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I biscazzieri di Bruxelles

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 22 dicembre 2022

Quel che è sicuro, nello scandalo delle colossali tangenti versate a eurodeputati, ex eurodeputati e loro assistenti dal Qatar e dal Marocco, è l’inadeguatezza, la cecità, l’abissale mancanza di autocritica del Parlamento europeo.

Neanche chi lo presiede pare all’altezza. “L’Europa è sotto attacco, la democrazia è sotto attacco”, ha esclamato il 12 dicembre Roberta Metsola, conservatrice maltese, aggiungendo che gli attaccanti sono Stati terzi che interferiscono nelle politiche dell’Unione. “Meglio stare al freddo che essere comprati!” ha concluso, mimando la gravitas d’una Sibilla.

Troppo facile tuttavia e soprattutto fuorviante prendersela con le lobby straniere anziché con se stessi. “Lo scandalo non è l’attacco, ma il danno autoinflitto da un’assemblea storicamente refrattaria a regole vincolanti di integrità”, commenta Alberto Alemanno, fondatore dell’associazione Good Lobby. Il Parlamento è certo screditato dall’ipercorruzione di alcuni deputati, in special modo italiani. Ma veramente “sotto attacco” sono i cittadini che eleggono i propri rappresentanti in Europa, che pagano le risorse delle sue istituzioni, e che si trovano beffati da una truffa che ha arricchito con centinaia di migliaia di euro una serie di eletti e assistenti.

Il linguaggio bellico è inoltre del tutto inappropriato: le lobby – straniere ma anche europee– non irrompono col mitra negli uffici dei deputati o della Commissione ma, dopo aver individuato i più corrivi, “attaccano” con valigie colme di banconote e offerte di viaggi lussuosi. Chi è seduto in quegli uffici può dire, senza timore di cadere per terra stecchito: ‘No, guardi ha sbagliato porta’. C’è qualcosa di marcio nell’Unione, se c’è chi non sa dirlo. Già sono pochi i cittadini che votano alle Europee. Chi vorrà ancora farlo, dopo simili sbandate?

La faccenda ha molti aspetti che vanno esaminati, per capire come sia stato possibile che le istituzioni Ue – compreso il decantato Parlamento – siano scese così in basso.

C’è in prima linea l’aspetto istituzionale. Quel che andrebbe finalmente ammesso è che una parte cospicua di parlamentari, italiani ma non solo, si fa eleggere perché desiderosa di più vistose carriere nazionali (è il caso di tanti eletti che presto tornano in patria come ministri o deputati: come spiegano agli elettori questi traslochi, se mai li spiegano?). Ma l’essenziale è la “mal-amministrazione” di cui si macchiano, il gusto di soldi che diventa una loro seconda pelle: per forza la metamorfosi colpisce anche i parvenu dell’ex sinistra, da quando s’è fatta establishment.

Lo stipendio percepito dagli eurodeputati, al netto delle tasse dovute all’Unione, è di circa 7.300 euro. Accanto a questa somma incassano un compenso di 338 euro per pagare soggiorno, vitto e trasporti, per ogni giorno che firmano il registro delle presenze (non di rado arrivano la sera per intascare il bonus giornaliero). Ma soprattutto ricevono l’indennità Spese Generali: circa 4.500 euro esentasse al mese, per il funzionamento degli uffici (computer, carta, basi d’appoggio nazionali, ecc.). Una somma esorbitante – che fai con tutti quei soldi, una volta acquistati computer e simili? – e non rendicontata, malgrado i soldi siano dell’Ue, non tuoi. I deputati non sono obbligati a restituire all’Unione le somme non spese: né durante né dopo il mandato. Il manuale di fine mandato invita il deputato a restituire il non speso, “se vuole”. Se non vuole l’intasca e non sono bruscolini.

C’è poi l’aspetto politico. Il legislativo europeo non è paragonabile a quello nazionale, non avendo di fronte a sé un esecutivo che rispecchi gli equilibri scaturiti dal voto. Non esiste divisione fra sinistra e destra, fra governativi e non governativi, tra chi vince e chi perde alle urne. La Commissione non risponde davanti al popolo: è una tecnostruttura, non un governo. E in Parlamento si perpetua un ferreo patto maggioritario, sulle questioni fondamentali e quale che sia l’esito delle elezioni, fra Popolari, Socialisti, Alleanza dei Democratici e Liberali, che include sempre più spesso i Verdi ed esclude le cosiddette estreme: destra, M5S, sinistra. È il granitico blocco centrale che nega sistematicamente, da anni, provvedimenti stringenti che obblighino i parlamentari a una cultura della rendicontazione e della trasparenza. Contro tale mal-amministrazione si è rivolta l’Ombudsman dell’Ue, l’impeccabile Emily O’Reilly, denunciando nel maggio 2019 il rifiuto opposto da tale blocco a concedere l’accesso della stampa alla documentazione sulle Spese generali dei deputati. In spagnolo l’Ombudsman ha un nome ben più attraente: Defensor del Pueblo.

Chi scrive era deputato nella penultima legislatura, e nel luglio 2018 si dissociò pubblicamente dall’Ufficio di presidenza del Parlamento – a quel tempo presiedeva Tajani – che aveva respinto le modeste proposte avanzate da un gruppo di lavoro sulla gestione delle Spese generali. “Sebbene siano previste linee guida sulla loro gestione – dichiarai – l’attuale normativa prevede che tale somma forfettaria sia assegnata al conto del deputato ed esclusivamente sottoposta al suo controllo. Il minimo che ci si possa aspettare è che un revisore dei conti esterno e indipendente verifichi le spese dei deputati. I Popolari e parte dei Socialisti hanno giudicato non accettabile questa semplice richiesta. Sono rimasti in minoranza Sinistra unitaria, 5 Stelle, Verdi e Alde”. Fu respinto perfino l’obbligo di tenere gli scontrini delle spese d’ufficio.

Naturalmente non c’è rapporto fra la mal-amministrazione e l’enormità delle tangenti odierne. Ma conoscere le abitudini opache che regnano nella piazza di tutti gli affari (i caffè della Place du Luxembourg davanti al Parlamento di Bruxelles) serve a capire come si possa arrivare alle attuali vette di corruttela.

Quanto alla disciplina delle lobby, va detto che i criteri sono anche geopolitici e che gli abboccamenti non sono imputabili solo al Qatar o al Marocco. Sono praticati massicciamente anche da lobby dei Paesi membri, degli Usa – rivali del Qatar come fornitori di gas liquido – e di innumerevoli Stati terzi (lobby farmaceutiche, militari, alimentari, ecc.). È quantomeno sospetto che l’attenzione non si concentri su tutti i gruppi di pressione e le Ong di copertura, esterni e interni all’Ue. Quanti rotoli di banconote circolano a Bruxelles, non qatarioti o marocchini?

Per concludere, va menzionato uno degli aspetti più nauseabondi dello scandalo: l’intreccio fra sbandieramento dei “valori europei” e malversazioni. Quasi tutti i deputati con bauli pieni di banconote si sono occupati primariamente di diritti umani, e perfino di lotta all’impunità. Il Parlamento europeo straparla di valori all’estero e tace sui disvalori in casa. Non se ne può davvero più di “quei filantropi” descritti da George Eliot in Middlemarch: “che traggono profitto da imbrogli velenosi per dichiararsi nemici della corruzione, o possiedono delle azioni in una bisca per poter meglio difendere la causa della moralità pubblica”.

© 2022 Editoriale Il Fatto S.p.A.

Perché bluffano sulla pace ucraina

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 4 dicembre 2022

È abbastanza incomprensibile, perché illogica, l’euforia sprigionata per qualche ora, mercoledì, dai colloqui Biden-Macron a Washington.

Si è parlato di mano tesa a Putin; di una conferenza di pace imminente, fissata per il 13 dicembre a Parigi e destinata in origine al sostegno di Kiev. Si è ipotizzato un allineamento di Biden a Macron, più incline alla diplomazia e portavoce anche se timido dei malumori popolari in un’Europa che paga gli effetti economico-sociali della guerra ben più degli Stati Uniti. Perfino nel governo italiano, che di trattative non discute mai – né con Draghi né con Meloni – si comincia a sussurrare, per tema di figurare come Ultimo Mohicano, che pace o tregua sarebbero auspicabili.

Basta ricordare alcune circostanze per capire che si è trattato, almeno per ora, di un fenomenale bluff. Da mesi esistono sotterranee trattative russo-statunitensi, ed è vero che le guerre si concludono spesso con una finale escalation, come in Vietnam. Ma resta il fatto che nelle stesse ore in cui Macron incontrava Biden, Washington annunciava nuovi invii di armi e ripeteva che Mosca dovrà rispondere di crimini di guerra in tribunali internazionali. La stessa cosa diceva Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, mentre il Parlamento europeo accusava Mosca, il 6 ottobre, di “sponsorizzare il terrorismo” (unici italiani contrari i 5 Stelle e tre eurodeputati Pd). Intanto Roma e Berlino approvavano nuovi invii di armi a Kiev: 50 carri antiaerei Gepard la Germania, dell’Italia non sappiamo perché vige scandalosamente il segreto.

Ma soprattutto un dato avrebbe dovuto mitigare l’inappropriata euforia. Appena due giorni prima del viaggio di Macron, il 29 novembre, i ministri degli esteri Nato riuniti a Bucarest avevano emesso un comunicato in cui si “riaffermano le decisioni prese nel 2008 a Bucarest, insieme a tutte le susseguenti decisioni concernenti Georgia e Ucraina” (“Porte Aperte” Nato ai due paesi). Il 25 novembre, il segretario generale della Nato Stoltenberg giudicava “irricevibile il veto russo” sugli allargamenti. Non sono stati sufficienti quindici anni di messe in guardia del Cremlino, più otto anni di conflitto in Donbass, più quasi nove mesi di guerra micidiale in Ucraina, per aprire un po’ le menti di Washington, della Nato, dell’Europa. Per capire che almeno quest’ostacolo a un ordine pacifico paneuropeo andava imperativamente rimosso.

Incomprensibile e illogico è appunto questo: l’illusione, la cocciuta coazione a ripetere che spinge il fronte occidentale a infrangere sistematicamente, con qualche effimero ravvedimento, quella che Putin ha definito invalicabile linea rossa sin dalla Conferenza sulla sicurezza del 2007 a Monaco. Nel vertice Nato di novembre tutti hanno sottoscritto il comunicato, Parigi compresa: dov’è il disallineamento di Macron?

