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Audition à huis clos du PDG de Facebook, M. Mark Zuckerberg

À:         M. Antonio TAJANI

Président du Parlement européen

Bruxelles, le 18 Mai 2018,

OBJET : Audition à huis clos du PDG de Facebook, M. Mark Zuckerberg

Monsieur le Président,

Nous voulons saluer la démarche que vous avez entreprise pour qu’une audition du Président Directeur-Général de Facebook, Mark Zuckerberg, puisse avoir lieu au Parlement européen.

Cependant l’utilisation faite par Facebook des données personnelles de centaines de millions d’européens, tout comme les explications qui pourront être données quant au scandale récent de Cambridge Analytica, ne peuvent être questionnées dans l’opacité la plus totale. À l’abri de l’écrasante majorité des Députés européens, et à l’abri des citoyens européens. Tel qu’il en a été décidé.

La transparence de nos débats et des décisions que nous prenons n’est pas une option pour notre Parlement européen, elle est une exigence. Les citoyens européens sont directement représentés, au niveau de l’Union, au Parlement européen. Et nous avons la responsabilité de veiller à ce que tout citoyen se voit garanti le droit de participer à la vie démocratique de l’Union, et de veiller à ce que les décisions qui sont prises le soit aussi ouvertement et aussi près que possible des citoyens. La transparence est le gage d’une assemblée démocratique ouverte et vivante.

C’est pourquoi, Monsieur le Président, nous vous invitons à revoir le format de cette audition pour la rendre publique. C’est la condition même de l’intérêt d’une telle audition qui autrement aurait peu de sens. Il ne serait pas compris qu’aux États Unis, devant le Congrès américain le PDG de Facebook ait eu à répondre des agissements et des manquements de sa société dans une audition publique et qu’en Europe, le secret des débats prévale sur la transparence. Il en va du bon fonctionnement de la démocratie européenne.

Dans l’espoir de voir cette audition reconfigurée, nous vous prions d’agréer, Monsieur le Président, l’expression de notre très haute considération.

Younous OMARJEE
Marisa MATIAS
Tania GONZALES PENAS
Patrick LE HYARICK
Martina ANDERSON
Dennis DE JONG
Gabriele ZIMMER
Eleonora FORENZA
Merja KYLLÖNEN
Dimitris PAPADIMOULIS
Stefan ECK
Marina ALBIOL
Barbara SPINELLI
Lynn BOYLAN
Anja HAZEKAMP
Stelios KOULOGLOU
Matt CARTY
Estefania TORRES MARTINEZ
Curzio MALTESE
Liadh NI RIADA
Luke FLANAGAN
Kostas CHRYSOGONOS
Marie-Pierre VIEU

Relazione su media freedom

Bruxelles, 2 maggio 2018. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo.

Punto in agenda:
Pluralismo e libertà dei media nell’Unione europea

Breve Presentazione della Relazione

Presenti al dibattito:

  • Phil Hogan – Commissario Europeo per l’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale (per conto di Mariya Gabriel – Commissario europeo per l’Economia e la società digitali)

Barbara Spinelli è intervenuta in qualità di Relatore per il Parlamento europeo della Relazione sul pluralismo e la libertà dei media nell’Unione europea

La Risoluzione è stata adottata il 3 maggio 2018 con 488 voti a favore, 43 contrari e 114 astensioni.
Testo consolidato della relazione adottato in plenaria (in inglese e ancora in forma provvisoria).

Lo scandalo di Facebook e Cambridge Analytica è scoppiato quando la nostra relazione era già ultimata, ma le analisi e le raccomandazioni che essa contiene non cambiano nella sostanza. Lo scandalo ci rinforza ancor più nel nostro proposito: difendere e incoraggiare l’indipendenza e il pluralismo dell’informazione, sia su carta sia online, e non moltiplicare i mezzi per controllarla o addirittura reprimerla. È il motivo per cui siamo stati cauti nel trattare il tema delle fake news, ricordando che queste non nascono con internet. Sono a mio parere il frutto di comportamenti di gruppo – il cosiddetto “groupthink” – che affliggono e hanno afflitto i mezzi di comunicazione scritti oltre che online. La nozione di fake news, è scritto nella relazione, non va usata per escludere e criminalizzare le voci critiche.

La disinformazione internet ha una natura virale e aggressiva che non deve essere sottovalutata, ed è vero che pochi giganti di internet esterni all’Unione (Google, Facebook, Apple, Microsoft) esercitano un potere immenso di controllo e selezione delle notizie, di sorveglianza e profilazione degli utenti, ma la censura – soprattutto se affidata agli stessi giganti – non può essere la risposta. Al momento, le analisi più serie concordano sul fatto che né le fake news, né la profilazione psicografica degli utenti, né Cambridge Analytica – oggi finalmente chiusa – hanno determinato l’esito delle elezioni americane o francesi, o del referendum sul Brexit. Accusare l’algoritmo è una scappatoia troppo conveniente per evitare l’analisi di un risultato elettorale. Rimuovere da internet i contenuti più pericolosi – specie nei casi di pedopornografia e terrorismo – è una soluzione spesso necessaria, ma non può essere affidata alle compagnie private né può trascurare i tre principi del Patto internazionale sui diritti civili e politici: la necessità, la proporzionalità e la legittimità. Abbiamo chiesto che a giudicare siano organi indipendenti e che al tempo stesso siano assicurate la neutralità della rete e la protezione dei dati personali.

