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La falsa memoria dell’Occidente verso un futuro di morte

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 23 febbraio 2024

Visto che si parla molto di memoria, trasformandola spesso in manovra diversiva, potremmo farne un uso meno opportunista e ricordare che tra febbraio e marzo non entriamo nel terzo, ma nell’undicesimo anno della guerra d’Ucraina. È più della Prima e della Seconda guerra mondiale messe insieme.

Il conflitto odierno ha una genealogia e trovare una soluzione che metta fine alle ostilità è possibile solo se si analizzano criticamente gli anni che precedono l’invasione del 24 febbraio 2022. È quello che gli occidentali si rifiutano di fare, convinti come sono del proprio primato mondiale e della propria ininterrotta, indiscutibile rettitudine. Se Navalny muore, l’assassino è Putin; se il giornalista Assange rischia la morte in carcere per aver pubblicato i leak di un whistleblower, la colpa è sua.

Ai confini orientali dell’Unione europea come in Palestina, l’Occidente a guida Usa non vede che l’ultimo segmento della storia – l’illegale invasione del 2022; il criminale eccidio inflitto da Hamas il 7 ottobre – e ignora volutamente gli eventi che hanno originato ambedue gli episodi.

Ignorare le rispettive storie lunghe incoraggia due comportamenti. Primo: fingere che le sconfitte militari di Kiev non esistano e che continuare ad armare Israele sia compatibile con la stabilità mediorientale. Secondo: volere con tutte le forze che le guerre perdurino (la guerra mondiale a pezzi denunciata da Papa Francesco). Chi chiede negoziati tra avversari, accordi di pace o di tregua, disarmo, superamento del nefasto dominio unipolare Usa ha rappresentanti in gran parte del pianeta, ma non negli Stati Uniti, non nell’Ue e non nelle destre europee, nell’ex sinistra e ancor meno tra i Verdi.

È nell’aprile del 2014 che inizia l’offensiva dell’esercito ucraino contro una parte del proprio popolo, i russofoni del Donbass (più di 14.000 morti in otto anni): un regolamento di conti voluto da chi a Kiev si propone di riscrivere la storia e spezzare il legame millenario russo-ucraino e russo-europeo. Ma, per capire come si sia giunti a quella guerra civile, occorre risalire ancora indietro negli anni ed evocare i primi allargamenti della Nato, compiuti nonostante la promessa fatta a Gorbaciov nel 1990: non estendere d’un pollice l’Alleanza (parola di James Baker, segretario di Stato americano).

Fin dal 2007 alla conferenza di Monaco sulla sicurezza, Putin aveva avvertito quelli che ancora chiamava partner occidentali: “Abbiamo il diritto di chiedere: contro chi s’intende espandere la Nato? E cosa è successo con le garanzie dei nostri partner occidentali dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia? Dove sono oggi le dichiarazioni di allora? Nessuno riesce neanche a ricordarle”. Non meno dura la replica, durante la stessa conferenza, alle parole del ministro della Difesa italiano (Arturo Parisi, governo Prodi), secondo cui non solo l’Onu ma anche l’Unione europea e la Nato “possono legittimare l’uso della forza per combattere la violenza ingiusta e ripristinare la pace”. “Forse non ho udito correttamente – così Putin – ma i nostri punti di vista divergono. L’uso della forza può essere legittimato solo se la decisione è presa dall’Onu. Non abbiamo bisogno di sostituire l’Onu con la Nato e l’Unione europea”.

Già allora il monito di Putin fu ignorato: si scelse lo scontro con una potenza russa ritenuta moribonda. Ragion per cui l’espansione Nato proseguì. E nel 2008 l’Alleanza assicurò le porte aperte a due paesi confinanti con la Russia: Ucraina e Georgia. Ciononostante, nel 2010 una legge costituzionale in Ucraina decretò il non allineamento del Paese. Non fu gradito, e l’abbandono della neutralità venne annunciato nel 2014, dopo un semi-colpo di Stato voluto da Washington (e orchestrato dal vicesegretario di Stato Victoria Nuland), che infiltrò il movimento democratico Euromaidan con l’aiuto di miliziani neonazisti e destituì il governo Yanukovich, giudicato filorusso. L’adesione della Crimea alla Russia avvenne dopo le porte aperte della Nato all’Ucraina e alla Georgia, mentre imperversava l’offensiva dell’esercito e delle milizie ucraine in Donbass. Nel 2019 la volontà di adesione alla Nato fu iscritta nella Costituzione di Kiev.

Una volta riconosciuta questa storia lunga, il cammino verso la pace potrebbe un po’ accorciarsi, nonostante il cumulo di morti e l’inacidirsi dell’ostilità che ormai l’intralciano. Può accorciarsi a due condizioni: che si attivi la diplomazia e che si torni alla neutralità del 2010. Gli occidentali insistono a non volerlo. I governi di Washington e Londra hanno bloccato ogni tregua, perfino quando Kiev accettò un piano di pace nel marzo 2022, poche settimane dopo l’invasione russa. Pur d’impedire la neutralità prevista dal piano, l’invio di armi continua. L’intento è vincere la partita con Mosca fino all’ultimo soldato ucraino morto.

È la prova che i nostri governanti – in Italia, in Europa e negli Stati Uniti – si stanno abituando alla guerra e addirittura sembrano esservi affezionati come mai era accaduto dal 1945. Nessun governo europeo ha obiettato quando il segretario Nato Jens Stoltenberg il 10 febbraio ha incitato a prepararsi a un’economia di guerra e a “decenni di confrontazione con la Russia”. È finita l’epoca dei grandi accordi di disarmo negoziati in piena Guerra fredda, degli sforzi per sventare un nuovo conflitto mondiale, della grande paura dell’atomica. Forse perché i responsabili del crimine a Hiroshima e Nagasaki, essendo usciti vincitori dalla guerra, non sono mai stati processati. È finita anche l’Unione europea così come concepita in origine: come strumento per garantire la pace nel continente, non come fortilizio contro Mosca.

La parola d’ordine oggi è riarmo, a tutti i costi. A questo deve servire l’Unione europea. Questo promette Ursula von der Leyen, candidata alla rielezione come presidente della Commissione: difesa comune con più spese militari e meno investimenti nella transizione ecologica, troppo costosi in tempi di riarmo e di anteguerra.

È significativo in questo quadro il nuovo Patto di Stabilità approvato il 10 febbraio da Consiglio Ue e Parlamento europeo. Per la prima volta l’aumento delle spese militari figura tra le riforme che gli Stati membri devono attuare per non rischiare infrazioni (punto 2.3 del Patto). I precedenti Patti di Stabilità avevano umiliato la sovranità della Grecia con il ricorso alla “governance” della trojka (Commissione, Banca centrale europea, Fondo monetario), ma almeno non contenevano alcun vincolo di natura militare. Ora a esercitare la governance sono gli apparati militari-industriali e le loro lobby. Sono loro che nell’Ue si “unificano”.

La guerra è così accettata, chiamata. Diventa lievito delle industrie. Promette “crescita e posti di lavoro”, come assicurato a ottobre dal segretario di Stato americano Blinken e dal ministro della Difesa Austin. È sinonimo di stabilità. Questa è l’Europa della Difesa magnificata da chi si proclama europeista e atlantista. Lo spegnersi in Occidente della paura della guerra e dell’atomica mette spavento.

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Gaza, chi vuole tabula rasa

di mercoledì, Gennaio 31, 2024 0 , , , , Permalink

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 31 gennaio 2024

Prima ancora di sapere quel che veramente hanno fatto i dodici impiegati Unrwa, accusati da un rapporto dei servizi segreti israeliani di aver partecipato ai pogrom del 7 ottobre, Washington e una serie di governi europei – Italia in testa, seguita da Germania, Francia, Olanda, Finlandia – hanno deciso di sospendere ogni aiuto all’Agenzia Onu che dal 1950 assiste i rifugiati palestinesi.

Lungo gli anni l’Unrwa ha fornito ai profughi cibo, scuole, ospedali. Oggi allevia con mezzi esigui le sofferenze e la fame dei civili, costretti dai bombardamenti a lasciare il Nord, bersagliati coscientemente anche quando arrivano a Sud. In sostanza, Washington e i principali Stati europei azzerano gli aiuti ai civili nel preciso istante in cui chiedono ipocritamente a Netanyahu di risparmiarli.

