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Misure a sostegno degli Stati membri con tassi di disoccupazione di lunga durata e giovanile superiori alla media della zona euro

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-007248/2017

alla Commissione

Articolo 130 del regolamento

Kostadinka Kuneva (GUE/NGL), Jean Lambert (Verts/ALE), Dietmar Köster (S&D), Ana Gomes (S&D), Estefanía Torres Martínez (GUE/NGL), Barbara Spinelli (GUE/NGL), Jiří Maštálka (GUE/NGL), Martina Michels (GUE/NGL), Maria Arena (S&D), Tatjana Ždanoka (Verts/ALE), Merja Kyllönen (GUE/NGL), Cornelia Ernst (GUE/NGL), Jean-Paul Denanot (S&D), Rina Ronja Kari (GUE/NGL), Neoklis Sylikiotis (GUE/NGL), Vilija Blinkevičiūtė (S&D), Ernest Urtasun (Verts/ALE), Takis Hadjigeorgiou (GUE/NGL), Bart Staes (Verts/ALE), Marie-Pierre Vieu (GUE/NGL), Gabriele Zimmer (GUE/NGL), Stelios Kouloglou (GUE/NGL), Kostas Chrysogonos (GUE/NGL) e Jutta Steinruck (S&D)

Oggetto:  Misure a sostegno degli Stati membri con tassi di disoccupazione di lunga durata e giovanile superiori alla media della zona euro

Secondo Eurostat, i tassi di disoccupazione di lunga durata e giovanile in almeno dieci Stati membri sono superiori alla media della zona euro. In sette paesi, il tasso di disoccupazione di lunga durata (in percentuale sulla disoccupazione totale) è tra il 4 % e il 23 % più elevato rispetto alla media della zona euro (49,7 %), il che indica una potenziale tendenza permanente. In risposta a tale tendenza, il viceministro greco del lavoro Antonopoulou e il ministro lussemburghese del lavoro Schmit hanno suggerito le seguenti misure nel corso di una riunione della commissione per l’occupazione e gli affari sociali del Parlamento europeo il 30 agosto 2017:

–     esenzione dal patto di stabilità e crescita dell’UE per le risorse finanziarie destinate ai programmi a sostegno dei disoccupati, principalmente attraverso politiche attive del mercato del lavoro, compresa la creazione di posti di lavoro in paesi con tassi di disoccupazione superiori alla media della zona euro, in quanto investimenti in capitale umano a sostegno del potenziale di crescita;

–     assegnazione di almeno il 5 % del Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS) a tali programmi, con la possibilità di un contributo superiore al limite del 50 % del totale richiesto, se necessario, vista l’eccezionale situazione di svantaggio che affrontano tali paesi.

Tenendo conto che le suddette proposte sono sostenute da diversi paesi (Spagna, Portogallo, Italia, Slovenia) e da deputati al Parlamento europeo e che tali questioni saranno sottoposte al sig. Juncker e ai commissari competenti, come prevede di procedere la Commissione per promuovere il dialogo e agire in tal senso?

Sostenitori [1]

[1]  La presente interrogazione è sostenuta da deputati diversi dagli autori: Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL) e Tania González Peñas (GUE/NGL).

IT

E-007248/2017

Risposta di Marianne Thyssen

a nome della Commissione

(18.4.2018)

Al fine di garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche, tutte le spese devono essere adeguatamente finanziate. Gli Stati membri possono stabilire priorità nel modo in cui effettuano le spese, rispettando nel contempo il patto di stabilità e crescita. Agli Stati membri è permesso deviare dall’obiettivo a medio termine o dal relativo percorso di avvicinamento alle condizioni menzionate nella Posizione comune sulla flessibilità nel patto di stabilità e crescita, per esempio quando attuano importanti riforme strutturali, comprese le riforme del mercato del lavoro [1]. Gli obblighi di aggiustamento di bilancio inoltre vengono fissati in termini strutturali prendendo in considerazione il ciclo economico.

Il pilastro europeo dei diritti sociali, proclamato il 17 novembre 2017, beneficerà di investimenti dell’UE in capitale umano e coesione sociale, in particolare mediante il Fondo sociale europeo e altri fondi strutturali e di investimento europei. La Commissione ha inoltre recentemente presentato proposte [2] di nuovi strumenti di bilancio volti a sostenere la convergenza e le riforme strutturali, comprese le riforme dei mercati del lavoro. L’iniziativa a favore dell’occupazione giovanile inoltre continuerà a sostenere giovani delle regioni più colpite mediante un incremento delle risorse pari a 1,2 miliardi di EUR per il periodo 2017-2020. Nell’ambito del Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS) sono stati inoltre sviluppati strumenti finanziari volti a sostenere l’imprenditoria sociale, l’impiego sostenibile e l’innovazione sociale, mediante l’integrazione degli obiettivi di occupazione giovanile. Sebbene questo fondo sia guidato dalla domanda e non fissi quote settoriali, la Commissione riconosce che l’investimento nel capitale sociale è una priorità fondamentale.

Nel maggio del 2018 la Commissione presenterà la sua proposta per il quadro finanziario pluriennale post-2020. La preparazione del nuovo bilancio dell’UE sarà l’occasione per un dibattito aperto su come progettare al meglio strumenti dell’UE per combattere la disoccupazione di lunga durata e giovanile.

[1]     Approvata il 12 febbraio 2016 dal Consiglio “Economia e finanza” (ECOFIN). http://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-14345-2015-INIT/en/pdf.

[2]     https://ec.europa.eu/info/publications/economy-finance/completing-europes-economic-and-monetary-union-policy-package_en

The hidden agenda of the Brexiteers

di mercoledì, aprile 18, 2018 0 , , , , Permalink

Bruxelles, 11 aprile 2018. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della tavola rotonda organizzata dalla Camera Federale del Lavoro austriaca (AK Europa) e dalla Confederazione austriaca dei sindacati (ÖGB) su “The impact of Brexit on workers’ rights”.