Non meno illogica è la volontà Usa – dunque atlantica, dunque europea – di lasciare che sia Kiev a decidere l’ora del negoziato. Difficile “parlare con Putin”, se lo ritieni uno sponsor del terrorismo e se lasci che a decidere sia Zelensky, che oggi non può più fare marcia indietro senza perdere la faccia e forse la vita. Quanto al processo contro Mosca, l’accusa di violazione del diritto internazionale è giustificata ma a formularla non possono essere Washington o la Nato o alcuni Stati europei, colpevoli di ben più numerose violazioni in una lunghissima serie di guerre, da quella di Corea a quelle in Afghanistan, Iraq, Libia.

Gli Stati Uniti non hanno aderito alla Corte Penale, assieme a Russia e Cina oltre a Israele e Sudan. Washington ha auspicato l’intervento della Corte per Belgrado e Libia, e si è scatenata contro la domanda palestinese di processare l’apartheid israeliano nei territori occupati. Ma gli Stati Uniti, che hanno centinaia di basi militari sulla terra, vanno schermati da qualsiasi incriminazione. È il privilegio di una potenza il cui solo scopo è il mantenimento dell’ordine unipolare (detto anche “ordine basato sulle regole”, tutte nordamericane) che Washington ha riservato a sé stessa dopo la prima guerra fredda. L’Italia ne sa qualcosa, dopo la strage del Cermis nel 1998. Nell’ordine unipolare c’è un unico padrone e il padrone non si processa. Nemmeno il dissenso di giornalisti investigatori è ammesso: Julian Assange ha rivelato crimini commessi da Stati Uniti e alleati in Afghanistan e Iraq, e il giorno in cui sarà estradato negli Usa rischia una pena di 175 anni.

La verità è che c’è del metodo, nella marcata volontà d’ignorare le linee rosse indicate da Mosca. Non è per patologica cocciutaggine che si nega al Cremlino il diritto a spazi pacifici e neutrali ai suoi confini ma perché si ritiene che tali spazi appartengono alla sfera d’interesse Nato, quasi che Ucraina, Georgia o Moldavia fossero paragonabili a Cuba, immerse nell’Atlantico. Per questo la guerra ha da esser lunga e per procura, in modo da sfibrare la Russia in vista dello scontro giudicato prioritario: quello con la Cina. Con un alleato russo sfibrato, Pechino sarà meno forte.

Il problema è che a patirne è l’Ucraina. Il paese sta morendo sotto i nostri occhi, ridotto a un moncone privato dei territori più produttivi a Sud-Est, e a noi sta evidentemente bene così. Sta morendo perché l’invasore ha violato la sua sovranità ma anche a causa di un nazionalismo che Bush senior denunciò fin dal 1991 a Kiev, commentando la fine dell’Urss e l’indipendenza ucraina: “Non appoggeremo chi aspira all’indipendenza per sostituire una remota tirannia con un dispotismo locale. Non aiuteremo chi promuove un nazionalismo suicida fondato sull’odio razziale” (sia detto per inciso: anche la Lettonia che è nell’UE attua politiche segregazioniste verso il 48% dei cittadini, che sono di etnia russa). La guerra di Kiev e delle milizie naziste contro i russofoni del Donbass, iniziata nel 2014, convalida i timori di Bush sr, oggi dimenticato. L’inverno senza elettricità sarà atroce per gli ucraini, e noi guardiamo rapiti l’eroe che stramazza.

Chi esce spezzato dalla tragedia è l’UE: impoverita dalle sanzioni a Mosca, egemonizzata da un Est che ancora regola i conti (Ungheria esclusa) con l’ex Urss. Ursula von der Leyen ama indossare completini colorati di ucraino giallo-blu, sbaglia il numero dei morti ucraini, reclama sempre più sanzioni. Macron prova a differenziarsi ma è debole in patria e nell’UE.

Il governo italiano è allineato a Washington fin dai tempi di Draghi, manda armi ma non ha peso, affetto com’è da afonia. È ancora più afono con Meloni, perché ogni discordanza dalla Nato è fatale per l’estrema destra. Aveva un’occasione con Draghi, visto il prestigio. L’ha persa.

E forse nell’UE siamo uno Stato tra i più torbidi: perché l’unico a chiedere trattative, trasparenza, dibattiti parlamentari chiarificatori su guerra e pace è Giuseppe Conte, leader di un partito cronicamente etichettato come filorusso e filocinese e che tutti – a destra, al centro, nell’ex sinistra, nei media dominanti – desiderano delegittimare, senza riuscirci.

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Le colpe condivise Macron-Meloni

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 18 novembre 2022

È stupefacente lo sdegno che continua a suscitare a Parigi la politica di Meloni sui migranti, nonostante le mediazioni di Mattarella. Non perché il governo italiano sia impeccabile, quando giustifica lo sbarco selettivo dei migranti per poi accettare – molto di malavoglia – il giudizio dei medici che consigliano di sbarcarli tutti.

Non perché sia fondata l’ennesima messa sotto accusa delle Ong che con le loro navi soccorrono i naufraghi in nome di leggi del mare che le destre esecrano (sono leggi “totalmente anacronistiche” e “trasformano il Mediterraneo in Far West”, pontifica la senatrice Bongiorno). Ma perché non c’è un solo Paese in Europa che sulla migrazione stia a posto con la coscienza, e perché i governi francesi in particolare sono affetti dal sovranismo che denunciano, se è vero che dagli attentati del Bataclan nel 2015 tengono chiuse le frontiere, sospendendo a tempo indeterminato gli accordi Schengen e impedendo la libera circolazione degli uomini che l’Unione pretende di garantire.

Buona parte dell’Unione – e non solo Polonia e Ungheria ma anche Francia, Italia, Spagna, Malta – viola sistematicamente le leggi che impongono l’esame accurato delle domande di asilo o il soccorso in mare, e da anni è sorda agli appelli dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Unhcr) perché siano evitati respingimenti in Paesi denominati insicuri, tra cui la Libia. Non è Meloni ma sono stati il governo Gentiloni e il ministro dell’Interno Minniti (Pd) a ignorare le messe in guardia dell’Onu e a stipulare nel febbraio del 2017 un memorandum con le fatiscenti autorità libiche perché i fuggitivi venissero bloccati prima di arrivare in Italia. A tal scopo Italia e Commissione Ue finanziano guardie costiere libiche che spesso sono trafficanti travestiti o perfino guardiani dei campi di detenzione.

Non solo: quando il governo Letta inaugurò Mare Nostrum, l’operazione di salvataggio che nel 2013-2014 salvò 100.000 naufraghi, l’Unione negò la proposta di “europeizzare” l’iniziativa, cui aveva partecipato solo la Slovenia e che dovette chiudere battenti dopo un anno per mancanza di risorse.

In assenza di simili operazioni statali e di vie legali di fuga prosperano per forza di cose i trafficanti. Fu allora che le navi delle Ong cominciarono a solcare il mare (dove fra il 2014 e oggi sono morte 25.000 persone).

Non per ultima va menzionata Frontex, la potente agenzia dell’Unione europea che controlla i confini europei. Accusato d’aver permesso violenti e illegali respingimenti collettivi nelle acque greche, il presidente Fabrice Leggeri si è dovuto dimettere nell’aprile scorso.

La stampa scritta e parlata, non solo in Italia, ripete che Giorgia Meloni viola le regole europee. Ma quali regole? Le regole ci sono, la legalità e la solidarietà tra Paesi Ue sono iscritte nei Trattati e nella Carta dei Diritti, ma da tempo sono aggirate. Al massimo, quando si approvano direttive o regolamenti europei per respingere più rapidamente i richiedenti asilo, si aggiunge ai paragrafi l’ipocrita appendice: “…nel rispetto dei diritti umani”.

I fuggitivi ucraini sono accolti a braccia aperte, ma non i siriani, gli afghani, i libici, gli iracheni che scappano da Stati falliti in seguito a guerre di regime change da noi scatenate. E non è perché le accuse a Parigi vengono formulate da Salvini che i respingimenti in Italia di centinaia di persone scappate in Francia sono meno scandalosi.

Solo per un breve intervallo, nel 2015, Angela Merkel aprì le porte a un milione di richiedenti asilo siriani. Ma ricevette una tale marea di critiche nel suo stesso partito che dovette presto richiuderle. Il Cancelliere promosse a quel punto un accordo con la Turchia, perché tenesse in casa i fuggitivi verso la Grecia (soprattutto siriani) in cambio di 6 miliardi di euro, e nessuno si scompose quando Erdogan li rispediva in Siria o Afghanistan.

È a partire dall’accordo Ue-Turchia e dal memorandum italo-libico che la politica europea d’asilo viene “esternalizzata” metodicamente verso i Paesi di provenienza o di transito, per meglio deresponsabilizzarci giuridicamente: specialmente verso Tripoli, dove i migranti, spesso riacciuffati con le armi, son maltrattati e non di rado uccisi in centri chiamati dall’Onu “campi di concentramento”. Non è la destra estrema ad aver inventato l’aiuto dei migranti “in casa loro”, anche se la casa è in fiamme o a pezzi.

La Francia di Emmanuel Macron (e del suo predecessore socialista) è all’avanguardia in questa strategia. Le sue frontiere sono blindate sia a Ventimiglia, sia ai confini con la Spagna, sia nel Nord a Calais, dove i migranti in fuga verso l’Inghilterra sono stipati dagli anni Novanta in tendopoli infami (la cosiddetta “giungla”, più volte sgomberata e poi ricostituita).

Il 24 novembre 2021, 27 migranti sono morti mentre traversavano su un canotto la Manica. Un’accurata inchiesta di Le Monde, il 13 novembre scorso, ha rivelato le condizioni di quel disastro: prima di annegare i migranti lanciarono ripetute chiamate di soccorso, per tre ore, ricevendo agghiaccianti risposte dalle autorità marittime francesi (“Mandateci la geolocalizzazione col telefonino!”, “rivolgetevi agli inglesi!”).

Con tono sprezzante, il portavoce del governo, Olivier Véran, ha definito il rifiuto italiano di accogliere la nave francese Ocean Viking con 234 migranti “inaccettabile, unilaterale, inefficace e ingiusto”, concludendo che “Meloni è la grande perdente in questa situazione”. E certo, Meloni è perdente: anche se non è chiaro quel che Macron le ha promesso o non promesso a proposito dell’accoglienza in Francia della nave. Ma non meno perdente è Macron, che in giugno promosse un accordo di ricollocamento dei migranti giunti in Italia, quando era presidente di turno Ue, e ora per ritorsione rifiuta di accogliere la propria quota (3.500 persone) pregando inutilmente la Germania di fare lo stesso.

