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Frontex e l’uso di armi da fuoco

Barbara Spinelli e 41 deputati del Parlamento Europeo chiedono a Frontex di mettere fine all’utilizzo di armi da fuoco per fermare imbarcazioni con rifugiati a bordo

Barbara Spinelli, insieme a 41 deputati del Parlamento europeo, lo scorso 23 settembre ha inviato una lettera al Direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, e per conoscenza alla mediatrice europea Emily O’Reilly e al Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muižnieks.

La lettera, scaturita da un rapporto pubblicato da The Intercept il 22 agosto scorso, denuncia l’uso ricorrente di armi da fuoco da parte della guardia costiera degli Stati membri, con lo scopo di fermare imbarcazioni guidate da presunti trafficanti nel quadro delle operazioni di Frontex. In simili operazioni, la vita e l’incolumità dei rifugiati a bordo è pericolosamente messa a rischio.

«Considero estremamente grave che tra le regole di ingaggio per fermare imbarcazioni in mare sia previsto l’uso di armi da fuoco. Vorrei ricordare che nel 2014, in un’operazione di Frontex nei pressi di Chios, diversi migranti furono feriti e un minore venne ucciso dopo che le guardie costiere greche aprirono il fuoco», ha dichiarato l’eurodeputata.

Per questo motivo, Barbara Spinelli domanda al Direttore esecutivo di Frontex se l’Agenzia intenda continuare l’uso di armi da fuoco durante le proprie operazioni, e chiede chiarimenti su chi abbia il potere decisionale e dunque la responsabilità di emettere l’ordine dell’utilizzo di armi da fuoco nel caso di operazioni congiunte con Stati terzi.

Il secolo dei rifugiati ambientali?

di domenica, settembre 25, 2016 0 , Permalink

Convegno internazionale
Il secolo dei rifugiati ambientali?
Milano, 24 settembre 2016 | Palazzo Reale

Promosso da: Barbara Spinelli – GUE/NGL

Co-promotori: Costituzione Beni Comuni | Diritti e Frontiere – ADIF | Laudato si’ – Credenti e non credenti per la casa comune

Patrocinio: Consiglio Comunale di Milano, Milano in Comune | Università degli Studi, Centro d’eccellenza Jean Monnet

Di seguito l’intervento di Barbara Spinelli; una versione abbreviata è apparsa su «Il Fatto Quotidiano» del 24 settembre 2016 con il titolo “Il futuro è dei profughi e la colpa sarà solo nostra” (file .pdf)

Il titolo del convegno può apparire a molti una provocazione, e certamente lo è. Già l’Europa non riesce ad accogliere i profughi di guerra e di persecuzioni che approdano ai nostri confini (e su questo si sta disfacendo), anche se i fuggitivi rappresentano solo lo 0,2 per cento delle nostre popolazioni, ed ecco che lanciamo un nuovo allarme: ben più ampio, anzi cataclismico. Si tratta della fuga in massa provocata dai cambiamenti climatici, e dalle politiche in particolare – fatte dall’uomo – che sempre più costringeranno le popolazioni ad abbandonare le proprie terre. Saskia Sassen parla appropriatamente di politiche di espulsioni. Una parte della popolazione umana sarà semplicemente estromessa da quella che Slavoj Žižek chiama la “casa di vetro” dentro la quale crediamo di poterci proteggere, e in cui crediamo di veder riflessa la cosiddetta, inesistente “comunità internazionale”. Stiamo oltrepassando categorie come quella dell’emarginazione, dell’esclusione sociale, dello sradicamento.

Se queste cifre creano confusione e sembrano una provocazione, è perché non siamo ancora abituati mentalmente a una visione globale dei fenomeni di fuga e migrazione. Perché confondiamo le parole senza analizzare nel loro insieme i fenomeni, perché separiamo le guerre e le persecuzioni dagli effetti del modello di sviluppo globale adottato in primis da Occidente e Cina. Questa confusione non è alimentata solo da governanti politici. Lo è anche dalle sinistre e dalle Ong. Tutti siamo chiamati a divenire più chiari, e non solo a vedere le cose da un punto di vista globale ma anche a legare vari fenomeni tra loro e al tempo stesso a distinguerli nettamente, e a vedere non solo le insufficienze del diritto internazionale ma le difficoltà del suo mutamento.

Le parole innanzitutto: quando si parla di 200-250 milioni di rifugiati ambientali previsti entro il 2050 (dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni, OIM), dobbiamo subito chiarire e appunto distinguere. Le cifre spaventano perché sono spesso gettate al pubblico per allarmare (o anche per riscaldare i cuori, cosa che qui non vorremmo fare). Nella maggior parte, le persone colpite non sono veri e propri rifugiati, così come li intende la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati e richiedenti asilo. Sono Internally Displaced People, sfollati interni ai Paesi dove avviene il disastro ambientale. Meglio sarebbe dunque dire migranti interni o sradicati forzati, e i migranti interni sono già fortunati perché una parte non riesce nemmeno a spostarsi ed è aggrappata al territorio devastato, a meno che il territorio non sia sprofondato nell’acqua come le isolette di Kiribati, la cui popolazione si trova alle prese con la riluttante accoglienza di Nuova Zelanda e Australia.