Sempre per lo stesso motivo esprimiamo preoccupazione riguardo alle leggi sulla diffamazione, sottolineando gli effetti paralizzanti che esse possono avere sul diritto a diramare e a ricevere informazioni. Al tempo stesso, abbiamo ricordato il ruolo chiave dei whistleblower nella salvaguardia del giornalismo di investigazione. In questo quadro abbiamo reso omaggio a chi, da giornalista investigativo, ha pagato con la vita la propria indipendenza: a Daphne Caruana Galizia come a Ján Kuciak.

La crisi economica, combinandosi con l’ascesa della comunicazione online, ha gravemente colpito un mestiere chiave nelle democrazie. Il quarto potere è oggi impoverito, e le condizioni di chi investiga sono talmente precarie che non si può più parlare veramente di un potere indipendente, capace di evitare l’autocensura e la dipendenza da altri poteri, politici, finanziari o pubblicitari. Questo degrado è sottolineato nella nostra relazione.

Non tutti i miei convincimenti si rispecchiano nella relazione – specie riguardo alla depenalizzazione del reato di diffamazione, su cui non è stata raggiunta un’intesa – ma ringrazio i vari gruppi che hanno mostrato spirito di collaborazione nello stilare questo testo.

Comunicato stampa del Gruppo GUE/NGL

Comunicato stampa del Parlamento europeo

 

Democrazia in bilico nell’Unione europea

Intervento di Barbara Spinelli alla tavola rotonda “Democracy in the EU: between Theory and Practice”, Istituto Universitario Europeo, Firenze 27 aprile 2018

Partecipanti alla tavola rotonda: Armin von Bogdandy, direttore dell’Istituto MaxPlanck di Diritto Pubblico Comparato e Diritto Internazionale, e Mercedes Bresso, deputata del Parlamento Europeo (S&D)

Some preliminary remarks are necessary.

When we speak about democracy and rule of law – i.e. constitutional democracy, a system which is much more than a simple reflection of the will of a majority, and which ensures the separation of powers and strong institutional guarantees for the minorities – we should distinguish between democracy within the Union and democracy of the Union: because we have two levels of decision making, two levels of parliamentary control and as a consequence two levels of sovereignties. Constitutional democracy is today threatened at both national and supranational level. Moreover, we should bear in mind that there are other sovereignties, which have a substantial weight but are not codified nor democratically controlled: I’m referring in a specific way to the market forces, and to the famous formula coined in 1998 by Hans Tietmeyer, at the time President of the Bundesbank, according to whom there is, in parallel to national elections, the “permanent plebiscite of the international markets”. Tietmeyer defended the legitimacy of such plebiscite, equating the latter to the legitimacy of democratic elections: a very questionable short circuit to say the least. Finally there are regional sovereignties, which are becoming more and more important and challenging from the point of view of democracy and rule of law – I’m referring to the Northern Irish or Scottish or Catalan cases – and which are the result of the progressive erosion of national sovereignties, combined with ill-defined democratic rules at supranational level. In the case of Northern Ireland, the citizens’ right to determine their future and their borders is codified in international treaties like the Good Friday Agreement. Future developments of a more decentralized, regional Union could learn much from this treaty.

Let’s begin with democracy in the Union, even if I’m perfectly aware of the intertwining of the different levels I mentioned:

What we are facing today is a double erosion: erosion of the constitutions in the Member States (strong tendency, except in Germany, to emulate the French model of centralisation and pre-eminence of the executives) and erosion of the popular sovereignties (increasingly calling into question of the universal suffrage, as expressed in national elections). This evolution is enhanced by the direct involvement of the EU Commission and of the ECB in electoral competitions, as we have seen in Greece, and by the aversion often demonstrated by these institutions to the constraints set by national elections or referenda. I remember what Mario Draghi said after a delicate Italian election, in 2013: elections come and go, since the EU is composed by democratic States, but one thing remains sure: “Structural budget reforms and fiscal adjustments will continue on automatic pilot“.

The EU Commission and the European Parliament are very active on democracy and rule of law: in relation to Poland, Hungary and other Countries of Eastern Europe like Slovakia. I’m very in favour of such EU struggles, but there is a danger that Eastern Europe, because of ill-defined enlargements in 2004, becomes a sort of convenient punching-bag for the EU, hiding the fact that there is a problem of democracy in the Union as a whole, not only in the East. The strict criteria established since 1993 for the accession countries – the so called Copenhagen criteria – cease to operate once a country has joined the Union as a full member. It’s called the Copenhagen dilemma and it’s still not solved.