Relatori:

  • Professor Michael Ford QC – Università di Bristol
  • Frances O’Grady – Segretario Generale della Federazione Sindacale britannica (British Trades Union Congress – TUC)
  • Erich Foglar – Presidente della Confederazione austriaca dei sindacati (ÖGB

I would like to begin with the hidden agenda of Tory Brexiteers and others, knowing that Brexit is a complex phenomenon: many voters embraced Leave thinking they would get more, not less social rights.

What a majority of right-wingers really dislike in the Union is the web of regulations which are constitutive of the EU. When Theresa May speaks of a global, sovereign Britain, she transmits the false image of a giant power feeling tied down like Gulliver by Lilliputians, and having an only desire: to break free from the continental midgets and get unchained. Gulliver feels “several ligatures across his body”, and the EU with its norms represents the ligature – the name today is red-tape – to discard. Take back control is a mantra of the Brexiteers. The hidden text of the mantra is less democratic control, less obligations concerning workers’ rights.

All this is magical thinking: the EU social fabric has been already deregulated and devastated by years of austerity. Nonetheless, Tory and DUP Brexiteers continue to feel chained and want even less “ligatures” as far as rights are concerned. I refer to the rights deriving from the EU law and applicable not only to EU citizens living in UK and vice-versa, but also to British nationals living in the UK, including Northern Irish citizens who voted remain and have the right, thanks to the Good Friday Agreement, to choose the Irish – i.e. European – citizenship. Getting rid of the Charter of fundamental rights and of the jurisdiction of the European Court of justice is a key ingredient of the hidden agenda.

As I said, the EU is not today a paradise for those who suffer precariousness and exclusion (I prefer the word expulsion, used by Saskia Sassen). It was the EU Court of Justice who ruled, in the Viking Line and Laval cases, that employers’ rights always trump workers’ rights. So did the Alemo-Parkwood case regarding the directive on transfer of undertakings. Jacques Delors admitted the absence of a social dimension in the EU project in his speech given to the TUC Congress in 1988. He said that the single market should not diminish social protections and dismantle the labour market. A neoliberal agenda prevailed instead, privatising public services, cutting down pensions, wages and employment. The climax was reached by Greece’s fiscal waterboarding. The EU citizens’ trust in the Union collapsed: I personally see a strong link between the threatening talks about Grexit and the subsequent Brexit vote. What Delors said in ’89 is still true: “You cannot fall in love with the single market”.

But what is equally true is that workers’ rights will be badly hit by Brexit. A report of the TUC in February 2017 has shown that wages will be 38 pounds a week lower and there are other forecasts which look even grimmer. The EU – included the single market – offers despite all some shield against the market forces: it’s the truth emerged during the Brexit negotiations. Just an example: last November, the same EU Court of justice ruled in favour of a gig economy worker who never got a paid holiday in 13 years. Jason Moyer-Lee, General Secretary of the Independent Workers’ Union of Great Britain, observed that the judgement was “a striking reminder of the impending disaster for worker rights that is Brexit”. Part time work, work on demand and in general the gig-economy are protected by EU law much more than they will outside the EU, thanks to specific directives: in particular the directive on working times, as well as the directives on annual leaves, equal pay, maternity rights, parental leave, anti-discrimination laws, compensation for discrimination victims, temporary agency work protections, health and safety. The EU has regressed, but workers risk to be less protected without its directives.

I conclude with the loss of rights by the EU citizens in UK and viceversa. Despite Michel Barnier’s statement that there is now “complete agreement” on citizens’ rights, crucial legal uncertainties remain, as stressed by associations like The3Millions and British in Europe. The situation of at least 5 million people will change dramatically after Brexit and will be dependent on the Withdrawal Agreement. Furthermore, the jurisdiction of the Court of Justice for EU citizens in the UK will be time-limited, hence not guaranteeing them the life-long protection which has been explicitly promised to them by the EU negotiator Barnier.

That’s why the European Parliament must do its utmost to ensure that the full set of EU rights will be included in the Withdrawal Agreement. Post-Brexit citizens will be able to rely only on this treaty as a legal reference to protect their rights.

In sostegno delle Ong che difendono i principi dell’articolo 2 del Trattato

Strasburgo, 17 aprile 2018. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo.

Punto in agenda:

Uno strumento per i valori europei a sostegno delle organizzazioni della società civile che promuovono la democrazia, lo Stato di diritto e i valori fondamentali nell’Unione europea

Dichiarazione della Commissione

Presenti al dibattito:

  • Věra Jourová – Commissario europeo per la giustizia, la tutela dei consumatori e l’uguaglianza di genere

Per vari motivi vale la pena creare uno strumento europeo a sostegno delle Organizzazioni della società civile che difendono e promuovono i principi dell’articolo 2 del Trattato [1].

Innanzitutto, vorrei ricordare che il progetto europeo nacque nel dopoguerra non per creare un vasto mercato, ma per proteggere i cittadini dalle malattie della democrazia e dalla povertà che l’aveva devastata. Nacque dalla volontà di Paesi che uscivano dal fascismo, dal nazismo, e via via accolse altri Paesi usciti dalle dittature: Grecia, Portogallo, Spagna, Paesi dell’Est. È ora di tornare alle radici di quel progetto.

Secondo: i meccanismi che proteggono lo stato di diritto nei Paesi membri sono spesso percepiti come congegni top down. Cadono dall’alto, invece di partire dal basso (bottom-up). Per questo è importante sostenere le Ong che si occupano di monitoraggio della rule of law, di patrocinio legale, di contenziosi giudiziari (advocacy e litigation). La crisi dei partiti e la povertà che ritorna danno alle ONG una nuova centralità. Sono loro, spesso, a mediare tra potere e società. La loro forza e indipendenza sono importanti come la forza e l’indipendenza del potere giudiziario e della stampa.

