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Il memorandum italo-libico e la politica di Macron

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 3 febbraio 2020

Alla vigilia del rinnovo del memorandum italo-libico sul contrasto alla migrazione irregolare, stipulato nel febbraio 2017 dal governo Gentiloni, Dunja Mijatovic era stata molto chiara: “Chiedo al governo italiano di sospendere l’attività di cooperazione con la Guardia costiera libica per quanto riguarda il respingimento in Libia delle persone intercettate in mare”, aveva detto venerdì scorso il Commissario per i diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa. Ricordando che il memorandum era destinato a essere automaticamente riconfermato il 2 febbraio, il Commissario deplorava che le autorità italiane non avessero usato questi mesi per “cancellare l’accordo o, come minimo, modificarne i termini”. Modifiche che il ministro Lamorgese aveva garantito, il 6 novembre, ma di cui non risulta esserci traccia il giorno dopo l’automatico rinnovo.

“Il memorandum rimarrà in vigore nella sua formulazione originaria fino a quando non saranno concordati gli interventi migliorativi”: così la Farnesina ha messo nel cassetto i propositi del ministro dell’Interno come se mai fossero esistiti.

Dunja Mijatovic aveva anche fatto capire che le parole e le buone intenzioni sull’evacuazione dei centri di detenzione non sarebbero bastati. Il memorandum andava sospeso, assieme al sostegno offerto alle Guardie costiere, “fino a quando la Libia e le Guardie costiere non saranno in grado di dare concrete garanzie sul rispetto dei diritti umani”. Queste le condizioni minime: migranti e richiedenti asilo devono essere liberati dai campi in cui si trovano (un diplomatico tedesco li definì Lager di morte, anni fa); il ricorso ai corridoi umanitari deve divenire politica dell’Ue e non solo dell’Italia; e nel Mediterraneo va assicurata una presenza sufficiente di navi dedicate alla Ricerca e Soccorso: “Questa tragedia è già durata troppo tempo, e i Paesi europei ne sono responsabili”. Già nel settembre 2017, il predecessore di Mijatovic –Nils Muižnieks – aveva aspramente criticato il ministro Minniti su questi temi.

Sia pure con toni meno forti, il Capo della missione in Libia dell’Unhcr (Alto commissariato per i rifugiati), Jean-Paul Cavalieri, si era espresso in modo non dissimile, l’8 gennaio in un’audizione alla Commissione esteri della Camera. Aveva detto che alcuni progressi esistono, anche se le evacuazioni dei Lager e il reinsediamento in Paesi sicuri degli evacuati restano minimi, ma comunque aveva ribadito una cosa essenziale, che l’Onu va ripetendo dal dicembre 2016: “La Libia non è da considerarsi un porto sicuro di sbarco per i migranti” (“place of safety”, nel linguaggio del diritto internazionale).

Sia il commissario del Consiglio d’Europa sia il capo missione Unhcr hanno puntato il dito su un’evidenza: la violenza della guerra ha enormemente aggravato la situazione nei campi di detenzione, e minacciato la sicurezza di migranti e rifugiati che si aggirano, senza alcuna protezione, nelle città libiche (a tutt’oggi gli sfollati a causa della guerra sono oltre 300.000). È dunque pertinente quanto affermato sull’«Espresso» da Francesca Mannocchi: delle promesse fatte da Lamorgese (riconferma del memorandum, ma negoziando modifiche sostanziali) non sembra esser restato nulla, a parte dichiarazioni vuote. Dichiarazioni che si sono ripetute negli ultimi anni, a Roma come a Bruxelles, anche se da più di tre anni l’Onu ritiene la Libia porto non sicuro.

Che l’Italia non sia l’unica responsabile del disastro è messo in evidenza, come abbiamo visto, sia da Mijatovic che da Cavalieri. Un aspetto non minore della tragedia è infatti la volontà di impotenza mostrata dall’Unione europea a fronte di una guerra che si sta trasformando in un sanguinoso regolamento dei conti geo-politico, che vede al-Sarraj appoggiato da Turchia e Qatar, e Haftar sostenuto da Egitto, Emirati, Arabia Saudita, Russia e Francia. Il 19 gennaio, un vertice mondiale a Berlino ha tentato senza successo di fermare l’escalation bellica: i partecipanti si sono impegnati a non interferire nel conflitto e a “rispettare in pieno l’embargo sulle armi” stabilito nel 2011 dall’Onu. Erano vane parole anche quelle, e le interferenze continuano così come le forniture di armi o mercenari. La Libia è un paese ricco di petrolio e gas naturale: questo il vero oggetto di contesa nel Grande Gioco nel Mediterraneo orientale. In particolare, è l’oggetto di contesa nel conflitto politico-diplomatico che vede contrapporsi i governi di Francia e Italia.

Se il governo italiano ha dunque responsabilità di primo piano per quanto riguarda il flusso dei migranti e il memorandum, altrettanto può dirsi della Francia di Macron. Il divario tra parole e fatti, nel caso francese, è solo più subdolo. Basti ascoltare quanto detto da Macron in occasione della visita in Francia del Premier greco, il 29 gennaio: con parole pesanti ha accusato Erdogan per violazione dell’embargo sulle armi, ma non ha fatto il minimo accenno ai mercenari pro-Haftar del Ciad e del Sudan, ai missili francesi trovati in un quartier generale di Haftar presso Tripoli, e alla violazione dell’embargo da parte di chi – come lui – fiancheggia il generale: Emirati e Giordania, già indicati da un gruppo di esperti Onu, nello scorso dicembre, come fiancheggiatori principali di Tobruk. “La Francia sta dando prova di una grande miopia”, avevano concluso gli esperti.

In questo Grande Gioco non ci sono innocenti, e lo stesso si può dire per quanto riguarda la gestione dei flussi migratori e la mancanza di politiche di Ricerca e Soccorso nelle acque del Mediterraneo. Divisa com’è, l’Unione fa finta di agire. E se si parla dell’Italia con più severità, è solo perché la Francia di Macron è una potenza, nell’Unione europea, più eguale di quasi tutte altre.

© Editoriale Il Fatto S.p.A.

L’Europa si opponga alla neo-apartheid

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 31 gennaio 2020

Prima o poi il principio di realtà doveva prevalere: proclamata solennemente dall’Onu 46 anni fa, la formula che avrebbe pacificato il Medio Oriente – “Due Stati-Due popoli” – si sarebbe rivelata caduca e improponibile, sommersa dalla forza delle armi e dai fatti creati sul terreno. Chiunque abbia visitato i territori occupati, o abbia solo adocchiato una mappa, poteva rendersene conto da anni: è inverosimile un funzionante Stato palestinese su una terra disseminata di colonie israeliane a macchia di leopardo. Fra il 1967 e il 2017, gli insediamenti in Cisgiordania e Gerusalemme Est sono saliti a circa 200, abitati da circa 620.000 israeliani, protetti dai soldati della madre patria e cittadini israeliani a tutti gli effetti. I palestinesi sono circa 3 milioni. I due popoli sono in conflitto costante. L’accesso alle singole colonie avviene attraverso posti di blocco simili ai checkpoint lungo i confini di Israele.

Eludendo le risoluzioni Onu, il Piano Trump – congegnato da Jared Kushner, genero e consigliere presidenziale – fotografa l’esistente e costruisce su di esso una “visione” che più ingannevole non potrebbe essere: ai palestinesi sarà concesso di chiamarsi Stato – si assicura nelle 181 pagine del Piano – ma a condizione che mai diventi uno Stato autentico. Non saranno edificate altre colonie, ma nessuna delle esistenti sarà smantellata o assoggettata al nuovo Stato: resteranno parte di Israele e connesse a esso tramite esclusive vie di trasporto controllate dalla potenza occupante (anche oggi è così: comode autostrade per israeliani; strade più lunghe e impervie per i nativi). Israele avrà la sovranità militare sull’intera area palestinese, controllerà lo spazio aereo a ovest del Giordano e a quello aereo-marittimo di Gaza, nonché i confini dal nuovo Stato. Le risorse naturali saranno cogestite.