Di loro bisogna prioritariamente occuparsi, non solo di quella parte di sfollati che alla fine, non trovando più protezione nei Paesi di origine, proveranno a varcare le frontiere avvalendosi delle labili regole del diritto internazionale. I più sono concentrati in Africa, dove vive la maggior parte di rifugiati del mondo (su 65 milioni, l’85 per cento), sotto forma appunto di sfollati interni. L’Africa è il continente più colpito dal cambiamento climatico, pur non essendo di certo il maggiore colpevole del degrado. Nel 2015, gli sfollati africani sono stati 27,8 milioni: l’equivalente di New York, Londra, Parigi e il Cairo messi insieme.

Quel che occorre cominciare a capire è come e quando avviene la congiunzione fra lo sfollato interno e il rifugiato che varca le frontiere, e cosa si possa fare per individuare la congiunzione e prevenire il catastrofico precipitare delle crisi.

Propongo tre tracce di riflessione che riassumo con schematismo estremo per mancanza di tempo:

1) Studiare i processi di espulsione nel loro insieme, che dal disastro ambientale conducono allo stato di guerra e/o persecuzione, e dunque al bisogno di trovare risposte d’emergenza all’insorgere della questione rifugiati internazionali;

2) Studiare lo sviluppo economico e la politica sul clima che permettono questo fenomeno aggrovigliato;

3) Individuare gli strumenti legali del diritto internazionale e fare eventuali proposte.


1) Vedere il processo nella sua globalità
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Gli esempi che si possono fare sono molti, ma vorrei cominciare dalla crisi siriana, perché è un caso paradigmatico. Tra il 2006 e il 2010, il Paese ha conosciuto una siccità record, dovuta a sfruttamento di terre e irrigazioni eccessive che hanno ingigantito la scarsità dell’acqua e la desertificazione (sono i fenomeni di landgrabbing e watergrabbing: attività sistematicamente perseguite nel Terzo Mondo dalle grandi multinazionali, con la complicità di regimi locali). Quasi un milione e mezzo di siriani ha perso i mezzi di sussistenza ed è stato sradicato, l’85 per cento del bestiame è morto, sono del tutto scomparse culture essenziali tra cui il grano, l’orzo, il famoso peperoncino di Aleppo. Gli agricoltori senza più terre sono fuggiti in massa nelle città (a Daraa soprattutto) con problemi di occupazione e di scarsità d’acqua che crescevano esponenzialmente. A ciò si sono aggiunte le dighe costruite dalla Turchia sul Tigri e l’Eufrate, che hanno privato di acqua la Siria oltre che l’Iraq. Le prime rivolte siriane nascono da questi eventi, e l’islamismo ne ha approfittato scatenando una guerra per l’accaparramento delle risorse (petrolio soprattutto). L’oppressione politica non è la sola causa delle guerre. Il cambiamento del clima causato dall’uomo ha svolto nel caso della Siria caso un ruolo ancora maggiore. In questo processo si è inserito il conflitto geostrategico – un ennesimo regime change promosso dall’Occidente, che ha decretato lo Stato fallito in Siria – e gli sfollati interni sono in parte divenuti popoli in fuga da guerre e violenze generalizzate. Lo stesso fenomeno avviene in regioni dell’India o in Indonesia. Clima, sviluppo economico, terrorismo, guerre: tutto è legato. Si potrebbe dire che se la temperatura media sale di 2 gradi celsius, l’esplodere di terrorismi e guerre è inevitabile.

2) Rivedere le teorie dello sviluppo.

Parliamo di teorie che continuano a essere difese secondo modalità immutate nonostante i disastri manifesti che provocano. Penso in particolare agli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals) lanciati dall’Onu nel 2005 e al loro rapporto molto ambiguo con sostenibilità e diritti. Lo scopo continua a essere la crescita, quale che sia il costo, senza concentrarsi su quella che è ormai in gran parte del mondo un’economia di sussistenza o sopravvivenza. Gli Obiettivi sottolineano il legame tra sviluppo e rule of law, ma i diritti sono di fatto al servizio di uno sviluppo la cui insostenibilità non è messa in questione. L’accrescersi di sfollati e migranti (essenzialmente interni) è in grandissima parte il risultato di quest’agenda dello sviluppo e del commercio, patrocinata dall’Onu o dai piani di risanamento di Fondo Monetario o Banca Mondiale, perseguiti senza badare alla resilienza locale.

3) La legge internazionale.