Macron è un presidente debole, senza maggioranza parlamentare, dipendente dal voto di una destra sempre più complice dell’estrema destra. La “patria dei diritti umani” traballa.

Quanto ai richiedenti asilo di Ocean Viking, che prima dovevano salpare verso Marsiglia e sono ora a Tolone, difficile definire civile il loro trattamento. Le persone sbarcate restano chiuse in “zone di attesa” dove il diritto francese e quello internazionale sono sospesi, controllate da 200 gendarmi armati. Impossibile in queste condizioni far domanda d’asilo con tutte le regole.

Non hanno incontrato difficoltà simili i profughi ucraini, e dunque esiste la capacità di organizzare gli arrivi e conferire lo statuto di profughi a chi evade da guerre o fame. Oppure gli ucraini sono più meritevoli, perché vantano le “radici giudaico-cristiane dell’Europa”, come si dice nel partito della Meloni? Se così stanno le cose è menzognero parlare di crisi della migrazione. La crisi, enorme e mentale, è dell’Europa su quasi tutti i fronti: migrazione e energia, povertà, guerra e pace. Per il momento, la parentesi solidale del debito comune e del Recovery ottenuta dal governo Conte si chiude.

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Intervento al dibattito “Pace e politica”,
4 novembre 2022

 

Prima di esporre alcuni pensieri sulla guerra in Ucraina vorrei fare due premesse. La prima concerne la decisione del governo russo di invadere l’Ucraina, il 24 febbraio. Penso che l’operazione speciale sia stata lungamente ponderata da Putin, che sia stata chiamata così non solo per dissimularla ma anche per diminuirne la portata (i falchi in Russia chiedevano la mobilitazione generale e ora ne hanno ottenuta una parziale), ma che si sia trasformata in una trappola per Mosca. L’operazione viola il diritto internazionale, e danneggia a lungo termine la postura della Russia anche se, come vedremo, non la isola. L’occidente ha violato per decenni le leggi internazionali (in Jugoslavia e soprattutto in Kosovo, poi in Iraq, Afghanistan, Somalia, Libia) e perlomeno non ha le carte in regola quando denuncia, anche giustamente, l’aggressione di Mosca.

Seconda premessa: nell’era atomica tutti i ragionamenti sulla guerra che continua la politica con altri mezzi sono incendiari. In simili circostanze non ci si può permettere due guerre contemporaneamente contro potenze nucleari, come avviene oggi: una guerra calda tra occidente e Russia in Ucraina, e una fredda con la Cina su Taiwan. Una potenza in declino come gli Stati Uniti non può gestirle senza fallire (le guerre americane sono tutte fallite dopo il 1945, a cominciare dalla guerra di Corea) e questa incapacità accresce il rischio dello scontro atomico, che assicura morte e malattie mortali in Ucraina e ben oltre l’Ucraina.

Quel che mi colpisce nei dibattiti attuali è la mancanza di una conoscenza vera della Russia: della sua storia, del suo sistema di potere, della sua gestione del consenso. Sul tema intervengono in genere persone con scarsissima conoscenza, e ancor peggio: con zero curiosità. Persone che usano l’Ucraina e il popolo ucraino per fini di politica interna. La russofobia e le accuse di putinismo sono frutto di questa ignoranza esibita senza pudore: un’ignoranza militante già palese in altre guerre recenti, in Afghanistan o Iraq o Siria. All’ignoranza si aggiunge poi un’abissale ipocrisia. Lo Stato d’Israele occupa dal 1967 territori che appartengono ai palestinesi, da anni vi applicano una politica di apartheid, e la violazione del diritto internazionale è palese, ed è violata col consenso degli Stati occidentali.

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Non ricordo simile tempesta perfetta accompagnata da ignoranza così militante: clima, guerra mondiale a pezzi come la chiama Papa Francesco, e pandemie, inflazione, disuguaglianze sociali, rischio deliberatamente calcolato di un conflitto atomico. Più rapporti scientifici – uno dell’Onu – ci hanno detto nelle ultime settimane che la finestra di opportunità per fermare il disastro climatico si sta chiudendo, che siamo vicinissimi all’irreversibile punto di non ritorno. Per limitare i danni occorre concordare misure drastiche su scala planetaria, e in primo luogo fra i paesi più inquinatori, cioè Stati Uniti, Russia, Cina, India, Unione Europea. Impossibile procedere in presenza di guerre, sanzioni punitive quasi permanenti e una crisi sociale acutizzata da guerre e sanzioni che ovviamente rende più difficile il contrasto del disastro climatico.

Finire la guerra in Ucraina e ricominciare la cooperazione con Russia e Cina è dunque l’imperativo categorico (secondo Kant, l’imperativo comporta un «devi» assoluto, universale e necessario: “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona che nella persona di ogni altro uomo, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”). Per poter agire in tal modo, è urgente capire la vera natura di questa guerra, e individuare in maniera corretta – come vedremo in seguito – la sua genealogia.

La vera natura: è evidente che in Ucraina è in corso una guerra per procura fra due potenze atomiche. Se non fosse così, sarebbe forse già finita. Questo semplicissimo fatto continua a essere negato, come se fosse refutabile che Stati Uniti e Nato hanno armato l’Ucraina fin dal 2014 e la stanno più che mai armando. Come fosse refutabile che una serie di recenti provocazioni belliche sono state con ogni probabilità orchestrate dai servizi inglesi, statunitensi e in parte polacchi: dal sabotaggio dei due gasdotti Nord Stream alla distruzione del ponte di Kerch che collega Ucraina e Crimea sino a giungere all’offensiva contro la flotta russa a Sebastopoli in Crimea.

È una guerra raccontata del tutto scorrettamente dai governi occidentali, dai media mainstream, dall’UE (Parlamento europeo compreso): non solo si sorvola sui battaglioni neonazisti ucraini impegnati nella battaglia (in primis il battaglione Azov), ma fin dall’inizio viene confusa con la seconda guerra mondiale quando invece somiglia alla prima, essendo un conflitto attorno a ambizioni geopolitiche e a sfere di influenza e interessi. Invece viene presentata, da Washington, dalla Nato, dai media mainstream, come guerra di civiltà contro Putin “peggio di un animale”, “macellaio”, Hitler reincarnato. Davanti a cumuli di cadaveri e a milioni di profughi ci si pavoneggia con osceno orgoglio, ci si guarda allo specchio fieri di vedere non se stessi ma Churchill (tra parentesi, diciamoci che anche Churchill peccò di hybris bellica, di dismisura): aveva già vinto, e radere al suolo Amburgo, Dresda e altre centoventinove città tedesche fu osceno. I morti civili che subirono i bombardamenti a tappeto in Germania furono seicentomila e sette milioni i senzatetto. Lo racconta lo scrittore Sebald, nel bellissimo libro Storia Naturale della Distruzione). Quante volte abbiamo sentito, non solo in questa guerra ma in quella contro Milosevic, i Talebani, Saddam Hussein, Gheddafi: è Hitler, bisogna scongiurare l’appeasement, l’acquiescenza che caratterizzò il trattato di Monaco del ‘38.

La manifestazione sulla pace del 5 novembre – promossa da una rete di associazioni e subito appoggiata da Giuseppe Conte – è per dire che non se ne può più di queste incitazioni alla riscossa, del fossato che si è aperto fra la guerra come viene presentata e la guerra effettiva, sul terreno. Stiamo usando il popolo ucraino come mezzo e dimostrazione, non come fine. Non c’è elettricità né acqua in tante città ucraine e ancora i prìncipi che pretendono di governarci aspirano alla vittoria totale di Kiev, alla punizione definitiva di Putin, dunque a una guerra prolungata. E forse tra le cose più oscene c’è questo: dopo le elezioni di midterm, martedì prossimo, Biden potrebbe cambiare la narrativa bellica, non disponendo più di una maggioranza parlamentare. Quanti morti e feriti è costata questa lunga sua campagna elettorale contro i più prudenti repubblicani? Quanto vicini siamo a un conflitto nucleare?

A dire il vero, continuiamo ad andarci molto vicino. Sia Mosca che Washington fanno sapere che son disposte a usare l’atomica per primi, se minacciati esistenzialmente. Si combatte Putin come fosse Milosevic o un capo talebano, dimenticando che la Russia è una superpotenza nucleare, dotata di più di 6200 testate atomiche.

In linea di principio, la dottrina della deterrenza è concepita per precludere il ricorso all’atomica: chi volesse usarla per primo viene dissuaso perché sa che sarà a sua volta annientato da eguale e quasi simultanea potenza. C’è tuttavia un paradosso della deterrenza (un catch-22), e consiste nel fatto che la tua capacità di attacco deve essere “credibile”: cioè l’avversario deve credere nella tua capacità di usarla qui e ora; la bomba è al tempo stesso inutilizzabile e utilizzabile. Ecco perché Putin dice che la sua minaccia non è un bluff. Ecco perché la dottrina nucleare americana presentata lo scorso ottobre non esclude il ricorso all’atomica contro aggressioni convenzionali, contrariamente a quanto promesso da Biden nella campagna elettorale del 2020.

L’atomica è oggi banalizzata soprattutto come arma tattica, da impiegare nel teatro di battaglia, lo è un po’ meno come arma strategica che colpisce a lunghe distanze, ad esempio in un conflitto Usa-Russia. Solo in questo caso vien definita con la parola Armageddon, il luogo nell’Apocalisse dove vengono radunati tutti i Re.

L’atomica nel teatro di battaglia può sfociare nell’Armageddon, ha detto Biden, ma l’esito non è così sicuro. Può darsi che venga usata nel teatro di battaglia senza preludere a scambi di missili tra Usa e Russia. Magra consolazione: nel conflitto ucraino il teatro di battaglia è l’Europa, non gli Stati Uniti. Il generale Fabio Mini ha spiegato come le moderne armi tattiche possano distruggere un’area di 10 città (sono ben più micidiali delle bombe di Hiroshima e Nagasaki, dotate rispettivamente di una potenza di 15 e 21 kilotoni. Oggi possono arrivare a 170 kilotoni). Quel che si sta testando, sulla pelle degli ucraìni e in prospettiva dei russi e degli europei, è la possibilità di un attacco nucleare su scala ridotta. Chi dice ancora che i nostri interessi sono identici a quelli statunitensi o è sonnambulo o mente sapendo di mentire.