Tale sarà dunque la futura Palestina: una riserva per pellerossa, un Bantustan. Non uno Stato con qualche enclave israeliana chiamata a rispondere almeno amministrativamente alla Palestina, ma una serie di enclave palestinesi incuneate nella Grande Israele. Non si sa con quali mezzi bellici Gaza sarà disarmata e le sue ribellioni sedate.

A ciò si aggiunga che la valle del Giordano sarà comunque annessa da Israele “per motivi di sicurezza”, come annunciato recentemente da Netanyahu nonché dal suo “grande avversario” Benny Gantz, suo sosia almeno per il momento.

Quando parla di Stato palestinese, Trump mente sapendo di mentire, e con un proposito preciso. Una volta appurato che i due Stati in senso classico non sono più realisticamente praticabili, la formula da aggirare a ogni costo è quella che sta mettendo radici nel popolo palestinese e in un certo numero di israeliani (a cominciare dagli arabi israeliani): il possibile Stato bi-nazionale, dove i due popoli convivano in pace e i suoi cittadini alla fine si contino democraticamente. Se dovesse nascere uno Stato unitario israelo-palestinese (federale o confederale), due sono infatti le vie: o uno Stato ebraico stile bianca Sudafrica, non democratico visto che una parte della popolazione vivrebbe senza diritti in apartheid, oppure Israele resterà democratica ma in tal caso verrà prima o poi e legalmente reclamata la regola aurea della democrazia, consistente nel voto eguale per ciascun cittadino: un uomo, un voto.

Israele sarebbe costretta a modificare la propria natura etnico-religiosa (suggellata nel maggio ’17 con una legge che degrada la lingua araba a lingua non ufficiale con statuto speciale). Sarebbe uno Stato ebraico e anche palestinese, non più scheggia americana come temeva Hannah Arendt. Un crescente numero di palestinesi, un certo numero di israeliani e parte della diaspora ebraica considera che “Due Stati-Due popoli” sia un treno ormai passato, e che l’unica prospettiva realistica – anche per superare l’ostilità iraniana – sia lo Stato bi-nazionale. Una soluzione certo delicatissima: non solo perché muterebbe demograficamente lo Stato ebraico, ma perché la trasformazione presuppone una pace duratura fra le due parti. L’Unione europea fu pensata durante l’ultima guerra mondiale ma vide la luce dopo la riconciliazione Germania-Francia. Non siamo a questo punto in Medio Oriente.

Il Piano Trump non aspira a tale riconciliazione. Promette nuove intifade e guerre. Destabilizza la Giordania, chiamata ad assorbire buona parte dei profughi palestinesi di stanza in Israele, e getta nell’imbarazzo Egitto e forse Arabia saudita.

Il piano inoltre contiene vere provocazioni, negando perfino il diritto del futuro Stato a fare appello alle istituzioni internazionali tra cui la Corte penale internazionale. Viene vietato ai suoi cittadini di rivolgersi a qualsiasi organizzazione internazionale senza il consenso dello Stato di Israele, ed è bandito qualsiasi provvedimento, futuro o pendente, che metta in causa “Israele o gli Usa di fronte alla Corte penale internazionale, la Corte internazionale di giustizia o qualsiasi altro tribunale”.

In tutti i modi, infine, si evita di accrescere il peso numerico-elettorale degli arabi israeliani (in crescita, nelle ultime elezioni). Il piano prevede che gran parte delle comunità palestinesi abitanti in Israele – il cosiddetto “triangolo” – sia assegnata al semi-Stato palestinese o altri Stati arabi. Gli arabi israeliani diminuirebbero. Avigdor Lieberman, leader dei nazionalisti di Beiteinu, propose tale trasferimento già nel 2004, avversato dalle sinistre israeliane e dagli arabi israeliani.

Il giornalista Gideon Levy sostiene che Trump ha in mente una nuova Nakba (la “catastrofe” di 700.000 Palestinesi sfollati nel 1948). Mai consultati né convocati, i palestinesi sono stati messi davanti al fatto compiuto alla pari di reietti. In cambio riceveranno croste di pane allettanti (miliardi di dollari, versati da non si sa quali Stati arabi).

Questa pace dei vincitori dovrebbe essere respinta dagli Stati europei, non solo a parole. Non limitandosi a ripetere “Due Stati-Due popoli”, mantra svigorito e ora accaparrato/pervertito da Trump. Bensì difendendo le leggi internazionali e rifiutando di considerare come antisemitismo ogni critica dell’occupazione israeliana (la definizione IHRA dell’antisemitismo, approvata dal Parlamento europeo oltre che dal governo Conte il 17 gennaio scorso). Facendo proprie le parole del nipote di Mandela, Zwelivelile, durante una recente visita a Gerusalemme: “Le enclave Bantustan non funzionarono in Sud Africa e non funzioneranno mai nell’Israele dell’apartheid”.

© Editoriale Il Fatto S.p. A.

La morte dei fatti: stimare il latitante non è obbligatorio

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 24 gennaio 2020

Non è del tutto chiaro quale sia il gesto che la figlia di Craxi si aspetta dal presidente Mattarella. Se una cerimonia pubblica che nobiliti un politico condannato fra il ’96 e il ’99 per corruzione e finanziamento illecito, e fuggito nel ’94 a Hammamet per sottrarsi alle imminenti sentenze. O se quel che si chiede è un sovvertimento linguistico che sostituirebbe il termine latitante con quello di esule, cambiando non solo una biografia ma la storia italiana postbellica.

Craxi ridefinito esule certificherebbe la natura liberticida di uno Stato da cui il leader socialista non poteva che emigrare, se voleva salvare la democrazia costituzionale. Attesterebbe la presenza di una giustizia forcaiola, l’invalidità generalizzata delle sue sentenze. Anche qualora il potere giudiziario avesse commesso errori negli anni 90, e certamente ne commise, la sua legittimità verrebbe devastata.

A vent’anni dalla morte di Craxi ancora si discute del suo status – latitante o rifugiato? – e la piena riabilitazione è invocata dai molti che in questo lasso di tempo hanno imitato i suoi modi di far politica: solitari, spesso brutali, martirologici quando si profilavano indagini giudiziarie. Primum Vivere era il suo motto e voleva dire: la politica è un’avventura di visibilità che deve sopravvivere a ogni costo, e la sua molla è un vittimismo costante, clanico, pregiudizialmente ostile ai giudici. I fatti evaporano, diventando opinioni e in quanto tali discutibili. Regna non l’autonomia della politica, ma l’autonomia delle tavole rotonde tra giornalisti. Evapora anche la sentenza della Corte europea dei diritti umani, che nel 2002 ritenne il comportamento dei giudici conforme al diritto italiano.

Questo non significa negare le novità che Craxi incarnò con le sue politiche. Novità che nella sostanza sono due: l’atteggiamento tenuto durante il rapimento di Moro nel ’78, e il gesto di indipendenza dagli Stati Uniti (spettacolare anche se effimero) nella vicenda di Sigonella dell’85.

Premetto che, nel caso Moro, non aderii al partito della trattativa guidato dal Psi, ma col passare dei mesi e degli anni mi sono convinta che la linea di Craxi (e probabilmente di Paolo VI) era giusta e avrebbe forse salvato la vita di Moro con danni ben minori di quelli prodotti da un assassinio che gli anti-trattativisti precipitarono.

Il secondo caso è più che complesso: un gruppo di terroristi sequestrò la nave di crociera italiana Achille Lauro ed eseguì un misfatto che nessuna battaglia contro l’occupazione della Palestina poteva giustificare: Leon Klinghoffer, passeggero Usa ebreo e paraplegico, venne ucciso e gettato in mare. Interpellato da Craxi, Arafat si disse ignaro dell’operazione e mandò Abu Abbas come mediatore, anche se in seguito un tribunale italiano lo condannò in contumacia come artefice del sequestro (basandosi tuttavia solo su documenti americani e israeliani). La tensione fra i due alleati quasi sfociò in una colluttazione militare, nella base di Sigonella, tra le forze italiane e i soldati Usa accorsi per catturare subito sia i dirottatori sia Abbas. Craxi non tollerò l’incursione extraterritoriale e difese il negoziato in corso con Arafat. La polizia prese in custodia i dirottatori ma non Abbas, imbarcato in un aereo jugoslavo perché non ritenuto a quel tempo autore o mandante del sequestro. Arafat e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina non erano in blocco terroristi, secondo Craxi. Su Israele e la Palestina occupata egli aveva una posizione autonoma, come l’ebbero altri statisti tra cui Moro.