È il punto dolente del fenomeno in questione, delicatissimo da affrontare. La Convenzione ONU sui rifugiati è stata ideata nel ’51 dopo due guerre mondiali, e non è ancora adattata al terzo fenomeno che è quello degli sfollati o rifugiati causati dalla globalizzazione e dal degrado climatico. L’articolo A,2 della Convenzione è molto esplicito e limitativo. Sono titolati a chiedere asilo coloro che hanno un “valido motivo fondato su timore giustificato” di essere perseguitati per cinque ragioni (razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale, opinioni politiche). Lo sfollato o il potenziale profugo ambientale non fugge una persecuzione, anche se esistono responsabilità evidenti di sfruttamento coloniale delle risorse e delle terre. Né fugge un genocidio o un crimine contro l’umanità – nonostante varie denunce in questo senso – perché dal un punto di vista legale le corporazioni o multinazionali responsabili di landgrabbing o watergrabbing non sono colpevoli del dolus specialis – o intento specifico – implicito nell’imputazione di sterminio. Per il momento esistono alcune convenzioni ad hoc. Penso ai Principi guida dell’Onu del 1998 sugli Internally Displaced People, alla Convenzione dell’Organizzazione dell’Unità Africana del 1969, alla Dichiarazione di Cartagena sui rifugiati dell’84. Tutte queste convenzioni affrontano le responsabilità di disastri climatici causati dall’uomo e dalle agende globali di sviluppo, ma sono miglioramenti di facciata: il più delle volte non sono vincolanti e sono state ratificate solo da un numero esiguo di Stati. Inoltre – e non è questione minore – l’assistenza agli sfollati interni deve tener conto della questione della sovranità, come prescritto dal diritto internazionale.

In altre parole, perché possano scattare meccanismi di protezione internazionale occorre spesso arrivare fino all’acme del processo distruttivo, quando il disastro climatico è ormai già sfociato in guerre e/o persecuzioni e la Convenzione di Ginevra può, ma con estrema difficoltà, essere invocata. È importante proporre innovazioni in questo campo, e tanti ci provano da decenni. Diciamoci che non è una cosa semplice.

Per questo dico che siamo interpellati come sostenitori dei diritti dell’uomo, e anche le Ong sono interpellate, perché spesso il loro sguardo è concentrato su un unico segmento del processo di devastazione: l’ultimo. Non so se avremo tempo di affrontare questa questione, ma il problema c’è e non possiamo nascondercelo.

Il problema è quello dell’ambiguità dei diritti che giustamente difendiamo. Il rischio che si corre infatti – come sinistra che invoca frontiere aperte e come Ong – è quello di divenire gli infermieri di disastri che debbono essere risolti a monte, molto prima. Ed è quello di non capire che la protezione delle frontiere non è parola scandalosa, se specifichiamo che l’obiettivo deve essere la protezione di frontiere che possano aprirsi in maniera non caotica, ordinata.

Avanzare richieste concernenti un segmento soltanto di questi processi (quello dei rifugiati internazionali) rischia non solo di andare contro un muro dal punto di vista legale, ma di divenire complice del fenomeno, non occupandosi delle sue cause. È un difetto che ritroviamo anche nelle Ong. Penso in particolare a quelle legate alla Fondazione Soros: a parole Soros sostiene i diritti dei popoli colpiti da disastri ambientali, ma poi lui stesso ha fatto investimenti di enormi proporzioni nel carbone, acquisendo nell’estate 2015 azioni dei giganti Peabody Energy and Arch Coal. Ecco come l’ONG interviene per riparare le falle di qualcosa che non ha intenzione alcuna di aggiustare.

Bisogna insomma pensare l’intera catena del disastro ambientale, diritti compresi, che vanno disgiunti dall’agenda dominante concernente lo sviluppo, perché non diventino semplici ausiliari del suo pervertimento. Vorrei concludere con quanto affermato da Oscar Wilde nel 1891, nell’Anima dell’uomo sotto il socialismo: “È tanto facile aver simpatia per la sofferenza, e tanto difficile aver simpatia per il pensiero”.

Noi siamo vicini ai sofferenti, ma il nostro dovrebbe essere il tentativo di pensare meglio quel che ci accade. Non di dire: “Ce la faremo ad accogliere tutti i rifugiati”, per confortare le nostre certezze morali ma senza prospettive reali di successo.

Naturalmente è essenziale proteggere le vittime ambientali, ma suonando l’allarme occorre misurare i rischi di un irrigidirsi delle posizioni xenofobe sulla migrazione in generale, in Europa. E dobbiamo sapere che se l’attenzione si fissa sulla fuga finale, vorrà dire che avremo fallito. La doverosa accoglienza dei fuggitivi non deve quindi distoglierci dal compito prioritario, che è quello di rimettere in questione il modello di sviluppo che fonda la mondializzazione dagli anni ’70. È un modello neocoloniale che produce espropriazioni, urbanizzazioni di massa, fame, povertà, guerre: incentrato su investimenti nel commercio, ha distrutto le agricolture locali. Per questo ho detto che bisogna concentrarsi sull’economia della sopravvivenza, ripartire da essa: sopravvivenza di popoli minacciati che devono – ove ancora possibile – potersi riappropriare dei loro territori e anche essere risarciti, che devono – sempre dove ancora possibile – poter contare sulla messa in salvo dei territori stessi, e tornare a produrre il cibo e a trovare l’acqua di cui abbisognano, nei luoghi e nelle terre da cui sono espulsi. Se ci limiteremo a fare dell’accoglienza, non li avremo veramente salvati ma avremo solo suggellato il loro sradicamento.