Come in altri casi, la disinformazione è impressionante. Fra il 17 e il 30 ottobre, la Nato ha svolto un’esercitazione nucleare in Inghilterra e Belgio, con la partecipazione anche dell’Italia (il nome in codice: Steadfast Noon 2022). Se ne è parlato poco, ma in cambio si è parlato moltissimo di un’analoga esercitazione russa, non meno inquietante ma iniziata dopo, il 27 ottobre. La Nato ha inoltre preceduto Mosca, con le minacce nucleari: il 23 agosto Liz Truss, allora ministro degli Esteri, si disse “pronta a impiegare l’atomica”. “Anche se questa scelta comporta l’annientamento globale?”, le chiesero. Truss rispose affermativamente. I giornali mainstream ripetono che non è guerra per procura, ma se sei così pronto a sganciare l’atomica vuol dire che è una proxy war. Idem se affermi – come ha fatto il ministro inglese delle forze armate – che un attacco ucraino in territorio russo è “perfettamente legittimo. Ed è proxy war se è vero quel che ha scritto a maggio il giornale Ukrayinska Pravda, citando fonti vicine a Zelensky: tra marzo e aprile Kiev era disposta a negoziare, offrendo come primo gesto la neutralità, ma a partire dal 9 aprile Londra e Washington opposero il veto. Il governo Draghi come sempre tacque.

Altra bugia sempre ripetuta: la Russia è isolata nel mondo, quando isolati sono gli Occidentali. Contro la politica statunitense ed europea ci sono i paesi del Brics (Russia, Cina, India, Brasile, Sud Africa), e il cosiddetto Sud Globale. È la stragrande maggioranza degli abitanti terrestri.

E veniamo alla genealogia del conflitto: sistematicamente accantonata, quasi fosse un argomento pro-Putin. La responsabilità della guerra è di Mosca, ma il conflitto ha avuto inizio a partire dal momento in cui il governo ucraino ha calpestato i desideri prima di autonomia (soprattutto linguistica) poi di indipendenza delle popolazioni russofone nel Donbass, scatenando contro di esse – per sei anni – milizie neonaziste ben integrate nell’esercito regolare. Il culmine della repressione antirussa è avvenuto nell’ottobre 2018, quando il predecessore di Zelensky, Petro Poroshenko, ha fatto approvare dal Parlamento una legge piromane che toglie alle lingue minoritarie, russo compreso, lo statuto speciale di lingue regionali e limita drasticamente il loro utilizzo nella sfera pubblica e nelle scuole. Nelle università sono ammessi l’inglese e altre lingue dell’Unione europea, non il russo. Qualche giorno prima del conflitto, poi, Zelensky disse di voler rivedere il memorandum di Budapest del 1994, che sancisce lo status non nucleare dell’Ucraina.

Ma non è tutto. Risalendo indietro negli anni, non possiamo dimenticare le umiliazioni inflitte alla Russia nel dopo guerra fredda, l’estensione della Nato a Est (in pochi anni il territorio Nato è raddoppiato, e almeno dal 2007 Putin dice che il prospettato allargamento a Georgia e Ucraina è una linea rossa per la Russia). Tutto questo nonostante le esplicite promesse, fatte nel 1990 a Gorbachev quando fu unificata la Germania, di non estendere la Nato a est: “neanche di un pollice”, disse il segretario di Stato James Baker. Il 17 maggio 1990 l’allora Segretario Generale della NATO Manfred Wörner dichiarava: “Il fatto stesso che non siamo disposti a installare truppe Nato al di là della Germania dà all’Unione Sovietica solide garanzie di sicurezza”.

Da quando la Nato decise di violare la promessa, è Mosca a essere accusata di mire imperiali. Può darsi che una tentazione imperiale ci sia in Putin, anche se ne dubito: l’interesse russo a non avere la Nato che abbaia alle porte – come dice il Papa – non è diverso dal rifiuto statunitense di missili sovietici a Cuba nel ’62. E poi Putin è stato chiaro: “Chiunque non senta la mancanza dell’Unione sovietica non ha cuore, ma chiunque voglia il suo ritorno non ha cervello”.

Zelensky sembrò rinunciare all’ingresso nella Nato, in primavera, ma dopo l’annessione alla Russia di quattro province ucraine l’ha chiesta di nuovo, alla fine di settembre. L’ha presentata con queste parole: “In sostanza siamo già alleati. De facto, abbiamo già dimostrato la compatibilità con gli standard dell’Alleanza. L’Ucraina sta chiedendo di confermarla de jure, con una procedura accelerata”.

C’è un sottotesto nella richiesta di Zelensky: quando afferma che “in sostanza l’Ucraina è già membro della Nato”, manda a dire che di fatto, anche se non de jure, l’Alleanza è mobilitata come se per Kiev valesse fin da ora l’articolo 5 del Trattato Nord-Atlantico sulla reciproca assistenza militare. E infatti sono molti, sia tra i politici sia tra i commentatori, che prendono sul serio tale ipotesi e annunciano che siamo già entrati nella terza guerra mondiale. L’annuncio è insensato e sobillatore. Nessun Parlamento in occidente ha discusso e approvato l’entrata in guerra e la maggioranza dei popoli nel mondo è contraria. Partecipiamo arricchendo chi vende armi ma il compito di rappresentare i cittadini sulle questioni di pace e guerra l’abbiamo affidato al Parlamento (articoli 78 e 87 della Costituzione, le condizioni sono fissate nell’art 11), non all’azienda Leonardo.

Altra notizia falsa: la molto vantata coesione del fronte occidentale. Per la verità non sono mancate voci dubbiose in Europa, se si escludono fedelissimi come Polonia, i Nordici, i Baltici, l’Italia. Sono reticenti il governo tedesco e anche francese (Macron ha detto che non bisogna umiliare e mettere nell’angolo il Cremlino). Ma soprattutto sono reticenti i popoli. Un sondaggio pubblicato in aprile dall’associazione EuropeforPeace conferma che la grande maggioranza degli europei avversa l’invio continuativo di armi, spera in negoziati di pace (o di tregua) con Mosca, è contrario all’aumento delle spese militari raccomandato dalla Nato. Il sondaggio di Eurobarometro dà risultati opposti ma ho sempre ritenuto inaffidabile l’istituto, essendo finanziato, gestito e molto spesso manipolato dalla Commissione Europea.

Vorrei tornare al pericolo nucleare, per ricordare una coincidenza di date che è parte dell’odierna genealogia bellica. I primi a sganciare ordigni atomici contro un paese non nucleare furono gli Stati Uniti, nell’agosto 1945. Un attacco che militarmente del tutto insensato: il Giappone era già sconfitto. Tendiamo a dimenticare che fra il lancio della prima bomba a Hiroshima e della seconda a Nagasaki, il 6 e il 9 agosto, ci fu – l’8 agosto – un accordo fra i quattro vincitori della guerra (Usa, Urss, Francia, Inghilterra) che istituiva il Tribunale di Norimberga contro i crimini nazisti. Lo studioso di diritto internazionale Richard Falk definisce i due bombardamenti atomici “crimini geopolitici di massimo terrore”: commessi all’unico scopo di ammonire il Cremlino in vista dell’imminente diplomazia del dopoguerra. Ma per quei crimini terristi non c’è stato processo.

Anche questo contribuisce alla banalizzazione dell’atomica e al risentimento russo. Un risentimento riacceso quando Stati Uniti e Occidente si proclamarono vincitori della guerra fredda e che oggi si estremizza per volontà degli Stati Uniti, che una cosa l’hanno già ottenuta: la separazione duratura dell’Europa dalla Russia, paese europeo per eccellenza. La grande illusione statunitense è impermeabile alle sconfitte e può esser riassunta così: l’ordine sulla terra non è più bipolare ma unipolare. Il nuovo ordine mondiale annunciato da Bush senior ha creato caos. Non si rifà più all’Onu ma si chiama “ordine basato sulle regole” – rules-based international order (le regole sono quelle occidentali e la guida è statunitense). Tuttavia è oggi del tutto minoritario, e l’aspirazione al multipolarismo cresce e si diffonde, specie in Russia, Cina, India, Brasile. E sempre più contestata, inoltre, l’egemonia geopolitica del dollaro. Gli alleati degli Stati Uniti sono sparsi sulla terra (le basi militari Usa sono 800 e forse di più, la Russia ne ha una in Siria) ma sono, per l’appunto, una piccola minoranza.

***

Vorrei concludere con un’osservazione personale, alla vigilia della manifestazione di domani. In questi otto mesi non sono mancati momenti difficili, il discorso sulla pace non passava, piovevano le accuse di putinismo. Recentemente, il 25 ottobre, ho trovato particolarmente sconfortante il ritiro di un appello favorevole a negoziati di 30 Democratici Progressisti americani. L’appello, lanciato appena un giorno prima, era talmente blando da sembrare governativo. Nei momenti di sconforto penso a quanto tempo ci volle per influire sulla guerra in Vietnam, ai rarissimi che denunciarono la devastante guerra di Corea (si sfiorò un secondo lancio di atomiche Usa in quell’occasione). Le guerre dopo l’11 settembre sono diventate infinite, eppure vale la pena sforzarsi, “non per stare in pace ma per costruire la pace”, dice il Papa. E sempre mi guidano le parole di Samuel Beckett: “Ho provato sempre. Ho sempre fallito. Non importa. Prova di nuovo. Fallisci di nuovo. Fallisci meglio”.

Meloni, l’album di famiglia

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 29 ottobre 2022

Fortuna ha voluto che nei dibattiti sulla fiducia a Giorgia Meloni, mercoledì al Senato, intervenisse per il M5S Roberto Scarpinato, ex magistrato, per parlare non tanto del ventennio fascista, ma della nostra storia recentissima e di quel che il neo-fascismo ha detto e fatto per decenni dopo l’avvento della Repubblica, in combutta con segmenti oscuri dello Stato e parte dei poteri forti.

L’ex magistrato ha ricordato le trame nere, la cui esistenza non è oppugnabile, e il ruolo svolto dai neofascisti nella strategia della tensione (strage di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia, del treno Italicus, di Bologna). Ha connesso il presente col passato tutto intero. Ha ricomposto una biografia della nazione che per due giorni, in Parlamento, era stata presentata da Meloni come storia a pezzi, simile alla guerra mondiale a pezzi descritta da Papa Francesco.