Quel che crea turbamento, nella beatificazione di Craxi, è qualcosa di più profondo: è l’uso perverso che viene fatto, per fini politici contingenti, di personalità che vengono fatte parlare post mortem, e fagocitate cannibalescamente tramite riscrittura di particolari segmenti della loro storia. Fagocitate indistintamente da familiari e non familiari, in una confusione di ruoli che trasforma la giustizia in ordalia clanica tra consanguinei. È un vizio che da noi assume proporzioni grottesche: del defunto si fa subito un santino o parente stretto. È il caso di Craxi, ma in qualche modo anche del giornalista Giampaolo Pansa, nonostante le radicali differenze fra le responsabilità dell’uno e dell’altro. Ambedue sono osannati appena defunti e strumentalizzati per accendere polemiche, senza un interesse vero a quello che nell’arco di una vita hanno fatto o scritto (la sostanziale equiparazione tra violenze dei partigiani e violenze di Salò, negli scritti di Pansa degli ultimi 17 anni). Questa è, da noi, la “memoria condivisa”.

Ma torniamo a Craxi: di lui si ricorda oggi Sigonella, ma si dimentica che se fuggì fu perché sentiva venire condanne definitive, alla fine della legislatura quando la sua immunità sarebbe venuta meno. Non scandalizza che venga canonizzato da chi sempre lo sostenne: è segno di coerenza. Non coerenti sono i politici e giornalisti che ieri s’indignarono per la latitanza e oggi ammutoliscono imbarazzati. È come se fosse ormai un dato acquisito che in Italia esiste una dittatura dei giudici, che Craxi non poteva venire in Italia per curarsi e che non è cosa giusta difendersi nei processi e scontare le pene. Altre spiegazioni sono difficili da trovare.

Strano e opaco è il rapporto dell’Italia con il proprio passato. Non vi è stato, da noi, il lavoro sulla memoria storica avvenuto in Germania. Basti ricordare l’abbraccio di Andreotti al maresciallo Graziani, responsabile delle stragi in Etiopia e reduce di Salò, nel maggio del 1953. In Italia molto cattolicamente non si espia, ma si assolve con qualche Ave Maria e processione. E a forza di assolvere si crea appunto “memoria condivisa”: immenso malinteso di chi vuol abolire i conflitti ineliminabili per meglio attizzare conflitti evitabili.

In un articolo sul sito Jacobin Italia, Luca Casarotti rievoca una frase illuminante contenuta in una sentenza pronunciata nel 2004 dalla Cassazione, a proposito del reato di diffamazione: “Non è obbligatorio stimare qualcuno”. Invece sembra essere obbligatorio stimare o riabilitare, se si vuol far parte della gente invitata in Tv per condividere memorie. La frase è riferita ai libri di Pansa, ma funziona molto bene per Craxi.

L’unica cosa che non torna, in questa bulimica fagocitazione dei corpi, è l’ammirazione che continua a circondare Enrico Berlinguer. Non si può beatificare al tempo stesso chi fu condannato per corruzione, e chi negli anni 80 auspicava una società che non fosse un “immondezzaio”.

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Sardine, cosa non va nel programma

di martedì, dicembre 17, 2019 0 Permalink

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 17 dicembre 2019

Sabato a San Giovanni le Sardine hanno annunciato il loro programma, non economico né sociale, ma incentrato quasi interamente sulla comunicazione e sull’uso nonché controllo dei social network.

Essendomi occupata di questo tema nella scorsa legislatura europea, come relatore della risoluzione dell’aprile 2018 sul pluralismo e la libertà dei media nell’Unione europea, non posso fare a meno di esprimere disagio. Ricordo che le principali obiezioni a una piena libertà dei media e a un più scrupoloso rispetto del diritto internazionale sono venute – durante i negoziati che ho condotto con i vari gruppi del Parlamento prima che la relazione venisse adottata – dal Partito popolare, dai Conservatori e da buona parte dei Socialisti e dei Liberali. Le obiezioni non mi hanno permesso, tra l’altro, di mantenere nella sua integralità il paragrafo sul reato di diffamazione, di cui chiedevo la depenalizzazione.

Meglio dunque i silenzi e il vuoto di messaggio delle prime manifestazioni di piazza che la nuova Costituzione distopica “pretesa” dalle Sardine (ma da chi, fra le Sardine?) nei 6 punti indicati a San Giovanni. Eccoli elencati, in ordine di gravità.

Il numero 5 (“La violenza verbale venga equiparata a quella fisica”) non resisterebbe al giudizio di nessuna Corte: internazionale (Onu), europea o nazionale. Da anni – e soprattutto dall’inizio delle guerre contro il terrorismo – le Corti discutono e sentenziano su quale violenza sia condannabile, nei media offline e online: i verdetti invariabilmente e puntigliosamente separano la violenza verbale da quella fisica, pur fissando alcuni paletti molto ben definiti alla violenza verbale (in sostanza: la violenza che prelude inequivocabilmente a IMMINENTI violenze fisiche). L’equiparazione è un temibile novum giuridico, da evitare a tutti i costi e in tutte le sedi. Il reato di diffamazione, criticato da diverse Corti europee e internazionali che raccomandano di sostituirlo con l’imputazione di illecito amministrativo, viene rafforzato.

I numeri 3 e 4 promettono male, contaminati come sono, e forzatamente, dal numero 5 che introduce il novum giuridico sulla violenza. Il numero 3 pretende “trasparenza nell’uso che la politica fa dei social network”. Il numero 4 pretende che “il mondo dell’informazione traduca tutto questo nostro sforzo in messaggi fedeli ai fatti”. Si profila l’aspirazione a un vasto controllo/soppressione dei media e dei loro contenuti, soprattutto online. Tutto quello che viene ritenuto violento (da chi? Da quale istanza?) è passibile di azioni che limitano la libertà di diffondere e ricevere informazioni.

Il numero 6 pretende l’abrogazione dei decreti Sicurezza. È l’unico punto veramente sensato, ma se la pretesa sulla violenza contenuta nel numero 5 (applicata in vari ambiti: media online e offline, manifestazioni pubbliche etc.) viene inserita nei decreti riscritti, è meglio forse tenersi quelli di Salvini.

Il numero 2 (“Chiunque ricopra la carica di ministro comunichi solamente nei canali istituzionali”) blinda le oligarchie e non le obbliga, come invece queste dovrebbero, a comunicare tous azimuts, anziché solo nei canali istituzionali. La comunicazione limitata le protegge da ogni sorta di attacco esterno, rinchiudendole in un recinto separato.

Il numero 1 recita: “Chi è stato eletto vada nelle sedi istituzionali a lavorare”. È immaginabile che si faccia qui riferimento alle attività non istituzionali di Salvini ministro dell’Interno. Ma la pretesa viene generalizzata e ha un suono inquietante, soprattutto se legata al numero 2.

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Tra la scatola e il mare aperto

di sabato, dicembre 14, 2019 0 Permalink

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 14 dicembre 2019

Le sardine non sono contro l’establishment, né italiano né tantomeno europeo. Sono gentili, non urlano, e riempiono le piazze con quella che esse stesse chiamano “energia pura”. Ingenerano un entusiasmo generale e trasversale perché secondo alcuni potrebbero scompigliare le ambizioni della Lega di Salvini nelle prossime elezioni regionali e soprattutto in Emilia Romagna dove il nuovo movimento è nato. Pur essendo gentili hanno un avversario – i populisti – cui si rivolgono nel loro Manifesto del 21 novembre con sorda durezza.

Fingono di ignorare che tutto l’establishment, in Italia e anche ai vertici dell’Unione europea, ha scelto come avversari i populisti, non importa se di destra o sinistra (negli anni ’60 e ’70 si chiamavano “opposti estremismi”). Se un partito anti-sistema o anche molto critico del sistema vince alle elezioni è subito definito populista e scomunicato.