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Si veda anche:

I rifugiati fantasma senza diritto d’asilo. “Salviamo chi fugge dai disastri naturali”, «La Repubblica», 12 settembre 2012.

Ogni anno 6 milioni di rifugiati a causa dei disastri ambientali, «il manifesto», 25 settembre 2016.

Relazione del Parlamento Europeo sulla ricollocazione di richiedenti asilo da Grecia e Italia verso il resto dell’Unione Europea

Strasburgo, 15 settembre 2016

Oggi il Parlamento europeo ha votato la Proposta di relazione presentata dall’eurodeputata dei Verdi/ALE Ska Keller sulla “proposta di decisione del Consiglio che modifica la decisione (UE) 2015/1601 del Consiglio, del 22 settembre 2015, che istituisce misure temporanee nel settore della protezione internazionale a beneficio dell’Italia e della Grecia”. La Risoluzione è stata adottata con 470 voti favorevoli, 131 contrari e 50 astensioni.  Qui l’edizione finale della Risoluzione: http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?type=TA&reference=P8-TA-2016-0354&language=IT&ring=A8-2016-0236

Dopo il voto Barbara Spinelli, in qualità di Relatore per il Gruppo GUE/NGL, ha dichiarato:

A seguito dell’accordo UE-Turchia, la Commissione ha proposto che una quota di 54.000 persone che devono essere ricollocate da Grecia e Italia verso altri Stati Membri sia invece reinsediata dalla Turchia. Attualmente poche migliaia di richiedenti asilo sono state ricollocate da Grecia e Italia, e da vari mesi circa 60.000 richiedenti asilo sono bloccati in Grecia.

Il Parlamento ha adottato dunque la relazione dell’eurodeputata Ska Keller (Greens/EFA), che modifica radicalmente la proposta iniziale della Commissione stabilendo una serie di garanzie per i richiedenti asilo e specifici doveri degli Stati Membri, fra cui quello di accettare al più presto ricollocazioni verso il proprio territorio da Grecia e Italia. “Mi felicito per l’approvazione del rapporto”, ha dichiarato l’eurodeputata Barbara Spinelli (GUE/NGL), “e in particolare per l’adozione a grande maggioranza di un mio emendamento volto a rafforzare le garanzie di ricongiungimento familiare dei richiedenti asilo bloccati in Italia e Grecia”.

“Il mio unico rammarico è che non sia passato l’altro mio emendamento, critico della base giuridica scelta dalla Commissione nella sua proposta: base che di fatto esclude il Parlamento nella sua funzione di co-legislatore, conferendogli un ruolo che rende non vincolanti i suoi pareri. La base prescelta (Articolo 78 §3 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea) è usata solitamente in casi di emergenza legata a ‘improvvisi’ afflussi di rifugiati. Da tempo gli afflussi non sono più improvvisi, sicché non c’è motivo per cui il Parlamento non sia coinvolto a pieno titolo (seguendo la procedura ‘ordinaria’ prevista dall’Articolo 78 §2 del suddetto Trattato).”

 

Si veda anche:
L’emergenza rifugiati che emargina il Parlamento

 

Contro una direttiva ad hoc sull’encryption

di giovedì, settembre 15, 2016 0 , , Permalink

Il 13 settembre, nel corso della Plenaria a Strasburgo, il Parlamento europeo ha nominato Julian King Commissario europeo per l’Unione della Sicurezza con 394 voti a favore, 161 contrari e 83 astenuti. Riportiamo le due risposte del Commissario Julian King alle domande di Barbara Spinelli e di Péter Niedermüller sulla direttiva sull’encryption, rivolte nel corso dell’audizione del 12 settembre.in Commissione Libertà Civili, Giustizia e Affari Interni (LIBE).

Domanda di Barbara Spinelli: Il 23 Agosto scorso, i ministri dell’Interno di Francia e Germania hanno annunciato che al vertice di Bratislava chiederanno alla Commissione, e dunque a lei, Sir Julian King, una direttiva sull’encryption. La direttiva obbligherebbe compagnie come WhatsApp o Telegram a indebolire gli standard di cifratura e/o a istituire “back door” per l’accesso delle forze di polizia ai dati personali.

Tale proposta è stata criticata dai sostenitori della privacy e dal CNIL, l’autorità francese di protezione dati. La tesi da essi sostenuta è che togliere la cifratura espone i cittadini a rischi di hacking e di altre forme di terrorismo, più di quanto minacci i terroristi.

Ecco, quindi, le domande che vorrei porle: che tipo di garanzie si intende fornire a salvaguardia della privacy e della sicurezza dei cittadini? Non crede  che il terrorista aggirerà l’ostacolo usando o creando app alternative?