Terzo: l’Unione dedica fondi, e giustamente, per difendere la democrazia in Paesi terzi (inclusi i Paesi candidati). Non spende nulla per le Ong nazionali e locali dell’Unione. È una disparità che va a mio parere superata.

Quarto: il sostegno alle Ong nei Paesi membri è praticamente assicurato, oggi, solo dal Fondo EEA-Norvegia e da associazioni filantropiche. Spesso è percepito come sostegno che viene da fuori, e questo crea malintesi. Anche per superare tali malintesi conviene avere, in parallelo, un comune strumento che faccia capo alle istituzioni europee.

 

[1] Articolo 2 – L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.

Uso improprio del mandato di arresto europeo da parte della Spagna

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-000746/2018

alla Commissione

Articolo 130 del regolamento

Ramon Tremosa i Balcells (ALDE), Josep-Maria Terricabras (Verts/ALE), Jordi Solé (Verts/ALE), Martina Anderson (GUE/NGL), José Bové (Verts/ALE), Bodil Valero (Verts/ALE), Igor Šoltes (Verts/ALE), Izaskun Bilbao Barandica (ALDE), Josu Juaristi Abaunz (GUE/NGL), Jill Evans (Verts/ALE), António Marinho e Pinto (ALDE), Bart Staes (Verts/ALE), Barbara Spinelli (GUE/NGL), Maria Lidia Senra Rodríguez (GUE/NGL) e Rolandas Paksas (EFDD)

Oggetto: Uso improprio del mandato di arresto europeo da parte della Spagna

Il 5 dicembre 2017 la Corte suprema spagnola, in una decisione senza precedenti, ha revocato il mandato di arresto europeo emesso il 3 novembre 2017 contro il presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, e quattro dei suoi ministri di governo.

Il 6 dicembre 2017 il governo spagnolo ha annunciato la sua intenzione di proporre una riforma delle disposizioni che disciplinano il mandato di arresto europeo in occasione del Consiglio «Giustizia e affari interni» [1].

La revoca del mandato di arresto europeo è stata una mossa tattica per evitare la sconfitta in un tribunale belga, dal momento che il procedimento penale avviato in Spagna nei confronti di Puigdemont e dei suoi colleghi è stato coinvolto in varie violazioni dei diritti fondamentali mentre le imputazioni di ribellione e sedizione non esistono in Belgio.

Il 22 gennaio 2018 Carles Puigdemont ha partecipato a una conferenza in Danimarca e il giudice della Corte suprema spagnola ha rifiutato di emettere un nuovo mandato di arresto europeo per ragioni politiche.

L’8 dicembre 2017 il commissario Věra Jourová ha dichiarato che la decisione quadro relativa al mandato di arresto europeo non necessita di modifiche, contrariamente alle affermazioni del ministro spagnolo. Tuttavia, il suo uso opportunistico solleva la questione se vi debba essere la possibilità di revocare o di emettere un mandato di arresto europeo a propria discrezione.

Alla luce di quanto precede può la Commissione rispondere ai seguenti quesiti:

– Ritiene che tale uso improprio del mandato di arresto europeo possa pregiudicare la fiducia reciproca esistente tra i sistemi giudiziari degli Stati membri e compromettere la sua efficacia?

– In che modo intende evitare un uso opportunistico del mandato di arresto europeo in futuro?

[1] https://www.larazon.es/espana/catala-pide-a-la-ue-revisar-los-delitos-por-los-que-la-euroorden-se-activa-de-manera-automatica-GC17154103.

IT

E-000746/2018

Risposta di Věra Jourová

a nome della Commissione

(13.4.2018)

Il mandato d’arresto europeo (MAE) è una procedura esclusivamente giudiziaria basata sulle circostanze specifiche di ogni singolo caso.

Pertanto, né la Commissione europea né le autorità governative degli Stati membri possono interferire o influire sulle decisioni delle autorità giudiziarie belghe o spagnole per quanto riguarda il mandato d’arresto europeo che è stato emesso contro Carles Puigdemont e altri ministri il 3 novembre 2017 e che è stato revocato il 5 dicembre 2017.

Inoltre, la Commissione ha pubblicato un manuale [1] nel 2017 al fine di agevolare l’uso di questo strumento, il quale ha fornito orientamenti importanti per le autorità giudiziarie nazionali. Continuerà inoltre a organizzare riunioni di esperti al fine di garantire che la decisione quadro sia applicata in tutti gli Stati membri.

[1]     Manuale sull’emissione e l’esecuzione di un mandato d’arresto europeo, GU C335 del 06.10.2017

Fortezza Europa, il nuovo paradigma

Intervento di Barbara Spinelli a conclusione della Conferenza EU: The current agenda – “Defence, militarization, armament industry and fortress Europe”, organizzata dal gruppo politico GUE/NGL. Tra i presenti: Oscar Camps, fondatore di Proactiva Open Arms

Bruxelles, 10 aprile 2018

A conclusione di questa conferenza vorrei richiamare la vostra attenzione su due fatti: il primo generale, il secondo concernente la recente vicenda giudiziaria di Proactiva Open Arms, che coinvolge più direttamente l’Italia.