I maggiori applausi alle sardine, finora, vengono da un establishment centrista che sempre meno sa e vuole gestire la natura aleatoria del suffragio universale. Che dall’inizio della crisi nel 2007-2008 usa l’accusa di populismo per non mettere in questione le politiche che lo hanno scatenato.

Le sardine non conoscono le bassezze della disperazione, della rivolta contro disuguaglianze sociali e povertà. Si sentono di sinistra perché si preoccupano del clima, ma i precursori in questo campo sono Grillo e 5Stelle. Di sé dicono, con un linguaggio che ricorda quello degli scout: “Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”. Dunque non conoscono difficoltà nella vita.

Nelle crisi dell’ultimo decennio si ritagliano una loro zona di conforto. Non hanno niente di particolare da dire sulle questioni che oggi contano: le miserie del lavoro precario o del non lavoro; il disastro dell’Ilva o di Alitalia; la manomissione del territorio attraverso grandi opere inutili che tolgono risorse alla sua manutenzione; le politiche di austerità che l’Unione Europea continua a difendere a denti stretti, nonostante il prezzo pagato da ceti medi e classi popolari (la questione del Fondo salva Stati non è tecnica ma concreta e politica: nella prossima crisi finanziaria si ripeterà l’umiliante catastrofe greca?).

Non criticano neanche il rinnovo dell’accordo con Tripoli, che dai tempi di Gentiloni e Minniti rispedisce nei Lager libici i migranti in fuga. Questo non vuol dire che le sinistre radicali dispongano di ricette migliori: la capacità di mobilitazione di queste ultime è poca cosa rispetto a quella delle sardine. Ma non vuol dire nemmeno che il movimento appena nato, così come viene presentato non da tutti ma da molti suoi esponenti, abbia in mano una ricetta veramente comprensibile.

Nel raccontare se stesse le sardine mescolano condizioni umane e concetti banali, trasformandoli non si sa perché in virtù superiori (la normalità, la famiglia, lo sport, il divertente, il bello, etc. Manca solo l’Anima). Meno banale è il rifiuto della violenza e tutt’altro che banale l’appello all’ascolto. Su quest’ultimo c’è tuttavia da dubitare: pochi paragrafi dopo, nel Manifesto, proclamano che il diritto all’ascolto spetta a tutti ma non ai populisti di Salvini (circa il 30 per cento degli italiani): “Grazie ai nostri padri e nonni avete il diritto di parola, ma non avete il diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare”. Non ho mai sentito un antifascista (immagino che l’allusione a padri e nonni si riferisca all’antifascismo) dire che esistono categorie di avversari o perfino nemici politici privati di tale diritto.

Proclami simili sono non solo insensati ma forse anche nefasti. Lo vedremo alle prossime scadenze elettorali, locali o nazionali che siano. Può darsi che il movimento segnali il salutare risveglio di chi si è allontanato dalla politica e riscopre l’importanza del voto. Può darsi che riempia un vuoto creatosi a sinistra, anche se non è chiaro con cosa verrà riempito. Ma può anche darsi che il loro Manifesto esasperi la rabbia, la frustrazione, l’umiliazione di chi si è rifugiato nella Lega pur di essere per una volta ascoltato. Una buona parte dei voti per il Brexit nel 2016, o per Trump, o per il partito di Kaczynski in Polonia, ha origine in questa rabbia dei non più ascoltati, dei cancellati.

La malattia dell’Italia non è oggi Salvini, come ha scritto giustamente su questo giornale Tomaso Montanari. Salvini e la sua fraseologia xenofoba sono i sintomi di un male che si chiama ingiustizia sociale, disuguaglianza, furore dei declassati: il leader della Lega cavalca questi mali offrendo gli immigrati come capri espiatori e finte battaglie contro il Meccanismo europeo di stabilità, contestato solo dopo che la Lega, per mesi imbambolata e disattenta, è uscita dal governo.

Sono rare e poco udibili le sardine che parlano delle radici dei mali italiani, che si interrogano sulle città già passate a destra in Emilia Romagna. Chi soffre questi mali, fidandosi di Salvini senza ancora vederne l’impostura, non ha comunque diritto all’ascolto. Come riconquistare la loro fiducia, se neanche li ascolti. Questo significa che l’impostura può continuare.

Dicono: “Benvenuti in mare aperto”. Speriamo che sarà aperto sul serio. Che dal vuoto di programmi, idee, parole nascano gli anticorpi che tanti invocano. Fino a ora, il nuovo movimento dà il benvenuto, ma non ancora in mare aperto. Cosa vede nei fondali marini, oltre il disegno ittico della propria pura energia? In genere, le sardine stanno amichevolmente strette quando sono inscatolate. Per il momento è la scatola che li protegge più che le profondità del mare.

© Editoriale Il Fatto S.p. A.

Appello dei giornalisti: “Liberate Assange”

Qui il testo originale dell’appello

Qui la lista dei firmatari

Julian Assange, fondatore ed editore di WikiLeaks, è attualmente detenuto nel carcere di alta sicurezza di Belmarsh, nel Regno Unito, in attesa di essere estradato e poi processato negli Stati Uniti in base all’Espionage Act. Assange rischia una condanna a 175 anni di prigione per avere contribuito a rendere pubblici documenti militari statunitensi relativi alle guerre in Afghanistan e Iraq e una raccolta di cablogrammi del Dipartimento di Stato USA. I ‘War Diaries’ hanno provato che il governo statunitense ha ingannato l’opinione pubblica sulle proprie attività in Afghanistan e Iraq e lì vi ha commesso crimini di guerra. WikiLeaks ha collaborato con un grande numero di media in tutto il mondo, media che hanno pubblicato a loro volta i ‘War Diaries’ e i cablogrammi del Dipartimento di Stato americano. L’azione legale promossa contro Assange, dunque, rappresenta un precedente estremamente pericoloso per giornalisti, per i mezzi di informazione e per la libertà di stampa.

Noi, giornalisti e associazioni giornalistiche di tutto il mondo, esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per la sorte di Assange, per la sua detenzione e le pesantissime accuse di spionaggio che gli vengono mosse.

Il suo caso è centrale per la difesa del principio della libertà di espressione. Se il governo statunitense può perseguire Assange per avere pubblicato documenti segreti, in futuro i governi potranno perseguire ogni giornalista: si tratta di un precedente pericoloso per la libertà di stampa a livello planetario. Inoltre, l’accusa di spionaggio contro chi pubblichi documenti forniti da whistleblower è una prima assoluta che dovrebbe inquietare ogni giornalista e ogni editore.

In una democrazia, i giornalisti devono poter rivelare crimini di guerra e casi di tortura senza il rischio di finire in prigione. Questo è il ruolo dei mass media in una democrazia. L’utilizzo da parte di governi contro giornalisti e editori di leggi che perseguono lo spionaggio, li privano del loro più importante argomento di difesa – l’avere agito nel pubblico interesse – un argomento non previsto dalle leggi contro lo spionaggio.

Prima di essere imprigionato nel carcere di Belmarsh, Assange ha trascorso oltre un anno agli arresti domiciliari e sette anni all’interno dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove gli era stato riconosciuto l’asilo politico. In questo tempo, sono stati violati i suoi più essenziali diritti: basti pensare che è stato spiato durante conversazioni confidenziali con i suoi legali da organizzazioni alle dirette dipendenze dei servizi USA. I giornalisti che, in questi anni, si sono recati a visitarlo sono stati sottoposti a una sorveglianza invasiva. Assange ha subito restrizioni nell’accesso all’assistenza legale e alle cure mediche, è stato privato dell’esercizio fisico e dell’esposizione alla luce del sole. Nell’aprile del 2019, il governo Moreno ha permesso alla polizia britannica di entrare nell’ambasciata per arrestarlo. Da allora, Assange è detenuto in regime di isolamento per 23 ore al giorno e, secondo la testimonianza di chi lo ha potuto incontrare, è “fortemente sedato”. Le sue condizioni fisiche e psichiche nel tempo sono nettamente peggiorate.