Si può capire l’ira di Meloni, che s’esprime volentieri col linguaggio urlante del corpo (movimento della bocca che scaglia improperi, sguardo fosco). Lo squarcio inferto al velo nel quale s’avvolge l’ha visibilmente seccata. Tanto è bastato perché il microfono venisse spento nell’attimo in cui Scarpinato, evocando i legami fra destre eversive e mafia, pronunciava il nome di Marcello Dell’Utri. Abbiamo notato stizza nei banchi di destra, silenzio nel Pd ancora draghiano, applausi solo di 5 Stelle e Giuseppe Conte, che oggi appare l’unico vero leader dell’opposizione. La storia a pezzetti si è così scontrata, per qualche minuto, con un discorso di verità. Accadde qualcosa di simile quando Rossana Rossanda, il 28 marzo 1978, nel pieno del sequestro Moro, lanciò un macigno nello stagno del Pci: “In verità, chiunque sia stato comunista negli anni 50 riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle Br. Sembra di sfogliare l’album di famiglia”. Ancora aspettiamo chi, a destra, sfogli il proprio album di famiglia e smetta di tacere sul neofascismo postbellico nell’ora in cui quest’ultimo si presenta – parla ancora Scarpinato – come “l’ultimo travestimento che nella patria del Gattopardo consente al vecchio di celarsi dietro le maschere del nuovo, creando l’illusione del cambiamento”. Da quando ha giurato sulla Costituzione, Meloni è circondata da sorrisi e acclamazioni fin qui riservati a Draghi (è impressionante il trasformismo di una stampa dimentica del proprio mestiere di cane da guardia). I sorrisi di Mattarella e Draghi innanzitutto, talmente larghi da divenire sospetti (perché è donna? giovane? underdog “meritevole”?). “Una cosa emotivamente un po’ impattante” è stato per lei il salire le altrui scale a Palazzo Chigi, al termine delle quali l’attendeva raggiante il predecessore, insigne rappresentante in Occidente dei poteri forti. Sono emotivamente impattati anche i commentatori: ecco infine una donna, addirittura una “fuoriclasse”, modello di passione mescolata a competenza, e magari il Pd ne avesse una così. I Gattopardi s’affollano sulla scena e dietro le quinte.

Intanto il capo di governo annuncia false “rivoluzioni copernicane”, quasi tutte nel segno della continuità: in politica economica (condoni, indulgenza verso gli evasori), sull’energia, l’ambiente, il lavoro (strali contro il Reddito di cittadinanza). E in politica estera – fedeltà atlantica incondizionata nella guerra in Ucraina, attacchi alla Cina, sostegno ai maxi-profitti delle industrie militari – tanto da suscitare il fondato sgomento di Conte: “Ma non è che alla fine l’agenda Draghi, presidente Meloni, la vuol scrivere Lei?”. È fondato lo sgomento, perché in filigrana già s’intravedono futuri possibili: crisi della coalizione di destra, alleanze con i draghiani Renzi e Calenda.

Non che siano scomparsi dubbi e sospetti sul passato di Fratelli d’Italia, anzi: fioriscono, i dubbi, sotto forma di copiose produzioni di libri su Mussolini e Marcia su Roma, nel caso li avessimo scordati. Per la verità non abbiamo dimenticato, non c’è bisogno che nei talk ci ripetano un giorno sì uno no (Sapevatelo su Rieducational Channel!) che la Marcia fu un abominio. Si sta bene quando la storia di una nazione o un individuo si riduce a una serie di fotogrammi rimaneggiati – prima il Risorgimento, poi la Marcia e le leggi razziali, poi l’America che ci libera e resta unica perenne stella polare visto che antifascismo e Resistenza non sono nominati, infine la palingenesi con il duetto La Russa-Liliana Segre accampati sugli schermi che chiudono il cerchio. È come se tra la fine della Repubblica di Salò e oggi ci fosse il nulla, e non: le congiure e i tentativi di colpo di Stato, Portella della Ginestra, assassinio di Mattei, Gladio, Piano di rinascita democratica della P2, assassinio di Moro, stragi di mafia, ecc. Quanto all’antifascismo, Meloni l’ha evocato solo per ricordare gli “anni più bui della criminalizzazione e della violenza politica, quando nel nome dell’antifascismo militante, ragazzi innocenti venivano uccisi a colpi di chiave inglese”. Già, questo fu l’antifascismo, non ci avevamo pensato: ammazzamenti con chiavi inglesi. Non c’è da stupirsi se questa riscrittura della storia, che implicitamente riconosce solo agli Stati Uniti il merito di Liberazione dai nostri mostri, sia perfettamente funzionale ai dogmi neoliberisti e neocon, in continuità gattopardesca col governo precedente e il volere dei mercati. Anche questo governo rallenterà le trasformazioni ecologiche, e per questo incorpora ex ministri come Cingolani, che oltre al nucleare difende il fossile, il carbone e il gas liquido Usa da comprare a caro prezzo (esentandolo da rigidi tetti del prezzo: mica è gas russo!) proprio quando il rapporto Onu pubblicato mercoledì certifica che il riscaldamento terrestre sta toccando il punto di non ritorno. Impossibile che il pianeta fronteggi un simile disastro quando infuria una guerra per procura tra Occidente e Russia e s’infiamma il conflitto Usa-Cina.

Come neoliberista/illiberale, infine, il capo del governo teorizza il laissez-faire, le deregolamentazioni, e una democrazia non più “interloquente ma decidente” (“Il motto di questo governo sarà: ‘Non disturbare chi vuole fare’”). Motto plurisecolare, che Keynes criticò fin dal 1926: “(Il laissez-faire) presuppone che non vi sia grazia né protezione per quanti indirizzino il loro capitale o il loro lavoro nella direzione sbagliata. È un metodo che porta verso l’alto i ricercatori di guadagno a cui arride il successo, grazie a una spietata lotta per la sopravvivenza, attraverso la quale si seleziona il più efficiente per mezzo del fallimento del meno efficiente. (…) Se lo scopo della vita è quello di cogliere le foglie dagli alberi fino alla massima altezza possibile, il modo più facile di raggiungere questo scopo è di lasciare che le giraffe dal collo più lungo facciano morire di fame quelle dal collo più corto”. È passato quasi un secolo e ancora c’è – da Meloni a Renzi a Calenda – chi difende le giraffe con collo più alto.

La guerra contro i poveri è cominciata e la chiamano Ritorno della Politica e Meritocrazia.

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I sonnambuli dell’atomica

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 12 ottobre 2022

Circolano molte formule sconsiderate sul conflitto in Ucraina, da qualche tempo. “Siamo già nella terza guerra mondiale”, annuncia qualche commentatore con aria compiaciuta più che inquieta.

“L’Armageddon è possibile”, constata Biden, per poi ravvedersi e domandarsi spaventato quale possa essere la “rampa d’uscita” che “permetta a Putin di non perdere né la faccia né il potere”. Altro mantra tutt’altro che rincuorante, specie per noi europei: “L’uso delle armi tattiche nel teatro di battaglia è un opzione non paragonabile all’uso di quelle strategiche, devastante per il pianeta”. Il 23 agosto scorso Liz Truss, allora ministro degli Esteri, si disse “pronta a impiegare” le atomiche tattiche in difesa di Kiev (“con occhi smorti e un’espressione priva di emozioni”, osservò il «Guardian»), ben prima che Mosca accennasse alle proprie armi non convenzionali.

Minimizzazione dei danni già inferti dalla guerra; banalizzazione dell’atomica; perdita di memoria sull’uso che Washington già ne ha fatto, in Giappone nel ’45: questi gli elementi dominanti nel discorso pubblico, diviso fra oltranzisti e spaventati a Washington come a Mosca e Kiev. L’ultima parola è spettata a Zelensky: il 4 ottobre –due giorni dopo l’appello del Papa a negoziare subito– ha vietato per decreto di trattare con Putin. Bergoglio “foraggia i nostri sensi di colpa” perché “poco occidentale”, scrive il direttore del «Foglio».

Si scivolò barcollando come sonnambuli nell’inedito assoluto che fu la guerra del ’14-’18, scrive lo storico Christopher Clark. E così oggi, ma con qualche variante: stavolta è in gioco il pianeta, che già sta messo male per i danni crescenti che gli stiamo infliggendo, grazie al revival del combustibile fossile, del carbone, all’acquisto di gas naturale liquefatto Usa (detto anche “killer del clima”) e al moltiplicarsi di centrali nucleari che i nostri governi s’ostinano a definire innocue (innocue come Three Mile Island, Cernobyl, Fukushima, ecc.).

Altra variante rispetto al 1914: oggi sembra esserci del metodo nel barcollare sonnambolico. È come se l’escalation e la banalizzazione dell’atomica fossero un’esercitazione consapevole, come lo furono Hiroshima e Nagasaki, usate non già per vincere il Giappone – era già sconfitto – ma per “testare” la bomba sulle popolazioni civili. Infatti da giorni si parla di test nucleari, quasi fossero un rischio da calcolare.

La sperimentazione concepita dai sonnambuli potrebbe avere tre obiettivi. Primo: si tratterebbe di separare meglio le atomiche tattiche (impiegabili nel campo di battaglia) e strategiche (missili con bersagli a lunga distanza). Il campo di battaglia è chiaro: è l’Ucraina dunque l’Europa, non gli Stati Uniti. Il generale Fabio Mini ha spiegato su questo giornale come le odierne armi tattiche siano in grado di distruggere un’area che comprende 10 città (sono ben più potenti della bomba di Hiroshima, di 15 kilotoni. Quelle moderne oscillano fra 0,3 e 170 kilotoni). Chi dice ancora che i nostri interessi sono identici a quelli statunitensi o dorme in piedi o mente sapendo di mentire.

In secondo luogo si tratta di mettere in questione il tabù che fonda la deterrenza. In teoria il ricorso all’atomica è impossibile: chi volesse usarla per primo viene dissuaso perché sa che verrà a sua volta annientato da eguale e quasi simultanea potenza. Il paradosso della deterrenza (il catch-22 dell’atomica) consiste tuttavia nel fatto che la tua capacità di attacco deve essere “credibile”: la bomba è al tempo stesso usabile e non usabile. Ecco perché Putin dice che la sua minaccia non è un bluff. Ecco perché l’atomica tattica usata nel teatro di battaglia è banalizzata, non prefigurando ancora l’Armageddon. La dottrina che vieta il primo colpo fa acqua da tempo, sia a Washington sia a Mosca.