Risposta di Julian King: Thank you, and thank you for raising such an important subject. The internet, as the last few questions make very clear, is absolutely central to our lives – the conduct of our lives and all aspects of our lives, including our private lives – and we should be entitled to privacy in the online world as we are in the offline world. Encryption, for secure communication, is part of that world and is part of the privacy that all citizens should be able to enjoy in that world. It is also the case that some very bad people use encryption, including terrorists. Indeed, in the attack that was recently foiled in France, a well-known encryption device had been used to help its planning. Not just terrorists, however, but also paedophiles and other criminals are using encryption. So there is no easy answer.

I am not convinced that there is a sort of silver bullet. Personally speaking, I am not convinced that some kind of systematic process of introducing ‘backdoors’ would make us all safer. I think, as you say, that it risks introducing systemic weaknesses, which could be used against us, as well as by all sorts of third parties – so this is not a simple subject. I am very glad that we have the Internet Forum as a group of experts, including both Member State representatives and practitioners, who can look at this subject. I will certainly be encouraging them to do so and to offer us some recommendations which I would be happy to discuss further with you.

Risposta di Julian King alla domanda di Péter Niedermüller (S&D – Ungheria): I think encryption is a key part of the online world: it serves very good purposes, preserving our privacy. It’s also misused by terrorists, criminals and paedophiles. There’s no easy answer or silver bullet about what to do to stop that, and I want to have an expert dialogue with the internet service providers and others, to come forward with some ideas for discussion – I don’t think we’ll be able to move anywhere near straight to any recommendations.

Risoluzione sulla Polonia

di mercoledì, settembre 14, 2016 0 , , , Permalink

Strasburgo, 14 settembre 2016

Oggi il Parlamento europeo ha votato la Proposta di Risoluzione comune presentata dai gruppi politici PPE, S&D, ALDE, GUE/NGL e Verdi/ALE “sui recenti sviluppi in Polonia e il loro impatto sui diritti fondamentali sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea”. La Risoluzione è stata adottata con 510 voti favorevoli, 160 contrari e 29 astensioni.  (Qui l’edizione provvisoria della Risoluzione.)

Dopo il voto Barbara Spinelli, in qualità di Relatore per il Gruppo GUE/NGL, ha dichiarato:

«È senz’altro positivo che il Parlamento abbia accolto, a larga maggioranza, questa Proposta di Risoluzione, frutto del lavoro congiunto di 5 diversi gruppi politici. Non si è trattato del tentativo di interferire negli affari interni di uno Stato Membro, o di adottare un atteggiamento punitivo nei confronti di una specifica maggioranza politica ma, come già nel 2004 per l’Italia o più recentemente nei riguardi dell’Ungheria, il Parlamento europeo ha voluto riaffermare che esistono norme comuni che ciascuno ha sottoscritto firmando i Trattati e che rappresentano la nostra legge comune. Questo, quanto meno, è il principio che ha guidato il lavoro mio e del mio Gruppo politico.  In Polonia stiamo assistendo ad una profonda erosione della democrazia costituzionale e dello stato di diritto: siamo testimoni del protrarsi della paralisi del Tribunale costituzionale e di continue minacce alla sua indipendenza, di leggi di recente adozione – come la legislazione sui media, anti-terrorismo, polizia – che minano il pluralismo e la protezione dei dati personali, e più in generale, il rispetto dei diritti fondamentali.

Deploro tuttavia che il Parlamento europeo abbia deciso di votare contro tutti i nostri emendamenti, volti a denunciare ulteriori criticità non affrontate nel testo presentato congiuntamente. Avevamo richiesto un ruolo più vigile della Commissione sul rispetto dello stato di diritto anche in altri paesi dell’Unione: richiesta – vorrei qui ricordarlo – che era presente nella risoluzione del 13 aprile 2016 [1] e che allora era stata approvata a grande maggioranza. Avevamo inoltre criticato le recenti posizioni islamofobe espresse dal Governo. Insieme al Gruppo dei Verdi/ALE avevamo chiesto una protezione maggiore della libertà di espressione e dalla discriminazione, soprattutto nei confronti di persone LGBTI, di rimuovere gli ostacoli posti all’accesso alle procedure di asilo, ed espresso tutta la nostra opposizione a una proposta di legge sull’aborto presentata al Parlamento polacco e appoggiata dal governo. Già difficilissima, l’interruzione di gravidanza rischia di esser vietata perfino in presenza di stupri o malformazioni gravi del feto. È motivo di grande preoccupazione constatare come all’interno di questo Palazzo la tutela e la promozione di determinati diritti fondamentali siano ancora considerate un tabù.»


[1]
Risoluzione del Parlamento europeo del 13 aprile 2016 sulla situazione in Polonia (2015/3031(RSP)), paragrafo 11 “si attende che la Commissione vigili su tutti gli Stati membri nello stesso modo per quanto riguarda il rispetto della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti fondamentali, evitando così disparità di trattamento, e riferisca al Parlamento in merito”.