Punire l’Agenzia Onu è del tutto demenziale e pretestuoso. Anche qualora fosse vero che i dodici hanno fiancheggiato azioni di Hamas, è sciagurato colpire l’intera struttura Onu, conoscendo gli ulteriori immensi danni che i palestinesi subiranno anche se sarà raggiunto un accordo di tregua: metà popolazione di Gaza in fuga, 27.000 uccisi di cui 10.000 bambini, 65.000 feriti. Più di 1.000 bambini hanno subìto amputazioni senza anestesia. Non una deportazione in massa di palestinesi ma una decimazione, visto che per deportarli bisognerebbe aprire il valico di Rafah, bloccato invece dall’Egitto su spinta israeliana. Nello stesso momento in cui ha licenziato gli impiegati sospetti (due dei quali morti), il segretario generale dell’Onu Antonio Gutérres ha implorato i Paesi donatori a non interrompere gli aiuti all’Agenzia, proprio mentre la guerra infuria. Il 27 gennaio il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz è giunto sino a chiedere le dimissioni di Lazzarini, commissario generale dell’Unrwa.

C’è poi la coincidenza delle date, torbida. I servizi israeliani hanno pubblicato il rapporto sulle devianze Unrwa sabato 27 gennaio, un giorno dopo la sentenza preliminare emessa dalla Corte di giustizia dell’Onu a seguito dei sospetti di genocidio o di intento genocidario formulati dal Sudafrica. Sospetti ritenuti “plausibili” dalla Corte, che invita Israele a presentare entro un mese una documentazione sulle azioni denunciate. Nel mirino ci sono sia la Corte sia l’Unrwa. L’Onu per intera è sotto accusa.

Non è una novità, perché non da oggi l’Onu è intollerabile pietra d’inciampo per i governi d’Israele, e per i neocon statunitensi. Già nel 2018, Trump presidente interruppe i finanziamenti Usa all’Unrwa. Biden revocò la decisione, che ora fa propria. Quanto all’Europa, non esiste come Unione. Solo una parte si è piegata al diktat di Usa e Israele, fidandosi ciecamente dei servizi segreti di una potenza nucleare che sta decimando Gaza e fa di tutto per screditare l’Onu. Vista la facilità con cui l’Occidente abbocca, Israele ha deciso di spararla grossa: il 10 per cento dell’Unwra colluderebbe a Gaza con “gruppi militanti islamici”.

Quasi metà dei contributi all’Unrwa proviene dall’Europa (Germania e Svezia sono i principali contributori, l’Italia è quattordicesima). La Commissione Von der Leyen è in favore della sospensione. Ma alcuni Paesi non ci stanno. Dissentono per il momento i governi di Spagna, Irlanda, Belgio, Danimarca, e fuori dall’Ue Norvegia (quinto contributore subito dopo la Svezia). I quali hanno fatto sapere che dodici eventuali sospetti non rappresentano i 30.000 impiegati dell’Agenzia Onu (di cui 13.000 a Gaza). Diciamoci che è una gran fortuna, per la popolazione palestinese ammazzata o in fuga, che l’Europa si spacchi sulla questione. Basterebbe questa vicenda per temere future votazioni a maggioranza nell’Ue.

Colpire l’Onu screditando due suoi organi come l’Agenzia per i rifugiati palestinesi e la Corte sembra essere parte di una strategia bellica che sempre più punta a estendere il conflitto oltre Gaza: verso Libano, Giordania, Yemen e soprattutto, in extremis, Iran. Non da oggi i neoconservatori Usa spingono in questa direzione, e non hanno mai digerito l’accordo sul nucleare negoziato nel 2015 da Obama. A questo servono i ripetuti attacchi contro gli Houthi, lanciati da Usa e prospettati da una coalizione di europei, per proteggere la navigabilità nel Mar Rosso e intimidire l’Iran. La parola d’ordine Houthi – fine della strage di palestinesi – è considerata inaudita dunque non è ascoltata.

“Corriamo senza curarcene nel precipizio dopo aver messo qualcosa davanti a noi per impedirci di vederlo”, così Blaise Pascal, ed è questa la strategia di un Occidente che resta micidiale per le armi che possiede ed è tuttavia sempre più striminzito, frantumato e isolato: in Europa, Medio Oriente, Africa, Asia. Ha già perso la Turchia, l’Ungheria, e ora perde la Spagna di Sánchez e l’Irlanda. A suo tempo perse la Russia. Si è gettato in un conflitto che ha volutamente prolungato in Ucraina, e non sta vincendo. In una guerra contro gli Houthi, che però resistono. E in un appoggio a Netanyahu che replica al terribile 7 ottobre sforando enormemente la legge biblica dell’occhio per occhio.

Inutili sono i Giorni della memoria, se continuiamo a credere che gli scempi in Ucraina sono iniziati nel febbraio 2022, e non nel 2014 nel Donbass. Se facciamo finta che la guerra Usa contro gli Houthi sia cominciata il giorno in cui sono apparsi sui nostri teleschermi, simili a nere figure di un videogioco, mentre invece la guerra che ha seminato morte e fame in Yemen è cominciata nel 2015, quando Obama e la Francia di Hollande e poi Macron fiancheggiarono l’Arabia Saudita illudendosi di mettere in allarme l’Iran. Inutile infine fingersi memori e vigili quando puniamo l’Unrwa e screditiamo l’Onu, senza sapere – o fingendo di non sapere – che se i palestinesi smettono di poter contare sull’Agenzia per proteggere 871.000 rifugiati in Cisgiordania e se nella guerra di Gaza i palestinesi che dipendono dall’Unrwa per nutrirsi sono un milione, sarà Hamas a doverli sfamare, e a dover dispensare fondi e stipendi perché Gaza non sia completamente distrutta.

A quel punto Hamas vedrà ancor più crescere la propria popolarità nella popolazione palestinese che resta. Ma non era proprio questo, fin dall’inizio, lo scopo delle strategie israeliane nelle terre palestinesi, occupate e non? Hamas fu infiammato e rifocillato da Israele, Stati Uniti ed Europa alla vigilia delle elezioni del 2006 a Gaza, come a suo tempo furono sobillati mujaheddin e talebani in Afghanistan, russofobi e neonazisti nel Donbass ucraino negli otto anni di guerra civile che hanno preceduto l’invasione russa.

L’esito lo conosciamo. È il “Destino Manifesto” dell’Impero del Bene: non una gloriosa leadership, ma un’espansione di disastri ancora più letali del suicidio politico dell’ex superpotenza Usa. Un’abitudine alla tabula rasa che sta riducendo a zero, non nei popoli d’Occidente ma nelle sue élite, la benefica paura delle guerre e dell’atomica che nel ’45 diede vita all’Onu, alle sue Agenzie e alla sua Corte di giustizia.

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Guai a chi osa toccare il totem “Europa”

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 28 dicembre 2023

Da quando sono apparse in Italia le prime critiche forti dell’Unione europea, e di uno sfacelo che va ben oltre la vicenda del Mes, i benpensanti sono in allarme. Militano a destra, nel centro, nell’ex sinistra Pd.

Nei grandi giornali hanno la penna pronta e la supponenza facile, perché l’Unione che pensano e piantonano non è un progetto che evolve ma un totem immobile, non perfettibile, antenato mitico che si venera sempre allo stesso modo, come se il mondo non cambiasse di continuo. Il totem è indifferente ai contesti e alla storia. Spiega il dizionario De Mauro che totem vuol dire “segno del clan”: grazie a esso “i membri del gruppo si riconoscono parenti”.

La bocciatura parlamentare del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) è solo l’ultimo episodio di quello che gli editorialisti dei principali giornali denunciano come sacrilego assalto al totem. L’Europa “è naturaliter il nostro orizzonte morale e valoriale”, si legge nei commenti, oppure: “Sovranisti di destra e populisti grillini si ritrovano nella stessa trincea (…) l’identità europea è il vero spartiacque fra le nostre forze politiche”. Non viene spiegato cosa significhi orizzonte valoriale: quali siano i princìpi in una Comunità che li sta calpestando in massa, e non a caso preferisce parlare di valori anziché di diritto esigibile. Né è afferrabile l’identità europea, non identificato oggetto vittima di guerre di trincea.

Intanto andrebbe chiarito un punto sul Mes, omesso ieri alla Camera dal ministro Giorgetti: fin da quando nacque, nel 2012, il Meccanismo fu concepito come dispositivo intergovernativo. Essendo esterno all’Unione, il suo mandato non è la difesa di un comune interesse europeo. Commissione e Bce disciplinano gli Stati assistiti e impongono vincoli che non mutano – tagli a spese sociali, disuguaglianze, privatizzazioni – ma sono solo esecutori. Il Parlamento europeo è estromesso. Come disse l’economista Giampaolo Galli nel 2019, i poteri molto ampli del meccanismo “si sovrappongono a quelli della Commissione sull’intera materia dell’analisi e valutazione della situazione economica e finanziaria dei Paesi dell’eurozona, non solo di quelli sottoposti a un programma di aggiustamento”.

