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Berlino, 30 anni dopo il muro: guai ai vincitori

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 7 novembre 2019

Da anni i Paesi dell’Est Europa sono sul banco degli imputati, senza che ci si preoccupi di indagare le origini delle loro devianze. L’ascesa delle estreme destre, le violazioni dello Stato di diritto, il rigetto degli immigrati, il rancore verso l’Unione europea: quel che accade nell’Europa ex comunista crea allarmi più che giustificati, ma di corto respiro e dunque improduttivi.

Mancano analisi sociologiche, storiche, economiche, come mancarono negli anni 20 e 30 prima del nazismo (se si esclude il saggio di Keynes sui pericoli dell’umiliazione della Germania nel primo dopoguerra). Nel trentesimo anniversario della caduta del Muro è conveniente l’accanimento selettivo contro l’Est, che garantisce coscienze pulite a tutto l’Ovest dell’Unione.

La Germania Est è da questo punto di vista esemplare. Studiosi, giornalisti, politici dell’Ovest scoprono d’un tratto che l’unificazione non ha funzionato, e non si capacitano. Si aggrappano alle banche dati – i miliardi di euro trasferiti dalla Repubblica federale all’ex Ddr – e presentano i disastri sociali e mentali come effetti collaterali di una politica non analizzata né messa in questione. Il giornalista e costituzionalista Maximilian Steinbeis riassume le occasioni mancate in un difetto costitutivo: l’assenza di curiosità, unita all’autocompiacimento arrogante dei vincitori. Un identico difetto permea i rapporti con la Russia, su cui non ci soffermeremo.

Da qui bisognerebbe partire, se si vuol capire come l’Unione stia perdendo l’Est: dai modi e dai discorsi pubblici con cui l’Est – Germania orientale in testa – è stato annesso e privatizzato, più che integrato e rispettato. Quando attuate con il sussiego dei vincitori, le integrazioni tendono a nutrirsi di menzogne e storie riscritte, e questo è successo in Germania. L’unificazione è caratterizzata da un cumulo di contro-verità che spiegano in larga misura i risentimenti, la voglia di rivincita, il senso di abbandono di popolazioni che rimpiangono protezioni sociali perdute, e per questo si rifugiano nella nostalgia di ambedue le dittature, nazista o comunista.

Le destre estreme raccolgono oggi questo scontento, togliendo voti agli ex comunisti della Linke, da tempo convertitisi alla democrazia. In trent’anni, questi ultimi hanno ripetutamente suonato il campanello d’allarme, inascoltati. Hanno anche dimostrato di governare con saggezza, come in Turingia, ma i Democristiani della regione continuano a ostracizzarli e per il momento sembrano preferire alleanze con Alternative für Deutschland.

La principale menzogna riguarda la natura dell’ex Germania comunista. L’unificazione ha raso al suolo tutte le sue strutture e infrastrutture, giudicandole in blocco fallimentari perché ritenute totalitarie e privatizzando a tappeto. Molti suoi dispositivi sociali (policlinici, tutela dell’infanzia e asili gratis, pieno impiego, diritti dei lavoratori a vacanze pagate, cooperative, sovvenzione agli studi, trasporti basati su binari) davano sicurezza ai cittadini dell’Est. Lo spiega lo storico Ilko-Sascha Kowalczuk, ex dissidente della Ddr (nel suo Die Übernahme, “La presa di controllo”, 2019). Il cittadino non godeva di libertà di parola, ma sapeva di essere protetto “dalla culla alla tomba” (“from the cradle to the grave”, come prometteva l’ideatore dello Stato sociale William Beveridge negli anni 40 del secolo scorso). Una promessa erosa a Ovest negli anni 70-80, mentre più o meno sopravviveva a Est.

Simile perdita è sofferta in molti Paesi dell’Est. In Polonia, il partito Diritto e Giustizia viola sistematicamente lo Stato di diritto, ma raccoglie vasti consensi perché offre una protezione sociale (innanzitutto sovvenzioni a famiglie con bambini) negata dopo l’89-90 dalle “terapie choc” dell’austerità.

Lo stesso Helmut Kohl riconobbe gli errori commessi: in un colloquio radiofonico diffuso dopo la sua morte con lo storico Fritz Stern, ammise inaspettatamente: “Non abbiamo chiarito davanti all’opinione pubblica che non tutto era sbagliato nella Ddr e non tutto era giusto nella Repubblica federale”. Un’ammissione importante visto che proprio lui nel 1990 aveva mentito, promettendo l’avvento, entro tre-quattro anni, di “paesaggi rigogliosi” nell’ex Ddr (blühende Landschaften). Il ravvedimento di Kohl viene in genere occultato, così come viene occultata la catastrofe demografica in tutta l’Europa ex comunista e soprattutto in Germania Est (milioni di tedeschi orientali continuarono a fuggire a Ovest dopo l’89).

Un’altra menzogna riguarda la dittatura tedesco-orientale: molto dura, se non fosse che continua a esser condensata per intero nella monolitica immagine-spauracchio della Stasi, come se altri centri di potere non fossero esistiti e la storia di una nazione l’avessero costruita i servizi segreti. A quest’immagine monca e fuorviante, sostiene Kowalczuk, contribuì non poco, nel 2006, il film Le vite degli altri.