Primo fatto, da tenere sempre in mente: i nuovi dati dell’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni dicono che a fronte di un calo negli arrivi, nel Mediterraneo centrale si muore il 75 per cento di più. Anche perché sono rimaste poche le navi di soccorso costrette a negoziare con la Guardia Costiera libica il salvataggio di centinaia persone. In realtà sono costrette a negoziare con le autorità italiane che coordinano le attività libiche, come vedremo, e con modalità diverse dal passato: l’interlocutore in Italia non è più la Guardia costiera – che dipende dal Ministero dei Trasporti e Infrastrutture – ma la Marina militare. Così scrive il 27 marzo un giornalista di «Famiglia Cristiana», Andrea Palladino, basandosi non su illazioni bensì su un decreto giudiziario, ma poche ore dopo l’articolo viene rimosso dalla rete e sostituito l’indomani da una versione in cui scompare, dal titolo, l’accenno alla Marina militare. Questa strategia dell’occultamento serve a mascherare gli obiettivi perseguiti dalla politica italiana ed europea di controllo delle frontiere: la militarizzazione crescente di tale controllo, e il nuovo paradigma di contenimento dei flussi migratori che tendono a dirigersi verso l’Europa. Paradigma che poggia secondo la studiosa Violeta Moreno-Lax su un principio base: i respingimenti preventivi devono essere operati non dal singolo Stato europeo o dalla singola agenzia dell’Unione, ma dai e nei paesi di origine o di transito. Loro è il compito, e loro è anche la responsabilità di fronte alla legge internazionale che vieta respingimenti e trattamenti inumani. Moreno-Lax parla di controlli e responsabilità esonerate dal contatto diretto col migrante. Secondo il filosofo Emmanuel Levinas è il contatto con l’Altro (più precisamente con il suo Volto) che crea automaticamente responsabilità, e questo spiega il deliberato passaggio dal ‘Contactless Control’ delle frontiere alla ‘Contactless Responsibility’ verso il rifugiato.

A ciò si aggiunga quello che è stato chiamato il “business della xenofobia”: fatto di droni, satelliti, videocamere, recinzioni, filo spinato, agenzie di sorveglianza. Secondo il report Money Trails, in quindici anni sono stati spesi 11,3 miliardi di euro per deportare i migranti nei paesi d’origine, circa 1 miliardo per le agenzie europee di contenimento e sorveglianza come Frontex e Eurosur, 230 milioni nella ricerca e 77 milioni per le fortificazioni: circa 16 miliardi in tutto.

Secondo fatto: il caso Open Arms, che ha chiarito molte cose sulle responsabilità italiane concernenti il respingimento di migranti e richiedenti asilo provenienti dalla Libia e le sue nuove modalità.

Un elemento chiave di tali modalità è costituito dalla presunta esistenza della zona libica di ricerca e soccorsi in mare (“zona SAR”). Ormai sappiamo che si tratta di un’invenzione di comodo: dal dicembre scorso è una zona che non esiste più. Lo ha confermato l’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), e lo ha ammesso tra le righe il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, rispondendo il 26 marzo a una mia domanda nella Commissione LIBE: “Non considero come acquisita la zona SAR della Libia. Ci fu una dichiarazione unilaterale nell’estate 2017 che creò una certa situazione che non riesco per la verità a qualificare”. La risposta è volutamente evasiva e il motivo è evidente: la zona SAR lungo le coste libiche fu proclamata per ridurre drasticamente le attività delle navi Ong e per scaricare sulla Libia (governo provvisorio e milizie, comprese quelle riconvertite in guardie costiere) la responsabilità giuridica connessa al rimpatrio e alla detenzione sempre più cruenta dei migranti in fuga verso l’Europa. Sotto forma di finzione tale responsabilità libica deve continuare a esistere, e infatti la Commissione europea ha preso le distanze – stando alle testimonianze di Open Arms – dalle ammissioni del direttore di Frontex.

La tendenza a nascondere le tracce e a occultare la verità domina l’intera operazione controllo delle frontiere e abbiamo visto come si sia rivelata nella vicenda di Open Arms: quel che in tal caso si vuol dissimulare è il ruolo italiano – avallato e protetto dall’Unione – nella gestione dell’area chiamata tuttora, abusivamente, zona SAR della Libia. Se ne è avuta certezza definitiva in occasione del sequestro della nave di ProActiva Open Arms. Nel decreto di convalida della confisca, il giudice per le indagini preliminari di Catania ha detto come stanno le cose in maniera difficilmente equivocabile: “La circostanza che la Libia non abbia definitivamente dichiarato la sua zona SAR non implica automaticamente che le loro navi non possano partecipare ai soccorsi, soprattutto nel momento in cui il coordinamento è sostanzialmente affidato alle forze della Marina militare italiana, con propri mezzi navali e con quelli forniti ai libici”. L’affermazione è cruciale, perché per la prima volta si dice che è l’Italia a coordinare le cosiddette guardie costiere libiche (il più delle volte miliziani ed ex trafficanti che l’Unione pretende di combattere).

Le indagini giudiziarie sulle attività di ProActiva OpenArms diventano a questo punto non tanto secondarie quanto pretestuose. La vera questione riguarda l’attività del governo italiano e le intese tra quest’ultimo e il governo di Accordo Nazionale nonché le milizie libiche, intese appoggiate dall’Unione europea. E quando dico governo italiano dico Ministero della Difesa: l’operazione sequestro di Open Arms e il salvataggio più respingimento in Libia dei migranti non sono più gestiti dalla Guardia costiera italiana – che dipende dal Ministero dei Trasporti e Infrastrutture – ma dalla Marina Militare, come ammesso dagli stessi magistrati. La nave militare italiana, di stanza a Tripoli, già impegnata nella operazione italiana NAURAS e riattivata con l’avvio della missione europea Themis, obbedisce agli ordini delle autorità militari italiane. A giudizio del giornalista Palladino, il cui articolo è stato rimosso dal web pur limitandosi a riportare quanto scritto nel decreto dei giudici, le modalità di azione del governo italiano – e dell’Unione europea, nella misura in cui essa continua a fingere l’esistenza di una zona SAR libica – sono drasticamente cambiate dopo il 2 febbraio, data di avvio della nuova operazione navale Themis. (Sia detto per inciso, il direttore di Frontex Leggeri ha ricordato che Themis, nome della nuova operazione Frontex nel Mediterraneo, è la dea greca della giustizia e anche del law enforcement, cioè della polizia: notizia clamorosa che non ho ritrovato nei dizionari della mitologia greca).