Intervento in plenaria sulla Polonia

di martedì, settembre 13, 2016 0 , Permalink

Intervento di Barbara Spinelli, in qualità di Relatore per il Gruppo GUE/NGL della Risoluzione “sui recenti sviluppi in Polonia e loro impatto sui diritti fondamentali sanciti dalla Carta da dei diritti fondamentali dell’Unione europea”, nel corso della Sessione Plenaria del Parlamento europeo. Strasburgo, 13 settembre 2016.

La Risoluzione sarà votata dal Parlamento europeo il 14 settembre 2016.

Non è la prima volta che l’Unione richiama all’ordine i suoi Stati, quando la rule of law è in pericolo. È già successo con l’Ungheria. Successe nel 2004 con l’Italia. Oggi ci pronunciamo – di nuovo – sulla democrazia costituzionale in Polonia. Parlo di democrazia costituzionale e non di democrazia, perché non basta ottenere la maggioranza alle urne per evitare regressioni. In Polonia tali involuzioni si moltiplicano: la Corte costituzionale non è messa in grado di esercitare a pieno la propria indipendenza, nuove leggi sui media e l’antiterrorismo riducono il pluralismo e la protezione dati.

Il mio gruppo sosterrà la proposta di risoluzione comune, ma presenterà emendamenti: critichiamo in particolare alcune posizioni governative offensive dell’Islam e – con i Verdi – una proposta di legge sull’aborto presentata al Sejm e appoggiata dal governo: già difficilissima, l’interruzione di gravidanza rischia di esser vietata perfino in presenza di stupri o malformazioni gravi del feto.

È stato detto che non abbiamo il diritto di immischiarci negli affari interni dei Paesi membri, ma a me pare che non stiamo interferendo. Stiamo ricordando che esistono norme che ciascuno ha sottoscritto firmando i Trattati, e che sono nostra legge comune.

I governanti d’Ungheria e Polonia hanno annunciato giorni fa una “contro-rivoluzione culturale”: che esalti la Cristianità come unica radice d’Europa, le immaginarie identità etniche degli Stati, le loro sovranità semi assolute. Tanto più importante è replicare con questa risoluzione: per dire cos’è che ci fa stare insieme in Europa. Se solo il mercato, o anche la rule of law e la democrazia costituzionale: riconquistate ambedue dopo le dittature del Novecento.

Come negoziare il Brexit

Intervento di Barbara Spinelli nel Workshop “After the UK Referendum: Future Constitutional Relationship of the United Kingdom with the European Union” organizzato nel corso della riunione ordinaria della Commissione Affari Costituzionali (AFCO). Bruxelles, 5 settembre 2016.

Oratori:

  • Francisco Aldecoa Luzárraga, Mercedes Guinea Lorenete (Fundacion Alternativas / Universidad Complutense de Madrid)

“Withdrawal procedure and future framework of relations”

  • René Repasi (EURO-CEFG, University of Rotterdam)

“Economic governance and internal market”

  • Steve Peers (University of Essex)

“Vested rights and EU free movement”

 

Vorrei riprendere quanto detto dalla collega Pervenche Berès (S&D), considerando il suo invito più che condivisibile: la discussione sugli sviluppi successivi al referendum britannico deve essere più politica che tecnica – anche se gli aspetti tecnici sono certo fondamentali – e per questo motivo ritengo sia necessario che il Regno Unito attivi al più presto il meccanismo dell’articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea (clausola sul recesso). A differenza del primo oratore, Prof. Francisco Aldecoa Luzárraga, penso infatti che la disgregazione non sia più difficile da gestire rispetto all’integrazione. Oggi, in Europa, è l’integrazione a costituire la sfida più difficile cui far fronte, non la disintegrazione che stiamo vivendo.

In questo quadro, sono convinta che non vadano trascurati gli effetti disgregativi del referendum inglese e i fenomeni imitativi, mimetici, che esso sta già producendo in vari Paesi, e in particolare in quasi tutti i Paesi dell’Est dell’Unione. I motivi di tali fenomeni mimetici vanno studiati attentamente e affrontati politicamente nel loro insieme: sono motivi sociali, sono l’insoddisfazione e la delusione di fronte a una gestione catastrofica sia della crisi economica, sia della questione rifugiati. Se guardiamo ad esempio alla Francia, oltre che ai Paesi dell’Est, vedremo come sia sempre più generalizzata la “fuga” dall’Europa, dalla Carta dei diritti fondamentali, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. È un fenomeno evidente nell’elettorato di Marine Le Pen, ma è forte anche nel partito di Sarkozy e perfino in una parte del partito socialista, se esaminiamo le posizioni del Primo Ministro Manuel Valls (cfr. affare del “burkini”).

Se l’attenzione si concentra sulle reazioni dei cittadini, vorrei anche ricollegarmi a quanto affermato da Steve Peers in merito alla tutela dei diritti acquisiti dai residenti in Inghilterra in virtù dell’appartenenza all’Unione. Sono persuasa, come lui, che il Parlamento europeo possa svolgere un ruolo importante nella difesa di tali diritti, anche se naturalmente bisognerà evitare che forti interventi di quest’assemblea facciano crescere in Inghilterra il rifiuto dell’Europa, come paventato dal collega György Schöpflin (PPE). Anche se vorrei ricordare al collega che il rigetto non è una minaccia: il gran rifiuto non è qualcosa che sta davanti a noi ma c’è già stato.