And now democracy of the Union:

We are experiencing a progressive shirking of responsibilities towards citizens by EU institutions – Commission, Council, EU agencies – and the European Parliament is not always the exception as we shall see. The increasing power of such institutions goes hand in hand with a deliberate avoidance of responsibility towards citizens not only from a political point of view but also from a judicial one. Such power without responsibility is exerted in different ways, through semantic and political escamotages, and explains the growing disrespect – in EU policies – of the Charter of fundamental rights, the European Convention of human rights, the Court of justice, the European Court of human rights.

As regards the austerity memoranda, the democratic retrogression is evidenced by the way in which the Commission denies its involvement and accountability in policy decisions which are taken by the European Stability Mechanism (ESM, that is an intergovernmental organization), but are nevertheless negotiated, supported and implemented by the Commission and the ECB (the ex-troika). Some ideas are circulating about the reform of the Eurozone and its governance, proposing the transformation of the ESM in an EU Monetary Fund (EMF) with full veto power over Member States’ budget decisions: an even more disturbing evolution, if adopted.

As regards the EU-Turkey agreement on migration, the deal was negotiated by the States but implemented and financed by the Commission: it received a particular name (it was called statement), in order to avoid the control on international treaties normally exercised by the European Parliament.

As regards finally the trade negotiations, the Commission has an exclusive competence, hence an effective power (albeit limited on certain areas where the competence is shared) but the specific responsibility towards citizens is denied or avoided.

I would like to briefly dwell on the last point: the TTIP negotiations, and the discretionary, opaque power exerted by the Commission in this field. In this case the responsibility is not denied – it is on the contrary strongly defended against interferences by the Member States – but at the same time it is restricted and re-interpreted in its relations with the EU citizens. What I call into question, in this case, is not the communitarisation of national trade policies. The federal evolution of the EU is a good thing, but federalism is not an end in itself. It has been originally thought as an instrument intended to facilitate and consolidate policies aimed at enhancing democracy, rule of law, social cohesion and – last but not least – peaceful external policies, in the States belonging to the Union. The federal instrument makes sense if conceived as a bulwark against the return of aggressive nationalisms and centralistic dictatorships in Europe, as well as against social injustice, inequality and poverty. Too many elements of such project are missing in today’s Union. Re-nationalisation of EU policies won’t certainly do the trick, but “more of this Europe” – even if you call it federalist – won’t help.

A vivid example of the wrong use of federalisation and of the transfer of powers to the Commission in trade deals comes from an episode occurred during the TTIP negotiation. When John Hilary, executive Director at War on Want, asked the trade commissioner Cecilia Malmström how she could continue her persistent promotion of the deal – including the most controversial clauses concerning the Investor-state dispute settlement – in the face of massive public opposition, her response – I quote an article written by Hilary in The Independent, on 15 October 2015 – came back icy cold: “I do not take my mandate from the European people”.

So, from whom does Cecilia Malmström take her mandate? Officially, EU commissioners are supposed to take into account the popular will of the Member states, as well as their respective constitutional traditions, and make a synthesis of their diverging aims. Yet the European Commission has carried on the trade negotiations behind closed doors, ignoring the objections coming from the citizens – included a successful Citizens’ Initiative against TTIP – and denying any dependence on them. In reality, as a report from War on Want revealed in autumn 2015, the Commission has been deeply involved in negotiations with lobbies, being dependent (i.e. responsible) on them. Hence the conclusion of John Hilary: “The European Commission makes no secret of the fact that it takes its steer from industry lobbies such as BusinessEurope and the European Services Forum.  It’s no wonder that the TTIP negotiations are serving corporate interests rather than public needs”.

Lack of transparency is an essential ingredient of this misguided conception of the “mandate” granted to the supranational institutions: bodies like the Eurogroup, or the Council’s obscure behaviour in the “trilogues” (decisions negotiated between the Commission, the Council and the Parliament) generate opaque decision making and procedures, out of any democratic control. This is the opinion expressed by the EU Ombudsman, especially on the Council and on the relation between the Commission and the lobbies. I quote a passage of the Mrs O’Reilly’s recommendations of last February: “It is important to note that Member State representatives involved in legislative work are EU legislators and should be accountable as such. Democratic accountability demands that the public should know which national government took which position in the process of adopting EU legislation. Without this “minimum and essential item of evidence”, citizens will never be able to scrutinise how their national representatives have acted. It is also important for national parliaments, in their task of overseeing their own governments’ actions, to be able to know the positions taken by their own government”.

I mentioned the European Parliament, the only really elected body of the EU. On 22 March, the European Court of justice has annulled a decision by the Parliament on transparency of the “trilogues” with a sentence of utmost importance. The Parliament had decided that certain provisional compromises between the three institutions had to remain secret, in order not to hamper negotiations and avoid interferences by lobbies. The Court has denied such dangers, prioritising the citizens’ right to have full knowledge of the decision making in the trilogues.