Ne consegue che l’Italia ha una responsabilità diretta nella decisione di respingere migranti e richiedenti asilo verso la Libia o altri paesi africani, e di esporli a grave rischio umanitario. È fuori dubbio  che l’Italia, intervenendo con propri mezzi, uomini e risorse, anche se al di fuori del territorio nazionale, eserciti sulla zona una propria giurisdizione, con tutte le conseguenze che ne conseguono, soprattutto rispetto alla Convenzione europea dei diritti. Si ripetono così i respingimenti che già una volta, nel caso Hirsi del 2012, spinsero la Corte europea per i diritti umani a condannare l’Italia quando governava Berlusconi: per i respingimenti collettivi operati nel 2009 e per aver esposto i rimpatriati forzati al “rischio serio di trattamenti inumani e degradanti”. Vero è che le autorità italiane si limitano oggi a “gestire” le guardie costiere libiche anziché intervenire di persona, ma il coordinamento fa capo a loro e l’obiettivo è raggiunto proprio grazie al nuovo paradigma del “contactless refoulement”.

La via scelta dalle autorità italiane e da quelle dell’Unione è quella di perseguire gli operatori umanitari che si assumono l’onere di portare le persone soccorse in mare non nei luoghi “più vicini” bensì in luoghi sicuri (place of safety), come prescritto dalla Convenzione SAR del 1979. È una scelta – quella italiana – fatta in violazione del diritto internazionale, come affermato da 29 accademici europei in un appello che chiede al Consiglio di sicurezza dell’Onu e al Tribunale penale internazionale di occuparsi del caso Italia-Libia.

Una denuncia simile era già venuta il 1 marzo dal relatore speciale Onu sulla tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, Nils Melzer: “Gli Stati devono smettere di fondare le proprie politiche migratorie sulla deterrenza, la criminalizzazione e la discriminazione. Devono consentire ai migranti di chiedere protezione internazionale e di presentare appello giudiziario o amministrativo contro ogni decisione concernente la loro detenzione o deportazione”.

Il ruolo dell’Italia sta divenendo sempre più oscuro, anche alla luce del caso, denunciato lo scorso 27 marzo dal «Libya Observer», secondo cui le autorità libiche avrebbero delegato un cittadino italiano appartenente alla Missione di assistenza alla gestione integrata delle frontiere in Libia (Eubam Libia) a rappresentare ufficialmente la Libia in una conferenza internazionale. Questo in violazione della sovranità e dell’indipendenza della Libia, secondo la denuncia presentata dal delegato libico presso l’Organizzazione mondiale delle dogane Yousef Ibrahim al ministero degli Esteri di Tripoli, al direttore generale delle dogane e all’incaricato d’affari libico a Bruxelles. Il direttore di Eubam-Libia ha nel frattempo chiesto scusa.

Il governo italiano si sta comportando come se la Libia fosse un suo governatorato (la storia si ripete, e non è una farsa), ma senza assumersi responsabilità rispetto alla legge internazionale e allo specifico divieto del refoulement e dei trattamenti inumani.

Che fare?

Quel che potremmo fare è appoggiare i tentativi che si stanno attuando per portare il governo italiano e l’Unione europea davanti alla Corte penale internazionale e/o alla Corte di Strasburgo, per via di una precisa responsabilità nel refoulement dei migranti e nella loro esposizione al rischio di trattamenti inumani o degradanti (violazione dell’ art.4 Protocollo n.4 e dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo). Un altro fatto da tenere presente, già evocato nella sentenza Hirsi: la Libia non ha ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 e il Paese non è attrezzato per serie procedure di asilo. Allora come oggi, la presenza dell’UNHCR non può considerarsi una garanzia sufficiente, considerato che le autorità libiche (oggi peraltro indefinite) non attribuiscono alcun valore allo status di rifugiato.

Iniziative in questo senso ci sono, a cominciare dall’appello dei 29 accademici lanciato in occasione del sequestro di Proactiva Open Arms. L’appello, in particolare, è volto ad attivare la Corte penale internazionale per violazione del diritto del mare e dei diritti dell’uomo, per trattamenti inumani e per refoulement di migranti e richiedenti asilo.

Sui migranti decide tutto l’Italia: la Libia non esiste

di Barbara Spinelli
«Il Fatto Quotidiano», 31 marzo 2018

È ora di fare chiarezza sulla politica italiana e dell’Unione europea concernente i rifugiati provenienti dalla Libia. I fatti, innanzitutto.

La zona libica di ricerca e soccorsi in mare (zona Sar) è un’invenzione di comodo: dal dicembre scorso non esiste più. Lo ha confermato l’Organizzazione Marittima Internazionale, e lo ha ammesso tra le righe il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, rispondendo il 26 marzo a una mia domanda nella Commissione libertà pubbliche del Parlamento europeo: “Non considero come acquisita la zona Sar della Libia. Ci fu una dichiarazione unilaterale nell’estate 2017 che creò una certa situazione che non riesco per la verità a qualificare”. La risposta è volutamente evasiva e il motivo delle ambiguità europee è evidente: la zona Sar lungo le coste libiche fu proclamata per ridurre drasticamente le attività delle navi Ong e per scaricare sulla Libia (governo provvisorio e milizie) la responsabilità giuridica connessa al rimpatrio e alla detenzione sempre più cruenta dei migranti in fuga verso l’Europa. Sotto forma di finzione tale responsabilità libica deve continuare a esistere, e infatti la Commissione si è guardata dal far proprie le ammissioni del direttore di Frontex.