In Germania l’autocritica è in pieno corso, e non mancano libri che parlano dell’Est come di un Mezzogiorno ancora più dannato del nostro. Tra essi ricordiamo quelli di Daniela Dahn, già dissidente in Ddr, che invariabilmente denuncia le modalità di un’unificazione cui dà il nome storicamente pesante di Anschluss, annessione. Nel suo ultimo libro (La neve di ieri e il diluvio universale di oggi, 2019), Dahn si sofferma in particolare su un’accusa ricorrente rivolta alla Ddr: la Shoah nascosta per meglio evidenziare la resistenza comunista. In effetti nella Ddr si insisteva molto e giustamente sulla persecuzione dei comunisti – è l’Ovest che sempre più tende a minimizzarla – ma il genocidio non fu mai trascurato e innumerevoli furono i libri, le trasmissioni televisive, i film sulla Shoah. Nel 1979 apparve sugli schermi delle due Germanie la miniserie americana Holocaust, e si disse che il film aveva per la prima volta traumatizzato profondamente i tedeschi. Dahn ricorda come ben sette anni prima, la televisione della Ddr aveva diffuso una miniserie egualmente traumatizzante, in quattro puntate, che narrava la deportazione ad Auschwitz di una famiglia ebraica: alcuni attori avevano vissuto i Lager in prima persona.

Con questo non si vuol in alcun modo imbellire il welfare o la storiografia della Ddr. Si vuol solo dire che alcune sue acquisizioni potevano essere preservate. I movimenti cittadini, che per settimane riempirono le strade della Ddr, si erano battuti per una riunificazione diversa, più rispettosa della storia nazionale: chiedevano una nuova Costituzione che comprendesse elementi del proprio vissuto e un successivo referendum nazionale. La scelta andò all’immediata annessione, alle privatizzazioni e a una devastante parificazione monetaria, il 1° luglio 1990, che ebbe come effetto l’impoverimento e la brutale deindustrializzazione della Ddr.

Una presa di coscienza comincia a farsi strada, ma faticosamente e solo da quando la destra estrema si è appropriata della Ostalgie, della nostalgia della vecchia Ddr. È così che i vincitori insolenti lavorano alla propria perdita.

© Editoriale Il Fatto S.p. A.

Così Bruxelles ha fatto un regalo alle forze illiberali

Intervista di Stefano Galieni, «LEFT»,  4 ottobre 2019

La risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa (2019/2819(RSP) è un attacco alla storia e alla memoria imposto al Parlamento dai polacchi del PiS e da Orban. «Vogliono far scoppiare una nuova guerra fredda ed equiparare l’Unione e la Nato», dice l’ex deputata europea Barbara Spinelli

Al di là del giudizio sul testo, che denota scarse conoscenze storiche, è possibile in nome degli equilibri europei rimuovere la memoria che definiva una comune identità?

«Preferisco parlare di ignoranza “militante” più che di scarsa conoscenza. Un Parlamento che fa risalire la seconda guerra mondiale al patto Ribbentrop-Stalin e omette eventi ben più determinanti come il Trattato di Versailles e l’umiliazione della Germania dopo il ‘14-‘18, la guerra di Spagna, le guerre italiane in Libia ed Etiopia, il Patto di Monaco, si scredita definitivamente e smentisce tutti coloro che dopo le elezioni di maggio avevano celebrato la sconfitta delle forze illiberali. La risoluzione sulla memoria è stata imposta dal governo polacco del PiS e dal Fidesz ungherese di Orbán: la storia europea viene strumentalizzata a fini geopolitici per riaccendere la seconda guerra fredda ed equiparare l’Unione e la Nato. Quel che colpisce è la rozzezza del testo, oltre che le menzogne e omissioni. Nella scorsa legislatura mi sono occupata della legge sull’olocausto in Polonia, che penalizza tutti gli storici polacchi che indagano sull’antisemitismo nazionale (dal massacro a Yedwabne del 1941 al pogrom a Kielce nel dopoguerra). La Polonia deve apparire come nazione assolutamente innocente. Una falsificazione che permea l’intera risoluzione.

Personalmente considero grave l’assenza di un dibattito a sinistra sui crimini perpetrati dai regimi comunisti, e sul fatto che l’89 è stato per quei popoli un’autentica liberazione. Ma liberazione per andare dove? Lo “sviluppo socioeonomico” post-89 vantato dalla risoluzione ha creato quasi ovunque lacerazioni e risentimenti, che spiegano l’ascesa delle destre estreme nell’ex Germania comunista, o in Polonia e Ungheria».

Il testo richiama ad un uso strumentale della Storia a fini geopolitici. A tuo avviso quale Europa si intende così disegnare? 