But let’s be clear on this point: lack of transparency is a symptom, not the disease itself. It makes no sense to have full transparency – as it makes no sense to have a full European sovereignty – if EU policies erode democracies in Member States and are in contradiction with article 2 and 6 of the Treaty. If they are in conflict with the “general principles” of the EU, including the respect of the Charter of fundamental rights, of the European Convention on human rights and of the Constitutional norms of the Member States.

Lettera aperta sull’arresto dei tre di Briançon

Barbara Spinelli ha sottoscritto un appello per la liberazione dei tre attivisti di Briançon fermati dalla Gendarmerie francese per aver attraversato simbolicamente la frontiera insieme a una cinquantina di migranti.

Lettera aperta sull’arresto dei tre di Briançon / lettre ouverte sur l’arrestation des trois de Briançon

Lo scorso 21 aprile i militanti di un gruppuscolo neo-fascista e suprematista hanno inscenato un’operazione di “blocco delle frontiere” tra la Francia e l’Italia.

Il giorno dopo, un gruppo di abitanti delle valli vicine, impegnati nella solidarietà concreta con i migranti in transito, attraversano simbolicamente la frontiera insieme a una cinquantina di migranti e arrivano senza alcun problema fino a Briancon, dove la gendarmerie francese effettua sei fermi di polizia in maniera completamente arbitraria.

L’accusa del procuratore è semplice quanto brutale nella sua chiarezza: aiuto all’immigrazione illegale con l’aggravante di aver compiuto il fatto in maniera collettiva (“en bande organisée”).
Per tre dei fermati Eleonora, Théo e Bastien viene convalidato l’arresto, con detenzione in carcere fino all’inizio del processo che si svolgerà il 31 maggio nella cittadina di Gap. Rischiano fino a 10 anni di prigione e 750’000 euro di multa.

Noi siamo e ci sentiamo tutti gente di montagna, accompagniamo da secoli chi deve oltrepassare le frontiere per mettersi in salvo. Le montagne ci aiutano con i loro sentieri innumerevoli. Continueremo a farlo. Rivendichiamo come legittimo il nostro aiuto. Dichiariamo illegittima la legge che ci incrimina, perché contraria alla fraternità. Come in mare così in terra: dichiariamo che proseguiremo a soccorrere chi ha bisogno dei nostri sentieri.

Non esistono i clandestini. Esistono ospiti di passaggio sulle nostre montagne.

Per aderire: firmaperitre@gmail.com

Qui il testo dell’appello con l’elenco dei firmatari (in aggiornamento)

Stop the demolition of Kahn Al-Ahmar school

Brussels, 25 April 2018. MEPs release a statement to urge the High Representative for Foreign Policy of the European Union to urgently request that the Israeli authorities lift the threat of demolition against the school in the bedouin village of Khan Al-Ahmar.

“On Wednesday 24 April, the Israeli High Court will decide whether Khan Al-Ahmar village’s school, located 25 kilometres outside Jerusalem, will be destroyed.

This small Bedouin village is located between Jerusalem and Jericho, in the narrowest piece of land in the West Bank. Israeli authorities have been harrassing the inhabitants of Khan al Ahmar for decades, in order to pressurise them to leave, thereby removing a barrier to Israeli settlement on Bedouin land, and effectively cut demographically the West Bank in two pieces.

The school, built out of tyres and mud, is crucial for the education of the children in the village, and particularly the girls. Before the school was built children had to walk 15 miles to access the nearest school. Girls usually did not go to school at all.

As well as proving vital education, the school also plays a vital role in the social life of the village, as Medical Aid is organised within it, and there are also adult education classes available for parents and the wider community.

As Members of the European Parliament, we stand in solidarity with Khan Al-Ahmar, and we urge our High Representative for Foreign Policy, Federica Mogherini, to urgently request that the Israeli authorities lift the threat of demolition.

We should never forget that education is a Sustainable Development Goal, vital to ending poverty and for promoting global citizenship.”

 

Martina Anderson (GUE, Ireland)
Maria Arena (S&D, Belgium)
Margrete Auken (Greens, Danemark)
Brando Benifiei (S&D, Italy)
Izaskun Bilbao Barandica (ALDE, Spain)
Lynn Boylan (GUE, Ireland)
Matt Carthy (GUE, Ireland)
Nessa Childers (S&D, Ireland)
Javier Couso Permuy (GUE, Spain)
Jill Evans (Greens, Wales)
Tanja Fajon (S&D, Slovenia)
Eleonora Forenza (GUE, Italy)
Ana Gomas (S&D, Portugal)
Eva Joly (Greens, France)
Wajid Khan (S&D, UK)
Jude Kirton-Darling (S&D, UK)
Patrick Le Hyaric (GUE, France)
Edouard Martin (S&D, France)
Ana Miranda (Greens, Spain)
Javier Nart (ALDE, Spain)
Liadh Ni Riada (GUE, Ireland)
Luke Ming Flanagan (GUE, Ireland)
Soraya Post (S&D, Sweden)
Alyn Smith (Greens, UK)
Barbara Spinelli (GUE, Italy)
Bart Staes (Greens, Belgium)
Neoklis Sylkiotis (GUE, Cyprus)
Keith Taylor (Greens, UK)
Ernest Urtasun (Greens, Spain)
Ivo Vajgl (ALDE, Slovenia)
Bodil Valero (Greens, Sweden)
Angela Vallina De La Noval (GUE, Spain)
Hilde Vautmas (ALDE, Belgium)
Miguel Viegas (GUE, Portugal)
Julie Ward (S&D, UK)

Public statement in support of Hervé Falciani

Dichiarazione promossa dal Movimento 5 Stelle e sottoscritta anche da Barbara Spinelli.