Già nel 2015 il Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria delle Nazioni Unite (GLDA) ha stabilito che Assange era detenuto e privato della liberta in modo arbitrario, ha chiesto che fosse liberato e gli fosse versato un risarcimento. Nel maggio del 2019 il GLDA ha ribadito le sue preoccupazioni e la richiesta che Assange sia rimesso in libertà. Riteniamo i governi di Stati Uniti, Regno Unito, Ecuador e Svezia responsabili delle violazioni dei diritti umani di cui Julian Assange è vittima.

Julian Assange ha dato un contributo straordinario al giornalismo, alla trasparenza e ha permesso di richiamare i governi alle loro responsabilità. È stato preso di mira e perseguitato per avere diffuso informazioni che non avrebbero mai dovuto essere celate all’opinione pubblica. Il suo lavoro gli è valso riconoscimenti come: Walkley Award per il più straordinario contributo al giornalismo nel 2011, premio Martha Gellhorn per il giornalismo, premio dell’Index on Censorship, New Media Award dell’Economist, Amnesty International e nel 2019 il premio Gavin MacFadyen. WikiLeaks è stata, inoltre, nominata per il Premio Mandela delle Nazioni Unite nel 2015 e sette volte per il Premio Nobel della Pace (2010-2015, 2019).

Le informazioni fornite da Assange sulle violazioni dei diritti umani e sui crimini di guerra sono di importanza storica, al pari delle rivelazioni dei whistleblower Edward Snowden, Chelsea Manning e Reality Winner, che oggi sono in esilio o in prigione. Contro tutti loro sono state lanciate campagne diffamatorie che spesso si sono tradotte sui media in informazioni errate e in un’attenzione insufficiente alle difficili condizioni in cui si trovano. L’abuso sistematico dei diritti di Julian Assange negli ultimi nove anni è stato sottolineato dal Committee to Protect Journalists, dalla Federazione Internazionale dei giornalisti e dalle più importanti organizzazioni di difesa dei diritti umani. Eppure nei media c’è stata una pericolosa tendenza a considerare normale il modo in cui è stato trattato.

L’inviato speciale delle Nazioni Unite contro la tortura Nils Melzer dopo avere indagato il caso ha scritto:

per finire mi sono reso conto che ero stato accecato dalla propaganda e che Assange è stato sistematicamente denigrato per distogliere l’attenzione dai crimini che ha denunciato. Una volta spogliato della sua umanità tramite l’isolamento, la diffamazione e la derisione, come si faceva con le streghe bruciate sui roghi, è stato facile privarlo dei suoi diritti più fondamentali senza suscitare l’indignazione dell’opinione pubblica mondiale. In questo modo, grazie alla nostra stessa compiacenza, si sta stabilendo un precedente che in futuro potrà e sarà applicato anche dinanzi a rivelazioni pubblicate dal Guardian, dal New York Times e da ABC News. (..) Mostrando un atteggiamento di compiacenza nel migliore dei casi, di complicità nel peggiore, Svezia, Ecuador, Regno Unito e Stati Uniti hanno creato un’atmosfera di impunità, incoraggiando calunnie e soprusi nei confronti di Julian Assange. In vent’anni di attività a contatto con vittime di guerra, violenza e persecuzione politica non ho mai visto un gruppo di Paesi democratici in combutta per deliberatamente isolare, demonizzare e violare i diritti di un singolo individuo così a lungo e con così poca considerazione per la dignità umana e lo Stato di diritto”.

Nel novembre del 2019, Melzer ha raccomandato di impedire l’estradizione di Julian Assange negli Stati Uniti e di rimetterlo al più presto in libertà: “Continua a essere detenuto in condizioni opprimenti di isolamento e sorveglianza che non si giustificano per il suo stato di detenzione (…) La prolungata esposizione all’arbitrio e agli abusi potrebbe presto finire per costargli la vita”.

Nel 1898 lo scrittore francese Emile Zola scrisse la lettera aperta J’accuse…! (Io accuso) per denunciare l’ingiusta condanna all’ergastolo per spionaggio dell’ufficiale Alfred Dreyfus. La presa di posizione di Zola è entrata nella storia e ancora oggi simboleggia il dovere di battersi contro gli errori giudiziari e di mettere i potenti dinanzi alle loro responsabilità. Questo dovere vale ancora oggi, mentre Julian Assange è preso di mira dai governi e deve fare fronte a 17 capi di imputazionein base all’Espionage Act statunitense, una legge vecchia più di cento anni.

Come giornalisti e associazioni giornalistiche che credono nei diritti umani, nella libertà di informazione e nel diritto della pubblica opinione di conoscere la verità, chiediamo l’immediata liberazione di Julian Assange. Esortiamo i nostri governi, tutte le agenzie nazionali e internazionali e i nostri colleghi giornalisti a chiedere la fine della campagna scatenata contro di lui per avere rivelato dei crimini di guerra. Esortiamo i nostri colleghi giornalisti ad informare il pubblico in modo accurato sugli abusi dei diritti umani da lui subìti.

In questi frangenti decisivi, esortiamo tutti i giornalisti a prendere posizione in difesa di Julian Assange. Tempi pericolosi richiedono un giornalismo senza paura.

Vi è un altro capo di imputazione in base a un’altra legge, portando il totale a 18 capi di imputazione.

I rischi sui debiti e i lati oscuri del “salva Stati”

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 4 dicembre 2019

Col passare dei giorni, le discussioni attorno al Meccanismo Europeo di Stabilità – alias Fondo salva-Stati – si fanno più confuse invece di chiarirsi, e i cittadini faticano a farsi un’idea sulla vera natura dell’accordo fra Stati dell’eurozona.

Invece di rispondere ai molti dubbi espressi da esperti e addetti ai lavori, i principali politici e giornalisti dirottano l’attenzione sulla natura ideologica dello scontro – sovranisti contro europeisti, M5S accusato di rimpiangere la Lega – senza preoccuparsi di studiare a fondo i quesiti, di esaminare le obiezioni di merito e di leggere, almeno, il Trattato rivisto così come è stato negoziato. Trattato per alcuni versi migliorato, per altri peggiorato.

Come accade sin dall’inizio della crisi greca e delle politiche di austerità, le condizioni di funzionamento del Mes vengono presentate come ineluttabili: affermazione impropria, che tra l’altro sorvola sulla necessaria ratifica finale di tutti i Parlamenti dell’area euro. Ha contribuito alla confusione il tardivo risveglio sia di Lega sia di 5Stelle, le cui obiezioni non furono esposte all’opinione pubblica durante i negoziati, dando l’impressione di un subitaneo scontro che non riguarda il Mes, ma la sopravvivenza del governo 5Stelle-Pd-LeU. La lezione greca ha insegnato poco, e la ricetta neoliberale viene riproposta pur non avendo generato crescita né giustizia sociale. “Le cattive idee hanno una morte lenta”, constata l’economista Stiglitz.

Quel che in effetti colpisce è la permanenza dei vecchi parametri di stabilità. Nel Trattato vengono ribaditi, nonostante i cambiamenti promessi da alcuni governi: l’accesso ai crediti cosiddetti precauzionali presuppone tra altre pesanti condizionalità un deficit non superiore al 3% del Pil e un debito pubblico sotto il 60% (allegato nr. 3 del Trattato). Andrebbe ricordato che fin dal 2001 Prodi definì “stupidi” i parametri, e nel 2013 disse al Sole 24 Ore: “Non è stupido che ci siano i parametri come punto di riferimento. È stupido che si lascino immutati 20 anni”.

Riassumiamo a questo punto i principali difetti elencati dagli esperti.

Quelli esposti da Ignazio Visco in prima linea, che non è ostile al Mes, ma ha indicato i pericoli legati alla ristrutturazione del debito in caso di sua acclarata o sospetta non sostenibilità (la ristrutturazione è un rinegoziato su condizioni e scadenze del debito: un’insolvenza “pilotata”). Vero è che la ristrutturazione non sarebbe automatica, ma diventa obbligatoria se il Mes giudica insostenibile un indebitamento. La sostanza non cambia molto e Visco parla addirittura di enormi rischi: “I piccoli e incerti benefici di un Meccanismo per la ristrutturazione dei debiti sovrani devono essere soppesati considerando l’enorme rischio che il semplice annuncio della sua introduzione inneschi una reazione a catena”. Rischi simili sono temuti dall’Associazione bancaria (Abi), che detiene la maggior parte dei titoli di Stato.