Naturalmente il Parlamento italiano poteva ratificare la riforma del Mes senza pagare prezzi, visto che ratificare non significa chiedere prestiti. Se non lo ha fatto, e la riforma è stata bocciata da un’inedita maggioranza Fratelli d’Italia, Lega, M5S, è perché il contesto della ratifica è stato giudicato insoddisfacente: il giorno prima il Consiglio europeo aveva varato un nuovo Patto di Stabilità piuttosto rigido, ma approvato da Roma perché “migliore del precedente” anche se “peggiore della proposta della Commissione” (parola di Giorgetti). Ma se era migliore perché il No di Meloni al Mes?

Il Patto rinnovato mette in realtà un termine al comune indebitamento europeo, che Conte ottenne con grandi sforzi negoziali durante la pandemia, che rivoluzionò il dogma secondo cui l’“ordine in casa propria” va anteposto alla solidarietà, e che assegnò all’Italia ben 209 miliardi. La rivoluzione è finita, la Restaurazione ordoliberista torna a regnare restituendo al mercato lo spazio perduto: questa l’iniqua scelta di un’Unione che con l’arma dell’austerità ha già immiserito e umiliato la Grecia, nel 2009-2019. Dei tre protagonisti della troika, solo l’ex presidente della Commissione Juncker ha pronunciato un mea culpa (“Abbiamo calpestato la dignità dei Greci”). Olivier Blanchard del Fondo Monetario Internazionale ha ammesso un “peccato originale”. Unico privo di rimorsi: Mario Draghi che dirigeva la Banca centrale europea. È elogiato perché con tre parole “salvò l’euro”. Non si dice mai a che prezzo, per il welfare e la dignità degli Stati “salvati”. Gli anni del debito comune non sono una rivoluzione europea per Giorgetti, ma “quattro anni di allucinazione psichedelica” indotta dal debito italiano facile.

È da qualche tempo che la parola contesto è equiparata a eresia anti-europea. È eretico indicare il contesto – cioè le radici – dell’aggressione russa all’Ucraina (veto di Washington e Nato alla neutralità di Kiev) o della violenza di Hamas (rapporti rovinosi Israele-palestinesi). Così per quanto riguarda il Mes. Meloni ha detto più volte che la riforma andava vista “nel contesto” di un Patto di Stabilità meno castigatore. Non senza ragione: accettare centri di controllo paralleli all’Ue è pericoloso, se contestualmente non si punta all’indebitamento comune. Patto e Mes aggiornati certificano l’impossibilità di un’Unione fondata sulla solidarietà, che preceda i “compiti da fare in casa”.

Il guaio è che né Meloni né Giorgetti hanno mostrato di sapere cosa dicono quando difendono, ma poi dimenticano, l’idea di contesto: né su Ucraina, né sulla sovranità limitata dalla Nato, né infine, oggi, sul controrivoluzionario nuovo Patto di Stabilità, nato da un accordo fra Parigi e Berlino senza sostanziali interferenze italiane. Senza che Macron mantenesse la promessa di fronteggiare con noi i falchi dell’austerità europea. Contrariamente a quanto proclamato da Meloni, l’Italia non ha “ottenuto moltissimo”. I vincoli non solo restano ma si moltiplicano, i controlli concedono qualche esenzione ma sono onerosi, la sovranità solo sbandierata a destra è sbrindellata. Solo per tre anni ci sarà un po’ di flessibilità (riduzione annuale del debito dello 0,5 per cento del Pil, poi dell’1,5). Sono gli anni del governo Meloni. Si può solo sperare in emendamenti incisivi, quando il Patto sarà votato dal Parlamento europeo. Quanto al sovranismo, c’è da sperare che cessi di essere un insulto mai approfondito.

Si capisce il sì al Mes dei neocentristi Renzi e Calenda. Sono gli scimmiottatori di Macron, artefice ultimamente di una legge sull’immigrazione che non ha avuto bisogno dei voti di Le Pen in Parlamento, solo perché aveva assorbito grandissima parte delle idee lepeniste. Macron in Francia è un mito spento. Veramente incomprensibile di contro è il Pd. “Non ci hanno visto arrivare”, aveva detto Elly Schlein, ma nel frattempo è arrivata e non ha ancora scelto se liberarsi della fallimentare Terza via di Blair, Renzi, Enrico Letta. Prodi si augura che Schlein diventi il federatore del centrosinistra allargato, senza intuire che missione primaria del segretario, al momento, è federare il Pd. Missione per ora incompiuta. Schlein non sta creando un Pd diverso, pur volendolo intensamente. Difende i diritti, il salario minimo, i migranti, ma ammutolisce in Europa sull’ordoliberismo di stampo tedesco, sulla Nato, sulle guerre. I socialisti nel Parlamento europeo, italiani compresi, non hanno mai condannato l’umiliazione della Grecia, avendo sempre anteposto l’alleanza coi Popolari. Ma soprattutto: se si esclude il Movimento di Conte, difficile che i partiti azzardino critiche radicali e non occasionali all’Unione. Basta un momento di lucidità, sullo sfacelo europeo, e subito partono le mitragliatrici degli affratellati guardiani del totem.

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Ue, Meloni e il favore delle tenebre

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 20 dicembre 2023

Non c’è da stupirsi se Giorgia Meloni si mostri soprattutto intimorita dagli attacchi di Giuseppe Conte, e si nasconda dietro polemiche frivole per dissimulare questo timore.

Il leader del Movimento 5 Stelle è l’unico esponente forte, nell’opposizione, a mettere sotto accusa la politica estera del governo, e a chiedere un cambio di rotta sulle due questioni fondamentali: la guerra in Ucraina e quella d’Israele a Gaza. L’unico a intuire, fin dal governo Draghi, che l’acritica subordinazione agli Usa – e dunque alla Nato – produce disastri per l’Italia e l’Ue, screditando ambedue sul piano strategico, economico e morale.

Di qui la domanda di Conte: che lo Stato italiano si faccia sentire, in Ucraina con iniziative diplomatiche, a Gaza minacciando di sanzionare Israele per l’uccisione e espulsione dei palestinesi – in massa – dalla terra di Gaza. Più di 7.000 bambini sono stati ammazzati dall’esercito israeliano, senza alcun rapporto causale con il pogrom sanguinario del 7 ottobre. Si dice che l’Italia non conta nulla, e in gran parte è vero. Ma conta parecchio come Stato esportatore di armi: è tra i primi nel mondo (3,8% delle vendite globali), e alla testa del ministero della Difesa come nel Pd c’è chi cura questo commercio da anni.

Sostiene Giorgia Meloni che Conte approvò la riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) senza consultare il Parlamento e “con il favore delle tenebre”. Ha mentito ben sapendo come andarono le cose, e roteare irosamente gli occhi non trasforma le bugie in verità. Vero è invece che il suo governo sta muovendosi con il favore delle tenebre nella guerra medio orientale. Lunedì scorso Lloyd Austin, ministro della Difesa Usa, ha delineato quella che è una prima estensione della guerra di Gaza: una coalizione militare di dieci Stati decisi a fronteggiare l’offensiva crescente di guerrieri Houthi nel Mar Rosso contro navi mercantili che servono anche porti israeliani. L’Italia è indicata fra i paesi europei della coalizione, con Francia, Regno Unito, Spagna, Olanda, Norvegia. Di questo non si fa parola, né in dichiarazioni né in Parlamento. Forse manderemo soldati, forse solo armi. Comunque si procede senza spiegare alcunché.

Quanto all’Ucraina, le parole di Palazzo Chigi sfiorano l’oscenità. L’Italia “prova stanchezza” per il protrarsi della guerra e il fallimento della controffensiva ucraina di giugno (telefonata di Meloni con i due comici russi scambiati per dirigenti africani), e non è certo l’unico Stato europeo a dirsi spossato. Niente da eccepire, a prima vista: la “via d’uscita” auspicata da Meloni nella telefonata è urgente e necessaria, se si è consapevoli che via d’uscita significa, oggi, concessioni territoriali a Mosca.

Ma Meloni non completa il ragionamento accennando all’inevitabile compromesso Kiev-Mosca: esponendo prima dell’ultimo Consiglio europeo quel che intendeva nella telefonata rubata, si è permessa una frase grottesca e senza senso: “stanchezza […] non vuol dire non credere nella vittoria dell’Ucraina. Noi ci abbiamo creduto dall’inizio e continuiamo a crederci”.

Fin qui le insensatezze, le incoerenze, la paura di mettere in questione l’allineamento atlantico dell’attuale governo e di quello precedente. Se aggiungiamo l’aggettivo “osceno”, è perché sentirsi “stanchi” di fronte al cumulo di morti ucraini che continua a crescere e crescere senza che i notiziari Tv dicano più nulla (solo su YouTube si vedono brandelli della battaglia: uomini che si rotolano già semi morti nel fango che sta ghiacciandosi) vuol dire nascondere il fatto che è stato l’Occidente collettivo, su ordine statunitense e britannico, a volere il protrarsi di un conflitto che poteva finire poche settimane dopo l’invasione russa, quando Washington e Boris Johnson in persona proibirono a Zelensky di smettere la guerra e gli ordinarono di cestinare l’accordo sulla neutralità militare ucraina, approvato da Kiev e Mosca fra il marzo e l’aprile del 2022.

