anch’esso sull’isola, due profughi curdo-iracheni detenuti a Moria sono in sciopero della fame da 27 giorni e versano in condizioni fisiche precarie, senza ricevere cure adeguate e privati della possibilità di comunicare con l’esterno. [4]

La situazione dell’hospot di Moria è descritta con chiarezza nel rapporto appena pubblicata da Medici Senza Frontiere.[5] Sono stati testimoniati anche casi di violenza da parte della polizia e gravi maltrattamenti.[6]

Il ricorso alla detenzione dei richiedenti asilo dovrebbe costituire, secondo la normativa nazionale ed europea, solo una extrema ratio, proporzionata e adeguatamente motivata su base individuale. Ci sembra invece che sulle isole greche, come osservato dalla missione di eurodeputati della Commissione LIBE nel maggio 2017, si faccia un ricorso sistematico alla detenzione dei richiedenti asilo nei cosiddetti pre-removal centers, in attesa di rimpatriare le persone in Turchia in base alla dichiarazione UE-Turchia, o verso i rispettivi Paesi di origine.

Nei pre-removal centers vengono detenute diverse categorie di migranti e richiedenti asilo: persone in attesa di rimpatrio in Turchia dopo aver ricevuto un secondo diniego al ricorso; persone che hanno ricevuto un solo diniego e sono in attesa di definizione del ricorso; persone che hanno optato per una procedura di rimpatrio volontario assistito coordinato dall’OIM; persone che affermano di trovarsi in stato di detenzione per il solo fatto di non aver ancora potuto presentare richiesta d’asilo; infine, persone catalogate come “piantagrane”, senza che via sia alcuna accusa a loro carico.

In questi centri, l’accesso all’assistenza sanitaria e legale è inadeguato, come mostrato in dettaglio da un rapporto di Refugee Support Aegean, che rimarca le condizioni di sovraffollamento e di carenza di assistenza medica, psicologica e psichiatrica.[7] La possibilità per le persone in stato di detenzione di vedere un avvocato non è assicurata.

L’elemento principale del diritto d’asilo e dello status di rifugiato consiste nel proteggere la persona dal rimpatrio verso un Paese in cui abbia motivo di temere di essere perseguitata. Tale protezione è sancita dal principio di non respingimento (non-refoulement) di cui all’articolo 33 (1) della Convenzione del 1951 relativa allo status dei rifugiati (Convenzione di Ginevra) come segue: «Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche».

Tale elemento è presente anche nella Direttiva 2013/32/UE del 26 giugno 2013 recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale. La Grecia è parte contraente della Convenzione di Ginevra ed è vincolata a detta Direttiva.

Ci appelliamo alle Autorità greche perché venga messo fine all’uso sistematico della detenzione, perché venga pienamente investigato ogni caso riportato di violenza da parte della polizia, e venga assicurato il pieno rispetto dei diritti fondamentali di ciascun richiedente asilo.

Chiediamo che i richiedenti asilo non siano rimandati in Paesi dove la loro incolumità è a rischio, come è evidente nel caso del ragazzo curdo-siriano arrestato lo scorso 24 luglio.

Chiediamo alla Commissione europea di smettere di esercitare pressione sulle Autorità greche al fine di incrementare il numero dei rimpatri, che riguardano anche persone vulnerabili e mettono a rischio l’unità familiare.

Il pieno rispetto dei diritti fondamentali di ciascuna persona non è negoziabile e costituisce l’essenza dei principi su cui è fondata l’Unione europea.

 

Elly Schlein, eurodeputata gruppo S&D, Italia

Barbara Spinelli, eurodeputata gruppo GUE/NGL, Italia

Sergio Cofferati, eurodeputato gruppo S&D, Italia

Tanja Fajon, eurodeputata gruppo S&D, Slovenia

Eleonora Forenza, eurodeputata gruppo GUE/NGL, Italia

Ana Gomes, eurodeputata gruppo S&D, Portogallo

Cécile Kyenge, eurodeputata gruppo S&D, Italia

Marie-Christine Vergiat, eurodeputata gruppo GUE/NGL, Francia

 

[1] http://video.sky.it/news/mondo/lesbo-migranti-portati-via-a-forza-dal-centro-di-moria/v357130.vid

[2] https://vimeo.com/226277179.