Quel che invece appare sicuro è il ruolo italiano – e dell’Unione – nella gestione dell’area chiamata tuttora, abusivamente, zona Sar della Libia. Se ne è avuta certezza definitiva in occasione del sequestro della nave dell’Ong spagnola ProActiva Open Arms. Nel decreto di convalida della confisca, il giudice per le indagini preliminari di Catania ha detto come stanno le cose in maniera difficilmente equivocabile: “La circostanza che la Libia non abbia definitivamente dichiarato la sua zona Sar non implica automaticamente che le loro navi non possano partecipare ai soccorsi, soprattutto nel momento in cui il coordinamento è sostanzialmente affidato alle forze della Marina militare italiana, con propri mezzi navali e con quelli forniti ai libici” (il corsivo è mio). L’affermazione è cruciale, perché per la prima volta si dice che è l’Italia a coordinare le cosiddette guardie costiere libiche (il più delle volte miliziani ed ex trafficanti non controllabili). Le indagini giudiziarie sulle attività di ProActiva OpenArms diventano a questo punto non tanto secondarie quanto pretestuose. La vera questione riguarda l’attività del governo italiano e le intese tra quest’ultimo e il governo di Accordo Nazionale nonché le milizie libiche, intese appoggiate dall’Unione europea.

Ne consegue che l’Italia ha una responsabilità diretta nella decisione di respingere migranti e richiedenti asilo verso la Libia o altri paesi africani, e di esporli a grave rischio umanitario. Come sostiene Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi): “Sembra fuori discussione il fatto che le azioni poste in atto dall’Italia, intervenendo con propri mezzi, uomini e risorse, anche se al di fuori del territorio nazionale, costituiscano esercizio della propria giurisdizione con tutte le conseguenze che ne conseguono, in primis il fatto che l’Italia risponde alla Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo”. Si ripetono così i respingimenti che già una volta, nel caso Hirsi del 2012, spinsero la Corte europea per i diritti umani a condannare l’Italia di Berlusconi: per i respingimenti collettivi operati nel 2009 e per aver esposto i rimpatriati forzati al “rischio serio di trattamenti inumani e degradanti”. Vero è che le autorità italiane si limitano oggi a “gestire” le guardie costiere libiche anziché intervenire di persona, ma il coordinamento fa capo a loro.

La via scelta dalle autorità italiane e da quelle dell’Unione è quella di perseguire gli operatori umanitari che si assumono l’onere di portare le persone soccorse in mare non nei luoghi “più vicini” bensì in luoghi sicuri (place of safety), come prescritto dalla Convenzione Sar del 1979. È una scelta – quella italiana – fatta in violazione del diritto internazionale, come affermato da 29 accademici europei in un appello che chiede al Consiglio di sicurezza dell’Onu di occuparsi del caso Italia-Libia.

Una denuncia simile era già venuta il 1 marzo dal relatore speciale Onu sulla tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, Nils Melzer: “Gli Stati devono smettere di fondare le proprie politiche migratorie sulla deterrenza, la criminalizzazione e la discriminazione. Devono consentire ai migranti di chiedere protezione internazionale e di presentare appello giudiziario o amministrativo contro ogni decisione concernente la loro detenzione o deportazione”.

Il ruolo dell’Italia sta divenendo sempre più oscuro, anche alla luce del caso, denunciato lo scorso 27 marzo dal «Libya Observer», secondo cui le autorità libiche avrebbero delegato un cittadino italiano appartenente alla Missione di assistenza alla gestione integrata delle frontiere in Libia (Eubam Libia) a rappresentare ufficialmente la Libia in una conferenza internazionale. Questo in violazione della sovranità e dell’indipendenza della Libia, secondo la denuncia presentata dal delegato libico presso l’Organizzazione mondiale delle dogane Yousef Ibrahim al ministero degli Esteri di Tripoli, al direttore generale delle dogane e all’incaricato d’affari libico a Bruxelles.

Il governo italiano si sta comportando come se la Libia fosse un suo governatorato (la storia si ripete, e non è una farsa), ma senza assumersi responsabilità rispetto alla legge internazionale e allo specifico divieto del refoulement e dei trattamenti inumani.

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I falsi progressi dell’Agenda europea per la migrazione

Bruxelles, 26 marzo 2018. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della discussione congiunta della Commissione Libertà pubbliche (LIBE) con la Commissione per gli Affari esteri (AFET) sull’Agenda per la migrazione:

Relazione sui progressi compiuti in merito all’attuazione dell’agenda europea sulla migrazione. Scambio di opinioni con rappresentanti del SEAE (Servizio europeo per l’azione esterna), della Commissione e del Centro per le politiche migratorie di Firenze

Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio – Seconda relazione annuale sullo strumento per i rifugiati in Turchia

Stato di avanzamento del progetto pilota della Commissione con paesi terzi per la migrazione legale

Ho qualche dubbio sui sondaggi che sono stati presentati dal rappresentante del Centro per le politiche migratorie di Firenze James Dennison (molto ottimisti sull’atteggiamento dei cittadini europei verso gli immigrati) ma non mi concentrerò su questo perché la discussione diverrebbe troppo complessa. Vorrei invece porre alcune domande alla Commissione e al Servizio per l’azione esterna su punti specifici.

Il primo punto riguarda la Turchia: le mie domande vertono sulla questione dei fondi europei messi a disposizione di questo Stato e sulle loro implicazioni strategiche.

Sulla questione dei fondi, diversi giornali europei – tra cui Mediapart, in collaborazione con la European Investigative Collaboration (EIC) – hanno pubblicato in questi giorni un’inchiesta secondo cui ingenti somme di denaro, pari a 83 milioni di euro, sarebbero state versate dall’Unione europea per finanziare l’acquisto da parte delle autorità turche di veicoli militari ed equipaggiamenti di sorveglianza, soprattutto lungo la linea di confine tra Turchia e Siria. È una notizia preoccupante e vorrei avere un chiarimento in merito.