Quel che vorrei chiedere a Steve Peers è cosa concretamente possa fare questo Parlamento per difendere tali diritti, che riguardano milioni di cittadini non britannici residenti nel Regno Unito.

Infine vorrei porre un’ultima domanda agli esperti presenti, chiedendo loro come potrà essere gestita la questione di una possibile permanenza nell’Unione dell’Irlanda del Nord e della Scozia – in quest’ultimo caso nell’ipotesi di un eventuale referendum sull’indipendenza e di un vittoria del fronte favorevole a tale prospettiva (non è detto a mio parere che tale referendum si terrà, e che i pro-europei lo vincano) – trattandosi di due regioni che nel referendum sul Brexit hanno maggioritariamente espresso la volontà di restare nell’Unione.

Foreign fighters, burkini e Consiglio di Stato francese

Intervento di Barbara Spinelli nel corso della riunione ordinaria della Commissione Libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE). Bruxelles, 31 agosto 2016

Punto in agenda:

Lotta al terrorismo e recenti attacchi negli Stati membri

  • Scambio di opinioni con la Commissione europea, la presidenza del Consiglio e Gilles de Kerchove, coordinatore antiterrorismo dell’UE

Ringrazio la Commissione e il Consiglio per aver messo in evidenza il fatto che ci troviamo di fronte ad un mutamento dei modelli di radicalizzazione, riscontrabile negli attacchi terroristici che hanno colpito recentemente l’Europa.

Su questo punto vorrei porre alcune domande. Vivendo in Francia, ho avuto modo di leggere alcuni dati che ritengo estremamente interessanti, e che vorrei sottoporre alla vostra attenzione.

Prima di tutto vorrei chiedere quale sia stato il peso dei foreign fighters negli ultimi attentati terroristici, avendo riscontrato che il loro ruolo sta diminuendo, mentre va intensificandosi l’uso, da parte dell’ISIS, di cellule più o meno dormienti presenti nei Paesi europei, nonché di persone che possono genericamente esser definite “disturbate” ma le cui azioni non hanno legami evidenti e continuativi con la religione musulmana, anche se l’Isis tende a mettere il suo cappello sugli attentati, una volta compiuti, e ad appropriarsene. In Francia, l’ISIS ritiene ad esempio di non aver bisogno dell’intervento di foreign fighters provenienti dall’estero, nella convinzione che vi sia un numero sufficiente di terroristi già presenti sul territorio. (http://www.nytimes.com/2016/08/04/world/middleeast/isis-german-recruit-interview.html?_r=0)

La seconda domanda è legata alla difesa dello stato di diritto, una volta appurato che la radicalizzazione avviene dentro i Paesi dell’Unione. Citando ancora una volta la Francia, vorrei chiedere alla Commissione come intenda rispondere alla tendenza sempre più diffusa a stigmatizzare in simultanea migranti e Islam, e a mescolare le questioni di sicurezza con i principi dello Stato francese legati alla laicità. Mi riferisco in particolare al caso del “burkini”, definito dal capo di governo francese come un’offensiva ideologica dell’Islam radicale. Mi chiedo se la Commissione non abbia interesse valutare meglio la situazione in questo campo, coordinando le proprie azioni non solo con i governi e i responsabili dei Ministeri degli Interni, ma anche con i giudici delle corti nazionali. La recente sentenza del Consiglio di Stato francese sulla questione “burkini” è sicuramente di grande interesse perché mette in questione il divieto del “burkini” separando nettamente le questioni concrete legate alla sicurezza dai principi fissati nella legge francese sulla laicità del 1905.

Infine, pongo un’ultima domanda che, sebbene sia già stata fatta, considero di grande importanza. Come intende rispondere la Commissione alla richiesta, avanzata dai Governi di Francia e Germania, di abolire le modalità di cifratura (encryption) utilizzate da alcune applicazioni, quali ad esempio whatsapp e telegram, considerando che si tratta di tecniche volte a proteggere la privacy e, più in generale, le libertà individuali e di impresa? In particolare, vorrei sapere se la Commissione intenda dare un seguito positivo alla domanda franco-tedesca di un regolamento o di una direttiva europei in tal senso.