«Un’Europa che tace sul contributo della Russia comunista alla liberazione dal nazifascismo (25 milioni di morti) oltre che alla liberazione di Auschwitz. Che deliberatamente ignora il contributo dei comunisti all’antifascismo e alla ricostruzione democratica in Europa occidentale. Che umilia la Russia invece di avviare con essa un rapporto serio, indipendente dalla Nato. Che viola la promessa di non espandere la Nato a Est, fatta a Gorbačëv nel 1990. La guerra fredda con la Russia che si vuole riesumare non è nel nostro interesse, se vogliamo imparare qualcosa dalla storia.

È giusto collegare la risoluzione ad un fatto come la designazione di un Commissario per la “tutela dello stile di vita europeo” che si occuperà di immigrazione? Si tratta di un ripiegamento su se stessa dell’UE?

«È un’offensiva contro le lezioni della storia, più grave di un ripiegamento. Diciamo “mai più Lager”, e ignorando quel che l’Onu ci dice dal dicembre 2016 consegniamo ai Lager libici o sudanesi i migranti in fuga. Che differenza rispetto agli anni ‘30, quando la Lega delle Nazioni condannò l’Italia per l’invasione dell’Etiopia, rimanendo inascoltata?

La tutela dello “stile di vita europeo” mette sullo stesso piano migranti e terroristi. Rimanda agli slogan neo-con, alle guerre anti-terrorismo, alle radici cristiane d’Europa. Difficile non fare un legame fra la risoluzione del Parlamento europeo e le parole dette dal Presidente polacco Duda nel dicembre 2017: “Lo spirito nazionale può essere facilmente avvelenato da false ideologie: comunismo, nazismo, cosmopolitismo, negazione nichilista dei sistemi di valore cristiani”. Come un ubriaco, il Parlamento pretende di stare dalla parte “buona” della Storia accodandosi».

Verbatim della risoluzione

Votazione per appello nominale

Elogio della contaminazione

di mercoledì, settembre 11, 2019 0 , , , Permalink

di Barbara Spinelli

«Il Fatto Quotidiano», 11 settembre 2019.

La neonata coalizione M5S-Pd giunge più che opportuna, perché sgrava l’Italia del pericolo autoritario rappresentato dal potere esorbitante di Salvini: un politico al tempo stesso imprevedibile, indifferente alla Costituzione e alle leggi internazionali, e tuttavia fortemente carismatico.

Ma discontinuità è parola vuota, se fin dall’inizio non viene chiarito cosa comporti precisamente per ambedue gli alleati, e non solo per uno di essi. In linea di principio dovrebbe facilitare una correzione di rotta rispetto alla difficoltà del governo precedente di attuare una politica sociale finalmente egualitaria; la riforma giudiziaria dell’ex ministro Bonafede; la lotta all’evasione e alle opere inutili; una politica migratoria e di sicurezza in linea con la Costituzione e la Carta europea dei diritti. Senza accordo in questi campi l’esperimento non potrà riuscire né durare.

Vale dunque la pena definire nel dettaglio le condizioni dell’accordo. In primo luogo, dovrebbe cambiare il modo monotono di raccontarlo: non si può insistere sullo “stato di necessità”, presupponendo che i due consociati restino quel che sono, essendosi solo fortunatamente addizionati per evitare che Salvini prendesse “tutti i poteri”. Considerate le storie sia del Pd sia del M5S, la loro cultura e i loro elettori (soprattutto quelli perduti), accanto alla Necessità c’è il regno della Libertà affidato a ciascuno di essi: libertà di capire perché le due forze sono collassate, e come la conoscenza dei fallimenti possa esser tesaurizzata per dar vita a nuove sperimentazioni. Questo per me vuol dire essere “elevati”.

Se tale è l’obiettivo, quel che occorre è una veduta lunga e una memoria non pudibonda. Il M5S ha perso alle europee 6 milioni di voti rispetto al 2018. Di questi, 3 milioni si sono astenuti; non ci sono travasi verso il Pd. Secondo l’Istituto Cattaneo, inoltre, la fuoriuscita di alcuni elettori dal M5S verso la Lega ha spostato gli equilibri elettorali interni al Movimento, rafforzando le componenti di chi si colloca a sinistra o che rifiuta tout court le categorie di destra e sinistra (lo slogan “né destra né sinistra” è il più delle volte una rivolta contro l’identificazione quasi trentennale della sinistra classica con la destra). Questi nuovi equilibri, osserva l’Istituto, potrebbero facilitare una convergenza con il Pd, allargando l’area di sovrapposizione elettorale fra i due partiti. L’emorragia dei Democratici ha una storia più lunga: dal 2008 il loro elettorato s’è dimezzato, e se alle europee il Pd ha contenuto le perdite, non ha attratto nuovi elettori. Stando all’Istituto Cattaneo non si registrano significative conquiste/riconquiste di elettori 5stelle, a parte rari collegi.

Entrambi i partiti sono puniti dall’elettore, e per l’uno come per l’altro si tratta di recuperare la fiducia dissipata, di riaprire strade che hanno chiuso o mai schiuso, di spiegare a se stessi e agli italiani come intendono mutare. Di comprendere la punizione, imparando a conoscere più a fondo se stessi. Nelle tragedie greche quando c’è punizione o precipiti, o esci dall’alto con una conversione/catarsi.