Non meno interessanti le criticità enumerate il 6 novembre – in un’audizione alla Camera – da Giampaolo Galli, vicedirettore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani. Anch’egli è contro il veto al Mes, sottolineando aspetti virtuosi come la rete di sicurezza per le banche in crisi (il cosiddetto backstop), ma non nasconde i vizi dell’impianto.

Il primo concerne il passaggio dell’asse del potere economico nell’Eurozona dalla Commissione Ue al Mes, che diventa un organo con funzioni di vero sovrano e prestatore di ultima istanza. Questo spostamento, e la natura intergovernativa del Mes, eliminano ogni controllo da parte del Parlamento europeo e anche il costante coinvolgimento dei Parlamenti nazionali suggerito nel 2016 dall’Istituto Delors e dalla Fondazione Bertelsmann. Diminuisce anche, a nostro parere, la possibilità di un’intromissione della Corte europea di giustizia in politiche non più condotte in prima persona da organi comunitari (Commissione o Bce), e di cui non sarebbe semplice valutare la compatibilità con il diritto europeo e la Carta dei diritti fondamentali (compatibilità su cui la Commissione deve vegliare, secondo la sentenza Ledra della Corte).

Quanto alla ristrutturazione preventiva del debito, Galli la elenca fra le criticità “preoccupanti” perché indicata come “precondizione pressoché automatica” per ottenere i finanziamenti. A suo parere, l’idea che si debba stabilire una regola che obblighi alla ristrutturazione un Paese che chiede l’accesso ai fondi del Mes e abbia un debito giudicato non sostenibile, è stata espressa ripetutamente da esponenti tedeschi (tra cui il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann). Condizionando gli aiuti a una ristrutturazione preventiva si eviterebbe quell’effetto di azzardo morale che sarebbe il motivo per cui alcuni Paesi non hanno fatto l’aggiustamento di bilancio. L’idea dunque è che prima di fare operazioni che comportino condivisione di rischi – assicurazione comune sui depositi, bilancio più forte dell’Eurozona – occorra indurre i Paesi devianti a ridurre i rischi. I prestiti precauzionali a favore dei Paesi che hanno bilanci in ordine sono facilitati, ma a tutti i costi si deve evitare il contagio da parte di paesi giudicati potenzialmente inaffidabili.

Nulla è del tutto immodificabile, a dispetto di quanto detto dal ministro Gualtieri. Sarà possibile esprimere riserve, e almeno attendere risultati paralleli (Unione bancaria, assicurazioni dei depositi, fiscalità comune). È il metodo del pacchetto prospettato dal presidente del Consiglio Conte. Sarà utile cercare alleanze, e sondare anche i nuovi dirigenti socialdemocratici in Germania.

Comunque si tratta di uscire da una fraseologia disorientante perché troppo contraddittoria (il Mes è un progresso ma contiene “enormi rischi”; i parametri sono “stupidi ma necessari”: Prodi 2001)

Dicono che sia in gioco la credibilità italiana, quando in gioco è quella dell’Unione. Come spiegò molto bene la Fondazione Heinrich Böll (rapporto di Ricardo Cabral e Viriato Soromenho-Marques, 2018) il Mes adotta il paradigma del Fondo Monetario (prestiti basati su condizionalità socialmente dirompenti). Nei negoziati del 1944, Keynes si oppose a preventive politiche di austerità per i debitori, e difese “una soluzione secondo cui il peso dell’aggiustamento doveva cadere molto più sulle nazioni creditrici con forti surplus dei conti correnti”. Sconfitto Keynes prevalse la posizione Usa, primo Paese creditore. Lo stesso scenario si presenta oggi, nonostante i ripetuti fallimenti del Fmi.

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Berlino, 30 anni dopo il muro: guai ai vincitori

di giovedì, novembre 7, 2019 0 , , , Permalink

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 7 novembre 2019

Da anni i Paesi dell’Est Europa sono sul banco degli imputati, senza che ci si preoccupi di indagare le origini delle loro devianze. L’ascesa delle estreme destre, le violazioni dello Stato di diritto, il rigetto degli immigrati, il rancore verso l’Unione europea: quel che accade nell’Europa ex comunista crea allarmi più che giustificati, ma di corto respiro e dunque improduttivi.

Mancano analisi sociologiche, storiche, economiche, come mancarono negli anni 20 e 30 prima del nazismo (se si esclude il saggio di Keynes sui pericoli dell’umiliazione della Germania nel primo dopoguerra). Nel trentesimo anniversario della caduta del Muro è conveniente l’accanimento selettivo contro l’Est, che garantisce coscienze pulite a tutto l’Ovest dell’Unione.

La Germania Est è da questo punto di vista esemplare. Studiosi, giornalisti, politici dell’Ovest scoprono d’un tratto che l’unificazione non ha funzionato, e non si capacitano. Si aggrappano alle banche dati – i miliardi di euro trasferiti dalla Repubblica federale all’ex Ddr – e presentano i disastri sociali e mentali come effetti collaterali di una politica non analizzata né messa in questione. Il giornalista e costituzionalista Maximilian Steinbeis riassume le occasioni mancate in un difetto costitutivo: l’assenza di curiosità, unita all’autocompiacimento arrogante dei vincitori. Un identico difetto permea i rapporti con la Russia, su cui non ci soffermeremo.

Da qui bisognerebbe partire, se si vuol capire come l’Unione stia perdendo l’Est: dai modi e dai discorsi pubblici con cui l’Est – Germania orientale in testa – è stato annesso e privatizzato, più che integrato e rispettato. Quando attuate con il sussiego dei vincitori, le integrazioni tendono a nutrirsi di menzogne e storie riscritte, e questo è successo in Germania. L’unificazione è caratterizzata da un cumulo di contro-verità che spiegano in larga misura i risentimenti, la voglia di rivincita, il senso di abbandono di popolazioni che rimpiangono protezioni sociali perdute, e per questo si rifugiano nella nostalgia di ambedue le dittature, nazista o comunista.

Le destre estreme raccolgono oggi questo scontento, togliendo voti agli ex comunisti della Linke, da tempo convertitisi alla democrazia. In trent’anni, questi ultimi hanno ripetutamente suonato il campanello d’allarme, inascoltati. Hanno anche dimostrato di governare con saggezza, come in Turingia, ma i Democristiani della regione continuano a ostracizzarli e per il momento sembrano preferire alleanze con Alternative für Deutschland.

La principale menzogna riguarda la natura dell’ex Germania comunista. L’unificazione ha raso al suolo tutte le sue strutture e infrastrutture, giudicandole in blocco fallimentari perché ritenute totalitarie e privatizzando a tappeto. Molti suoi dispositivi sociali (policlinici, tutela dell’infanzia e asili gratis, pieno impiego, diritti dei lavoratori a vacanze pagate, cooperative, sovvenzione agli studi, trasporti basati su binari) davano sicurezza ai cittadini dell’Est. Lo spiega lo storico Ilko-Sascha Kowalczuk, ex dissidente della Ddr (nel suo Die Übernahme, “La presa di controllo”, 2019). Il cittadino non godeva di libertà di parola, ma sapeva di essere protetto “dalla culla alla tomba” (“from the cradle to the grave”, come prometteva l’ideatore dello Stato sociale William Beveridge negli anni 40 del secolo scorso). Una promessa erosa a Ovest negli anni 70-80, mentre più o meno sopravviveva a Est.

Simile perdita è sofferta in molti Paesi dell’Est. In Polonia, il partito Diritto e Giustizia viola sistematicamente lo Stato di diritto, ma raccoglie vasti consensi perché offre una protezione sociale (innanzitutto sovvenzioni a famiglie con bambini) negata dopo l’89-90 dalle “terapie choc” dell’austerità.

Lo stesso Helmut Kohl riconobbe gli errori commessi: in un colloquio radiofonico diffuso dopo la sua morte con lo storico Fritz Stern, ammise inaspettatamente: “Non abbiamo chiarito davanti all’opinione pubblica che non tutto era sbagliato nella Ddr e non tutto era giusto nella Repubblica federale”. Un’ammissione importante visto che proprio lui nel 1990 aveva mentito, promettendo l’avvento, entro tre-quattro anni, di “paesaggi rigogliosi” nell’ex Ddr (blühende Landschaften). Il ravvedimento di Kohl viene in genere occultato, così come viene occultata la catastrofe demografica in tutta l’Europa ex comunista e soprattutto in Germania Est (milioni di tedeschi orientali continuarono a fuggire a Ovest dopo l’89).