Il terzo test concerne le medie potenze che divenute nucleari si trasformano in “santuari”, cioè inviolabili, grazie alla deterrenza. L’obiettivo è l’indebolimento selettivo del concetto di santuario. Stati come la Corea del Nord o l’Iran (insidiati sia dagli Usa sia dall’atomica israeliana) si sentono talmente minacciati dalle guerre tendenti a cambi di regime che finiscono col desiderare una sola cosa: divenire santuari. Il test metterebbe in questione tale desiderio.

Difficile avviare un negoziato di pace senza capire che nell’era nucleare è improponibile il paragone con la guerra totale contro Hitler. La linea oltranzista in Usa, Russia, Ucraina, Europa non tiene conto che l’atomica cambia tutto: non si può tirare la corda a meno di non volere il suicidio parziale e/o totale. Bisogna trattare proprio ora che infuriano i bombardamenti se non si vuole l’Armageddon, come chiesto dal Papa, da politici e movimenti che indicono manifestazioni per la pace e da gran parte dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia.

Per ottenere almeno una tregua non si potrà evitare di riesaminare le radici della rottura russa con l’Europa (probabile scopo degli Usa), e riconoscere gli errori occidentali senza nulla togliere alle massime colpe del Cremlino. Bisognerà bandire le guerre di regime change, perché è ormai accertato che i regimi destabilizzati faranno di tutto per dotarsi dell’atomica e divenire santuari. Non si può continuare a ignorare che se la Russia ha invaso l’Ucraina (e prima la Georgia) è anche perché Nato e Usa “abbaiano” da anni alle sue porte, avendo esteso l’Alleanza a Est e violato le promesse fatte a Gorbachev nel ’91.

Soprattutto, occorrerà dire a Zelensky che abbiamo voce in capitolo visto che riempiamo l’Ucraina di armi e di miliardi, e indicargli i limiti da non oltrepassare o già oltrepassati (uccisione della figlia di Dugin, distruzione del ponte verso la Crimea). Ha oltrepassato la linea rossa anche il 6 ottobre, quando ha auspicato “attacchi preventivi della Nato (preventive strikes) per vanificare qualsiasi ricorso russo alle atomiche”.

Purtroppo la Nato e Washington si fingono ciechi, tanto da prospettare l’installazione in Polonia delle basi nucleari chieste da Varsavia, ai confini con Bielorussia e l’enclave russa di Kaliningrad, sul modello della “condivisione nucleare” instaurata nella guerra fredda con 5 Paesi europei tra cui l’Italia. Né sembrano aver appreso molto della crisi di Cuba del ’62. Allora il negoziato fra Kennedy e Kruscev durò appena 35 giorni, e si concluse con lo smantellamento dei missili sovietici a Cuba e di basi Usa in Turchia, e la creazione di un canale di comunicazione permanente Usa-Urss (la hotline o Telefono Rosso).

Oggi si va al rilento e la hotline è accesa ma non sempre. Si grida imbambolati “Non ci faremo intimidire!”, come se lo spavento davanti al rischio atomico non fosse, oggi, la sola rampa d’uscita chiaroveggente.

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Meloni deve scegliere o Draghi o Merkel

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 30 settembre 2022

Giorgia Meloni certamente lo sa: a partire dal momento in cui sarà designata presidente del Consiglio e si accingerà a formare il governo, dovrà fare i conti non solo con la supervisione di Mattarella, ma anche con le linee tracciate da Draghi, dal presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, dai vertici della Nato. Le iniziative eterodosse concesse alla minuscola Ungheria di Orbán (9,7 milioni di abitanti), o alla Turchia in seno alla Nato, sono malviste da sempre in un Paese proiettato nel Mediterraneo come l’Italia.

Draghi ha smentito fortunatamente le voci su una sua personale supervisione-monitoraggio, che si appaierebbe in modo costituzionalmente scorretto a quella del Quirinale, ma le sue scelte e non-scelte continueranno a pesare, soprattutto in ambito atlantico.

In altre parole, è come se gli italiani dopo il voto avessero un presidente visibile e un invisibile convitato di pietra, campione dell’ortodossia atlantica ed economica e imprescindibile punto di riferimento all’estero. La posizione di Draghi sulla guerra in Ucraina è stata al tempo stesso inflessibile e indolente fino a sfiorare l’immobilità, dunque l’irrilevanza: ha sostenuto senza mai batter ciglio le posizioni di Biden e del Segretario generale della Nato Stoltenberg, anche quando questi ultimi hanno bloccato tra marzo e aprile una bozza d’accordo Mosca-Kiev; ha fatto approvare dalla propria maggioranza sanzioni e invii di armi; si è guardato dall’appoggiare Parigi, quando Macron ha messo in guardia contro “l’umiliazione della Russia” e mantenuto un dialogo con Putin. La politica che potrebbe aver consigliato alla Meloni durante la campagna elettorale è un impasto di passività e subordinazione riassumibile nella parola d’ordine: non lasciarsi coinvolgere in iniziative che Washington disapprova, a cominciare dal gasdotto Nord Stream 2. Limitarsi, giusto per una photo opportunity, al viaggio in treno con Macron e Scholz a Kiev, il 16 giugno.

Questi precedenti possono rivelarsi nefasti, perché prolungano una guerra sempre più mortifera per gli ucraini, e che sconquassa l’Europa ben più degli Stati Uniti. Incoraggiano, inoltre, l’adesione acritica a un’Alleanza militare non più solo Atlantica ma estesa al Pacifico, pronta a schierarsi con Washington contro Pechino su Taiwan.

L’imperturbabile atlantismo di Draghi e Mattarella non sembra tener conto della svolta epocale avvenuta in Ucraina e al Cremlino subito dopo le nostre elezioni: nel referendum del 27 settembre, quattro regioni del Sud-Est ucraino (equivalenti al 15% del Paese) hanno scelto l’adesione alla Russia, e quale che sia il giudizio degli occidentali (il referendum sarebbe illegale, come quello del 2014 in Crimea) le province potrebbero da questo venerdì collocarsi in Russia. Conseguenza: qualsiasi tentativo di riconquistare Crimea e Sud-Est annesso sarà considerato come aggressione diretta della Nato e di Kiev alla Federazione russa indebolita, al punto da implicare il ricorso all’atomica come ventilato nei giorni scorsi da Putin e dall’ex presidente Medvedev.

L’uso delle atomiche tattiche – probabilmente più potenti di quelle sganciate su Hiroshima e Nagasaki – è sempre più banalizzato, dai dirigenti russi e anche statunitensi, dalla stampa Usa e dalla nostra, e la banalizzazione sta addormentando le menti dei leader occidentali, Europa compresa, invece di svegliarle e spingerle a mutare strategie. L’escalation si intensifica – si aggiunga il sabotaggio di Nord Stream 1 e 2, a prima vista non nell’interesse russo – come se nessuno volesse prender sul serio le parole di Mosca.

Ha fatto eccezione il 27 settembre Angela Merkel, in un discorso alla Fondazione Kohl. Ricordando la figura del predecessore, l’ex Cancelliera si è domandata quel che farebbe oggi l’artefice della riunificazione tedesca negoziata con Gorbaciov: in una situazione simile a quella odierna, ha detto, non perderebbe mai di vista “il giorno dopo”. Farebbe di tutto per restaurare la sovranità e l’integrità dell’Ucraina, “ma parallelamente non smetterebbe mai di pensare quel che al momento è del tutto impensabile, inconcepibile: come sviluppare di nuovo le relazioni verso e con la Russia”. Ha poi aggiunto che “prendere le parole di Putin sul serio, non considerarle un bluff ma confrontarsi con esse non è segno di debolezza o pacificazione, ma di intelligenza politica”. Infine ha elencato “tre principi dell’arte politica” appresi dal predecessore: “L’importanza in politica della personalità, la volontà incondizionata di dar forma alle cose, il pensare dentro contesti storici”.

Più chiara di così la Merkel non poteva essere. La «Süddeutsche Zeitung» parla di discorso “velato”, ed è vero che dietro il velo di Kohl l’ex Cancelliera critica le condotte di Washington e della Nato, incapaci di “pensieri storicamente contestualizzati”, di “pensare l’impensabile” e di ascoltare lo spiraglio aperto da Putin nel discorso minaccioso del 21 settembre: un accordo con Kiev era quasi pronto a marzo, incentrato sulla neutralizzazione ucraina, e Londra e Washington l’affossarono.

L’annessione alla Russia di una parte dell’Ucraina (non ancora ratificata dalla Duma) vede il peso dell’Italia ridotto a zero, ed è evidente ormai che dalla minaccia atomica si può uscire solo con un negoziato diretto fra le tre superpotenze: Usa, Russia e Cina. Vista tuttavia la riluttanza di Biden a una trattativa che sancirebbe la fine dell’egemonia unipolare Usa e del tentativo di separare l’Ue dalla Russia, gli europei potrebbero avviare un primo tentativo di “pensare l’inconcepibile” e conquistarsi l’autonomia strategica di cui parlano da anni inutilmente. Potrebbero smettere di puntare solo su Erdogan, che si presenta come intermediario pur di ottenere il diritto a distruggere impunemente, nel Nord-Est siriano, la democratica Repubblica curda di Rojava che ha sconfitto per noi lo Stato islamico (Isis). Il mediatore potrebbe essere proprio la Merkel, anche se gli appoggi sono tenui: sono restii i Verdi tedeschi, è contrario il suo partito, e l’Ue è divisa.

Molti avversari delle sanzioni e dell’invio di armi l’hanno indicata in passato come possibile mediatore. Adesso potrebbe diventarlo, anche se la prospettiva sembra utopica. Ha la personalità adatta, conoscendo Putin, la lingua russa, la Cina meglio dei governanti odierni. Ha saputo dar forma ai propri progetti (se si esclude l’arroganza verso la Grecia piegata dalla troika). E conoscendo Mosca e l’Est europeo, non le manca di sicuro il senso della storia.

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L’amico americano e l’Anticristo

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 18 settembre 2022

Enrico Letta è stato il primo a evocare le elezioni dell’aprile 1948, prendendo la parola in direzione Pd subito dopo la caduta di Draghi, e a paragonarle con il voto del 25 settembre prossimo. Paragone osceno, perché il ’48 fu l’elezione più isterica, più falsa, più manipolata nella storia postbellica italiana.