La catarsi è un rinnovamento del modo di agire, e vedere-ascoltare l’Altro: cosa possibile, visto che i due elettorati hanno molte cose in comune. Il M5S è nato con un rifiuto netto, detto anche “vaffa”. Ma vaffa a che? Alle rinunce, ai voltafaccia, alla vasta diserzione delle élite di sinistra cominciata negli anni ’90 quando nacque la Terza Via di Blair e di Schröder, dei socialisti francesi, spagnoli e greci. I parametri di Maastricht e l’austerità sono figli di un’involuzione costata cara alla socialdemocrazia europea.

Il rinnovamento è realizzabile se in questo processo di conoscenza i pensieri dei due associati – insieme a LeU – prendono la decisione di contaminarsi l’un l’altro. Non per farsi concorrenza o mascherarsi, ma per convincere gli elettori che i fallimenti hanno insegnato qualcosa. Frasi come quelle dette da Zingaretti dopo le europee (“Il Pd è l’unica alternativa a Salvini”) sono scriteriate.

Contaminazione non è intossicamento né perdita di immaginarie purezze. È ibridazione, assorbimento di temi, scoperta o riscoperta di temi diversi dai propri o magari abbandonati. Nel caso di formazioni che hanno elettori contigui e analogamente delusi è una via da esplorare. Così intesa, la contaminazione potrebbe iniziare su alcuni temi di cui tentiamo un elenco sommario, includendo anche idee che attraggono elettori verso la Lega.

EUROPA: è evidente che l’europeismo ha il fiato corto, e lo scetticismo ha le sue ragioni d’essere (non l’eurofobia). Nella passata legislatura europea non c’è stata resipiscenza, anche se l’imminente recessione potrà invalidare numerose rigidità. Alla Bce andrà Christine Lagarde, che promette cambiamenti ma come direttore generale del FMI ha fatto naufragio almeno due volte: prima in Grecia – con BCE e Commissione UE – poi in Argentina. Da Draghi non si sono sentite autocritiche sulla Grecia umiliata. Solo Juncker ha fatto un’autocritica (giugno 2018): erano parole al vento.

SOVRANISMO (E POPULISMO): sono contumelie banali, che omologano scorrettamente M5S e Lega. Andrebbero bandite comunque. Come spiega bene Carlo Galli nel libro intitolato Sovranità, la sovranità non solo è compatibile con democrazia, ma ne è il presupposto. I popoli hanno bisogno di sapere chi decide, rende conto, paga gli errori. Sovranità democratica e non assoluta è protezione fisica e promozione sociale della persona: ha prodotto il nazionalismo ma anche lo Stato sociale (il cosiddetto “compromesso socialdemocratico”). Ci può essere delega di sovranità – verso l’Unione – ma essa non deve essere in contraddizione con la giustizia e la pace ottenute tramite la sovranità dello stato. Ci sono poi sovranità extra-europee: dei mercati e delle leggi internazionali. La prima va rimessa al suo posto. La seconda va imperativamente rispettata ma nella consapevolezza che esistono aporie da dirimere. La stessa legge internazionale le riconosce. Il diritto a lasciare il proprio paese è garantito a tutti (Dichiarazione universale dei diritti umani, art 13) ma la Convenzione di Ginevra fissa le condizioni di accoglienza. Altra cosa il salvataggio in mare e i porti sicuri, incondizionati per legge.

MIGRAZIONE E STATO SOCIALE: le due cose vanno affrontate insieme. Quando il ministro Minniti disse che la migrazione aveva provocato una bomba sociale invertì proditoriamente la sequenza. È stata la bomba sociale della diseguaglianza e dell’impoverimento a riaccendere la xenofobia e la sensazione che l’arrivo di migranti (minimo in Europa, la maggioranza è in Africa e Asia) avrebbe disfatto la protezione sociale degli italiani. Il sociale deve esser definitivamente affrontato se si vogliono politiche migratorie aperte. Tra l’altro qui l’ibridazione è già fatta, e male. Sostanzialmente le politiche di Renzi-Gentiloni-Minniti hanno preparato quelle di Salvini. Il memorandum che codifica i respingimenti nei Lager libici e l’offensiva contro i salvataggi delle Ong sono opere di Minniti.

CORRUZIONE-PRESCRIZIONE-LEGGI BAVAGLIO: il M5S ha fatto importanti progressi in questo campo, che Salvini si riprometteva di frenare. Se il Pd introduce freni simili non c’è discontinuità.

DEMOCRAZIA DIRETTA: la piattaforma Rousseau è difettosa, ma la discussione sulla democrazia diretta è oggi ricorrente in Europa (l’Estonia è all’avanguardia). Continuare a demonizzarla nasce da un’ignoranza militante molto italiana. Nel Parlamento europeo se ne è discusso seriamente nell’ultima legislatura, considerandola un complemento innovativo alla malmessa democrazia rappresentativa, che però nessuno vuol sostituire.