Stanchi di cosa, allora? Ecco governanti europei che contemplano tutto quel sangue e quel fango che loro stessi hanno voluto si perpetuasse e che lo vogliono ancora. Ecco il Presidente del Consiglio Meloni (ma anche il Presidente Usa, e quasi tutti i capi di Stato e di governo dell’Ue) che sragiona e agisce come Lady Macbeth, complice e aizzatrice del marito che opera alla Casa Bianca: “Le mie mani sono del tuo stesso colore, ma mi vergogno di avere un cuore così bianco”. Il cuore così bianco e tuttavia insanguinato è quello degli Europei e dell’Italia. Stanchezza vuol dire noia, sazietà. Questa è l’oscenità, davanti a tanti morti. Avviene anch’essa col favore delle tenebre.

Altra indecenza: quel che succede a Gaza. Gli europei possono poco, perché solo Washington possiede strumenti di pressione efficaci perché cessino gli eccidi e lo svuotamento di Gaza perpetrati da Netanyahu. Ma potrebbero esercitare a loro volta pressioni sull’alleato statunitense, perché non si limiti a parlare ma agisca. Biden mette in guardia contro la pulizia etnica non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania, per opera dei coloni armati dal governo israeliano. Ma s’indigna a parole. Nei fatti continua a aiutare militarmente Israele, e moltiplica addirittura le forniture di missili e munizioni, secondo l’agenzia Bloomberg.

Gli alleati di Israele esprimono sdegno e sbandierano parole d’ordine ormai desuete (“Due popoli in due Stati” è inconcepibile, alla luce degli eccidi e delle deportazioni) e pensano che la soluzione consista nello spodestamento di Netanyahu. Sono menzogne, come quelle proferite sull’Ucraina. Con o senza Netanyahu, lo Stato di Israele è incapace per ora di escogitare un accordo con i Palestinesi. E se oggi i due Stati sono dichiarati a Tel Aviv impossibili, resta in piedi solo l’opzione Grande Israele, cioè l’annessione più o meno esplicita di Cisgiordania e Gaza. A quel punto i numeri di ebrei e palestinesi si pareggeranno (7,3 milioni gli ebrei; 7,3 i palestinesi). Israele potrà sopravvivere come Stato ebraico solo con l’apartheid. Disfarsi di Netanyahu è opportuno ma insufficiente: gran parte della classe dirigente israeliana si è assuefatta alla colonizzazione dei territori e non sa più farne a meno.

Intanto sta accadendo quel che Biden e gli Europei temevano di più: non solo le sistematiche violenze in Cisgiordania, e il definitivo seppellimento dell’Autorità palestinese operato dai coloni (in accordo con le volontà di Hamas), ma l’estensione graduale del conflitto, in Libano e oltre. Gli Houthi che vengono dallo Yemen e l’inattesa forza che possiedono (missili balistici lanciati contro le navi mercantili nel Mar Rosso) sono stati sottovalutati per settimane, e ora nasce l’idea di una coalizione per fronteggiarli. La coalizione in realtà esiste già (la Combined Maritime Force, a difesa del cosiddetto ”ordine internazionale basato sulle regole” che gli Usa tentano invano di imporre), ma nuove coalizioni armate vedono la luce: col consenso degli Europei e dell’Italia, e ancora una volta col favore delle tenebre.

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Due popoli, due Stati: è già troppo tardi

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 18 novembre 2023

Man mano che procede l’invasione di Gaza, si moltiplicano gli appelli delle destre estreme israeliane a ri-colonizzare la Striscia che Israele aveva formalmente restituito ai palestinesi nel 2005.

La demolizione del complesso coloniale di Gush Kativ (8.600 residenti), a sud della Striscia, per ordine del premier Ariel Sharon è ricordata con ribrezzo dagli attuali governanti, e definita alto tradimento dai ministri di estrema destra. Riconquistare e ripopolare le terre perdute è il loro proposito.

Al tempo stesso, continua l’esodo degli abitanti cacciati dalle bombe da nord a sud della Striscia, in fuga attraverso il valico di Rafah verso l’Egitto. È un’espulsione di massa, che i palestinesi chiamano seconda Nakba (“Catastrofe”) perché ricorda loro la prima Nakba sofferta a seguito della guerra del 1948 (più di 700.000 profughi). Un ministro del partito di Netanyahu, Avi Dichter, ha ammesso l’11 novembre che la guerra in corso è effettivamente la Nakba. Altri, come l’ex ambasciatore israeliano in Italia, Dror Eydar, indicano lo scopo delle operazioni: “Distruggere Gaza”. Si paragona la distruzione di Gaza a Dresda rasa al suolo per volontà di Churchill, come se Dresda o Amburgo annientate non fossero un capitolo nero della Seconda guerra mondiale.

Israele risponde così al pogrom del 7 ottobre, che ha ucciso 1.400 israeliani e ne ha presi in ostaggio 200, in una serie di villaggi e kibbutz, e nel Nova Music Festival ai confini con Gaza. La violenza scatenata da Hamas supera perfino i pogrom classici, ha visto mescolarsi non solo collera e vendetta ma una dose impressionante di sadismo. Le mutilazioni, gli stupri di ragazze del rave party prima del loro assassinio: la mattanza si avvicina ai delitti di sette sanguinarie tipo “famiglia Manson”. Difficile mettere sullo stesso piano le intifade del passato e la voragine del 7 ottobre.

Le voragini hanno una storia, come l’ebbero le intifada. All’origine c’è sempre la tragedia di un popolo (quello palestinese) a cui ancora non è stato dato lo Stato reclamato, e che non ha mai avuto una rappresentanza efficace. A cui si propone la pace contro la pace, quando l’unica via resta quella di chiedere pace in cambio di territori. Lo capì Yitzhak Rabin con gli accordi di Oslo, e più ancora il premier Ehud Olmert nel 2008. Il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas respinse l’offerta del 2008 con la scusa che Olmert si era rifiutato di mostrargli la mappa delle colonie da smantellare. Qualche anno dopo, Olmert disse che la mappa era disponibile se Abbas avesse accettato l’offerta. Negli ultimi anni, poi, ha affermato che Abbas non oppose mai un vero no, e comunque si pentì della firma negata (“le voci su un suo rifiuto categorico sono false”, «Times of Israel», 25.06.’21).

Da allora è passato poco più di un decennio, ma per le nuove destre israeliane è passato un secolo. Secondo Olmert l’offerta può ripetersi, e anche gli Stati occidentali – USA in testa – rispolverano la soluzione “due popoli due Stati”. Ma non è detto che la formula funzioni ancora, che in Israele esista una maggioranza politica a favore, e che lo stesso possa dirsi delle rappresentanze palestinesi. Guerra e colonizzazione hanno radicalizzato i due campi, dando loro un colore sempre più religioso.

La Carta di Hamas del 1989 chiama al jihad armato contro Israele, e nell’articolo 7 ordina di uccidere gli ebrei in quanto tali (in assenza dell’uccisione, il Giorno del Giudizio e l’avvento del Messia non verranno). Nel 2017 la Carta è stata emendata: lo Stato palestinese “sarà edificato entro i confini del 1967”, e secondo i leader di Hamas si tratta di combattere “il progetto sionista che occupa la Palestina, non gli ebrei a causa della loro religione”. Ma lo Stato di Israele ancora non è riconosciuto.

Il fatto è che ogni soluzione è diventata impervia dopo il 7 ottobre. Quasi impraticabile è oggi la soluzione due popoli-due Stati: la colonizzazione della Cisgiordania è talmente avanzata che in Israele scoppierebbe una guerra civile. Ma non meno catastrofica rischia di essere l’alternativa più razionale e logica: la creazione di uno Stato bi-nazionale, sotto forma di confederazione o federazione. Lo proposero nel 1947 filosofi e israeliani influenti come Hannah Arendt e il rabbino Judah Magnes, presidente dell’Università Ebraica di Gerusalemme. Invano. In assenza di autocritiche delle due parti, sarebbe oggi un incubo demografico per gli ebrei. La guerra civile sarebbe assicurata anche in questo caso.

Le destre estreme israeliane puntano a un unico Stato con annessione di Cisgiordania e Gaza, ma presuppongono la cacciata dei palestinesi. L’espulsione è in corso non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania: 200 morti palestinesi, dal 7 ottobre, e decine di villaggi svuotati con la violenza grazie a massicce distribuzioni di fucili ai coloni, su iniziativa dei ministri Ben-Gvir e Bezalel Smotrich.