Iniziò allora l’uso dei cartelloni elettorali, e il fronte composto da comunisti e socialisti venne ritratto con immagini agghiaccianti: per esempio, un enorme scheletro in uniforme dell’Armata Rossa. Stalin era alle porte: finanziava i comunisti di Togliatti e i socialisti di Nenni, avrebbe calpestato anche da noi ogni libertà. Padre Lombardi tuonava, in nome di Pio XII: “Nell’ora grave che volge, e dinanzi ai prossimi eventi ancora più gravi, il Papa ha lanciato una formula: ‘Con Cristo o contro Cristo’; non c’è che una scelta da fare ed è una scelta religiosa […]. Guai a chi non si pronunzia con Cristo, egli è contro Cristo, e Cristo lo atterrerà”.

Ma fu soprattutto l’amministrazione Usa a manipolare e sovvertire quella campagna elettorale. L’ingerenza fu vistosa: la Nato non aveva ancora visto la luce e le elezioni italiane furono un esercizio ante litteram in diplomazia egemonico-coloniale. Furono promesse forniture di alimentari e medicinali per 300 milioni di dollari se la DC avesse prevalso, mentre in caso di vittoria social-comunista i nostri emigranti non sarebbero più stati accolti negli Stati Uniti e l’Italia sarebbe stata esclusa dal Piano Marshall (l’equivalente del PNRR). L’indecenza di quell’intromissione sta ripetendosi.

Poco prima del ’48 ci fu la strage di Portella della Ginestra, il 1° maggio 1947 (11 morti). Responsabile ufficiale: Salvatore Giuliano, il bandito. Responsabili non ufficiali, rivelati quando la CIA desecretò gli atti relativi all’eccidio: i servizi dell’Office of Strategic Services (OSS), il servizio segreto Usa comandato in Italia dal capitano Angleton, che agì in combutta con la Decima Mas, sbirri fascisti e Giuliano. Le ingerenze Usa son continuate per anni. Per la loro posizione strategicamente scabrosa nel Mediterraneo, Italia e Grecia sono stati i due Paesi che più ne hanno patito (o approfittato, a seconda dei partiti o di settori dell’esercito).

Che Letta non abbia rispolverato a caso il ’48 è confermato da quel che accade in questi giorni: l’allarme emergenziale lanciato nei grandi giornali, nei partiti di centro, nel Pd, sulle ingerenze russe nella campagna; le accuse di finanziamenti di Putin a destre ed estreme destre; e per l’ennesima volta, i rapporti dei servizi Usa sui politici di vari Paesi che dal 2014 riceverebbero soldi dal Cremlino. Nell’ultimo decennio, quasi tutte le elezioni e i referendum occidentali sarebbero stati oggetto delle brame di Putin: la vittoria di Trump, il referendum sul Brexit del 2016, le presidenziali e legislative francesi del 2017 e 2022. I partiti perdenti non avevano mai nulla da rimproverarsi, visto che a orchestrare la disfatta era stato, da Mosca, il Destabilizzatore per eccellenza.

Tutto questo era moneta corrente nella guerra fredda, e in Italia sin dai giorni della Liberazione, quando l’esercito Usa sbarcato in Sicilia cominciò a congiurare con le mafie. Citato da magistrati come Roberto Scarpinato e Nino Di Matteo, Sciascia descrisse così una Liberazione che aveva prodotto la Costituzione ma anche inoculato veleni duraturi: “La prima cosa che fecero gli americani sbarcati in Sicilia fu nominare uomini di mafia nei comuni più grossi del palermitano, dell’agrigentino e del trapanese”. Seguirono poi le pressioni Usa su De Gasperi perché cacciasse dal governo l’alleato comunista, nel ’47.

Uno spiraglio di autonomia si aprì negli anni della distensione – con Nenni, Moro, Andreotti – presto chiuso dall’assassinio di Moro, nel quale i servizi Usa svolsero ruoli non secondari. La guerra fredda si riaccese in coincidenza con i primi allargamenti della Nato a Est e le intromissioni Usa nei movimenti colorati a Tbilisi in Georgia e a Kiev, per culminare nella scomposta aggressione di Putin contro l’Ucraina. Da allora europeismo e atlantismo hanno smesso di essere distinti, com’erano ai tempi di Brandt, Genscher o Kohl.

Alla vigilia del 25 settembre, il linguaggio stesso è scivolato verso l’allarmismo, a proposito dei prezzi del gas e delle ingerenze russe nelle elezioni. Col passare dei mesi si è passati dal “Siamo accanto all’Ucraina” a un più istintivo, truce: “Siamo in guerra”. Inutile ricordare insieme le intrusioni Usa e quelle russe: se siamo in guerra, quella statunitense non è intrusione ma legittima intercessione alleata.

Per la verità non lo sapevamo che eravamo “in guerra”, non l’ha dichiarata nessuno, eppure tutti lì a dire – nei giornali, in Tv – che l’ingerenza russa è la tappa di una guerra anche nostra. E lo si dice con orgoglio, da quando Kiev ha riconquistato città e territori. Ancora non ci si rende conto che la riconquista è magari un’ottima notizia per gli ucraini (non forse per quei cittadini russofoni che dal 2014 lottano contro l’ucrainizzazione linguistica delle zone orientali), ma potrebbe essere fugace, preludio di catastrofi. Il giorno che Putin dovesse passare dall’Operazione Militare Speciale alla mobilitazione generale e dunque alla guerra vera a propria – su spinta dei falchi che ne criticano la mollezza, dell’Unione europea in gran parte appiattita su Washington, di Biden che vuole una resa dei conti che sganci definitivamente l’Europa dalla Russia (70 miliardi di dollari in armi consegnate a Kiev in 6 mesi: e c’è chi nega la guerra per procura), capiremo che quest’ingranaggio è infernale più per gli europei che per gli Usa. Capiremo anche, forse, che gli italiani non credono nella dicotomia dualistica – il Rosso con l’Europa, il Nero con Putin e Orbán, con Cristo o contro Cristo – che ignora le assicurazioni del sottosegretario Gabrielli: l’Italia non è nella lista dei sospetti.

Il Partito Democratico, così aggressivo quando denuncia il M5S per la volontaria caduta di Draghi, dimentica che i finanziamenti esteri dei partiti furono vietati dal primo governo Conte grazie alla legge spazzacorrotti, nonostante gli emendamenti, respinti, dell’alleato leghista. Di Maio, che reclama commissioni d’inchiesta sui soldi russi, potrebbe occuparsi di diplomazia invece di agitare spauracchi.

“Preferiamo la pace o i condizionatori d’aria accesi?” ci chiese Draghi il 7 aprile. La risposta l’abbiamo. Spegneremo climatizzatori e termosifoni, e di pace e diplomazia non si parla più.

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Chi sono i veri traditori di Gorbachev

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 2 settembre 2022

Sulla stampa italiana e occidentale si piange in questi giorni la morte di Mikhail Sergeevich Gorbachev, indicando in Vladimir Putin colui che lo ha tradito, distruggendo la sua visione pacifica di una “casa comune europea” e riportando la guerra nel cuore del Vecchio continente, in Ucraina.

Molti di questi rimpianti sono intrisi di ipocrisia, oltre che storicamente zoppicanti.

È probabilmente vero che Gorbachev disapprovava la natura avventata e brutale dell’intervento militare in Ucraina. Anche se durante il suo governo non mancarono repressioni mortifere nelle repubbliche secessioniste (ad esempio in Lituania) Gorbachev ritirò pur sempre le truppe dall’Afghanistan, non usò la forza nei Paesi d’Europa centrale che volevano liberarsi del giogo sovietico, scommise con tutte le sue forze sui negoziati di disarmo convenzionale e nucleare fra Est e Ovest.

Non meno probabile è che il suo legame anche affettivo con l’Europa, e con la Germania in particolare, fosse più forte e tenace di quello manifestato oggi dal Cremlino. Ma parlare di un Gorbachev tradito dall’“imperialismo” di Putin è storicamente infondato e fuorviante: non tiene conto della “storia lunga” delle relazioni tra Russia, Europa e Stati Uniti, né dell’origine della nuova guerra fredda che Gorbachev aveva voluto eliminare, senza riuscirci, grazie al duplice scioglimento del Patto di Varsavia e della Nato.

Se si considera la storia lunga, e si include nei ragionamenti l’ultimo trentennio, si arriva infatti a conclusioni diverse, ben più sfumate. A tradire il progetto di “casa comune europea” senza più Nato e Patto di Varsavia, che Gorbachev propose al Consiglio d’Europa il 7 luglio 1989, poco prima che venisse abbattuto il Muro di Berlino, fu di certo Eltsin che lo spodestò sciogliendo l’Urss e il Partito comunista sovietico, ma fu in prima linea l’Occidente, con cui l’ultimo leader sovietico aveva negoziato l’unificazione pacifica delle due Germanie.

La promessa che gli Occidentali fecero al Cremlino tra il ’90 e il ’91, in varie riunioni bilaterali e nel Gruppo 2+4 (i 2 Stati tedeschi e i 4 vincitori della seconda guerra mondiale: Usa, URSS, Francia, Regno Unito), era che la Nato sarebbe rimasta in piedi, contrariamente al Patto di Varsavia, ma avrebbe tenuto debito conto degli interessi di sicurezza russi e non si sarebbe dunque allargata a Est: “neanche di un pollice”, assicurò il segretario di Stato James Baker. Stessa promessa fu unanimemente fatta da Mitterrand, Helmut Kohl, Margaret Thatcher e John Major, Manfred Wörner segretario generale della Nato.

Purtroppo l’inavvertenza di Gorbachev fece sì che l’impegno non venisse scritto nero su bianco. “Fu un’idiozia”, ha dichiarato di recente Roland Dumas, ministro degli Esteri francese che partecipò ai negoziati, “ma tutte le delegazioni tornarono dagli incontri con Gorbachev trascrivendo resoconti in cui la promessa è esplicitamente registrata”.