RADICAMENTO NEI TERRITORI E OPERE PUBBLICHE: qui l’ibridazione può essere reciproca. Anche se indebolito, il radicamento locale del PD è tuttora vivo, e apprendibile da 5stelle. L’ambizione maggioritaria di Veltroni affossò il governo Prodi. Può affossare anche i 5stelle. Le due forze non possono costruire da soli governi nazionali e neanche locali. Sulle opere pubbliche, invece, è il Pd a dover considerare le rivolte che vengono dai territori (trivelle, Tav).

POLITICA ESTERA-RUSSIA-VENEZUELA-NATO: Il M5S, nel Parlamento europeo, è stato più aperto dei socialisti sulla Russia, e più critico delle soperchierie in Venezuela dei neocon Usa. Putin passerà, e la seconda guerra fredda con la Russia va fermata. Se Nato e Usa si oppongono, le litanie sulla fedeltà atlantica diventano nefaste.

© 2019 Il Fatto Quotidiano

Tajani chiude le porte a Carles Puidgemont e Toni Comin

Di seguito la lettera, sottoscritta anche da Barbara Spinelli, inviata al presidente del Parlamento e ai vice-presidenti riguardante la questione del non-accreditamento dei parlamentari catalani neo-eletti.

Mr Antonio Tajani

President of European Parliament

Mairead McGuinness, Bogusław Liberadzki, Sylvie Guillaume,  Ramón Luis Valcarcel Siso, Evelyne Gebhardt, Pavel Telička, Ioan Mircea Pasçu, Dimitrios Papadimoulis, David Sassoli, Rainer Wieland, Heidi Hautala, Livia Jaroka, Zdzislaw Krasnodebski, Fabio Massimo Castaldo

Vice-presidents of European Parliament

Dear Mr Tajani and Vice-presidents,

We are writing to you in order to firmly ask you to rectify your decision not to allow Mr Carles Puigdemont and Mr Toni Comín to enter into the European Parliament as newly elected MEPs.

As you well know, their list got 1.025.411 votes from European citizens. Banning Mr. Puigdemont and Mr. Comín from entering the European Parliament represents a violation of their political rights and the political rights of their voters.

What’s more, banning them from the European Parliament and allowing the rest of Spanish MEPs to continue the proceedings despite being in the same legal position is a clear case of political discrimination. And later, withdrawing all temporary accreditations given to Spanish MEPs-elect to avoid “political problems” with Spain, is also unacceptable, as the MEPs from the rest of European countries can work normally.

We call you to urgently rectify and to respect the results of the European elections. Mr Carles Puigdemont, Mr Toni Comín and Mr Oriol Junqueras (in preventive prison since November 2nd of 2017) have been elected and have right to be MEPs. We call you and the board of Vice-presidents to defend their political rights.

Best regards,

Ivo Vajgl MEP
Mark Demesmaeker MEP
Izaskun Bilbao MEP
Barbara Spinelli MEP
Martina Anderson MEP
Matt Carthy MEP
Marisa Matias MEP
Indrek Tarand MEP
Ramon Tremosa MEP
Josep-Maria Terricabras MEP
Jordi Sole MEP

 

More information:

30 May 2019 – European Parliament withdraws all temporary accreditations given to Spanish MEPs-elect to avoid “political problems” with Spain

29 May 2019 – UN calls for release of three jailed pro-independence leaders. Report by Working Group on Arbitrary Detention calls on Spain to compensate officials and considers detentions violation of fundamental rights

29 May 2019 – European Parliament bars Puigdemont’s entry. He won the European elections in Catalonia last 26 May with more than 1.025.000 votes, the 28.5% of total votes in Catalonia

Further information from European press:

Libération (Jean Quatremer)

Politico

Le Soir

29 May 2019 – Jailed minister Raül Romeva (and former MEP) suspended as Spanish senator by chamber bureau eight days after taking up his seat

26 May 2019 – Exiled President Puigdemont and jailed Junqueras win seats in Brussels

26 May 2019 – Map of the European elections results in Spain (President Puigdemont won the elections in Catalonia, dark blue colour)

9 May 2019 – Spanish Courts give green light to President Puigdemont and Minister in exile, Toni Comin, to run for European elections. They were tried to  be barred from standing in the European Parliament elections by Spain’s electoral authority.

Questo voto non è un derby tra gli europeisti e i populisti

Intervista a Barbara Spinelli di Stefano Feltri , «Il Fatto Quotidiano», 26 maggio 2019

Barbara Spinelli, qual è la posta in gioco delle elezioni europee di oggi e qual è la sua speranza?

La priorità è una riforma radicale dell’Unione, per far fronte a quella che non è più una crisi ma un fallimento generalizzato. Per questo considero del tutto fuorviante, e fittizia, la contrapposizione che si è creata tra cosiddetti europeisti e sovranisti-populisti. L’ascesa delle destre estreme non è la causa del tracollo dell’Unione: ne è il sintomo. L’Ue è senza politica seria da due legislature – ha fallito le politiche migratorie, sociali, ha fallito in politica estera allineandosi a Trump sul Venezuela e mostrandosi incapace di dialogare con la Russia – e quest’afasica inettitudine spiega il rigetto.

Abbiamo parlato molto di Europa in questi anni, ma alla fine c’è stata la solita campagna tutta nazionale.