[3] https://www.amnesty.org/en/latest/news/2017/07/lesvos-symbolic-protest-from-refugees-caught-in-the-net-of-the-eu-turkey-deal/.

[4]https://www.facebook.com/arashampay.

[5] http://www.msf.org/en/article/greece-dramatic-deterioration-asylum-seekers-lesbos.

[6] http://www.efsyn.gr/arthro/minyseis-kata-astynomikon-gia-orgio-xylodarmon

[7] http://rsaegean.org/serious-gaps-in-the-care-of-refugees-in-greek-hotspots-vulnerability-assessment-system-is-breaking-down/.

ONG – un codice di condotta pieno di illegalità

Bruxelles, 12 luglio 2017. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

Punto in agenda:

Attività di ricerca e soccorso (SAR) nel Mediterraneo

LIBE/8/10413

Scambio di opinioni con:

Sandro Gallinelli, capitano della Guardia costiera italiana

Fabrice Leggeri, direttore esecutivo di Frontex

Marco Bertotto, responsabile Advocacy & Public Awareness di Medici Senza Frontiere Italia

Judith Sunderland, direttore per l’Europa e l’Asia Centrale di Human Rights Watch

Vorrei concentrarmi sul codice di condotta per le Ong affidato al governo italiano. È molto preoccupante, anche legalmente.

In primo luogo, si ignora completamente che un codice di condotta volontario è già stato sottoscritto dalla stragrande maggioranza delle Ong – promosso da Human Rights at Sea –­ e che comunque esiste una legge che le guida: la Convenzione sul diritto nel mare.

In secondo luogo, è particolarmente grave che nell’elaborazione di nuove regole non si consultino tutte le Ong che fanno search and rescue. So che la loro richiesta in questo senso – così come il loro codice – è stata in genere ignorata.

Alcuni paragrafi del codice preparato dall’Italia sono concepiti solo per rendere impossibile il salvataggio di vite umane. Ne cito qualcuno:

– Il divieto “assoluto” di operare in acque territoriali libiche, dove muore la maggior parte delle persone, e dove Triton non è presente. Il divieto è senza senso perché il salvataggio è legge in qualunque circostanza. La Libia non è in grado ancora di organizzare una zona SAR. Non ha nemmeno firmato la Convenzione di Ginevra.

– Il divieto di comunicare per telefono o mandare segnali luminosi. Anche questa sembra una provocazione, perché rende impossibile il search and rescue. L’uso di segnali luminosi è prescritto inoltre dalle regole marittime internazionali, le cosiddette “rules of the road”.

– L’obbligo di non ostacolare le operazioni di search and rescue condotte dalle guardie costiere libiche. Sappiamo che le guardie fanno spesso parte di milizie incontrollabili, e che spesso collaborano con i trafficanti. Più volte sparano sui migranti imbarcati, e non rispondono ad alcuna autorità statale affidabile.

– La presenza della polizia giudiziaria sulle navi delle Ong perché investighi sugli smuggler. Questo è in violazione del principio di neutralità osservato dalle Ong e dell’assoluta priorità che deve essere rappresentata dal search and rescue.

Ricordo infine che il training delle guardie costiere libiche è stato altamente sconsigliato: dal rappresentante dell’ONU Martin Kobler, da Amnesty. E che l’ONU considera la Libia un Paese non sicuro, dove i profughi non vanno rimpatriati. L’UE obbedisce ancora all’ONU?

Io non capisco come possa l’Unione guardarsi allo specchio e parlare di valori. Nel febbraio scorso, prima del vertice di Malta, ha fatto sapere che il principio di non refoulement andrà riscritto. Oggi giunge sino a riscrivere la legge del mare. Il tutto in assenza di qualsiasi decisione concernente operazioni europee proattive e massicce di Ricerca e Soccorso.

Non vorrei infine che si dimenticassero i tanti che moriranno nel deserto, se anche le frontiere Sud della Libia saranno sigillate militarmente con l’assistenza dell’Unione.

Si veda anche:

Amnesty e Hrw criticano il “codice di condotta” per le Ong, «Altreconomia», Ilaria Sesana
Il “codice di condotta per le ONG”: non potranno spegnere trasponder o usare segnali luminosi, «Fanpage», Annalisa Cangemi
Migranti, Renzi in un vicolo cieco. E Di Maio gongola, «Lettera 43». Giovanna Faggionato

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