Press statement http://www.efdd-m5seuropa.com/2018/04/whistleblower-falcia.html

“Hervé Falciani is a crucial whistleblower who exposed a major international tax evasion scandal at HSBC’s Swiss bank. His revelations over more than 130.000 clients of the HSBC bank led to a wave of investigations in several countries worldwide, allowing tax authorities to prosecute tax evaders and money launders and to recover billions euros in unpaid taxes. His action uncovered the key role of the banking sector in enabling massive tax evasion and money laundering, making the case for comprehensive tax reform in Europe and increasing pressure over bank secrecy in Switzerland.

Falciani now risks to be extradited from Spain to Switzerland, where he faces five years of imprisonment for financial espionage, due to inadequate whistleblower protection in Europe. In 2013, the Spanish Court had already denied a previous Swiss extradition request, since violating secrecy laws does not constitute a crime in Spain. However, concerns have been raised that the latest threat of extradition could possibly be politically motivated.

This situation cannot be tolerated and highlights the urgent need to adopt an EU effective protection for whistleblowers, as repeatedly advocated by the European Parliament and the civil society. Falciani deserves to be rewarded for standing up for legality and tax justice in order to defend the public interest, at a great personal cost, and not to be sent to jail for uncovering unlawful activities which do not deserve any legal protection. A failure to protect him would constitute a major failure by the European Union to defend democracy and civil rights and would significantly undermine EU efforts in the fight against tax fraud and money laundering.
We therefore call on the Spanish authorities to deny the extradition of Falciani to Switzerland and on all EU countries to ensure his full protection”.

List of members of the European Parliament who agreed to sign the public statement. 

Marco Valli MEP
Laura Agea MEP
Isabella Adinolfi MEP
Marco Affronte MEP
Martina Anderson MEP
Tiziana Beghin MEP
Lynn Boylan MEP
Matt Carthy MEP
Fabio Massimo Castaldo MEP
Ignazio Corrao MEP
Rosa D’Amato MEP
Eleonora Evi MEP
Laura Ferrara MEP
Ana Gomes MEP
Karoline Graswander-Hainz MEP
Dietmar Köster MEP
Monica Macovei  MEP
Ana Miranda MEP
Bernard Monot MEP
Piernicola Pedicini MEP
Georgi Pirinski MEP
Liadh Ni Riada MEP
Pirkko Ruohonen-Lerner MEP
Barbara Spinelli MEP
Bart Staes MEP
Dario Tamburrano MEP
Indrek Tarand MEP
Ramon Tremosa i Balcells MEP
Miguel Urbán Crespo MEP
Ernest Urtasun MEP
Julie Ward MEP
Marco Zanni MEP
Marco Zullo MEP
Tomáš Zdechovský MEP

Misure a sostegno degli Stati membri con tassi di disoccupazione di lunga durata e giovanile superiori alla media della zona euro

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-007248/2017

alla Commissione

Articolo 130 del regolamento

Kostadinka Kuneva (GUE/NGL), Jean Lambert (Verts/ALE), Dietmar Köster (S&D), Ana Gomes (S&D), Estefanía Torres Martínez (GUE/NGL), Barbara Spinelli (GUE/NGL), Jiří Maštálka (GUE/NGL), Martina Michels (GUE/NGL), Maria Arena (S&D), Tatjana Ždanoka (Verts/ALE), Merja Kyllönen (GUE/NGL), Cornelia Ernst (GUE/NGL), Jean-Paul Denanot (S&D), Rina Ronja Kari (GUE/NGL), Neoklis Sylikiotis (GUE/NGL), Vilija Blinkevičiūtė (S&D), Ernest Urtasun (Verts/ALE), Takis Hadjigeorgiou (GUE/NGL), Bart Staes (Verts/ALE), Marie-Pierre Vieu (GUE/NGL), Gabriele Zimmer (GUE/NGL), Stelios Kouloglou (GUE/NGL), Kostas Chrysogonos (GUE/NGL) e Jutta Steinruck (S&D)

Oggetto:  Misure a sostegno degli Stati membri con tassi di disoccupazione di lunga durata e giovanile superiori alla media della zona euro