Un’altra menzogna riguarda la dittatura tedesco-orientale: molto dura, se non fosse che continua a esser condensata per intero nella monolitica immagine-spauracchio della Stasi, come se altri centri di potere non fossero esistiti e la storia di una nazione l’avessero costruita i servizi segreti. A quest’immagine monca e fuorviante, sostiene Kowalczuk, contribuì non poco, nel 2006, il film Le vite degli altri.

In Germania l’autocritica è in pieno corso, e non mancano libri che parlano dell’Est come di un Mezzogiorno ancora più dannato del nostro. Tra essi ricordiamo quelli di Daniela Dahn, già dissidente in Ddr, che invariabilmente denuncia le modalità di un’unificazione cui dà il nome storicamente pesante di Anschluss, annessione. Nel suo ultimo libro (La neve di ieri e il diluvio universale di oggi, 2019), Dahn si sofferma in particolare su un’accusa ricorrente rivolta alla Ddr: la Shoah nascosta per meglio evidenziare la resistenza comunista. In effetti nella Ddr si insisteva molto e giustamente sulla persecuzione dei comunisti – è l’Ovest che sempre più tende a minimizzarla – ma il genocidio non fu mai trascurato e innumerevoli furono i libri, le trasmissioni televisive, i film sulla Shoah. Nel 1979 apparve sugli schermi delle due Germanie la miniserie americana Holocaust, e si disse che il film aveva per la prima volta traumatizzato profondamente i tedeschi. Dahn ricorda come ben sette anni prima, la televisione della Ddr aveva diffuso una miniserie egualmente traumatizzante, in quattro puntate, che narrava la deportazione ad Auschwitz di una famiglia ebraica: alcuni attori avevano vissuto i Lager in prima persona.

Con questo non si vuol in alcun modo imbellire il welfare o la storiografia della Ddr. Si vuol solo dire che alcune sue acquisizioni potevano essere preservate. I movimenti cittadini, che per settimane riempirono le strade della Ddr, si erano battuti per una riunificazione diversa, più rispettosa della storia nazionale: chiedevano una nuova Costituzione che comprendesse elementi del proprio vissuto e un successivo referendum nazionale. La scelta andò all’immediata annessione, alle privatizzazioni e a una devastante parificazione monetaria, il 1° luglio 1990, che ebbe come effetto l’impoverimento e la brutale deindustrializzazione della Ddr.

Una presa di coscienza comincia a farsi strada, ma faticosamente e solo da quando la destra estrema si è appropriata della Ostalgie, della nostalgia della vecchia Ddr. È così che i vincitori insolenti lavorano alla propria perdita.

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Così Bruxelles ha fatto un regalo alle forze illiberali

Intervista di Stefano Galieni, «LEFT»,  4 ottobre 2019

La risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa (2019/2819(RSP) è un attacco alla storia e alla memoria imposto al Parlamento dai polacchi del PiS e da Orban. «Vogliono far scoppiare una nuova guerra fredda ed equiparare l’Unione e la Nato», dice l’ex deputata europea Barbara Spinelli

Al di là del giudizio sul testo, che denota scarse conoscenze storiche, è possibile in nome degli equilibri europei rimuovere la memoria che definiva una comune identità?

«Preferisco parlare di ignoranza “militante” più che di scarsa conoscenza. Un Parlamento che fa risalire la seconda guerra mondiale al patto Ribbentrop-Stalin e omette eventi ben più determinanti come il Trattato di Versailles e l’umiliazione della Germania dopo il ‘14-‘18, la guerra di Spagna, le guerre italiane in Libia ed Etiopia, il Patto di Monaco, si scredita definitivamente e smentisce tutti coloro che dopo le elezioni di maggio avevano celebrato la sconfitta delle forze illiberali. La risoluzione sulla memoria è stata imposta dal governo polacco del PiS e dal Fidesz ungherese di Orbán: la storia europea viene strumentalizzata a fini geopolitici per riaccendere la seconda guerra fredda ed equiparare l’Unione e la Nato. Quel che colpisce è la rozzezza del testo, oltre che le menzogne e omissioni. Nella scorsa legislatura mi sono occupata della legge sull’olocausto in Polonia, che penalizza tutti gli storici polacchi che indagano sull’antisemitismo nazionale (dal massacro a Yedwabne del 1941 al pogrom a Kielce nel dopoguerra). La Polonia deve apparire come nazione assolutamente innocente. Una falsificazione che permea l’intera risoluzione.

Personalmente considero grave l’assenza di un dibattito a sinistra sui crimini perpetrati dai regimi comunisti, e sul fatto che l’89 è stato per quei popoli un’autentica liberazione. Ma liberazione per andare dove? Lo “sviluppo socioeonomico” post-89 vantato dalla risoluzione ha creato quasi ovunque lacerazioni e risentimenti, che spiegano l’ascesa delle destre estreme nell’ex Germania comunista, o in Polonia e Ungheria».

Il testo richiama ad un uso strumentale della Storia a fini geopolitici. A tuo avviso quale Europa si intende così disegnare? 

«Un’Europa che tace sul contributo della Russia comunista alla liberazione dal nazifascismo (25 milioni di morti) oltre che alla liberazione di Auschwitz. Che deliberatamente ignora il contributo dei comunisti all’antifascismo e alla ricostruzione democratica in Europa occidentale. Che umilia la Russia invece di avviare con essa un rapporto serio, indipendente dalla Nato. Che viola la promessa di non espandere la Nato a Est, fatta a Gorbačëv nel 1990. La guerra fredda con la Russia che si vuole riesumare non è nel nostro interesse, se vogliamo imparare qualcosa dalla storia.

È giusto collegare la risoluzione ad un fatto come la designazione di un Commissario per la “tutela dello stile di vita europeo” che si occuperà di immigrazione? Si tratta di un ripiegamento su se stessa dell’UE?

«È un’offensiva contro le lezioni della storia, più grave di un ripiegamento. Diciamo “mai più Lager”, e ignorando quel che l’Onu ci dice dal dicembre 2016 consegniamo ai Lager libici o sudanesi i migranti in fuga. Che differenza rispetto agli anni ‘30, quando la Lega delle Nazioni condannò l’Italia per l’invasione dell’Etiopia, rimanendo inascoltata?

La tutela dello “stile di vita europeo” mette sullo stesso piano migranti e terroristi. Rimanda agli slogan neo-con, alle guerre anti-terrorismo, alle radici cristiane d’Europa. Difficile non fare un legame fra la risoluzione del Parlamento europeo e le parole dette dal Presidente polacco Duda nel dicembre 2017: “Lo spirito nazionale può essere facilmente avvelenato da false ideologie: comunismo, nazismo, cosmopolitismo, negazione nichilista dei sistemi di valore cristiani”. Come un ubriaco, il Parlamento pretende di stare dalla parte “buona” della Storia accodandosi».

Verbatim della risoluzione

Votazione per appello nominale

Elogio della contaminazione

di mercoledì, settembre 11, 2019 0 , , , Permalink

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 11 settembre 2019.

La neonata coalizione M5S-Pd giunge più che opportuna, perché sgrava l’Italia del pericolo autoritario rappresentato dal potere esorbitante di Salvini: un politico al tempo stesso imprevedibile, indifferente alla Costituzione e alle leggi internazionali, e tuttavia fortemente carismatico.

Ma discontinuità è parola vuota, se fin dall’inizio non viene chiarito cosa comporti precisamente per ambedue gli alleati, e non solo per uno di essi. In linea di principio dovrebbe facilitare una correzione di rotta rispetto alla difficoltà del governo precedente di attuare una politica sociale finalmente egualitaria; la riforma giudiziaria dell’ex ministro Bonafede; la lotta all’evasione e alle opere inutili; una politica migratoria e di sicurezza in linea con la Costituzione e la Carta europea dei diritti. Senza accordo in questi campi l’esperimento non potrà riuscire né durare.