La soluzione “un solo Stato” è sostenuta da molti pacifisti di Israele, ma anche da estremisti sia israeliani sia palestinesi. I primi propagandano una Palestina “dal fiume (Giordano) al mare” (from the river to the sea); i secondi un Israele “dal fiume al fiume”, from the river to the river (“i confini di Israele sono l’Eufrate a Est e il Nilo a Sud Ovest”, secondo l’esponente del movimento dei coloni Daniella Weiss intervistata dal «New Yorker» l’11 novembre). In ambedue i casi, lo Stato antagonista scompare. Nella logica dell’annessione verrebbe realizzato l’apartheid istituzionalizzato, che molti israeliani vedono già in fieri a seguito della contestatissima “legge dello Stato ebraico” del 2018, secondo cui Israele concede piena cittadinanza solo agli ebrei. Questo nonostante Israele sia composto per il 20% da arabi-palestinesi, a cui si aggiungono i beduini (3,5-4%), i cristiani (2,1%), i drusi (2%), i circassi (4-5.000 membri, in gran parte musulmani).

Torniamo a Daniella Weiss: “Il mondo, e specialmente gli Stati Uniti, pensa che esista l’opzione di uno Stato palestinese. Noi vogliamo metter fine a simile opzione”. La Weiss si batte per l’aumento dei coloni in Cisgiordania (“dagli 800.000 di oggi a 2 milioni, e poi 3”), per la ricolonizzazione di Gaza dopo l’errore del 2005, infine per la cacciata dei palestinesi dalla Striscia. E dove devono andare questi ultimi? “Nel Sinai, in Egitto, in Turchia”.

Quanto alla religione, Daniella Weiss non ha dubbi: a fissare le regole è “la prima nazione che ricevette la parola di Dio e la sua promessa. Gli altri che seguono – Cristianesimo e Islam […] – non fanno che imitare quel che esiste già. Sono venuti dopo di noi”.

La colonizzazione ha cambiato l’ebraismo in Israele. Lo sostiene Menahem Klein, professore di Scienze politiche all’Università Bar-Ilan («Haaretz», 8.04.2023). L’ebraismo sviluppatosi durante la colonizzazione (essenzialmente in Cisgiordania, vista la decolonizzazione di Gaza nel 2005) non è quello del passato. La percezione di una supremazia dell’ebraismo e del “popolo eletto” esisteva già, ma non legata al possesso di uno Stato e al controllo armato di terre e popoli non ebraici.

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Contro l’ira, fare la pace con l’Iran

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 13 ottobre 2023

È rovinoso nascondersi i pericoli mortali che s’annidano per Israele come per Gaza, e continuare a dividersi, in Italia e Occidente, fra buoni amici di Israele e cattivi fiancheggiatori dei palestinesi.

La verità è che l’invasione di Gaza potrebbe culminare in strage, perché come potrà l’invasore distinguere tra civili e terroristi di Hamas in zone così popolose, e come potranno fuggire gli abitanti se i valichi son chiusi? E la verità è che lo Stato d’Israele è oggi minacciato esistenzialmente, per aver vissuto con gli occhi bendati sin da quando nacque, adottando la mortifera menzogna sulla “Terra senza popolo per un popolo senza terra”. Se li bendò definitivamente dopo la guerra dei Sei Giorni nel 1967, quando ebbe la sconsideratezza di non restituire i territori che aveva occupato: doveva farlo “sin dal settimo giorno”, disse oltre vent’anni fa l’ex procuratore generale Michael Ben-Yair, consulente legale di Rabin.Israele è minacciato esistenzialmente non per una sua congenita debolezza o fragilità – è osceno impersonarlo nella figura dell’ebreo perennemente vulnerabile – ma perché dagli anni 60 è una potenza atomica che continua indefessamente a negarsi come tale (la chiamano “ambiguità nucleare”, l’artefice fu il laburista Shimon Peres), che non aderisce a trattati di disarmo o proliferazione e che non possiede quindi flessibilità negoziale – tranne brevi intervalli, chiusi dall’assassinio di Rabin nel 1995.Questa condizione gli ha permesso di frenare attacchi su larga scala, ma ha trasformato Israele in potenza regionale troppo forte ma immobile, incapace non solo di perizia negoziale, ma anche di chiaroveggenza sulle proprie storiche responsabilità, sul proprio futuro destino, sui pericoli che gli si accampano davanti, oggi sotto forma della autentica polveriera che i governi d’Israele hanno fabbricato con le proprie mani ai confini con Gaza, foraggiando Hamas in funzione anti-Arafat.È uno dei motivi per cui il regime iraniano si va convincendo che l’unico modo per controbilanciare Israele, in prospettiva, è dotarsi anch’esso dell’atomica, in modo da dissuadere Israele o Stati Uniti da attacchi e guerre di regime change. Basta una piccolissima bomba per polverizzare Israele, il suo territorio è minuscolo. L’ambiguità nucleare si basava sull’illusione che non sarebbero apparse nella regione ambizioni nucleari concorrenti. È pensiero magico: anche se Teheran non possiede ancora la bomba, le ambizioni ci sono.Qui non si tratta di aprire negoziati Israele-Hamas: le atrocità terroriste non consentono compromessi di sostanza, e Hamas non ha riconosciuto Israele come fece Arafat alla vigilia degli accordi di Oslo nel ’93. I paragoni con l’Ucraina sono zoppicanti: Putin non è Hamas, ma un uomo di Stato che per decenni ha tentato pacificamente di scongiurare eccessive estensioni Nato, senza riuscirci. In Medio Oriente si tratta di avviare negoziati non finti tra Usa, Israele e rappresentanti palestinesi, coinvolgendo non tanto l’Arabia Saudita quanto l’Iran, in primissima linea e con la massima urgenza. L’Iran pesa su Hamas (e sul libanese Hezbollah): se non trattato come Stato canaglia, potrebbe facilitare trattative puntuali e forse durature.

Ogni ricerca di soluzione dovrà quindi avere come oggetto principale il futuro palestinese e la promessa di una tangibile, graduale restituzione di territori occupati, in modo da consentire che su di essi possa nascere uno Stato palestinese sovrano e minimamente funzionante. Nascita sempre più perigliosa: anche questo non andrebbe nascosto. La Cisgiordania è occupata da circa 670.000 coloni israeliani – inclusi 220.000 coloni a Gerusalemme Est, legalmente parte della Cisgiordania – e non solo è occupata: le milizie dei coloni stanno attuando massicci pogrom antipalestinesi, col consenso più o meno tacito delle destre religiose al governo.

Sono distrutti i pozzi dei residenti palestinesi, uccisi civili, espropriate terre, case, strade. Amira Hass testimonia su Haaretz che in questi giorni pogrom e uccisioni sono aumentati in Cisgiordania. I palestinesi parlano di seconda Nakba (“catastrofe”), la prima essendo quella del ’48, quando milioni di loro furono banditi, per imporre la favola della terra senza popolo. Come stupirsi che i banditi e i loro discendenti non diventino banditi armati.

Fino a quando non finirà questa Nakba, che sminuzza le terre attribuite ai Palestinesi, è vano ripetere il mantra “due popoli in due Stati”. All’origine delle atrocità terroristiche c’è la politica di apartheid attuata dai governi israeliani. Non è Hamas a dirlo. Dal 2002 lo dice l’ex procuratore generale israeliano Michael Ben-Yair e tanti israeliani.

In questo contesto varrebbe la pena fare un po’ di ordine nel nostro linguaggio, per aggirare qualche errore. Soprattutto in Italia ed Europa, poco influenti in Medio Oriente ma importanti per quel che dicono.

Come prima cosa, sarebbe consigliabile disgiungere Israele e popolo ebraico (oltre che Israele e diaspora ebraica). Non farlo danneggia gli ebrei e significa far propria la “legge sullo Stato Nazione” proposta da Netanyahu e adottata nel luglio 2018, secondo la quale “Israele è la patria nazionale del popolo ebraico”, il diritto all’autodeterminazione è limitato agli ebrei, e l’arabico è declassato da lingua ufficiale a lingua con “statuto speciale”. La legge è assai controversa in patria ed è in contrasto con la Dichiarazione di indipendenza del ’48 che prescrive “completa eguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso”. Il 21 per cento degli israeliani sono arabi palestinesi, a cui si aggiungono i beduini (3%), i drusi (2%), i cristiani (2%). Tutti israeliani, ma non ebrei. Alcuni illustri ebrei israeliani sono giunti fino a ripudiare dimostrativamente l’ebraismo, per protesta contro la legge.

Il secondo errore è definire Israele come la più grande democrazia in Medio Oriente. È solo in parte vero, se si considerano la libertà di stampa, di dimostrazione, di voto. Ma la democrazia non è compatibile con l’occupazione di territori, l’aumento delle colonie e i diritti negati o declassati dei palestinesi di Cisgiordania e Gaza.