La seconda domanda sulla Turchia concerne l’ultimo rapporto di Human Rights Watch, secondo il quale il refoulement di rifugiati siriani verso la Siria sta raggiungendo cifre molto alte: si parla di centinaia di persone e di numerosi attacchi armati contro i rifugiati.

Il secondo punto riguarda le cosiddette “procedure accelerate” per le richieste di asilo in Grecia. Nel documento della Commissione è scritto che quest’ultima ha chiesto alla Grecia di cambiare le leggi nazionali concernenti le procedure d’asilo in modo da accelerarle al massimo, tramite l’eliminazione della possibilità di ricorso in appello. Vorrei sapere come questa richiesta dell’Unione si concili con il diritto al secondo grado di giudizio: un diritto che esiste nelle leggi nazionali come nelle leggi europee.

Il terzo punto è relativo alle prese di posizione del rappresentante dell’UNHCR in Germania, sia sul rimpatrio dei cittadini afghani sia sulla politica delle quote che i governanti della Grande coalizione vorrebbero adottare.

Secondo l’UNHCR, il rimpatrio degli afghani viola la legge internazionale, perché non esistono zone sicure protette all’interno dell’Afghanistan.

Per quanto riguarda le quote – cito ancora l’UNHCR – nella legge internazionale non esiste un limite massimo per le richieste di asilo.

Un’ultima domanda sul reinsediamento dei rifugiati, previsto dall’accordo con la Turchia e concernente anche i richiedenti asilo trasferiti dalla Libia in Niger. Le quote di resettlement sono ancora molto basse e vorrei sapere come si possano aumentare. Dal Niger sono state reinsediate solo 24 persone, da quel che mi risulta. Ma la cosa che più mi interessa è sapere se il paradigma della politica europea stia cambiando: se cioè il resettlement stia diventando un’alternativa alla richiesta di asilo fatta sul suolo europeo. Tutto questo, sempre per l’UNHCR, è legalmente molto dubbio, perché il resettlement non sostituisce l’accesso individuale alla protezione internazionale. Una cosa non compensa l’altra. Avrei altre domande ma mi fermo qui. Grazie presidente.

Pluralismo e libertà dei media nell’Unione europea

di martedì, marzo 27, 2018 0 , , Permalink

Bruxelles, 27 marzo 2018

Dichiarazione di Barbara Spinelli (GUE/NGL), in qualità di Relatrice per il Parlamento europeo, a seguito del voto in Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) sulla Relazione “Pluralismo e libertà dei media nell’Unione europea”.

La Relazione è stata adottata con 44 voti favorevoli, 3 contrari e 4 astenuti. Il voto finale avverrà nella prossima plenaria di maggio.

In questo schema provvisorio in attesa della versione consolidata del rapporto sono riportati tutti gli emendamenti approvati che si aggiungono al rapporto finale. Sono evidenziati con colori diversi gli emendamenti dei vari gruppi, gli emendamenti “suppletivi” di Barbara Spinelli e i compromessi.

Questa è epoca di torbidi per l’indipendenza e il pluralismo dei media, e l’obiettivo principale del nuovo rapporto è comprendere la natura di tali torbidi e affrontarli.

La relatrice ha cercato di attenersi alle disposizioni principali del diritto internazionale, riguardanti la libertà dei media e i tre prerequisiti imperativi per le sue restrizioni (necessità, proporzionalità e legittimità). Il punto di riferimento cruciale del rapporto è l’articolo 19 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici (ICCPR), ratificato da tutti gli Stati membri dell’UE, così come l’articolo 11 della Carta europea dei diritti fondamentali.

Barbara Spinelli ha voluto sottolineare la vaghezza e la parzialità di concetti come “fake news”, sempre più applicati alla sola sfera di internet, e ha rispettato quanto più possibile le linee guida della Dichiarazione congiunta del marzo 2017 sulla «libertà di espressione e “fake news”, disinformazione e propaganda» (firmata dal relatore speciale delle Nazioni Unite assieme ai suoi omologhi dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) e della Commissione africana sui diritti dell’uomo e dei popoli (ACHPR)).

La relatrice condivide i punti di vista della Dichiarazione: il diritto umano a comunicare e ricevere informazioni e idee non può essere limitato ad affermazioni “corrette”, mainstream, ma deve anche «proteggere informazioni e idee che possono colpire, offendere e disturbare».

«Questo è lo “stile di vita” democratico che intendiamo sostenere, in tempo di pace come in risposta all’attuale ripresa della guerra fredda», ha commentato alla vigilia della votazione, aggiungendo che «le fake news sono nate prima nei giornali mainstream che su internet, a cominciare dalla guerra di Corea sino alle false notizie sulle armi di distruzione di massa in Iraq».

Il rapporto sottolinea la necessità di proteggere gli informatori (whistleblowers) e i diritti relativi alla crittografia, invita a riconoscere gli effetti negativi delle leggi sulla diffamazione, mette in guardia contro l’imposizione arbitraria di stati d’emergenza e insiste sull’opportunità di investire nell’alfabetizzazione mediatica e digitale per coinvolgere attivamente i cittadini e gli utenti on line.

In seguito ai negoziati con gli altri gruppi politici del Parlamento europeo, il testo originario è stato parzialmente ridimensionato rispetto alla sua originaria portata, ma resta un imperativo di fondo: ogni restrizione del diritto alla libertà di espressione e informazione deve essere inserita nel quadro del diritto internazionale, nel pieno rispetto dell’articolo 19 dell’ICCPR e della Carta europea dei diritti fondamentali.