La promessa fu infranta a partire dal 1993-94 da Bill Clinton, che negò l’impegno preso, suscitò le prime irritazioni russe e impose nel 1999 il primo allargamento a Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, in piena guerra in Jugoslavia. Pochi anni dopo mise in atto un’ulteriore provocazione, riconoscendo la secessione del Kosovo. Jack Matlock, ex ambasciatore Usa a Mosca, condannò gli allargamenti Nato e gli interventi militari nei Balcani: “Gli effetti sulla fiducia russa negli Usa sono stati devastanti. Nel 1991 l’80% dei russi avevano un’opinione favorevole degli Stati Uniti. Nel 1999, la stessa percentuale ci è ostile”. Nel 2004 l’Alleanza Atlantica aprì ai Baltici, e a Bulgaria, Romania, Slovacchia, Slovenia, sotto l’amministrazione Bush jr. Durante la presidenza Obama entrarono nella Nato Albania, Croazia, Montenegro.

Nel frattempo la mortificazione del Cremlino era diventata risentimento. Nel febbraio 2007, alla Conferenza annuale sulla sicurezza di Monaco, Putin denunciò l’arroganza occidentale e disse che la pazienza russa era giunta al limite. La sordità delle amministrazioni Usa fu totale e si cominciò a promettere l’allargamento Nato a Georgia e Ucraina (Berlino e Parigi si opposero, dunque non fu fissata una data per l’adesione). I progressivi allargamenti Nato agli Stati dell’Est e il loro riarmo costituiscono il vero tradimento della fiducia che Gorbachev aveva risposto nell’Europa e negli Stati Uniti.

Anche Gorbachev, come Putin, considerava tragica la fine dell’Urss, che non aveva saputo gestire né sventare. L’impero multietnico era preferibile, a suo parere, ai nazionalismi etnici che esplosero in Urss e che fecero di lui uno statista grandioso ma perdente. Di per sé, l’impero non è una forma politica negativa: se l’impero austro-ungarico fosse sopravvissuto non ci sarebbe forse stato l’annientamento degli ebrei d’Europa. Quel che Gorbachev avversò fu inoltre lo scioglimento del Partito comunista, che negli ultimi tempi voleva riformare ma sicuramente non abolire (importanti erano stati negli anni 70 gli impulsi degli eurocomunisti italiani o spagnoli, che avevano elaborato alternative al comunismo sovietico).

Prima di essere defenestrato da Eltsin – e da chi a Washington e in Europa sostenne l’usurpatore e impose una “terapia choc” che privatizzò l’economia russa, permise l’insorgere e l’arricchimento degli oligarchi e spinse la Russia sull’orlo della bancarotta – Gorbachev aveva in mente la trasformazione dell’Urss in una confederazione, con ampie autonomie riconosciute alle Repubbliche, specie alle più indipendentiste come i Baltici, la Georgia, l’Ucraina. Al pari di Solženicyn, fu sconcertato dall’indipendentismo ucraino e lo disapprovò apertamente. Approvò di conseguenza l’annessione della Crimea nel 2014.

Nel magnifico documentario-intervista di Werner Herzog (“Meeting Gorbachev”, 2018), l’ultimo presidente dell’Urss risponde con un sorriso come sempre mite ma leggermente sarcastico a una domanda del regista: “Gli Americani pensavano di aver vinto la guerra fredda e questo gli ha dato alla testa. Quale vittoria? Fu una nostra vittoria comune, e tutti abbiamo vinto!”. Una verità che le amministrazioni Usa s’ostinano a rifiutare, convinte come sono che la fine dell’Urss abbia legittimato l’unipolare predominio statunitense nel vecchio continente e nel pianeta, e sconfitto l’idea di una “casa comune europea”.

Sulla propria pietra tombale, Gorbachev confessa a Herzog il desiderio di veder scolpite le parole che Willy Brandt – altro gigante perdente – aveva immaginato per la propria lapide: “Ci abbiamo provato”.

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Le armi spuntate contro Meloni

di Barbara Spinelli, «Il Fatto Quotidiano», 24 agosto 2022

Niente luna di miele per Giorgia Meloni, se diverrà presidente del Consiglio: neanche se le destre otterranno una maggioranza parlamentare di due terzi e potranno cambiare la Costituzione senza dover ricorrere a referendum.

Basta attenersi al principio di realtà: il successo previsto dai sondaggi non sarà per nulla invidiabile, gli sforzi cui i vincitori si dovranno sottoporre saranno immensi, e la candidata n. 1 delle destre sembra esserne consapevole. Dell’economia italiana parla senza ottimismi. Gli esperti del suo campo – da Giulio Tremonti a Guido Crosetto – ripetono che il futuro sarà durissimo, in sintonia con l’Authority per l’Energia che pronostica per l’autunno il raddoppio delle bollette già oggi triplicate e un “rischio di tenuta del sistema elettrico”. Crosetto chiede un “patto con le opposizioni” per fronteggiare “momenti di difficoltà spaventosa” e conflitti sociali prossimi a guerre civili. A malapena Meloni tiene a freno Lega e Forza Italia, che promettono tagli inauditi alle tasse e Natale tutti i giorni.

A ciò si aggiunga la diffidenza con cui Meloni sarà osservata – meglio dire: sorvegliata – nell’Unione europea, nella Nato e in patria. Si sa che son sorveglianze umilianti: la Grecia le ha subite per 12 anni e ne esce impoverita e meno sovrana. Anche di questo la leader di Fratelli d’Italia è forse cosciente, visto che sulla guerra in Ucraina si è subito schierata a fianco della Nato, condividendo l’escalation verbale e militare di Biden. Ogni giorno le viene rinfacciata la vicinanza a Orbán, ma quest’ultimo ha scelto una neutralità sulla Russia che l’Italia non si permette più dagli anni di Moro e Andreotti, come dimostrato dal vistoso atlantismo di Draghi. L’Ungheria ha 9,7 milioni di abitanti e pesa infinitamente meno di un’Italia proiettata nel Mediterraneo dei conflitti permanenti.

Queste considerazioni sono assenti nella campagna condotta da chi avversa le destre, specialmente nel partito corposo di Enrico Letta oltre che nel quarto polo di Calenda e Renzi (chiamato terzo perché il M5S, essendo stato scomunicato, è escluso e anzi dato per morto). L’argomento principale dell’ex sinistra centrista è la contiguità di Fratelli d’Italia con il neofascismo, con la Fiamma nel simbolo: improbabile che Meloni perda per questo i voti operai tolti alla sinistra. Le rimproverano anche l’opposizione a Draghi, fingendo di non sapere che sono stati i metodi centralizzatori e le politiche di Palazzo Chigi a gonfiare, come in Francia, le vele della destra estrema.

Meloni è anche sospettata di puntare sull’immagine femminile senza essere femminista: un’accusa grottesca (le conservatrici femministe son rare), e non di rado fuori luogo. Meloni ha detto per esempio che la legge sull’aborto va pienamente rispettata, ma che va meglio applicata “la prima parte della legge, relativa alla prevenzione, per dare alle donne che lo volessero una possibilità di scelta diversa da quella, troppo spesso obbligata, dell’aborto”. Non vedo cosa ci sia di maligno nella volontà di aiutare le donne che non vorrebbero abortire, e lo fanno non per libera scelta ma per necessità, economica o familiare.

L’unico che guarda con lucidità al rischio Meloni, evitando il controproducente allarme fascismo, è Conte, secondo cui le destre al comando si riveleranno una “tigre di carta”, visto che saranno obbligate a “smontare le loro ricette” una dopo l’altra: “In una fase così delicata, che risposte può dare una coalizione che ha ritenuto prioritario trovare la quadra sulla spartizione dei collegi prima che sul programma? Salvini e Berlusconi giocano a chi la spara più grossa sulla Flat tax che è una presa in giro, mentre Meloni ancora non si è capito se la voglia” («Avvenire», 11 agosto). E a proposito del presidenzialismo aggiunge: “L’ipotesi di un centrodestra che cambia la Carta costituzionale è sicuramente preoccupante; la questione però è capire come scongiurarlo. […] non si può pensare di vincere rispolverando l’incubo dell’orda nera che marcia su Palazzo Chigi: è un refrain che non ha mai funzionato. Bisogna vincere sui temi, sull’idea di Paese che si propone”. Anche l’Unione Popolare di De Magistris, se vuol crescere, farà bene a battersi sulla questione sociale e la riconversione ecologica, evitando l’insidioso refrain sul fascismo.

Intanto Letta (che avendo perso Calenda ha ingaggiato Carlo Cottarelli, e ha ammesso la sinistra di Fratoianni “solo per ottenere l’adesione dei Verdi”) resta aggrappato a Draghi, scommettendo sul suo ritorno se le destre si sfasciassero, nella convinzione che il banchiere centrale abbia risanato l’Italia e innalzato il suo prestigio, in patria e fuori. Purtroppo le cose stanno diversamente. Nell’ultima conferenza stampa, Draghi ha vantato “una crescita straordinaria”, vedendo giusto “nuvole all’orizzonte” quando invece son tempeste. Non ha contato nulla nel conflitto russo-ucraino. Ha gestito male il ritorno del Covid in primavera. Non ha fatto nulla per negoziare un adeguamento del PNRR all’economia di guerra cui siamo condannati.

L’opposizione sarebbe efficace se smitizzasse l’agenda Draghi, neoliberista e inadatta ai tempi di povertà, razionamento dell’energia, precariato. Da mesi il ministro Cingolani echeggia l’ottimismo di Palazzo Chigi, ripetendo la stessa bugia: che possiamo star tranquilli, che abbiamo gas a sufficienza.

Un’altra pecca rinfacciata a Meloni è il blocco navale dei migranti, giudicato “antieuropeo”. Accusa giusta, se non fosse intrisa di menzogne e ipocrisie. Fu il governo Gentiloni a stringere accordi con la Libia, nel 2017, perché bloccasse i fuggitivi anche con la violenza. È l’Unione europea che finanzia le guardie costiere della Libia chiudendo gli occhi sui suoi Lager di tortura e morte. È l’Unione che dai tempi del governo Renzi, nel 2016, paga la Turchia perché freni la fuga di siriani e afghani (6 miliardi di euro, estesi nel giugno 2021 sotto il governo Draghi). È sempre l’Ue che da giugno finanzia le guardie costiere egiziane (80 milioni di euro) per contrastare le migrazioni in Italia.

Tra i ministri Salvini e Minniti (Pd) la differenza non è grande, per quanto riguarda i patti con Stati autoritari o falliti. Ben prima del Memorandum italo-libico l’Onu aveva dichiarato, nel 2016: “La Libia non è un Paese sicuro e i rimpatri sono dunque illegali”. Ma l’Onu conta poco se paragonata alla Nato: nelle molte guerre occidentali, in quelle russe e sull’immigrazione. Una tragedia che precede la possibile vittoria di  Giorgia Meloni.

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