Terzo malinteso: Gaza non è un territorio che Israele nel 2005 ha smesso di occupare. Israele ha ritirato le colonie ma esercita su di esso un controllo aereo, terrestre, marittimo; fornisce acqua, energia, cibo, medicine. Non si può né entrare né uscire da Gaza a causa del blocco/assedio israelo-egiziano. Ci sarà qualche motivo per cui si parla di prigione a cielo aperto, o secondo Giorgio Agamben di campo di concentramento. Secondo la legge internazionale, chi esercita un “controllo” su un determinato territorio è giuridicamente responsabile della sussistenza di chi lo abita.

Infine l’argomento del generale Mini, decisivo («Il Fatto Quotidiano» del 12 ottobre): “È militare e antico il detto ‘in guerra non si prendono le decisioni in preda all’ira’”. L’ira è appena sopportabile nei talk show. Sul terreno mina la sopravvivenza sia di Israele sia della Palestina.

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L’invenzione di Borrell

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 5 ottobre 2023

Più chiaro e apodittico di così non poteva essere, L’Alto Rappresentante per la Politica estera e di sicurezza europea Josep Borrell: “L’Unione europea resta unita nel suo sostegno all’Ucraina”, si è felicitato il 2 ottobre al Consiglio dei ministri degli Esteri Ue riuniti sfrontatamente a Kiev, aggiungendo il memorabile detto: “Non vedo alcuno Stato membro vacillare”.

La realtà smentisce simili farneticazioni, in particolare dopo la vittoria alle urne dello slovacco Robert Fico, contrario all’invio di armi all’Ucraina e favorevole a tempestive trattative di tregua o di pace.

L’opposizione di Fico si aggiunge a quella dell’ungherese Orbán, e alle titubanze di Stati neutrali come Malta, Irlanda, Austria, che nel marzo 2021 hanno dato il proprio consenso alla creazione di un fondo europeo degli armamenti (detto incongruamente “Strumento di Pace”: European Peace Facility) ma a condizione che i loro contributi non servano all’acquisto e invio di armi letali, vietati dalle rispettive Costituzioni.

Infine sta titubando il governo polacco, il più strenuo difensore – per oltre un anno – di una prolungata guerra per procura in Ucraina. Il 20 settembre il premier Morawiecki ha annunciato: “Abbiamo deciso di sospendere le forniture militari all’Ucraina per concentrarci sull’ammodernamento delle nostre forze armate”. La decisione, se attuata, fa seguito all’embargo sulle importazioni di grano ucraino, deliberato per proteggere gli agricoltori polacchi: “Abbiamo fatto molto per l’Ucraina [circa un milione di profughi accolti in Polonia, ndr] e ci aspettiamo che comprendano i nostri interessi. Siamo consapevoli delle difficoltà di Kiev, ma gli interessi dei nostri agricoltori sono la cosa più importante”, così Morawiecki a Polsat News. Anche le imminenti elezioni in Polonia (15 ottobre) sono la cosa più importante, e il Partito di governo non intende perderle.

Sullo sfondo, poi, si moltiplicano i dubbi della potenza che egemonizza la politica estera degli Stati europei: “Se le forniture americane all’Ucraina continueranno alla velocità attuale, il Pentagono ha sei mesi prima di esaurire le scorte”, ha scritto il Wall Street Journal. Biden ha riconfortato Kiev nonostante i tentennamenti del Congresso. La vita di milioni di soldati ucraini dipende dalla sua campagna elettorale.

Dunque non si sa bene in quale pianeta viva Borrell e che cosa percepisca il suo sguardo perennemente appannato, quando assicura di non vedere “alcuno Stato membro vacillare” sulla guerra. Le ipotesi sono tre. O l’Alto rappresentante ha le traveggole, e quel che vede è un filmato che scambia per realtà. Sulla falsariga del romanzo di Bioy Casares (L’Invenzione di Morel), saremmo al cospetto, nel caso dell’Alto Rappresentante, dell’“Invenzione di Borrell”. Il quale vede quel che s’accampa sul suo schermo ma non in natura, e s’inventa un mondo alternativo in cui tutti sono “buoni”, cioè atlantisti. Grosso modo è quanto scrive Marco Travaglio nell’editoriale di martedì: “I Buoni non sbagliano mai, e se il resto del mondo li odia è perché è cattivo, dunque non esiste”.

Oppure – seconda ipotesi – c’è del metodo nella follia di Borrell. Quel che decidono gli elettori non ha peso, e siccome lo scrutinio universale è un impedimento per le decisioni dei Buoni, meglio ignorarne i verdetti, sganciare i governi (opportunamente ribattezzati governance) dalle preferenze elettorali e fare il possibile perché Fico non trovi una maggioranza. Il fenomeno non è nuovo. Nel 2012 il presidente del Consiglio Mario Monti disse: “Se i governi si facessero vincolare dalle decisioni dei loro Parlamenti, senza mantenere un proprio spazio di manovra, allora una disintegrazione dell’Europa sarebbe più probabile di un’integrazione”. E di recente, durante il Covid: “Bisogna trovare modalità meno democratiche nella somministrazione (sic) dell’informazione. (…) In una situazione di guerra si devono accettare delle limitazioni alle libertà”. Oppure, terza ipotesi, l’Ue si esercita a divenire un’Unione ristretta, propaggine degli Stati Uniti.

Borrell è un socialista neo-con, legato al Gruppo degli eurodeputati socialisti e democratici. Al pari di Borrell, il gruppo è in buona parte fedele alla Terza Via di Tony Blair e mal digerisce i voti popolari, se propensi a smettere gli aiuti militari all’Ucraina e le guerre di regime change. La decisione di espellere Fico, auspicata specialmente dai socialisti francesi e dall’italiana Pina Picierno, è per ora solo rinviata.

Fico non è un modello di democrazia né è socialista, sempre che si sappia cosa sia un socialista oggi. È pronto ad allearsi con l’estrema destra, pur di ottenere una maggioranza. E nel 2018 il suo governo cadde non solo perché accusato di corruzione, ma anche perché il suo partito apparve coinvolto nell’assassinio del giornalista Ján Kuciak e della sua fidanzata Martina Kušnírová, nel febbraio 2018. Kuciak indagava sui legami corruttivi tra pezzi dello Stato, mafie locali e ’ndrangheta. In quei mesi feci parte di una commissione del Parlamento europeo sull’assassinio di Kuciak, e il comportamento del partito di Fico destò parecchi sospetti.

Nessuna di queste vicende tuttavia – né il caso Kuciak, né la vicinanza di Fico all’estrema destra, né le sue ripetute dichiarazioni islamofobe – indussero il gruppo socialista a espellere il partito slovacco, nella penultima legislatura. Non passò neanche la proposta di sospenderlo, avanzata dal capogruppo Gianni Pittella. L’accusa di putinismo è una lettera scarlatta, surclassa ogni infamia. Perché opporsi alla prolungata guerra per procura infrange, nel magnifico e progressivo universo dei socialisti, i “valori europei”. E i valori europei si sa cosa sono: non le leggi europee, non l’ordine Onu, non le Costituzioni nazionali, non la Carta europea dei diritti dell’uomo, non i trattati climatici, ma il cosiddetto comune sentire che Nato e Usa prescrivono, dall’alto e indipendentemente dagli interessi europei, agli Occidentali. Se citiamo i trattati climatici, non per ultimi, è perché nell’Invenzione di Borrell non c’è neanche spazio per i disastri del pianeta. Disastri che solo un accordo fra potenze (Usa, Russia, Cina, Europa, India) potrebbe forse ancora salvare.

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Ucraina, il cinismo dei falchi Nato&Usa

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 23 agosto 2023

In apparenza sembra davvero un’estate di sconfitte, quella subita dai falchi occidentali che pretendono di stabilizzare il pianeta scatenando guerre distruttive a ripetizione o inasprendo guerre iniziate da altri.

Lo constata Seymour Hersh, che in un articolo del 17 agosto parla di Africa oltre che di Ucraina, e conferma quanto vanno dicendo da giorni i servizi Usa: la controffensiva ucraina sta fallendo, e c’è chi nella Nato comincia a prospettare cessioni di territori a Mosca, per metter fine a una guerra che Kiev combatte e prolunga per procura.

Biden ancora non si espone, ma si espongono gli uomini della sua intelligence, che smettono di incensare Zelensky: il «Washington Post» riporta la loro opinione, secondo cui Kiev, non potendo riprendersi la porta d’accesso alla Crimea che è Melitopol, sta mancando la riconquista che si era promessa.

Negli stessi giorni, ricorda Hersh, la Francia di Macron è espulsa quasi completamente dalla sua sfera d’interesse nelle nazioni del Sahel. Dopo aver perso il Mali a seguito del golpe del 2022, dopo aver perso alleati stabili in Ciad, ora perde il Niger, ricco di uranio e crocevia delle migrazioni dal Sahel. Il golpe militare del 26 luglio ha spodestato il presidente Mohamed Bazoum, amico obbediente di Parigi e Washington. Le popolazioni hanno festeggiato la liberazione dal neocolonialismo francese in Africa centro-occidentale.