Secondo Eurostat, i tassi di disoccupazione di lunga durata e giovanile in almeno dieci Stati membri sono superiori alla media della zona euro. In sette paesi, il tasso di disoccupazione di lunga durata (in percentuale sulla disoccupazione totale) è tra il 4 % e il 23 % più elevato rispetto alla media della zona euro (49,7 %), il che indica una potenziale tendenza permanente. In risposta a tale tendenza, il viceministro greco del lavoro Antonopoulou e il ministro lussemburghese del lavoro Schmit hanno suggerito le seguenti misure nel corso di una riunione della commissione per l’occupazione e gli affari sociali del Parlamento europeo il 30 agosto 2017:

–     esenzione dal patto di stabilità e crescita dell’UE per le risorse finanziarie destinate ai programmi a sostegno dei disoccupati, principalmente attraverso politiche attive del mercato del lavoro, compresa la creazione di posti di lavoro in paesi con tassi di disoccupazione superiori alla media della zona euro, in quanto investimenti in capitale umano a sostegno del potenziale di crescita;

–     assegnazione di almeno il 5 % del Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS) a tali programmi, con la possibilità di un contributo superiore al limite del 50 % del totale richiesto, se necessario, vista l’eccezionale situazione di svantaggio che affrontano tali paesi.

Tenendo conto che le suddette proposte sono sostenute da diversi paesi (Spagna, Portogallo, Italia, Slovenia) e da deputati al Parlamento europeo e che tali questioni saranno sottoposte al sig. Juncker e ai commissari competenti, come prevede di procedere la Commissione per promuovere il dialogo e agire in tal senso?

Sostenitori [1]

[1]  La presente interrogazione è sostenuta da deputati diversi dagli autori: Dimitrios Papadimoulis (GUE/NGL) e Tania González Peñas (GUE/NGL).

IT

E-007248/2017

Risposta di Marianne Thyssen

a nome della Commissione

(18.4.2018)

Al fine di garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche, tutte le spese devono essere adeguatamente finanziate. Gli Stati membri possono stabilire priorità nel modo in cui effettuano le spese, rispettando nel contempo il patto di stabilità e crescita. Agli Stati membri è permesso deviare dall’obiettivo a medio termine o dal relativo percorso di avvicinamento alle condizioni menzionate nella Posizione comune sulla flessibilità nel patto di stabilità e crescita, per esempio quando attuano importanti riforme strutturali, comprese le riforme del mercato del lavoro [1]. Gli obblighi di aggiustamento di bilancio inoltre vengono fissati in termini strutturali prendendo in considerazione il ciclo economico.

Il pilastro europeo dei diritti sociali, proclamato il 17 novembre 2017, beneficerà di investimenti dell’UE in capitale umano e coesione sociale, in particolare mediante il Fondo sociale europeo e altri fondi strutturali e di investimento europei. La Commissione ha inoltre recentemente presentato proposte [2] di nuovi strumenti di bilancio volti a sostenere la convergenza e le riforme strutturali, comprese le riforme dei mercati del lavoro. L’iniziativa a favore dell’occupazione giovanile inoltre continuerà a sostenere giovani delle regioni più colpite mediante un incremento delle risorse pari a 1,2 miliardi di EUR per il periodo 2017-2020. Nell’ambito del Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS) sono stati inoltre sviluppati strumenti finanziari volti a sostenere l’imprenditoria sociale, l’impiego sostenibile e l’innovazione sociale, mediante l’integrazione degli obiettivi di occupazione giovanile. Sebbene questo fondo sia guidato dalla domanda e non fissi quote settoriali, la Commissione riconosce che l’investimento nel capitale sociale è una priorità fondamentale.

Nel maggio del 2018 la Commissione presenterà la sua proposta per il quadro finanziario pluriennale post-2020. La preparazione del nuovo bilancio dell’UE sarà l’occasione per un dibattito aperto su come progettare al meglio strumenti dell’UE per combattere la disoccupazione di lunga durata e giovanile.

[1]     Approvata il 12 febbraio 2016 dal Consiglio “Economia e finanza” (ECOFIN). http://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-14345-2015-INIT/en/pdf.

[2]     https://ec.europa.eu/info/publications/economy-finance/completing-europes-economic-and-monetary-union-policy-package_en

The hidden agenda of the Brexiteers

di mercoledì, aprile 18, 2018 0 , , , , Permalink

Bruxelles, 11 aprile 2018. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della tavola rotonda organizzata dalla Camera Federale del Lavoro austriaca (AK Europa) e dalla Confederazione austriaca dei sindacati (ÖGB) su “The impact of Brexit on workers’ rights”.

Relatori:

  • Professor Michael Ford QC – Università di Bristol
  • Frances O’Grady – Segretario Generale della Federazione Sindacale britannica (British Trades Union Congress – TUC)
  • Erich Foglar – Presidente della Confederazione austriaca dei sindacati (ÖGB

I would like to begin with the hidden agenda of Tory Brexiteers and others, knowing that Brexit is a complex phenomenon: many voters embraced Leave thinking they would get more, not less social rights.