Sentenza del Consiglio di Stato francese sul divieto del burkini

 

Incarcerazione di tre sostenitori dei diritti umani in Turchia

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-005219/2016
alla Commissione
Articolo 130 del regolamento

Marietje Schaake (ALDE), Isabella Adinolfi (EFDD), Martina Anderson (GUE/NGL), Nikos Androulakis (S&D), Petras Auštrevičius (ALDE), Brando Benifei (S&D), Fabio Massimo Castaldo (EFDD), Karima Delli (Verts/ALE), Gérard Deprez (ALDE), Georgios Epitideios (NI), Cornelia Ernst (GUE/NGL), Fredrick Federley (ALDE), Eleonora Forenza (GUE/NGL), Gerben-Jan Gerbrandy (ALDE), Charles Goerens (ALDE), Nathalie Griesbeck (ALDE), Takis Hadjigeorgiou (GUE/NGL), Hans-Olaf Henkel (ECR), Eva Kaili (S&D), Stelios Kouloglou (GUE/NGL), Alexander Graf Lambsdorff (ALDE), Barbara Lochbihler (Verts/ALE), Peter Lundgren (EFDD), Valentinas Mazuronis (ALDE), Louis Michel (ALDE), Matthijs van Miltenburg (ALDE), Marlene Mizzi (S&D), Demetris Papadakis (S&D), Jozo Radoš (ALDE), Frédérique Ries (ALDE), Claude Rolin (PPE), Judith Sargentini (Verts/ALE), Jordi Sebastià (Verts/ALE), Barbara Spinelli (GUE/NGL), Eleftherios Synadinos (NI), Pavel Telička (ALDE), Josep-Maria Terricabras (Verts/ALE) e Josef Weidenholzer (S&D)

Oggetto: Incarcerazione dei tre importanti sostenitori dei diritti umani in Turchia

Il 20 giugno 2016, in Turchia sono stati incarcerati tre importanti sostenitori dei diritti umani. Erol Önderoğlu (Reporter senza frontiere) è stato arrestato dopo essere comparso in tribunale a Istanbul. Şebnem Korur Fincancı (Fondazione per i diritti umani in Turchia) e Ahmet Nesin (giornalista e scrittore) sono stati arrestati lo stesso giorno. Vengono accusati di propaganda terroristica, apparentemente per aver ricoperto temporaneamente la posizione di caporedattori per Özgür Gündem, un quotidiano che si concentra sul conflitto tra il governo e il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK).

Le autorità turche hanno avviato indagini preliminari a carico di 37 delle 44 persone che hanno partecipato a una campagna di protesta contro l’accanimento nei confronti del personale di Özgür Gündem lavorando per un giorno come redattori ospiti per il giornale.

  1. La Commissione ha manifestato al governo turco le proprie preoccupazioni in merito al ricorso alla legislazione antiterrorismo per arrestare giornalisti e studiosi che non sono accusati di fare uso della violenza? Se non lo ha fatto, può chiarirne il motivo?
  2. Quali conseguenze hanno avuto le violazioni dei diritti umani e l’abuso delle leggi antiterrorismo sulle relazioni tra l’UE e la Turchia in seguito alla “dichiarazione” di cooperazione sulla gestione della migrazione?
  3. Vi sono parametri di riferimento concreti per la Turchia su questioni quali lo Stato di diritto, la separazione dei poteri, le detenzioni arbitrarie e la libertà di espressione per quanto riguarda la “dichiarazione” sulla migrazione? I recenti sviluppi avranno un impatto sul piano di avviare il capitolo negoziale 33?

IT
E-005219/2016
Risposta di Johannes Hahn
a nome della Commissione
(7.9.2016)

La Commissione segue con preoccupazione la situazione della libertà di espressione e dei diritti fondamentali in Turchia. Ricorda, tra l’altro, la dichiarazione congiunta del 21 giugno 2016 dell’alto rappresentante/vicepresidente Federica Mogherini e del commissario Hahn sull’arresto del Prof. Fincanci e di numerosi giornalisti, tra cui il Sig. Nesin[1].

L’UE esprime e difende la sua posizione a tutti i livelli, inclusi gli incontri al vertice. Durante il Consiglio europeo del 17 e 18 marzo 2016[2], i leader dell’UE hanno ribadito che l’Unione si aspetta, da parte della Turchia, l’osservanza degli standard più elevati in materia di democrazia, Stato di diritto e rispetto delle libertà fondamentali, compresa la libertà di espressione. Più di recente, in occasione della 124ª riunione del comitato di associazione UE‑Turchia del 31 maggio 2016, l’UE ha espresso serie preoccupazioni relativamente all’ampia applicazione delle leggi contro il terrorismo e la criminalità organizzata.

Come indicato nella terza relazione sui progressi compiuti dalla Turchia per soddisfare i requisiti della tabella di marcia per un regime di esenzione dal visto del 4 maggio 2016[3], nonché nella seconda relazione sui progressi compiuti nell’attuazione della dichiarazione UE-Turchia del 15 giugno 2016[4], la Turchia dovrebbe rivedere la legislazione e le prassi in materia di terrorismo in linea con gli standard europei, in particolare adeguando la definizione di terrorismo così da restringerne l’ambito di applicazione e introducendo un criterio di proporzionalità.

[1]     http://eeas.europa.eu/statements-eeas/2016/160621_01_en.htm
[2]     http://www.consilium.europa.eu/it/meetings/european-council/2016/03/17-18/
[3]     COM(2016) 278 final.
[4]     COM(2016) 349 final.

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