A ciò si aggiunga che il cosiddetto Sud Globale si riconosce sempre più nel gruppo non allineato dei Brics (Russia, Cina, Brasile, India, Sudafrica: il 40% della popolazione mondiale) riunito da martedì a Johannesburg. Sono circa 23 gli Stati che chiedono di entrare nel gruppo, ritenendolo l’unica alternativa al disordine prodotto dalla bellicosità Usa contro Russia e Cina, e dal dominio globale del dollaro. Aggressività e dominio che sottendono quella che Washington considera la missione sua e della Nato: il rules-based international order. La regola base può essere riassunta così: se gli Stati Uniti vogliono dominare il mondo, come nel 1945 quando abbatterono Hitler e sganciarono l’atomica su Hiroshima e Nagasaki, devono ripetere senza sosta, spalleggiati da Europa e alcuni Paesi asiatici, le guerre “di civiltà” contro il Male Assoluto che da allora incessantemente si reincarna. Male che assume di volta in volta il volto di Milošević, di Saddam Hussein, dei Talebani, di Gheddafi, e oggi di Putin e Xi Jinping.

Sembrerebbe dunque l’estate dello scontento, per i neoconservatori occidentali, se non fosse che questi ultimi già stanno cercando il modo di uscire immacolati dalla prova ucraina, pronti per nuovi disordini e guerre. Come potranno riuscirvi? Come già hanno fatto in Vietnam o Afghanistan: scaricando le colpe sul Paese belligerante a cui è stata affidata la delega di combattere a oltranza, non solo per proteggere le sue terre dall’invasore ma per difendere addirittura la civiltà occidentale fino a piegare la potenza russa. Zelensky si è infilato volontariamente nella micidiale trappola e per questo punta ancora sulla guerra lunga: se non fosse così, Danimarca e Olanda non gli darebbero i caccia F-16 utilizzabili solo nel 2024.

Vale la pena leggere attentamente il «Washington Post» del 17 agosto sulla controffensiva ucraina. Scrivono gli articolisti che se Kiev non vince, è perché non ha seguito le direttive Usa, che prescrivevano un assalto ben più massiccio lungo la linea del fronte minata dai russi a difesa delle zone conquistate a sud-est: “Le simulazioni congiunte di guerra (joint war games) condotte da militari statunitensi, britannici e ucraini avevano anticipato perdite massicce di uomini, e calcolato che Kiev le avrebbe accettate se questo era il prezzo per rompere la linea di difesa russa. Ma l’Ucraina ha voluto limitare i morti nel campo di battaglia, preferendo puntare su unità di combattimento più piccole”. In altre parole: se Kiev perde è perché al momento decisivo non ha avuto l’ardire di far morire in massa i propri soldati.

L’accusa è ripresa il 18 agosto dal «New York Times», che enumera i morti (500.000 uccisi o feriti tra ucraini e russi, secondo l’intelligence) e indica i “difetti” della controffensiva. I funzionari Usa interrogati avrebbero oggi un grande timore: che “l’Ucraina sia diventata casualty averse”, ostile alle perdite di vite umane, e che “per questo stia mostrando prudenza nella controffensiva”. Il giornale non sembra colpito dall’indecenza delle condizioni dettate a Kiev in una guerra dove vinci se non sei casualty averse.

È così che l’Amministrazione Biden e la Nato escono dalle guerre per procura: addossando i fallimenti all’agente belligerante. Senza batter ciglio si apprestano a dar ragione con ritardo a Mark Milley, capo dello Stato Maggiore congiunto, e a quel che disse nello scorso novembre quando suggerì l’avvio di negoziati, visto che “la vittoria ucraina non era ottenibile”. Il ritardo ha comportato e comporta migliaia di morti, ma gli occidentali che aizzano senza combattere ne vorrebbero di più.

Da icona del Bene che è stato per un anno e mezzo, Zelensky potrebbe divenire, d’un tratto, l’uomo che pagherà gli errori e misfatti di chi, nella Nato, ha voluto che questa guerra durasse e s’impelagasse. Di chi ha avversato ogni accordo di tregua o di pace, a cominciare da quello negoziato tra Kiev e Mosca poche settimane dopo l’invasione, e pronto per la firma nell’aprile 2022. L’accordo fu affossato per volontà britannica e statunitense, e prevedeva vantaggi per Kiev non più ottenibili. Da allora Zelensky è incastrato nella strategia Usa e Nato, con un Paese ridotto a moncone senza più industrie vitali. Oggi rischia d’esser scaricato come lo fu Thieu a Saigon, quando Washington si stancò di seminare morte in Vietnam.

Nel frattempo, in solo un anno e mezzo i morti ucraini hanno superato i morti statunitensi in due decenni di guerra in Vietnam (58.000 circa). Il loro numero è simile a quello dei soldati di Kabul morti nella guerra di Afghanistan fra il 2001 e 2021 (circa 69.000). Colpa di Kiev, se rischia di perdere la guerra perché agisce di testa sua e non manda ancora più i soldati a saltar per aria sulle mine. Stati Uniti ed europei possono da un giorno all’altro scrollarsi di dosso i perdenti e senza tema di contraddirsi vantare vittorie inesistenti.

È quello che fa Josep Borrell, responsabile/irresponsabile della politica estera europea, quando dice che una trattativa potrebbe iniziare a settembre, ma proclama al contempo che “in ogni caso chi ha davvero perso è Putin, che voleva una guerra lampo ed è oggi sulla difensiva”. Infatti cos’è la Russia ai suoi occhi? “Nient’altro che un nano economico, un distributore di benzina il cui proprietario ha la bomba atomica” (intervista a «El País», 20 agosto). La guerra di Ucraina non è finita, ma l’ebetudine illimitata del socialista Borrell conferma che l’Europa unita, avendo perso ogni aspirazione all’autonomia e alla sovranità, e dimenticando d’esser nata come artefice di pace, non impara più nulla dai propri fallimenti.

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Kissinger regola i conti coi Neocon

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 27 luglio 2023

S’intensifica l’attivismo di Henry Kissinger, da quando Mosca ha invaso l’Ucraina.

Ha appena compiuto 100 anni ed eccolo a Pechino, giovedì 20 luglio, per discutere col presidente Xi Jinping di ordine multipolare e del caposaldo della diplomazia cinese: il riconoscimento statunitense del principio di “una sola Cina”, di cui Taiwan è parte integrante. Xi ha chiamato l’interlocutore “nostro vecchio amico”. L’orizzonte a cui ambedue hanno fatto accenno è stato il “comunicato di Shanghai”, che Richard Nixon firmò nel 1972, quando Washington aprì spettacolarmente alla Cina dopo decenni di tensioni.

Kissinger accorre per riportare qualche ordine nel caos creato da Washington nel dopo Guerra fredda. Si oppone di fatto alle guerre di esportazione della democrazia, lanciate sconsideratamente da una serie di presidenti, soprattutto democratici: Clinton, Bush junior, Obama, Biden. L’ordine mondiale basato su regole fissate unilateralmente dagli Stati Uniti (rules-based international order), detto anche Liberal International Order, viene sostituito nei discorsi e nelle iniziative dell’ex Segretario di Stato dall’ottocentesco Concerto delle Nazioni, che pacificò l’Europa dopo le guerre napoleoniche ed ebbe come architetto il principe Metternich. Fanno ritorno con lui gli imperativi della geopolitica e dell’equilibrio delle potenze (balance of power): incompatibili entrambi con l’egemonia unilaterale Usa che chiude la Storia quando lo squilibrio è massimo.

Kissinger si è attivato fin dal 2022, esprimendosi più volte sull’invasione russa dell’Ucraina in seguito a una non meno sanguinosa guerra civile iniziata da Kiev otto anni prima nelle regioni russofone del Donbass (13-14.000 morti). Da tempo aveva messo in guardia la Nato contro un allargamento a Est che inevitabilmente avrebbe riacceso ataviche paure di accerchiamento nella Russia post-sovietica. Non era l’unico ad ammonire: erano con lui Jack Matlock, ambasciatore Usa in Russia, e diplomatici e politici di primo piano come George Kennan (l’architetto della politica di contenimento pacifico dell’Urss) o Helmut Schmidt. Oggi sono rari i leader europei pronti ad ammettere che la linea Kissinger restituirebbe peso e potere all’Europa. Ancora nel settembre 2022, Kissinger riteneva “poco saggia” l’adesione alla Nato chiesta da Zelensky. Poco dopo, il 17 gennaio 2023, cambiò posizione e disse che la neutralità ucraina non era più contemplabile. Ma non smise di sostenere che Kiev dovrà rinunciare alla Crimea e trattare sul destino delle aree russofone del Donbass.