Themis, la nuova missione di Frontex, restringe il limite operativo delle responsabilità italiane

di martedì, marzo 27, 2018 0 , , , , Permalink

COMUNICATO STAMPA

Barbara Spinelli: Frontex restringe il limite operativo delle responsabilità italiane, con la nuova missione Themis, ben sapendo che la zona di ricerca e soccorso libica non esiste

Bruxelles, 26 marzo 2018

L’eurodeputata Barbara Spinelli (GUE/NGL) è intervenuta nel corso della riunione della Commissione per le Libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento europeo dedicata alla presentazione dell’operazione congiunta “Themis” di Frontex – Agenzia europea della Guardia di frontiera e costiera, e questioni riguardanti i diritti fondamentali.

Presenti in aula Fabrice Leggeri, direttore esecutivo di Frontex, e Inmaculada Arnaez Fernandez, responsabile dei diritti fondamentali di Frontex

Di seguito l’intervento:

«Ringrazio il dottor Leggeri e in particolare la dottoressa Fernandez per il lavoro che svolge. Alla dottoressa Fernandez vorrei chiedere se ha l’impressione di avere risorse e staff adeguati al grande lavoro che sta facendo.

Ho poi alcune domande per il dottor Leggeri, sulla Libia e sull’operazione Themis che fa seguito all’operazione Triton.

Da quanto mi risulta, la zona SAR libica non esiste. Si tratta di un’affermazione confermata in maniera ufficiale dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO). I requisiti richiesti per il search and rescue non sono stati soddisfatti e la Libia si è dunque ritirata dalla zona SAR. Questo pone un problema di non poco conto, perché la zona SAR era stata istituita principalmente per depotenziare l’attività delle Ong, e affidare ai libici un controllo che non erano in grado di esercitare.

La seconda domanda, già avanzata dalla collega Roberta Metsola, riguarda le regole relative agli sbarchi: si tratta di sbarchi in luoghi sicuri, in places of safety, secondo la Convenzione SAR, oppure di sbarchi in “luoghi più vicini”? Fa una grande differenza.

Infine vorrei una spiegazione sugli elementi di discontinuità dell’operazione Themis rispetto all’operazione Triton. In Triton, l’area operativa era di 35 miglia, poi fu eccezionalmente estesa nel 2015. Adesso, con Themis, siamo alle 24 miglia. Quello che mi domando, e le domando, è: quando mai arriverà un gommone – perché ormai non esistono più le barche – fino alle 24 miglia dove inizia l’area di responsabilità italiana, visto che questi gommoni affondano ben prima?»

Domanda supplementare

«Mi rivolgo ancora una volta al direttore Leggeri. Forse non ho ben colto tutte le sue risposte. Vorrei sapere se conferma che la zona SAR libica non esiste, visto che nella sua presentazione iniziale ha dato invece per scontata la sua esistenza».

Risposta di Fabrice Leggeri alla domanda sulla zona SAR libica

Trascrizione:

Je ne considère pas comme acquise la zone SAR de la Lybie. Il a eu une déclaration unilatérale à l’été 2017 qui a créé une certaine situation que je n’arrive pas vraiment à qualifier. En tous cas, nous avons dans cette zone, nous voyons qu’il y a certains jours des garde-côtes libyens qui font des secours en mer, mais sur le plan opérationnel il n’y a pas des contacts entre Frontex et les garde-côtes libyens pour ces secours en mer, mais je ne considère pas (la zone SAR) comme quelque chose d’acquis et définitif. Nous savons tous qu’il y a un projet européen de construire un centre de coordination du secours maritime à Tripoli et ce centre de secours est un projet financé par la Commission Européenne. L’Italie travaille à cela avec des fonds européens et l’Italie a souhaité que Frontex puisse travailler avec l’Italie en termes d’expertise de garde-côtes ainsi que la mission EUBAM-Libye – la mission civile de l’Union européenne est également associée à ce projet qui est financé par la Commission Européenne.

http://web.ep.streamovations.be/index.php/event/stream/20180327-0900-committee-libe

Brexit, difendere i diritti di sei milioni di cittadini

COMUNICATO STAMPA

Strasburgo, 13 marzo 2018. Barbara Spinelli è intervenuta nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo a proposito degli “Orientamenti sulle future relazioni tra l’Unione europea e il Regno Unito”, a seguito delle dichiarazioni del Consiglio e della Commissione.

Presenti al dibattito:

  • Jean-Claude Juncker – Presidente della Commissione europea
  •  Monika Panayotova – Vice Ministro incaricato della presidenza bulgara del Consiglio dell’UE nel 2018
  • Michel Barnier – Capo negoziatore incaricato di preparare e condurre i negoziati con il Regno Unito a norma dell’articolo 50 del TUE

Di seguito l’intervento:

«Nei giorni scorsi il Presidente del Consiglio Donald Tusk ha detto una cosa giusta ma incompleta: i negoziati sulle relazioni future non possono procedere, se il Regno Unito non offre sul Nord Irlanda soluzioni che rispettino il Good Friday Agreement e tutelino il diritto dei Nord Irlandesi ad avvalersi dello status di cittadini europei, dunque a esser protetti dalla legge dell’Unione in tutti i suoi aspetti. Di contro, è necessario che il negoziato continui sul tema cruciale della cittadinanza europea: un tema che non può abbandonare le nostre menti. Il Withdrawal Agreement, che avrà valore di nuova legge internazionale, deve essere perfezionato entro autunno. Né i Nord Irlandesi, né i cittadini europei in Gran Bretagna, né gli inglesi residenti nell’UE (in tutto più di sei milioni) possono tollerare oltre l’ansia e l’incertezza legale in cui vivono. I loro diritti di cittadinanza europea devono essere salvaguardati e recintati (ring-fenced) in tempo utile e bene».

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