Non solo in Italia. In molti Paesi quello di oggi è un referendum sui governanti di turno: in Italia si vota su Salvini e il governo, in Francia su Macron. La migrazione è però un tema di cui si è capita la natura europea.

Anche in Germania le elezioni rischiano di mettere fine alla stagione di Angela Merkel. La presa della Germania sull’Europa si allenterà?

Oggi è un po’ più debole economicamente. Ma la centralità tedesca non dipende soltanto da Angela Merkel, è strutturale, ai tempi di Kohl non era diversa.

In Parlamento finirà l’era della grande coalizione tra socialisti e popolari che ha dominato le ultime legislature. Cosa succederà?

Penso che socialisti e popolari si alleeranno ancor più con i liberali dell’Alde e questi saranno rafforzati dai parlamentari di Macron. Quindi non vedo la fine del blocco centrale e conservatore dello status quo che abbiamo conosciuto. La battaglia per avere un’Unione con parametri sociali vincolanti scritti nel trattato non l’abbiamo vinta finora e non la vinceremo nella prossima legislatura, con questa maggioranza. Anche Salvini, sui temi sociali, è neoliberista come il blocco che domina il Parlamento. Perché il migrante africano non diventi capro espiatorio occorre più welfare sociale per tutti.

Che figura ci vorrebbe alla guida della Commissione europea dopo Juncker, diventato il simbolo di tutto ciò che rende l’Ue poco popolare?

Qualcuno che rifiuti il dilemma europeisti-eurocritici, riconoscendo sinceramente che il problema non sono i populisti, ma i fallimenti dell’Unione: sulla Brexit, sulla Grecia, in politica estera. E sulla migrazione, dove Consiglio e Commissione si sono resi complici di pesanti violazioni dei diritti dei rifugiati e del diritto del mare. Hanno sulla coscienza migliaia di morti in mare e nei lager libici.

In che senso sulla Brexit?

Il negoziato è stato gestito bene dall’Ue. Parlo dell’evento Brexit: il referendum è stato cavalcato dall’Ukip, ma l’elettorato che ha scelto di lasciare l’Ue è anche quello degli emarginati, delle vittime dell’austerità. Basta vedere i film di Ken Loach per capirlo. Su questo, nessuna autocritica Ue.

Auspica un secondo referendum o una soluzione drastica?

Sono contraria a un’uscita senza accordo formale di recesso. Sarebbe un disastro perché lascerebbe senza tutela l’Irlanda del Nord e i cittadini europei – 3,5 milioni – che vivono in Gran Bretagna. L’accordo di recesso è un trattato con regole vincolanti: senza di esso rischia di ricominciare la guerra in Irlanda del Nord. Il secondo referendum sarebbe una soluzione. Il pericolo, però, è che i remainers lo perdano di nuovo, considerato il successo del partito Brexit.

Veniamo all’Italia. Con la Commissione che emergerà dopo le elezioni, per noi sarà più facile negoziare su deficit e bilancio?

No. L’Ue sarà retta da un’alleanza popolari-socialisti-liberali e quindi le accuse contro l’Italia di avere un debito eccessivo e di non rispettare i parametri continueranno. Nel Consiglio, dove siedono i governi, i Paesi nordici faranno blocco con Austria e Francia contro l’Italia, la useranno come capro espiatorio dei problemi dell’Unione. In più, faranno poco per superare in maniera seria le paure, gonfiate ma reali, che ci sono da noi sulle migrazioni.

Lega e M5S sono litigiosi ma in coalizione in Italia, mentre a Bruxelles sono e saranno su fronti parlamentari diversi. È un equilibrio sostenibile?

Il comportamento del M5S e della Lega nel Parlamento europeo continuerà a essere diverso. Oggi litigano in Italia, ma a Bruxelles divergono da sempre. C’è una certa sintonia sui temi dell’immigrazione, da quando Di Maio bollò purtroppo le Ong come “taxi del mare”, ma su temi essenziali come l’Europa sociale, l’evasione fiscale, la libertà del web e l’iniqua legge sul copyright, i trattati commerciali, il clima, i rapporti con il Venezuela, Cinque Stelle e Lega non hanno niente a che fare l’uno con l’altro. Sui costi dell’Ue, a cominciare dalla trasparenza sulle esorbitanti “spese generali” dei parlamentari Ue, la battaglia progressista è stata fatta dai Cinque Stelle e dal mio gruppo, la Sinistra europea. Non dalla Lega.

Cinque anni fa la novità era il leader greco Alexis Tsipras, a capo di una nuova sinistra. Oggi?

I Verdi sono in ascesa, soprattutto in Germania. Una parte dei socialisti, in Spagna e Portogallo ma certo non Italia col duo Zingaretti-Calenda, si è spostata a sinistra.

© 2019 Il Fatto Quotidiano

Lettre à l’attention de Mr Hervé Guillou, PDG de Naval Group

Lettera indirizzata al CEO di Naval Group sui diritti dei lavoratori in Egitto e la politica del governo egiziano di “militarizzare” diverse imprese statali.