What a majority of right-wingers really dislike in the Union is the web of regulations which are constitutive of the EU. When Theresa May speaks of a global, sovereign Britain, she transmits the false image of a giant power feeling tied down like Gulliver by Lilliputians, and having an only desire: to break free from the continental midgets and get unchained. Gulliver feels “several ligatures across his body”, and the EU with its norms represents the ligature – the name today is red-tape – to discard. Take back control is a mantra of the Brexiteers. The hidden text of the mantra is less democratic control, less obligations concerning workers’ rights.

All this is magical thinking: the EU social fabric has been already deregulated and devastated by years of austerity. Nonetheless, Tory and DUP Brexiteers continue to feel chained and want even less “ligatures” as far as rights are concerned. I refer to the rights deriving from the EU law and applicable not only to EU citizens living in UK and vice-versa, but also to British nationals living in the UK, including Northern Irish citizens who voted remain and have the right, thanks to the Good Friday Agreement, to choose the Irish – i.e. European – citizenship. Getting rid of the Charter of fundamental rights and of the jurisdiction of the European Court of justice is a key ingredient of the hidden agenda.

As I said, the EU is not today a paradise for those who suffer precariousness and exclusion (I prefer the word expulsion, used by Saskia Sassen). It was the EU Court of Justice who ruled, in the Viking Line and Laval cases, that employers’ rights always trump workers’ rights. So did the Alemo-Parkwood case regarding the directive on transfer of undertakings. Jacques Delors admitted the absence of a social dimension in the EU project in his speech given to the TUC Congress in 1988. He said that the single market should not diminish social protections and dismantle the labour market. A neoliberal agenda prevailed instead, privatising public services, cutting down pensions, wages and employment. The climax was reached by Greece’s fiscal waterboarding. The EU citizens’ trust in the Union collapsed: I personally see a strong link between the threatening talks about Grexit and the subsequent Brexit vote. What Delors said in ’89 is still true: “You cannot fall in love with the single market”.

But what is equally true is that workers’ rights will be badly hit by Brexit. A report of the TUC in February 2017 has shown that wages will be 38 pounds a week lower and there are other forecasts which look even grimmer. The EU – included the single market – offers despite all some shield against the market forces: it’s the truth emerged during the Brexit negotiations. Just an example: last November, the same EU Court of justice ruled in favour of a gig economy worker who never got a paid holiday in 13 years. Jason Moyer-Lee, General Secretary of the Independent Workers’ Union of Great Britain, observed that the judgement was “a striking reminder of the impending disaster for worker rights that is Brexit”. Part time work, work on demand and in general the gig-economy are protected by EU law much more than they will outside the EU, thanks to specific directives: in particular the directive on working times, as well as the directives on annual leaves, equal pay, maternity rights, parental leave, anti-discrimination laws, compensation for discrimination victims, temporary agency work protections, health and safety. The EU has regressed, but workers risk to be less protected without its directives.

I conclude with the loss of rights by the EU citizens in UK and viceversa. Despite Michel Barnier’s statement that there is now “complete agreement” on citizens’ rights, crucial legal uncertainties remain, as stressed by associations like The3Millions and British in Europe. The situation of at least 5 million people will change dramatically after Brexit and will be dependent on the Withdrawal Agreement. Furthermore, the jurisdiction of the Court of Justice for EU citizens in the UK will be time-limited, hence not guaranteeing them the life-long protection which has been explicitly promised to them by the EU negotiator Barnier.

That’s why the European Parliament must do its utmost to ensure that the full set of EU rights will be included in the Withdrawal Agreement. Post-Brexit citizens will be able to rely only on this treaty as a legal reference to protect their rights.

In sostegno delle Ong che difendono i principi dell’articolo 2 del Trattato

Strasburgo, 17 aprile 2018. Intervento di Barbara Spinelli nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo.

Punto in agenda:

Uno strumento per i valori europei a sostegno delle organizzazioni della società civile che promuovono la democrazia, lo Stato di diritto e i valori fondamentali nell’Unione europea

Dichiarazione della Commissione

Presenti al dibattito:

  • Věra Jourová – Commissario europeo per la giustizia, la tutela dei consumatori e l’uguaglianza di genere

Per vari motivi vale la pena creare uno strumento europeo a sostegno delle Organizzazioni della società civile che difendono e promuovono i principi dell’articolo 2 del Trattato [1].

Innanzitutto, vorrei ricordare che il progetto europeo nacque nel dopoguerra non per creare un vasto mercato, ma per proteggere i cittadini dalle malattie della democrazia e dalla povertà che l’aveva devastata. Nacque dalla volontà di Paesi che uscivano dal fascismo, dal nazismo, e via via accolse altri Paesi usciti dalle dittature: Grecia, Portogallo, Spagna, Paesi dell’Est. È ora di tornare alle radici di quel progetto.