Vale dunque la pena definire nel dettaglio le condizioni dell’accordo. In primo luogo, dovrebbe cambiare il modo monotono di raccontarlo: non si può insistere sullo “stato di necessità”, presupponendo che i due consociati restino quel che sono, essendosi solo fortunatamente addizionati per evitare che Salvini prendesse “tutti i poteri”. Considerate le storie sia del Pd sia del M5S, la loro cultura e i loro elettori (soprattutto quelli perduti), accanto alla Necessità c’è il regno della Libertà affidato a ciascuno di essi: libertà di capire perché le due forze sono collassate, e come la conoscenza dei fallimenti possa esser tesaurizzata per dar vita a nuove sperimentazioni. Questo per me vuol dire essere “elevati”.

Se tale è l’obiettivo, quel che occorre è una veduta lunga e una memoria non pudibonda. Il M5S ha perso alle europee 6 milioni di voti rispetto al 2018. Di questi, 3 milioni si sono astenuti; non ci sono travasi verso il Pd. Secondo l’Istituto Cattaneo, inoltre, la fuoriuscita di alcuni elettori dal M5S verso la Lega ha spostato gli equilibri elettorali interni al Movimento, rafforzando le componenti di chi si colloca a sinistra o che rifiuta tout court le categorie di destra e sinistra (lo slogan “né destra né sinistra” è il più delle volte una rivolta contro l’identificazione quasi trentennale della sinistra classica con la destra). Questi nuovi equilibri, osserva l’Istituto, potrebbero facilitare una convergenza con il Pd, allargando l’area di sovrapposizione elettorale fra i due partiti. L’emorragia dei Democratici ha una storia più lunga: dal 2008 il loro elettorato s’è dimezzato, e se alle europee il Pd ha contenuto le perdite, non ha attratto nuovi elettori. Stando all’Istituto Cattaneo non si registrano significative conquiste/riconquiste di elettori 5stelle, a parte rari collegi.

Entrambi i partiti sono puniti dall’elettore, e per l’uno come per l’altro si tratta di recuperare la fiducia dissipata, di riaprire strade che hanno chiuso o mai schiuso, di spiegare a se stessi e agli italiani come intendono mutare. Di comprendere la punizione, imparando a conoscere più a fondo se stessi. Nelle tragedie greche quando c’è punizione o precipiti, o esci dall’alto con una conversione/catarsi.

La catarsi è un rinnovamento del modo di agire, e vedere-ascoltare l’Altro: cosa possibile, visto che i due elettorati hanno molte cose in comune. Il M5S è nato con un rifiuto netto, detto anche “vaffa”. Ma vaffa a che? Alle rinunce, ai voltafaccia, alla vasta diserzione delle élite di sinistra cominciata negli anni ’90 quando nacque la Terza Via di Blair e di Schröder, dei socialisti francesi, spagnoli e greci. I parametri di Maastricht e l’austerità sono figli di un’involuzione costata cara alla socialdemocrazia europea.

Il rinnovamento è realizzabile se in questo processo di conoscenza i pensieri dei due associati – insieme a LeU – prendono la decisione di contaminarsi l’un l’altro. Non per farsi concorrenza o mascherarsi, ma per convincere gli elettori che i fallimenti hanno insegnato qualcosa. Frasi come quelle dette da Zingaretti dopo le europee (“Il Pd è l’unica alternativa a Salvini”) sono scriteriate.

Contaminazione non è intossicamento né perdita di immaginarie purezze. È ibridazione, assorbimento di temi, scoperta o riscoperta di temi diversi dai propri o magari abbandonati. Nel caso di formazioni che hanno elettori contigui e analogamente delusi è una via da esplorare. Così intesa, la contaminazione potrebbe iniziare su alcuni temi di cui tentiamo un elenco sommario, includendo anche idee che attraggono elettori verso la Lega.

EUROPA: è evidente che l’europeismo ha il fiato corto, e lo scetticismo ha le sue ragioni d’essere (non l’eurofobia). Nella passata legislatura europea non c’è stata resipiscenza, anche se l’imminente recessione potrà invalidare numerose rigidità. Alla Bce andrà Christine Lagarde, che promette cambiamenti ma come direttore generale del FMI ha fatto naufragio almeno due volte: prima in Grecia – con BCE e Commissione UE – poi in Argentina. Da Draghi non si sono sentite autocritiche sulla Grecia umiliata. Solo Juncker ha fatto un’autocritica (giugno 2018): erano parole al vento.

SOVRANISMO (E POPULISMO): sono contumelie banali, che omologano scorrettamente M5S e Lega. Andrebbero bandite comunque. Come spiega bene Carlo Galli nel libro intitolato Sovranità, la sovranità non solo è compatibile con democrazia, ma ne è il presupposto. I popoli hanno bisogno di sapere chi decide, rende conto, paga gli errori. Sovranità democratica e non assoluta è protezione fisica e promozione sociale della persona: ha prodotto il nazionalismo ma anche lo Stato sociale (il cosiddetto “compromesso socialdemocratico”). Ci può essere delega di sovranità – verso l’Unione – ma essa non deve essere in contraddizione con la giustizia e la pace ottenute tramite la sovranità dello stato. Ci sono poi sovranità extra-europee: dei mercati e delle leggi internazionali. La prima va rimessa al suo posto. La seconda va imperativamente rispettata ma nella consapevolezza che esistono aporie da dirimere. La stessa legge internazionale le riconosce. Il diritto a lasciare il proprio paese è garantito a tutti (Dichiarazione universale dei diritti umani, art 13) ma la Convenzione di Ginevra fissa le condizioni di accoglienza. Altra cosa il salvataggio in mare e i porti sicuri, incondizionati per legge.

MIGRAZIONE E STATO SOCIALE: le due cose vanno affrontate insieme. Quando il ministro Minniti disse che la migrazione aveva provocato una bomba sociale invertì proditoriamente la sequenza. È stata la bomba sociale della diseguaglianza e dell’impoverimento a riaccendere la xenofobia e la sensazione che l’arrivo di migranti (minimo in Europa, la maggioranza è in Africa e Asia) avrebbe disfatto la protezione sociale degli italiani. Il sociale deve esser definitivamente affrontato se si vogliono politiche migratorie aperte. Tra l’altro qui l’ibridazione è già fatta, e male. Sostanzialmente le politiche di Renzi-Gentiloni-Minniti hanno preparato quelle di Salvini. Il memorandum che codifica i respingimenti nei Lager libici e l’offensiva contro i salvataggi delle Ong sono opere di Minniti.

CORRUZIONE-PRESCRIZIONE-LEGGI BAVAGLIO: il M5S ha fatto importanti progressi in questo campo, che Salvini si riprometteva di frenare. Se il Pd introduce freni simili non c’è discontinuità.

DEMOCRAZIA DIRETTA: la piattaforma Rousseau è difettosa, ma la discussione sulla democrazia diretta è oggi ricorrente in Europa (l’Estonia è all’avanguardia). Continuare a demonizzarla nasce da un’ignoranza militante molto italiana. Nel Parlamento europeo se ne è discusso seriamente nell’ultima legislatura, considerandola un complemento innovativo alla malmessa democrazia rappresentativa, che però nessuno vuol sostituire.

RADICAMENTO NEI TERRITORI E OPERE PUBBLICHE: qui l’ibridazione può essere reciproca. Anche se indebolito, il radicamento locale del PD è tuttora vivo, e apprendibile da 5stelle. L’ambizione maggioritaria di Veltroni affossò il governo Prodi. Può affossare anche i 5stelle. Le due forze non possono costruire da soli governi nazionali e neanche locali. Sulle opere pubbliche, invece, è il Pd a dover considerare le rivolte che vengono dai territori (trivelle, Tav).

POLITICA ESTERA-RUSSIA-VENEZUELA-NATO: Il M5S, nel Parlamento europeo, è stato più aperto dei socialisti sulla Russia, e più critico delle soperchierie in Venezuela dei neocon Usa. Putin passerà, e la seconda guerra fredda con la Russia va fermata. Se Nato e Usa si oppongono, le litanie sulla fedeltà atlantica diventano nefaste.

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