Kissinger resta uno dei massimi fautori del realismo politico nei rapporti occidentali con Russia, Cina, India, accanto a osservatori come Stephen Walt, John Mearsheimer, Jeffrey Sachs (e in Italia la rivista geopolitica «Limes» di Lucio Caracciolo). È l’antagonista più temuto dai neoconservatori che hanno avuto la meglio nell’Amministrazione Biden, e che solo nell’ultimo miglio sembrano in difficoltà.

Emblematico il rapporto del presidente democratico con il sottosegretario di Stato Victoria Nuland, già consigliere di Cheney nell’Amministrazione Bush jr e artefice disastrosa del colpo di Stato che nel 2014 favorì e finanziò il defenestramento del poco atlantista presidente ucraino Yanukovich: un atto sgradito da alcuni governi europei, che Nuland mise in riga con parole sguaiate, in una telefonata con l’ambasciatore Usa in Ucraina (“Fuck Europe!”). Kissinger regola così i conti con i neocon: “L’esito preferito da alcuni è una Russia resa impotente dalla guerra. Non sono d’accordo. Nonostante la sua propensione alla violenza, la Russia ha dato contributi decisivi, per oltre mezzo millennio, all’equilibrio globale e al bilanciamento delle forze. Il suo ruolo storico non va degradato” («The Spectator», 17.12.2022).

Il messaggio è chiaro: non degradare la Russia ed evitare che l’Amministrazione, mal consigliata da chi vuol piegare la Russia e infeudare l’Europa, si mostri incapace di riordinare i rapporti con la Cina. Andando a Pechino dal vecchio amico Xi, Kissinger è consapevole che Cina e Russia sono oggi il punto di riferimento di un’ampia maggioranza di Paesi del “Sud globale”. Al tempo stesso zittisce i vaneggiamenti di Edward Luttwak, l’esponente neocon che suggerisce a Washington di accettare la spartizione dell’Ucraina per meglio dedicarsi alla liquidazione violenta del “dittatore mussoliniano” Xi Jinping. Assistiamo allo scontro fra realpolitici e neoconservatori, in vista delle Presidenziali americane, con l’Unione europea e i suoi Stati che stanno a guardare. Ursula von der Leyen è l’equivalente europeo di Victoria Nuland; Josep Borrell, rappresentante per la politica estera Ue, riceve gli elogi di Luttwak per i suoi accenni sciagurati al bel giardino europeo assediato da giungle ostili.

Il tracollo della Realpolitik nelle relazioni internazionali è avvenuto dopo la fine del Patto di Varsavia e dell’Urss. A partire dagli anni Novanta, gli occidentali si presentano come vincitori della Guerra fredda, legittimati a dominare il pianeta con quella che Clinton chiama “democrazia di mercato”. Comincia allora l’era delle guerre di regime change: in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria. Si accodarono anche le sinistre “liberal”, in Europa e Usa: sono state le più bellicose, e hanno screditato durevolmente i “valori” e i “diritti umani” che pretendevano di difendere con missili e bombe a grappolo.

La geopolitica rianimata da Kissinger è fondata sulla teoria delle sfere di interesse, che vanno rispettate se si vuol mantenere l’equilibrio globale dei poteri. Se durante la Guerra fredda fu possibile avviare la distensione fra Est e Ovest, e fra Ovest e Cina, è perché le tre potenze riconoscevano le rispettive sfere d’influenza. Dalla crisi di Cuba si uscì grazie a tale riconoscimento reciproco.

Detto questo, va ribadito che Kissinger ha anche prodotto disastri nella propria sfera geopolitica, cioè in America Latina. È il suo lato criminoso. Fra il 1969 e il 1977 favorì l’avvento di regimi sanguinari in Cile e Argentina. Lanciò su ordine di Nixon l’Operazione Condor, provocando colpi di Stato in Bolivia, Brasile, Paraguay, Uruguay. In Argentina e Cile si avvalse del sostegno dell’estrema destra italiana e della P2 (Stefano Delle Chiaie, Licio Gelli). Prima di morire ucciso dalle BR, Aldo Moro fu avvertito da Kissinger: se apri ai comunisti la pagherai, gli fece capire. Kissinger intimorì indirettamente Berlinguer, spingendolo a dichiarare nel giugno 1976, dopo l’assassinio di Allende e l’avvento di Videla in Argentina, che si sentiva “più sicuro sotto l’ombrello Nato”. La frase sembra nata più da paura che da convinzione.

La collocazione nel campo della pace con Mosca e Pechino è l’ultimo travestimento di Kissinger. Il lato oscuro è dismesso, i cambi violenti di regimi non sono più nelle sue corde. Invece di sproloquiare su valori e giardini europei da opporre alle giungle incivili, l’Europa farebbe i propri interessi se lo ascoltasse meglio, e smettesse di sposare e scusare i peggiori misfatti statunitensi.

© 2023 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Con Purgatori scompare pure il vero giornalismo

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 20 luglio 2023

Fanno piuttosto impressione i messaggi di cordoglio di tanti giornalisti per la morte di Andrea Purgatori. Si va dal semplice “Ciao” alla giusta ammirazione per le sue inchieste: su Ustica, su Emanuela Orlandi e il Vaticano, su molte indagini continuate per decenni a dispetto di depistaggi, intralci, minacce. Commuove specialmente il cordoglio dei reporter che gli erano amici. Ma non ce n’è uno, tra i giornalisti d’inchiesta, che alzi il dito e dica: continuerò le indagini che Purgatori cominciò toccando appena un lembo di verità – non mi lascerò intimidire da minacce di censura e a mia volta non peccherò di autocensura –, nessun potente potrà farmi dormire nel suo letto come accade ai reporter di guerra embedded, per l’appunto, negli eserciti graditi alla Nato.

Non che manchi il coraggio, nei cronisti e reporter delle generazioni successive a quella di Purgatori. Soprattutto non manca il desiderio di fare come lui, di insistere nello scavare per dieci-venti-trenta-quarant’anni, quando tutto congiura contro il tuo incaponimento. Quel che manca tragicamente, nel giornalismo d’inchiesta, è il committente. Contrariamente al criminale che ha alle spalle il mandante, il cronista non ha alle spalle nessuno che commissioni l’indagine, ti preservi dalle autocensure, ti permetta per decenni di non mollare l’osso neanche quando il riflettore Tv si spegne.

Perfino Sigfrido Ranucci di Report dice le cose a metà, anche se un bel po’ ne dice: “Da oggi mi sento più solo… Senza il suo coraggio, senza le sue qualità molte nefandezze sarebbero rimaste oscure. Ci ritroveremo da qualche parte, sono sicuro. E saranno cazzi loro!”. Quel che Ranucci omette di aggiungere è: caro Purgatori, indagherò anch’io sulle nefandezze che volevi veder punite e che restano tuttora oscure.

Privi di proprietari all’altezza, i giornali scritti sono morti viventi, guidati da direttori che amministrano bancarotte e funerali neanche troppo pomposi della professione. Questo il compito che assegna loro il falso committente, che si fa chiamare editore ed è in realtà un industriale o finanziere che paga per avere un giornale-lobby anziché cronisti e reporter davvero indipendenti. Son pochi i giornali decisi a smontare frase dopo frase il grumo di menzogne e accuse ai media non asserviti che persone come Marina Berlusconi presentano come verità. I giornali più venduti e meno poveri, chiamati “giornaloni”, sono spesso i più venduti anche nel senso brutto dell’aggettivo. Né è diverso in Tv. Anche le reti private fiere di non essere lottizzate sono stracolme di talk perché complici senza quattrini di poteri ostili a inchieste anticonformiste.

Non succede solo in Italia. Seymour Hersh svelò la strage di My Lai perpetrata dagli Usa in Vietnam, scoperchiò le torture di prigionieri iracheni ad Abu Ghraib, ma quando scrisse cose non grate sull’uccisione di Bin Laden ordinata da Obama, il «New Yorker» gli chiuse la porta. Oggi continua le sue inchieste sulla piattaforma Substack.

Un giovane che aspiri a incaponirsi come Purgatori deve saperlo: il venir meno di un committente che punti su giornalisti indipendenti ha come conseguenza la mancanza di remunerazioni che permettano di resistere alle minacce, di rispondere No alle pressioni esterne. Purgatori fa parte di una generazione che non conosceva ancora i cronisti pagati due lire o addirittura non pagati, disposti a fare il gratuito lavoretto pur di inserirlo nel curriculum.

Mi piacerebbe leggere i messaggi di costernato cordoglio di questi ultimi (ultimi in tutti i sensi). Mi piacerebbe anche che qualcuno cogliesse l’occasione per esigere la depenalizzazione della diffamazione a mezzo stampa, e di ogni legge bavaglio. Non avrei la sensazione, strana e iperreale come gli incubi, di salutare un elefante del giornalismo freddato d’un sol colpo.

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