Secondo: i meccanismi che proteggono lo stato di diritto nei Paesi membri sono spesso percepiti come congegni top down. Cadono dall’alto, invece di partire dal basso (bottom-up). Per questo è importante sostenere le Ong che si occupano di monitoraggio della rule of law, di patrocinio legale, di contenziosi giudiziari (advocacy e litigation). La crisi dei partiti e la povertà che ritorna danno alle ONG una nuova centralità. Sono loro, spesso, a mediare tra potere e società. La loro forza e indipendenza sono importanti come la forza e l’indipendenza del potere giudiziario e della stampa.

Terzo: l’Unione dedica fondi, e giustamente, per difendere la democrazia in Paesi terzi (inclusi i Paesi candidati). Non spende nulla per le Ong nazionali e locali dell’Unione. È una disparità che va a mio parere superata.

Quarto: il sostegno alle Ong nei Paesi membri è praticamente assicurato, oggi, solo dal Fondo EEA-Norvegia e da associazioni filantropiche. Spesso è percepito come sostegno che viene da fuori, e questo crea malintesi. Anche per superare tali malintesi conviene avere, in parallelo, un comune strumento che faccia capo alle istituzioni europee.

 

[1] Articolo 2 – L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.

Uso improprio del mandato di arresto europeo da parte della Spagna

Interrogazione con richiesta di risposta scritta E-000746/2018

alla Commissione

Articolo 130 del regolamento

Ramon Tremosa i Balcells (ALDE), Josep-Maria Terricabras (Verts/ALE), Jordi Solé (Verts/ALE), Martina Anderson (GUE/NGL), José Bové (Verts/ALE), Bodil Valero (Verts/ALE), Igor Šoltes (Verts/ALE), Izaskun Bilbao Barandica (ALDE), Josu Juaristi Abaunz (GUE/NGL), Jill Evans (Verts/ALE), António Marinho e Pinto (ALDE), Bart Staes (Verts/ALE), Barbara Spinelli (GUE/NGL), Maria Lidia Senra Rodríguez (GUE/NGL) e Rolandas Paksas (EFDD)

Oggetto: Uso improprio del mandato di arresto europeo da parte della Spagna

Il 5 dicembre 2017 la Corte suprema spagnola, in una decisione senza precedenti, ha revocato il mandato di arresto europeo emesso il 3 novembre 2017 contro il presidente della Catalogna, Carles Puigdemont, e quattro dei suoi ministri di governo.

Il 6 dicembre 2017 il governo spagnolo ha annunciato la sua intenzione di proporre una riforma delle disposizioni che disciplinano il mandato di arresto europeo in occasione del Consiglio «Giustizia e affari interni» [1].

La revoca del mandato di arresto europeo è stata una mossa tattica per evitare la sconfitta in un tribunale belga, dal momento che il procedimento penale avviato in Spagna nei confronti di Puigdemont e dei suoi colleghi è stato coinvolto in varie violazioni dei diritti fondamentali mentre le imputazioni di ribellione e sedizione non esistono in Belgio.

Il 22 gennaio 2018 Carles Puigdemont ha partecipato a una conferenza in Danimarca e il giudice della Corte suprema spagnola ha rifiutato di emettere un nuovo mandato di arresto europeo per ragioni politiche.

L’8 dicembre 2017 il commissario Věra Jourová ha dichiarato che la decisione quadro relativa al mandato di arresto europeo non necessita di modifiche, contrariamente alle affermazioni del ministro spagnolo. Tuttavia, il suo uso opportunistico solleva la questione se vi debba essere la possibilità di revocare o di emettere un mandato di arresto europeo a propria discrezione.

Alla luce di quanto precede può la Commissione rispondere ai seguenti quesiti:

– Ritiene che tale uso improprio del mandato di arresto europeo possa pregiudicare la fiducia reciproca esistente tra i sistemi giudiziari degli Stati membri e compromettere la sua efficacia?

– In che modo intende evitare un uso opportunistico del mandato di arresto europeo in futuro?

[1] https://www.larazon.es/espana/catala-pide-a-la-ue-revisar-los-delitos-por-los-que-la-euroorden-se-activa-de-manera-automatica-GC17154103.

IT

E-000746/2018

Risposta di Věra Jourová

a nome della Commissione

(13.4.2018)

Il mandato d’arresto europeo (MAE) è una procedura esclusivamente giudiziaria basata sulle circostanze specifiche di ogni singolo caso.

Pertanto, né la Commissione europea né le autorità governative degli Stati membri possono interferire o influire sulle decisioni delle autorità giudiziarie belghe o spagnole per quanto riguarda il mandato d’arresto europeo che è stato emesso contro Carles Puigdemont e altri ministri il 3 novembre 2017 e che è stato revocato il 5 dicembre 2017.

Inoltre, la Commissione ha pubblicato un manuale [1] nel 2017 al fine di agevolare l’uso di questo strumento, il quale ha fornito orientamenti importanti per le autorità giudiziarie nazionali. Continuerà inoltre a organizzare riunioni di esperti al fine di garantire che la decisione quadro sia applicata in tutti gli Stati membri.

[1]     Manuale sull’emissione e l’esecuzione di un mandato d’arresto europeo, GU C335 del 06.10.2017

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