Un esempio è Alexandria Shipyard, che ha un accordo con la compagnia francese Naval Group ed è adesso sotto il controllo del ministero della difesa egiziano. Ogni ‘reato’ commesso nell’aerea di Alexandria Shipyard sarà perseguito da un tribunale militare. Lo scorso giugno 2016, gli operai di Alexandria Shipyard avevano lanciato uno sciopero pacifico. 26 scioperanti, scelti a caso, sono stati arrestati e adesso sono soggetti a un processo marziale.

Guerra in Libia: chiudere il Mediterraneo è un crimine contro l’umanità

Strasburgo, 16 aprile 2019. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo. 

Punto in agenda:

Situazione in Libia

  • Dichiarazione del Vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza

Presenti al dibattito:

  • Federica Mogherini – Vicepresidente della Commissione/Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza

 

Visto che la terza guerra in Libia non si risolverà pacificamente, chiedo all’Alto Rappresentante di parlar chiaro sui migranti, intrappolati nei Lager libici affinché non vengano da noi.

L’evacuazione dei Lager è limitatissima, conferma l’Onu, dunque Le chiedo quanto segue:

  • che l’operazione Sophia torni subito a dotarsi di navi europee, per impedire naufragi. Il Mediterraneo è l’unica via di fuga: continuare a bloccarla è un crimine contro l’umanità.
  • che la Commissione e il Servizio azione esterna raccomandino agli Stati membri l’immediata cessazione dei rimpatri in un Paese più che mai insicuro.
  • che l’evacuazione sia facilitata da corridoi umanitari, nelle zone di guerra, e che i migranti detenuti ricevano l’acqua e il cibo che manca da giorni.

Vincent Cochetel (inviato speciale dell’UNHCR) ha detto il 9 aprile scorso che nel Mediterraneo non si fa più Search and Rescue, ma Search and Return, e che l’Unione – fornendo alla Libia navi e tecnologie – si rende complice di torture, stupri e schiavitù. Come risponde a queste accuse, Signora Mogherini?

La reazione a catena del caso Assange

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 13 aprile 2019

 

L’arresto di Julian Assange, giovedì mattina nell’ambasciata dell’Ecuador dove era rifugiato da sette anni, è una notizia più che inquietante, se l’arresto sarà seguito da un’estradizione negli Stati Uniti. Sono in gioco diritti fondamentali dei giornalisti, concernenti il rapporto con le fonti delle loro indagini e in modo speciale con i whistleblower (informatori segreti).

Per quanto riguarda l’Unione europea, è messo in questione il progetto di direttiva concernente la protezione dei whistleblower e del loro anonimato, il cui scopo è – tra l’altro – quello di evitare la criminalizzazione dei giornalisti che si rifiutano di rivelare le proprie fonti. Il testo finale della direttiva – oggetto di un lungo negoziato tra Commissione, Parlamento e Consiglio – sarà votato nella plenaria di Strasburgo la settimana prossima. È sperabile che sarà salvato un punto cruciale difeso dal Parlamento: la possibilità, per l’informatore, di procedere alle sue rivelazioni facendo ricorso non solo a canali interni ma anche esterni.

È grazie alla piattaforma WikiLeaks e a Julian Assange che l’opinione pubblica mondiale è venuta a conoscenza dei crimini di guerra commessi dalle forze armate Usa in Afghanistan e Iraq, oltre che delle torture inflitte ai detenuti di Abu Ghraib e Guantanamo. La verità sui crimini in Iraq e Afghanistan fu rivelata grazie a centinaia di migliaia di registrazioni fornite ad Assange da Chelsea Manning, ex analista militare dell’esercito statunitense divenuta whistleblower. Chelsea Manning fu arrestata nel 2010, e nella prigione subì torture. Fu liberata nel 2017 perché Obama giudicò sproporzionata la pena che le era stata inflitta (35 anni di carcere duro). Nel marzo scorso è stata di nuovo incarcerata, perché si era rifiutata di testimoniare contro WikiLeaks e Assange, giudicando inaccettabile un “grand jury” le cui procedure prevedono udienze non pubbliche.

Basta percorrere i principali capi di accusa formulati dalla Corte distrettuale statunitense, e pendenti su Assange, per capire che la libertà di stampa e la sua indipendenza dal potere politico sono gravemente minacciate. Secondo il giudizio di numerosi giuristi, interpellati in particolare dal sito Intercept, le seguenti accuse sono globalmente invalide:

1) L’accusa di “cospirazione contro lo Stato, legata al fatto che Assange incoraggiò Manning a fornire informazioni e registrazioni provenienti da dipartimenti e agenzie degli Stati Uniti”. L’accusa non regge, secondo i giuristi in questione, perché la funzione del giornalista consiste precisamente nell’incoraggiare le fonti a fornire informazioni di pubblico interesse sulle attività del proprio governo.

2) “È parte della cospirazione il fatto che Assange e Manning adottarono misure atte a occultare la figura di Manning come fonte della divulgazione a WikiLeaks di registrazioni riservate”. Proteggere l’anonimità delle fonti è un caposaldo del giornalismo investigativo, online o cartaceo che sia (fra qualche giorno tale protezione sarà obbligatoria, una volta recepita la direttiva Ue). Se l’anonimità non fosse garantita nessuna fonte segreta uscirebbe allo scoperto, i whistleblower sarebbero in pericolo e la stampa non sarebbe il “cane da guardia” che deve essere in democrazia.

3) “È parte della cospirazione che Assange e Manning fecero ricorso al servizio online Jabber – e a Dropbox – collaborando nell’acquisizione e disseminazione di registrazioni riservate”. Jabber e Dropbox sono strumenti indispensabili nelle comunicazioni fra giornalisti e whistleblower.

Una considerazione a parte va fatta sulle vicende giudiziarie in Svezia, che vedono Assange accusato di stupro. Anche la Svezia infatti chiede l’estradizione: l’accusa è stata nel frattempo archiviata, ma gli avvocati della presunta vittima hanno chiesto la riapertura del processo. L’estradizione in Svezia può avere la sua ragion d’essere, ma a una condizione: che sia del tutto separata dalle questioni poste dalla giustizia americana e legate alle attività investigative di WikiLeaks. La posizione del Partito laburista su questo punto è corretta: nulla da dire su eventuali processi in Svezia, come peraltro già accettato a suo tempo da Assange, ma a condizione che non implichino l’estradizione negli Stati Uniti per imputazioni non inerenti a qualsiasi altro caso giudiziario.

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Ue – Operazione Sophia al servizio delle guardie costiere libiche

di giovedì, aprile 11, 2019 0 , , , , Permalink

Bruxelles, 8 aprile 2019. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni del Parlamento europeo

Punto in agenda:

Proroga del mandato dell’Operazione Sophia di EUNAVFOR MED fino al 30 settembre 2019. Scambio di opinioni con il Servizio europeo per l’Azione esterna

Presente al dibattito:

Pedro Serrano, Segretario generale aggiunto del SEAE

Vorrei esprimere la mia profonda inquietudine per il cambiamento delle modalità di azione dell’operazione Sophia di Eunavfor Med. Il ritiro delle navi, in questo momento, dopo la criminalizzazione delle organizzazioni non governative che facevano ricerca e salvataggio, è un segnale molto chiaro. Il Mediterraneo viene lasciato completamente sguarnito di operazioni di search and rescue, se non quelle affidate a una Libia che non esiste come Stato e per di più  è oggi in preda a un’imprevedibile guerra interna. È una finzione, quella di lasciare la vita di tanti naufraghi in mano alla Libia – uno Stato completamente decomposto già molto prima dell’attuale confronto bellico tra al-Sarrāj e il generale Haftar. Ed è uno scandalo che l’operazione Sophia si occuperà ormai solo di addestrare le guardie costiere libiche e di assisterle con voli di ricognizione.

Si tratta di una scelta che andrebbe rivista, perché dà l’impressione di uno strano equilibrio del terrore nel Mediterraneo, dove la funzione del deterrente è rappresentata dalla morte dei migranti. Se i migranti muoiono, la soluzione finale è raggiunta.

Ricordo che il Papa ha detto esattamente questo: non andare in aiuto dei naufraghi vuol dire decidere di lasciar morire le persone. Questa è la scelta dell’Europa, secondo il Pontefice.

Una seconda cosa che vorrei dire è che la premessa per l’addestramento delle guardie costiere libiche è che la Libia sia considerata un paese sicuro per lo sbarco. Ora, anche se voi ripetete a parole che non è un paese sicuro, addestrando le guardie libiche lo considerate di fatto tale. È dal 2016 che l’Onu afferma che non lo è. Nei giorni scorsi, in piena guerra tra Haftar e al-Sarrāj,  il segretario generale dell’Onu António Guterrez, dopo aver visitato un campo di detenzione di migranti a Tripoli si è detto “deeply shocked” e ha aggiunto espressamente: “Nessuno in questo momento può sostenere che la Libia sia un porto sicuro di sbarco. Questi migranti e rifugiati non sono solo responsabilità della Libia. Sono responsabilità dell’intera comunità internazionale”.

Questa volta è il segretario generale dell’Onu a dire che il disegno dell’Unione non funziona, che qualcosa di diverso  bisogna inventare, che sia compatibile con la legalità internazionale.

Infine, dobbiamo dedicare la massima attenzione a quello che che sta succedendo in questi giorni nei campi di detenzione, e trarne le conseguenze   Nel campo di detenzione di Tripoli i detenuti sono tirati fuori dalle celle, e le guardie gettano loro in mano le armi e li mandano a fare al guerra contro Haftar. I detenuti gridano a questo punto che vogliono tornare nelle celle: una cosa veramente atroce, se si pensa che pur di fuggirne rischiano sistematicamente  la morte in mare. Mi riferisco a un reportage molto documentato di Sally Hayden sull’«Irish Times», uscito il 5 aprile scorso. (1) È a causa di questi messaggi sull’uso dei detenuti per la guerra, che Guterres ha reagito con le parole che ho citato poco prima.

Si veda anche:

Migrants : « Nous appelons à une résolution à la crise juridique et humanitaire du sauvetage en mer », «Le Monde», 10-04-2019.

 

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